Archivio dell'autore

:: Non salvarmi di Livia Sambrotta (SEM 2021) a cura di Federica Belleri

30 gennaio 2021

Non salvarmi, perché non ho speranza. Non salvarmi, perché ho troppa paura. Non salvarmi, perché non so amare. Non salvarmi, perché sono invincibile… Torna in libreria Livia Sambrotta con un romanzo completo, intenso, psicologico. Ci conduce nel mondo del cinema e all’interno di famiglie potenti che trascurano i propri figli. La conseguenza è la crescita di ragazzi viziati ma non amati. Dipendenti da droghe o sesso ma soli in modo definitivo. Belli ma contenitori vuoti da usare a piacere. In Arizona forse una soluzione si può trovare.  Un ranch, ippoterapia e duro lavoro. Giovani trasportati nel nulla e nel deserto bollente dai propri genitori benestanti,  ghettizzati e impegnati dall’alba al tramonto per poi crollare a letto sfiniti. Ma è davvero tutto così facile? Io l’ho scoperto durante la lettura, che mi ha coinvolta emotivamente. Ho scoperto le ossessioni, la profonda solitudine, l’innamoramento. Ho vissuto la morte, il dramma dell’abbandono, l’egoismo malato e respingente di chi non tollera errori. Ho sentito il peso sopportato da madri rassegnate e il perbenismo di padri che negano l’evidenza di azioni orribili. Ho supportato i sogni e i desideri di questi giovani, la loro voglia di rinascere e di avere una seconda possibilità. Non salvarmi è un romanzo di molte verità o forse di una sola. Di speranza. È un racconto di trappole psicologiche, di ricatti e dubbi. È una storia da immaginare sul grande schermo, dove il backstage e la produzione non sono ciò che sembrano. Da leggere, da interiorizzare. Assolutamente consigliato.

Livia Sambrotta, laureata in Lingue e Letterature Straniere con indirizzo spettacolo, dopo aver lavorato come redattrice per i magazine di promozione cinematografica 35mm e Primissima, nel 2015 pubblica il primo romanzo noir Amazing Grace (Tragopano Edizioni) e diverse short stories. Nel 2017 vince con un suo racconto il premio letterario Torinoir Memonoir 2017 del gruppo letterario fondato dall’autore Enrico Pandiani. Dal 2015 ha condotto diversi seminari di scrittura creativa a Milano.
Nel 2017 ha pubblicato il romanzo noir Tango Down (Edizioni Pendragon). Il romanzo è stato selezionato tra i finalisti al Festival Giallo al Centro Rieti e ha ricevuto il Premio Menzione Speciale al Festival Garfagnana in Giallo. Attualmente lavora a Milano per la company internazionale UCI Cinemas come Film Promotion Coordinator Southern Europe.

Fonte: omaggio dell’autrice.

:: Le biblioteche come case del dialogo interculturale e agenti di sviluppo di comunità

30 gennaio 2021

Mutuando l’esperienza francese di Bibliothèques sans Frontiers, al fine di rispondere ai bisogni informativi, formativi, sociali e culturali dei residenti stranieri, il corso si propone di fornire un percorso di formazione ai bibliotecari del sistema SBAM di Torino organizzato in due incontri.

Nel primo appuntamento, saranno alcuni testimoni privilegiati appartenenti alle tre comunità target del progetto (Cina, Marocco, Romania) a fornire elementi socio-economici e culturali per poter conoscere gli aspetti che oggi caratterizzano le tre comunità presenti sul territorio metropolitano. Sarà anche approfondito il tema dell’accesso all’istruzione da parte delle fasce di popolazione straniera grazie all’intervento di ricercatrici dell’Osservatorio del sistema formativo dell’Ires-Piemonte. Verrà quindi messo in relazione il dato della scolarizzazione con l’accesso alla cultura da parte delle nuove generazioni.

Nel secondo incontro, i partecipanti del corso avranno l’occasione di ascoltare alcune persone di origine straniera che nel mondo della cultura si esprimono e lavorano. Scrittori, registi, ricercatori, giornalisti esprimeranno le loro considerazioni in dialogo con chi, cittadino italiano impegnato nella cultura, si sta accorgendo di loro. Di una lingua in movimento e di una società che in realtà è già mutata.
Come promuovere dunque un nuovo approccio al tema dell’intercultura? Quale ruolo possono avere gli stranieri e le seconde generazioni nell’accelerare un processo che non vuole decollare? Forse riconoscendo loro un ruolo di agenti di promozione culturale?

I INCONTRO 15 febbraio ore 10-13
L’immigrazione a Torino e dintorni: numeri, persone, storie. Accesso ai servizi e inclusione culturale

“Seconde generazioni nella scuola e all’università: scelte ed esiti” a cura di DANIELA MUSTO e CARLA NANNI, ricercatrici dell’Osservatorio sul sistema formativo regionaleIres Piemonte

Le comunità si raccontano

ROMANIA
MARCELIN ENASCUT, sindacalista;
MIRELA RAU (mediatrice interculturale).

MAROCCO
ABDESSALAM
Jaouhari, sindacalista; Karim Hsikou, presidente Ass. Bizeffe;
EMANUELE MASPOLI
autore di “Torino è Casablanca”, Ananke 2012.

CINA
CHEN MING, presidente ANGI;
AI LIAN, presidente ZHISONG.

II INCONTRO 22 febbraio 10-13

Immigrazione e cultura. Tavola rotonda con testimoni privilegiati quali agenti di promozione culturale

ROMANIA
ANDREEA LUMINITA DRAGOMIR: mediatrice culturale, vincitrice del Concorso letterario Lingua Madre, esperta di scrittura creativa e gruppi di lettura. Ha lavorato in progetti con le biblioteche

MAROCCO
WAFA EL ANTARI: scrittrice, attualmente impegnata nella realizzazione di un film tratto dal racconto con cui ha vinto il Concorso Lingua Madre

CINA
LUISA ZHOU: scrittrice, vincitrice del Concorso letterario Lingua Madre. Studia Story Design e Digital Communication alla Scuola Holden di Torino

discutono con:

 ADIL AZZAB: regista e scrittore di origine marocchina

YASSINE DIA: ricercatrice Fieri, di origine senegalese

DANIELA FINOCCHI: ideatrice e responsabile del Concorso letterario nazionale Lingua Madre

PAOLA GALLO: curatrice per la casa editrice Einaudi della pubblicazione di autori italiani

KARIM METREF: giornalista e promotore dei diritti dei giornalisti stranieri in Italia

L’evento sarà trasmesso in diretta sulla Pagina Facebook di BiblioBabel  e sul sito della Fondazione Amendola

SCARICA LA LOCANDINA

(Fonte: http://www.migrantitorino.it/?p=52387)

:: Gli habitué dei caffè di Joris-Karl Huysmans (Bordeaux 2020) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2021

« Alcune bevande presentano la particolarità di perdere sapore, gusto, ragion d’essere, se bevute altrove che nei caffè. In casa propria o da un amico diventano apocrife, come volgari, quasi indecenti. »

Joris-Karl Huysmans nacque a Parigi nel 1848,  l’anno della Terza Rivoluzione che terminò con la proclamazione della Seconda Repubblica, e passò alla storia come uno tra i padri del romanzo decadente europeo, grazie al suo capolavoro A Rebours (1884). Tra gli autori ottocenteschi forse altri nomi vi risulteranno più familiari come Balzac o Flaubert, che come sottolineano Paolo Bellomo e Luca Bondioli nella nota di traduzione introduttiva di Gli habitué dei caffè, edito da Bordeaux, per il gran studio che si è fatto dei loro testi hanno quasi perso quel fascino singolare ed esotico che al contrario Huysmans conserva interamente. Immergersi nella sua scrittura ti permette quasi di fare un viaggio nel tempo, in un mondo scomparso e misterioso, fatto di tradizioni, abitudini, modi di pensare ormai scoloriti come le immagini color seppia di qualche antico dagherrotipo. Gli habitué dei caffè raccoglie alcuni tableaux di Huysmans apparsi su quotidiani, riviste o altre pubblicazioni collettive tra il 1880 e il 1898: Les Habitus de Café (1889) Le Buffet des Gares (1898), Une Goguette (1880) e Le Point-du- Jour (1885).  Un mondo scomparso, ma il mondo di Huysmans anche mentre lo raccontava con la sua penna caustica e schiva stava scomparendo. Per riportare in vita quel mondo morente Bellomo e Bondioli hanno fatto delle scelte privilegiando la comprensione e la semplicità, molti modi di dire non diranno più nulla all’uomo di oggi, molte allusioni, rimandi, assonanze, per cui per evitare di riportare al lettore un testo criptico per iniziati hanno fatto un lavoro certosino di scavo come novelli archeologi alle prese con qualche antico mausoleo. Il risultato è brillante, limpido, scorrevole e pieno di fascino. Io soprattutto che amo Parigi e l’Ottocento con i suoi velluti, i suoi ori antichi, i suoi Vermut, i derivati dell’assenzio, i suoi caffè, i suoi ritrovi musicali, i luoghi di passaggio come i ristoranti delle stazioni mi sono persa in queste pagine. Huysmans poi di quel mondo ne vede le luci e le ombre, e descrive tutto con naturalezza e disincanto. Riti mondani, piaceri a buon prezzo per le tasche di tutti, vizi e poche virtù.         

Joris-Karl Huysmans è stato uno scrittore di madre francese e di padre olandese. È noto per i romanzi naturalisti Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e per la collaborazione al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Narratore di sofisticate ambizioni, ha dipinto  le bassezze della vita e al contempo il raffinato estetismo decadente. Successiva è la svolta verso un satanismo che gli aprì la strada della conversione al cattolicesimo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Bordeaux.

:: Nasceva oggi: Virginia Woolf

25 gennaio 2021

Nasceva oggi a Londra, il 25 gennaio 1882, Virginia Woolf.

:: Nasceva oggi: Edith Wharton

24 gennaio 2021

Nasceva oggi a New York, il 24 gennaio 1862, Edith Wharton.

:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2021

Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo nuovo invito. Non potevo che non discutere con lei dei fatti accaduti in America in queste ultime convulse settimane. Il suo saggio Il destino americano, merita una nuova ristampa con nuovi capitoli, non crede?

Grazie per il rinnovato invito. Rispondendo a questa prima domanda, avverto subito che la mia posizione di fronte ai recenti eventi che potrebbero, in effetti, giustificare una ristampa del mio piccolo libro di due anni fa, è relativamente “fredda”, anche se plaudo incondizionatamente alla svolta istituzionale statunitense. Per dirla un po’ bruscamente: a me interessava dimostrare la principale linea di continuità della storia della politica estera americana, che ho sempre trovato aggressiva, superba e arrogante.
Aggiungo che se ho apprezzato la cerimonia dell’insediamento, sono rimasto ancora più colpito dall’assalto a Capitol Hill di pochi giorni prima: non tanto, o non soltanto, per la gravità simbolica del gesto (che ha anche mostrato che l’invulnerabilità totale non appartiene a nessuno), ma per la sua – peso le parole – stupidità. La volgare e insensata pagliacciata di travestirsi da sciamani o di posare i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi va al di là del vecchie storie dei dittatori da operetta dell’Africa di una volta: ci dice piuttosto quanto grave sia il degrado della società politica del nostro tempo. Tra Usa ed Europa ci sono molte differenze culturali, ma i risvolti politici sono sostanzialmente simili.
Il mio libro guardava al passato, piuttosto, cercando di far emergere quanto le novità apparenti di oggi siano invece perfettamente coerenti con il passato americano. E questa è la cosa che mi preoccupa.

Gli scontri di Capitol Hill hanno segnato una transizione di potere affatto facile ma non violenta come si pensava, tuttavia si è vista infranta una sorta di sacralità di quel tempio laico che è il Campidoglio. Come è stato possibile? Washington non era blindata? Gli sono sfuggite un po’ le cose di mano?

Credo si sia trattato, ad un tempo, di ingenuità e infiltrazioni: chi pensava a un semplice spirito goliardico; chi, che lo spirito di una cerimonia così importante non potesse venire svilito da “quattro” sciagurati qualsiasi; chi pensava a un puro e semplice sberleffo senza significato (ed è successo il contrario); chi davvero rifiutava di accettare la sconfitta di Trump. C’era anche un bel po’ di poliziotti “deviati”, dello stesso tipo di quelli che uccisero George Floyd nel maggio dell’anno scorso. Una brutta pagina, insomma, ma del tutto allineata con il cattivo gusto che Trump aveva seminato per 4 anni. Non è tutta colpa sua, ma è stato capace di rappresentare il lato peggiore dell’America.

Avrà senz’altro ascoltato in diretta l’emozionante discorso di ieri di insediamento di Biden, a caldo cosa ha provato ascoltandolo, cosa ha pensato?

Credo che la cerimonia del giuramento abbia offerto una prova (positiva) di de-sacralizzazione del potere politico, che (anche se la Dichiarazione del 1776 lo proclamava) ha abbattuto la religiosità di cui il giuramento è elemento centrale, per farla diventare una manifestazione dell’ortodossia costituzionalistica. Chi ha vinto le elezioni va al governo, lo farà con impegno e passione, senza invocare né santi né eroi! Un neo-eletto può commuoversi per l’immensità del cammino che ha saputo compiere, ma dubito che si senta sereno e privo di preoccupazioni.
Una volta “de-sacralizzata” o laicizzata, la politica estera potrà essere guardata con maggiore distacco, evitando che gli Usa si impiccino, di tanto in tanto, di questioni che non li riguardano direttamente. Altrimenti detto, gli Usa devono smettere di pensarsi al di sopra di ogni possibile classificazione: è vero che sono lo stato più importante al mondo, ma hanno la stessa natura e gli stessi diritti-e-doveri di tutti gli altri stati.

Paragonandolo a quello di quattro anni fa di Trump, con quel ipernazionalista “gli Americani per prima cosa”, da non americana ho avvertito in quello di Biden una maggiore consapevolezza nell’investitura (divina) di paladini del mondo libero. Ha provato la stessa cosa anche lei? Avremo una politica estera americana più espansiva con la nuova amministrazione?

La mia (aprioristica) sensazione è che Biden si occuperà molto più di politica interna che di politica internazionale, per il semplice fatto che i problemi immediati sono la salute, il lavoro, l’immigrazione, la povertà. Oggi come oggi, la politica internazionale viaggia su altri binari (e per fortuna, a scartamento ridotto), e Biden potrebbe approfittarne per smussare alcuni, almeno, degli angoli che Trump aveva invece acuminato.
La democrazia Usa è sotto schiaffo da molti di vista: dal monopolio dell’informazione e della manipolazione, dai social che hanno inventato, la cui influenza sulla società americana, che è normalmente meno smaliziata di quella europea (gli altissimi livelli scientifici non garantiscono nulla, da questo punto di vista) è immensa. La questione ecologica è gravissima e diventa ogni giorno più difficile risolverla o contenerla. La sanità: non è solo questione di covid ma anche di sicurezza sociale, di sanità meno costosa e aggressiva verso chi vi deve ricorrere. La povertà: e pensare che soltanto L. Johnson (chi ricorda ancora il successore di J. Kennedy alla Casa Bianca?) lanciò un vero e proprio piano di lotta alla povertà (che naturalmente fallì).

Quando Biden ha detto che la democrazia è una fragile cosa (che sottolineava tutta la nobiltà nel difenderla), penso il punto più alto del suo discorso, assieme al momento di silenzio per le vittime del Covid, ho pensato ai versi Some, too fragile for winter winds di Emily Dickinson, immagino che il testo del discorso sia stato scritto per evocare emozioni e sentimenti oltre che pensieri razionali. Pensa che anche fuori dai confini americani abbiano avvertito tutto ciò? Inoltre la politica come spettacolo, con la sua coreografia, i suoi riti, le sue tradizioni è un fatto rilevante nella storia americana. Il potere ha bisogno anche di questo per darsi legittimità?

In generale il mio sogno è che la politica venga vissuta evitando eccessi emozionali e retorici. Alla qualità del discorso politico si è sostituita l’immagine dei leader: so che è soltanto una delle tante battaglie perse che a una persona della mia età è toccato di subire. Ma non so come ci si possa “vaccinare” dalla retorica e dal personalismo. Temo enormemente la politica come spettacolo, che contribuisce alla perdita di razionalità e di ragionevolezza.

Trump è momentaneamente sceso dal ring, metaforicamente, ma non il trumpismo, che rispecchia il vero sentire di molti americani, (insomma Trump non ha inventato nulla). Che ruolo avrà il trumpismo, secondo lei, negli anni futuri?

Vorrei che Trump e il trumpismo siano stati soltanto una malattia o un brutto sogno, senza tuttavia perdere la consapevolezza dei rischi che sono sempre dietro la porta. Per essere chiari: un mondo gestito di personaggi come Trump, Putin, Bolsonaro, Orban, Erdogan e, perché no, Salvini mi spingerebbe a fuggire a Tahiti o alle Galapagos dove probabilmente non arrivano né giornali né emissioni televisive – e i cellulari? Proibiti!

Una cosa che mi ha colpito, non mi ricordo se detta da un giornalista, è che mentre Kennedy doveva rassicurare che il suo essere cattolico non l’avrebbe fatto agire agli ordini del Vaticano, (ricordiamo che Biden è il secondo presidente americano cattolico della storia), Biden al contrario avrà rapporti più facili con Papa Francesco che non con il clero americano. Cosa ne pensa?

Stupisco ancora che in politica si facciano riferimenti teologico-religiosi. Ha superato quella fase persino un Papa, possibile che non ci riusciamo tutti noi? La fede (o la sua assenza) è un fatto individuale, privato e intimo: non esiste motivo che giustifichi una decisione religiosamente ispirata di contro a una realmente democratica. Per fortuna, Biden ha usato molto meno del solito la carta religiosa e c’è da sperare che continui a farlo. Le religioni vanno rispettate e chi crede a una di esse ha tutto il diritto di seguirle. Chi non crede a nessuna ha il dovere di lasciare a chiunque la libertà di professare la propria. Ma in politica nessuno può anteporre la religione alla democrazia.

Biden, secondo lei, ascolterà i “consigli” di Kissinger? E la sua idea ben precisa dell’importanza di intessere rapporti diplomatici stabili e duraturi con questi paesi. Insomma uno scontro diretto non conviene a nessuno, si fronteggeranno sempre e solo sul campo economico e sulla questione dei diritti umani?

Per quanto poi riguarda i consigli di Kissinger, suggerirei a chiunque ne ricevesse da lui di non ascoltarli o quanto meno di dimenticarli subito, se non addirittura di fare il contrario!

Russia e Cina stanno a guardare, dal suo punto di vista di osservatore imparziale, si sa noi italiani siamo in una piccola provincia ai confini dell’Impero, che tipo di rapporti intesseranno con l’amministrazione Biden? Il nuovo presidente cercherà più il compromesso o lo scontro?

La teoria democratica consapevolmente vissuta e applicata ci indica una serie di soluzioni procedurali e non sostanziali che potrebbero aiutarci in ogni caso: più ancora che far cantare Lady Gaga, Jennifer Lopez e recitare poesie dalla futura Presidentessa del 2036 Amanda Gorman, cerchiamo di far agire la democrazia, che è – per natura – pacifica.

Grazie della sua disponibilità, come ultima domanda le chiedo di cosa si sta occupando adesso. Progetti futuri.

Più che dire che cosa sto facendo – lavoro a un tentativo di ricostruzione teoretica dei principi di analisi della ricerca politologico-internazionalistica – vorrei, in conclusione, ribadire il concetto-chiave del libro da cui siamo partiti: gli Stati Uniti hanno sempre (dal XIX secolo) avuto una politica estera coerente e orientata alla dominazione internazionale.
In particolare, dopo il grandioso (e democratico) apporto alla vittoria nella seconda guerra mondiale, gli Usa ripresero la linea storica della loro politica estera. Lo spauracchio dell’avanzata comunista nel mondo li spinse a intervenire a gamba tesa nella guerra di Corea; piegò ai suoi voleri (finanziari) l’America latina; si inventò una guerra in Vietnam che le costò 58.000 vittime (a parte ovviamente la mortalità locale); collaborò al colpo di stato di Pinochet in Cile; e poi c’è tutta la storia mediorientale nella quale le posizioni assunte annullarono sovente i passi avanti fatti dalla diplomazia internazionale; e infine e più recentemente l’Afghanistan, l’attacco all’Iraq, la maldestra partecipazione alla guerra in Siria, gli omicidi mirati, eccetera…
Non c’è altro stato che come gli Usa da 150 anni in poi abbia fatto politiche estere così spregiudicate. La loro continuità– ormai due secoli – è l’indicatore più suggestivo ed evocativo della natura di questo Paese: grande ma non sempre il migliore.
Gli Stati Uniti sono un grande paese, ma sono un paese come gli altri, con pregi e difetti; alcune cose le fanno benissimo, altre meno bene. La società americana è meno spigolosa e agitata di quanto possa essere quella di un qualunque stato europeo, ma la loro distanza dalla politica fa sì che la loro attenzione per la politica estera sia molto bassa. Questa lascia, per un verso, ai suoi governi notevole libertà d’azione, e dall’altro non contribuisce alla consapevolezza che la società deve possedere di come va il mondo e di quale sia il posto del proprio paese.

:: Lady Chevy di John Woods (NN Editore, 2021) a cura di Fabio Orrico

22 gennaio 2021

Amy Wirkner ha diciotto anni, vive a Barnesville, una piccola città dell’Ohio, militarmente occupata da un’azienda petrolifera che, per poter praticare il fracking, ha preso in affitto i terreni di quasi tutti gli abitanti, famiglia di Amy compresa. Le conseguenze, seppure non affrontate in tribunale, sono terribili, nascono bambini deformi (il fratellino della nostra protagonista, per esempio), la gente muore di cancro. Non è tutto: Amy ha pochi amici, è costantemente bullizzata dai compagni di scuola perché è obesa e infatti sulla copertina del bell’esordio di John Woods campeggia come titolo il suo soprannome: Lady Chevy. L’epiteto, non proprio lusinghiero, è dovuto al suo fondoschiena, ingombrante e massiccio come una Chevrolet.
Ennesimo spaccato dell’America profonda? Anche, ma non solo. Woods dimostra al primo romanzo una maturità di stile e una fluidità di racconto impressionanti. Da un lato accetta passivamente i cliché che un determinato contesto sociale si porta dietro, nel nostro caso i bifolchi tutti bibbia e fucili, razzisti e fortemente tentati da folli teorie del complotto (e la cronaca dei nostri giorni è lì a ricordarci che non sono clichè innocui, anzi, forse non sono nemmeno clichè in senso stretto), dall’altro se ne fa forza, riposizionandoli in una prospettiva antropologica. Alternando la prima persona di Chevy, credibilissima e piena di sfumature, con il resoconto parallelo delle vicende di Hastings, un poliziotto dalla cupa e oscura morale, Woods dipana un racconto di formazione nerissimo, inscritto in una tradizione di sangue e violenza.
Chevy, dicevamo, ha pochi amici, sostanzialmente due: Sadie, la ragazza più popolare della scuola, praticamente il suo esatto contrario, e Paul, bellissimo e idealista, amore non corrisposto ma presenza costante nella vita della ragazza e occasionalmente spalla cui appoggiarsi nei momenti duri. Il padre di Paul sta morendo di cancro a causa del fracking e il ragazzo vuole vendicarlo con un atto di ecoterrorismo ma ha bisogno di un complice: Amy, naturalmente. Andrà malissimo. E qui è bene fermarsi perché trama e sviluppi meritano di essere goduti leggendo, abbandonandosi al presente storico usato da Woods con tanta sapienza che, quasi, potremmo pensare che la storia si stia mano a mano costruendo sotto i nostri occhi.
Amy ha una sorta di mentore, suo zio Tom, reduce dall’Iraq, suprematista bianco con bunker sotterraneo di serie, in caso che gli Stati Uniti, ormai percepiti come una nazione in decadenza, razzialmente compromessa, dichiarino guerra. Ma il vero incontro che cambierà la vita della ragazza e getterà una luce nera sul suo futuro è quello con Hastings, amico dello zio, meno vistoso nell’enunciare le sue filosofie deviate ma più dolorosamente estremo nel metterle in pratica. La scena del dialogo tra i due, a un terzo dalla fine, è semplicemente magistrale, così come splendido è il lungo, ritmato capitolo, in cui Woods elenca i fatti di cronaca nera di una normale settimana a Barnesville, la follia che sembra pervadere ogni angolo della contea, tanto da renderla una succursale della kinghiana Castle Rock. Con una differenza: Barnesville esiste e la scorciatoia del soprannaturale non è prevista.
Il retaggio di violenza che informa la vita di Amy d’altra parte ha un suo patriarca, il nonno materno del quale circolano inquietanti fotografie negli album di famiglia: sfogliandoli ti imbatti in una normale riunione familiare, un picnic, una gita al luna park, cose del genere, poi volti pagina ed ecco il vecchio abbracciato alle due figlie e alle loro spalle una croce incendiata che illumina un uomo di colore impiccato. Il tutto ordinatamente messo in serie accanto alle immagini più banali. L’orrore: una dimensione che Woods riesce a rendere così tremendamente quotidiana da inabissare il suo romanzo dentro correnti di pensiero metafisiche, pure astrazioni. Probabilmente il segreto della riuscita del libro è proprio la capacità di mostrare crudeltà, deviazioni, bontà e capacità di cura tutte fuse insieme, senza frizioni, con inaspettata coerenza. Una soluzione che, si indovina, non è suggerita dalla voglia di sorprendere ma dalla conoscenza profonda della propria materia di indagine. Il male, sembra volerci dire l’autore, non riesce a scalfire quanto di tenero c’è in un amore adolescenziale o nella lealtà che si instaura tra i reietti della società. Woods è bravissimo a raccontare entrambi i lati del cuore umano, le parti presentabili della nostra personalità, così come quelle di cui ci vergogniamo, lo fa senza moralismi o gerarchie, con la consapevolezza che l’essere umano è una macchina complessa, in cui c’è posto per la grazia e per la ferocia. Come nella vita.

John Woods è uno scrittore americano. È cresciuto in Ohio e si è laureato all’Ohio University. Suoi racconti sono stati pubblicati su Meridian,Midwestern Gothic, Fiddleblack e The Rag. Lady Chevy è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa NN editore.

:: Lo sguardo avanti – La Somalia, l’Italia, la mia storia di Abdullahi Ahmed (Add Editore 2020)

21 gennaio 2021

“Sono Abdullahi Ahmed, sono nato a Mogadiscio, in Somalia. Voglio raccontarvi una parte della mia storia che a me piace definire “la ricerca della felicità”, perché non si può essere stranieri per sempre.”

Quando Abdullahi parte da Mogadiscio ha 19 anni. Alle spalle si lascia una nazione nel pieno di una guerra civile in cui è difficile capire le forze in campo e vedere una speranza oltre agli attentati e alla distruzione. La sua idea è raggiungere un posto in cui poter studiare e mettere da parte qualche soldo che serva a dare un futuro a lui e ai suoi fratelli. Il viaggio che affronta passa attraverso l’inferno del Sahara, la Libia e un attracco a Lampedusa dove verrà accolto e caricato su un aereo per la destinazione che qualcuno ha pensato per lui: la provincia di Torino. Comincia da qui la nuova vita di Abdullahi, a Settimo Torinese, dove diventa un cittadino attivo dedicandosi al lavoro di mediatore culturale e impegnandosi nelle scuole dove ha incontrato migliaia di studenti per parlare di migrazioni, accoglienza, culture, popoli, diritti. Nel 2016 diventa cittadino italiano.

Tra gli obiettivi più importanti raggiunti da Abdullahi, ci sono il Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene e l’associazione Generazione Ponte con la quale fa dialogare i ragazzi somali con quelli italiani, per scambiare punti di vista ed esperienze, guardando all’Europa come luogo del possibile. Dopo tredici anni, Abdullahi si sta preparando a tornare in Somalia con alcune borse di studio per i ragazzi di Mogadiscio che ancora devono costruire il proprio mondo.

Il libro è una storia e un punto di partenza, pensato anche come strumento didattico, che unisce il racconto di un viaggio e la bellezza di un approdo, la paura per un futuro difficile da immaginare e la gioia di lavorare per migliorare la vita degli altri.

Abdullahi Ahmed, nato a Mogadiscio nel 1988, è arrivato in Italia nel 2008. Oggi è cittadino italiano e ideatore del Festival dell’Europa e del Mediterraneo a Ventotene, un racconto collettivo di pratiche vincenti per superare il razzismo e la discriminazione e promuovere una cultura europea fondata sui valori della pace e dell’accoglienza. Uno degli obiettivi del Festival è portare sull’isola la voce di rifugiati e richiedenti asilo.

:: Un’intervista con Barbara Panetta a cura di Giulietta Iannone

20 gennaio 2021

Benvenuta Barbara, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro, della tua famiglia.

Amo viaggiare e conoscere altre culture. I miei studi sono prettamente linguistici. Vivo con la mia famiglia a Londra, e le mie figlie sono cresciute trilingue. Prima che loro nascessero, lavoravo nel marketing internazionale, ora mi dedico alla scrittura.

Che tipo di capacità si sviluppano nelle persone che parlano contemporaneamente due o più lingue, magari apprese nella primissima infanzia?

Apprendere una lingua da piccoli è un processo spontaneo e naturale. Invece se si impara da grandi diventa un vero e proprio studio. Conoscere una o più lingue straniere significa aprire la propria mente in tutti i sensi, anche ad altre culture. Ricordo che, in un corso di linguistica, l’insegnante descrisse l’interno del cervello di chi conosce più lingue come un fuoco d’artificio, pieno di stimoli.

L’interesse per la psicoanalisi ti ha portata a dedicarti alla scrittura, è vero? Sei più freudiana o junghiana?

A livello culturale, il mio interesse per la psicologia e la psicanalisi ha influenzato senz’altro il mio modo di scrivere, con riferimento ai simbolismi e ai parallelismi quindi anche alla psicologia analitica. Diciamo che Freud e Jung sono due letture diverse della psicopatologia che mi hanno sempre molto affascinato.

Sei autrice di un libro illustrato per bambini dal titolo La Promessa di Chloe, in versione bilingue italiana e inglese. Come è nato il tuo interesse per la narrativa per l’infanzia?

Quando le miei figlie erano piccole, dedicavo tanto tempo alla lettura di storie per bambini e il più delle volte erano libri illustrati in inglese che traducevo per loro in italiano, per farle crescere bilingue. Alcune storie le inventavo, e una di queste è La Promessa di Chloe che, a suo tempo, non aveva un titolo. Alle mie figlie la storia era piaciuta molto, tanto da condividerla con le loro amichette e con le maestre dell’asilo, che mi chiesero in prestito il libro per leggerlo in classe, ma non era ancora un libro, era appunto, solo una storia inventata. Forse quella è stata una motivazione.

Come è nata la creazione e la storia del tuo libro, La Promessa di Chloe?

Ero in giardino, osservavo delle formichine lavorare duramente. Ho pensato: che bello sarebbe se potessero prendersi una pausa! Poi ho associato questo pensiero ai bimbi di oggi che crescono in un mondo competitivo e di corsa e, secondo me, dovrebbero essere più spensierati e più bambini. Così è nata la storia di Chloe e dei suoi fratellini.
La creazione del libro è nata invece dall’esigenza di aiutare i bambini bisognosi. Ho deciso di pubblicare la versione cartacea di La Promessa di Chloe durante il periodo del primo Lockdown e destinare il ricavato delle vendite a un’associazione di beneficienza britannica che supporta bambini molto malati, la Momentum Children’s Charity. Questo libro è anche il mio contributo a tutti i bambini del mondo. Per questo esiste un video libro gratuito sul canale YouTube di Ant Chloe con i sottotitoli in diverse lingue in modo che tutti i bambini possano vederlo.

Anche gli acquarelli sono tuoi?

I disegni sono miei, ho illustrato il libro ad acquarello, senza troppi interventi digitali, usando una prospettiva elementare e alla portata dei bambini per favorire una comunicazione immediata tra i piccoli e il mondo degli adulti. La scelta dell’acquarello non è casuale, l’acquarello riproduce dei colori tenui e piacevoli per i bambini.

Che storia racconta questo libro? C’è una morale sottesa?

Come dicevo prima, in un’era molto competitiva, dove si fa a gara per primeggiare, ho ritenuto di grande importanza trasmettere sia il valore della disciplina sia quello del rispetto e in un mondo che ci corre dietro e non si ferma mai, l’importanza di una pausa, quindi di un momento di riflessione è fondamentale. Mantenere una promessa e rispettare un impegno sono valori molto importanti che ogni bambino dovrebbe acquisire nella propria educazione. La morale di questa storia è stata studiata insieme alla psicologa infantile Dottoressa Giovanna Campolo, per assicurarmi che fosse idonea per i bambini.

I bambini imparano a leggere e scrivere in inglese sui libri come il tuo. Che sensazione ti dà questa consapevolezza?

Bellissima! L’iniziativa è partita dall’Istituto Comprensivo Alvaro Gebbione di Reggio Calabria e poi si è estesa ad altre scuole. Vorrei proporlo anche alle scuole di altre città in Italia.

I testi bilingue facilitano anche l’apprendimento dell’inglese, nelle scuole inglesi sono giustamente valorizzati?

Assolutamente. Soprattutto se la traduzione del testo è interlineare e accompagnata da un audio per ascoltare la pronuncia originale, come nel caso del mio libro. Come dicevo, sul canale YouTube di Ant Chloe si trova il video libro con sottotitoli in diverse lingue incluso italiano. La voce narrante è di Ben Shephard, un presentatore inglese molto noto scelto per la sua perfetta intonazione e pronuncia impeccabile.

Che responsabilità ha un autore di libri per l’infanzia? È necessaria una preparazione specifica? Si possono commettere errori?

Uno scrittore che decide di scrivere per un pubblico infantile certamente affronta problematiche diverse da quelle di un autore che scrive romanzi. Il linguaggio per i bambini deve essere semplice e con parole chiavi, le illustrazioni devono parlare prima ancora del testo che deve essere fedele alla pagina illustrata. I contenuti devono trasmettere una morale profonda e dei valori importanti e al contempo devono divertire. Credo siano proprio questi gli ostacoli che un autore e un illustratore incontrano e che devono superare. Errare è umano ma senz’altro bisogna stare attenti e usare un forte senso di responsabilità e sensibilità prima ancora di una preparazione specifica.

Il musicista Alessandro Viale ha composto una musica per Chloe, ci vuoi parlare della colonna sonora? È un’opera dunque multimediale: immagini, suoni, parole si uniscono per trasmettere un messaggio educativo ai giovani lettori, giusto?

Sono molte le arti raccolte in questo progetto educativo. La musica ha un valore importante soprattutto per un bambino che impara una lingua straniera. La realizzazione della musica è stata studiata per aiutare il bambino a memorizzare le frasi in inglese, oltre a essere un ascolto piacevole.
Questo è stato un processo lungo e impegnativo.

La Promessa di Chloe è il primo di una serie. Il secondo episodio arriverà a breve. Puoi dirci di più?

Il secondo uscirà a marzo, prima in versione inglese e poi in altre lingue, italiano compreso. La protagonista sarà sempre la formichina Chloe. Per rimanere aggiornati la cosa pmigliore è iscriversi al canale YouTube di Ant Chloe. Oltre al nuovo arrivo, ci saranno diverse sorprese!

Grazie della disponibilità, come ultima domanda, parlaci dei tuoi progetti per il futuro?

Ho tanti progetti in corso di realizzazione, ma di questi tempi, è meglio non pianificare troppo. Grazie a voi per l’opportunità.

:: Un’intervista con Mario Biondi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2021

Benvenuto Mario su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ho molto amato l’Ulisse come anche Gente di Dublino e Ritratto di un artista da giovane, mi sono arresa solo con Finnegans Wake, per cui non ho potuto perdere questa sua nuova traduzione. Dopo quella del fiorentino Giulio de Angelis, da me amatissima, che uscì nel 1960, molto letteraria e forse “infedele” ma capace di farne un vero page turner, esistono le traduzioni  di Enrico Terrinoni (con Carlo Bigazzi) uscita per i tipi di Newton Compton nel 2012, e quella di Gianni Celati, apparsa nel 2013 per Einaudi. Più un’altra “maledetta” se vogliamo dire di Bona Flecchia che uscì nel 1995 per la Shakespeare and Company, ma venne ritirata quasi subito dal mercato per questioni legali di diritto d’autore. Ha consultato queste traduzioni mentre lavorava alla sua, o ha preferito non farsi influenzare? Come ha progettato il suo lavoro?

Io l’Ulisse ho sempre cercato di leggerlo in inglese. Come del resto faccio per tutti i testi in quella lingua, sia da tradurre, sia da recensire, commentare eccetera. Ho un passato più che trentennale di recensore e lettore di lingua inglese per diversi editori. Se leggessi i testi già tradotti, che traduttore sarei? Assoluto e totale rispetto per le altre traduzioni, ma io volevo fare la mia, ed ero già abbastanza occupato a leggere l’originale, che è notoriamente un testo di una certa complicazione. Come ho progettato il lavoro? Ho aspettato anzitutto di essere convinto della mia adeguatezza in quanto traduttore, e poi che la legislazione sul diritto d’autore rendesse possibile pubblicare una nuova traduzione — fino al 2011 non lo era —, dopo di che mi sono messo concretamente all’opera.

La sua nuova traduzione integrale, basata sull’edizione “1922” degli Oxford World Classics, viene dunque ad arricchire quell’apparato interpretativo in lingua italiana che ha fatto luce su quell’iceberg di giochi di parole, doppi sensi, allusioni che è il testo joyciano. Cosa ha fatto scattare nella sua mente il desiderio di iniziare questa, forse anche temeraria, impresa?

Lo spiego nella mia prefazione, che ho intitolato “Prolegomeni” e configurato in modo da richiamare scherzosamente uno dei maestri riconosciuti di Joyce, Sterne, con il suo Tristram Shandy gentiluomo. Sono arrivato all’Ulisse prima ancora che fosse pubblicato in italiano, tra il 1959 e il 1960, attraverso le poesie di Dylan Thomas (una vera passione), seguite dal Ritratto dell’artista da cucciolo (da giovane cane, traduco io) dello stesso Thomas, che mi ha automaticamente portato al Ritratto dell’artista da giovane (uomo) di Joyce e poi all’Ulisse. Ho cominciato allora a pensare che prima o poi avrei provato a tradurlo, ma c’è voluto il tempo necessario. Come si dice: “Con il tempo e con la paglia maturano le nespole”.

L’Ulisse si svolge nel giugno del 1904 e narra lo scorrere della vita di un uomo Leopold Bloom, di sua moglie Molly e del figlio ‘acquisito’ Stephen in una Dublino labirinto di inizio secolo scorso. Ogni capitolo ha la particolarità di seguire uno specifico genere narrativo e questa forse è la difficoltà maggiore e la sperimentazione più estrema. Conoscere l’Odissea aiuta?

L’Ulisse si svolge in un solo giorno, quello che poi è diventato il famoso “Bloom’s day”, il 16 giugno del 1904. Anche se mi sono permesso di far notare che in realtà si tratta di due giorni: la vicenda dura dal mattino del 16 all’alba del 17, ben dopo la mezzanotte. Nel contorto immaginario di Bloom, Stephen Dedalus non è un “figlio acquisito” ma caso mai un “figlio acquisendo”. E Bloom è a sua volta per Stephen una confusa sorta di “padre acquisendo”, o perlomeno un suo “doppio” adulto”. Ma a conti fatti il meccanismo non scatta, Stephen se ne va abbastanza infastidito: quello che sta davvero cercando non è un sostituto del suo complicato padre vero, ma se stesso, e l’idea che Bloom possa rappresentare un suo “doppio adulto” si rivela inconsistente. Per quanto riguarda Bloom, personalmente lo vedo tirare un gran respiro di sollievo. Tutto sommato quella veramente dispiaciuta è Molly, che nelle sue pasticciate proiezioni sentimental-erotiche già vedeva in Stephen un possibile amante giovane. Sempre nei “Prolegomeni” spiego che trovo molto labili i collegamenti tra l’Ulisse di Joyce e quello di Omero. Non ne ho tenuto nessun conto.

È riuscito a trovare il segreto della lingua joyciana? Capace di interessare e catturare il lettore contemporaneo e soprattutto quel lettore che inizia la lettura dell’Ulisse con le migliori intenzioni e si arrende vuoi per la mole, vuoi per la complessità oggettiva del testo?

Ogni autore ha il suo “segreto della lingua”, e dovere del traduttore è proprio cercare di individuarlo e presentarlo al lettore. Io ho cercato di farlo, e per il mio orecchio credo di esserci riuscito. Sta poi al lettore, con il SUO orecchio, giudicare se questo è avvenuto o meno. Un lettore di lingua italiana che vive ad Aosta o Bolzano ha lo stesso “orecchio” linguistico di uno che vive a Venezia, a Bari, a Palermo?

Si può leggere l’Ulisse per dovere, perché non si può non farlo, perché è un testo fondamentale e rivoluzionario, o lo si può leggere come se fosse un libro qualunque, per il semplice piacere di leggere, ma ogni lettore ricostruirà nella sua mente un castello narrativo che sarà unico, irripetibile, assolutamente personale. Potrete amarlo o odiarlo, comprenderlo o fraintenderlo, abbandonarlo nelle prime pagine e non uscire mai dalla torre sulla spiaggia, comunque andrà, ne sarà valsa la pena. Lo pensa anche lei?

Tanto per cominciare si può se non altro affrontarlo, ciascuno in base alle sue coordinate culturali e di gusto. Dopo di che, sempre in base a quelle coordinate, si può terminarlo o piantarlo in asso. Io ho più volte suggerito la possibilità di leggerlo “a tappe”, anche non continuative. Nel senso che ci sono parti che davvero sembrano gridare a gran voce “NON LEGGERMI! NON LEGGERMI!”. Si può tranquillamente saltarle, come quando guardando il dvd di un film che “sembra” noioso si può usare con maggiore o minore generosità il tasto di scorrimento veloce. È proprio quello che Joyce voleva: che sia il testo a suggerire — a imporre — di tornare indietro e leggere con  attenzione le parti saltate, che a quel punto si chiariranno in tutta la loro importanza. Soltanto allora si può cominciare a giudicarlo e a parlarne: a lettura avvenuta, anche con salti. C’è fin troppa gente che si spolmona a parlare dell’Ulisse senza essere mai andata oltre il titolo.

L’Ulisse fu accolto come un romanzo sperimentale, una vera e propria decostruzione del romanzo tradizionale, un atto di fede nella modernità, nella psicanalisi, nel futuro. È attuale ancora oggi? Cosa può trasmettere all’uomo del 2021?

L’Ulisse è stato accolto come tutto e come il contrario di tutto da parte di legioni di lettori-lettori, lettori-parziali e non-lettori. La psicoanalisi ce l’hanno ficcata dentro loro. Joyce aveva una singolare disistima degli psicoanalisti, in particolare di Jung. Secondo me l’Ulisse ha segnato il limite estremo del grande romanzo moderno. Sperimentale, senza dubbio, ma nell’ambito di quel genere. Più oltre viene Finnegans Wake, che temo non si sappia ancora bene che cosa (e se) abbia segnato e/o iniziato. L’Ulisse è un grandissimo libro, e ha senso discutere dell’attualità di un grande libro? Si può domandarsi se siano attuali, che so, l’Iliade, la Divina Commedia, Robinson Crusoe, Papà Goriot, Guerra e pace? La stessa Bibbia? Qualche tempo fa un tale che percepisce lo stipendio di direttore editoriale di un’importante casa editrice mi ha spiegato tutto compunto che non poteva pubblicare un mio romanzo perché gli aveva ricordato Quo vadis, mentre lui aveva bisogno di ROBETTA FACILE, da vendere. Robetta facile? È un modo per definire l’ “attualità”?

In cosa secondo lei Joyce fu davvero rivoluzionario? E soprattutto è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo tutto quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica?

Joyce con l’Ulisse non ha scardinato e smontato proprio un bel niente. Ha caso mai messo in fila e cercato di illustrare al meglio quelli che secondo lui erano stati gli stilemi della letteratura in lingua inglese, dai remoti post-latini ai suoi quasi contemporanei. Finnegans Wake è tutta un’altra storia, ma non rientra nel nostro argomento.

Il monologo finale di Molly poi merita una lettura a parte, è un piccolo capolavoro nel capolavoro. Come è stato entrare nella mente femminile? È stata la parte più difficile da tradurre?

Nella mente femminile non sono dovuto entrare io, ci è entrato Joyce. E in maniera molto brillante, pare, se è vero che a sostenerlo più strenuamente sono state proprio le donne, da Sylvia Beach a Harriet Shaw Weaver eccetera. Persino Santa Nora Barnacle, maritata (tanto tardi!) Joyce. E zia Josephine Murray. Non so se il monologo sia stata la parte più difficile, a parte l’assenza di punteggiatura e i finti strafalcioni da individuare. Ma no, non lo è stata. Ben più difficile l’episodio della maternità.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il “suo” Ulisse, edito per La Nave di Teseo, traduzione ricca di note esplicative nel testo (non in un libro a parte), e concludendo, come è da tradizione del mio blog, le chiedo: quali sono i suoi progetti per il futuro?

Progetti? A 82 anni? Uhm…

:: Un’intervista con Nicoletta Sipos a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2021

Benvenuta Nicoletta, e grazie di avere accettato questa mia intervista. Giornalista e scrittrice, esperta di tematiche legate al benessere femminile. Sei nata a Békéscsaba in Ungheria nel 1941. Parlaci della tua infanzia, della tua famiglia, quando ti sei trasferita in Italia?

Cercherò di essere sintetica per non annoiare chi ci legge. Mio padre era un ebreo ungherese che ha studiato medicina a Torino e lì si è innamorato di una donna italiana che è letteralmente fuggita dall’Italia in Ungheria per sposarlo evitando i divieti posti dalle leggi razziali del 1938. Gli anni della mia  infanzia sono stati funestati da guerra e persecuzioni razziali. Mio padre è stato inviato a un campo di lavoro in Ungheria già nel 1943, ma proprio per questo è sfuggito alla deportazione nei lager stranieri organizzata dai tedeschi nell’estate del 1944. Mia madre ha avuto la forza  di trasformare questi drammi in una sorta di favola. Ricordo alcuni episodi tragici in cui ho rischiato di morire, ma ricordo pure di essermi sempre sentita protetta e invincibile. Mio padre è tornato a casa, ha ripreso la sua attività di medico nella nostra cittadina, ma è presto entrato in rotta di collisione con i comunisti al potere. Grazie alla famiglia di mia madre abbiamo ottenuto il passaporto che nel 1950 ha permesso a mia madre di tornare in Italia per quella che avrebbe dovuto essere una breve vacanza, portando anche me e mio fratello. Mio padre ci ha raggiunti dopo molte peripezie. Non è stato facile, né indolore: è la storia che ho raccontato – almeno in parte – nel mio romanzo La promessa del tramonto edito da Garzanti.

Come giornalista hai lavorato per diversi quotidiani italiani «Avvenire», «Il Giorno», e sei stata inviata speciale del settimanale «Gente» e, dal 1994 al 2009, redattore di «Chi», sulle cui pagine tieni ancora la rubrica dei libri. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? È stato difficile per una donna muovere i primi passi in questo mondo, che tipo di qualità servono per diventare buoni giornalisti?

Mi è sempre piaciuto scrivere non solo seguendo la fantasia. Ma seguendo gli eventi quotidiani. L’idea di collaborare a un giornale mi affascinava. Farmi assumere è stato più difficile, soprattutto quando mi chiedevano se avessi figli. Io dicevo sì, ne ho quattro. E a quel punto direttori e amministratori non sapevano come troncare il discorso con un minimo di garbo. Ogni donna ha avuto problemi nel mondo dei giornali. Anzi, i miei tempi erano ancora fortunati. Oggi tutto è diventato più difficile. Con la crisi che imperversa forse le qualità non bastano per restare in una redazione. Comunque in linea di massima bisogna lavorare molto, restare concentrati, avere fiuto per le notizie e saper scrivere. Aggiungo: scrivere velocemente, evitando strafalcioni.

Oltre che giornalista sei anche scrittrice di romanzi, saggi e racconti. Cito alcune tue opere: Cuori di pietra (2007), Facce di bronzo (2008) e Corpi (2009) per Mondadori e Alle signore piace il nero (2009) per Sperling & Kupfer e i più recenti con Piemme La ragazza col cappotto rosso (2020) e Lena e il Moro per edizioni Ares sempre l’anno scorso. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

In modo spontaneo, da ragazzina, prendevo nota di quello che succedeva vicino a me. Non pensavo a pubblicare. Scrivevo per me, e basta. Ho riempito fogli sparsi e quaderni. Ogni tanto buttavo le mie note perché i cassetti erano troppo pieni. Ho cominciato a pubblicare in Italia e anche in Germania già da “grande”, e ora sto correndo un poco per recuperare il tempo perduto.

Che libri leggevi da ragazzina? Immagino tu abbia letto I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, ci sono altri autori ungheresi di cui ci consiglieresti la lettura?

In Ungheria leggevo romanzi per ragazzi targati “realismo sovietico”. C’erano di mezzo bambini che morivano in fabbrica o nelle miniere per colpa dei capitalisti. Non ricordo i titoli, credo però che fossero molto emozionanti perché leggendo non riuscivo a stare ferma, continuavo a spostarmi dal divano alla poltrona e poi alla sedia. In Italia mi sono buttata su “Violetta la timida” di Giana Anguissola a “I cavalieri azzurri” di Olga Visentini. E naturalmente tutto Jack London e Mark Twain. Mi fermo: mia madre diceva che costava meno farmi un cappotto che soddisfare la mia voglia di libri. Per quanto riguarda gli scrittori ungheresi amo molto la Magda Szabó e Sándor Márai. Di Molnár consiglierei la commedia “Liliom”. Bisognerebbe vederla a teatro… ma chissà quando.

Non scrivi solo romanzi ma anche opere di saggistica legate alle tematiche femminili. Ti senti una scrittrice femminista? Che rapporto hai con questa visione dell’esistenza, credi ci sia una frattura insanabile tra mondo femminile e maschile, anche nell’editoria?

Sto dalla parte delle donne perché so che partiamo perennemente svantaggiate. Abbiamo meno frecce nelle nostre faretre di quante ne abbiano gli uomini. Quando presentavo Il buio oltre la porta  – una storia di violenza domestica – alcuni uomini si sono alzati a darmi della “femminista” – un’offesa sanguinosa secondo loro – sostenendo che le donne sono colpevoli di tutti i mali perché vanno a lavorare invece di stare a casa con i figli. Con questo tipo di uomini ho un rapporto difficile, ma nella media ho sempre lavorato in modo costruttivo con gli uomini. Non vedo fratture insanabili, semmai nodi da sciogliere. Dobbiamo procedere insieme. Questa è la verità alla quale mi aggrappo in tutti i campi. Ovviamente tutto dipende dai singoli individui.

Si sta avvicinando il giorno della Memoria, e sicuramente il tuo romanzo  La ragazza col cappotto rosso è una lettura consigliata. Quali altri libri leggerai legati al ricordo delle vittime della Shoa?

Sto leggendo Ognuno accanto alla sua notte di Lia Levi (edizioni e/o), il bellissimo romanzo di una scrittrice ora novantenne che apprezzo molto. Però, vede, ho dei problemi con l’affollamento dei titoli in occasione del Giorno della Memoria. Vorrei che il ricordo della Shoah non fosse limitato a una giornata, con la gran cassa, ma ci accompagnasse più a lungo con una riflessione meditata su come siamo finiti in questa catastrofe. Io continuo a farmi questa domanda.   

Parliamo ora di Lena e il Moro, un romanzo molto bello che mi ha tenuto compagnia questo Natale. L’ho sentito definire un noir, ma è sicuramente anche molto divertente, pieno di sentimenti positivi, di amicizia e di speranza. Come sono nati i tuoi personaggi? Il personaggio di Lena un po’ ti somiglia?

Intanto grazie dei commenti e dell’attenzione. Certo, mi ritrovo molto in Lena. Le ho dato alcuni miei vezzi come la passione per i coltelli affilati – che nel romanzo fa pure gioco – ma anche la diffidenza che provo, a tratti – per i giovani che mi sembrano inesperti e sostanzialmente incapaci. Dall’altro canto vedo che pure i ragazzi diffidano dei vecchi considerandoli noiosi e in sostanza da rottamare. Il Moro è un’esponente di questa categoria. Quindi i personaggi sono nati in questa scia: due anziani che rovesciano gli schemi scoprendo di amarsi e due giovani che potrebbero, chissà, stare bene insieme. E poi ci sono i due importuni. Tutti da scoprire.

La saggezza del Moro, è legata alle massime di Lao Tze e Confucio. Che legame hai con il mondo cinese, ne apprezzi la letteratura, la filosofia, la poesia?

Apprezzo la filosofia orientale, la saggezza di certe massime, il tai-chi e l’operosità dei cinesi. Con mio marito abbiamo fatto un tour abbastanza lungo in Cina e siamo rimasti molto colpiti. Anche dalle case di contadini dove i proprietari vivono per tradizione assieme ai loro polli (a dispetto dell’aviaria…) mentre i ragazzini giocano con i loro computer. Avremmo voluto tornare per scoprire altri aspetti di questo immenso paese, ma il bis è rimasto un sogno.  

Nel ringraziarti della tua disponibilità e gentilezza ti faccio la mia ultima domanda: stai scrivendo attualmente? Quali tuoi libri usciranno in questo difficile 2021? E se puoi parlaci di qualche tuo buon proposito per il futuro. 

Sto scrivendo per l’editore Morellini una biografia-romanzata della scrittrice francese Colette che ha avuto una vita folle e rimane un’autrice di grandissima caratura. In primavera dovrebbe uscire per Giunti l’antologia Amiche Nemiche compilata con la formidabile squadra delle Donne di parola. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2009 dedicando alle donne del Terzo Mondo quel poco che mettiamo insieme con la pubblicazione di questi libri comunitari aggiungendo come plusvalore la visibilità che diamo alle iniziative benefiche cui partecipiamo. Un solo esempio: grazie a Il bicchiere mezzo pieno (Piemme) abbiamo partecipato in Mozambico al progetto Ilumina della Cooperazione internazionale offrendo stufette a energia solare ad alcuni villaggi fuori dal mondo. Tieni presente che in quei paesi la più diffusa causa di morte è il cancro ai polmoni legato ai fumi nefasti delle stufe sulle quali le donne cucinano buttando sul fuoco le schifezze che trovano. Con il volume Mariti (sempre Piemme) abbiamo invece contribuito a una scuola di formazione creata dalla Fondazione Belladonna e altri a Varanasi (India) con l’intento di dare un lavoro alle ragazze povere per tradizione “vendute” come schiave ai mariti anche a dodici o tredici anni. Il mio buon proposito per il futuro? Vorrei poter riunire tutta la mia famiglia. Per stare sui milanesi siamo poco più di 20, non un esercito. Eppure da quasi un anno non riusciamo più a stare insieme. Mi mancano le nostre riunioni, le risate dei bambini e perfino i litigi. Sto contando i giorni…

:: Liberi di scrivere Award undicesima edizione: i vincitori

17 gennaio 2021

Vince la unicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

Centro” di Amalia Frontali e Rebecca Quasi

Secondo classificato:

“Ulisse” di James Joyce

“Blind Spot” di Novelli Zarini

Terzo classificato:

“Prima di noi”, di Giorgio Fontana

Menzione speciale per la migliore traduzione

Mario Biondi (Ulisse)

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati

La nave di Teseo

Ink Edizioni

Sellerio