Archivio dell'autore

:: Io sono l’abisso, di Donato Carrisi (Longanesi, 2020) a cura di Federica Belleri

19 dicembre 2020

La bellezza esteriore contrapposta a un corpo orrendo. La solitudine di crescere senza un gesto d’affetto o un contatto dolce. Lo stomaco che brontola perché è vuoto da giorni. E la cura, che manca. L’accudimento, che non esiste. Le botte che arrivano e diventano quasi prevedibili. La tortura vista come punizione perché così si diventa grandi davanti agli sbagli. È vita questa? È futuro? Svegliarsi al mattino nell’incertezza totale, sentirsi scartato, rifiutato. Quasi invisibile agli occhi degli altri. E se questa invisibilità fosse invece una salvezza? I protagonisti del nuovo romanzo di Carrisi sono soli. Hanno paura. Sono insicuri. Hanno bisogno di un luogo dove rifugiarsi. Dove lo cercano? Dentro se stessi. Dentro il vuoto della loro mente, nel buio profondo di ciò che hanno vissuto. Sono vittime degli altri e di se stesse. Implorano aiuto rivolgendosi alle persone sbagliate. Impazziscono intrappolati nelle loro ossessioni. Io sono l’abisso non lascia scampo, non permette di includere … se non in alcuni momenti. Apre però un varco alla tenacia provocata dal dolore, ai contatti tra personalità estremamente diverse ma molto simili fra loro. Carrisi ci accompagna in un luogo dove uccidere è normale e giusto. Dove ciò che si è appreso si imita. Dove ci si adatta all’egoismo per poter sopravvivere un altro giorno. Dove ci si sente costretti e a disagio. E dove tutto torna, anche il male. Ottima la scrittura, che scorre senza banalità. Ottima la caratteristica di usare pochi nomi propri. Ottima la trama, che non cade mai nell’ovvio. Buona lettura.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive fra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive e per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritoreIl tribunale delle animeLa donna dei fiori di cartaL’ipotesi del maleIl cacciatore del buioLa ragazza nella nebbia – dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film omonimo – , Il gioco del suggeritore e La casa delle voci. Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia. I suoi romanzi, tradotti in più di 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.

Source: libro del recensore.

:: Schiavi delle milizie di Alpha Kaba (Quarup 2020)

16 dicembre 2020

“Ti trovi davanti al suo sorriso meraviglioso e ti viene difficile immaginare le atrocità che ha affrontato. Alpha Kaba, 30 anni, è un miracolo”.
FRANCE INTER

“Ciò che più ci colpisce di questa testimonianza è la normalità dell’orrore, la facilità rivoltante con la quale è stato catturato, la rapidità con la quale è stato derubato della sua umanità.
È un sistema che fa dell’inferno la sua normalità, della violenza la sua regola, del razzismo la sua uniforme”.
LE MONDE

“Come giornalista, non posso tacere. Il mio lavoro è parlare a nome di tutte quelle persone che sono ancora là”: ci dice questo, Alpha Kaba, e ci regala la sua storia, “in modo che nessuno possa mai più distogliere lo sguardo”. 

Ci racconta allora che nascere dalla parte sbagliata del mare vuol dire anche dover attraversare un inferno di deportazione e prigionia, essere venduto e ridotto in schiavitù per una manciata di dinari, solo per aver provato a fare il mestiere che si è scelto, il giornalista, o a vivere semplicemente la propria vita.
Perché in quella “terra di nessuno, ogni Negro è merce preziosa, come l’oro, un diamante nero” da rivendere, da un padrone all’altro.

L’autore, e protagonista reale del libro, ci rivela tutto questo, riuscendo a mantenere miracolosamente uno sguardo luminoso e pieno di tenerezza, una specie di pudore, verso le cose del mondo.

Alpha Kabanato a Boké, Guinea, nel 1988, ha cominciato da giovanissimo la carriera di giornalista nel suo Paese, dal quale è dovuto fuggire in un’odissea di persecuzioni e di violenza. Rifugiato politico in Francia, oggi vive a Bordeaux, dove continua a svolgere la sua professione.
Qua ha conosciuto il collega Clément Pouré, con cui ha collaborato per trasformare i suoi ricordi in questo libro.

:: John le Carré (Poole, 19 ottobre 1931 – Truro, 12 dicembre 2020)

14 dicembre 2020

:: Quando avevo un amante di Amalia Guglielminetti (Papero Editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 dicembre 2020

Amalia Gulglielminetti fu amante di Guido Gozzano. Per breve tempo, la loro fu più che altro un’amicizia spirituale, un riconoscersi spiriti affini, Guido era già malato, un futuro di vita borghese era lontano dalle loro aspettative, anche le più ardite. Si conobbero nel 1907 grazie a un libro Le vergini folli, il primo successo poetico di Amalia, Guido si innamorò follemente di lei leggendolo e fece di tutto perché ottenesse buone recensioni, in un’Italia culturale asfittica e maschilista, dove una donna che scriveva era guardata come un fenomeno strano, al massimo come una bizzarria. Guido morirà circa dieci anni dopo a Torino il 9 agosto del 1916, di tisi. Questo breve amore sembra il motivo per cui ci ricordiamo ancora di lei, Pitigrilli un altro suo amore, famosissimo all’epoca, ormai è caduto nell’oblio, mentre le poesie di Guido Gozzano sono ancora lette e commentate. È avvilente che una donna di talento come Amalia sia ricordata solo perché fu l’amante di, e non per le sue opere, per cosa scrisse, per come visse. E scrisse molto, opere di poesia, di saggistica, teatro, fiabe per bambini, articoli e una vasta raccolta epistolare. Tutte opere tra i capolavori dimenticati dell’editoria italiana. Cadute nell’oblio. Papero Editore ha una collana apposita “Sorelle d’Italia” dedicata ai capolavori delle scrittrici italiane del Novecento che gli editori industriali non ristampano più, nella convinzione che non venderanno abbastanza. E così quest’anno si è potuto dare alle stampe Quando avevo un amante, una raccolta di racconti pubblicata per la prima volta nel 1923 dall’editore Sonzogno, e ristampata nel 1933 da Mondadori, che valse alla sua autrice addirittura una condanna per oltraggio al pudore. Merita di essere riscoperta, anche come testimonianza di un’epoca passata e abbastanza sconosciuta. Sono 15 racconti, tutti soffusi da una sulfurea ironia che potremmo definire moderna. Amalia Gulglielminetti era una signora della borghesia bene torinese, aveva ricevuto un’educazione tradizionale, non era bellissima ma era sofisticata, elegante, intelligente, spiritosa, anticonformista, conosceva i salotti di Torino, gli stabilimenti balneari della Liguria, le case in montagna, le terme, i grandi alberghi, tutto il corollario della ricchezza borghese e ne vedeva il vuoto. I suoi racconti parlano di questo, di matrimoni senza amore, di ragazze sciocche e vanesie, di uomini senza anima e sostanza. L’amore è il vero assente, tranne che per brevi tratti, soprattutto è riservato ai più giovani, poi la vita borghese corrompe e anche l’amore scompare. Le donne tradiscono i mariti, frutto di matrimoni puramente di convenienza si direbbe e cercano in vari amanti quella lieve brezza per sentirsi vivi. Impalabili come carta velina questi racconti ci parlano di un’Italia che fu e lo fanno con leggerezza e spregiudicatezza, anche con un venato elegante erotismo, forse di maniera ma spiazzante per l’epoca e spiazzante forse ancora oggi.

Amalia Guglieminetti (Torino, 1888- 1941) esordì con la raccolta d’ispirazione carducciana Voci di giovinezza (Roux e viarengo, 1903) ma fu con i sonetti di Le vergini folli (Società Tip. Ed. Nazionale, 1907) che mostrò una voce letteraria propria e un temperamento poco incline ai compromessi. Leggendola si innamorò di lei Guido Gozzano, con cui ebbe una relazione. Alla composizione di versi si affiancò quella di novelle. Ne nacquero vari volumi, da I volti dell’amore (Treves, 1913) a Tipi bizarri (Mondadori, 1931), passando anche per Quando avevo un amante (Sonzogno 1923). ancora: fu autrice di fiabe, da La reginetta Chiomadoro (Mondadori, 1921) a La carriera dei pupazzi (Sonzogno, 1925), di teatro, con commedie come Nei e cicisbei (1920), e di romanzi come La rivincita del maschio (Lattes, 1923). Ricordata troppo spesso per il breve amore con Gozzano e per quello burrascoso per Pitigrilli, con cui finì addirittura in tribunale, la Guglieminetti fu soprattutto una scrittrice piena di intelligenza e di talento.

Source: acquisto personale.

:: Liberi junior – Gli zoccoli delle castagne di Barbara Ferraro, ill Sonia Maria Luce Possentini (Read Red Road, 2020) a cura di Giulietta Iannone

9 dicembre 2020

Se altri bambini hanno potuto vivere queste esperienze, altri bambini possono leggere questa storia di consapevolezza e responsabilizzazione. Barbara Ferraro infatti ci parla, nel bel libro illustrato Gli zoccoli delle castagne, pubblicato da Read Red Road, dell’infanzia della sua nonna, Lina, nella Calabria rurale del secolo scorso. Il lavoro minorile nel passato era comune, se la scuola era privilegio solo dei figli delle famiglie abbienti, il lavoro era destino comune dei figli della povera gente che dovevano aiutare i genitori e contribuire al sostentamento, non c’erano i diritti e le tutele dell’infanzia che ci sono oggi, (tutele e diritti ottenuti con aspre lotte sociali) e in alcuni paesi del mondo è ancora così. Questo albo sensibilizza i giovani lettori su queste tematiche e ci illustra un mondo che ancora risuona nel nostro presente. La piccola Lina alle prese con la raccolta delle castagne ci accompagna pagina dopo pagina facendosi scoprire una realtà fatta di sguardi intensi, volti scavati, essenze dense, di un mondo lontano in cui i legami familiari erano molto stretti, in cui la fatica, e gli stenti erano la norma e si diventava adulti molto precocemente con responsabilità e doveri. Una scrittura semplice, lineare ci racconta le stagioni che passano, la bellezza della natura, il trascorrere del tempo con grazia e levità. Nel 2015 in una versione breve, questo racconto è stato scelto e pubblicato per il premio Libertà della CGIL. Le illustrazioni con i colori della terra di Sonia Maria Luce Possentini impreziosiscono il testo dandogli una patina di antico e di sognante. Età di lettura: da 11 anni.  

Barbara Ferraro è libraia de Il Giardino Incartato, libreria indipendente di Roma. Fondatrice e curatrice del blog dedicato alla letteratura per l’infanzia AtlantideKids, collabora con diverse riviste di settore. Di formazione filologa, è esperta di fiabe, racconti, leggende popolari. Dopo la laurea in Lingue e letterature straniere ha lavorato presso la Fondazione Roberto Rossellini indagando il rapporto tra parola e immagine. Calabrese, vive a Roma con la sua famiglia. Ha pubblicato per Edizioni Corsare “Grilli e rane” (2019); per Bacchilega Junior “Blu di Barba” (2017) e “A Colori” (2018), che si è aggiudicato il premio Microeditoria di qualità.

Sonia Maria Luce Possentini è pittrice e illustratrice. Nata a Canossa (RE) si è laureata in Storia dell’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha ottenuto borse di studio da Fondazione Magnani Rocca di Mamiano (PR) ed Olands Grafiska Skola. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in Italia e all’estero, tra cui il Silver Award al concorso Illustration Competition West 49 Los Angeles-America. Nel 2011 il suo libro “Un bambino” (Kite) è stato selezionato da IBBY Italia per la mostra di Bratislava. Nel 2012 è stata testimonial del progetto Città Invisibili nell’ambito della Biennale di Letteratura e Cultura per l’Infanzia della Regione Veneto. Nel 2014 ha vinto il Primo Premio Pippi con “L’alfabeto dei sentimenti” (Fatatrac). Nel 2014 vince il Primo Premio Città di Bitritto. Nel 2014 il suo libro “Noi” (Bacchilega), selezionato da Ibby per Outstanding Books for Young People with Disabilities. Nel 2014 e 2016 è presente nel prestigioso catalogo White Ravens (Germania) con “L’Alfabeto dei sentimenti” (Janna Cairoli- Fatarac) e “Il Pinguino senza frac” (Silvio D’Arzo-corsiero editore). Nel 2015 vince il Premio Rodari. Nel 2016 il primo premio d’illustrazione per la letteratura ragazzi di Cento (FE). Nel 2017 riceve il premio Andersen come miglior illustratore. Nel 2018 riceve il Premio MAM Maestri d’Arte e di Mestiere, conferito dalla Fondazione Cologni e ALMA presso la Triennale di Milano. Nel 2019 è tra i dieci selezionati al Silent Book Contest, concorso internazionale dedicato ai Silent Book, il suo libro “Il tesoro di Nina” finalista, verrà stampato in occasione della fiera di Bologna 2020.

:: Rino Gaetano e la sua morte sospetta nell’Italia dei misteri. Un’ intervista a Bruno Mautone a cura di Nicola Vacca

7 dicembre 2020

Se c’è uno scrittore che in questi anni sta indagando sulla figura di Rino Gaetano e sui misteri della sua morte questo è Bruno Mautone.
Da poco è uscito
Rino Gaetano segreti e misteri della sua morte, (Uno editori, pagine 247, € 15, 70) il terzo saggio che Mautone dedica alla vita e soprattutto alla morte del cantautore crotonese. Ci sono in questo libro pagine che fanno tremare e rivelazioni che non faranno dormire sonni tranquilli.
Anche questo, come i precedenti (tra cui ricordiamo
Rino Gaetano. La tragica scomparsa di un eroe, L’ArgoLibro editore), è un libro che contiene molte rivelazioni, tutte argomentate e documentate, sui rapporti tra il cantautore calabrese, la CIA e la P2 e inoltre l’autore si sofferma su quell’oscuro incidente avvenuto nella notte del 2 giugno 1981 a Roma sulla Via Nomentana che costò la vita a Rino Gaetano.

Nel tuo nuovo libro ancora continui a scavare nella vita di Rino Gaetano e questa volta la tua lente di ingrandimento mette in evidenza molte zone oscure che conducono alla morte misteriosa del cantautore. Ci vuoi raccontare come nasce questo terzo capitolo della tua indagine intorno al pianeta Rino Gaetano?

Dopo le mie pubblicazioni si è finalmente abbattuto una sorta di tabù che ingessava articoli e considerazioni sul mondo discografico e, più in generale, il mondo artistico. Ora tanti giornali dedicano attenzioni ad un tema che ho portato, con le mie ricerche, alla luce. Nel mondo della musica vi è la presenza celata e inquietante di agenti dell’intelligence che controllano e monitorano gli artisti. I miei approfondimenti sono continuati, in particolare scrivendo di Rino Gaetano, e ho dimostrato che attorno al coraggioso e compianto cantautore crotonese gravitavano almeno una mezza dozzina di persone organiche ai servizi segreti nonché a potenti consorterie massoniche. La scoperta identità di tali amici ha comportato ulteriori verifiche e riscontri che ho trasfuso nel mio recentissimo saggio.

Rino era molto scomodo, nei suoi testi le allegorie erano tante e lui era molto bravo a metterci dentro fatti e persone inquietanti del suo tempo e di quel periodo, tra i più torbidi della storia italiana contemporanea. Per questo motivo il cantautore è diventato un osservato speciale?

Sicuramente. Certo è interessante e nello stesso tempo inquietante che ruotano attorni a lui persone, anche importanti, delle c.d. “barbe finte”.
Potrebbe, addirittura, ipotizzarsi che alcuni di tali personaggi sono solo falsi amici laddove altri, invece, lo rendono edotto, anche a livello confidenziale, di tanti fatti brutti della politica e del potere. Insomma taluni lo informano altri, è plausibile, gli girano intorno per controllarlo. In tale quadro il suo più caro amico , Enrico Carnevali, che lavora all’ambasciata Usa di Roma, che intrattiene una stretta relazione affettiva con la collaboratrice più importante e più stretta dell’ambasciatore, nonché figlio di uno storico agente segreto italiano, abbia pagato, al pari di Rino, con la morte prematura un coraggio rivelatore e l’amicizia sincera con l’artista. La vicenda e affascinante quanto tragica, la illustro compiutamente nel libro. La realtà, in certi casi, supera finanche la più fervida delle immaginazioni.

La tua terza inchiesta si arricchisce di nuovi capitoli. Nel tuo libro è tutto documentato e le rivelazioni che fa gettano nuova luce sulla vita e sulla morte misteriosa di Rino Gaetano.
La presenza di agenti della CIA nella casa discografica di Gaetano. Dedichi anche un capitolo molto interessante alle connessioni tra Gaetano, Pecorelli e Pier Paolo Pasolini, tutti e tre fanno tremare il Palazzo e disturbano le manovre dei poteri politici.
Con questo libro getti un altro sasso nello stagno. Le tue parole fanno rumore. Pensi che qualcuno si sveglierà?

I miei saggi sono stati censurati dai massmedia c.d. grossi tuttavia grazie al passaparola dei lettori, che è poi il mezzo di recensione più autentico, sono diventati dei piccoli bestseller, il secondo addirittura ha venduto circa 7mila copie. La verità si può nascondere ma non eliminare, quindi col tempo temi affrontati diverranno sempre più di attualità e di diffusa trattazione. Peraltro, come già accennavo in precedenza, se prima era un tema “proibito” scrivere di presenze e influenze (nefaste), se non addirittura assassine, dei servizi segreti nel mondo dell’arte oggi è un argomento quasi usuale, basti pensare che negli scorsi giorni sia il “Fatto Quotidiano” sia “Il Giornale” hanno dedicato espliciti articoli su tali circostanze, e sono orgoglioso di averne parlato già alcuni anni fa con i miei primi due libri, sempre incentrati sulla figura di Rino Gaetano.

Il libro si chiude con quella maledetta notte del 2 giugno 1981 in cui Rino perse la vita in un misterioso incidente stradale sulla Nomentana a Roma. Tu hai molti dubbi sulla dinamica dell’incidente e nel tuo libro parli proprio di incidente stradale sospetto e in effetti sono molte le cose che non tornano. Vuoi velocemente esporci i punti inquietanti?

Mi dispiace dirlo ma l’atteggiamento della sorella dell’artista è sconcertante, infatti ha sempre sostenuto che non vi sono ombre sull’incidente mortale di Rino Gaetano e sui soccorsi prestati. È vero il contrario, addirittura ho portato alla luce una interrogazione scritta rivolta al governo dell’epoca di due senatori, chiedono chiarimenti sul decesso dell’artista e sulle modalità dei soccorsi. È un documento eccezionale che ho scoperto e ho portato alla luce, nella assoluta censura dei massmedia. In sostanza già la notte stessa della morte affiorano pesanti dubbi e interrogativi sulle modalità del sinistro stradale nonché sugli sconcertanti avvenimenti successivi. Come detto la morte di Rino Gaetano fu oggetto di una discussione ufficiale, politico-istituzione, in Parlamento! Peraltro uno dei due senatori interroganti è uno stimatissimo politico di circa 90 anni già ministro dei lavori pubblici nel ventennio mussoliniano (fece realizzare i primi tratti autostradali in Italia, partecipò alla eliminazione delle paludi pontine e alla fondazione delle città ivi sorte, fu podestà apprezzatissimo di Bari ove fece realizzare una grande mole di lavori) stimatissimo nel dopoguerra per la rettitudine e la grande competenza politica anche dagli esponenti del Partito Comunista di Berlinguer. È il senatore barese Araldo Di Crollalanza, non certo un fan di Rino Gaetano! La sorella di Rino Gaetano incredibilmente ha riferito che non è vero che il fratello venne rifiutato o, se si vuole, non venne curato da cinque diversi ospedali. In realtà il governo Forlani non risponderà alla interrogazione parlamentare (cadrà di lì a poco per lo scandalo P2), risponderà invece il ministro Altissimo del successivo governo Spadolini, confermando ufficialmente che ben cinque diversi ospedali, senza fornire nessunissima motivazione, non risposero alle richieste di soccorso e assistenza provenienti dal primo nosocomio ove venne portato l’artista gravemente ferito. Sul luogo del sinistro interviene una misteriosa ambulanza dei vigili del fuoco, non si sa da dove proveniente e da chi chiamata, e soprattutto perché chiamata in luogo di una “normale” ambulanza di servizio ospedaliero. Peraltro l’ambulanza dei caschi rossi, rectius l’equipaggio dei veicolo, adotta una decisione inspiegabile quanto letale, che mai e poi mai avrebbe potuto compiere una ambulanza di un qualsiasi ospedale, ciòè trasportare Rino Gaetano, che ha una grave frattura cranica, in un ospedale ove il reparto di traumatologia cranica non esiste (il Policlinico). Nella risposta del Governo alla interrogazione in modo inspiegabile non si riferisce in alcun modo il nome o i nomi dei medici che avrebbero portato soccorso all’illustre ferito, paventandosi, addirittura, una vera e propria congiura del silenzio, così come risultano sconosciuti i componenti della enigmatica ambulanza dei caschi rossi né la caserma di provenienza. Mino Pecorelli qualche anno prima aveva coraggiosamente scritto che persone scomode vengono messe a tacere con incidenti stradali e tali sinistri, quando erano procurati dai servizi segreti, vedevano sempre in loco la presenza di “tecnici” per far scomparire tracce di manomissioni e artifizi applicati per sopprimere la vittima predestinata con incidenti automobilistici. Tale inquietante circostanza, sarà un caso, si riscontra pure il 2 giugno 1981, festa massonica della Repubblica,… intervengono dei “tecnici” e nessuna ambulanza e\o nessun medico o personale sanitario, sul luogo del tragico impatto. Oltretutto il Tg2 fornisce una ricostruzione falsa dell’incidente, paventando uno scontro frontale, in realtà i danni sulle carrozzerie dei due veicoli coinvolti dimostrano che non si trattò affatto di uno scontro frontale. I danni localizzati sulle parti anteriori destre escludono scontro frontale e, inoltre, circostanza omessa dal notiziario rai e poi da tutti i massmedia, l’auto di Rino e presumibilmente anche il secondo veicolo impattarono contro il tronco di un platano localizzato sul tratto viario nel quale la volvo dell’artista e il camion OM vengono a scontrarsi.

:: A Tullio Avoledo, per Nero come la notte (Marsilio), il Premio Scerbanenco 2020

4 dicembre 2020

La Giuria Letteraria del Premio Giorgio Scerbanenco, composta da Cecilia Scerbanenco (Presidente), Alessandra Calanchi, Alessandra Tedesco, Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Sergio Pent, Ranieri Polese, Sebastiano Triulzi e John Vignola, sottolineando la significativa qualità letteraria dei cinque romanzi finalisti di quest’anno, ha deciso all’unanimità di attribuire il

Premio Giorgio Scerbanenco 2020  

a
 
NERO COME LA NOTTE (Marsilio)
di Tullio Avoledo
 
con la seguente motivazione: 

“Per essere riuscito a costruire, attraverso l’ibridazione tra noir e distopia, una storia che racconta con realismo politico il paesaggio post industriale del Nord Est, affrontando i temi dell’immigrazione, della clandestinità e dell’emarginazione,  grazie a una scrittura che richiama felicemente la tradizione dell’hardboiled.”
 

Il Premio, un ritratto di Giorgio Scerbanenco realizzato da Andrea Ventura, verrà consegnato al vincitore durante il festival che si terrà a Milano dall’1 al 6 marzo 2021.

:: E per Natale regalate un libro – 2020 🎄

4 dicembre 2020

Il 2020 è un anno speciale, nel bene e purtroppo anche nel male, e anche Natale sarà un Natale speciale, si festeggia una nascita nel cuore dell’inverno, e ci si scambia doni per testimoniare il bene che vogliamo alle persone che ci sono vicine. E uno scambio, un aprire pacchetti, un mi sono ricordato di te. Ecco credo che anche tutto ciò abbia una connotazione spirituale, non è l’oggetto in sè importante ma è il simbolo di qualcosa di più grande. Lo sapete io regalo libri, non avendo molti soldi è un tipo di regalo economico e che dà gioia. Al più se non piace, è facile da regalare a qualcun’altro. E la cosa divertente è scegliere il libro giusto, che pensiamo sia adatto a chi lo riceve. Non si donano mai libri a caso. A volte ci si sbaglia, può succedere ma se così non è, è ancora più bello. Per questo ho scelto quest’anno speciale di segnalarvi alcuni libri indicandovi chi per me sarebbero i destinatari ideali. Sono tre libri molto speciali. E’ un gioco, prendetelo per quello che è.

Il primo libro che vi consiglio è di Wilfried N’Sondé: Un oceano, due mari, tre continenti edito da 66thand2nd e tradotto da Stefania Buonamassa. E’ un libro bellissimo, adatto a una perosna curiosa, intelligente e che ama viaggiare con la fantasia e non solo. Musicista e romanziere, Wilfried N’Sondé è nato a Brazzaville nel 1968. Emigrato in Francia all’età di cinque anni, ha vissuto a lungo a Berlino. Oggi risiede a Parigi. Vincitore del prix des Cinq continents de la Francophonie e del prix Senghor con Il morso del leopardo (Morellini, 2009), si è aggiudicato con Un oceano, due mari, tre continenti il prix Ahmadou Kourouma nel 2018.

Il secondo libro è un libro per “ragazze” di tutte le età. Si intitola Il mondo di Lucrezia, edito da Gallucci e tradotto dal francese da Emanuelle Caillat. L’autrice dei testi è Anne Goscinny, la figlia del papà di Asterix, e i disegni sono di Catel. E’ un libro colorato, spiritoso, pieno di verve e allegria. Per una ragazza, una figlia, una nipote, un’amica con un cuore d’oro e tanti amici.

Il terzo libro è L’ultima notte di Maria di Nazaret di Natale Benazzi, San Paolo Edizioni, un libro spirituale e nello stesso tempo capace di fare un’indagine attenta dei vari Vangeli apocrifi che raccontano la vita minima dei personaggi evangelici. Per chi vuole nuove prospettive, è in cerca di risposte, e ama l’inatteso.

:: Pane e acqua. Un libro di Ibrahima Lo Dal Senegal all’Italia passando per la Libia (Villaggio Maori Edizioni, 2020)

4 dicembre 2020

Ibrahima Lo è in Italia da pochi anni e ci è arrivato partendo dal Senegal, sopravvivendo ai lager libici e dopo che il gommone con tante, troppe persone a bordo su cui viaggiava è naufragato. Non un’inchiesta condotta da terze voci, ma la storia vera di chi è grato alla vita per averne ancora una e poterne scrivere, a partire dal ricordo della fame saziata a pane e acqua.

Questo libro è il racconto di chi ha rischiato di morire ripetutamente nella speranza di approdare a una terra promessa, l’Europa, e che – nonostante la meta venga raggiunta – deve farei i conti con il razzismo di una società ipocrita e xenofoba, con lavori in nero e sottopagati, e una nuova vita da costruire a partire dal niente.

Ma quella di Ibrahima Lo è anche la narrazione felice di una solidarietà che resiste all’oscurantismo, di persone ancora umane in grado di aiutare chi ha un’esperienza da migrante alle spalle.

Pane e acqua è il resoconto personale di chi nutre ancora il sogno di un’integrazione possibile, di chi partecipa alla speranza di un mondo realizzabile, raccontando storie di sopravvivenza e rinascita.

:: Un’intervista con Armando d’Amaro a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2020

G.I. Benvenuto Armando su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Parleremo de I luoghi del noir, quarta antologia dedicata alla memoria di Marco Frilli, e non solo. Innanzitutto presentati ai nostri lettori.

A.d.A. Innanzitutto, prima di tediare i lettori con le mie risposte, un grazie a te Giulietta e a Liberi di scrivere per l’ospitalità. Sono nato a Genova nel 1956 e, dopo studi classici e laurea in giurisprudenza, ho praticato attività forense e accademica. Da molti anni però mi dedico esclusivamente alla scrittura noir, che mi ha portato alla Frilli prima come autore (ho dieci romanzi all’attivo, con due personaggi diversi) e quindi anche come collaboratore, sia nella selezione di manoscritti che giungono alla Casa Editrice per essere valutati, che quale curatore di antologie (con ‘I luoghi del noir’ sono alla sesta). Adesso vivo con mia moglie, un cane e due gatti – i nostri figli sono ormai grandi – a Calice Ligure.

G.I. Parlaci di Marco, un ricordo che hai di lui particolarmente vivido nella tua memoria?

A.d.A. Tra me e Marco, dopo il nostro primo incontro, era nata prima una stima reciproca, quindi una grande amicizia che custodisco ancora oggi, gelosamente. Abbiamo lavorato spalla a spalla, per anni, tra problemi e grandi soddisfazioni. Il suo sorriso, la sua voce roca, i suoi suggerimenti sia di lavoro che di vita: tutto questo di lui vive in me, inalterato.

G.I. I ‘luoghi del noir’ raccoglie quarantanove racconti brevi di cinquantatré autori (alcuni scrivono a ‘quattro mani’) noti e meno noti al grande pubblico, legati a una casa editrice vera e propria fucina di talenti, si può dire che Marco Frilli e ora suo figlio abbiano preso molto sul serio il ruolo di talent scout?

A.d.A. La nascita dei Tascabili Noir iniziò quasi spontaneamente, e non solo la Liguria si dimostrò subito ricca di buoni talenti – basti pensare a Bruno Morchio e al suo Bacci Pagano – ma l’accoglienza da parte dei lettori ai primi romanzi pubblicati fu entusiasta. Inevitabile quindi andare, di pari passo all’allargarsi della distribuzione (che ora copre il territorio nazionale, dalle Alpi alla Sicilia), alla ricerca di nuovi scrittori che rimpinguassero il catalogo. Molti di questi autori sono rimasti fedeli alle copertine giallo pantone, altri sono stati attratti da ‘grandi’ editori, che non facendo più scouting ‘guardano’ – dimostrazione del buon lavoro svolto – al nostro catalogo, ma ormai ci sono anche nomi importanti del noir italiano che bussano per transitare, appunto dai ‘grandi’, ai tipi Frilli

G.I. Che criteri hai usato per selezionare questi racconti?

A.d.A. Più che ai racconti ho pensato a chi invitare a partecipare: autori di sicuro talento, Frilli e non solo, più qualche esordiente che, inviando un romanzo inedito, ha dimostrato di saperci fare. Nessuno di loro mi ha deluso, e la risposta dei lettori sembra darmene conferma.

G.I. Ho letto con curiosità il tuo racconto dell’antologia, con un finale quasi aperto, quasi enigmatico, perché questa scelta?

A.d.A. Il mio testo inserito nell’antologia non è un giallo, ma certo noir nella parte iniziale, che descrive le terribili esperienze dei fanti in trincea. Poi diviene inevitabilmente intimista, e credo che, leggendolo, si comprenda il legame che mi univa a Marco Frilli, che ne è protagonista insieme al ‘mio’ – non ancora commissario – Francesco Boccadoro. Tutto sommato il finale, come hai rilevato, è aperto: sì, alla speranza.

G.I. Credo sia doveroso citare Gianpaolo Zarini, un amico prima che scrittore prematuramente scomparso. Cosa caratterizzava il suo modo di scrivere in coppia con Andrea Novelli?

A.d.A. Gianpaolo era non solo un autore a tutto tondo e di grande talento, ma una persona seria, garbata, pacatamente ironica e di grande intelligenza. Lui e Andrea hanno costruito un sodalizio, lastricato da una produzione letteraria vasta e variegata, contraddistinto da una capacità di raccontare, molto bene, storie. Gianpaolo aveva dichiarato, tempo fa, che i suoi pregi e i suoi difetti erano gli stessi: precisione e organizzazione; anche queste sue caratteristiche aveva portato in dono al ‘duo’.

G.I. Il ricavato, va segnalato, sarà devoluto alla Gigi Ghirotti Onlus, di cosa si occupa questa associazione?

A.d.A. La Gigi Ghirotti si occupa con amore e grande competenza di assistere persone colpite da malattie inguaribili, accompagnandole nel cammino verso una morte dignitosa: sia Marco Frilli che sua moglie Nora vi sono dovuti ricorrere. Per l’Associazione, solo parzialmente finanziata da convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale, sono indispensabili le donazioni private e i ricavati dalle raccolte fondi.

G.I. E a proposito del racconto breve, pensi che abbia ancora posto nel panorama letterario italiano?

A.d.A. L’interesse del lettore italiano verso i racconti ha avuto alti e bassi, ma bisogna sottolineare che, talvolta, la qualità delle storie brevi ha raggiunto e raggiunge alte vette qualitative. Ritengo che la decisione della Frilli di proporre un’antologia, ormai attesissima, con cadenza annuale, sia tra l’altro una soluzione ‘antica’ a due esigenze del pubblico moderno: conoscere nuovi autori e leggere un’opera concisa ma compiuta anche negli scorci di tempo.

G.I. La forte caratterizzazione geografica è il tratto distintivo dei noir Frilli. Cosa fortemente voluta da Marco Frilli. Come è nata questa idea di noir?

A.d.A. Noi tutti siamo figli del noir mediterraneo, che Massimo Carlotto ha definito come una necessità nata dal “senso di appartenenza che molti autori hanno sentito verso la propria terra, portandoli quindi a raccontarne gli aspetti meno piacevoli”. Marco Frilli volle ancor più accentuarne le caratteristiche, chiedendo ai suoi autori di narrare non soltanto crimini, ma paesaggi, storia, società, tradizioni, aspetti sconosciuti, leggende e finanche cibi e vini legati al loro territorio di nascita o elezione.

G.I. C’è ancora spazio per il noir nel panorama letterario italiano? I lettori secondo te amano questo genere di narrativa?

A.d.A. Basta dare un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti per rendersi conto di quanto i lettori lo gradiscano: tra i bestseller campeggia sempre almeno il titolo di un romanzo noir italiano. Perché? Questo genere di narrativa rispecchia, attraverso ‘penne’ certo diverse, la sfaccettata realtà del nostro Paese, attento – come si diceva prima – a tutto ciò che accade sul territorio. A riprova di quanto dico: talvolta giungono in Casa Editrice ottimi romanzi, e si suggerisce all’autore di virarli in ‘noir’ perché possano essere pubblicati e avere successo.

G.I. E le donne nel noir, quali pensi siano le più significative, anche esordienti?

A.d.A. Non posso che nominare la punta di diamante della Frilli, Maria Masella, che un giornalista ha definito avere “un grande bagaglio letterario alle spalle ed un raggiante futuro davanti”: io la ritengo la scrittrice più significativa dell’intero panorama italiano. Non faccio nomi di brave esordienti…non voglio scatenare gelosie!

G.I. Grazie della disponibilità, come ultima domanda vorrei dare spazio ai tuoi lavori. Stai scrivendo attualmente un nuovo libro?

A.d.A. Sì, mi sto dedicando al quarto ‘episodio’ – ambientato nel 1941, che vede sempre protagonisti il commissario Boccadoro e la sua famiglia – frutto (come i precedenti) non solo della mia fantasia ma di quanto effettivamente accadeva, a tutti i livelli, nell’Italia fascista. Antonia Del Sambro mi ha voluto così benevolmente commentare: “…Tra metafore letterarie e squarci di vita familiare che ricordano Italo Svevo, Armando d’Amaro coglie alla perfezione l’humus della società italiana del Ventennio…”.

:: L’abbandono: il sottile filo che collega Shakespeare a Eduardo a cura di Lorenzo Romano

30 novembre 2020

Si potrebbe chiudere al volo l’articolo, senza farlo neanche iniziare, con la frase che regna in ogni dove da un po’ di secoli a questa parte: “Essere o non essere”.
Troppo facile, ma anche poco chiaro, se vogliamo, poiché sotto al ponte che collega, e divide, l’essere e il non essere ne passa davvero tanta di acqua.
Vi è un sottile filo che lega uno dei re del teatro italiano al Bardo.
Quel sottile (che poi in realtà è bello spesso, altro che sottile) filo che non dà scampo all’uomo che si interroga: l’abbandono!

“Io mi vergogno di appartenere al genere umano” dice Eduardo per bocca di Alberto Saporito in una delle sue opere più profonde “Le voci di dentro”, opera nella quale dissacra ogni tipo di essere umano: da chi, celato dietro al sacro velo dell’ipocrisia religiosa, predica bene e razzola male a chi affida la sua vita al pettegolezzo e al più che mai vivo desiderio di criticare l’altro al fine di ergersi al miglior esempio vivente (qualche secolo prima le Sacre Scritture consigliavano di premurarsi della trave propria più che della pagliuzza altrui, ma tutto ciò rientra nel discorso accennato dal titolo di questo articolo; questo è l’uomo, c’è ben poco da fare, l’ego vince sempre) fino a sottolineare quanto siano fragili i rapporti umani e quanto poco conti la coscienza nell’agire.
I capolavori di Eduardo non erano semplici operette da ridere, tutt’altro!
Con scenari e temi più che quotidiani distruggeva l’umano, lacerava l’animo con maestosa sagacia servendosi di parole semplici e comuni, anzi “diverse”, col dialetto, come a voler dire quanto sia incomprensibile la vita e quanto sia necessario evadere, scappare e trovar rifugio in un’altra lingua. 

L’ironia di Shakespeare era letale nei confronti dell’uomo: in ogni tragedia il pathos resta costante, ma costantemente cresce sempre più sino a raggiungere il punto più alto nel finale quando, come in ogni tragedia che si rispetti, muoiono tutti, o quasi tutti.
Il Bardo mette così a nudo la bassezza dei gesti umani che hanno così tanto proteso e stirato la vita dei soggetti fino a farli giungere ad un comune punto di non ritorno che consente loro, e ai lettori, di riflettere sull’inutilità e sulla meschinità di quei gesti.
“Strepito e furia”, sofferenza, brama di potere e di dominio, invidie, ego smisurato, pene da infliggere sempre all’altro e mai a se stessi, se non nel momento di morte.
Una forte condanna del genere umano e al genere umano, condanna che sottende un chiaro senso di distacco e di abbandono da parte del narratore. 
Un abbandono, un rifiuto e, al contempo, un voler elevarsi a soggetto diverso che non si riconosce e che, però, non sa collocarsi.

Il filo, come detto, è tutt’altro che sottile, è bello forte, resistente e diretto: a distanza di secoli due Maestri si ritrovano, accomunati in questo stato di abbandono, in un limbo raggiunto a furia di evidenziare tutto quello da cui hanno sempre cercato di scostarsi, di prendere le distanze e che han condannato con somma eloquenza dall’alto della postazione privilegiata di un meritato piedistallo.
Nonostante tale limbo e tale piedistallo, non raggiungono certo il significato ultimo, non trovano la soluzione, non resta loro altro se non abbandonarsi all’oblio del nulla, ma lo han potuto fare poiché hanno raggiunto un punto che li ha differenziati, com’è giusto che sia per ogni poeta, dai loro non simili e che li ha portati ben oltre i confini dell’eternità!

:: Killer elite -Professione assassino di Stefano Di Marino (Segretissimo Mondadori, 2020) a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2020

Un nuovo cavaliere oscuro emerge nella Legione di Segretissimo.
L’Aquila, la misteriosa organizzazione segreta che controlla con il crimine mondiale con l’efficienza di una multinazionale, è in allarme. Qualcuno ha tradito, rubando un documento che potrebbe cambiare gli equilibri della malavita internazionale.
Solo un uomo può risolvere il problema.
Max Costello, aka l’Eliminatore, altresì noto con l’oscuro alias di Mezzanotte. Abile killer, spietato e infallibile, Max è l’unico in grado di muoversi a proprio agio in questo feroce universo di intrighi, omicidi e vendette personali.
Questo conflitto privo di regole catapulta l’Eliminatore da Goa a Malindi, da Sorrento ad Atene, fino a raggiungere l’apice a San Pietroburgo, dove la Piccola Madre, famigerata boss della malavita russa, sfida l’Aquila a un duello senza esclusione di colpi.
Ma non ci sono solo due contendenti in questa partita. Patrizia Manni, tenace poliziotta milanese sulle sue tracce di un suo “lavoretto”, a sua volta marca stretto il killer dell’Aquila, decisa a catturarlo a ogni costo.
E così l’Eliminatore rischia di trasformarsi da cacciatore in preda.

Stefano Di Marino firma con il suo nome il primo episodio di una nuova serie action, e così dopo il Professionista e Montecristo facciamo la consocenza di Max Costello, alias Mezzanotte, killer professionsita al servizio di una fantomatica organizzazione segreta denominata Aquila che controlla con pugno di ferro il crimine mondiale. Segretissimo ha regole di ingaggio molto severe e Di Marino ormai negli anni le ha fatte proprie, aggiungendoci tocchi personali che caratterizzano il suo stile di narratore di razza perfettamente padrone dei tempi, del ritmo dell’azione e delle regole narrative del crime. Innanzitutto l’attenzione al dettaglio, la cura nel descrivere le scene di azione con taglio cinematografico, e una caratterizzazione psicologica precisa dei personaggi che non ne fa semplici sagome di cartone. Pure nel solco della narrativa popolare di evasione e intrattenimento inserisce sprazzi di umanità o rovelli personali pure nei personaggi più apparentemente refrattari a ogni sentimento. Questa volta ha scelto di focalizzare la sua attenzione su un killer professionista, un uomo che ha fatto della morte il suo mestiere, e che per potere restare in vita deve attivare tutte le sue capacità di sopravvivenza, tra cui l’intuito, le capacità tecniche, quelle fisiche e un tocco di fantasia per uscire indenne nei momenti più pericolosi. Per chi cerca il realismo a tutti i costi Di Marino ha il dono di rendere tutto verosimile, credibile, realistico, seppure parli di temi che implicano una gran dose di improvvisazione e faccia tosta. Realtà e fantasia quindi si sovrappongono dando la sensazione al lettore di essere nel centro dell’azione e di viaggiare sempre in prima classe dall’India all’Africa, dall’Italia alla Russia mentre se ne sta comodamente al sicuro in poltrona. Esotismo, un tocco di erotismo, tante scene d’azione, un po’ di introspezione sono senz’altro i fattori che hanno permesso un successo duraturo consolidatosi nel tempo. Forse non è una lettura prettamente femminile, le ragazze amano più il romance con venature romantiche (ma molte lettrici potrebbero contraddirmi) tuttavia ritengo che sia un fenomeno che meriti un’analisi seria, e non vada ghettizzato come mera lettertura da edicola. Il pulp ha una nobile storia e ha formato l’immaginario di intere generazioni, nelle sue varie facce dalla spystory, all’action thriller, al noir, chiavi privilegiate per analizzare il presente, il mondo reale non edulcorato da patine troppo scintillanti. Il mondo là fuori è buio e feroce, sembra dirci Di Marino, è fatto di sopraffazione e di violenza, e sebbene noi esseri civilizzati ci limitaimo a quella verbale (che può fare altrettanto male), altri usano armi, ricatti, e ogni forma di abuso per sopravvivere e davvero il crimine è per loro pane quotidiano. La letteratura, questo tipo di letteratura perlomeno, ha il ruolo sociale di aprire gli occhi su questa realtà, sul mondo in cui realmente viviamo.

Stefano Di Marino, tra i più prolifici narratori italiani, attivo per le collane Mondadori “Segretissimo” e “Giallo”, da anni si dedica alla narrativa scrivendo romanzi e racconti di spy-story, gialli, avventurosi e horror.
Per Fabbri ha curato Il cinema del Kung Fu e Il cinema Horror. Per la Gazzetta dello Sport le collane Il cinema del Kung Fu (diversa dalla precedente) e Gli indistruttibili – Il cinema d’azione degli ultimi vent’anni.
Tra i suoi libri sul cinema Tutte dentro – Il cinema della segregazione femminile (Bloodbuster Edizioni), Bruce e Brandon Lee (Sperling & Kupfer), Dragons Forever – Il cinema marziale (Alacran), Italian Giallo – Il thrilling italiano tra cinema, fumetti e cineromanzi (Cordero Editore) e Eroi nell’ombra – Il cinema delle spie raccontato come un romanzo (Dbooks.it).
Per Odoya ha già pubblicato Guida al cinema di spionaggio (2018).

Source: acquisto personale.