Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La ragazza che cuciva lettere d’amore, Liz Trenow, (tre60 editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

29 agosto 2015
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L’amore impossibile è il cuore di La ragazza che cuciva lettere d’amore di Liz Trenow, romanzo edito da Tre60. Siamo a Londra nel 2008 e Caroline, disoccupata, senza un fidanzato, passa il tempo mettendo ordine nel caos completo della sua soffitta. Qui trova una vecchia trapunta degli anni Venti, che sua nonna teneva sempre in bella mostra. La giovane non ha la più pallida idea di chi abbia cucito quella coperta e non capisce il significato degli strani disegni presenti in essa, per questa ragione decide di iniziare una ricerca per saperne di più. Caroline riesce a trovare indizi che le permettono di scoprire che la coperta risale agli anni 20 ed è preziosa per le stoffe usate e per essere stata realizzata dalla sartoria reale di Buckingham Palace. Caroline non riesce a credere a tale scoperta, e si chiede come mai sua nonna fosse in possesso di quella trapunta. Per lei e per il lettori comincerà un viaggio tra presente e passato (la Londra del 1910) dal quale emergeranno piano piano la storia di Maria, sarta a Buckingham Palace e del suo grande amore David, futuro principe di Galles. Questo è il primo romanzo della Trenow, giornalista inglese, nel quale il presente e il passato si alternano permettendo a chi legge l’identificazione di due mondi. Nel 2008 c’è Caroline, che a causa del suo perenne senso di sconfitta, e anche un po’ di mancanza di spirito d’iniziativa, più che una donna di quasi quaranta anni sembra essere un’impacciata adolescente. Il passato emerge grazie ai racconti fatti dall’anziana Maria, chiusa in una casa di riposo, ad un giovane psicologa. Devo dire che questa è la parte che più mi ha affascinato della storia, perché dalla memoria di Maria vengono a galla usi e costumi della Londra tra fine Ottocento e inizio Novecento. A tal riguardo sono molto interessanti le parti nelle quali la donna narra la sua infanzia in orfanotrofio, un posto dove più che vivere si doveva cercare di sopravvivere. L’apatia di Caroline è quella che permette alla figura di Maria di conquistare il lettore, perché attraverso il suo racconto verbale scopriamo quanto sia stata dura con lei la vita. Per esempio veniamo a sapere che giovanissima la mandarono a lavorare nella sartoria reale a Buckingham Palce. Qui, oltre al rispetto di regole ferree, la ragazza incontrerà David, il futuro principe di Galles. Tra i due nascerà, prima, una profonda amicizia, poi un grande amore. Il tutto sembra una favola dove arriva l’ happy end, invece la differenza delle origini sociali (povera lei, nobile lui) graverà come un macigno su entrambi. Maria maturerà in fretta facendo i conti con la maternità, con la povertà e potrà contare solo su se tessa per il domani. La coperta che compare nel libro diventa una mappa per fare memoria di un intenso amore giovanile che diede sì tanta felicità, ma che causò anche profondo dolore. Il romanzo della Trenow è un libro per chi ama le storie d’amore, ma devo dire che se dovessi scegliere tra passato di Maria e presente di Caroline, opterei proprio per la Londra dei tempi andati, perché i personaggi in essa presenti, soprattutto la sarta di corte, hanno uno spessore psicologico che li rende umani e questo è assente nel presente, dove il lettore assiste alla vita vuota di stimoli di Caroline. Il romanzo è ricco di emozioni, ma è come se la Trenow avesse scritto due libri paralleli e li avesse poi messi assieme. L’impressione che ho avuto è che nella trama di La ragazza che scriveva lettere d’amore manchi un qualcosa di stuzzicante che permetta a Caroline di riuscire a conquistare il lettore, come fa Maria. Traduzione: Manuela Carozzi.

Liz Trenow, ha lavorato come giornalista per i più importanti quotidiani inglesi e ah curato diversi programmi per la BBC. Nei suoi libri si intrecciano vicende contemporanee e suggestioni tratte dalla storia. Per il suo primo romanzo, La ragazza che cuciva lettere d’amore, l’autrice ha preso spunto dalla sua famiglia, che da oltre trecento anni di dedica alla lavorazione della sete. Trai clienti anche la Famiglia Reale inglese. Per saperne di più liztrenow.com.

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:: La verità sul caso Harry Quebert, Joël Dicker (Bompiani 2013) a cura di Micol Borzatta

28 agosto 2015
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Aurora 1975. Harry Quebert, scrittore trentaquattrenne si trasferisce da New York ad Aurora per cercare di concentrarsi e scrivere il suo grande romanzo. Arrivato nel piccolo paesino trova una realtà completamente diversa da quella a cui è abituato e appena si presenta come uno scrittore trova la fama che ha sempre sognato, ad Aurora infatti tutti lo considerano un personaggio molto importante da trattare con i guanti. Appena arriva incontra Nola Kellergan, una ragazza di 15 anni molto bella e amata da tutti, mentre sta passeggiando e improvvisando alcuni passi di danza sulla spiaggia.
Tra i due nasce subito un forte sentimento, ma la grande diversità di età e il fatto che lei fosse minorenne ovviamente sono di ostacolo. I due amanti però, dopo vari tentativi, non riescono a stare lontani uno dall’altro e iniziano a frequentarsi. Fino a quando il 30 agosto 1975 Nola scompare nel nulla, l’unica persona che ha notizie è la signora Cooper che viene trovata morta a causa di un colpo di pistola subito dopo aver chiamato la polizia per dire che ha visto Nola piena di sangue nella sua cucina, dopo averla vista poco prima inseguita da un uomo nella foresta.
Giugno 2008. Marcus Goldman sta passando un periodo di depressione e di crisi lavorativa. Marcus è uno scrittore e un paio d’anni prima ha pubblicato il suo primo romanzo che ha ottenuto un successo straordinario, però finita l’onda del successo, superato anche il momento adatto per uscire con un secondo libro in modo da poterla continuare a cavalcare quell’onda, si ritrova con il blocco dello scrittore e non riesce a scrivere più nulla. Decide così di telefonare a Harry Quebert, grande scrittore, suo ex docente di letteratura, amico, compagno di boxe e colui a cui deve tutto il suo successo perché è stato l’unico a credere in lui e a insegnargli a scrivere.
Harry è felice di sentire finalmente il suo pupillo, talmente felice che si dimentica anche del dolore provato quando è sparito totalmente troppo preso dal suo successo, e lo invita a raggiungerlo ad Aurora per aiutarlo a superare questo momento nero. Marcus accetta immediatamente l’offerta e lo raggiunge il giorno stesso.
Il suo soggiorno si protrae per qualche mese, ma purtroppo non ottiene i risultati sperati, il blocco dello scrittore infatti rimangono e l’unica cosa che riesce a ottenere è una litigata con Harry dopo aver frugato negli effetti del padrone di casa e aver scoperto una scatola contenete una foto di una ragazzina, un biglietto per un appuntamento segreto e delle lettere d’amore. Marcus non sapeva niente delle situazioni sentimentali di Harry e ne rimane sorpreso, così cerca di approfondire la cosa e scopre che la ragazza nella foto si chiama Nola Kellergan e aveva solo 15 anni.
Marcus torna a New York e si concentra per trovare spunto per scrivere il suo nuovo romanzo quando riceve una telefonata da Harry che gi comunica che hanno trovato il cadavere di Nola e lo hanno accusato del suo omicidio.
Marcus torna di volata ad Aurora e si impegna completamente a indagare per riabilitare Harry perché convinto della sua innocenza.
Inizia così a fare molte domande in giro e quello che scopre è davvero sconcertante e sconvolgente.
Un romanzo a cui mi sono avvicinata tardi rispetto alla sua uscita, ma che ho sempre visto con curiosità. Un caso letterario che è stato amato e criticato ai suoi tempi e che devo dire ho amato dalla prima all’ultima pagina.
Dicker riesce con uno stile molto semplice a creare una storia che si sviluppa intorno a tre personaggi e si svolge in epoche diverse ma legate a doppio filo tra di loro. Storia che affronta le tematiche più profonde e complicate della vita umana tra cui l’amore, la solitudine, i pregiudizi.
I personaggi sono descritti veramente nel profondo e il lettore si trova ad affezionarsi subito a Harry vivendo insieme a lui la gioia e l’amore all’inizio del libro e il dolore della perdita e della verità alla fine.
Una delle bravure dell’autore riscontrati è la capacità di stravolgere completamente il pensiero del lettore. Mi spiego meglio, fin dall’inizio il lettore viene portato a credere a determinati fatti, crede di aver imparato a conoscere i personaggi in una determinata maniera in base ai loro pensieri, alle loro azioni, al loro modo di interagire con l’ambiente e le altre persone, ma andando avanti con la lettura si scoprono segreti e avvenimenti che trasformano tutto, specificando alcuni caratteri e trasformando del tutto altri. Questi cambiamenti vengono affrontati durante le indagini che fa Marcus. Parte che all’inizio trasmette la sensazione di essere a un punto morto e di non fare progressi ma senza risultare pesante e lenta, ma incitando il lettore ad andare avanti a cercare insieme al protagonista perché non è possibile che non si riesca a sbrogliare la matassa. Ed è proprio con questa perseveranza sia di Marcus che del lettore che Dicker gioca rivelando nella seconda parte del romanzo in poi avvenimenti e segreti che sconvolgono tutto quello che si era creato nella mente del lettore fino a quel momento, per poi stravolgere nuovamente tutto quanto nella terza parte del romanzo per poi esplodere nell’epilogo finale.
Un romanzo certamente non corto, ma talmente coinvolgente che si legge tutto d’un fiato lasciando in suspance il lettore ogni volta che deve per forza di cose bloccare la lettura.
Consigliato di cuore a tutti è il classico romanzo che non si può non amare.

Joël Dicker nasce nel 1985 a Ginevra. Nel 2010 si laurea in legge all’Università di Ginevra.
Sempre nel 2010 vince il premio del concorso Prix des Genevois Ecrivains con il romanzo Les Dernies Jours de Nos Peres, finito di scrivere nel 2009 ma fino a quando non ha vinto il premio non era riuscito a interessare nessun editore. Nel  2010, il titolare della casa editrice svizzera L’Age d’Homme, Vladimir Dimitrijevic, lo contatta per pubblicare l’opera. Decidono di pubblicarlo per settembre 2010, ma a causa della morte di Dimitrijevic, non sarà pubblicato prima del 2012.
Il 2012 è anche l’anno di pubblicazione del romanzo La verità sul caso Harry Quebert, che a differenza dell’altro romanzo ottiene subito un grande successo, viene tradotto in 33 lingue e vince il premio Grand Prix du roman de l’Académie français.

Source: acquisto personale

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:: Niente di vero tranne gli occhi, Giorgio Faletti, (Baldini & Castoldi, 2004) a cura di Micol Borzatta

22 agosto 2015
Giorgio Faletti - Niente di vero tranne gli occhi

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Roma e New York, Maureen Martini e Jordan Marsalis, due città lontane e diverse, due persone ancora più lontane ma non così tanto diverse. Denominatore comune un assassinio seriale che dopo aver ucciso posiziona i cadaveri nelle consuete pose dei Peanuts.
Jordan Marsalis è un ex tenente di New York e anche il fratellastro da parte di padre del sindaco. Un giorno viene chiamato proprio dal fratello, che non sentiva da molto tempo, che gli comunica la morte del figlio, ovvero il nipote di Jordan, e gli chiede di prendere in mano le indagini anche se al momento non fa più parte della polizia.
Jordan all’inizio rifiuta, ma viste le insistenze del fratello decide di accettare per mettere dietro alle sbarre l’assassino.
Nel frattempo si verificano altri omicidi e non solo a New York, ma anche a Roma. E proprio a Roma Maureen Martini, poliziotta e mezza americana, viene coinvolta a causa della morte del suo fidanzato che viene collegata agli omicidi di New York.
Inizia così una collaborazione tra le due città e i due poliziotti per trovare il serial killer.
Un romanzo davvero eccezionale che come il primo, Io uccido, sa coinvolgere appieno il lettore con una trama intrigante, indagini approfondite e descrizioni minuziose sia relative ai luoghi che ai personaggi.
Rispetto al primo romanzo si denota una crescita dell’autore dimostrata dall’andamento più brioso e dallo stile più leggero che rendono il romanzo ancora più avvincente.
Le descrizioni sono esattamente come ci aveva abituato nel primo romanzo, trasportando il lettore nei vari scenari e legandolo ai vari personaggi creando un legame morale e simbiotico trasformandoli in amici di vecchia data.
Un romanzo che si è rivelato davvero una notevole scoperta e che dimostra appieno la grande abilità di Faletti anche nel campo della letteratura.

Giorgio Faletti nasce ad Asti nel 1950 e muore a Torino nel 2014. Comico, cabarettista, attore, cantante riesce nel suo meglio anche come scrittore pubblicando ogni volta grandi successi.
Suo libro di esordio Io uccido ha riscosso un enorme successo ed è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in vari paesi stranieri tra cui Francia, Germania, Spagna, Giappone e Stati Uniti d’America.
Niente di vero tranne gli occhi è la sua seconda opera.

Source: acquisto del recensore.

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:: La canzone del sangue, Giovanni Ricciardi (Fazi, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

22 agosto 2015
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A luglio la casa editrice Fazi ha pubblicato La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi, un altro capitolo delle indagini del commissario Ottavio Ponzetti.
La trama ruota intorno al mistero sulla paternità della famosa canzone siciliana Vitti na crozza anche se il tutto alla fine sembra sfumare in una bolla di sapone, avendo il lettore inteso che deve, o meglio avrebbe dovuto, concentrare la sua attenzione su ben altra paternità.
Il ‘gioco’ che Ricciardi intrattiene con il lettore si rivela da subito un simpatico espediente. A tratti il testo sembra ‘interattivo’, con espliciti inviti a ‘partecipare’ alle indagini. E così l’autore si diverte a mescolare le carte tra realtà, finzione, teatro e televisione… rimandando continuamente a due grandi figli della terra che ‘ospita’ la storia narrata, la Sicilia. L’immagine del teatro pirandelliano con i suoi personaggi si alterna alle vicende del commissario più noto della televisione, frutto della penna di Camilleri.
Il giallo scritto da Giovanni Ricciardi non fa una grinza, per la storia e per la tecnica. Abilità ormai certificate dello scrittore-professore che non manca di ‘insegnarci’ qualche passo classico o di spiegarci l’origine o l’etimo di usanze e termini.
Quello che invece lascia il lettore molto turbato è il motivo recondito dell’aver voluto raccontare di Vitti na crozza.

« Chissà se quei vecchi incupiti e rugosi che se ne stavano in punta di piedi col cappello tra le mani erano scesi anche loro da bambini nelle viscere della solfara, a portare in superficie la ricchezza degli Arnone per un piatto di minestra.»

Le solfare siciliane, le miniere che risucchiavano ancora a metà del secolo scorso giovani e giovanissimi.
George Orwell diceva:

«Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».

Ricciardi focalizza l’attenzione del lettore sui minatori dimenticati e in particolare sull’epopea di un gruppo di siciliani senza lavoro che tentano di espatriare illegalmente in Francia alla ricerca di una vita migliore. Storia ripresa dal regista Pietro Germi nel film Il cammino della speranza.
Un film e una storia tristemente attuali.

«Scesi sottoterra e mi parve di trovarmi in un girone infernale: dalle rocce emanava un calore fortissimo, i minatori – che stavano scioperando da una settimana – erano seminudi o nudi del tutto. Stavano cantando Vitti na crozza. Registrammo quel canto, che andava perfettamente a tempo con la biella della pompa dell’aria. Con quella registrazione iniziammo il film.»

La canzone popolare Vitti na crozza viene indicata come un «canto tragico, un vero e proprio “contrasto” tra la vita e la morte» e per certi versi anche La canzone del sangue di Ricciardi lo è, nell’abilità propria dell’autore di restituirci l’immagine di un’umanità dimenticata, sfruttata, predestinata e non ci si vuol riferire solo ai minatori.
La vera protagonista del libro, Annamaria, pur entrando fugacemente nella scena la domina dall’inizio alla fine con la sua ‘vita sospesa’, il suo amore negato, rubato, e la sua passione che diventa la sua condanna.
Un libro quello di Ricciardi che narra del dualismo sociale, delle ingiustizie, dei soprusi e anche degli innumerevoli futili problemi quotidiani da cui il commissario Ponzetti cerca tenacemente di fuggire, rifugiandosi nel suo lavoro. Atteggiamento diffuso nella società attuale e, come il grande Pirandello ci ha insegnato, tutto ciò diventa paradossale e semiserio al punto che non si sa se ridere o piangere… esemplare il passaggio nel quale il vice di Ponzetti non trova posto per la vacanza con la propria famiglia e si fa ospitare dal commissario. Come quello del resto del ‘folle’ attaccamento di Galloni al suo cane cieco… riproposizioni in chiave moderna delle ‘maschere’ rappresentate nelle novelle prima ancora che sui palcoscenici dal grande drammaturgo agrigentino.
La canzone del sangue di Giovanni Ricciardi non delude gli appassionati del genere ma anche chi in un libro cerca se non proprio la denuncia almeno il racconto dei mali e dei soprusi della società.

Giovanni Ricciardi: È professore di greco e latino in un liceo di Roma e collaboratore del «Venerdì di Repubblica». Il suo personaggio, il commissario Ottavio Ponzetti, è protagonista di sei romanzi tra cui I gatti lo sapranno, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2008; Il silenzio degli occhi, finalista al premio Fenice Europa 2012; e Il dono delle lacrime, candidato al premio Scerbanenco 2014. Una raccolta con le prime tre indagini del commissario è uscita nel 2012.
(Fonte fazieditore.it)

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Fazi.

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:: Florence, Stefania Auci (Baldini & Castoldi, 2015) a cura di Federica Guglietta

20 agosto 2015
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Non avevo mai letto nulla di Stefania Auci, il genere storico è stato sempre un po’ distante dai miei acquisti letterari per una motivazione prevalentemente scolastica, legata alla “materia storia” prima e agli esami universitari, poi. Ve e avevo già parlato in merito di un altro bel libro, un graphic novel sempre con ambientazione storico – realistica che trovate qui.

Finché non mi sono imbattuta in Florence e in una citazione, questa:

“Tutti hanno bisogno di qualcosa a cui tornare, che sia una persona o un luogo.

Allora mi sono convinta e, neanche troppi giorni fa, l’ho finito di leggere tutto d’un fiato.

Sullo sfondo c’è Firenze, nella torrida estate di guerra del 1914. In questo clima acceso interagiscono i personaggi e si sviluppa la trama, sotto forma di diario di guerra intervallato da più rosee parentesi ambientate in quei luoghi in cui le granate non arrivano. Almeno per il momento.

Ludovico è un giornalista, scrive su “La Nazione”, il quotidiano di Firenze, e proprio come il più noto poeta D’Annunzio è conosciuto per le sue idee apertamente interventiste: come tanti altri personaggi (di spicco e non) della sua epoca vede, infatti, nella guerra un’occasione di prestigio e ascesa sociale. Carismatico ed affascinante, ha un’amante, Claudia, bella donna e moglie di un ricco avvocato, a cui non si fa problemi a chiedere denaro e favori.

La sua esistenza tutta protesa verso quei benefici che solo l’esperienza in guerra potrà portagli, come se davvero un’esperienza bellica, la prima su scala mondiale, potesse essere portatrice di ricchezza e benestare subisce una svolta quando, durante una manifestazione pacifista, rivede un suo amico e compagno di università, Dante. In quell’occasione conosce anche Irene, venuta dalla Francia e, inaspettatamente, figlia di Laurenti, suo ex professore universitario. La giovane, che ha sempre vissuto a Parigi e ora, dopo la morte della madre, si ritrova a seguire il padre a Firenze, Florence, come ama chiamarla lei – nasce da questa traduzione toponomastica il titolo del romanzo, neanche a dirlo – lo impressiona per la sua verve intellettuale, per il suo piglio e la (forse troppa, per quei tempi) libertà di pensiero, oltre che per un’assoluta indole e credenza pacifista.

I due non stringeranno subito un rapporto. Ludovico viene mandato sulla Marna come inviato di guerra e qui si unisce a un battaglione scozzese. Qui avrà modo di conoscere da vicino quella guerra che, precedentemente, aveva solo idealizzato e questo lo cambierà profondamente. Al suo ritorno, non è più il giornalista deciso, sfrontato e spregiudicato di un tempo. Tutto il contrario: quello che ritorna dal fronte è un uomo smarrito, confuso e tormentato.

Niente è come prima: in primis lui stesso, poi anche il rapporto d’amore con la bella Claudia inizia a vacillare. L’unico a stargli vicino è Dante, che lo invita nella sua tenuta nel Chianti, la Torricella.

Lì c’è anche Irene. I due si incontrano di nuovo, stavolta per più tempo e il legame che nascerà tra di loro aiuta Ludovico a guardare meglio dentro di sé e a comprendere cosa ha davvero perso nell’amara esperienza e cosa, invece, ha guadagnato, in un certo senso al riparo da tutto, proprio quando anche l’immortale città di Firenze, solida dei suoi monumenti e della sua storia millenaria, inizia ad essere minacciata dagli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale.

La bravura narrativa e la destrezza stilistica della Auci riesce a far sì che il lettore si ritrovi direttamente al centro della scena, che sia sul fronte o nell’ambiente più tranquillo e riparato della Torricella. Nulla è stridente, nulla è ridondante.
Inoltre, oltre alla perizia storica dettagliata di tutta la narrazione, possiamo trovare in “Florence” importantissimi dettagli socio – culturali propri di quegli anni.

Un esempio? Il romanzo ci dà modo di soffermarci ampiamente sul ruolo della donna e sulla sua considerazione nella società, caratteristiche che assumono connotazioni diametralmente con i personaggi femminili di Claudia e Irene.

La prima, legata alle convenzioni sociali che avevano regolato rispettivamente la vita di sua madre, come quella di sua nonna e così via, a salire, ha scelto di sposarsi per convenienza e, infatti, suo marito è ricco, molto ricco, e le offre una vita più che agiata, ma il suo matrimonio si rivela una trappola poiché l’uomo che ha al suo fianco è risentito con lei, colpevole di non avergli dato un figlio, e quindi fa di tutto per renderle la vita un inferno. Mario come marito “è crudele e grottesco. Violento.”, stando alla descrizione che ci dà la stessa autrice. Per questo motivo, Claudia cerca a suo modo di trovare un po’ di felicità tra le braccia di Ludovico, diventando la sua amante.

L’altra, di ampie vedute, mal sopporta lo stacco provinciale che nota tra la Francia e l’Italia, tra una città laica, artistica e cosmopolita come Parigi raffrontata all’ambiente fiorentino in cui anche solo vedere una donna che fuma sola in un locale può destare scalpore. In più, all’inizio, non riesce a sopportare nemmeno Ludovico, proprio perché la sua strenua fiducia nell’intervento in guerra cozza col visibile pacifismo della ragazza, a cui era stata educata dai suoi fin dalla più tenera età, crescendo con questi ideali nobili e non alla portata di tutti. Nonostante questo aspetto di iniziale diffidenza nel loro rapporto, al ritorno dal fronte Irene lo trova come cambiato e sente di doversi aprire nei confronti di un uomo così diverso da lei eppure così vicino.

Non solo narrazioni belliche, non solo risvolti sentimentali e emotivi. Il nuovo romanzo di Stefania Auci ha il merito di saper spaziare tra i due vasti nuclei tematici, aprendo a svincoli narrativi nuovi ed inaspettati.
Un racconto realistico narrato fin dall’inizio con dovizia di particolari e descritto a tutto tondo sia per quanto riguarda la caratterizzazione storica e dei personaggi, che si muovono come se stesso recitando in un film, sia per ambientazione ed impronta emotiva. Una storia nella Storia che, per importanza di pagine e struttura, non ha nulla da invidiare al Fogazzaro di “Piccolo mondo antico”, tanto per avere un raffronto.

Un plauso a quest’autrice che è riuscita, per la prima volta in anni e anni, a non farmi scappare davanti allo spauracchio che si cela dietro alla definizione di “romanzo storico”.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Casoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Baldini & Castoldi.

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:: La casa nella prateria, Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Gallucci, 2015) A cura di Viviana Filippini

17 agosto 2015
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Chi di voi lettori, nato e cresciuto negli anni ’80, non ha visto almeno una volta il telefilm La casa nella prateria? Lo ammetto, durante la mia infanzia credo di averne guardate solo una o due puntate del telefilm realizzato dall’attore regista Michael Landon (me lo ricordo in Bonanza, altro prodotto TV dove quasi tutti i personaggi avevano gli occhi azzurri). Mi piaceva l’ambientazione immersa nella prateria americana pura, ma non riuscivo a sopportare l’atmosfera troppo mielosa che riguardava i diversi personaggi presenti all’interno della trama. Poi, però, ho scoperto che la fiction prendeva spunto da uno dei romanzi – La casa nella prateria, edito da Gallucci – scritti dall’autrice americana Laura Ingalls Wilder nel 1935, inseriti nella serie di 9 volumi Little House. In questi libri, la Ingalls mette molte delle esperienze personali vissute con la propria famiglia, durante il viaggio che li portò dal Wisconsin, al Kansas, al Minnesota e al Sud Dakota. La scrittrice creò dei personaggi letterari mantenendo i caratteri reali delle persone da lei incontrate, cambiandone i nomi, dando al lettore un mondo letterario realistico. I protagonisti di questa storia sono papà Chalres Ingalls, mamma Caroline, le piccole Mary, Laura e Carrie. La famiglia è la diretta protagonista di un resoconto di vita che coinvolge i lettori (bambini e adulti) trascinandoli in un’America ben diversa da quella super industrializzata che conosciamo oggi. In queste pagine la famiglia si sposta su una carovana alla ricerca di una terra migliore nella quale potersi costruire un futuro. Quando gli Ingalls trovano il posto ideale, il papà, come se niente fosse, comincia costruire la casa per sé e per i suoi cari. La cosa che stupisce, se pensiamo al mondo di oggi, è che ai tempi in cui visse la scrittrice, a quanto emerge da questi racconti, non servivano richieste o permessi per erigere dei muri, bastava solo trovare il posto giusto e mettersi al lavoro. Quello che mi ha affascinato de La casa nella prateria è il modo di scrivere della Ingalls: chiaro, descrittivo al punto giusto e spoglio di tenerezze superflue. Un’accurata cronaca nella quale si leggono, per esempio, le peripezie della famiglia per attraversare la prateria e restare immuni agli attacchi dei lupi. Molto realistica la descrizione delle fatiche e delle difficoltà provate dagli Ingalls nel processo di costruzione della casa. Il lavoro del padre che alza i muri, intaglia il legno per fare i mobili, mette assieme le pietre per il camino, baratta cibo per il sostentamento dei propri cari, fornisce l’immagine di un mondo, dove l’arte dell’artigianato e del fare tutto da sé erano il pane quotidiano per la sopravvivenza. Laura è una bambina che assiste – a volte con senso di impotenza, altre con iperattività – a tutto questo trafficare dei genitori. Sarà lei, piccola eroina, ad aiutare la madre e le sorelle impaurite a spegnere l’incendio che divamperà in casa. Sarà sempre lei, al fianco della madre, ad affrontare i misteriosi e sconosciuti Indiani che arriveranno da loro. Amore per la famiglia, il duro lavoro per ottenere qualcosa, la paura per il diverso (gli animali e gli Indiani), la volontà di non arrendersi e la speranza per il domani, fanno de La casa nella prateria di Laura Ingalls Wilder un fresco e piacevole ritratto storico della società americana dei pionieri che la stessa autrice aveva conosciuto da bambina tra gli anni Settanta e Ottanta del XIX secolo. Traduzione Claudia Porta.

Laura Elizabeth Ingalls Wilder (Pepin, 1867 – Mansfield, 1957) aveva appena quattro anni quando suo padre decise di lasciare il Wisconsin per cominciare una nuova vita nei territori messi a disposizione dei coloni dal governo americano. Fu solo il primo dei numerosi spostamenti che la famiglia dovette affrontare in quegli anni. Studentessa brillante, nonostante i lunghi soggiorni in zone isolate e prive di scuole, Laura riuscì a coronare il sogno di dedicarsi all’insegnamento. Dalle sue memorie sviluppò la saga letteraria Little House, che ebbe un grandissimo successo. A partire da questo volume, il terzo dei nove scritti dalla Ingalls, prese avvio l’omonima serie televisiva, che in Italia andò in onda dal 1977 e fu amatissima, come ovunque nel mondo.

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:: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

17 agosto 2015
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L’età della febbre, come da titolo, parla di una malattia e si presenta come cura. Una cura necessaria, azzarderei infallibile, ma dolorosa, che non esclude qualche strascico, così come qualche ricaduta.

Undici racconti, undici voci uniche, undici protagonisti. Ognuno con la propria vita e il proprio microcosmo emotivo, sociale e di genere che mette in luce aspetti di questo nostro tempo in cui, pur avendo tutto, non ci resta proprio nulla.

Insomma, dieci storie più una, un bellissimo graphic novel nato dalla matita di Manuel Fior – autore, tra l’altro, dell’illustrazione di copertina: narrazioni eterogenee, una diversa dall’altra, ma complementari come vuole il filone che conduce l’intera antologia. Storie figlie di autori tutti under 40, tutti emergenti. Così come si era verificato con La qualità dell’aria ben dieci anni fa, minimum fax torna a pubblicare la sua raccolta principe di racconti brevi, che, tuttavia, colpiscono al cuore e alla coscienza di ognuno di noi quasi quanto il peso di un romanzo di seicento pagine finito dritto dritto tra capo e collo.

Perché parlare proprio di “età della febbre”?

Lo stato febbricitante ha la capacità e il potere di dilatare tempo e materia: la temperatura corporea si alza e, con questa, si abbassa la percezione del reale, il contatto che ognuno ha col mondo e con la propria vita. Caratteristica della febbre è proprio quel delirio fatto di irrequietezza e di annichilimento vero o presunto tale. In questo stato versiamo da ammalati, in questo stato stato si ritrova l’Italia degli anni Dieci del Duemila.

Il futuro?

Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca.

Ce lo può dire Leonardo, livornese con un’esperienza tutt’altro che rosea nella Marina e anni di vita brava in Erasmus a Berlino che proprio lì torna, dopo i risultati delle analisi del sangue, senza dire nulla a Camilla, la sua fidanzata con cui convive da anni. Torna in quel locale dove, anni prima, aveva conosciuto Uwe, principalmente per chiedergli se fosse stato ad infettarlo.

Ce lo può dire ancora Ines che beve il suo Martini con oliva e guarda il marito Aldo ingozzarsi di fragoline, zucchero e maraschino: una combo letale dal punto di vista glicemico che non ha ancora sortito il suo effetto. I due, intanto, sono in vacanza a Nemi, in compagnia di una coppia più ricca di loro. Unica pensiero di Ines è la figlia Beatrice: trentaquattro anni, una laurea in Lettere, molti lavori alle spalle e nessuna certezza. Tutto il contrario di Ines, che, nonostante l’estrema stabilità (e monotonia) della propria vita non si aspetta di certo di finire la serata legata dentro al bosco.

Ce lo può dire di nuovo Nicola che è stato trovato dal padre nel parcheggio dell’Ikea di Corsico, periferia di Milano, e che, dopo quattro anni, vive ancora da lui. Il padre lo asseconda, lo tratta come ogni genitore tratterebbe il proprio ragazzo, gli dice “bravo”, lo spinge a trovarsi un lavoro legale. Nicola cerca di cancellarsi le impronte digitali e si appunta sulla pelle – quasi fosse il protagonista di Memento, film di Christopher Nolan – quelle parole che devono diventare per lui una sorta di ammonizione per il futuro : cavia umana, elettricista, uomo invisibile, amore perduto.

Delle altre otto storie non vi anticipo nulla e neanche vi svelo quale siano state quelle che mi hanno colpito di più. Perché? Semplice: non è possibile, non ne sono capace, vi rovinerei la lettura e non ve lo meritate.

Curatori del volume, ancora una volta, Christian Raimo e Alessandro Gazoia che si servono magistralmente della prefazione al libro di loro pugno per presentarcelo e far sì che, fin da subito, ci sia chiaro l’obiettivo di questo lavoro editoriale:

Cogliere il presente è oggi un imperativo morale e un’ossessione continua; quasi dovessimo ogni giorno – se non ogni attimo – riconoscere da tracce volatili l’essenza sfuggente di un’epoca. Mentre forse è vero che quella sensazione di non riuscire a tenere il passo è il più sincero sentimento del presente: l’ansia di non trovarlo, il posto giusto nel mondo, il timore di restare indietro, smarriti.
Quando una decina d’anni fa, a minimum fax, decidemmo di curare un’antologia di nuova narrativa italiana, avevamo intuito uno scarto: sentivamo di appartenere a un mondo iper-rappresentato, eppure ben poco di quel racconto riguardava davvero le nostre vite, le scelte e le vertigini emotive. E immaginammo che quella mancanza fosse determinata da un errore di prospettiva.
Chiedemmo per questo a un gruppo di scrittori con meno di quarant’anni di provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio. «Il vostro tempo sulla vostra pelle» erano le parole con cui tentavamo di comunicare quello che sentivamo urgente. Il libro che ne scaturì, “La qualità dell’aria”, sorprese felicemente i due curatori e ai lettori piacque molto: una nuova generazione di narratori rivelava un’inedita capacità di coinvolgimento e di testimonianza, una generosità ostinata e resistente, oltre le passioni tristi.
Dieci anni dopo, e dopo che molti di quegli scrittori – da Valeria Parrella a Emanuele Trevi, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti – sono diventati voci autorevoli, anzi imprescindibili, della letteratura italiana contemporanea, ci è sembrato che un’ulteriore trasformazione fosse avvenuta, e che questo tempo andasse raccontato nuovamente da altre voci.
Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40. Per dire, nel numero di Granta del 1983 c’erano Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie; in quello del New Yorker del 1999 David Foster Wallace, Jonathan Franzen e Jhumpa Lahiri.
Ora non vi è nulla di più provinciale dell’affermare «la letteratura italiana non teme confronti» e la nostra critica ancora ricorda con terrore quando si preferiva Carducci a Baudelaire, anzi Aleardo Aleardi ad Arthur Rimbaud.
Noi siamo però convinti che oggi manchi alla nostra letteratura soprattutto la struttura di produzione e ricezione di altri paesi, appunto un New Yorker e un Granta e un pubblico largo che guarda con amore e orgoglio alla storia e al presente della propria tradizione (come accade anche in Francia e Germania). Ci sono scrittori molto bravi in Italia, e per questo volume abbiamo faticato a scegliere quelli che ci sembravano i migliori narratori under 40. La regola aggiuntiva che non avessero già pubblicato opere in proprio per minimum fax ha reso – sia concesso dirlo – le cose più difficili.
Volevamo però cercare fuori, anche dai nostri gusti, luoghi e conoscenze. Compilata la lista e ottenute le adesioni, i ruoli si sono ribaltati. A noi è stata posta la questione: che tipo di racconto volete? «Vogliamo un racconto bellissimo» era la nostra imbarazzata, convinta risposta. La verità è che sapevamo molto bene solo quello che non volevamo: appare sempre più retriva, troppo facile e falsa, la narrazione dell’Italia contemporanea come terra della crisi e del risentimento senza fine, e la sua gioventù (dai confini sempre allargati) non è una massa sconfitta di viziati o depressi, lo sfondo mesto per la sociologia con la lacrimuccia e il rimbrotto della tv del pomeriggio. Queste riduzioni e distorsioni sono feticci giornalistici e politici. E se la letteratura si presta al gioco non è nemmeno più uno specchietto per attirare le allodole, ma giusto per provarsi il trucco.
Nelle pagine seguenti troverete undici storie che assomigliano a una quest collettiva, a delle indagini intorno a un mistero che è quello della definizione di un sentimento corale. C’è ben più, vedrete, di una vaga aria di famiglia tra queste storie: si tratta piuttosto di un’inaspettata comunione. È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo. Il Novecento con i suoi slanci, le sue ferite, le sue buone famiglie borghesi da cui affrancarsi è ormai lontanissimo. Per impeccabile paradosso la narrazione della crisi, del post-berlusconismo, della società digitale sta ancora più indietro, suona ancora più sorda e vuota nella sua etica con troppe maiuscole a cui aggrapparsi. I narratori dell’Età della febbre conoscono solo quello che viene dopo, la frattura storica e lo spazio che si apre dopo la «vita precaria». In questo mondo nuovo c’è un’ineludibile, violenta sincerità.
La febbre ci mostra, fuor da qualunque fasullo intimismo, che le coscienze sono indecifrabili e le emozioni complesse, e quello che filtra è spesso più importante di quello che sta in primo piano. La fragilità è anche furia, il desiderio è repulsione, l’amicizia vendetta, l’affetto voglia di annichilimento, le scelte un puro caso, la libertà paura, la sincerità volontà di persuasione. Ma nel presente ravvicinatissimo e nel futuro prossimo di questi racconti non contempliamo mai un territorio deserto: rimane piuttosto l’infinito e tenace amore per ogni forma di sopravvivenza. I personaggi inventati da questi undici autori non hanno un animo sconfitto e malinconico, un’infelicità, o anche una felicità, senza desideri. Vivono slanci che assomigliano talvolta a manie, altre volte a profezie a corto raggio, o persino a speranze impreviste.”

Christian Raimo, classe 1975, è nato, cresciuto e vive a Roma. Ha studiato Filosofia con Marco Maria Olivetti. Ha partecipato a diverse (meteoriche ma fondamentali) riviste letterarie romane: Liberatura, Elliot-narrazioni, Accattone – Cronache romane, Il maleppeggio – Storie di lavori. Per minimum fax ha tradotto Charles Bukowski e David Foster Wallace, per Fandango il romanzo in versi di Vikram Seth The golden gate, insieme a Luca Dresda e Veronica Raimo.
Sempre per minimum fax ha pubblicato due raccolte di racconti: Latte (2001) e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di «minima&moralia». Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli). È tra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014) e tra le firme di Internazionale.

Alessandro Gazoia, laureato in Filosofia della Scienza, Letteratura Italiana e Informatica, scrive di giornalismo, media, informatica su «minima&moralia» e sul suo blog (jumpinshark.blogspot.it). Ha pubblicato per minimum fax l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia (2013) e Come finisce il libro – Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (2014).

Autori dei racconti antologizzati: Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Claudia Durastanti, Manuele Fior (illustratore e fumettista), Vincenzo Latronico , Antonella Lattanzi, Rossella Milone, Vanni Santoni, Paolo Sortino, Chiara Valerio, Giuseppe Zucco.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Rossella dell’ufficio stampa minimum fax.

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:: Io sono Jonathan Scrivener, Claude Houghton (Castelvecchi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2015
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Ma infine una domanda ben precisa emerse dalla spuma di quel mare di aneddoti e scandali con cui Rivers si era dilettato fino ad allora. “Ma di che parlate, lei e Scriv, quando lui è qui? Lo chiamo sempre Scriv perché suona così inappropriato. Dunque, di che parlate?”.
“Scrivener non le ha detto che non ci siamo mai visti?” chiesi.
“Buon Dio, no! Dice sul serio?”.
“Si”.
“Oh ma è stupendo. Dobbiamo pranzarci su. Sembra l’inizio di un giallo. Assumere un segretario che non si conosce. Ottimo presupposto per la trama di un giallo! Sa che ne ho scritto uno, tempo fa? Ultimamente ne ho cominciato un altro. Mi giuri che non sta scherzando”.

Critici e pubblico concordano nel ritenere Io sono Jonathan Scrivener, (I Am Jonathan Scrivener, 1930) l’opera migliore di Claude Houghton, certamente quella di maggior successo. A volte qualità e successo non vanno di pari passo, ma in questo caso il libro si presta davvero a riflessioni interessanti, e anche profonde, sempre che il termine “profonde” non spaventi i lettori in cerca di una lettura rilassante e poco impegnativa.
Io sono Jonathan Scrivener è solo in apparenza un libro semplice e lineare, che nasconde (basta sapere dove cercare) grotte sotterranee e giochi di luce tra parti emerse e parti sommerse. Si parla di identità e niente forse è più fluttuante e indistinto di questo concetto, un’identità ricostruita tramite le riflessioni di alcuni personaggi “emersi”, di un personaggio “sotterraneo” che non compare mai sulla scena, e il vero mistero del libro è se mai comparirà. Se esiste davvero, (per lo meno come i personaggi lo vedono), se è vivo, morto, in fuga, un impostore, un manipolatore, un fantasma.
Mille facce per un uomo, nella realtà forse banale e comune, come banale e comune non è James Wrexham, vero protagonista del libro, e creatore di questo gioco di specchi, la cui identità e altresì un mistero tanto quanto quella di Jonathan Scrivener.
Solo che è il narratore della storia, l’alter ego dell’autore, quello che sceglie quali parti mostrare, in che luce, con che sfumature. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, e questa lisa consuetudine e frequentazione ci può indurre in errore, farci credere che lui non sia un miraggio, come il resto dei personaggi.
I dialoghi sono brillanti (molto british), così come le parti descrittive, un piacere per gli occhi, un gioco di intelligenza che riesce a non rendere noiose pagine e pagine in cui non capita sostanzialmente nulla.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

A volte si va a teatro per vedere un grande attore che vi è piaciuto immensamente anni prima, ma che da allora non avete più rivisto, la sua recitazione vi sembra quasi un plagio di se stessa, di quello che era nel suo periodo più felice. La voce, il modo di gesticolare, i suoi atteggiamenti, il suo stile non sono cambiati: ma questa volta riescono soltanto ad irritarvi. Non sono più indispensabili e inevitabili, perchè l’ispirazione, che un tempo li fondeva in un’ organica unità, è svanita. Erano stati, in passato, espressione spontanea di una grande vitalità: oggi sono consapevolmente, studiatamente sfruttati. L’attore non è più un artista: è diventato una collezione di trucchi del mestiere. (E continua, su questo tono, con la stessa leggerezza e malinconia).

Sì, seguiamo James Wrexham dalla rarefatta e claustrofobica atmosfera della biblioteca di Jonathan Scrivener, (è stato assunto come suo segretario in una maniera abbastanza singolare) alle peregrinazioni in un’altrettanto rarefatta e claustrofobica Londra, fatta di caffè, ristoranti alla moda, palchi dell’opera, case private, boschi oscuri, pioggia, lampioni e nebbia. Ma sia esterno che interno creano la stessa tensione, la stessa mancanza d’aria, tutto nell’economia della crescita della suspense, di un thriller, non thriller, dove sì ci sono anche i morti, per lo più deceduti in circostanze dubbie e misteriose, ma tutto è successo prima che il romanzo inizi, e ha ripercussioni poco meno che ininfluenti sullo svilupparsi della trama.
Temo che la mia recensione sia altrettanto misteriosa quanto il romanzo, e con i lettori me ne scuso, ma riflette senz’altro la profonda suggestione che questo libro mi ha trasmesso e il suo fascino, passato incorrotto dal 1930 a oggi, e per nulla datato. Il libro porta i suoi anni con disinvoltura, e molte sue riflessioni sono attualissime e straordinariamente reali, facendo sembrare la Londra postbellica (si parla della Prima Guerra Mondiale, con la Seconda a stretto giro di boa) molto simile alle nostre realtà metropolitane, popolate di individui cinici e nello stesso tempo ingenui (e a modo loro romantici), che dalla guerra hanno imparato a non prendere niente sul serio.
Io sono Jonathan Scrivener meriterebbe un testo di critica altrettanto lungo quanto il romanzo, ed evidentemente qui non è il luogo appropriato, ma senz’altro va citata la breve prefazione di Henry Miller, uno dei tanti scrittori blasonati che hanno apprezzato Houghton. Traduzione dall’inglese di Allegra Ricci.
Una lettura da non perdere.

Claude Houghton (Sevenoaks, 1889 – Eastbourne, 1961) Scrittore inglese, popolare e apprezzato dalla critica. Fu autore di romanzi psicologici attraversati da un’originale vena di misticismo, che ricevettero sostegno e ammirazione da parte di molti scrittori, da G.K. Chesterton a Hugh Walpole, da Graham Greene a Tomáš Masaryk. Per Castelvecchi è uscito Io sono Jonathan Scrivener, il suo libro di maggior successo e Vicini.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Castelvecchi.

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:: La vita davanti a sé – Romain Gary (Neri Pozza 2010 – 10° edizione), a cura di Alice Strangi

13 agosto 2015
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La vita davanti a sé” è un’opera di cui molti avranno facilmente sentito parlare, ma più che altro per il sorprendente contesto in cui è apparso. La parte più famosa di questo libro è infatti la storia del suo scrittore, Emile Ajar, che però non è Emile Ajar ma Romain Gary; e Romain Gary che è l’unico scrittore ad aver vinto due premi Goncourt, anche se uno l’ha vinto sotto pseudonimo (di Emile Ajar, appunto); e il nipote di Gary che finge di essere Emile Ajar e ritira il premio e nessuno sa né sospetta nulla di tutta la beffa; e Romain Gary che mantiene il silenzio rigorosamente per anni, e che si porta dietro il suo segreto fino al giorno in cui decide di spararsi un colpo di pistola, e della vera identità dell’autore de “La vita daventi a sè” ancora nessuno sa niente; e Jean Seberg, bella e triste che, Gary ci tiene a specificarlo, non c’entra nulla; ma forse Emile Ajar l’aveva già scritto: si può vivere senza amore, ma non è possibile vivere senza qualcuno da amare.
Anch’io conoscevo tutta questa storia, ma non avevo mai letto il libro. Per quello che ne sapevo, era una sorta di Oliver Twist ambientato a Parigi, e non mi interessava più di tanto. Poi, quasi per caso, me lo sono ritrovato tra le mani e l’ho letto. Praticamente tutto d’un fiato. Perché questo libro, di per sé, meriterebbe tutta la fama che ha la storia del suo eccentrico autore, e perché forse non ha esagerato troppo chi l’ha definito “un romanzo toccato dalla grazia”.
La vita davanti a sè” ti conquista gradualmente: leggi le prime pagine ed effettivamente ti pare un po’ Oliver Twist ambientato a Parigi, solo con più puttane. C’è questo orfanello di nome Momo, figlio di una che faceva “la vita”, che è arabo perché gli è stato detto così, e che vive al sesto piano senza ascensore di un condominio di Belleville nel secondo dopoguerra. Ad allevare Momo, insieme a un gran numero di altri bambini tutti figli di prostitute, c’è la vecchia madame Rosa, un’ebrea grassa e grossa, che ha tutte le malattie possibili tranne il cancro, ed è sopravvisuta ai marciapiedi di Pigalle e all’olocausto nazista. Intorno a loro si muove tutto un circo di coloratissimi personaggi, dal comprensivo dottor Katz al transessuale senegalese ex campione di boxe, dal saggio signor Hamil, che vendeva tappeti e ora dispensa lenzioni di vita e di filosofia, ad un’affascinante donna bionda che appare e scompare, e che ha lo straordinario potere di riportare indietro il tempo. Più che a Dickens, l’ambiente del romanzo di Gary fa pensare a Pennac e alla sua saga Malaussene, solo scritto circa 40 anni prima. E tutta questa umanità improbabile e marginale ci viene narrata attraverso lo sguardo diretto e onesto di Momo, che è un ragazzino di circa 10 anni, ma che sa già bene che “non si è mai troppo giovani per niente”. Così le sue parole limpide, le sue domande ingenue, le sue azioni impulsive e le reazioni delicatamente commoventi diventano una luce crudelmente sincera sui sentimenti e sulla vita stessa: tutto appare come nuovo, sorprendente e senza filtri, e tutto appare ovvio e essenziale, come fosse davanti ai nostri occhi da sempre, ma non riuscissimo a vederlo nascosto dalle abitudini, dalle convenzioni e dagli eufemisimi.
La vita davanti a sè” insegna tre cose più di tutto: la prima è la vecchiaia; Momo è un ragazzino che si muove in un mondo di vecchi, gli altri bambini intorno a lui sono figure di contorno poco rilevanti. Ad aver peso e importanza nella vita di Momo sono piuttosto il signor Hamil, che dimostra come la vecchiaia possa insegnare; il dottor Katz che dimostra come possa salvare; e ovviamente madame Rosa, che dimostra come la vecchiaia possa proteggere.
La seconda è la bellezza: la bellezza che non è poggiata passivamente sugli oggetti o sui corpi, ma che risplende all’improvviso solo e soltanto negli occhi di chi guarda. Madame Rosa è vecchia, grassa, malata, si trucca pesantemente e si mette addosso abiti succinti e troppo stretti, eppure Momo a volte si ferma a osservarla e proprio così com’è gli sembra bellissima: è bella perché quella donna è la sua famiglia, quella donna è casa sua, è la leonessa che di notte sogna che venga a leccarlo come fa con i suoi cuccioli. La bellezza non è nelle strade di Parigi, ma in una tribù di immigrati africani che danzano e cantano nudi intorno a una donna in stato di ebetudine, per spaventare e allontanare i suoi demoni. La bellezza non è altro che quello che vorremmo potesse durare per sempre.
La terza cosa, manco a dirlo, è l’amore. L’amore esplode dalle pagine di questo libro: l’amore per la vita, per il mondo, per gli esseri umani in quanto tali, senza genere, nazionalità, legge, religione. L’amore che è sempre il motore di tutto, e lo è sempre con una semplicità tale da risultare disarmante.
C’è poi una quarta cosa che insegna questo libro, ed è il futuro: perché qualunque cosa accada, qualunque disgrazia o imprevisto, il tempo per compiangersi è sterile e poco, ma bisogna andare avanti, trovare il buono di ogni situazione, trovare qualcuno a cui voler bene. E tutto nella vita e nella mente di Momo resta sempre coraggiosamente proiettato al futuro, “davanti a sè”, appunto.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914 in Lituania, figlio naturale di un’attrice, ebrea russa fuggita dalla rivoluzione, e di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette, insieme a Rodolfo Valentino, del cinema muto. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Les racines du ciel. Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar (identificato all’inizio come Paul Pavlovitch, nipote reale di Romain Gary), La vita davanti a sé (Neri Pozza 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa. http://www.romaingary.org/

Source: acquisto personale

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:: La pietà dell’acqua, Antonio Fusco (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 agosto 2015
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Torna il personaggio del commissario Casabona, protagonista di una nuova indagine, che parte da un efferrato omicidio che avviene in un assolato Ferragosto sulle colline toscane. Casabona mette a rischio la sua già precaria situazione matrimoniale andando a indagare su questo, scoprendo legami inquietanti con un altro omicidio avvenuto in Francia negli anni Sessanta, ma soprattutto i collegamenti con un eccidio nazista che avvenne nel luogo del delitto di oggi durante la guerra, che riemerge mentre un antico paesino viene temporaneamente liberato dalle acque di una diga che l’ha ricoperto. Accanto a Casabona ci sarà Monique, giornalista francese anche lei alla ricerca della verità, costi quello che costi, e quello che si scoprirà sarà terribile e dolorosissimo.
Appassionante: il primo aggettivo che viene in mente pensando a questo libro è proprio questo. Un thriller teso, che mette insieme passato (ormai i cold case sono la nuova frontiera del thriller, e con giuste ragioni) e presente, portando man mano verso la conclusione che annoda varie trame sparse nelle pagine, sempre ribadendo l’importanza di cercare la verità ma anche di non dimenticare mai il passato se non si vuole ripeterlo, senza esserne però ossessionati.
Attuale: ne La pietà dell’acqua si parla di corruzione, di ricerca della verità, di segreti che si vogliono nascondere, tutte tematiche di oggi nel nostro Paese. In particolare, il famoso Armadio della Vergogna in cui sono state nascoste le prove di tante, troppe stragi nazifasciste, anche per non rovinare i rapporti commerciali con la Germania Ovest, esiste davvero e ha probabilmente ancora molto da raccontare.
Struggente: nella ricerca del perché di una serie di morti cruente e improvvise di oggi, di gente che sembra insospettabile, Casabona scoprirà retroscena terribili, ma anche una storia toccante e struggente, per cui alla fine risulterà molto difficile saper dividere i “buoni” dai “cattivi”, e forse i veri cattivi restano coloro che hanno permesso e fatto certe cose decenni fa.
Interessante: il romanzo si regge su una trama non banale, con una buona variante sul tema del serial killer, con tanti filoni narrativi, il tutto risolto non in maniera prolissa, in un momento in cui anche i thriller hanno stazze da saga fantasy o da classico russo.
Un libro per chi ama i thriller, ovviamente, soprattutto quando non sono scontati e dicono anche qualcos’altro oltre la ricerca di un colpevole, ma un libro in generale per chi sia interessato al passato, al presente, ai segreti vergognosi nascosti e a chi non si arrende e cerca sempre la verità. Non è un caso che tra gli eroi di Antonio Fusco ci sia proprio Ilaria Alpi, la giornalista uccisa a Mogadiscio, tanto simile a Casabona nella sua ricerca della verità, che però ha pagato con la vita.

Antonio Fusco è nato nel 1964 a Napoli. Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle Pubbliche amministrazioni, è Funzionario nella Polizia di Stato e Criminologo forense. Ha lavorato a Roma e a Napoli. Dal 2000 vive e lavora in Toscana, dove si occupa di indagini di polizia giudiziaria. La pietà dell’acqua è il secondo romanzo sul commissario Casabona, il primo è Ogni giorno ha il suo male, sempre edito da Giunti.

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:: Nemmeno Houdini, Alessio Mussinelli (Fazi 2015) a cura di Viviana Filippini

10 agosto 2015
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“Il cane doveva aver già raggiunto il ciuco poiché non giungeva alcun guaito e la macchina era una grossa palla di fuoco da cui nemmeno Houdini sarebbe uscito vivo”.

Una situazione fenomenale quella descritta nella frase sopra, ed è solo un piccolo assaggio delle stravaganti avventure narrate nel nuovo romanzo di Alessio Mussinelli, Nemmeno Houdini, uscito per Fazi editore. In questo suo secondo lavoro letterario, lo scrittore porta il lettore dentro al mondo della provincia bergamasca alla fine degli anni Trenta. Per la precisione, la trama narrativa si sviluppa nel paesello di Sarnico, sulle rive del Lago d’Iseo, nel 1938 (andateci a visitarlo se vi capita, hanno una biblioteca museo stupenda e non solo). Nemmeno Houdini è un romanzo corale, dove i protagonisti sono tanti, perché ognuno dei personaggi presenti contribuisce, con il proprio vissuto, a vivacizzare la monotonia della vita quotidiana. Tanto per farvi un esempio sulla scena irrompe la signora Moranti, un’anziana vedova con la fissa di far breccia nel cuore di Gabriele D’Annunzio (e non sa che il Vate è morto da tempo) e di trovare un domestico che la assista in ogni cosa. Il dipendente però deve avere caratteristiche precise per soddisfare le esigenze della signora: deve essere bello, aitante, giovane e muscoloso. Il ruolo perfetto per Esperanto Barnelli, lo scansafatiche di turno che riuscirà a conquistare la fiducia dalla vedova e a farsi mantenere da lei. Il Barnelli un po’ alla volta farà compiere alla Moranti spese pazze che le svuoteranno il portafoglio, ma le porteranno a casa una motocicletta, una macchina di lusso (e lui non ha la patente) e pure il contratto di una super villa sul lago di Garda. Che dire poi del Bruttezza, all’anagrafe Metello Patelli, aspirante organista di paese che dovrà fare i conti con il nuovo parroco, don Fulvio Mertinelli, religioso che non ama per niente la musica. Questi sono solo alcuni dei personaggi usciti dalla penna di Mussinelli, in realtà, tra le pagine compaiono tanti altri simpatici protagonisti (Archemio il ragazzo emaciato che irromperà nella vita della vedova Moranti, l’orchestrina dei “Singhiai” – i Cinghiali- che girerà nelle osterie di paese, vescovi e pure psudopreti dall’identità nascosta) che con il loro agire, la loro voglia di fare e di vivere daranno vita ad intrecci davvero vivaci e curiosi. Le situazioni narrative di Nemmeno Houdini sono così avvincenti che il lettore è spinto ad immergersi nelle lettura per scoprire come andrà a finire la storia e quale sarà il destino di questo microcosmo umano. Nel suo nuovo libro Mussinelli mescola con maestria situazioni comiche, drammatiche e grottesche che evidenziano la miriade infinita di sfumature che la vita umana può assumere nel suo corso in divenire. Nemmeno Houdini di Alessio Mussinelli è un ritratto fresco e simpatico di quella piccola, a tratti strampalata, ed esuberante provincia italiana fatta di chiacchiere, in italiano e pure in dialetto, di pettegolezzi e di intrallazzi socio-familiari di ogni genere, che la contemporaneità ipertecnologica di oggi sembra aver dimenticato per sempre.

Alessio Mussinelli è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il diploma di Master in scrittura e produzione per la fiction e il cinema presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo e si dedica con grande trasporto alla scrittura. Nel 2013, con Fazi, ha pubblicato Nemmeno le galline.

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:: Gli eroi della guerra di Troia, Giorgio Ieranò, (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

6 agosto 2015
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Giorgio Ieranò, classicista e già autore di libri divulgativi su miti ed eroi di Grecia e Roma, è tornato in libreria con Gli eroi della guerra di Troia, un saggio che ricorda le gesta dei partecipanti a quella che fu la guerra di tutte le guerre dell’antichità.
Mettendo insieme varie fonti del mondo classico, dai poemi omerici a altre opere meno note oggi ma non meno importanti nella costruzione di un immaginario, l’autore racconta i vari percorsi di figure maschili e femminili uniche, che si incontrano a scuola per la prima volta e che per molti restano poi nel cuore come i primi eroi a cui ci si appassiona, quelli da cui sono derivati quelli di cui oggi leggiamo sui romanzi e vediamo al cinema, anche in genere che sembrano lontani dal mito e non sono come il fantasy e la fantascienza.
L’autore affronta anche la questione se la guerra di Troia sia realmente accaduta oppure no: per secoli fu considerata una mera fantasia, ma oggi molti studiosi propendono per collocarla realisticamente mille anni prima di Cristo, e fu qualcosa di talmente temibile e potente da influenzare appunto storie, leggende e miti per vari secoli dopo.
Nelle pagine del libro rivivono Achille e Ettore, Ulisse e Agamennone, Elena e Clitemnestra, Pelope e Atreo, per citare alcuni nomi, in una trattazione non didascalica e noiosa, ma viva, moderna, appassionante, come se si parlasse di eroi di oggi. Ma in fondo questi protagonisti sono rimasti e sono eterni, le loro sono storie esemplari, nel bene e nel male, e continuano ad appassionare e colpire, e questo libro ne è la prova, una lettura appassionante e mai banale, da cui è difficile staccarsi.
Un libro quindi di divulgazione, non dotto e accademico, ma alla portata di tutti, sia per chi vuole fare un attimo il punto su chi erano e cosa facevano gli eroi omerici, sia per chi vuole scoprire di più, sia magari per gli studenti come supporto ai testi classici.
E quello che fa venire voglia questo libro è proprio di riprendere in mano i classici e rileggerli, ricostruendo queste esistenze tra leggenda e mito, con forse un fondo di verità. Da segnalare una nota nostalgica che non guasta: l’autore conclude il libro rievocando quel capolavoro oggi purtroppo non più noto ai più giovani dello sceneggiato Odissea di Franco Rossi, che avvicinò molti a fine anni Sessanta e poi durante le repliche negli anni successivi al mondo classico, facendo nascere passioni che sono durate poi tutta la vita, come nel caso di Giorgio Ieranò e di molti suoi lettori.

Giorgio Ieranò è docente di Letteratura greca all’Università di Trento. Ha pubblicato vari saggi, sia accademici che di divulgazione. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storia, rinascite (2010), mentre per Sonzogno ha pubblicato i volumi di narrazioni mitologiche Olympos (2011) ed Eroi (2013).

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