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:: La vita davanti a sé – Romain Gary (Neri Pozza 2010 – 10° edizione), a cura di Alice Strangi

13 agosto 2015
vita

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La vita davanti a sé” è un’opera di cui molti avranno facilmente sentito parlare, ma più che altro per il sorprendente contesto in cui è apparso. La parte più famosa di questo libro è infatti la storia del suo scrittore, Emile Ajar, che però non è Emile Ajar ma Romain Gary; e Romain Gary che è l’unico scrittore ad aver vinto due premi Goncourt, anche se uno l’ha vinto sotto pseudonimo (di Emile Ajar, appunto); e il nipote di Gary che finge di essere Emile Ajar e ritira il premio e nessuno sa né sospetta nulla di tutta la beffa; e Romain Gary che mantiene il silenzio rigorosamente per anni, e che si porta dietro il suo segreto fino al giorno in cui decide di spararsi un colpo di pistola, e della vera identità dell’autore de “La vita daventi a sè” ancora nessuno sa niente; e Jean Seberg, bella e triste che, Gary ci tiene a specificarlo, non c’entra nulla; ma forse Emile Ajar l’aveva già scritto: si può vivere senza amore, ma non è possibile vivere senza qualcuno da amare.
Anch’io conoscevo tutta questa storia, ma non avevo mai letto il libro. Per quello che ne sapevo, era una sorta di Oliver Twist ambientato a Parigi, e non mi interessava più di tanto. Poi, quasi per caso, me lo sono ritrovato tra le mani e l’ho letto. Praticamente tutto d’un fiato. Perché questo libro, di per sé, meriterebbe tutta la fama che ha la storia del suo eccentrico autore, e perché forse non ha esagerato troppo chi l’ha definito “un romanzo toccato dalla grazia”.
La vita davanti a sè” ti conquista gradualmente: leggi le prime pagine ed effettivamente ti pare un po’ Oliver Twist ambientato a Parigi, solo con più puttane. C’è questo orfanello di nome Momo, figlio di una che faceva “la vita”, che è arabo perché gli è stato detto così, e che vive al sesto piano senza ascensore di un condominio di Belleville nel secondo dopoguerra. Ad allevare Momo, insieme a un gran numero di altri bambini tutti figli di prostitute, c’è la vecchia madame Rosa, un’ebrea grassa e grossa, che ha tutte le malattie possibili tranne il cancro, ed è sopravvisuta ai marciapiedi di Pigalle e all’olocausto nazista. Intorno a loro si muove tutto un circo di coloratissimi personaggi, dal comprensivo dottor Katz al transessuale senegalese ex campione di boxe, dal saggio signor Hamil, che vendeva tappeti e ora dispensa lenzioni di vita e di filosofia, ad un’affascinante donna bionda che appare e scompare, e che ha lo straordinario potere di riportare indietro il tempo. Più che a Dickens, l’ambiente del romanzo di Gary fa pensare a Pennac e alla sua saga Malaussene, solo scritto circa 40 anni prima. E tutta questa umanità improbabile e marginale ci viene narrata attraverso lo sguardo diretto e onesto di Momo, che è un ragazzino di circa 10 anni, ma che sa già bene che “non si è mai troppo giovani per niente”. Così le sue parole limpide, le sue domande ingenue, le sue azioni impulsive e le reazioni delicatamente commoventi diventano una luce crudelmente sincera sui sentimenti e sulla vita stessa: tutto appare come nuovo, sorprendente e senza filtri, e tutto appare ovvio e essenziale, come fosse davanti ai nostri occhi da sempre, ma non riuscissimo a vederlo nascosto dalle abitudini, dalle convenzioni e dagli eufemisimi.
La vita davanti a sè” insegna tre cose più di tutto: la prima è la vecchiaia; Momo è un ragazzino che si muove in un mondo di vecchi, gli altri bambini intorno a lui sono figure di contorno poco rilevanti. Ad aver peso e importanza nella vita di Momo sono piuttosto il signor Hamil, che dimostra come la vecchiaia possa insegnare; il dottor Katz che dimostra come possa salvare; e ovviamente madame Rosa, che dimostra come la vecchiaia possa proteggere.
La seconda è la bellezza: la bellezza che non è poggiata passivamente sugli oggetti o sui corpi, ma che risplende all’improvviso solo e soltanto negli occhi di chi guarda. Madame Rosa è vecchia, grassa, malata, si trucca pesantemente e si mette addosso abiti succinti e troppo stretti, eppure Momo a volte si ferma a osservarla e proprio così com’è gli sembra bellissima: è bella perché quella donna è la sua famiglia, quella donna è casa sua, è la leonessa che di notte sogna che venga a leccarlo come fa con i suoi cuccioli. La bellezza non è nelle strade di Parigi, ma in una tribù di immigrati africani che danzano e cantano nudi intorno a una donna in stato di ebetudine, per spaventare e allontanare i suoi demoni. La bellezza non è altro che quello che vorremmo potesse durare per sempre.
La terza cosa, manco a dirlo, è l’amore. L’amore esplode dalle pagine di questo libro: l’amore per la vita, per il mondo, per gli esseri umani in quanto tali, senza genere, nazionalità, legge, religione. L’amore che è sempre il motore di tutto, e lo è sempre con una semplicità tale da risultare disarmante.
C’è poi una quarta cosa che insegna questo libro, ed è il futuro: perché qualunque cosa accada, qualunque disgrazia o imprevisto, il tempo per compiangersi è sterile e poco, ma bisogna andare avanti, trovare il buono di ogni situazione, trovare qualcuno a cui voler bene. E tutto nella vita e nella mente di Momo resta sempre coraggiosamente proiettato al futuro, “davanti a sè”, appunto.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914 in Lituania, figlio naturale di un’attrice, ebrea russa fuggita dalla rivoluzione, e di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette, insieme a Rodolfo Valentino, del cinema muto. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Les racines du ciel. Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar (identificato all’inizio come Paul Pavlovitch, nipote reale di Romain Gary), La vita davanti a sé (Neri Pozza 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa. http://www.romaingary.org/

Source: acquisto personale

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:: Nella casa di vetro – Giuseppe Munforte (Gaffi editore 2014), a cura di Alice Strangi

27 luglio 2015
9788861651456

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Finalista al premio Strega 2014, selezionato per far parte dei 24 titoli della collana speciale #ioleggoperchè, questo qui è un libro difficile. Un andamento lento e sconnesso, affollato dei ritmi e dei sottintesi tipici del flusso di coscienza. Scritto in maniera ricercata e metaforica. Con una trama evanescente, intuita, forse una storia che sarebbe meglio definire una non-storia. Eppure tanto incisivo e affascianate da poter essere incantevole.

La voce di Davide che osserva la sua casa e la sua famiglia dall’esterno, proprio come attraverso un vetro, ci accompagna per quasi tutto il libro, salvo soltanto pochi sprazzi di futuro ben delimitati, che ci mostrano Sara, Andreas e Elena, i protagonisti del racconto, più grandi e più lontani, più forti ma anche più soli, in un’assenza del padre e marito che è stata ormai ricomposta e accettata.
Davide invece ci mostra con accuratezza dolcissima la straordinarietà del quotidiano, l’intimità sognante di una famiglia con le sue complicità e le sue stanchezze, con i suoi limiti e quella gioia imprevista e segreta, che nasce con la naturalezza con cui nasce l’amore e commuove per la sua purezza.

Sullo sfondo di tutto incombe una Milano artificiale e invadente, crudelmente pesante nello squallore opaco di un qualsiasi quartiere dormitorio, che viene però costantemente trasfigurata dallo sguardo del narratore per diventare nido, conforto e memoria. Così il piccolo appartamento sulla tangenziale diventa la loro “casa rombante”, e il rumore di marmitte e clacson si trasforma in un suono energico e magico: tutta la realtà si fa sfuggente e insignificante, si concede mite alla manipolazione dell’immaginazione e del sentimento.

Più che a un vero e proprio romanzo narrativo, “Nella casa di vetro” ha le caratteristiche di un memoriale: i tempi e i momenti di interesse descritti dalla voce narrante si avvicinano e si sovrappongono con poco ordine e con voluta inconsistenza; ogni spazio, oggetto, dettaglio si fa simbolo imperfetto di uno stato d’animo profondo e insondabile; i paesaggi, gli ambienti, le immagini più particolareggiate hanno il tocco impressionista che delega all’emotività la scelta dei colori e del tratto.

Le emozioni dell’autore sono pervasive e struggenti in tutto il libro, la malinconia dolceamara lascia poco respiro al lettore, il desiderio tormentato di Davide lontano dalla sua famiglia mischia passato e presente, sognato e verità in maniera vorticosa, imprimendo in ogni pagina la sensazione penosa dell’assenza. Osservando la moglie e i figli, osservando quel mondo chiuso e protetto che catalizza tutta la sua attenzione, Davide tira le fila della sua stessa vita, ne scopre i significati e si rassegna alle mancanze. Il fatto che manchi una vera e propria trama non è importante, perchè il libro contiene un viaggio diretto a scarnificare le emozioni fino a renderle pure e abbaglianti; in un modo che è tenero e al tempo stesso angosciante perché, appare chiarissimo fin dalle prime righe, ormai tutto è irrimediabilmente perduto.

Quello che Davide ci sussurra o ci urla, quello che può racchiudere il senso di questo viaggio tortuoso sta tutto in una domanda che la voce narrante vorrebbe rivolgere a quella moglie che appare sempre piccola e stanca; una domanda che risuona circa a metà del libro e che rischia di essere assordante. Bisognerebbe fermarsi e chiederlo a se stessi, di tanto in tanto, bisognerebbe avere la sincerità di rispondere e di rispondere magari persino di si.

“Voglio dire: hai avuto la felicità che ti spettava?”

Giuseppe Munforte è nato a Milano nel 1962. Ha pubblicato cinque romanzi: Meridiano (Castelvecchi 1998), La prima regola di Clay (Mondadori 2008), Cantico della galera (Italic peQuod 2011) e La resurrezione di Van Gogh (Barbera 2013). Suoi racconti sono apparsi in diverse riviste quali “Nuovi argomenti” e “Achab”.

Source: acquisto personale.

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