Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Diario di Vlad, aspirante vampiro, Fabrizio Casa, (Rizzoli 2015), a cura di Viviana Filippini

12 novembre 2015
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Vlad è il ragazzino di Diario di Vlad, aspirante vampiro, di Fabrizio Casa edito da Rizzoli. Però, e c’è un però, Vald non è come gli altri ragazzini. Lui è orfano, vive con genitori adottivi, è un asso nella matemagika e ha capito di non essere come gli altri. Vlad sa di essere un vampiro. Questo non gli impedirà di vivere mirabolanti avventure con i suoi compagni di classe e di affrontare con coraggio i soliti bulletti pronti a fare i guastafeste. Vlad è simpatico, a volte scapestrato, ma in lui ci sono tante qualità come la passione per l’enigmistica, per i giochi di parole. Il nostro amichetto dai canini a punta è spensierato come tutti i ragazzi della sua età: ascolta musica, legge fumetti e nelle parole dove compare il “ch” mette la “K”. Allo stesso tempo Vlad dimostra di essere anche maturo e responsabile, quando prende posizione contro i prepotenti di turno o cerca il suo amico Tariq misteriosamente scomparso. A rendere il libro coinvolgente ci sono le illustrazioni di Tuono Pettinato che, con il rosso e il nero, riesce a far entrare ogni lettore nella vita del simpatico e geniale Vlad. Diario di Vlad, aspirante vampiro di Fabrizio Cosa è una storia per bambini dai 10 anni in su, ma allo stesso tempo credo possa essere visto come un romanzo di formazione, perché il piccolo protagonista sta diventando grande cercando di comprendere al meglio la sua natura e le conseguenze che da essa derivano. Vlad vive la sua diversità rendendosi conto che alcuni suoi comportamenti riesce a comprenderli solo lui e i tormenti che lo animano possono essere visti come tutti i travagli provati dagli adolescenti alla ricerca di se stessi. Dolori necessari per comprendere il proprio io, nella speranza che anche gli altri che lo circondano, lo accettino per quello che è.

Fabrizio Casa è autore di trasmissioni TV, ideatore di giochi da tavolo, cura la rubrica RAGAZZI di RAITelevideo (pag. 586), organizza per il Consiglio Nazionale delle Ricerche Scienziati e studenti un concorso di video divulgativi premiati al Festival della Scienza di Genova. Ha pubblicato il fantasy Le metamorfosi di Ghinta (Fanucci 2001), il romanzo per adolescenti Batte forte il cuore(Sinnos 2007). Ha tradotto e adattato Il richiamo della foresta, Zanna bianca, Il giro del mondo in 80 giorni, Robinson Crusoe (Biancoenero 2008). Pioggia sporca (Sinnos 2011) è stato adottato come testo di lettura da oltre 500 studenti delle scuole medie e superiori

Tuono Pettinato è lo pseudonimo di Andrea Paggiaro, fumettista e illustratore italiano. Inizia a pubblicare fumetti autoprodotti durante la frequentazione del DAMS nel corso della prima metà degli anni duemila. Dal 2005 collabora con la casa editrice Campanila, illustrando vari libri per l’infanzia. Ha realizzato le biografie a fumetti di Galileo Galilei, Giuseppe Garibaldi e del matematico inglese Alan Turing. Insieme ai fumettisti Ratigher, LRNZ, Dr. Pira e Maicol & Mirco ha creato il collettivo Super Amici, con cui ha pubblicato le riviste Hobby Comics e Pic Nic. Il gruppo cambia nome nel 2013, diventando Fratelli del cielo, e l’anno successivo LRNZ si allontana per dedicarsi ai propri lavori. Dal 2013 collabora con il sito Fumettologica, per cui cura la rubrica Tippy Tuesday. Nel 2014 è stato premiato come “Miglior Autore Unico” a Lucca Comics & Games. Ha inoltre collaborato con le riviste XL, Animals e Linus.

Source: libro del recensore, richiesto all’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il miniaturista, Jessie Burton (Bompiani, 2015) a cura di Elena Romanello

5 novembre 2015
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La giovanissima Petronella, detta Nella, ha poca scelta nell’Olanda opulenta di fine Seicento: deve sposarsi per garantire a se stessa un futuro, e la scelta cade sul maturo e ricco Johannes Brandt. La ragazza si trasferisce ad Amsterdam, e si scontra con un marito che la trascura, senza maltrattarla, ma non si avvicina a lei per nessun motivo, e con una cognata, Marin, che non le manifesta certo amicizia e che ha non pochi segreti da nascondere, segreti che potrebbero esserle fatali.
Il dono che riceve Nella da Johannes è una casa di bambola in miniatura, a cui si aggiungeranno man mano degli omaggi da parte di un misterioso artista, forse una donna, che raccontano aspetti sempre più segreti di una famiglia a cui la giovane si trova legata, in uno dei Paesi in cui si stava all’epoca comunque meglio, ma dove c’erano leggi anche terribili che discriminavano chi non era ligio ad una certa morale.
Avvicinandosi a questo libro, viene spontaneo pensare ad un altro celebre romanzo storico sull’Olanda di quel tempo, La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier: anche Il miniaturista è una storia al femminile, basata su un’opera d’arte che esiste veramente ad Amsterdam, la casa in miniatura con bambole di una gentildonna dell’epoca. Infatti fu nella capitale olandese, centro nevralgico dell’arricchimento con i commerci verso il Nuovo Mondo, che prese il via un artigianato artistico che poi è durato fino all’epoca vittoriana, con qualche appendice oggi con prodotti rifatti su modelli antichi.
Il miniaturista esplora i segreti nascosti dietro le case di Amsterdam, quelle stesse case che oggi incantano abitanti e turisti, simbolo di una ricchezza antica ma anche testimoni di segreti inconfessabili. Nelle pagine del libro si parla alla fine di discriminazioni verso i diversi, le donne, gli omosessuali, gli abitanti delle colonie africane e americane, rinchiuse in casa senza voce, non considerati, costretti a nascondersi pena la morte. Un libro su una storia di ieri che è ancora l’oggi in certi Paesi, certo non più in Olanda, Paese visto da molti oggi come all’avanguardia per i diritti civili, con l’eredità di un passato che nacque nell’epoca in cui è ambientato il romanzo, come case, arte, cultura, ricchezza.
Il miniaturista piacerà ai cultori del romanzo storico al femminile con elementi sociologici, non è una favoletta improbabile sullo sfondo di un’epoca passata, ma una storia basata su fatti veri, un dramma che si consuma tra palazzi e canali, una testimonianza di un mondo comunque capace di affascinare, visto in aspetti quotidiani, meno noti, di vita in casa e sul lavoro. Nella, eroina dolente e figlia del suo tempo, e gli altri protagonisti delle pagine del romanzo, sanno conquistare con le loro vicende, dietro alla costruzione di questa casa in miniatura, un universo parallelo a quello reale, inquietante e affascinante. Per chi cerca storie interessanti, e per chi ama Amsterdam oggi, con i suoi misteri, i suoi tesori e la sua libertà.

Jessie Burton ha studiato all’Università di Oxford e alla Central School of Speech and Drama, dove ha interpretato ruoli in classici del teatro come Othello e Macbeth. Il miniaturista è il suo romanzo d’esordio, che l’ha portata a documentarsi su Amsterdam nel cosiddetto Secolo d’Oro, il Seicento.

Source: libro del recensore.

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:: Dimmi che credi al destino, Luca Bianchini, (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

4 novembre 2015
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Ornella è fuggita da un passato doloroso e burrascoso e da un amore distruttivo, legato alla dipendenza da droga, andando a fare la libraia a Londra, dove ha trovato nuove amicizie e un nuovo inizio. Ma la crisi economica sta minacciando la sua Italian Bookshop, luogo molto amato da londinesi veraci e non, e Ornella chiamerà in suo aiuto Patti, amica di sempre di Milano, con nuove idee per salvarla. Ma dall’Italia arriverà anche un ultimo richiamo di aiuto da parte di qualcuno che Ornella non ha mai dimenticato, con cui deve chiudere i conti prima di iniziare veramente una nuova vita.
Un libro interessante e insolito, questo di Luca Bianchini, con dentro tanti elementi: dalla trama potrebbe sembrare l’ennesimo chick lit, ma in realtà ha vari livelli di lettura e varie tematiche, e i sentimenti sono protagonisti ma per fortuna in maniera realistica e non melensa.
Londra è la grande protagonista del libro, una città icona di tanto immaginario e simbolo di libertà e riscatto, ma anche non facile da vivere, che qui viene riletta in chiave romantica, una visione non poi così comune, con il suo cielo capace di far innamorare.
La vicenda della libreria è ispirata da una vera libreria presente nella capitale britannica, di cui Luca Bianchini si è innamorato durante i suoi viaggi, e che ha attraversato un brutto periodo, anche se Oltremanica le librerie stanno vivendo una nuova giovinezza.
Ornella è un personaggio insolito, un’eroina non certo giovane, con alle spalle il dramma della tossicodipendenza (problema sociale per decenni di cui oggi non si parla più), capace di reinventarsi ma anche di salutare per un’ultima volta chi ha amato malgrado tutto e che se ne sta andando.
Amicizia, amori, nuovi inizi, nuove possibilità, speranza: Dimmi che credi al destino racconta tutto questo, partendo dai bilanci che si fanno dopo gli anta, comunque sia andata la vita, qualunque esperienza si sia avuta, qualsiasi dramma si sia vissuto, qualsiasi gioia si abbia incontrato. Una storia che dà speranza, che aiuta a credere nelle nuove possibilità, anche quando si è stati talmente al buio da non vedere più niente, e che fa capire come passato, presente e futuro siano legati e che non possano esistere l’uno senza l’altro. Scorrevole, piacevole, umoristico, ma capace anche di colpirti e di farti riflettere: perché c’è un po’ di Ornella in chiunque ami i libri e in chiunque insegua i suoi soldi, tra entusiasmo, amarezza, felicità e dolore.

Luca Bianchini, classe 1970, torinese, è scrittore e conduttore radiofonico. Nel suo passato ci sono trent’anni di residenza a Nichelino, cittadina operaia per antonomasia, un periodo a Londra, luogo che ama molto, una collaborazione con Bolaffi e la cura di campagne pubblicitarie per FIAT, Tim, Ferrero e Suzuki.

Source: libro del recensore.

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:: La somma delle nostre follie, Shih-Li Kow (Metropoli d’Asia, 2014) a cura di Viviana Filippini

3 novembre 2015
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Lubak Sayong è un mondo a tratti surreale, posizionato nella penisola di Perak, in Malesia. In esso si mescolano vite e personaggi diversi, come sono differenti le storie protagoniste narrate nel romanzo La somma delle nostre follie della scrittrice Shih-Li Kow, edito in Italia da Metropoli d’Asia. L’universo umano raccontato dalla Kow è un misto di realtà e stramberie, perché i diversi personaggi si trovano catapultati in situazioni e ambienti che hanno sì tratti reali ma, spesso, le condizioni nelle quali i vari protagonisti si trovano sembrano essere fuori dalla norma. Tra le diverse voci compaiono quella di Auyong, un ex direttore di supermercato che accetta il trasferimento a Kuala Lumpur per fare il dirigente di un’azienda che produce litchi in scatola. Accanto a lui ci sono altri comprimari bizzarri come Mami Beevi, una donna anziana che ha perso tutto (compreso il suo enorme pesce preferito) a causa di una tremenda alluvione, e questo non le ha impedito di trasferirsi in una nuova casa – enorme- che trasformerà in una sorta di albergo per turisti. Nelle loro vite, in modo inaspettato, arriverà Mary Anne, un’adolescente miracolosamente scampata ad un tremendo incidente, nel quale hanno perso la vita la sorellastra di Beevi e il marito. La ragazzina era appena stata adottata dalla coppia che l’aveva prelevata dalla Casa per Fanciulle St. Mary, un orfanotrofio dove tutte le ragazzine ospitate hanno nel nome Mary. A dirigerlo suor Tan, una religiosa molto truccata e con abiti appariscenti. Per quanto riguarda l’originalità non sono da meno i tipi umani dell’espansivo transessuale Miss Boonsidik che lavora per Mami Beevi;oppure c’è Ismet, un interessante mastro vasaio; e che dire degli assurdi turisti stranieri giunti in Malesia alla ricerca di forti emozioni. Poi ci sono misteriosi ed enormi pesci assassini che non si fermano davanti a niente e nessuno, fagocitando tutto quello che trovano sulla loro strada. Questo gruppo di esseri viventi si ritrova a Perak, la località sviluppatasi in un avvallamento chiuso tra un fiume e una montagna, e qui si intrecciano, tassello dopo tassello, situazioni e rapporti umani dove l’iniziale diffidenza lascerà il posto a sentimenti e a nuovi legami affettivi. Il mondo descritto dalla Kow è composto da un’umanità messa a dura prova dal destino e dagli strani imprevisti della vita, ma ogni uomo e donna presenti ha un’innata energia interiore che li aiuterà a trovare la forza per essere combattivi. In queste pagine i diversi personaggi si incontrano e le loro esistenze sono un divenire in formazione, nel senso che tutte le relazioni presenti porteranno a dei cambiamenti nelle vite di Auyong, Mami Beevi, Mary Anne e di tutti gli altri comprimari della narrazione. Ogni vita continuerà a svilupparsi in modo stravagante, ma nonostante questo senso di follia imperante, ognuno dei protagonisti riuscirà, a volte in modo rocambolesco, a trovare il proprio equilibrio esistenziale. La somma delle nostre follie è un romanzo ironico, avvincete, curioso con situazioni inaspettate che ci mostrano le diverse sfumature, come quelle di un arcobaleno, che la vita può assumere. Traduzione Monica Martignoni.

Shih-Li Kow è nata a Kuala Lumpur nel 1968. È considerata uno dei nuovi talenti della letteratura malese. La sua raccolta di racconti Ripples and Other Stories (2008) è stata candidata a prestigiosi premi: il Commonwealth Writers’ Prize (nella categoria “Opera prima”) e il Frank O’ Connor Short Story Award. Attualmente vive a Kuala Lumpur. La somma delle nostre follie è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Il porto delle anime, Lars Kepler (Longanesi, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 novembre 2015
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Jasmin Pascal-Anderson è un soldato svedese in stanza in Kosovo quando viene quasi uccisa. Al suo risveglio scopre che due dei suoi uomini, a differenza di lei, non ce l’hanno fatta, così presa dal senso di colpa e dal dolore decide di ritirarsi dall’esercito, fare la segretaria e dedicarsi a Dante, il figlio che ha avuto da Mark, un suo commilitone.
Un giorno, mentre è a scuola con il figlio, il padre di una delle compagne di scuole di Dante muore di infarto nei corridoi della scuola, Jasmin inizia subito a dire delle frasi folli nell’orecchio del morto incitandolo a dirigersi verso un terminale e non verso il porto cinese. I soccorritori la prendono per folle e viene così rinchiusa in un ospedale psichiatrico, dove la convincono che il fantomatico porto cinese è solo nella sua testa, un sogno fatto in stato di premorte, ma che non esiste davvero.
Jasmin se ne convince e così riesce a essere dimessa, ma il padre di Dante vuole usare questo fatto per portarle via il figlio e richiedere la custodia del figlio.
Un giorno mentre Jasmin, Dante e la madre di Jasmin si stanno recando dal giudice per la custodia di Dante rimangono vittime di un incidente stradale. La madre di Jasmin muore sul colpo, Jasmin invece si ritrova nuovamente in uno stato di premorte e si ritrova nuovamente nel porto cinese.
Mentre aiutata da Ting si sta dirigendo verso il terminal dove le anime ritornano in vita è spettatrice di un’azione efferata, degli uomini stanno uccidendo un vecchio per convincere la nipotina di sei anni a donare a loro il suo pass per il ritorno in vita.
Jasmin rimane terrorizzata dal fatto e quando ritorna in vita e scopre che Dante deve essere operato, ma che per farlo devono prima fermargli il cuore, va in panico e decide così di farsi aiutare dalla sorella per fermare anche il suo cuore e poter stare al fianco del figlio in quello strano regno mentre lo guiderà al terminal.
Inizia così una corsa contro il tempo per salvare la propria vita e quella di Dante.
Un romanzo avvincente, appassionante, a volte inquietante, pieno di suspance e colpi di scena.
Molto diverso dai soliti romanzi a cui ci ha abituato Kepler, molto più simile a quelli di Glenn Cooper, trasmette un senso di angoscia e di ansia al lettore che deve a sua volta correre nella lettura perché rapito dal ritmo frenetico della narrazione, come se solo finendo il libro possa tornare anche lui nel mondo reale.
Un capolavoro che non fa rimpiangere i personaggi che abbiamo conosciuto negli altri romanzi e ci avvicina a nuovi personaggi, nuovi mondi e nuove trame.

Lars Kepler è lo pseudonimo con cui si firmano i coniugi Alexander Ahndoril, nato nel 1967, e Alexandra Coelho Ahndoril, nata nel 1966. Entrambi scrittori nel 2009 decidono di provare ad affrontare un romanzo giallo a quattro mani, nasce così L’ipnotista. Per evitare di mescolare le loro carriere da singoli con questo nuovo progetto decidono di usare lo pseudonimo Lars Kepler. Da allora ottengono un grandissimo successo, L’ipnotista viene richiesto per una trasposizione cinematografica. Nel 2010 pubblicano L’esecutore, nel 2011 La testimone del fuoco, nel 2012 L’uomo della sabbia, nel 2014 Nella mente dell’ipnotista, tutti con il commissario di polizia Joona Linna e l’ipnotista Erik Maria Bark, per poi nel 2015 pubblicare Il porto delle anime che si scosta completamente da tutti gli altri, con una nuova protagonista Jasmin Pascal-Anderson.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Sionismo. Il vero nemico degli Ebrei. Vol. 1: Il falso messia, di Alan Hart, (Zambon, 2015)

1 novembre 2015
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Sia io personalmente che il mio libro «Sionismo: il vero nemico degli ebrei»  siamo considerati una spina nel fianco del regime sionista e anche dei regimi arabi corrotti e repressivi. E c’è una ragione valida: il mio libro mette il dito su una piaga tanto profonda quanto marcia. Il fatto è che non si può raccontare la verità sul sionismo senza raccontare la verità sui regimi arabi.

Come spiegherò tra breve, la verità è che, nonostante la falsa retorica del contrario, i regimi arabi non hanno mai avuto alcuna intenzione di combattere Israele per liberare la Palestina. E ciò aiuta a spiegare perché i regimi arabi sono da sempre complici dei sionisti nel volere sopprimere una verità storica molto scomoda. Stiamo parlando dei GOVERNI arabi, non dei popoli, che invece sono tutti dalla parte dei palestinesi.
[…]
Per la maggioranza degli ebrei oggi nel mondo, il titolo del mio libro — Zionism: the real enemy of the Jews (Sionismo: il vero nemico degli ebrei) — è molto scomodo, troppo scomodo, e alcuni si sentono profondamente offesi e oltraggiati da queste parole; eppure sono convinto che se fossero ancora vivi, oggi, i tanti oppositori ebrei al sionismo di quel periodo pre-olocausto, approverebbero la mia affermazione formulata nel titolo.
[…]
La verità storica è essenziale per dare ai cittadini il potere contrattuale necessario a mettere in moto la macchina democratica in favore della giustizia per i palestinesi e della pace per tutti noi.
Senza questo potere contrattuale basato sulla padronanza della verità storica, non esiste a mio avviso alcuna possibilità di ottenere la giustizia per i palestinesi – né la pace per tutti noi. E il cancro di questo conflitto alla fine ci consumerà, tutti.
art. tradotto: qui
art. originale: http://www.alanhart.net/essence-of-the-suppressed-truth/
Poichè da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo
Isaia 2, 3-4 Bibbia di Gerusalemme

Quando ero bambina, negli anni ’70 del secolo scorso, Israele era per me la terra da cui arrivavano i pompelmi. E io amavo moltissimo i pompelmi. Immaginavo che fossero coltivati in modernissimi kibbutz, sorta di comunità hippie dove tutti erano uguali e dove tutto era in comune, da ragazzi un po’ più grandi di me in salopette di jeans e camicie a fiori. E pur non essendo ebrea sognavo di trascorrervi l’estate. Sapete come sono i bambini, o almeno come erano i bambini negli anni ’70. Sono stata educata pensando che al popolo ebraico era stato dato un deserto, e ne avevano fatto un giardino. Non ricordo né a casa né a scuola di aver mai sentito anche solo espressioni antisemite. Gli ebrei erano un popolo di gente intelligente, di scrittori, di poeti, di musicisti, di architetti, di contadini. Solo crescendo scoprii che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano subito la Shoah. Qualcuno aveva pensato che fosse giusto e utile ideare un piano per cancellarli dalla faccia della terra. E l’aveva attuato. Famiglie sterminate, persone nella loro singolarità e umanità, singole persone, donne, uomini, vecchi, bambini. Morti, uccisi in fabbriche chiamate campi di concentramento. Con l’obbiettivo che non se ne salvasse uno. Se Hitler avesse vinto, avrebbe portato avanti il suo progetto in tutto il resto del mondo. La soluzione finale. Interrogandomi sul perché, perché c’è sempre un perché, la ragione più sensata, nell’insesatezza del crimine, era per ragioni economiche. Ciò che interessava degli ebrei erano le loro ricchezze, togliergliele. Israele, lo stato di Israele era quindi una sorta di risarcimento, anzi qualcosa di più colpevole, era come se il consesso degli stati civili dicesse non abbiamo fatto niente per impedire la Shoah, o almeno non ci siamo riusciti, e ora con questo senso collettivo di colpa vi diamo uno stato, con denominazione giuridica, diritti legali sanciti da una costituzione, un esercito che vi consenta di difendervi e di combattere chi vi nega il diritto all’esistenza. Anche la religione cattolica ha uno stato, lo stato Vaticano, con sue leggi, suoi ordinamenti, sue ambasciate, sue banche, un suo patrimonio. Per chi conosce anche vagamente i rudimenti di diritto internazionale, sa che avere una identità giuridica è diverso che non averla, non dico che sia meglio o peggio, semplicemente è diverso, e lo sanno bene i palestinesi. (Pochi sanno che uno stato palestinese esiste, o per lo meno hanno solo una vaga idea di dove risieda). Il sionismo, un movimento politico laico piuttosto recente, se consideriamo l’antichissima storia ebraica, nasce con l’obbiettivo di dare al popolo ebraico uno stato. Ora è bene considerare che non tutti gli ebrei sono religiosi, e non tutti gli ebrei sono sionisti, e soprattutto il nazionalismo di guerre ne ha causate non poche tanto che alcuni rabbini ultraortodossi (e non) considerano lo stato di Israele contrario alle leggi di Dio. Ma ognuno ha diritto di formulare una sua idea in proposito, e rifuggo dal concetto che si debba avere paura a esprimerla, in qualsiasi sua forma. La paura è una cattiva consigliera e a mio avviso (ma questa è una considerazione puramente personale) il più grande nemico nel processo di pace attualmente in atto in Medio Oriente. E io fermamente credo che la pace in Medio Oriente è possibile. Che non finirà tutto in un gigantesco fungo nucleare. Se la pensate, anche parzialmente come me, troverete utile e fruttuosa la lettura di Il sionismo – il vero nemico degli ebrei, del giornalista indipendente britannico Alan Hart, di cui ho letto il primo vulume Il falso messia, tradotto e prefato da Diego Siragusa. Ce ne saranno altri due, di volumi, e forse testi successivi di approfondimento. (C’è tanta confusione in merito, che ben vengano le occasioni per fare chiarezza). Che siate sionisti o meno, che siate ebrei o meno, è utile conoscere il pensiero, anche quando fosse diverso dal vostro (in alcuni punti per esempio dissento dalle sue conclusioni), di gente così intellettualmente lucida e capace di formulare ipotesi, e con una storia personale così eccezionale come quella di Alan Hart. Se sfoglierete il volume avvertirete che lo scopo principale dell’autore è lo stesso di qualsiasi uomo di buona volontà, ovvero giungere a un processo di pace per la sicurezza delle nuove generazioni. Leggevo proprio ieri che Papa Francesco afferma che negare la legittimità dello stato di Israele è una forma di antisemitismo, Hart nega questo punto e condivide anche con molti intellettuali ebrei che proprio lo stato di Israele è la causa dell’esacerbarsi dell’antisemtismo mondiale con esiti e sviluppi imprevedibili che si augura non portino a una nuova Shoah. Solitamente le conclusioni si mettono alla fine, per coronare un discorso e renderlo più incisivo, almeno queste sono le regole della retorica, ma io ho preferito isolare il cuore del testo per darvi la possibiltà di percepire che se anche commette errori (nessuno è infallibile) l’onestà intellettuale a monte è serenamente evidente. Questa non è una recensione tecnica se vogliamo, ci sono altre sedi dove poter esaminare in modo più scientifico il testo, qui mi limito a farvi partecipi dei pensieri che mi sono sorti durante la lettura. Ci ho messo circa un mese a leggerlo, leggendone poche pagine ogni sera e vedendomi scorrere sotto gli occhi i nomi dei grandi della terra, molti dei quali Hart li ha conosciuti personalmente, istaurando anche legami di amicizia (il legame con Golda Meir, Madre Israele, ebrea laica e non credente, sionista, è molto commovente). Che dire ancora di più è un testo impegnativo, non da leggere a cuor leggero, anche doloroso, venato da una sorta di pessimismo fatalista. Tutto andrà male, sembra dire, ma io ho fatto di tutto perché così non fosse. Ecco su questo non siamo d’accordo. Ma io non ho vissuto in quei territori, non ho visto bambini palestinesi massacrati nelle rovine di ospedali distrutti. Il mio idealismo ha ben poco a che fare con la sua esperienza, tuttavia non ostante gli errori, le vere e proprie colpe, gli egoismi nazionali, le vendette, ritengo che ci sia ancora spazio per il dialogo ed è difficile che due uomini che si guardano negli occhi, e si scoprono più uguali di quanto sembrino, abbiano ancora voglia di uccidersi. Ma si sa la storia la fanno i potenti, e spesso si è educati a odiarsi senza manco conoscersi. Sì, forse un po’ di pessimismo me l’ha trasmesso. Ma è stato un confronto positivo. Molto positivo. Leggo in rete che esiste una sorta di aura nera intorno a questo libro (in lingua inglese sono già usciti tutti e tre i volumi), che i mezzi di comunicazione ufficiali radio, giornali, tv lo boicottano, o anche censurano. Solo la rete sembra dargli spazio. Ecco credo che questo sia un fatto grave, antidemocratico e inutile. Sarebbe meglio leggerlo, confrontarsi, anche confutare alcune tesi se non si è d’accordo. Io personalmente non mi sento una sacra depositaria della verità, commetto errori come tutti, ma ritengo che è più pericoloso sopprimere un’idea che in un dibattito pubblico dimostrare che questa è falsa. Ecco chiudo questa recensione con un augurio, e una speranza di potere intervistare Alan Hart e anche un erede politico e spirituale di Yitzhak Rabin. Sì, sarebbe davvero interessante, dopo tutto l’ignoranza è il più potente strumento di oppressione che esista. Non lo dimentichiamo.

Alan Hart, giornalista inglese, è stato corrispondente capo di Independent Television News, presentatore di BBC Panorama e inviato di guerra in Vietnam. Ha lavorato a lungo in Medio Oriente, dove, nel corso degli anni, ha conosciuto personalmente i maggiori protagonisti del conflitto arabo-israeliano. Le sue conversazioni private con personaggi quali, ad esempio, Golda Meir e Yasser Arafat gli hanno permesso di conoscere verità spesso taciute all’opinione pubblica. Autore di una biografi a di Arafat e della trilogia “Sionismo, il vero nemico degli Ebrei” è fra i promotori dell’iniziativa “La verità sull’11 settembre”. Hart è fiero di essere un pensatore indipendente e di non essere mai stato membro di alcun partito o gruppo politico. Alla domanda sul motivo del suo impegno, lui rispose: “Ho tre figli e, quando il mondo andrà in pezzi, voglio essere in grado di guardarli negli occhi e dire: Non prendetevela con me. Io ci ho provato.” http://www.alanhart.net

Info: domenica 8 novembre 2015, ore 10-11, presentazione del libro al Pisa Book Festival, Palazzo de Congressi di Pisa, Ingresso Lungarno Buozzi. Interviene Diego Siragusa, traduttore e curatore dell’opera. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Zambon.

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:: Un terremoto a Borgo Propizio, Loredana Limone (Salani, 2015) a cura di Micol Borzatta

1 novembre 2015
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Borgo Propizio è rinato a nuova vita. Il Castelluccio è stato restaurato, le case del contado sono state ridipinte, la piazza del Municipio ripavimentata a coda di pavone e il nuovo gemellaggio che mette allegria nei cuori degli abitanti. Tutta questa pace e felicità però è destinata a finire, infatti un tremendo sisma di magnitudo 5.7 con epicentro le campagne intorno al Borgo distrugge tutto quello per cui i propiziesi hanno lavorato.
La villa del comune è scoperchiata, il pavé della piazza sprofondato nella breccia che si è aperta, i lampioni piegati, le case, i negozi e gli edifici che non sono crollati sono coperti da crepe e brecce.
Oltre al loro paese, i propiziesi, piangono anche i morti causati dalla catastrofe, otto anime che purtroppo non hanno superato il disastro, ma un’altra scoperta sconvolgerà tutti buttando gli animi in uno stato ancora più di panico, infatti le vittime del sisma sono solo sette, l’ootava vittima è morta per strangolamento.
Chi ha potuto uccidere nel loro idilliaco paesino?
Una faccenda davvero complicata che coinvolgerà tutti.
Terzo romanzo ambientato a Borgo Propizio, riesce a trasmettere a ogni lettore un senso di evoluzione e ritrovamento propri dei piccoli borghi, perché grazie alla bravura di Loredana Limone di descrivere i luoghi e i personaggi realisticamente, sia chi ha letto gli altri due libri, sia chi si avventura per la prima volta tra le vie del borgo, può notare tutti i cambiamenti, le modifiche, le migliorie e le evoluzioni avvenute con il passare del tempo, dando la sensazione di tornare sempre nello stesso luogo, ma nello stesso tempo in un luogo nuovo tutto da scoprire, tenendo così sempre attivo e alto il livello di attenzione del lettore e non deludere mai le aspettative.
Un finale di saga davvero spettacolare che lascia il lettore con emozioni contrastanti tra la felicità di aver avuto la fortuna di conoscere il borgo e i suoi abitanti e la tristezza e il dolore di doverli salutare e non poter rimanere con loro a ricostruire le loro vite e il borgo stesso, rendendolo sicuramente ancora più spettacolare, perché come la fenice risorge dalle sue ceneri più bella di prima, così farà il borgo dalle sue macerie.
Come il borgo anche i personaggi hanno la loro evoluzione, infatti possiamo notare delle crisi d’identità che porteranno coppie a rompersi o l’allontanamento di altri personaggi che hanno bisogno di tempo per fare un viaggio introspettivo dentro loro stessi. Situazioni che il lettore vivrà in prima persona, trovandosi durante la lettura a voler consigliare i suoi amici. Situazioni che portano il romanzo a uscire dal genere del giallo, del noir o del poliziesco a cui potrebbe sembrare appartenere, ma lo porta nel suo reale collocamento, un romanzo sociale che parla di stralci di vita, atto a riempire il cuore del lettore di sentimenti, vita, vicissitudini di tutti i giorni, portandolo a conoscere nuovi luoghi e nuovi amici.

Loredana Limone nasce a Napoli nel 1961, ma diventa presto Milanese di adozione. A nove anni scrive la sua prima poesia per continuare successivamente con fiabe e gastronomia. Nel 2012 esordisce con Borgo Propizio che viene premiato con la menzione speciale al premio Fellini 2012. Nel 2014 esce E le stelle non stanno a guardare. Secondo volume della trilogia che si conclude nel 2015 con Un terremoto a Borgo Propizio.

Source: ebook inviato dal Borgo Propizio Fan Club.

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:: Oggi disegneremo la morte, W.L. Tochmann (Keller editore 2015), a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2015
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Hutu e Tutsi sono i protagonisti del reportage di Tochman edito da Keller, intitolato Oggi disegneremo la morte. Il libro è una raccolta di testimonianze compiuta dall’autore per ricostruire, in queste pagine, il quadro socio-politico che portò il Ruanda al caos  nel 1994. Conseguenza dei disordini lo sterminio di migliaia di Tutsi, per mano degli Hutu. In Ruanda ci sono tre etnie: i pigmei Twa poco numerosi, gli Hutu con i loro corpi scuri e robusti e i Tutsi intelligenti e raffinati nei modi di dire e fare, con una pelle né troppo chiara, né troppo scura. Ed è tra queste due etnie che si scatenò quell’odio che portò gli Hutu a sterminare i Tutsi. Per raccontarci il dramma accaduto una ventina di anni fa, l’autore si è recato in quella terra africana ferita in cerca di testimoni, sopravvissuti e orfani, nel tentativo, riuscito, di mettere assieme i pezzi di quella che fu una vera e propria guerra fratricida. In queste pagine il reporter polacco ci porta dentro ad un mondo e alle sue ferite, mai del tutto rimarginate, per narrarci quello che stravolse la terra ruandese. Fu un vero e proprio genocidio che causò la morte di un milione di persone la cui unica colpa, se tale può essere definita, era di appartenere alla tribù Tutsi. Nelle pagine si alternano le storie vere, dolorose, e a tratti anche molto crude, di coloro che quella strage la vissero sulla propria pelle. Dai carnefici, alle vittime sopravvissute, ai figli di coloro che morirono in quei drammatici mesi, Tochmann ci restituisce un coro di voci che travolge il lettore e lo porta a “sentire” e visualizzare con la mente le scene narrate da questi testimoni. Ci sono donne e bambini che sono sopravvissuti fingendosi morti; parenti diventati i carnefici dei loro congiunti; uomini che hanno perso tutto e che son rimasti solo con i ricordi sempre più labili di quella che era la propria famiglia. Oggi disegneremo la morte è un reportage acuto, che non si limita a rendicontare i fatti, qui l’autore fa parlare i protagonisti e permette al lettore di conoscere, attraverso le testimonianze degli intervistati, la struttura della società ruandese e scoprire che “In Ruanda la moglie serve per sfacchinare. E per il sesso. Ma anche per ricevere bastonate, dato che dalle nostre parti la violenza domestica dilaga. Il marito può tradire la moglie. Ha dalla sua parte il consenso sociale”. In tutte le pagine riecheggiano lame di machete che passano e tagliano i corpi senza il minimo indugio, violenze inaudite, stupri di massa, superstiti che a fatica cercando di ricostruirsi una vita guardando al domani senza mai dimenticare il proprio tragico passato. Oggi disegneremo la morte del polacco Tochman porta un tassello in più alla storia del genocidio del Ruanda e spinge i lettori di oggi a riflettere su quanto nel corso della Storia, passata e recente, i pregiudizi e il considerare l’altro diverso, abbia determinato, e determini, insensate carneficine. Traduzione di Marzena Borejczuk.

W.L. Tochman (1969) è reporter, scrittore, direttore dell’Istituito Polacco di Reportage di Varsavia. È autore di otto reportage e i suoi campi di interesse sono, tra gli altri, l’aspetto del cattolicesimo polacco, le conseguenze sociali delle guerre contemporanee e i genocidi. Dello stesso autore, Come se mangiassi pietre, edito da Keller nel 2010.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: Affari d’oro, Madeleine Wickham (Mondadori, 2015) a cura di Micol Borzatta

31 ottobre 2015
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Liz e Jonathan Chambers sono due insegnanti, sposati e genitori di un’adolescente di nome Alice.
Un giorno decidono di dare una svolte alla loro vita e comprano il vecchio College del loro paese, che dopo la morte della proprietaria stava andando in perdita e rischiava la chiusura. Per fare ciò sono costretti a vendere la loro casa e si trasferiscono nel piccolo appartamentino posto all’ultimo piano del College.
Purtroppo la vendita della casa non prosegue come immaginavano, anzi è totalmente bloccata, e questo fatto unito alla tensione e allo stress causato dagli sforzi per far ripartire il College e lo poco spazio del piccolo appartamento, provocano una rottura nella coppia e un vincendevole allontanamento.
È proprio in questa situazione disastrosa che compare Marcus Whiterstone.
Marcus è uno dei due proprietari dell’agenzia immobiliare Whiterstone & Co. che si occupa della vendita della casa dei Chambers. Un giorno, mentre sta uscendo dall’ufficio, sente una signora discutere con il suo dipendente Nigel, è così che incontra Liz. Decide subito di prendere lui in mano la pratica e risolve il problema della vendita proponendo un periodo di affitto della casa così da temporeggiare e attendere il rialzo del mercato immobiliare.
La soluzione piace molto a Liz. Iniziano così a vedersi per trovare gli inquilini e procedere con la stesura dei documenti necessari. Questi incontri saranno complici nell’avvicinamento tra Liz e Marcus, facendo scoprire emozioni che da tempo non hanno con i rispettivi coniugi.
Affari d’oro è un romanzo camaleontico. Apparentemente può sembrare la classica commedia brillante, solare, leggera e spiritosa, ma in realtà è un romanzo molto profondo, mentale, sociale, che affronta temi forti e problematiche sempre più presenti nelle nostre vite.
Protagonista assoluto del romanzo è l’amore, visto sotto tutte le sue sfumature, partendo dall’amore stanco e abitudinario che procede solo per abitudine e routine delle coppie Whiterstone e Chambers, a quello giovanile di Alice, fino ad arrivare a quello spontaneo, prorompente, selvaggio di Liz e Marcus.
Il tutto viene raccontato con descrizioni psicologiche, mentali e sentimentali profonde che trasmettono al lettore le vicende in modo molto vivido, facendogli vivere la crescita e l’evoluzione che compiono i protagonisti, rendendo il tutto così reale da far pensare il lettore.
Travolgente e appassionante vivremo in prima persona la voglia di cambiare le nostre vite per cercare la felicità e godercela appieno.

Madeleine Wickham nasce a Londra nel 1969. Laureata in Economia e in Filosofia presso il New College di Oxford, ha iniziato il suo percorso lavorativo come giornalista finanziaria. Dal 1995 al 2001 scrive sette romanzi che pubblicherà con il suo nome solo dal 2010 in poi, dopo aver avuto successo con la saga I love shopping con lo pseudonimo Sophie Kinsella.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: La società letteraria di Sella di Lepre, Pasi Ilmari Jääskeläinen, (Salani, 2014), a cura di Serena Bertogliatti

30 ottobre 2015

9788867159055_la_societa_letteraria_sella_di_lepreVi parlerò di questo libro nel modo e nell’ordine in cui io l’ho conosciuto, perché a volte le aspettative – che siano soddisfatte o deluse – finiscono con il guidare la lettura.

Ero in libreria, in una di quelle mezz’ore libere in cui si decide di perdersi tra i titoli pur sapendo di non avere alcuna intenzione di comprare l’ennesimo romanzo. La pila dei “non ancora letti”, a casa, stava diventando ingombrante. E così mi sono data una scusa: ero in libreria con un’altra persona, e sarebbe stato per lei che avrei girato tra gli scaffali. È stato così, occhiata dopo occhiata, che mi sono imbattuta ne

Il titolo: La società letteraria di Sella di Lepre
I libri che parlano di libri mi sussurrano promesse. Tanto per cominciare, che la lettrice che è in me, leggendoli, si sentirà capita. Ma, osando di più, spero in un libro che mi faccia riflettere sui libri. Perché leggiamo? Perché scriviamo? Quante e quali dinamiche e sfumature sono all’opera nel semplice e quotidiano atto di leggere e di scrivere?

L’autore: Pasi Ilmari Jääskeläinen
Di cui non so pronunciare il nome e di cui in quel momento, preso il libro in mano, ho letto le lettere sufficienti a farmi capire che era finlandese. Una sbirciata alla biografia me l’ha confermato: Pasi Ilmari Jääskeläinen insegna letteratura finlandese al liceo. Non ha mai smesso di amare i vecchi film classici e la letteratura fantastica. Ecco perché quel nome fiabesco, “Sella di Lepre”. Ma il grande catalizzatore di aspettative, una delle parti più incriminate, è venuto subito dopo: I suoi autori preferiti sono Michail Bulgakov, Peter Høeg e Stephen King. Due sue tre sono anche i miei autori preferiti (spiacente, King), e così mi sono ritrovata ad avere un serio problema: il libro mi ispirava abbastanza, ma io non ero lì per comprare romanzi. Per fortuna ero però lì per trovarne per un’altra persona, una persona con una rara e intensa passione per la Finlandia. Segno del destino? Mancava solo una cosa:

La copertina
Imprevedibile e emozionante, un romanzo fantastico travestito da fiaba (Daily Telegraph) – riportava una fascetta color giallo-cattivo-gusto apposta sulla copertina. Sulla copertina in sé, una vecchia macchina da scrivere. Un romanzo dal gusto antiquato? O al dipartimento marketing della Salani sanno che agli italiani piace associare alla lettura questo gusto da “le belle e buone cose di una volta”? Poco importava, ormai la scelta era stata presa.

Ho portato il romanzo all’amante della Finlandia, che l’ha comprato e letto, e che non ha poi saputo spiegarmi perché non ne sia rimasta soddisfatta. Non che il romanzo sia brutto, ma…
E così è venuto il mio turno di lettura.

***

È difficile parlare della traduzione di un romanzo di cui non si conosce la lingua originale. Quanto di quello che non ti sta piacendo è dovuto alla traduzione e quanto al testo originale? Ci si trova a poter dire poco di certo e ad accumulare impressioni confuse.
Non so come sia il finlandese, ma nella versione italiana mi sono trovata a leggere frasi in cui i tempi verbali sembravano essere stati usati un po’ a caso o, meglio, come se passato remoto, imperfetto e trapassato prossimo fossero a volte interscambiabili. Forse è una traccia della struttura del finlandese (le lingue sono diverse tra di loro e tra di loro incomparabili), ma l’impressione generale è che una revisione post-traduzione non sarebbe stata una cattiva idea. Parto dal presupposto che non vi sia stata, perché, nel caso in cui vi sia invece stata, starei offendendo non poco la persona pagata per svolgere questo lavoro.
Una recensione che inizia con una nota alla traduzione non è il massimo a cui auspicherei, ma questo aspetto – la prosa nel micro e nel macro – ha influito non poco su tutta la lettura. Dopo un po’ ci si abitua, ovviamente, ma mi sono chiesta diverse volte se non avrei dovuto leggerlo in inglese.
Ci sono poi scelte stilistiche che non dipendono dalla traduzione, come il decidere di dedicare interi paragrafi alla – permettetemi le virgolette – “spiegazione” di qualcosa. Il cosa varia, nel corso del libro, ma questa caratteristica permane, dando l’impressione di stare leggendo una fiaba. Non una fiaba per adulti, non un romanzo con l’atmosfera delle fiabe, non una narrazione con l’oniricità propria dell’infanzia, no: proprio una fiaba per bambini, ossia per esseri umani che abbisognano ancora di qualche aiutino a dedurre informazioni da un testo scritto. È un bene o un male? A voi e al vostro gusto la scelta.

Superato lo scoglio della forma, ho cominciato a godermi il contenuto.
La società letteraria di Sella di Lepre è ambientato in una piccola comunità finlandese che il mondo potrebbe dimenticare se non fosse per, appunto, la società letteraria menzionata nel titolo, che ha tra i propri membri le penne migliori di tutto il Paese. È proprio su questa società iniziatico-misterica che la protagonista del romanzo, Ella Milana, vuole indagare. Non come un’investigatrice da noir, no: come una ricercatrice, quale è, in ambito letterario. Purtroppo per lei e per la felicità di chi legge, Ella si trova catapultata nel suo oggetto di indagine, che le si aggroviglia addosso con tutti i suoi segreti, le sue morbosità e – mai farseli mancare – i suoi crimini.

L’impressione generale che mi è rimasta addosso a libro concluso è che Pasi Ilmari Jääskeläinen, con alcune delle idee usate in La società letteraria di Sella di Lepre, avrebbe potuto scrivere un piccolo capolavoro.
Il potenziale c’è tutto, tutto intuito.
Si intuisce la sua capacità di dare vita a personaggi tridimensionali, veri nel loro essere imperfetti, come caricature più rappresentative del soggetto in carne e ossa che ritraggono. Si intuisce la sua capacità di cogliere il lato grottesco della quotidianità, quella che permette a un autore di ravvivare anche il quadro apparentemente più banale. Uno dei personaggi del romanzo, che parafraso, lo dice esplicitamente: quando s’impara a meravigliarsi dinnanzi alle cose più semplici, non ci si stupisce più di nulla.
Ma Jääskeläinen, durante la lettura, non è riuscito a farmi meravigliare. È riuscito invece a tenermi sempre sul limitare della meraviglia, come se in continuazione mi sussurrasse: ho qui semi che, vedrai, sbocceranno e ti faranno sgranare gli occhi. Fino alla fine. In maniera estenuante. Come una lunghissima serie di preliminari che alla fine, anziché decollare, scemano perché qualcuno dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato. E così questo finale, che dovrebbe riunire tutti gli elementi disseminati nel corso della narrazione, mi ha dato più l’impressione di liquidarli.
Gli elementi che l’autore dissemina nel romanzo, come semi che dovrebbero poi sbocciare, sono tanti. La riflessione letteraria su tutti. La società letteraria di Sella di Lepre è uno scritto sugli scrittori. Scrittori si nasce e si diventa, nel pensiero di Laura Lumikko, fondatrice della società. È lei ad averne selezionati, ancora giovani, i membri, ed è sempre lei ad averli cresciuti in un percorso iniziatico che il romanzo descrive e narra come intenso e straziante, ma che tale non mi è risultato. Sapevo, leggendone, che sarebbe dovuto risultarmi estremo, rivelante, ma non sono riuscita ad andare oltre al condizionale.
Più difficile è commentare il lato fiabesco/fantastico del romanzo. La comunità in cui è ambientato è forse una delle cose meglio riuscite: Sella di Lepre, cittadina ai limiti del mondo in cui il confine tra realtà e fantasia sfuma nella testa dei suoi abitanti quanto nella realtà che li circonda. Sella di Lepre, che grazie a Laura Lumikko è diventata famosa come patria di creature tra il fantastico e il mitologico, e che sembra condannata a diventare quello di cui si ammanta: un piccolo regno in cui la pasta che compone giorno e notte, sogni e incubi, è la stessa. È quest’indecidibilità, l’incapacità di distinguere il plausibile dall’implausibile, a rendere magico il romanzo.

Ho chiuso La società letteraria di Sella di Lepre, vi ho rimesso la fascetta color giallo-cattivo-gusto e lo restituirò a breve, sapendo già che non lo rileggerei una seconda volta. Ma un altro romanzo di Jääskeläinen, quello sì: quello che in questo caso – partecipe forse la traduzione – non è riuscito a soddisfare le mie aspettative, nella prossima lettura potrebbe sbocciare e farmi innamorare di questo autore così come amo i suoi amati Bulgakov e Høeg.

Source: libro del recensore.

Info: momentaneamante non disponibile su Libreria Universitaria

:: Quando all’alba saremo vicini, Kristin Harmel (Garzanti, 2015)

30 ottobre 2015
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Ho iniziato a leggere questo libro diaciamo per un malinteso. Amo leggere romanzi ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, e li ricerco anche molto attivamente. Mi piacciono le storie di famiglia, anche ispirate a avvenimenti realmente accaduti, molte legate anche ai fatti drammatici che hanno portato alla Shoa, un po’ perchè la conoscenza è forza, la parola un potente balsamo che aiuta a chiarire punti critici, verità nascoste, dubbi che con gli anni si formano quando si riflette sul passato, non tanto remoto da non influenzare il presente. E per comprendere il passato non servono solo saggi, biografie, book fotografici. Anche i romanzi hanno un loro ruolo, una funzione precisa. Come il teatro.
Ho iniziato questa recensione parlando di un malinteso. Ora vi spiego. Kristin Harmel l’ho conosciuta leggendo Finché le stelle saranno in cielo, un romanzo da un lato definibile come sentimentale (non proprio il mio genere), dall’altro che trattava i temi dell’Olocausto. Per la precisione il ruolo che ebbero le comunità musulmane durante la Seconda Guerra Mondiale nel salvare dalla deportazione e dai campi di sterminio migliaia di ebrei. Proprio in questi giorni si è discusso di un intervento del premier israeliano Netanyahu su il Gran Mufti, Hitler, e la decisione di sterminare gli ebrei. Beh, è singolare che un romanzo getti una nuova luce su questa attuale discussione e sul rapporto che ha legato musulmani e ebrei, in un periodo di storia relativamente così recente.
Ecco, credevo che il nuovo libro della Harmel parlasse ancora di questo, da qui il malinteso.
Quando all’alba saremo vicini è invece interamente ambientato ai nostri giorni in una metropoli affollata come New York, e non getta luce sul passato ma sul presente. E’ ancora una storia di sentimenti, molto al femminile, ma non priva di due temi sociali molto sensibili come le adozioni e la sordità, con tutto il mondo a lei legato, fatto di linguaggio dei segni, terapie alternative, rivendicazioni del diritto di vivere la propria disabilità, o addiruttura non considerarla come tale. La Harmel molto attenta all’analisi psicologica dei suoi personaggi, si sofferma innanzitutto nel descrivere la storia di una donna che deve affrontare una grave perdita, un lutto che potrebbe spezzare la sua vita, farle perdere fiducia in sé stessa e nell’amore, che sembra banale dirlo, è ancora la maggiore fonte di felicità, dopo la cioccolata 🙂
E in suo soccorso vengono… i sogni. Sogni reali, quasi visioni di una vita parallela, la vita che la realtà, e un incidente di taxi, le ha strappato. C’ è una punta di sovrannaturale in tutto ciò, in questi sogni conosce cose che non dovrebbe conoscere, anticipa avvenimenti, conosce persone che davvero entreranno nella sua vita, ma non è questa componente che più interessa alla Harmel. L’autrice vuole parlarci di un percorso di rinascita, intrapreso da una donna che ricostruisce pezzo per pezzo la sua vita e non si accontenta della strada più facile, che quasi mai è quella giusta. Lo stile è piano, scorrevole, privo forse di eccessiva originalità, ma adatto a narrare una storia semplice, in cui è prevedibile il lieto fine, anche se non proprio quello che vorremo.
Chi ci lascia forse non è il solo ad andarsene, anche noi dobbiamo essere pronte al distacco, e questa lezione sembra essere il tema conduttore del romanzo. Per inguaribili romantiche. Traduzione Claudia Marseguerra.

Kristin Harmel è nata a Boston. Appassionata di scrittura sin da quando era una bambina, a soli sedici anni ha iniziato a collaborare con alcune testate americane come reporter, mentre studiava. Dopo l’università e una laurea in letteratura, ha iniziato a scrivere per People, dove lavora tutt’ora. Collabora anche con Glamour e altri magazine americani. È opinionista di diverse trasmissioni televisive, come Good morning America. Ha pubblicato diversi romanzi, bestseller negli Stati Uniti ma inediti in Italia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Il profumo della pioggia nei Balcani, Gordana Kuic (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2015
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All’inizio del Novecento, in una Sarajevo cosmopolita e centro nevralgico dell’Impero asburgico, vivono le sorelle Salom, figlie di una ricca famiglia ebraica di origini ladine, cresciute da una madre energica e attaccata alla tradizione che dovrà fare i conti con un mondo che cambia.
Una storia al femminile che ha come sfondo i primi decenni del Novecento, dallo scoppio della Prima guerra mondiale, che proprio nella città balcanica ebbe il suo primo atto, fino alla Seconda guerra mondiale e alla liberazione dai nazisti con l’avvento poi di Tito, eventi che hanno influenzato anche tempi più recenti.
Al centro di tutto ci sono cinque donne forti, che affrontano sulla loro pelle i cambiamenti storici e sociali, scegliendo qualcosa di diverso rispetto alle aspettative di una famiglia in cui si alternava il serbo al ladino, citato nel testo con tanto di note a pié di pagine. Cinque ritratti insoliti in un Paese legato al nostro da eventi e circostanze, ma in un’epoca di cui non si sa molto e in una città risalita alla ribalta vent’anni fa per il suo tragico assedio ma che è stata per secoli uno dei luoghi più interessanti e multiculturali d’Europa.
Basata sulle vicende della famiglia materna dell’autrice, su sua madre e sulle sue zie, il libro si concentra in particolare su due personaggi, Blanki, la mamma di Gordana Kuic, e Riki, la sorella minore, che sono le due più avventurose e pronte a sovvertire convenzioni e regole.
Blanki si innamora di Marko, un serbo cattolico proveniente da una famiglia colta e ricca e si lega a lui nonostante questi si rifiuti di sposarla e di presentarla, vivendo in una relazione che per l’epoca era a dir poco scandalosa e che comunque getta una luce sul coacervo di religioni e culture che c’era a Sarajevo. Riki fa un’altra scelta fuori dagli schemi borghesi, decide di recitare e di ballare, diventando una ballerina classica famosa e vivendo una storia d’amore con uno di quegli uomini sposati che mai lasceranno la moglie.
Chiaramente, Il profumo della pioggia nei Balcani non è una soap al femminile come purtroppo ci ha abituato certa letteratura ma non solo, ma una ricostruzione d’epoca con al centro di tutto la descrizione della vita, delle regole, dei riti, dei timori della comunità ebrea sefardita, divisa tra passato e presente, tradizione e mondo che cambia. Con sullo sfondo una città che è l’altra grande protagonista, accanto alle sorelle Salom.
Il titolo è fedele all’originale e rappresenta una sorta di nostalgia per un mondo che non c’è più, perduto per sempre ma che rivive nelle pagine e nei ricordi di un libro che è un’appassionante saga familiare, una testimonianza d’epoca, un quadro perso nel tempo e nella Storia.
Traduzione di Djunia Badnjevic e Manuela Orazi.

Gordana Kuic è nata a Belgrado nel 1942 e si è dedicata alla scrittura, di romanzi e racconti ispirati alla vita della sua famiglia dagli anni Ottanta. Le sue opere le sono valse vari premi nella ex Jugoslavia. Il profumo della pioggia nei Balcani è uscito per la prima volta nel 1986 come autoproduzione ed ha ispirato un balletto, una commedia teatrale e una serie tv.

Source: libro del recensore.

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