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:: Mi manca il Novecento – Antonia Pozzi e la poesia nel sangue a cura di Nicola Vacca

25 Maggio 2018

antonia-pozzi

L’esperienza poetica di Antonia Pozzi è tutta nella sua breve vicenda esistenziale. Antonia attraversa il suo mondo ponendosi in ascolto della solitudine della sua stessa vita.
Scrive i suoi versi cadendo nella forza e nei sentimenti delle parole.

«Vivo nella poesia come le vene vivono nel sangue».

Così esplora il giardino della propria anima chiedendo alla parola un riscatto dall’infelicità.
La sua è una delle più radicali esperienze poetiche del Novecento: Antonia Pozzi cade nelle parole, ci precipita dentro perché vuole ascoltare il loro terribile silenzio.
Così finisce per sfidare il silenzio delle parole. Una partita terribile che si gioca a viso aperto, senza maschere.
Fare poesia, per Antonia Pozzi, è appartenere ugualmente alla morte e alla vita.
Alla poesia lei sussurra sottovoce: «Guardami sono nuda».
I temi fondamentali della poesia di Antonia Pozzi scaturiscono dalla sua nudità davanti al verso . Un’ emozionante vertigine procura la lettura dei suoi testi.
Quello che più colpisce nei versi della Pozzi è appunto la sua nudità lirica di fronte alle domande che la sua stessa poesia si pone. Tra interrogativi filosofici e punti di osservazione, Antonia Pozzi non si stanca mai di cercare un altrove, alternativa alle miserie fragili della condizione umana.
La poetessa, infatti, scrive di sentirsi diversa da chi sceglie «la comoda via dell’adattamento», da coloro che «vivono alla mercé dell’esterno».
Nella solitudine e nel tormento della sua poesia la Pozzi specchia la sua anima, si mostra nuda e fragile davanti al terribile vuoto che non riesce a colmare.
Entrare nel mondo poetico e filosofico di Antonia Pozzi significa fare i conti con l’abisso e il gelo. La sua poesia è colma di grazia e soprattutto di ferite. Abbandonata nelle braccia del buio non rinuncerà mai a cantare la nudità della sua anima:

«Guardami sono nuda. / Dall’inquieto languore della mia capigliatura /alla tensione snella del mio piede, / io sono tutta una ragazza acerba /inguainata in un color d’avorio».

Ogni suo verso diventa una lama affilata che ferisce a morte la vita. «Forse l’età delle parole è finita per sempre» scrive a Vittorio Sereni nell’imminenza del silenzio definitivo.
Antonia Pozzi muore suicida la sera del 3 dicembre 1938. Resta, a parlare di lei, la sua poesia, vocazione e impegno di tutta la sua breve vita.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda

Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
O rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Oh, le parole prigioniere
che battono battono
Furiosamente
alla porta dell’anima…

Scambio

Continueremo così:
io a darti poesia e la prima margherita
da mettere davanti alla tua mamma;
tu ad arginarmi la vita
con certezze di fiamma.

Pioggia

Stasera la mia sonnolenza
a gravare sopra un divanetto scomodo
invincibilmente

e la corrosione tremula della pioggia
in un canale troppo vicino
a incidermi nell’anima
penosamente
il balenìo delle tue lacrime.

(Da “Poesia, mi confesso con Te. Ultime poesie inedite 1929-1933” Vienepierre edizioni).

 

:: Il pittore fulminato di Cesar Aira (Fazi 2018) a cura di Giulietta Iannone

25 Maggio 2018

Il pittore fulminatoQuel paesaggio, colto voltandosi, risvegliava in Rugendas vecchi dubbi e gravi interrogativi. Si domandava se sarebbe stato capace di farsi carico della sua vita, di guadagnarsi il pane con il suo lavoro, vale a dire con la sua arte, se avrebbe potuto fare quello che facevano tutti… […] Nel frattempo, la sua giovinezza era quasi passata, e lui ancora non conosceva l’amore. Si era ostinato a vivere in un mondo incantato, in una fiaba, e non aveva imparato niente di pratico, ma almeno aveva imparato che il racconto si prolungava sempre, e che nuove prospettive, più capricciose e imprevedibili delle precedenti, attendevano l’eroe. La povertà e l’abbandono erano soltanto un episodio in più. Poteva anche finire a chiedere l’elemosina davanti al portale di una chiesa sudamericana, perché no? Nessun timore era esagerato, trattandosi di lui.

Il pittore fulminato (Un episodio en la vida del pintor viajero, 1993) di Cesar Aira è un romanzo breve (meno di 100 pagine) pubblicato nel 1993, e tradotto in Italia per Fazi da Raul Schenardi, che narra le vicende e le disavventure di un pittore tedesco, di nome Rugendas, nel suo pellegrinaggio per le allora inesplorate terre del Sudamerica (lo visitò a cavallo dell’ 800).
Più che un diario di viaggio, è un’ insolita trasposizione di un percorso artistico e umano che ci porta nel cuore stesso della creazione artistica. Dire che è bellissimo è piuttosto banale, ma veritiero, lo stile è classico, poetico, ricco di termini armoniosi, forse un po’ barocchi, ma ricchi di quel fascino che la letteratura sudamericana sa sprigionare tra il sogno e la meraviglia.
Cesar Aira, autore che non conoscevo e di cui mai avevo sentito parlare, è uno scrittore e traduttore vivente, considerato uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei, ed ha un padrino di eccezione, Roberto Bolano, sua infatti è la acuta introduzione in cui definisce Aira uno dei tre o quattro migliori scrittori di lingua spagnola di oggi.
Seppur breve il romanzo racchiude una sua completezza e perfezione. E’ una gemma rara insomma, che consiglio non solo ai cultori dei racconti brevi, ma anche a coloro che si interrogano sui limiti che la vita ci pone davanti e su come superarli.
Rugendas un giorno a cavallo viene colpito da un fulmine. Non muore, ma riporta ferite invalidanti e dolorosissime. Da questo giorno la sua vita cambia, e se non fosse per l’amicizia del giovane e meno talentuoso Krause, che in un certo modo si dedica a lui aiutandolo e sostenendolo, la sua vita avrebbe potuto dirsi finita.
Ma la pittura resta il cardine del suo percorso se non spirituale certamente trascendente. Il dolore, la menomazione, la cecità, nulla possono contro la forza creativa che lo attraversa, con la stessa potenza distruttiva del fulmine.
Può anche forse definirsi una parabola morale, ma la bellezza di questo libro sta nella lieve alchimia tra sogno e realtà. Quando finalmente può assistere a un malon, la sua missione terrena può dirsi compiuta. E i limiti superati.

Le lingue delle fiamme si alzavano dai falò e gettavano riflessi dorati sugli indios, illuminando un dettaglio qua e là, o spegnendolo con una folgorante spazzolata d’ombra, imprimendo vivacità a quelle espressioni assorte e un certo dinamismo a quello stupore ebete.

Cesar Aira, nato in Argentina nel 1949, è uno dei più importanti scrittori latinoamericani contemporanei. Autore di grande prestigio in patria e all’estero, ha ricevuto numerosi riconoscimenti ed è stato finalista al Man Booker International Prize.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

:: Mi manca il Novecento – La voce estrema di Amelia Rosselli a cura di Nicola Vacca

25 Maggio 2018

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La forza dirompente della poesia di Amelia Rosselli sconvolge schemi e forme della tradizione costruendo un magnifico rebus modernista.
La Rosselli può ancora considerarsi una delle voci essenziali della poesia italiana e contemporanea.
Una voce disubbidiente che da Ezra Pound ha imparato la necessità è l’arte di rinnovare i classici senza mostrare alcuna timorosa reverenza.
Tra ossessioni, invenzioni linguistiche e folgoranti illuminazioni, la poesia della Rosselli ha raggiunto vertici alti e nel panorama letterario si è conquistata una sua originalità inimitabile che in primis ha a che fare con il suo carattere e con la sua formazione.

«Dotata di un carattere estremo – scrive Laura Barile in un saggio su Amelia Rosselli pubblicato da Nottetempo nel 2014 – e di una fragilità del sistema nervoso, inquieta e inquietante adolescente, la formazione di Amelia Rosselli nel suo peregrinare è certo una formazione d’eccezione: internazionale e trilingue, all’ombra dei grandi ideali politici e anche artistici e musicali della tradizione famigliare».

Ma sarà soprattutto il suo carattere estremo a caratterizzare la sua poesia che non smetterà mai di essere deflagrante, inquieta e soprattutto lacerante e provocatoria.
Elena Carletti scrive che la poesia di Amelia Rosselli si rivela di stampo profondamente fenomenologico e prende le mosse da una realtà tumultuosa, in costante divenire. Il caos della realtà esterna viene interiorizzato in un processo di filtrazione deformante, indispensabile per raggiungere uno stato di appropriazione del reale.
Dal disordine fecondo della realtà trae linfa vitale la produzione poetica di Amelia Rosselli.
Il filtro del suo rapporto con il reale è sempre uno specchio deformante che rivela e attraversa il tempo nella sua metamorfosi di istanti che accadono. La Rosselli coglie della realtà gli «spazi metrici» e le infinite variazioni della realtà. Attraverso la poesia mette in evidenza il suo stesso processo di deformazione.
Pasolini nel 1963 presentando la figura dell’allora trentatreenne poetessa scrisse che il verbo poetico di Amelia Rosselli appare refrattario a qualsiasi chiarificazione.
Pasolini seppe cogliere la problematicità e la complessità di una grande voce poetica che non rinunciò mai al suo spirito critico ma allo stesso tempo si abbandonava paradossalmente alla parola che liberava mostrando in poesia una fragilità dai contorni tragici e dirompenti che rappresenta una delle esperienze più alte della poesia contemporanea.
Amelia Rosselli nel 1996 ha deciso di mettere fine con il suicidio al suo problema esistenziale, ingovernabile e irrisolvibile.
Oggi ci resta la sua poesia da leggere e da rileggere come uno sguardo dilaniato sul mondo e sull’uomo.

:: Autunno a Venezia – Hemingway e l’ ultima musa di Andrea di Robilant (Corbaccio 2018) a cura di Marcello Caccialanza

24 Maggio 2018

1La vita del grande scrittore americano Ernest Hemingway è andata in profonda sintonia, quasi in una sorta di indimenticabile romanzo poetico di esistenza umana nelle sue mille e mille sfacettature, con la sua immensa produzione letteraria, che ha coinvolto emotivamente generazioni e generazioni di lettori appassionati e mai traditi nelle loro più intime aspettative, anche nell’epilogo tragico della vita stessa di questo artista tutto tondo!
L’autore Andrea di Robilant ci offre nel suo “Autunno a Venezia – Hemingway e l’ultima musa”, edito dalla Casa Editrice Corbaccio, un periodo particolare di questa icona letteraria senza tempo: 1948 il romanziere americano decide di lasciare l’Avana per affrontare insieme alla quarta moglie, Mary Welsh, un viaggio in Europa.
Le cose tra i due non funzionano più bene; tutto sembra scricchiolare sotto i loro piedi! E forse questo viaggio potrebbe essere l’occasione più ghiotta per ritrovare quell’armonia di coppia che in precedenza li aveva sempre contraddistinti!
La coppia avrebbe dovuto approdare, con il piroscafo su cui sono imbarcati, in Provenza e più precisamente al porto di Cannes; ma un’improvviso ed alquanto pungolante maltempo, li costringe a ripiegare sul capoluogo ligure.
Per Hemingway l’inaspettato cambio forzato di programma, diventa quasi come una sorta di meraviglioso ed affascinante colpo di fulmine, che, come un incantesimo di un mago a lui amico, lo catapulta con estrema dolcezza al 1918 e più precisamente al suo lavoro di cronista svolto nei pressi del Piave.
Da questo punto in poi, ovvero fino al momento in cui lo scrittore non ritorna in connessione con il suo Io temporale, questo piccolo capolavoro assumerà quasi i delicati toni di un diario intimista, che ci racconterà, in modo minuzioso, in un crescente turbinio di emozioni sentite e vissute, di un uomo e delle sue indiscusse peculiarità! Infatti verranno ricordati, con toni vagamente nostalgici, i reportages degli anni Venti, i viaggi in Liguria e nelle Dolomiti in compagnia della prima moglie, Hadley.
Ma ogni incantesimo che si rispetti ha dunque un inizio ed una fine e qui la fine coincide con l’assedio mediatico dei paparazzi nei confronti dell’autore e di riflesso nei riguardi della sua quarta moglie, il tutto si gioca in maniera roccambolesca al molo.
Hemingway decide così di cambiare itinerario al fine di ritrovare quell’ispirazione che aveva perduto da tempo: da circa otto anni la sua penna prolifica non aveva versato più una goccia di inchiostro, suscitando malcontento tra critica e pubblico. Suo ultimo successo editoriale era stato “Per Chi Suona La Campana”, del 1940.
A Stresa e a Cortina ha l’opportunità di conoscere i suoi editori italiani, Giulio Einaudi e Arnoldo Mondadori e perfino la sua fedele traduttrice Fernanda Pivano. Nel nostro Paese il Maestro entra in contatto anche con i grandi scrittori del tempo, come Calvino e la Ginzburg.
Tra una battuta di caccia ed un sontuoso party in suo onore entrerà – come fulmine a ciel sereno- nella sua vacanza italiana: la città di Venezia.
Qui l’uomo-l’artista si innamorerà pazzamente dell’aristocratica Adriana Ivancich, la quale avrà l’onere e l’onore di incarnare la sua ultima Musa ispiratrice. Grazie a lei, nonostante la relazione sia complicata ed apparentemente platonica, Ernst ricomincia a scrivere con gioia e con cuore. Adriana sarà quindi la Renata di “Di là dal fiume e tra gli alberi”; con lei accanto, una volta tornato a Cuba, scriverà quel capolavoro dal titolo “Il vecchio e il mare”.
Nel 1954 a coronamento di questa profetica rinascita intellettuale ed umana, l’autore riceverà il Premio Nobel per la letteratura.
Di Robilant, nella sua opera, supera con grande maestria il “banale” concetto di biografia per regalare al lettore atmosfere e personaggi indimenticabili che entrano con comprovata prepotenza nel cuore e che rendono questo testo un autentico libro da “divorare” con avidità!

Andrea di Robilant è nato a Roma nel 1957. Ha studiato Storia e Relazioni internazionali alla Columbia University e ha lavorato come giornalista in Europa, negli Stati Uniti e nell’America Latina. Corbaccio ha pubblicato: «Lucia nel tempo di Napoleone», «Un amore veneziano», «Irresistibile Nord», «Sulle tracce di una rosa perduta» e «Autunno a Venezia». Vive a Roma con la moglie e i figli.

Source: libro del recensore.

:: “Al mattino stringi forte i desideri” di Natascha Lusenti (Garzanti 2018) a cura di Valeria Giola

23 Maggio 2018

Al mattino stringi forte i desideriEmilia pensa che lei e Gina si assomigliano, perché nessuna delle due ha paura dei silenzi. Entrambe sanno che ci sono parole che hanno bisogno di potersi depositare, lentamente, dopo che sono state liberate nell’aria. Alcune escono dalla finestra. Alcune si mettono per terra, in un angolo. Alcune si infilano nelle crepe dei mobili o delle pareti. Altre si appiccicano alle guance di chi le ha pronunciate. È per questo che le arrossano…

Le fiabe hanno il compito di farci sognare, di trasmettere speranze e ideali. “Al mattino stringi forte i desideri”, romanzo di esordio di Natascha Lusenti, popolare autrice e conduttrice radiofonica, edito da Garzanti, possiede tutti i requisiti per essere un’autentica favola moderna, di quelle che ti entrano dentro e che, anche a distanza di tempo, continuerai a ricordare.
Un narratore dolce e preciso accompagna il lettore tra le pieghe della vita di Emilia, nella sua solitudine, nella sua innocente colpa di essere sola. La tiene per mano quando scopre la sua voglia di uscire dal nero rabbioso che la sta avvolgendo da tempo e la spinge a scrivere una serie di messaggi autentici e irrimediabilmente unici che lei stessa appende alla bacheca del palazzo nel quale si è trasferita da poco, ogni mattina. L’obiettivo è dimostrare a tutti che, in fondo, siamo fatti della stessa pasta, commettiamo gli stessi errori e ci isoliamo solo per difenderci. E, come di consuetudine, quando ci si scontra con la verità, qualcuno apre il proprio cuore, qualcun altro protegge il proprio dolore.
La trama è semplice ma costruita con maestria : una protagonista, un evento scatenante, un viaggio interiore, una scia di personaggi vari, ognuno con la propria personalità. Il risultato finale è affascinante perché pagina dopo pagina, le riflessioni nascono spontanee, come le rose di maggio.
La prima che si evince è il significato più profondo del risveglio, citato nel titolo e nei messaggi che scrive Emilia. Il riferimento alla rinascita e alla speranza è la base su cui ruota tutto il romanzo: il dolore non è per sempre e la vita può sorprenderci, ammesso che la si osservi dal giusto punto di vista.
E poi c’è l’incontro con Nicola, un bambino che sa come farsi amare e Gina, una distinta signora che ha vissuto più dispiaceri che sogni. Due personaggi creati con arguzia e precisione ai quali, seppur con modalità differenti, viene affidato il delicato, e prezioso, compito di ricordare l’importanza dell’amicizia.
E infine il tema della mancanza di opportunità lavorative che causano l’emarginazione sociale che affligge intere generazioni.

Le ferite guariscono solo se riusciamo a risalire. Sono come vette ripide su cui rischiamo di scivolare, e allora dobbiamo ricominciare tutto da capo, sudando dolore e sanguinando aguzzo, come le rocce ..”

Una storia delicata, per nulla banale, e un finale carico si sentimento fanno de “ Al mattino stringi forte i desideri” un inno a cogliere le sfumature più calde che la vita ci regala.

Natascha Lusenti vive a Milano. Da sei anni è una delle voci dell’alba di Radio Rai e apre la sua trasmissione con i “Risvegli” molto amato dagli ascoltatori. Ha cominciato a lavorare presto, nella carta stampata, ed è arrivata per caso in TV dove ha lavorato a lungo come giornalista, conduttrice e autrice. Da bambina fantasticava di scrivere un romanzo, ma non hai mai veramente pensato che ci sarebbe riuscita. La cosa migliore, e ben più difficile, che ha fatto è imparare a voler bene alla vita, anche quando gira male. “Al mattino stringi forte i desideri” è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio stampa Garzanti.

:: Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 – Manhattan, 22 maggio 2018)

23 Maggio 2018

Philip Roth

:: Dentro il bosco di Lukas Erler (Newton compton 2018) a cura di Federica Belleri

17 Maggio 2018

Dentro il boscoEstate 2012. Cornelius, professore di storia dell’arte, deve incontrare Henk, produttore e regista. Non si vedono da qualche anno e in occasione di un importante evento culturale hanno deciso di riallacciare i rapporti. Il loro appuntamento non verrà rispettato. Henk sarà ucciso in maniera brutale. Perché?
Cornelius è affascinante e colto. Ha una bellissima voce e tutti i sensi allertati, perché la sua cecità lo ha costretto ad affinarli in modo particolare. È orgoglioso della sua indipendenza e fatica a sopportare anche le richieste di aiuto mosse dalla sua fidanzata. Lui vuole fare da sé.
Si ritrova coinvolto in una serie di omicidi in apparenza assurdi, ma che hanno un filo logico inattaccabile. Qualcuno è diventato un assassino, qualcuno ha tenuto dentro un odio malato per vent’anni, meditando lentamente una vendetta precisa. Qualcuno, al contrario, non ha indagato come avrebbe dovuto, ha omesso, ha voltato la testa altrove, ha fatto finta di nulla. Perché?
Cornelius racconta il suo handicap attraverso questa storia, un disagio nel disagio. Cornelius ha conoscenze importanti, è in grado di ricattare e di usare i toni giusti, al bisogno… tutto per proteggere se stesso e la donna che ama.
Dentro il bosco è un thriller ben strutturato, che spazia dalla Germania all’Olanda, dal Belgio alla Bosnia. È la storia di una guerra assurda, dove chi è stato a guardare si è assunto una grave colpa. È una storia di sangue e di corpi da calpestare, di sopravvivenza e di terrore. È l’ennesima conferma di quanto i ricordi non sbiadiscano e certi traumi non si riescano mai a superare.
Consigliato. Buona lettura.

Lukas Erler è nato a Bielefeld, in Germania, nel 1953. Lavora come logopedista da più di vent’anni. I suoi romanzi sono stati selezionati per il premio Friedrich Glauser e nel 2015 ha ricevuto la prestigiosa “Piuma di Sageberger” per il suo primo romanzo. Attualmente vive in Nordhessen con sua moglie.

Source: omaggio dell’editore.

:: Il giglio di fuoco di Vic Echegoyen (Sonzogno 2018) a cura di Elena Romanello

17 Maggio 2018

Il giglio di fuocoNella Francia alle prese con la Guerra dei Trent’anni, negli anni Trenta del Seicento, Léon Bouthillier, capo delle spie del cardinale Richelieu, viene incaricato dal potente prelato di trovare, catturare e eliminare la donna più pericolosa del regno, che si trova forse in Borgogna, regione che gode di una certa indipendenza, con in mano documenti che possono mettere a repentaglio il futuro stesso del regno.
Il libro si svolge tra flashback e momenti più vicini alla storia narrata, ricostruendo la vita di Isabelle de Plessis, sorella di Richelieu realmente esistita come personaggio, donna ribelle che non si piegò ai voleri della famiglia, fuggendo con l’amante più giovane, un medico da cui avrà vari figli, tra cui Lise, che è la donna ricercata. Accusata ingiustamente di stregoneria per il suo interesse per le arti della medicina, vittima dell’Inquisizione che la marchia con il giglio quando è poco più che una bambina, rinchiusa in un convento ad espiare dove le suore vengono poi decimate dalla peste, Lise viene creduta morta mentre riesce a scappare verso l’Inghilterra, dove da ladra di strada riesce a salire la scala sociale, ma ad un prezzo altissimo, perché sulla sua strada si accumulano crimini e intrighi.
Ispirata alla figura luciferina di Milady, la cattiva dei Tre moschettieri, Lise, destinata a diventare Lady Lily Carlisle, è un’antieroina trascinante e appassionante, una donna che lotta contro l’oppressione di una società maschilista, vittima di violenze coniugali, abusi, ingiustizie, criminale suo malgrado, una figura tragica che rilancia un genere come il romanzo storico, che per troppi anni se ha messo una donna come eroina è degenerato in storielle sentimental erotiche davvero irritanti e di poco spessore, oltre che poco realistiche.
Il giglio di fuoco, romanzo autoconclusivo narrato a più voci e da più punti di vista, racconta un’epoca lontana ma affascinante, in cui in fondo nacquero gli equilibri che hanno poi retto l’Europa per i secoli successivi, con una ricostruzione storica impeccabile e un senso della narrazione che riprende la lezione di Dumas aggiornandola al modo di scrivere di oggi, senza far diventare il tutto una stucchevole storia sentimentale. Un buon esempio di come si possa scrivere un ottimo romanzo storico con protagonista una donna senza essere banali e scontati e c’è da aspettare le prossime fatiche dell’autrice, che ha firmato il suo esordio con Il giglio di fuoco, ma c’è da scommettere che farà ancora parlare di sé.

Vic Echegoyen è nata a Madrid nel 1969. Figlia d’arte, proviene da una famiglia ispano-ungherese di musicisti, cineasti, pittori e scrittori (tra questi Sándor Márai e Imre Madách). Vive e lavora tra Vienna, Bruxelles e l’Ungheria. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

:: Una vita da libraio di Shaun Bythell (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

16 Maggio 2018

Shaun

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop a Wigtown, un paese nell’estrema provincia scozzese, dove ci sono undici librerie. In questa piccola città si svolge il Wigtown Book Festival, di cui Shaun è uno degli organizzatori.
The Book Shop è una libreria indipendente, una di quelle che resiste all’avvento sul mercato delle grandi catene e di Amazon.
Dal febbraio 2014 al febbraio 2015, Shaun Bytell tiene un diario in cui racconta con grande ironia la vita quotidiana che accade tra le quattro mura della sua libreria.
Quel diario è diventato un libro. Una vita da libraio è una lettura piacevole per tutti noi che frequentiamo le librerie e divoriamo ogni giorno pagine infinite di libri.
In presa diretta lo scrittore – libraio ci coinvolge e soprattutto ci fa entrare nel clima stravagante del The Book Shop.
Ci fa conoscere i clienti con le loro richieste assurde. Esilarante i racconti dei battibecchi giornalieri con Nichy, la sua collaboratrice stravagante sempre pronta a pungolare il suo capo.
Shaun, libraio un po’ misantropo, ci dà conto con una leggerezza divertente della varia umanità che frequenta la sua libreria e delle difficoltà che incontra con Amazon per la vendita on line dei libri.
Ogni capitolo inizia con una frase tratta da Ricordi di libreria di George Orwell.
Bythell si fa guidare da lui e ne attualizza l’esperienza.
The Book Shop è una libreria dell’usato.  Secondo Il Guardian è al terzo posto nella classifica delle librerie strane e meravigliose del mondo.
Questo libro ha davvero molti pregi, ma soprattutto è il racconto in prima persona dell’esistenza dolce e amara di un libraio che non si vuole arrendere a Amazon e che non ha nessuno intenzione di mollare.
Con grande ironia Shaun racconta il suo grande amore per i libri. Dal cuore di una piccola città della provincia scozzese questo libraio davvero particolare lancia un importante segnale di resistenza attraverso la sua esperienza quotidiana.
Seduto sullo sgabello della sua libreria combatte come un moderno Don Chisciotte Amazon, prende a fucilate un Kindle. Ma soprattutto resiste, sapendo che l’impresa è faticosa e impossibile. Ma i libri sono per sempre. Vale la pena lottare per loro.

Shaun Bythell è il proprietario della libreria The Book Shop di Wigtown e uno degli organizzatori del Wigtown Book Festival.

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Morrison di Toni Morrison (Einaudi I Meridiani 2018) a cura di Marcello Caccialanza

16 Maggio 2018

COF_merid_morrison.indd“Morrison” raccolta dedicata a Toni Morrison (premio Nobel per la letteratura 1993, considerata dai più una tra le più grandi autrici afroamericane) è un insieme di romanzi ben confezionato, che appartiene alla collana “ I Meridiani” della Mondadori editore.
Quest’opera vanta anche la presenza, come nota introduttiva dell’intero lavoro, di un saggio assai prezioso, realizzato, con grande maestria, dalla penna di Marisa Bulgheroni ed anche costruito in modo nobile sulla alquanto provata competenza critica di Alessandro Portelli, uno dei massimi conoscitori di letteratura afroamericana e di tradizioni orali.
Questo Meridiano ha il compito anche di ridisegnare in modo epico, passo dopo passo, il percorso narrativo dell’autrice nata l’8 febbraio 1931 nello Stato dell’Ohio, e più precisamente nella città di Lorain.
Il suo debutto nel mondo della scrittura impegnata avviene negli anni’70 con il romanzo: “L’occhio più azzurro” dove la stessa narra la tenera vicenda di una piccola di colore che aspira ardentemente ad emulare i bianchi. Vorrebbe avere perfino gli occhi azzurri proprio come quelli della celebre bambina prodigio Shirley Temple.
Nel 1973 dà alle stampe “Sula”, un racconto formativo che esamina in modo peculiare e speculare l’intrinseca vicenda evoluzionistica di due donne dal carattere agli antipodi: la prima del tutto combattiva e ribelle; mentre la seconda più placida e conformista. L’autrice fa qui un pregevole lavoro di analisi del loro repentino cambiamento che va pari passo con quel mutamento che si era verificato nelle comunità di colore durante l’ondata di migrazione che aveva avuto luogo negli ’40.
Ma la consacrazione ufficiale di questa scrittrice di prim’ordine arriva nel 1987 e più precisamente con il suo capolavoro “Amatissima,” che l’anno dopo, nel 1988 ha vinto il premio Pulitzer.
In questa narrazione, così maestosa e monumentale, canto di rara e provata intensità, viene offerta al pubblico l’intricata vicenda esistenziale di Sethe, una giovane e assai rustica donna dalla pelle nera che, prima che facesse il suo nefasto ingresso la Guerra Civile, ha l’indomito coraggio di ribellarsi alla propria schiavitù. Il suo sogno proibito fuggire al nord, verso la libertà più vera! Ma alla fine della sua triste epopea prende l’ingrata decisione di uccidere la propria figlia, carne della sua carne, piuttosto che farle sperimentare le terrificanti ed infernali torture che una meschinità quale la schiavitù aveva prodotto!
Oltre alla lettura di questi tre romanzi, così meravigliosamente toccanti, tradotti da Chiara Spallino; noi fedeli lettori abbiamo ancora un’altra grande opportunità per confrontarci con la bravura di questa autrice e per conoscerne meglio la sua sensibilità e la sua tenacia. Ricordiamo quindi “ Canto di Salomone”; “Jazz”; e “Il dono” che contemplano in modo assai perfetto l’immaginario politico e civile di questa incredibile donna tutta di un pezzo, che ha la fortuna di spiccare il volo nel panorama internazionale e contemporaneo, a causa del suo impegno sociale e del suo talento cristallino.
Da leggere perché è un tenero e sentito omaggio, scritto con il cuore da una donna alle donne!

Nata in Ohio nel 1931 da una famiglia nera di origini operaie, Toni Morrison diventa nel 1965 editor della casa editrice Random House, affermandosi sulla scena pubblica come specialista in cultura afroamericana. Al suo esordio con L’occhio più blu (1970) riscuote immediatamente un ampio consenso di critica e di pubblico, segnalandosi in particolare per il tono epico della narrazione e i connotati sociali che sempre caratterizzeranno la sua scrittura, fino all’ultimo romanzo pubblicato, God Help the Child (2016). Ottenuti i più prestigiosi riconoscimenti – dal Pulitzer del 1988 al Nobel – e da sempre vicina al movimento femminista e al Partito Democratico, la Morrison si è schierata con Barack Obama per le elezioni presidenziali del 2008.

Source: libro del recensore.

:: The stone di Guido Sgardoli (Piemme 2017) a cura di Elena Romanello

16 Maggio 2018

THE STONE DI GUIDO SGARDOLIL’isola di Levermoir, piccolo lembo di terra al largo delle coste irlandesi, è lontana dai circuiti turistici dell’Isola di Smeraldo, tutti si conoscono, girano ogni tanto storie di antiche leggende, ma per il resto si vive in maniera abbastanza monotona, forse troppo.
Liam, adolescente, si trova a dover fare i conti con la morte incidentale della madre, docente universitaria e antropologa, e con il padre sempre più assente, ha poca voglia di andare a scuola e comincia a tagliare le lezioni e a girare per l’isola: il misterioso suicidio del vecchio farista, scoperto proprio da Liam, dà il via ad una serie di eventi, soprattutto quando il maggiore O’Hara, il poliziotto che indaga sul fatto, rivela al ragazzo che molto probabilmente si tratta di un omicidio, cosa che tra l’altro Liam aveva già intuito.
Liam trova sotto il faro una pietra con strane incisioni, simile ad una che sua madre aveva nascosto nella serra, dove è avvenuto l’incidente che ha causato la sua morte, che forse non è stato un incidente. Le due pietre, acostate, diventano una cosa sola, e Liam, con i due amici Midrius e Dotty, comicia ad indagare mentre Levermoir inizia a diventare teatro di fatti orrendi e inspiegabili, morti, incendi, sparizioni, incidenti, e l’ombra di un’antica maledizione che torna diventa man mano più evidente, come era già successo periodicamente nel corso della Storia di quell’area.
L’Irlanda è da decenni un luogo icona per il fantastico, e la scelta di ambientare questa vicenda in un lembo immaginario ma molto realistico di quella terra è senz’altro azzeccata. Il modello di The Stone è senz’altro It di Stephen King, in un contesto che si richiama alle tradizioni del mondo celtico, ma ci sono echi anche di altri libri del Re di Bangor, Stand by me in testa, oltre che di film di culto come I Goonies e di molta narrativa e immaginario di avventure fantastiche vissute da giovanissimi, tra mondo anglosassone e Estremo Oriente.
The Stone si rivolge sulla carta ad un pubblico di ragazzi di oggi, ma è in realtà godibilissimo e appassionante per i ragazzi di tutte le età, l’avventura fantastica che in tanti avremmo voluto vivere, una narrazione incalzante, avventurosa, ma che non trascura l’aspetto psicologico, le difficoltà di crescere, di trovare il proprio posto nel mondo, di fare i conti con il lutto, di capire che in qualche modo si è tutti prescelti a fare qualcosa. Una storia autoconclusiva con personaggi a cui ci si affeziona, ragazzi coinvolti in un’avventura più grande di loro, tra orrori e enigmi, e che sarebbe meglio ritrovare.
Il genere fantastico è amato dal pubblico di ogni età, ma alla gran offerta di titoli non sempre fa da contraltare la qualità: non è questo il caso di The Stone, avventura iniziatica per tutte le età, per salvare il mondo e se stessi e trovare il modo di crescere.

Guido Sgardoli è laureato in Medicina Veterinaria, insieme agli studi ha coltivato la passione per il disegno, l’animazione e la scrittura. Dopo l’esordio nel 2004, ha pubblicato numerosi romanzi di narrativa per ragazzi con i più importanti editori italiani. Tra i molti riconoscimenti ottenuti, nel 2009 il Premio Andersen.
Tra i suoi libri ricordiamo anche La mano di Thuluhc sempre per Piemme e Dragon Boy per Pickwick.

Source: acquisto personale del recensore.

:: L’internazionalizzazione dell’Economia italiana. Nuove prospettive, nuove politiche?, curato da Beniamino Quintieri (Rubbettino 2016) a cura di Daniela Distefano

15 Maggio 2018

2Questo volume, organizzato dalla fondazione Masi, si pone l’obiettivo di fornire a studiosi e policy-makers un quadro, il più possibile esaustivo, sui principali cambiamenti in atto nell’economia mondiale e sulle conseguenti implicazioni per le politiche commerciali”.

Lo scopo di questo testo analitico è prestare particolare attenzione alla posizione italiana nel contesto globale in continuo mutamento. Occorre approfondire il ruolo delle imprese commerciali esportatrici quale importante componente della competitività dell’Italia sui mercati internazionali ed in prospettiva la capacità esportativa del sistema produttivo nazionale. Esistono, per gli esperti nel campo, ampi margini di miglioramento. Si sviluppano nuovi mercati per le nostre imprese. La Cina si avvia a diventare la più grande economia mondiale e il ribilanciamento in atto in quel Paese è destinato ad avere un impatto rilevante sul mondo. Ma in quale misura l’Italia potrà beneficiarne? Il libro approfondisce anche tecnicamente questi interrogativi e punta a sviscerare tematiche nuove e all’avanguardia: il ruolo dell’e-commerce, per esempio, come strumento prevalente di vendita sui mercati esteri. Alcuni case studies hanno infatti segnalato che il ricorso a vendite dirette on line ha rappresentato uno dei principali fattori di crescita delle vendite/sopravvivenza per le imprese manifatturiere italiane nell’attuale fase di scarsa dinamicità della domanda interna e forte incertezza sui mercati internazionali. E per quanto riguarda il contesto internzionale della nostra politica economica? I nostri più importanti partner commerciali sono i Paesi membri dell’Unione Europea, che coprono il 55% delle esportazioni e il 57% delle importazioni italiane, seguiti dai Paesi asiatici, e dal Nord America. Le barriere commerciali rimangono ancora consistenti e assumono un ruolo significativo nelle decisioni tanto delle imprese che dei policy maker. Va però segnalato che lo scenario è ondulatorio per via del fenomeno migratorio. L’abbattimento degli steccati tra Est e Ovest, soprattutto in Europa, e l’abbassamento dei costi di trasporto, non solo per le merci, ma anche per le persone, sono tra i fattori responsabili di questa nuova globalizzazione per il movimento delle popolazioni. Gli esperti di mercato del lavoro si occupano da molti decenni di capire se tra i lavoratori nativi e migranti esiste complementarietà o sostituibilità. Quel che appare certo è che l’ingresso dei migranti significa non solo aumento di risorse per l’economia, ma anche aumento della varietà di queste risorse in termini di abilità produttive, di capitale umano e di capitale relazionale. Insomma il nostro Paese si muove come un elefante nella casa di vetro di barriere e non barriere economiche. A determinare la capacità di una Nazione di generare, trattenere e attrarre investimenti dall’estero concorrono molteplici fattori: ciclici, quali la dinamica della domanda interna, strutturali, come la dimensione di mercato, la specializzazione in determinati settori o la disponibilità di materie prime, fiscali, quali l’incidenza della tassazione sui profitti o sul lavoro, politici come – soprattutto nelle economie emergenti – la stabilità sociale e del governo, e infine la qualità delle istituzioni. Infine, negli ultimi venticinque anni si sono materializzati ineludibili cambiamenti: dalla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione alla costante riduzione dei muri commerciali e dei costi di trasporto. Il risultato è una nuova divisione del lavoro in cui la produzione dei prodotti finali è frammentata in catene globali del valore (GVC). In base a questo nuovo paradigma produttivo, il processo di produzione di un dato bene può essere suddiviso in compiti assegnati a diverse unità produttive localizzate in altri Paesi di tutto il mondo. Argomenti vivi, attuali, calamitanti, stimolanti di spunti e riflessioni. Il volume fotografa la nostra realtà economica, lo fa con molta prudenza e geometria linguistica. Utile non solo per addetti ai lavori, ma per quanti cercano di capire con il filtro dei ragionamenti perché non c’è da bearsi, anche se l’evoluzione umana mai è stata tanto accelarata e progredita come adesso.

Beniamino Quintieri è Professore ordinario di economia internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata; Presidente della Fondazione Manlio Masi – Osservatorio Nazionale per l’Internazionalizzazione e gli Scambi. In passato è stato Presidente dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero, Commissario Generale del Governo per l’Esposizione Universale di Shanghai 2010, Direttore del CEIS di Tor vergata. E’ autore di numerose pubblicazioni su tematiche relative all’economia internazionale, finanza pubblica, economia del lavoro e macroeconomia. Il 2 giugno 2005 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito la massima Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.