Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Carne viva, Merritt Tierce (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 settembre 2015
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Se c’è una cosa che adoro fare più di altre in campo editoriale è, sicuramente, ricevere libri in uscita per leggerli prima che gli altri possano trovarli in libreria.

Non si tratta di spocchia o chissà che, la definirei più un giusto mix tra tanta curiosità, un quanto basta di sorpresa (dato che, la maggior parte delle volte, si tratta di titoli e/o autori che non conosco) e un pizzico di adattamento, proprio perché le bozze vengono inviate in pdf e la sottoscritta con l’e-reader ha ancora, dopo mesi e mesi, un rapporto conflittuale. Di odi et amo, più odio che amore.

Direi che possiamo anche tralasciare questi (inutili) dettagli e parlare un po’ di questo libro Carne Viva (titolo originale Love Me Back), edito negli Stati Uniti nello scorso anno e in uscita per noi in Italia il prossimo 24 settembre per edizioni SUR. Grande novità per questa casa editrice romana che pubblica prevalentemente titoli di letteratura ispanica e sudamericana che, proprio con questo titolo, darà vita ad una nuova collana: BIGSUR, tutta dedicata alla narrativa americana.
Segnatevi la data e non lasciatevi scappare questo romanzo perché merita davvero e, nelle prossime righe, tenterò di dimostrarvelo senza svelarvi troppo né lasciarvi troppo sulle spine. Insomma, proprio come le anteprime letterarie che si rispettino.

Carne Viva è un romanzo nudo e crudo, un romanzo che ha il potere di attrarti e ferirti allo stesso tempo. Un pugno allo stomaco inaspettato, ma denso di realismo, anche perché pare che l’autrice si sia ispirata a sue vicende personali. Elemento, questo, non trascurabile nella narrazione e nell’intera economia del libro.

Carne Viva è un vortice senza sosta. Racconta di volti, persone e vite e lo fa senza nessun preavviso. Da subito veniamo a diretto contatto con la protagonista, Marie: ventenne, fa la cameriera in un bistrot a Dallas. Scrupolosa, attenta, quasi maniacale nel suo lavoro concorrerà a fare del ristorante uno dei locali più rinomati e conosciuti della zona.

Non me ne andavo mai senza lucidare i miei tavoli. Neanche una volta. Molte sere ero talmente esausta che non mi ricordavo da che punto avevo cominciato, e mi toccava lucidare tutto il tavolo di nuovo, per sicurezza. Per quanto fossi stanca però mi piaceva l’aria strana del locale vuoto. Il fatto che ogni sera potessimo salire su un palcoscenico sgombro e inventare tutto. Portare il Ristorante da uno stato di immacolato silenzio a un’impressionante situazione di disordine caotico, assordante, eccessivo, e poi rimettere tutto a posto come se non fosse mai entrato nessuno.

Carne Viva “vive” con Marie. Vive la vita di Marie. Senza tralasciare nulla, senza risparmiare niente. Il libro si lega a lei nei suoi eccessi, nella sua esistenza sregolata – tutt’altro di quello che dimostra nelle ore di lavoro: una figlia piccola nonostante la giovanissima età, a cui si rivolge direttamente in alcuni capitoli del romanzo, quasi fossero una serie epistolare a lei dedicata, droga, sesso occasionale, ambiente poco raccomandabile. Eppure lei va avanti, prende tutto di petto e non si ferma mai. Quello che sembra importarle di più è proprio quel voler portare avanti la rispettabilità del suo luogo lavorativo, quel pezzetto di mondo chiuso e fatto di poche certezze, che Marie rispetta sicuramente di più della sua persona.
Un romanzo che presuppone alcuni giorni di assimilazione, ma che – senza dubbio – vi terrà con gli occhi incollati dalla prima all’ultima pagina.

Merritt Tierce, nata e cresciuta in Texas, attualmente vive a Dallas col marito e i figli. Segretaria e addetta alle vendite, prima, si scopre scrittrice dopo aver frequentato un workshop di scrittura creativa a Iowa City. Si laurea nel 2011 e già nel 2013 è nella rosa del “National Book Foundation’s 5 Under 35”. Inoltre è impegnata in prima persona per i diritti delle donne.

Source: pdf inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: intervista all’autrice qui.

:: La linea, Enrico Astolfi, Aladin Hussein Al Baraduni (Lorusso Editore, 2015)

14 settembre 2015
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Per due punti distinti passa una sola retta. E due percorsi differenti hanno portato a incontrarsi lo scrittore Enrico Astolfi e il pittore, illustratore e street artist Aladin, l’uno figlio della periferia romana, dei centri di accoglienza per minori stranieri, l’altro figlio della primavera araba, fuggito dal suo paese (lo Yemen) quando la sua arte libera si opponeva troppo radicalmente alla dittatura in atto.
Per due punti distinti passa una sola retta e NO LINEA è il grido di battaglia, scritto sugli striscioni di una folla inerme e senza nome. Oltre alla linea, una zona militarizzata: scudi, elmetti, manganelli, armi. Provate a immaginare un terreno di scontro: megafoni, lacrimogeni, grida, minacce, intimidazioni. Questo lo scenario in cui si svolge la fiaba politica messa in scena dalle parole e dalle immagini di questi due eclettici artisti romani d’adozione.
La copertina a colori e la decina di tavole in bianco e nero accompagnano la narrazione serrata e senza sbavature di un racconto destrutturato dall’epilogo amaro e scontato. Abbiamo una società militarizzata, forse troppo, e lo spazio per la libertà, la fantasia, la creatività quasi annullato, cancellato. Un equilibrio di forze, sull’orlo dell’implosione, una metafora degli equilibri di forze in atto nelle società contemporanee.
E il senso di tutto questo si perde, anche se chi detiene il potere assicura che è in grado di dare spiegazioni, certezze. Ma a volte il potere si nutre di potere e per il potere combatte. Senza un altro motivo. Senza un’ altra giustificazione. E la ribellione, il no assumono un colore livido, sbiadito, all’orizzonte. Dopo tutto sappiamo tutti che il più forte vince, anche se non è così evidente dove la vera forza stia.
NO LINEA, no confini, se vogliamo un discorso di strettissima attualità, quando una massa oceanica di gente, che lascia il suo paese in guerra, o fugge semplicemente dalla fame ed alla povertà, si sposta verso l’Europa, che almeno per il momento accoglie, organizza, smista ma non ha usato ancora le armi. Una situazione esplosiva, frammentaria, di difficile soluzione. Una situazione con la quale è bene che prima o poi tutti si confrontino. Meglio prima.

Enrico Astolfi è nato a Magenta (MI) nel 1976; ferrarese di adozione, vive da 8 anni a Roma. Funambolo del precariato ha lavorato come fattorino, lavapiatti, attrezzista, manovale e operatore in un centro di accoglienza per minori stranieri. Ha pubblicato la raccolta di racconti Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara) e il romanzo Casilina. Ultima fermata (Edizioni Pontesisto, 2013, Roma). Alcuni suoi racconti sono apparsi sul web e su antologie.

Aladin Hussein Al Baraduni è nato in Arabia Saudita nel 1979. Cresciuto nello Yemen, dal 2005 vive a Roma. Pittore, illustratore e street artist, ha realizzato numerosi murales di grandi dimensioni in spazi occupati e autogestiti in tutta Italia, oltre ad aver collaborato con riviste e produzioni culturali indipendenti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ufficio stampa Lorusso editore.

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:: Correzione di bozze in Alta Provenza, Julio Cortázar (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

14 settembre 2015
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Ho provato ad iniziare questa recensione in modo totalmente diverso, ma non c’è stato verso. Quindi non ci rinuncio, cancello e riscrivo, proprio come nel bel mezzo di una rilettura editoriale semi seria.

Quello che voglio dire, proprio qui, proprio ora, senza altrettanti giri di parole è: Correzione di bozze in Alta Provenza è un piccolo capolavoro. Sicuramente più di quel Libro de Manuel di cui nasce a corredo come scritto di revisione editoriale.

Ce lo dice lo stesso Cortázar nelle primissime pagine, ce lo ripete Giulia Zavagna, traduttrice di questo inedito uscito nel marzo di quest’anno per edizioni SUR, e ce lo ripete Juan Villoro, che ne cura diffusamente la prefazione, definendolo “Una breve opera maestra”.

Correzione di bozze in Alta Provenza è un libricino di neanche sessanta pagine che ti prende e ti trascina con Cortázar nel suo furgoncino Volkswagen rosso, scarrozzando per i paesaggi provenzali, accompagnato da provviste in scatola, vino, la sua fedelissima macchina da scrivere, la radio che offre sottofondi musicali a volte accettabili e a volte no e le breaking news sulla situazione argentina.

Il Libro de Manuel, mai pubblicato in edizione italiana, è il suo scritto più politico. Parla di attualità, quel filo sottile di avvenimenti soggetto al mutare del tempo e della situazione politica. Per questo ha bisogno di una rilettura aperta a qualsiasi cambiamento e concentrata. Una rilettura che poteva trovare il suo habitat solo in viaggio e per niente in un luogo fisso, stanziale.

Così il nostro autore decide di partire a bordo di quel furgoncino così sessantottino, con l’adesivo di una lettera dell’alfabeto applicato sul retro. Quella “F” sta per Francia, il Paese che lo ospiterà fino alla fine dei suoi giorni. Quella stessa “F” che per lui diventerà simbolicamente “Fafner”, proprio come il drago wagneriano sconfitto da Sigfrido.

Questo è il suo intensissimo diario di bordo in cui annota sì correzioni di refusi, accenti vari ed eventuali, strafalcioni e cancellature da editare, ma che ben presto – e il nostro autore lo sa proprio perché sono quelli gli anni in cui, ormai, è conosciuto e letto da tanti, da tutti, in cui non è più un autore di nicchia e ne sente il peso tutto sulle spalle – gli darà più soddisfazione del libro per cui è stato scritto a corredo.

Come abbiamo già detto, si tratta di un testo inedito del 1972, vergato come bisogno esistenziale, un confronto dell’autore faccia a faccia con la sua opera, passaggio che vuole necessariamente un cambiamento di prospettiva, un diventare un altro da sé per poter poi leggere, rileggere e modificare in modo critico una delle sue opere più ostiche proprio perché attuale.

Tutti noi interessati in maniera più o meno ampia e diversa alle vicende editoriali degli scrittori ci chiediamo come dovesse essere vivere da autore impegnato, totalmente figlio della sua epoca, ma che, nel frattempo, cerca di immergersi nel suo scritto per poi scapparne via il più lontano possibile.

Ecco, in queste poche pagine capirete proprio come ci si dovesse sentire a vivere una situazione di scontro, di odio e amore – azzarderei -, di lavoro di revisione sofferto, ma necessario. Vi troverete, inoltre, immersi in un’atmosfera quasi bohèmienne degna di un novello Robinson Crusoe che scappa da se stesso.

Julio Cortázar, nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell’ambasciata argentina in Belgio. Autore di Rayela, Bestiario e Storie di cronopios e di famas. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Oltre a Correzione di bozze in Alta Provenza, edizioni SUR ha pubblicato Un certo Lucas e i primi due volumi del suo epistolario: Carta carbone e Chi scrive i nostri libri.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: Il Palazzo degli specchi, Amitav Gosh, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini

13 settembre 2015
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Il palazzo degli specchi di Amitav Gosh, edito da BEAT, è un romanzo avventuroso, anzi un viaggio letterario tra la fine dell’Ottocento e buona parte del Novecento, che porta il lettore alla scoperta delle trasformazioni storico-politiche-sociali riguardanti luoghi come la Birmania e la Malesia. Il libro comincia nel 1885 quando il giovane Rajkumar, che lavora come garzone su un’imbarcazione, arriva a Mandalay e scopre che il giorno del suo arrivo è anche quello che segna la fine del regno del re birmano. Il ragazzino assisterà alla guerra lampo tra i soldati del sovrano e i barbari kulan inglesi, che non troveranno difficoltà a vincere la battaglia, perché l’esercito birmano posizionato in loro opposizione sarà composto da forze ridotte. Molti militari birmani hanno deciso di darsi alla fuga e questo permetterà non solo agli inglesi di vincere, ma al popolo di invadere e saccheggiare il Palazzo degli specchi dove viveva il re. In tutto questo trambusto, Rajkumar, dentro a quell’edifico interamente ricoperto di specchi in ogni millimetro della superficie, incrocerà una ragazzina, Dolly, che gli entrerà nel cuore e nella testa. Il protagonista non riuscirà mai a dimenticarla e farà ogni cosa possibile, pur di ritrovarla. Descritto così in breve, il contenuto del libro di Gosh potrebbe far pensare ad una storia d’amore un po’ travagliata di una giovane coppia, in realtà, l’amore c’è, ma è legato alle vicissitudini di un popolo e della loro terra. Il lavoro dello scrittore indiano si trasforma, pagina dopo pagina, in un romanzo corale nel quale Rajkumar si troverà a diventare adulto, e anziano, accanto ad altri personaggi che, come lui vedranno, cambiare per sempre il destino e il volto della Birmania. Ognuno dei personaggi che appare sulla scena narrativa compie delle azioni che permettono ai personaggi di costruirsi il proprio destino in relazione a quello che succede nel mondo nel quale vivono. Rajkumar da semplice mozzo si trasformerà in un imprenditore di legname (tek) e gomma; Dinu – uno dei figli dell’imprenditore – sceglierà di vivere grazie alla fotografia; Uma si trasformerà in una donna impegnata nella lotta dei diritti civili, la piccola Jaja una volta diventata adulta ricostruirà attraverso l’arte della scrittura la storia della sua famiglia e la lascerà in eredità allo stesso scrittore. Attraverso un’accurata descrizione paesaggistica e delle dinamiche umane, il lettore entra dentro ad un universo lontano e differente per usi e costumi, nel quale però i sentimenti messi in gioco hanno valore planetario. Accanto alle storie di questa umanità umile e, molto spesso, tormentata si innestano trasformazioni dovute agli effetti dei grandi cambiamenti storici che in Birmania si manifestarono con disordini interni, con le conseguenze delle due guerre mondiali, con cambiamenti a livello commerciale e pure con lo sviluppo di una politica repressiva postbellica. Il palazzo degli specchi di Amitav Gosh è un libro monumentale, non tanto per le dimensioni (637 pagine), ma perché ogni sua parola contiene la storia di un mondo, di una famiglia e di un intero popolo a cavallo di due secoli. Traduzione Anna Nadotti.

Amitav Gosh, scrittore, giornalista e antropologo indiano. Ha studiato a Oxford e vive tra la sua città natale e New York. Considerato «uno dei più grandi scrittori indiani» (La Repubblica), è autore di Il cerchio della ragione (Garzanti, 1986), Le linee d’ombra (Einaudi, 1990), I fantasmi della signora Gandhi (Einaudi, 1996). Per Neri Pozza ha pubblicato: Il paese delle maree (2005, 2015), Circostanze incendiarie (2006), Il palazzo degli specchi (2007), Mare di papaveri (2008, 2015), Il cromosoma Calcutta (2008), Lo schiavo del manoscritto (2009) e Il fiume dell’oppio (2011).

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:: Il segno, Sarah Lotz (Nord editore, 2015), a cura di Micol Borzatta

11 settembre 2015
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12 Gennaio 2012. Giovedì. Il giovedì nero come verrà ricordato nella storia. il giovedì in cui quattro aerei in quattro continenti diversi cadono contemporaneamente.
Di tutti i passeggeri solo tre bambini sono i superstiti. Vengono subito ricoverati e dopo i primi esami si notano delle strane reazioni e dei strani comportamenti, ma tutti li attribuiscono allo shock subito.
I governi si mobilitano immediatamente per scoprire come sia potuto succedere e decidono di accettare la tesi dell’attacco terroristico, anche se devono scoprire la correlazione dei quattro avvenimenti.
Nel frattempo un religioso continua a divulgare la sua certezza che i tre bambini superstiti sono un segnale dell’arrivo dell’Apocalisse.
Ovviamente questa affermazione crea il panico obbligando così il governo a mettere al riparo i bambini e a tenerli sotto protezione fino a quando non saranno chiariti tutti i dettagli degli incidenti.
Un romanzo molto particolare con argomenti molto forti e in alcuni tratti quasi mistico.
Una lettura un po’ complessa, non tanto per il linguaggio o lo stile che sono molto semplici, ma per come viene suddiviso.
La prima parte, infatti, che descrive i disastri aerei è davvero coinvolgente e l’autrice riesce a trasmettere gli stati d’animo di terrore e ansia che provano i parenti delle vittime direttamente nel cuore del lettore che inizia a sentire il peso dell’attesa di notizie e il dolore della scoperta come se fosse fisicamente con i parenti delle vittime e conoscesse pure lui i passeggeri dei voli.
Dalla seconda parte però il ritmo di narrazione rallenta notevolmente e il lettore spesso si trova ad avere difficoltà nella lettura pur trovando comunque una trama coinvolgente concentrata su indagini, complotti e rivelazioni mistiche.
Superata la parte centrale dei complotti, però, troviamo nuovamente lo stesso stile narrativo della prima parte che accompagnerà il lettore fino alla fine, tra colpi di scena e momenti di suspense, in un vortice emozionale incredibile che risucchierà il lettore tenendolo in uno stato quasi da cardiopalma a cui lui non potrà sottrarsi se non alla fine del libro.
Un romanzo accolto con tanta aspettativa data dal tipo di pubblicità che gli è stato fatto e che non ha per niente deluso.

Sarah Lotz è una sceneggiatrice sudafricana che con Il segno ha esordito con il suo nome nella narrativa, avendo già pubblicato come co-autrice il romanzo Il Manichino, scritto a quattro mani con Louis Greenberg, sotto lo pseudonimo S. L. Gray. Il segno è stato un caso letterario alla fiera di Francoforte ed è stato acquistato da oltre 20 editori.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Nord Edizioni.

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:: Il tuo corpo adesso è un’isola, Paola Predicatori (Rizzoli, 2015), a cura di Valeria Gatti

9 settembre 2015
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“Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli”

Arthur Schopenhauer

Si può dire che la libertà sia il motore del mondo. Oggi come non mai, purtroppo, assistiamo increduli a fatti crudi e crudeli, che obbligano uomini a fuggire dal proprio paese nel quale, la libertà, appunto, è solo un effimero sogno. Tanto si è scritto, molto si è detto, tutto si è venduto per ottenere la tanto ambita possibilità di vivere senza vincoli una vita nuova e dignitosa. Politica e società si dividono e si accusano reciprocamente per difendersi, da anni, da secoli, da sempre.
Eppure, sembra che manchi qualcosa all’appello per far sì che ognuno di noi si possa sentire davvero libero. Esistono legami che non si possono spezzare, che sono forti e presenti anche quando sembrano dimenticati, gli stessi che ci rendono le persone che siamo.

“ […] gli ultimi giorni non riesce nemmeno a dormire. Di notte si tira su e resta in ascolto: della città fuori; dei rumori che giungono da ogni punto dell’edificio e da cui cerca di indovinare l’origine; del cielo e del vento; e si accorge di una solitudine nuova, pacificata, che lo fa sentire più forte […]”

Questo accade ad Ascanio, il protagonista dell’ultimo romanzo di Paola Predicatori edito da Rizzoli, intitolato “Il tuo corpo adesso è un’isola”.
Si tratta della storia di un adolescente, Ascanio, dal nome così importante e principesco. È un ragazzo schivo e solitario, che si affianca a compagni di scuola allegri per combattere un vuoto e una solitudine che fa fatica a comprendere. Il suo compagno di avventure è Siro, che nella sua saggezza da ragazzo di strada, lo introduce al concetto di libertà.

“ […] sai perché quello è così? Perché è come gli animali dello zoo: quando guarda fuori la prima cosa che vede è sempre la gabbia e allora si incazza […] a volte sono stato molto solo, ma sono sempre stato libero […]”

I genitori di Ascanio sono separati e, come molto spesso accade, uno dei due trova il modo di rifarsi una vita, perché anche questo è sinonimo di libertà e la vita deve continuare, nonostante tutto.
E poi c’è Jacopo, il fratello di Ascanio, il quale, a causa dei suoi innumerevoli problemi fisici che l’hanno accompagnato dalla nascita, ha vissuto una vita breve e sofferta, dalla quale si è liberato troppo presto per diventare un angelo.

“ […] ogni volta deve sforzarsi per ricordare i lunghi periodi trascorsi dal fratello in ospedale, l’unica cosa che rammenta è un tempo indefinito di assenza […]”

E proprio Jacopo, questa figura dolce e delicata, aleggia tra le pagine del romanzo. E’ come un soffio, leggero e calmo, ma talmente profondo e unico che non si spegne mai. Anche quando non è di lui che si sta occupando la scrittrice è il suo ricordo a dettare le parole.

“ Jacopo in quei momenti stava sempre fermo e attento: doveva costargli uno sforzo enorme mantenere tutti i sensi concentrati su di lui […] e invece era lui che si perdeva in quello sguardo […]”

Ascanio crede di aver dimenticato il legame con il suo sfortunato fratellino ma, quando Adele, la nuova compagna di classe, quella “diversa”, entra nella sua vita, viene rimbalzato nel passato e non può far a meno di abbandonarsi al mare di tenerezza e senso di protezione che lei risveglia in lui. Ma questo non è tutto, anzi, questo incontro è proprio l’inizio di tutto. Della paura, della solitudine, del voler perdere ogni contatto con quella realtà che sente troppo stretta, della necessità impellente di fuggire senza meta, lontano dalle sue prigioni, per isolarsi dal passato e dal presente.

Adele se ne va, l’hai saputo?

Un romanzo toccante e delicato che ha la capacità di accompagnare il lettore in un viaggio all’interno di legami famigliari complessi e all’apparenza indomabili. Un commuovente e ben riuscito mix di sentimenti, emozioni, lacrime e sorrisi abbinato a una scrittura calda e precisa che sa accarezzare il dolore, capace di esplorare il delicato emisfero della diversità, della sofferenza, della malattia, capace di tradurre in parole cariche di significato l’emozione del distacco.

Paola Predicatori è nata nelle Marche e vive a Milano. Lavora nel mondo dell’editoria. “Il mio inverno a Zerolandia”, suo romanzo d’esordio, è stato tradotto in otto lingue e pubblicato in decine di Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa RCS Libri.

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:: L’isola di Arturo, Elsa Morante (Einaudi, 2014) a cura di Micol Borzatta

8 settembre 2015
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Arturo Gerace è un ragazzo orfano di madre che vive sull’isola di Procida con il padre Wilhelm, figlio bastardo di Antonio Gerace e riconosciuto in tarda età, quando ormai Wilhelm era già un ragazzo, e da lui sempre odiato.
Arturo è sempre cresciuto da solo, con un ragazzo che gli faceva da tutore mentre il padre era sempre in mare per i suoi viaggi. In questi anni di solitudine Arturo ha imparato da autodidatta studiando tutti i libri presenti in casa e creandosi da solo le sue regole di vita dove alla base c’è il suo grande amore per il padre. Un amore che è una vera e propria venerazione.
Crescendo in un ambiente solo maschile in Arturo aumenta la convinzione che le donne siano tutte brutte e inutili, esseri inferiori, e proprio perché cresciuto con questa convinzione si sente tradito quando il padre gli comunica che si sposa, e ancora di più quando lui porta la nuova moglie a casa.
Con il passare del tempo però l’affetto che Arturo inizia a provare per la matrigna, che ha solo un anno in più di lui, si trasforma in amore, amore corrisposto e per questo li porta a evitarsi, fino a spingere Arturo ad abbandonare l’isola arruolandosi come volontario insieme al suo vecchio tutore come soldato nella Seconda Guerra Mondiale.
L’isola di Arturo è un romanzo un po’ diverso dalle solite storie biografiche a cui siamo abituati. Molto poco romanzato e scritto tutto in prima persona trasmette al lettore la sensazione di essere seduto nella grande cucina della casa dei guaglioni di Procida e avere Arturo seduto di fronte a raccontare la sua storia.
Storia ricca di emozioni, sentimenti e pensieri che la Morante sa descrivere alla perfezione.
I temi principali di tutto il libro sono la crescita e la trasformazione che avviene nel protagonista, evolvendolo da bambino ad adolescente, toccando tutte le fasi e le varie esperienze da quando da bambino ha vissuto in una realtà immaginaria creata da lui a quando da adulto prende coscienza della cosa e inizia a riconoscere la vera realtà.
A questo si aggiungono i sentimenti della solitudine, della gelosia e del rapporto parentale tra padre e figlio, descritti nella loro complessità e visti sotto i vari punti di vista: quelli di Arturo bambino, quelli di Arturo adulto, quelli del padre e quelli della matrigna.
Argomenti molto forti che fanno capire al lettore l’importanza dei rapporti umani e che non vengono eclissati nemmeno quando alla fine del libro viene approfondito un altro tema molto forte, ovvero l’omosessualità.
La bravura della Morante sta proprio nel trasmettere al lettore tutti questi sentimenti in un racconto lineare, con un linguaggio semplice che crea un’atmosfera reale che arriva al cuore del lettore che percepisce come sua la solitudine e la sofferenza di Arturo insegnando l’importanza di amare e di apprezzare quello che ha.
Un romanzo che dovrebbero leggere tutti almeno una volta nella vita scritto da una grande autrice del suo tempo.

Elsa Morante nasce a Roma nel 1912 e muore sempre a Roma nel 1985. Scrittrice, saggista, poetessa e traduttrice è considerata una tra le più importanti autrici del secondo dopoguerra. Ha iniziato a scrivere fin da giovanissima filastrocche e favole che vennero pubblicate dal 1933 fino al 1945 su vari giornali e riviste. Nel 1941 pubblica il suo primo libro, una raccolta di racconti, intitolato Il gioco segreto con la casa editrice Garzanti. Sempre nel 1941 convoglia a nozze con Alberto Moravia, lo scrittore, con il quale fa conoscenza e inizia a frequentare i massimi scrittori italiani del tempo. Dopo una lunghissima carriera letteraria nel 1984, dopo la pubblicazione del suo ultimo libro Aracoeli che ha vinto il premio Prix Médicis, scopre di essere gravemente ammalata e tenta il suicidio, ma viene salvata dalla sua governante, per morire nel 1985 stroncata da un infarto. I suoi manoscritti sono conservati alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma che ha organizzato nel 2006 e nel 2012 due mostre dedicate alla scrittrice.

Source: acquisto del recensore

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:: Quello che non uccide, David Lagercrantz (Marsilio, 2015), a cura di Micol Borzatta

7 settembre 2015
QUELLO CHE NON UCCIDE

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Frans Balder, grande scienziato svedese di fama internazionale, specializzato nell’intelligenza artificiale, torna in Svezia dopo aver passato anni a lavorare negli Stati Uniti. il suo ritorno in patria interessa a molte persone, specialmente visto il grande cambiamento avvenuto in lui, che oltre a renderlo quasi irriconoscibile lo riavvicina al figlio autistico permettendogli in questo modo di scoprire che il piccolo è un savant, ovvero rientra nel gruppo di autistici che grazie al loro QI superiore alla media sono dei geni.
L’interesse nei suoi confronti però non coinvolge soltanto i suoi familiari e conoscenti, ma anche un’organizzazione criminale interessata ai suoi studi.
Balder, sentendosi in grave pericolo, si rivolge prima a Lisbeth Salanger, hacker sua amica, per scoprire chi lo stia spiando, e poi contatta Mikael Blomkvist, giornalista di cui è un grande ammiratore per la sua integrità e coerenza, per fargli rendere pubblici i suoi studi e le sue scoperte.
Purtroppo Mikael non scoprirà mai cosa Badler volesse comunicargli perché appena arriva all’appuntamento lo scienziato viene ucciso davanti agli occhi del figlio.
L’omicidio di Badler riunisce così nuovamente le strade di Mikael e di Lisbeth che torneranno a indagare insieme per scoprire il responsabile della morte dello scienziato e rilevare i suoi studi secondo le sue volontà.
Romanzo che ha fatto parlare molto di sé e che si è rilevato un ottimo seguito della trilogia originale.
Lagercrantz infatti riesce a ricalcare pienamente le orme di Larsson riproducendone perfettamente lo stile, la tipologia di descrizioni e il ritmo di narrazione.
Ritroviamo, quindi, anche in questo romanzo personaggi non particolarmente approfonditi e ambientazioni descritte lo stretto necessario. C’è da aggiungere però che Lagercrantz, per permettere anche a chi non ha letto la trilogia originale di leggere il libro, spesso ripete e riassume il passato dei personaggi in moda da permettere a chi ha letto i precedenti libri di fare mente locale, ricordarsi gli avvenimenti e ripartire così da zero.
Anche in questo nuovo capitolo troviamo degli argomenti di fondo molto forti e di rilevanza sociale come la violenza sulle donne, la disabilità, nello specifico il problema dell’autismo, e il progresso scientifico come la creazione di un’intelligenza artificiale. Tematiche molto amate da Larsson, e l’ultima molto cara a Lagercrantz.
La storia narrata è davvero intrigante e coinvolgente e sa come catturare il lettore esattamente come hanno fatto i primi tre capitoli della saga, anche se il continuare, da parte dell’autore, a ripetere il passato dei personaggi per cercare di dare la possibilità di ripartire da zero rende la narrazione a tratti lenta e pesante, narrazione che oltretutto ha una grave carenza di suspance causata dalla brutta abitudine dell’autore di svelare troppe informazioni troppo presto.
Nonostante questi due piccoli problemi negativi il romanzo è davvero spettacolare e sa soddisfare appieno tutte le aspettative che chi ha amato Larsson si aspettava di trovare.

David Lagercrantz è nato in Svezia nel 1962. Giornalista e scrittore ha fatto il suo ingresso nella letteratura internazionale con il romanzo biografico Zlaba Ibrahimovic: Io, Ibra pubblicato nel 2011, ma in realtà aveva pubblicato già altre due biografie in Svezia: Gora Kropp nel 1997 e Ett Svenskt Geni nel 2000, che non sono mai state tradotte.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Marsilio.

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:: La trappola, Melanie Raabe (Corbaccio, 2015), a cura di Micol Borzatta

7 settembre 2015
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Linda Conrads ha solo 38 anni, ma da undici vive rinchiusa nella sua casa, una villa sul lago Stanberg. Il suo mondo è la sua casa, al punto che ha rinominato ogni locale con il nome di un continente e in quel locale lei rivive i ricordi relativi ai suoi vecchi viaggi nel continente in questione. L’unico contatto con il mondo esterno è quando il suo cane, Bukowski, entrando dai suoi viaggi in giardino sporca il parquet di fango e sgocciola l’acqua piovana assorbita dal suo pelo.
Il suo periodo nero e di reclusione è iniziato quando andando a far visita alla sorella l’ha trovata morta, a terra, brutalmente assassinata. Ad aumentare ulteriormente la sua paura è l’aver visto l’assassino scappare. Una visione che ha continuato a tormentarla provocandole incubi tutte le notti, fino a quando un giorno non lo vede per caso in televisione, dandole finalmente la forza di uscire di casa e affrontare il mondo esterno. Forza derivante dalla capacità di lui di mettere talmente tanti dubbi in testa da faticare a riconoscere la raltà dalla fantasia.
Un romanzo che sa davvero tenerti legato a sé tanto da non farti staccare per tutte le circa 10 ore necessarie per finirlo.
Capacità che l’autrice ha creato tessendo una storia incredibile in uno stile tutto nuovo. Il libro infatti si apre con la soluzione del caso, già questa cosa stranissima per un giallo, e si sviluppa intorno alla cattura dell’assassino.
Altro punto a favore dell’autrice è la sua maestria nel raccontare molto profondamente le emozioni della protagonista, analizzando in profondità il senso di solitudine e di vuoto che l’attanagliano e trasmettendoli al lettore con una narrazione tutta in prima persona che riesce a farti immedesimare e provare le stesse emozioni.
Ottimo anche lo stratagemma dell’autrice per rendere partecipe e a conoscenza il lettore dei fatti del passato inserendoli tra un capitolo e un altro in capitoli tratti dal libro che sta scrivendo la protagonista, creando così un libro dentro al libro che rende il romanzo ancora più reale, come se raccontasse effettivamente dei fatti di cronaca.
Un romanzo incredibile che sa conquistare e rapire il lettore lasciandoci in attesa di una prossima opera.
Un grande successo per un’autrice esordiente.

Melanie Raabe nasce a Jena nel 1981 e cresce a Turingia, una piccola città del Nord Reno-Westfalia.
Scrittrice, giornalista, blogger, artista e attrice. Laureata in letteratura ora vive a Colonia. La trappola è stato tradotto in Italia, Francia, Paesi Bassi, Spagna e nei paesi di lingua inglese

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’ufficio stampa Corbaccio.

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:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

Source: acquisto personale

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:: La sirena, Camilla Läckberg, (Marsilio, 2014) a cura di Micol Borzatta

3 settembre 2015
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Patrick Hedström ed Erica Falk si sono sposati e lei sta aspettando due gemelli. Mentre si concentra sulla sua gravidanza, Erica, aiuta il suo amico Christian Thydell nella stesura del suo romanzo d’esordio. Durante una festa Christian riceve un mazzo di gigli accompagnati da un biglietto che lo manda in crisi al punto da creargli un attacco di panico. Erica viene così a conoscenza che lo scrittore riceve da ormai 18 mesi delle strane lettere minatorie da un mittente sconosciuto.
Nel frattempo viene trovato il cadavere di un amico di Christian lungo la costa di Fjällbacka.
Le indagini vengono assegnate a Patrick che scopre che tra le lettere minatorie e l’omicidio c’è una correlazione.
Anche Erica inizia a indagare per conto suo aiutando così Patrick, e pensando di riuscire ad aiutare Christian, ma le scoperte che farà la sconvolgeranno.
Sesta avventura per i nostri amici Patrick ed Erica, che se letto per primo capiamo subito che ci sono delle storie passate, ma non per questo incomprensibile da capire, infatti la Läckberg riesce a raccontare i giusti accenni per dare le informazioni necessarie per capire cos’è successo in passato senza però toglierci il gusto e la voglia di leggere i romanzi precedenti.
Le storie principali di ogni romanzo sono a se stanti, quindi iniziano e finiscono rendendo ogni romanzo autoconclusivo, quello che lega e unisce ogni libro, dando un senso di continuità, sono le vite private dei protagonisti, con le loro relazioni, le scoperte familiari e gli sviluppi e i cambiamenti dei nuclei familiari.
Ovviamente anche stavolta troviamo uno stile narrativo nordico, la Läckberg essendo svedese rispecchia in pieno la loro tradizionale scrittura, ma se da un lato alcune parti possono sembrare un po’ lente o ripetitive, la bravura dell’autrice riesce a tenere vivo l’interesse del lettore puntando su una descrizione approfondita dello stato d’animo e della psiche dell’assassino, oltre che degli altri personaggi, utilizzando anche stavolta il trucco dei capitoletti di flash back narrati in prima persona tra un capitolo e l’altro del romanzo, narrato tutto in terza persona.
Anche questa volta il legame tra lettore e personaggi è molto forte, dando l’impressione di conoscerli da una vita intera, invogliando ancora di più il lettore a proseguire con la lettura, non solo di questo romanzo ma anche di quelli precedenti e di quelli successivi.
Gli argomenti trattati sono molto forti perché viene trattato il rapporto genitori-figli in caso di adozioni, il rapporto tra fratelli quando il secondogenito è un figlio naturale, il problema del bullismo, dello stupro e della presenza di deficit fisici e/o mentali. Tutti argomenti che affrontati nel modo sbagliato possono trasmettere un messaggio errato, ma che la Läckberg invece ha affrontato con la giusta prospettiva in modo da far riflettere il lettore e in alcuni passaggi fargli provare il dolore profondo provato dai personaggi in questione.
Un libro e una scrittrice veramente consigliati di cuore.

Camilla Läckberg Il nome completo dell’autrice è Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata a Fjällbacka nel 1974.
Scrittrice svedese di romani gialli, ambienta le sue storie nel suo paese natale e ha sempre come protagonisti Patrick Hedström ed Erica Falk. Il suo primo romanzo La principessa di ghiaccio ha vinto in Francia il Grand Prix de Littérature Policière e darà spunto a una rivisitazione cinematografica.

Source: acquisto personale

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:: Parigi è sempre una buona idea, Nicolas Barreau (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

2 settembre 2015
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Non è passato neanche un mese dalla mia partenza per Parigi e, neanche a farlo apposta, in questi giorni ho avuto modo di leggere in anteprima un romanzo, prossima uscita per Feltrinelli il 3 settembre, ambientato proprio nella Ville Lumière.

Già il titolo è eloquente e vero: Parigi è sempre una buona idea. Definitela come volete “città dell’amore”, “città d’artisti”, “città delle luci”, ma a Parigi una volta nella vita bisogna andarci. Che siate innamorati o no, inguaribili romantici o non lo siate per niente, cultori dell’arte o neanche troppo.

Insomma, permettetemelo, ma potremmo ampiamente sostituire il famosissimo detto attribuito a Enrico IV, “Parigi val bene una messa” col titolo del nuovo romanzo di Barreau, già grande successo editoriale in Germania.

La storia è ambientata in uno dei quartieri più caratteristici di Parigi: St. Germain.

Ci sono stata e mi sento di dirvi che già questa scelta vale la lettura di tutto il romanzo. Il quartiere, comincia sulla Senna e lungo il suo corso finisce, fa parte del progetto di riqualificazione viaria voluto personalmente dal Barone Haussmann.
Boulevard Saint Germain è la strada principale del Quartiere latino che attraversa il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, da cui prende il nome. Non solo: attraversa anche il faubourg Saint-Germain con i suoi palazzi eleganti, descritto da Proust nella sua Recherche. All’angolo di rue Bonaparte il boulevard incontra l’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés, così chiamata per distinguerla da Saint-Germain-l’Auxerrois.

Piccola chicca: proprio di fronte all’abbazia c’è il caffè Les Deux Magots, uno dei tre angoli del cosiddetto “Triangolo d’oro”, formato, oltre che da Les Deux Magots, dalla brasserie Lipp, celebre per essere frequentata da personalità politiche, e il Café de Flore, uno dei più famosi caffè letterari, dove s’incontrano i vincitori del Goncourt, poeti di tutte le generazioni, e per il quale sono passati ideologi della rivoluzione russa e di quella cinese, nonché molte tra le maggiori personalità letterarie francesi.

Sarò sicuramente passata anche in rue du Dragon, anche se non ho testimonianze fotografiche da mostrarvi: qui ci si può imbattere in un piccolo negozio con una vecchia insegna di legno, un campanello d’argento démodé sulla porta e, dentro, mensole straripanti di carta da lettere e bellissime cartoline illustrate: la papeterie di Rosalie Laurent.

La giovane Rosalie ha aperto questa cartoleria contro il volere di sua madre che, non ritenendola di bell’aspetto, aveva paura che non avesse trovato mai marito e, quindi, avrebbe voluto che continuasse quanto meno gli studi.
Invece no.

Rosalie voleva dipingere. A tutti i costi.

In poco tempo diviene famosa per i biglietti d’auguri personalizzati che realizza a mano. Accanita sostenitrice dei rituali, ne ha diversi a scandire la sua giornata: il café crème la mattina, una fetta di tarte au citron nelle giornate storte, un buon bicchiere di vino rosso dopo la chiusura della papeterie.

Non è finita qui: ogni anno, nel giorno del suo compleanno, Rosalie sale i settecentoquattro gradini della Tour Eiffel fino al secondo piano e da lì su, lancia in aria un biglietto su cui ha precedentemente scritto un desiderio. I suoi desideri non erano mai stati esauditi, fino al giorno in cui si presentò nella sua cartoleria Max Marchais, anziano ed affermato scrittore per bambino, che le chiede di illustrare il suo nuovo libro. Rosalie accetta e La tigre azzurra ottiene premi e riconoscimenti fino ad aggiudicarsi il posto d’onore in vetrina.

Per Rosalie, le sorprese continuano. Infatti, poco tempo dopo, un affascinante professore americano, entra in negozio. Rosalie ne è subito attratta, eppure dovrà lottare un po’, in quanto lo sconosciuto è convinto che la storia sia sua e non di Max Marchais.

Una storia sopra le righe in una Parigi immersa tra scrittura, disegni e sentimenti. Sicuramente da leggere.

Nicolas Barreau è nato a Parigi nel 1980 da madre tedesca e padre francese, motivo per cui è perfettamente bilingue. Ha studiato Lingue e letterature romanze alla Sorbonne, poi ha lavorato in una piccola libreria sulla Rive Gauche. Ha scritto sei romanzi, tutti pubblicati da un piccolo editore tedesco che non ha potuto permettersi di lanciarli con una massiccia campagna promozionale, ma che hanno ottenuto un ottimo successo, cresciuto sempre più soprattutto grazie al passaparola dei lettori. Gli ingredienti segreti dell’amore (Feltrinelli, 2011) è un vero e proprio caso editoriale: è stato un bestseller internazionale tradotto in 34 paesi, è rimasto per oltre quattro mesi in vetta alle classifiche italiane ed è diventato un film per ZDF. Con te fino alla fine del mondo (Feltrinelli, 2012), Una sera a Parigi (Feltrinelli, 2013), La ricetta del vero amore (Feltrinelli, 2014), prequel di Gli ingredienti segreti dell’amore, e Parigi è sempre una buona idea (Feltrinelli, 2015) hanno confermato il talento di Nicolas, rendendolo uno dei giovani scrittori più amati dalle lettrici di tutto il mondo. In Germania, Parigi è sempre una buona idea, ha venduto 35.000 copie in sole tre settimane e ha raggiunto la posizione più alta di sempre per un romanzo di Barreau sulla classifica dei bestseller di “Der Spiegel”.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

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Vai a Parigi con il nuovo romanzo di Nicolas Barreau!

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