Nel centenario dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, conflitto distruttivo che segnò più una generazione, la Giunti propone un classico della narrativa memoralistica inglese, Generazione perduta, in originale Testament of Youth, Testamento di giovinezza, scritto da Vera Brittain, tra le più incisive intellettuali britanniche del Secolo breve.
Una storia vera, quindi, che si legge come un romanzo, che è appassionante come un romanzo e che racconta una tragedia individuale e collettiva in maniera asciutta ma coinvolgente. Vera Brittain è una giovane con velleità intellettuali, con la fortuna di essere cresciuta in una famiglia abbastanza anticonformista e aperta alle novità, che l’ha portata a frequentare l’Università a Oxford, una delle prime ragazze a coltivare questo tipo di aspirazioni, suffragate da un grande interesse per la cultura classica, e a interessarsi a fermenti sociali come il movimento delle suffragette.
Tutti i suoi progetti vengono sconvolti nel 1914, quando scoppia la Prima guerra mondiale in cui la Gran Bretagna, a differenza dell’Italia, è coinvolta fin dall’inizio. Per la giovane, la guerra è un contrattempo per i suoi progetti, ma comunque decide di aderire, come tante donne, e di diventare infermiera ausiliaria. Vera lavorerà tra Londra, Malta e la Francia, mentre moriranno al fronte il fidanzato Roland, l’adorato fratello Edward e tanti altri amici e parenti. Dopo la guerra, Vera riprenderà i suoi studi umanistici a Oxford, laureandosi, continuerà a frequentare amiche del tempo della guerra (ci sono altri suoi libri di memorie che sarebbe bello leggere) ma soprattutto si impegnerà nel movimento pacifista e in quello dei diritti delle donne, svolgendo attività di insegnante, scrittrice e giornalista.
Generazione perduta è un libro che colpisce, mai melenso, mai lagnoso, sempre puntuale, coinvolgente, pronto a ricostruire da una voce reale dell’epoca un periodo che è così lontano ormai ma ancora così vicino. Un libro che fu molto amato da Virginia Woolf, che racconta una caduta agli inferi, una resurrezione, una voglia di memoria come raramente si sentono, dal punto di vista di una donna, una persona reale, che provò a cambiare il mondo. Un libro al femminile e femminista ma per tutti coloro che vogliono scoprire e riscoprire una pagina di Storia, partendo da una vicenda personale per abbracciare una prospettiva universale, che fa veramente voglia di scoprire meglio questa autrice.
Il libro è illustrato in copertina da immagini del film uscito l’anno scorso, in originale appunto Testament of Youth, per la regia di James Kent, con Alicia Vikander, Kit Harrington, Emily Lloyd, Miranda Richardson, da noi arrivato in sordina in tv e che avrebbe meritato una maggiore attenzione. Traduzione M. D’Ezio.
Vera Brittain (1893-1970) è stata scrittrice, giornalista, filologa, infermiera di guerra, femminista, pacifista. Ha scritto vari libri, per lo più basati sulla sua esperienza di vita a partire dalla Grande Guerra, come appunto Generazione perduta. Non superò mai del tutto la morte del fratello Edward e scelse di farsi cremare dopo la morte e che le sue ceneri fossero sparse nel cimitero inglese dell’altopiano di Asiago, una delle testimonianze più struggenti della Prima guerra mondiale nel territorio italiano.
Source: omaggio dell’editore al recensore.
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Non è facile scrivere questa recensione. Più che per una difficoltà oggettiva, (il libro è lungo quasi 800 pagine, è di per sè complesso, e l’ho letto in lingua originale, per cui alcune parti è molto probabile che non le abbia comprese perfettamente), non è facile perchè Lontano di Jean-Christophe Grangé l’ho finito di leggere ieri poche ore prima che la televisone mi comunicasse i fatti terroristici di cui Parigi è stata vittima. Mi dispiace funestare questa recensione con questa premessa ma è giusto che sappiate lo spirito con cui la scrivo. La televisione parla di guerra, altri morti, altra sofferenza e parlare di libri è la mia forma di resistenza. Ho ricevuto Lontano dall’editore francese Albin Michel, non è ancora uscito in Italia, penso uscirà sempre per Garzanti la prossima primavera, probabilmente in questo momento stesso c’è un traduttore al lavoro su queste pagine. Lontano è un thriller che prevede un seguito, non tutte le parti saranno chiarite, ci sarà una seconda parte che uscirà presumibilmente in Francia questa primavera. In tutto qualcosa come 1600 pagine, l’opera più ambiziosa e complessa di Grangé. Non sono un recensore imparziale, da I fiumi di porpora ho seguito questo autore anomalo con grande interesse. Amo il suo stile, il suo toccare temi seri inserendoli in trame ricche di suspense, colpi di scena e un tocco di fantascienza, e fantapolitica, con uno sguardo al sociale frutto del suo passato di giornalista. Lui sì che ha molto viaggiato e visto molte parti del mondo, anche difficili, terreni di guerra, di scontri economici. Grangé è uno che sa, e è uno che sa scrivere le cose in modo che la gente abbia voglia di leggerle. Pensiamo all’ Africa, ai danni del colonialismo, al razzismo, alle lotte finanziarie per l’accaparramento delle materie prime. Materie da studiarsi all’università direte voi. Nei suoi romanzi invece chiunque può confrontarsi con queste tematiche anche se l’autore continua a sostenere che scrive romanzi di evasione, per intrattenere i suoi lettori non educarli. Lontano resta un thriller non è un saggio socioeconomico, ha soluzioni narrative atte a creare suspense, inserisce rivelazioni drammatiche, cambi di prosepettiva e derive scientifiche che appunto potremmo definire fantascienza. Pensiamo all’eugenica di I fiumi di porpora, o agli studi sul cervello e sulla memoria de L’impero dei lupi. Un fondo di verità scientifica su una struttura narrativa fatta di pura fiction. Questo è lo stile di Grangé. Lontano ha per protagonista un clan familiare, i Morvan. E lo sviluppo dei personaggi del partriarca Gregoire e dei figli Erwan, Loic e Gaelle è il punto di forza del romanzo, la parte dove si vede l’autore ha profuso più cure. Gregoire Morvan è un uomo di Stato, un uomo che conosce i retroscena di una Repubblica piena di luci e di ombre. Un uomo che ha sempre svolto il lavoro sporco per una sua idea di onestà e coerenza. Erwan il maggiore è quello che più gli somiglia ma ha altre idee, fa parte di un’ altra generazione. Loic e Gaelle sono i due figli più fragili, più tormentati, più problematici con le loro storie di droga lui e prostituzione lei. Una famiglia insomma problematica, che sì rappresenta i buoni ma non è priva di ombre, soprattutto Gregoire Morvan. La storia prende il via partendo da un’ indagine. Un giovane pilota viene ucciso per un apparente caso di nonnismo durante un’ esercitazione in Bretagna, nei dintorni di Brest, paese d’origine della famiglia Morvan. Erwan è certo che ci sia invece in azione un serial killer, misteriosamente legato a un’altro serial killer di cui si occupò suo padre quanrant’anni prima, l’Homme-clou. Padre e figlio dovranno allearsi per fare luce su questa faccenda che unirà Francia e Africa, pratiche tribali, e strani esperimenti medici. Un colpo di scena finale ci accompagnerà verso la seconda parte, in cui forse, avremo tutte le risposte. Forse. Avviso che ci sono alcune parti molto crude e cruente. Non per tutti.
























