Posts Tagged ‘Narrativa letteraria’

:: Shirley, Charlotte Brontë (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015
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Fazi editore continua la sua riproposta di classici ottocenteschi inglesi con un libro meno noto di Charlotte Brontë, Shirley, suo secondo romanzo dopo Jane Eyre, assente dalle librerie dagli anni Novanta, quando ci furono un paio di edizioni per gli Oscar Mondadori e per la Newton Compton.
Si tratta di una storia abbastanza diversa da quella di Jane Eyre, romanzo di formazione con elementi gotici: qui l’autrice abbraccia infatti un registro più sociale, ambientando la vicenda nello Yorkshire dell’inizio Ottocento, in piene guerre napoleoniche, e incentrando il tutto su Shirley, giovane ereditiera, che si trasferisce nel villaggio in cui c’è parte della sua ricchezza, tra terreni, casa, quote in un’azienda, un po’ come succederà ad un’altra famosa eroina inglese, la Bathsebea di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy. Qui diventa amica di Caroline, orfana e piena di debiti, innamorata di Robert Moore, imprenditore in difficoltà e desideroso di riscattare il buon nome della sua famiglia. Robert non può permettersi, per motivi economici, di seguire il cuore e scegliere Caroline, mentre sarà attratto dai soldi di Shirley, che però preferirà qualcun altro, tra altri gentiluomini che si contenderanno i suoi favori, attratti comunque dalla sua insolita situazione che la rende la parte forte all’interno di una possibile coppia.
Shirley è un romanzo in cui tornano gli interessi femministi dell’autrice, visto che ancora una volta traccia due ritratti di donne anticonvenzionali, due amiche agli antipodi ma capaci di sostenersi a vicenda. Anche l’intreccio sentimentale non è melenso, ma realistico e soprattutto insolito, riproponendo di nuovo la ricerca di un sentimento moderno e maturo e non dettato dalle convenzioni sociali.
Quello che colpisce poi più di tutto è il contesto storico e sociale, che ricostrruisce un’epoca fondamentale come eventi esterni e interni della Gran Bretagna, alla base della costruzione poi di una società che durò per tutto l’Ottocento.
Per questo motivo Shirley è un classico da riscoprire, con forti elementi di modernità e di interesse, oltre che essere il libro a cui molte donne e ragazze, da allora in poi, dovettero il loro nome, ancora oggi abbastanza diffuso in ambito anglosassone.

Charlotte Brontë (1816-1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò quindi all’insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: Bengodi e altri racconti, George Saunders (minimum fax, 2015) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2015

saunders_bengodiChe l’America sia un gigantesco e bizzarro parco divertimenti (a tema) ne avevamo il sospetto anche noi che dell’America (forse) ne conosciamo poco o niente, per lo più forti di una visione letteraria, se non cinematografica.
Non tutti noi ne abbiamo una conoscenza diretta. E anche tra coloro che questa conoscenza l’avessero, non tutti hanno la sensibilità e la lucidità di gente come George Saunders. Scrittore texano, classe 58, autore di opere come Pastoralia, Dieci dicembre (difficile che non l’abbiate almeno sentito nominare) e tra altre anche di Bengodi e altri racconti, sua prima raccolta di racconti del 1996 (un secolo fa verrebbe da dire). Già uscita in Italia nel 2005 grazie a Einaudi con il titolo Il declino delle guerre civili americane, e sempre tradotta da Cristiana Mannella, come questa nuova edizione minimum fax, riveduta e ampliata (c’è in più un nuovo racconto e soprattutto una preziosa nota dell’autore, che sconsiglio vivamente di leggere prima dei racconti).
George Saunders è un autore stimato e premiato, prediletto dalla critica più sofisticata e con Dieci dicembre capace di raggiungere anche il grande pubblico con vendite più che ragguardevoli. Dunque ormai non più uno scrittore di nicchia, per palati difficili (come avrebbe facilmente rischiato di essere sbrigativamente etichettato, anche solo da coloro che per primi selezionavano i racconti per il New Yorker), sebbene la sua scrittura sia decisamente complessa, non tanto a livello di struttura sintattica, naturalmente ricercata, (la stesura di Bengodi e altri racconti, per esempio, gli ha portato via sette anni) ma più che altro per i significati occulti (a vari livelli di comprensione) che i suoi testi nascondono.
George Saunders non è un autore poco impegnativo quindi, ma chiarito questo è singolare come sappia catturare il lettore, divertirlo, in una fitta rete di strettissime maglie che vanno dalla critica sociale più radicale alla compassione (reale, non pietistica) che sanno ispirare i sentimenti più delicati e profondi, ancor più se sgorgano da persone che non vi aspettereste mai, pensate solo al padre ormai solo che cura la figlia handicappata del racconto Isabelle, il secondo racconto in ordine di apparizione, capace di regalarci anche un improbabile lieto fine. Poi venne la primavera e nel parco sbocciarono i fiori.
George Saunders sorvola il reale, e in questi suoi primi racconti è ancora più evidente, con una scrittura fantasmagorica e immaginifica, ma se stiamo attenti prorio del reale parla, del reale più profondo e se vogliamo doloroso. Che il suo scritto sia una grande allegoria è anche vero, e più si allontana dai canoni classici del realismo per perdersi nell’astrattezza più naïf, più forse si sente limpida la sua voce originale e non imitativa, col tempo destinata a lasciare le spiagge sicure dell’assurdo per una maggiore concretezza e un dissolversi del dualismo, immaginazione realtà.
Ma in questi racconti è ancora tutto in nuce, la libertà creativa spazia limpida senza vincoli come aspetattive o attese, solo animata dal desiderio di realizzare finalmente qualcosa nella vita. E in questo sta sicuramente la bellezza e la peculiarità di questo testo, di cui potremo anche vedere il rovescio creativo in controluce, appassionatamente descritto nella nota iniziale, che sinceramente avrei voluto durasse più a lungo. Ma forse l’essenziale c’era, e oltre sempre tutto è superfluo.
Molti critici hanno trovato parole bellissime per questa raccolta la cui forza penso sia proprio la malinconia per un tempo ormai definitivamente concluso, che sia la giovinezza, che sia l’America pre crisi, di cui Saunders vedeva tutti i sintomi di una malattia incurabile che presto si sarebbe abbattuta: razzismo, violenza, egoismo, disoccupazione, perdita, disperazione, e le invincibili regole del mercato capitalistico, spietate e fredde come una lama in mano a un serial killer.

George Saunders (Amarillo, Texas, 1958) è autore di una raccolta di saggi, Il megafono spento (minimum fax 2009) e delle raccolte di racconti Nel paese della persuasione (minimum fax 2010), Pastoralia (minimum fax 2014) e Il declino delle guerre civili americane (già uscita per Einaudi). Ha pubblicato racconti, articoli e reportage sul New Yorker, GQ e il Guardian, e ha vinto più volte il National Magazine Award. È stato incluso dal New Yorker nella lista dei «venti scrittori per il 21° secolo» e nel 2013 è stato insignito del PEN/Malamud Award, il più prestigioso premio statunitense per gli autori di short stories. La rivista Time l’ha inserito fra le 100 persone più influenti del mondo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

:: Io sono Jonathan Scrivener, Claude Houghton (Castelvecchi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2015
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Ma infine una domanda ben precisa emerse dalla spuma di quel mare di aneddoti e scandali con cui Rivers si era dilettato fino ad allora. “Ma di che parlate, lei e Scriv, quando lui è qui? Lo chiamo sempre Scriv perché suona così inappropriato. Dunque, di che parlate?”.
“Scrivener non le ha detto che non ci siamo mai visti?” chiesi.
“Buon Dio, no! Dice sul serio?”.
“Si”.
“Oh ma è stupendo. Dobbiamo pranzarci su. Sembra l’inizio di un giallo. Assumere un segretario che non si conosce. Ottimo presupposto per la trama di un giallo! Sa che ne ho scritto uno, tempo fa? Ultimamente ne ho cominciato un altro. Mi giuri che non sta scherzando”.

Critici e pubblico concordano nel ritenere Io sono Jonathan Scrivener, (I Am Jonathan Scrivener, 1930) l’opera migliore di Claude Houghton, certamente quella di maggior successo. A volte qualità e successo non vanno di pari passo, ma in questo caso il libro si presta davvero a riflessioni interessanti, e anche profonde, sempre che il termine “profonde” non spaventi i lettori in cerca di una lettura rilassante e poco impegnativa.
Io sono Jonathan Scrivener è solo in apparenza un libro semplice e lineare, che nasconde (basta sapere dove cercare) grotte sotterranee e giochi di luce tra parti emerse e parti sommerse. Si parla di identità e niente forse è più fluttuante e indistinto di questo concetto, un’identità ricostruita tramite le riflessioni di alcuni personaggi “emersi”, di un personaggio “sotterraneo” che non compare mai sulla scena, e il vero mistero del libro è se mai comparirà. Se esiste davvero, (per lo meno come i personaggi lo vedono), se è vivo, morto, in fuga, un impostore, un manipolatore, un fantasma.
Mille facce per un uomo, nella realtà forse banale e comune, come banale e comune non è James Wrexham, vero protagonista del libro, e creatore di questo gioco di specchi, la cui identità e altresì un mistero tanto quanto quella di Jonathan Scrivener.
Solo che è il narratore della storia, l’alter ego dell’autore, quello che sceglie quali parti mostrare, in che luce, con che sfumature. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, e questa lisa consuetudine e frequentazione ci può indurre in errore, farci credere che lui non sia un miraggio, come il resto dei personaggi.
I dialoghi sono brillanti (molto british), così come le parti descrittive, un piacere per gli occhi, un gioco di intelligenza che riesce a non rendere noiose pagine e pagine in cui non capita sostanzialmente nulla.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

A volte si va a teatro per vedere un grande attore che vi è piaciuto immensamente anni prima, ma che da allora non avete più rivisto, la sua recitazione vi sembra quasi un plagio di se stessa, di quello che era nel suo periodo più felice. La voce, il modo di gesticolare, i suoi atteggiamenti, il suo stile non sono cambiati: ma questa volta riescono soltanto ad irritarvi. Non sono più indispensabili e inevitabili, perchè l’ispirazione, che un tempo li fondeva in un’ organica unità, è svanita. Erano stati, in passato, espressione spontanea di una grande vitalità: oggi sono consapevolmente, studiatamente sfruttati. L’attore non è più un artista: è diventato una collezione di trucchi del mestiere. (E continua, su questo tono, con la stessa leggerezza e malinconia).

Sì, seguiamo James Wrexham dalla rarefatta e claustrofobica atmosfera della biblioteca di Jonathan Scrivener, (è stato assunto come suo segretario in una maniera abbastanza singolare) alle peregrinazioni in un’altrettanto rarefatta e claustrofobica Londra, fatta di caffè, ristoranti alla moda, palchi dell’opera, case private, boschi oscuri, pioggia, lampioni e nebbia. Ma sia esterno che interno creano la stessa tensione, la stessa mancanza d’aria, tutto nell’economia della crescita della suspense, di un thriller, non thriller, dove sì ci sono anche i morti, per lo più deceduti in circostanze dubbie e misteriose, ma tutto è successo prima che il romanzo inizi, e ha ripercussioni poco meno che ininfluenti sullo svilupparsi della trama.
Temo che la mia recensione sia altrettanto misteriosa quanto il romanzo, e con i lettori me ne scuso, ma riflette senz’altro la profonda suggestione che questo libro mi ha trasmesso e il suo fascino, passato incorrotto dal 1930 a oggi, e per nulla datato. Il libro porta i suoi anni con disinvoltura, e molte sue riflessioni sono attualissime e straordinariamente reali, facendo sembrare la Londra postbellica (si parla della Prima Guerra Mondiale, con la Seconda a stretto giro di boa) molto simile alle nostre realtà metropolitane, popolate di individui cinici e nello stesso tempo ingenui (e a modo loro romantici), che dalla guerra hanno imparato a non prendere niente sul serio.
Io sono Jonathan Scrivener meriterebbe un testo di critica altrettanto lungo quanto il romanzo, ed evidentemente qui non è il luogo appropriato, ma senz’altro va citata la breve prefazione di Henry Miller, uno dei tanti scrittori blasonati che hanno apprezzato Houghton. Traduzione dall’inglese di Allegra Ricci.
Una lettura da non perdere.

Claude Houghton (Sevenoaks, 1889 – Eastbourne, 1961) Scrittore inglese, popolare e apprezzato dalla critica. Fu autore di romanzi psicologici attraversati da un’originale vena di misticismo, che ricevettero sostegno e ammirazione da parte di molti scrittori, da G.K. Chesterton a Hugh Walpole, da Graham Greene a Tomáš Masaryk. Per Castelvecchi è uscito Io sono Jonathan Scrivener, il suo libro di maggior successo e Vicini.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Castelvecchi.

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:: Mediorientarsi – Hotel Madrepatria, Yusuf Atılgan, (Ed. Jaca Book – Calabuig, 2015) a cura di Matilde Zubani

24 luglio 2015
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Gestire un hotel e gestire un’istituzione, una grande impresa, un paese erano in fondo la stessa cosa. Quando un uomo comincia a conoscere se stesso, a rendersi conto delle proprie possibilità, quando capisce quali sono le vere responsabilità, vacilla, non ce la fa. È una fortuna che i governanti dei paesi non lo sappiano, altrimenti qui, in questo mondo, farebbero molti più danni di quanti ne può fare il responsabile di un hotel.

L’Hotel Madrepatria è un konak (una vecchia costruzione ottomana) di tre piani, vicino alla stazione ferroviaria di una cittadina dell’Anatolia che fu vittima, nel 1922, di uno spaventoso incendio appiccato dai greci in ritirata. Il gestore dell’Hotel, Zebercet, è un personaggio solitario che conduce una vita monotona fatta di gesti sempre uguali, clienti poco interessanti e un rapporto-abuso con la cameriera.

Una notte arriva al konak una donna scesa dal treno, in ritardo, proveniente da Ankara, nessuno sa chi sia – non ha con sé la carta d’identità – né dove sia diretta, ma la sua apparizione – di cui resterà soltanto qualche traccia: due sigarette fumate a metà e un asciugamano a righe – è destinata a lasciare un segno indelebile nella vita di Zebercet. Il ricordo di questa donna e l’attesa di un suo improbabile ritorno si trasformeranno presto in un’ossessione totalizzante e irrazionale che trascinarà il protagonista fuori dal tempo e dallo spazio, stritolandolo in un vortice di follia.

La tecnica linguistica usata da Atılgan è interessante: lunghi periodi si alternano a frasi lapidarie e digressioni racchiuse tra parentesi. L’uso della punteggiatura è fortemente evocativo, tanto da rendere quasi difficoltoso il dipanarsi del discorso – proprio come se seguissimo le torsioni di una mente tormentata. Il flusso di coscienza evoca gesti, ricordi, frammenti di dialoghi e illusioni. Quello che conta sembra non essere tanto la trama, quanto il modernismo stilistico; citato dal premio nobel Pamuk tra i suoi maestri, Atılgan viene spesso accostato a William Faulkner, traslandone però l’esperienza nell’ambiente narrativo turco.

Il romanzo si pone al lettore come un’esperienza innovativa e disturbante, sia stilisticamente sia contenutisticamente. Come è evidenziato nella postfazione, il protagonista è circondato dalle cose della vita, ma è estraneo a tutte; patisce uno spaesamento mentale che contrasta col radicamento e l’immobilità delle sue giornate. Allo stesso tempo il pathos cresce in una contrazione prospettica sempre più soffocante.

Pur non essendo un’amante di questo stile modernista, ho apprezzato Hotel Madrepatria per la sua carica emotiva che mi ha ricordato le tinte cupe dei racconti di Poe (tipo Il cuore rivelatore) e il clima di attesa de Il deserto dei Tartari. Indiscussa è la buona riuscita della traduzione, forse resa ancora più efficace dalla collaborazione di due madrelingue: italiana e turca. Mi è piaciuto molto anche il glossario alla fine del libro, che non solo traduce, ma cerca di spiegare e raccontare i termini che sono stati lasciati in lingua originale.

In Turchia, Hotel Madrepatria si è ritrovato spesso al centro del dibattito critico-letterario a causa delle implicazioni politiche, culturali e psicologiche sollevate dai temi trattati: Anayurt Oteli (titolo originale) enfatizza gli aspetti alienanti della vita nella società moderna attraverso un ritratto convincente di un anti-eroe guidato da impulsi arcaici e da una sessualità ossessiva. Viene ritenuto un romanzo “di rottura” con la tradizione letteraria turca e oggi è considerato un classico moderno.

Per chi fosse curioso di approfondire, nel 1986 dal romanzo è stato tratto anche un omonimo film diretto da Ömer Kavur con Macit Koper e Serra Ylmaz.

Yusuf Atılgan (1921-1989), uno dei maestri della letteratura turca contemporanea, ha raggiunto la celebrità grazie a due soli romanzi, Aylak Adam (L’indolente) del 1959 e Hotel Madrepatria del 1973, ai quali si aggiungono alcuni racconti e un terzo romanzo incompiuto e pubblicato postumo. Tradotto in diverse lingue, Atilgan viene qui presentato per la prima volta in italiano.

Rosita D’Amora insegna Lingua e Cultura Turca all’Università del Salento. Ha tradotto in italiano Sabahattin Ali e Mehmet Yashin.

Semsa Gezgin ha tradotto in italiano Orhan Pamuk, Nedim Gürsel, Oguz Atay, Esmahan Aykol, e in turco Italo Calvino, Cesare Pavese, Umberto Eco, Alessandro Baricco.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Jaca Book.

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:: Dora Bruder, Patrick Modiano, (Guanda 2014) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2014

doramodgrandeHo scritto queste pagine nel novembre del 1996. Le giornate sono spesso piovose. Domani entreremo nel mese di dicembre e saranno trascorsi cinquantacinque anni dalla fuga di Dora. Viene buio presto e tanto meglio: la notte cancella il grigiore e la monotonia di quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono, l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me. Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca alla Parigi di oggi., il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi.

Mentre leggo sento ancora l’odore fresco dell’inchiostro, un po’ mi da fastidio, ma allontano le pagine dal volto, e continuo ostinata a sfogliarle. Guanda in tutta fretta ha ristampato il libro, e per questo la ringrazio, c’è anche la fascetta che lo segnala che c’è un Nobel di mezzo, quello attribuito per la letteratura a Patrick Modiano. Sebbene sembri quasi sconosciuto da noi, Modiano è un autore interessante che conobbi grazie alla lettura di un altro scrittore raffinato e letterario, questa volta italianissimo, ma con un forte legame con Parigi, come Roberto Saporito.
I titoli di Modiano che mi attrassero di più furono senz’altro Nel caffè della giovinezza perduta, L’orizzonte, e Fiori di rovina. Scoraggiata dai vari “non disponibile” degli store online approfitto molto biecamente di questo Nobel vinto, che sicuramente spingerà a ristamparlo, e a tradurre ciò che ancora manca in tempi ragionevoli.
E così parto da Dora Bruder, (Dora Bruder, 1997) edito in Francia da Gallimard. Pubblicato in Italia da Guanda e tradotto da Francesco Bruno, più che un romanzo, è la cronaca di un’ indagine sulle tracce di un’adolescente ebrea nella Parigi occupata della Seconda Guerra Mondiale. Ma non solo, ci sono molte componenti autobiografiche, si parla di vuoto, di assenza, delle ombre di una Parigi che non c’è più, alle cui ombre ora si sono sovrapposte altre ombre, nuove strade, nuovi cinema, nuovi caffè.
E forse questa seconda componente lo rende davvero un romanzo, anomalo ma personalissimo. In ogni ricerca, si nasconde un po’ l’anima di chi questa ricerca la compie e sa che molti misteri rimarranno oscuri, non potranno essere svelati. Puoi sì cercare testimoni, scartabellare registri anagrafici, casellari giudiziari, leggere lettere, qualcosa sempre sfugge, ed è il segreto intimo che costituisce il mistero ultimo di ogni uomo. Quello che nessuno ti può sottrarre, anche quando ha dalla sua eserciti di occupazione e l’arbitrio del potere più violento e spietato, come quello nazista.
A dire il vero Dora Bruder[1] è esistita davvero (la foto in copertina ritrae proprio lei) non è quindi solo frutto della fantasia di Modiano, ma quello che è certo è che il talento di Modiano ci rende concreta la sua assenza, il vuoto intorno al quale la vita ha continuato a scorrere. Fosse anche solo un artificio letterario, è e resta una persona, più che un personaggio, per la quale si sente una forte empatia, una certa tristezza e persino tenerezza. E’ il singolo estrapolato dalla massa, dalla folla di vittime della shoah. E’ un singolo individuo, reale e concreto.
Anche i nazisti dovevano dare numeri alle loro vittime, trasformarli in cose, se avessero continuato a chiamarle persone con il loro nome e cognome, forse non ce l’avrebbero fatta. E Modiano rende concreta questa anonima ragazza parlandoci del mistero che contiene, del fatto che non sapremo mai perché scappò di casa, tanto che i suoi genitori misero un annuncio su Paris-Soir nella rubrica di terza pagina Da ieri a oggi, il 31 dicembre 1941.
Leggendo questo trafiletto, forse su un foglio consunto color seppia, mi sembra di vederlo, (questo è il pretesto, la scintilla da cui ha origine la storia), Modiano conobbe Dora Bruder e iniziò la sua disperata ricerca per le vie di Parigi, e nella sua stessa memoria. Dora Bruder non ha molto di eccezionale, forse una certa ribellione che appunto la spinge a fuggire, ma poi ritorna, viene imprigionata e per non lasciare suo padre condotta a Auschwitz, nome solo sussurrato a bassa voce.
Dora Bruder morirà a Auschwitz con la sua famiglia, ma Modiano non approfondisce questo lato della storia, non è quello che gli interressa. A Modiano non interessa la morte di Dora Bruder, ma la sua vita. Anzi ciò che della sua vita è sfuggito ad ogni cronaca, casellario, resoconto.
Se anche avesse scoperto il suo segreto, nel suo libro non l’avrebbe scritto. Perchè i segreti non sono fatti per essere divulgati. I più romantici possono pensare a una fuga d’amore, gli altri a un rifiuto della vita di collegio, altri ancora a un desiderio di libertà. Ipotesi appunto, si possono fare solo ipotesi. Dora Bruder quasi con dispettosa tenacia, non ostante tutti gli anni che sono passati, non ci lascia altra scelta.

Patrick Modiano è nato a Parigi nel 1945. Ha esordito nel 1968 con La place de l’étoile, cui hanno fatto seguito, tra gli altri, La ronde de nuit (1969), Rue des Boutiques Obscures (1978, Prix Goncourt), Quartier perdu (1984), Voyage de noces (1990), Un cirque passe (1992), Un pedigree (2005) e L’horizon (2010). Sua è la sceneggiatura del film di Louis Malle Cognome e nome: Lacombe Lucien. Nel 2014 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura.

[1]  “Avec Klarsfeld, contre l’oubli : Patrick Modiano’s Dora Bruder”, di Alan Morris, “Journal of European Studies” 2006

:: Lacci, Domenico Starnone, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

20 ottobre 2014

lacci“Hai presente-dici- quando si fanno le scale? I piedi vanno l’uno dietro l’altro così come abbiamo imparato da bambini. Ma la gioia dei primi passi s’è persa. […] Le gambe ora vanno su in base ad abitudini acquisite. E la tensione, l’emozione, la felicità del passo sono andate perdute come anche la singolarità dell’andatura. Ci muoviamo credendo che il movimento delle gambe sia nostro, ma non è così, con noi fa quei gradini una piccola folla cui ci siamo adeguati, la sicurezza delle gambe è solo il risultato del nostro conformismo. O si cambia passo- concludi- ritrovando la gioia degli inizi o ci si condanna alla normalità più grigia.”

Aldo e Vanda hanno finito il loro tempo. Così sembra. Dodici anni di matrimonio, due figli e la fine dell’amore. Aldo ama un’altra e se ne va. Abbandona la gabbia della vita familiare per aprirsi al mondo, alla libertà e al sentimento nuovo per una giovane sconosciuta.
A Vanda non rimane che prendere atto del silenzio calato nella sua vita, lì dove non c’è più spazio per le parole, almeno non per Aldo.
I lacci sono i legami che rimangono, nonostante tutto, nonostante la fuga. Sono quelli che riaprono discorsi interrotti.
Il romanzo di Domenico Starnone si apre con le lettere di Vanda al marito infedele, in nome del quale sospende la propria vita e quella dei figli, in attesa – forse – di un ritorno.
Sarà Aldo, nella seconda parte, a raccontare della riunificazione della famiglia, dei legami che non si spezzano, del vuoto da colmare. Non c’è soddisfazione nelle sue parole, ma solo quella rassegnata consapevolezza che prima o poi il passato torna a farsi vivo e, a quel punto, non rimane che scegliere da che parte stare.
Il risultato? Un ritratto delle paure, delle insicurezze, delle infelicità “genetiche” e di quei sensi di colpa che gli individui si trascinano addosso in un girone infernale, attraverso gesti insensati e scelte inutili. Azioni dettate dalla disperata ricerca di soddisfazione, di riscatto, di giustificazioni. Un gioco al massacro in cui non rimane che contare le vittime.
Nel terzo e ultimo libro in cui è suddiviso il romanzo, i figli Anna e Sandro – ormai adulti – diventano protagonisti e – da osservatori esterni – tirano le somme del fallimento familiare di cui i genitori si sono resi responsabili.

Ho un po’ di memoria di quando papà veniva a vederci nel fine settimana. Non ricordo avvenimenti precisi, ma m’è rimasto un sentimento insopportabile di infelicità – quello è sicuro – e non è mai passato.

Domenico Starnone incanta. Le sue parole tolgono il sonno. La voce di Vanda è credibile, la rassegnazione di Aldo palpabile, la rabbia di Anna taglia.
Un romanzo che è uno scorcio sull’Italia di sempre. Un’istantanea sul matrimonio e le sue conseguenze: aspettative disilluse, false speranze e troppi retaggi.
Non ci sono soluzioni né vincitori. Solo prigionieri.

Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio io stessa. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene prima di te. E ho voluto con tutte le mie forze che tu tornassi solo per poterti dire: ora sono io che me ne vado. Però, guarda, sono ancora qua.

Domenico Starnone (Napoli, 1943) ha fatto a lungo l’insegnante, è stato redattore delle pagine culturali de «il manifesto». Ha pubblicato romanzi e racconti incentrati sulla vita scolastica, editi da Feltrinelli, da cui sono stati tratti i film La scuola di Daniele Luchetti, Auguri professore di Riccardo Milani e la serie televisiva Fuori classe. Si è distaccato dai temi scolastici con libri come Il salto con le aste (1989, ET Scrittori 2012), Segni d’oro, Eccesso di zelo e Denti, da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film. Nel 2001 ha vinto il premio Strega con il romanzo Via Gemito a cui sono seguiti, sempre per Feltrinelli, Labilità (2005, premio Castiglioncello) e Prima esecuzione (2007). Nel 2010 ha pubblicato per minimum fax Fare scene. Per Einaudi ha pubblicato Spavento (2009, premio Comisso), Autobiografia erotica di Aristide Gambía (2011) e Lacci (2014).

:: L’ombra dolce, Hoai Huong Nguyen, (Guanda, 2014) a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2014

ombraBreve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da Les Éditions Viviane Hamy), ci porta nell’Indocina dei primi anni ’50, durante la prima guerra tra l’esercito coloniale francese e l’esercito popolare indipendentista di matrice comunista, capeggiato da Ho Chi Minh, pressappoco quando fu ambientato Un americano tranquillo di Graham Greene, romanzo che mi è venuta voglia di rileggere e recensire.
Vincitore di una sfilza di premi tra cui il Prix Marguerite Audoux 2013, il Prix Première-RTBF 2013, il Prix du Salon du Livre de Genève 2013, il Prix Lire Élire – Bibliothèques pour tous Nord Flandre 2013, il Prix littéraire Asie de l’Adelf e il Prix du premier roman de Sablet 2013, L’ombra dolce, pur sullo sfondo di un conflitto bellico tra i più sanguinosi, ma quale guerra non lo è, ci narra la delicata storia d’amore tra una giovane ragazza vietnamita Mai, e un soldato francese Yann, separati da differenze etniche ed economiche, ma nello stesso tempo uniti da quello che Goethe ebbe modo di definire affinità elettive.
I due giovani si incontrano ad Hanoï nell’ospedale militare di Lanessan, dove Yann si trova ricoverato e la bella Mai lavora come infermiera. Tutto dicevo sembra dividerli: la guerra, appena guarito Yann sarà rimandato al fronte, le famiglie, il padre di Mai ha destinato la figlia in moglie a un ricco uomo di affari di origini cinesi, e non accetterà certo di buon grado questa intemperanza della figlia più giovane, l’educazione, la razza. Ma l’amore naturalmente supera tutti gli ostacoli o almeno ha l’illusione di farlo.
Con grande delicatezza e con uno stile poetico molto peculiare, Hoai Huong Nguyen dunque ci parla di amore, di guerra, e di quanto il destino non preveda sempre un lieto fine anche alle storie che lo meriterebbero. La dolcezza del titolo sembra la qualità principale che arricchisce le pagine e dona a questo amore, narrato con profonda sottigliezza psicologica, la sua sottile carica eversiva e ribelle. L’amore dei due giovani infatti si eleva tra il frastuono delle armi come un canto di pace, un canto in cui la bellezza della natura (anche sotto le violente intemperie) fa da contraltare alla drammaticità di eventi e ripercussioni.
Se l’amore di Yann e Mai è destinato a un futuro lo scopriremo nelle ultime pagine di struggente malinconia e fascino di questo romanzo, pagine capaci di evocare nel lettore una partecipata empatia per le sorti dei protagonisti. Ma dopo tutto l’amore è una fragile forza, molto spesso destinata a soccombere, non prima però di aver cambiato nel profondo ciò che si credeva inevitabile. E questo è già di per sé un miracolo e l’autrice ha senz’altro il merito di trovare le parole giuste per descriverlo.

Hoai Huong Nguyen è nata in Francia da genitori vietnamiti. Il suo nome significa “Ricorda il paese” in riferimento allo sradicamento della sua famiglia. Di lingua madre vietnamita, ha studiato francese a scuola. Detiene un dottorato di ricerca in Lingue moderne su L’eau dans la poésie de Paul Claudel et celle de poètes chinois et japonais e ha già pubblicato due raccolte di poesie Parfums e Déserts. Attualmente insegna Comunicazione presso un IUT. L’ombra dolce è il suo primo romanzo.

:: Recensione di Un passato imperfetto di Julian Fellowes (Beat, 2013) a cura di Giulietta Iannone

30 settembre 2013
passato fellowes

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La cultura era effettivamente impregnata di droghe e musica pop, Marianne Faithfull, barrette Mars e libero amore, ma la maggior parte dei giovani guardava ancora agli anni Cinquanta, all’Inghilterra tradizionale, dove i comportamenti delle persone erano stabiliti da usanze antiche, se non di millenni, almeno di un secolo, dove ogni cosa, dall’abbigliamento alla condotta sessuale, era rigidamente codificata, e le regole, pur non essendo necessariamente rispettate, esistevano ancora. Infondo era trascorso meno di un decennio da quando quel codice regnava incontrastato. Le ragazze che non si lasciavano baciare al primo appuntamento, i ragazzi immancabilmente in cravatta, le madri che non uscivano di casa senza guanti e cappello, i padri che si avviavano verso la City con bombetta in testa, tutto ciò faceva parte degli anni Sessanta non meno del lato libertino costantemente rievocato dai documentari televisivi. La differenza era che si trattava di una cultura in declino, mentre ne avanzava una nuova, la cultura decostruita. Alla fine si sarebbe rivelata vincente e, come si sa, sono i vincitori a scrivere la storia.

Che sia la sceneggiatura di Downton Abbey o un romanzo (e sospetto anche la lista della spesa) è sempre un piacere leggere Julian Fellowes. Il suo stile, mix di eleganza, arguzia, british humour (fatto di ironia a tratti anche feroce) e un tocco di tenera e scontrosa malinconia per il tempo che passa e si porta via giovinezza e fascino d’un mondo perduto, unito alla sua singolare capacità di osservazione, focalizzata non solo sui dettagli più minimi dei luoghi, delle abitazioni, delle musiche suonate ai balli, dei vestiti, dei cibi, dei codici tribali e delle usanze del paese, ma più che altro sulle persone che lo circondano o meglio l’hanno circondato, facendogli intravedere dolorose verità sotto la patina frivola e vuota di un mondo (che lui ha avuto modo di conoscere molto da vicino) ormai irrimediabilmente in declino, – l’ upper class inglese, così tradizionalista e fuori dal tempo-, rendono la lettura dei suoi testi un vivace gioco di intelligenza, divertente e nello stesso tempo spiazzante.
Julian Fellowes non si limita a fare una satira, pungente e provocatoria di difetti e debolezze di una società in piena trasformazione e di come era il mondo dorato pre rivoluzione anni Sessanta, ma si ingegna a scoprire tutto ciò che di quel mondo lontano ci mancherà: l’educazione, la raffinatezza, la sobrietà, la dignità, il garbo e la gentilezza. Valori non monetizzabili e forse inutili, ma così stranamente capaci di ricordarci che volgarità e bassezza offuscano quel poco di grazia e bellezza ancora capace di rendere la vita un’ esperienza piacevole.
Non a caso proprio i nuovi ricchi e i parvenus con il loro denaro, con le loro ville maestose, le limousine lungo i viali, le siepi perfettamente curate, i muretti di pietra, i prati lisci come tavoli da biliardo e ghiaino lucente, sembrano incarnare il male dove scagliare tutte le frecce che l’arguzia gli fornisce. Come nelle opere di Moliere, penso al Il borghese gentiluomo, Fellowes deride gli arricchiti, seppure a differenza di Moliere non combatta per difendere un ordine costituito. Fellowes è infatti conscio che l’aristocrazia con i suoi privilegi, le sue rigide convenzioni e i suoi antiquati perbenismi ancora al comando prima della Guerra, sia una classe, sebbene ancora in cima alla piramide sociale, ormai in via di scomparire, essendo stati gli anni Sessanta un punto di svolta e di non ritorno, e pur tuttavia conserva un rimpianto e una sottile nostalgia per il tempo in cui una certa gentilezza e una dolcezza del vivere rendevano tutto più lieve e meno gretto. Forse idealizza, forse rimpiange un mondo mai esistito, troppo ingenuo, naif, ma la sua abilità è farcelo credere vero anche a noi, farci provare la sua stessa malinconica rassegnazione.
E proprio un parvenu è l’anima di Un passato imperfetto (Past imperfect, 2008), secondo romanzo di Julian Fellowes dopo Snob, ripubblicato quest’anno da Beat, (era già uscito nel 2009 con Neri Pozza), e tradotto in modo impeccabile da Massimo Ortelio. Damian Baxter, un cinico arrampicatore direbbero alcuni, un arricchito senz’anima incapace di vera amicizia e di affetti sinceri e duraturi direbbero altri, un uomo di per sé ripugnante e umanamente fallito, seppure il fascino carismatico che aveva in giovinezza, con i suoi ricci, il sorriso smagliante e i pantaloni a zampa di elefante, ancora traspaia nelle sue rughe di vecchio ingobbito, ormai giunto al capolinea della sua vita.
Cancro al pancreas, inoperabile. Questa è la sua condanna. Inappellabile, spietata, una sentenza che né i suoi soldi, né il suo charme da ex-simpatica canaglia possono annullare o anche solo posporre. Potrebbe accettare la fine vicina senza combattere, rassegnandosi ma invece qualcosa può ancora fare, chiamare il suo vecchio amico-nemico di Cambridge, uno scrittore non-troppo-famoso che anni prima l’aveva introdotto nel bel mondo facendolo invitare ai party della “Stagione” londinese del 1968, voce narrante del romanzo, e formulargli una strana richiesta un po’ nello stile con cui i vecchi milionari di Raymond Chandler proponevano a Philippe Marlowe le loro bizzarre pretese (vedi Il grande sonno).
Questa volta c’è da trovare una donna, nascosta tra le frequentazioni giovanili di Baxter e probabile madre del suo unico figlio, concepito prima che una parotite giovanile contratta nel fatidico “viaggio” in Portogallo lo rendesse sterile. Vent’anni prima infatti una lettera anonima lo metteva al corrente di questa paternità e ora che il tempo sta giungendo alla fine quale occasione migliore che riscattare la sua vita dando un senso alla sua ricchezza, cinquecento milioni di sterline al netto delle imposte di successione, e facendola avere a suo figlio?
Damian Baxter non ha amici, non ha nessuno e solo questo stravagante ed eccentrico scrittore può aiutarlo, infatti solo lui può avvicinare queste donne dell’alta società e fargli domande tanto intime e imbarazzanti. Sarà disponibile ad accontentarlo, a passare sopra ad un vecchio e rugginoso litigio che aveva per sempre separato le loro vite?
Alternando passato e presente, Julian Fellowes è uno scrittore che ama divertire i suoi lettori, e lo fa con stile e verve tutta britannica. Presenta una commedia umana screziata di lacrime e sorrisi, priva della banalità della vita di tutti giorni, bandita con sacro orrore, e lo fa con l’intento preciso di intrattenere un pubblico colto e un po’ complice, capace di ridere di difetti e debolezze di una generazione dorata e intanto riflettere senza esprimere giudizi inficiati dal greve moralismo e dalla superiorità di classe. Ama le sfumature, Fellowes, le mille sfaccettature, le dettagliate derive di un’ intelligenza brillante e cosmopolita, i motti di spirito, le arguzie, ama con le parole ricreare un mondo da sempre enclave di una certa elite poca avvezza a mischiarsi con la gente comune.
Con la chiarezza e l’acutezza di una Jane Austen del Ventunesimo secolo nella sua disamina a volte impietosa di un mondo, di cui non risparmia i lati grotteschi, o forse con la leggerezza e spietata lucidità di una Edith Wharton “britannica”, Fellowes ci lascia intravedere un “come eravamo” carico di nostalgia verso un “come siamo” in cui amaramente dobbiamo constatare che fallimenti, delusioni, amori non ricambiati, amicizie tradite, e infelicità forse meritate, ma mai completamente, ci portano ad essere uomini e donne per lo meno diverse dall’immagine scintillante e splendente, proiettata in gioventù. Colpo di scena finale, compreso.

“Era questo che mi piaceva di lui. Apparteneva al futuro”. Dagmar mi guardò di sottecchi. “Non al futuro che immaginavamo: pace, amore e fiori tra i capelli. Non quello. Il mondo vero, che si è sviluppato di soppiatto negli anni Settanta ed è esploso negli Ottanta. L’ambizione, la rapacità. Sapevo che una nuova classe dominante sarebbe salita al potere prima o poi, ed ero certa che Damian ne avrebbe fatto parte”.

Julian Fellowes è un celebre sceneggiatore (Oscar per la sceneggiatura con il film Gosford Park). Vive in Inghilterra con la moglie Emma e il figlio Peregrine. Neri Pozza ha pubblicato il suo romanzo di esordio Snob e il suo secondo romanzo Un passato imperfetto. Entrambi ripubblicati da Beat.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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:: Recensione di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr (Feltrinelli, 2010) a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2013

ultima fermataLa luna non s’accorge ne bada a Harry, lungo disteso ai piedi del cartellone, e continua il suo inalterabile viaggio.

A cinquant’anni dall’uscita – se vogliamo essere cavillosi se ne festeggerà l’anniversario il prossimo anno – ecco a voi in tutto il suo splendore Ultima Fermata A Brooklyn (Last Exit to Brooklyn,1964) di Hubert Selby Jr, letto da me ahimé non in lingua originale, ma nella quinta edizione del marzo 2010 nella collana Universale Economica di Feltrinelli, tradotta da Attilio Veraldi.
Dico ahimé non perchè il traduttore abbia fatto un lavoro scadente, anzi il suo sforzo di mimesi e di imitazione della lingua parlata, trasportando lo slang newyorchese fine anni cinquanta in italiano, è sicuramente encomiabile (e sfido chiunque a cimentarsi nell’impresa), ma semplicemente perché certi libri andrebbero unicamente letti nella lingua in cui sono stati scritti, anche a costo di non capirci nulla, faccio un altro celebre esempio Finnegans Wake di Joyce. La costruzione o meglio la decostruzione sintattica e grammaticale, l’unicità lessicale dello slang, fatto di contrazioni, allitterazioni, troncamenti, scardinamenti linguistici è umanamente irripetibile e calibrata per una lingua e seppure con una traduzione, parere mio probabilmente molti critici sarebbero pronti a contraddirmi, si può catturare lo spirito della narrato non se ne può riprodurre la genialità.
Ultima Fermata A Brooklyn è un testo, seppur relativamente breve, difficile e non solo per le scelte stilistiche dell’autore che, con un gusto anarchico e funzionale al messaggio sotteso nel racconto, stravolge grammatica, sintassi, punteggiatura,  dando libero sfogo alla cosiddetta “prosa spontanea” teorizzata da Jack Kerouac, arrivando per esempio a non racchiudere i dialoghi nelle canoniche virgolette, passando quasi in un magma caotico da soggetto a soggetto, ma forse principalmente per i temi trattati, duri, sgradevoli, al limite del ributtante, (non a caso all’uscita del romanzo si augurava che facesse vomitare i suoi lettori) incarnati da personaggi deprivati da ogni connotazione empatica, sentimentale, o finanche umana, per poi paradossalmente giungere all’umano parlando di illusioni, debolezze, aspirazioni quasi sempre naufragate in un mare di violenza e di dolore.
Ultima Fermata A Brooklyn è un romanzo feroce solo formalmente definito romanzo, in realtà racchiude due racconti Tralala e The Queen is Dead già usciti su riviste, e altre tre storie, più un’ appendice finale, sorta di doppio epilogo narrante la squallida cronaca della vita di uno stabile in cui tutto deve apparire ordinato e sottocontrollo. L’amministrazione dello Stabile è d’opinione che il bambino non appartenga a nessuno degli inquilini dello Stabile. La polizia indaga accuratamente nel quartiere e nello Stabile, ma finora nessun’altra informazione è stata rilasciata dalle autorità inquirenti. Questo è il secondo cadavere di bambino trovato nello Stabile nel corso del corrente mese.
Perseguitato per oscenità, per la crudezza e il realismo con cui trattava temi come la violenza delle gang, l’omosessualità, la tossicodipendenza, Ultima Fermata A Brooklyn conserva ancora oggi la sua carica sovversiva e disturbante e sebbene molti autori da allora si siano cimentati a descrivere le vite degli ultimi, degli emarginati, ad ambientare le loro storie nei più sordidi slum delle grandi metropoli, questo romanzo emana una così autentica disperazione che è difficile rimanere indifferenti o tacciarlo di inattualità, di arretratezza o di obsolescenza. C’è una sorta di universalità senza tempo che si sprigiona dalle pagine, difficili, dure, grondanti sangue e vomito, già all’inizio nel pestaggio del militare da parte della banda di perdigiorno che bazzica intorno alla pidocchiosa tavolacalda notte-giorno del Greco si intuisce che i fluidi corporei e la sordidezza dei più infimi dettagli non ci verranno risparmiati.
Se Georgette ci commuove con le sue illusioni d’amore, è Tralala a entrare nel profondo nell’anima di chi legge. Non a caso Hubert Selby Jr introduce ogni parte del romanzo con un passo della Bibbia e per Tralala utilizza il Cantico dei Cantici e i passi dell’amata che incontra la ronda e chiede: Avete visto colui che l’anima mia ama?, proprio in un romanzo dove l’amore è virulentemente negato. La scena dello stupro poi è sicuramente una delle più tristi e devastanti che mi sia capitato di leggere e riassume bene richiamandolo per negazione ciò che il romanzo vuole evocare, la mancanza di quei sentimenti, di quell’amore appunto che rende all’uomo la dignità tolta dalla povertà, dalla violenza e dallo squallore.
Tragico il personaggio di Harry, ributtante, egoista, debole, sessualmente represso sindacalista, in cui la violenza quasi vendicatrice del gruppo (Harry affatto innocente si macchierà di un goffo approccio sessuale fatto nei confronti di Joey, ragazzino di 10 anni del quartiere) si scatenerà appendendolo mezzo morto sul cartellone pubblicitario dello spiazzo desolato, mentre la luna indifferente continua il suo corso, noncurante della sua agonia. Per il gruppo è un divertimento massacrarlo, richiamando quasi alla mente il pestaggio del militare con cui si apre il romanzo, dando così un senso di continuazione e completezza agli episodi slegati della storia.
Romanzo di culto, da leggere sicuramente se apprezzate la letteratura americana contemporanea.

Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). E’ morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima”.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata (Rizzoli BUR, 1974) a cura di Giulietta Iannone

19 Maggio 2013
Koto

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Chieko scoprì le violette fiorite sul tronco antico dell’acero…”

Koto ovvero i giovani amanti dell’antica città imperiale di Yasunari Kawabata inizia così, con eleganza e semplicità, e da questa breve frase si avverte già il tono poetico e delicato che attraverserà tutta la narrazione.
Pubblicato a Tokyo nel 1962 con il semplice titolo di Koto, mi sfugge a dire il vero il motivo del titolo italiano che facilmente può creare una certa confusione, (premetto che non è un romanzo storico, non ci sono amanti, si parla di due sorelle e le loro relazioni sentimentali sono del tutto incidentali, e l’antica città imperiale è Kyoto ma in tempi relativamente moderni) è senz’altro uno dei più limpidi esempi che caratterizzano la poetica in prosa dell’autore.
Esiste in commercio un’ edizione BUR Rizzoli del 1997 facilmente reperibile, ho controllato, io comunque ho esaminato la prima edizione BUR del settembre del 1974, che sebbene ingiallita, e inframmezzata di vecchi fiori secchi, (temo ormai specie protette, che se le raccogliete in montagna vi danno la multa), contiene tutte le pagine e ha fatto egregiamente il suo dovere. E’ una rilettura, appositamente fatta per questa recensione, per cui avverto i miei lettori che parte della spontaneità e della meraviglia della prima lettura è stata sostituita da un analisi più razionale e sistematica del testo, che comunque non precluderà a voi affatto il piacere della lettura. Nella edizione da me considerata la traduzione è affidata a Mario Teti e vi è anche presente un’ introduzione di Carlo Cassola, che vi consiglio di leggere al termine del romanzo.
Koto, come dicevo, è un romanzo breve, poco più di 150 pagine, appartenente ad un genere narrativo del tutto particolare che fonde la poesia con la prosa. Genere apparentemente tipico della narrativa giapponese classica, anche se in Kawabata niente è comune o scontato. Tutto anzi acquista una forza tragica e dirompente, seppure ciò di cui si narra non sono altro che i sentimenti e i moti misteriosi dell’animo umano. Innovativo e rivoluzionario nello stile, molto moderno se vogliamo, il romanzo tratta temi universali, seppure Kawabata li analizzi partendo, oltre che dalla sua dolorosa e esasperata sensibilità, anche dalla tipica ottica di un giapponese conscio delle tradizioni del suo paese, consapevole che l’unicità del suo pensiero non può essere slegata dalla società in cui viveva, dalla mentalità che caratterizzava il suo stato sociale, e dalla consapevolezza che il tempo che passa è inarrestabile e la provvisorietà dell’esistenza, in cui tutto è instabile e fugace, non può dare all’uomo certezze, ma solo il senso della sua vulnerabilità.
Koto è un romanzo caratterizzato da una trama semplice e lineare, quasi assente. E’ innanzi tutto la storia di due vite, di due sorelle, Chieko e sua sorella Naeko, sparate dalla nascita, immagini speculari di una femminilità forse lontanissima dai canoni della sensibilità occidentale, che incidentalmente nel corso della vita, si incontrano e si riconoscono. Ciò che le separa purtroppo è più forte del sentimento che le lega e sarà dunque invitabile che questo delicatissimo legame si spezzi facendo sì che le sorelle si perdano nuovamente, questa volta per sempre, ognuna destinata a seguire il proprio destino.
I personaggi di questo romanzo, sebbene il tema centrale sia la solitudine, svolgono un ruolo corale. I rapporti che li legano sono caratterizzati da lievi legami d’amore e solidarietà. L’amore tra genitori e figli, l’amore tra fratelli, il rapporto di stima e rispetto tra allievo maestro, tutto concorre a dare una dimensione affettiva e intima, sebbene l’utilizzo della terza persona consenta un certo distaccato e deprivi il narrato da ogni deriva eccessivamente sentimentale o peggio zuccherosa. Koto ha per temi soggetti fondamentali del romanzo classico giapponese: la natura, la bellezza, la solitudine, la separazione. La natura, nello scintoismo sacra e un tutt’uno con il divino, per Kawabata non è altro che lo specchio in cui si riflettono i moti dell’animo, la delicatezza dei sentimenti, la percezione dell’unicità dell’esistenza, la bellezza dell’amore.
L’estetica di Kawabata è sintetizzata dal breve scambio di battute tra il padre di Chieko e Hideo Otomo dove il giovane paragona la bellezza della ragazza a quella dei dipinti di un tempio. Il padre si indigna e sottolinea che non ci può essere paragone tra la bellezza dell’arte e quella della vita, perchè Chieko invecchierà e la sua bellezza sarà sciupata dal tempo che passa, mentre la bellezza dell’arte è eterna.  Hideo Otomo ribatte che proprio per questo la bellezza della ragazza è ancora più preziosa, proprio perché effimera, ma nello stesso tempo è viva, a differenza di un semplice affresco per quanto magnificamente dipinto.
La delicatezza e l’eleganza dello stile sono assoluti. Ogni scena racchiude in sé una piccola miniatura, utilizzando una tecnica quasi pittorica di accostamento di colori, brevità di passaggi, leggerezza di tratto.
Stilisticamente perfetto, non perde né in naturalezza, né in spontaneità. Né mai prende i connotati di freddezza che caratterizzano le opere solo esternamente e formalmente ineccepibili. Non è uno sterile esercizio stilistico. Sotto la calma apparente di una struttura narrativa lenta e fluente si nasconde un sincero e autentico atto d’amore per l’arte, la vita e la letteratura.
Il linguaggio poetico, usato sia per descrivere la natura sia i sentimenti dei personaggi, trasmette con semplicità e dolcezza tutta la bellezza e l’intensità insita nei profondi abissi dell’animo umano in comunione con lo splendore della natura stessa.
La storia è ambientata a Kyoto, e si chiude nell’arco di poche stagioni passando dalla primavera all’inverno. Ovvero dalla nascita alla morte. Apparentemente formali i dialoghi, sono in realtà la forma con cui i personaggi combattono la loro solitudine. Non a caso quando un personaggio si chiude in se stesso tace ed evita ogni comunicazione. Il silenzio acquista quindi una dimensione importante, quasi quanto la conversazione, tenendo anche presente che i dialoghi rispettano le gerarchie sociali, i rapporti interpersonali e la schematica struttura della rigida società giapponese, molto sensibile alla forma esteriore, che diventa paradossalmente tessuto interiore e sostanza fondamentale.

Yasunari Kawabata nacque ad Osaka nel 1899. Rimase orfano in tenera età e la morte di genitori incise grandemente sulla sua visione pessimistica della vita e sul costante senso di separazione che caratterizzò tutte le su opere. Nel 1924 si laureò a Tokyo in letteratura inglese e giapponese in questi anni fondò il movimento letterario Sensazioni nuove. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera, La danzatrice di Izu, e fu accolta con un enorme successo. Oltre che romanzi scrisse saggi di critica e racconti. Ottenne il Nobel per la letteratura nel 1968 e fondò il più grande premio letterario giapponese L’Akugawata. Morì suicida nel 1972. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Mille gru, Il suono della montagna, Il paese delle nevi, La casa delle belle addormentate, Koto, Bellezza e tristezza, Diario di un sedicenne e Gente di Tokyo.

Source: acquisto personale.

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:: Recensione di 1408 racconto contenuto nella raccolta Tutto è fatidico di Stephen King (Sperlig & Kupfer, 2005) a cura di Micol Borzatta

7 Maggio 2013

fatidicoIl 20 aprile 2013 alle ore 21:00 è andato in onda su Sky Cinema Max il film 1408 tratto dall’omonimo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta Tutto è fatidico, collana Narrativa, traduzione di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer, 2002. La visione del film mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano questo bellissimo libro che oltre a una trama avvincente ha anche una storia molto particolare alle sue spalle.
La storia narra di uno scrittore Mike Enslin, che scrivi libri sui luoghi infestati demolendoli con il suo non credere, che vuole a tutti i costi pernottare nella stanza 1408 del Dolphin Hotel.
La stanza è famosissima per essere stata palcoscenico di numerosissime morti, sia suicidi che morti naturali.
Mike ovviamente non crede che una stanza possa essere la mandante o la causa delle morti e alla fine riesce, andando per vie legali, a pernottare nella camera.
Qui la vicenda è molto diversa se si legge il libro o se si guarda il film, perché nel film vengono evidenziate di più le manipolazioni della realtà causate dalla stanza, nel libro invece Stephen King descrive il tutto da un punto di vista diverso dal normale, infatti la storia degli avvenimenti che accadono è raccontata esclusivamente dal registratore che stava usando Mike all’interno della stanza per prendere appunti per il libro e che viene recuperato dai resti bruciati.
Non si sa assolutamente nulla di quello che è accaduto nella stanza ma si percepisce esclusivamente lo stato d’animo e di terrore di Mike che cambia diventando sempre più ossessivo e pesante di pagina in pagina.
Due linee quindi completamente diverse ma che ottengono assolutamente lo stesso risultato: tenere il lettore o lo spettatore incollato fino all’ultima pagina.
Come dicevo all’inizio questo racconto di Stephen King ha una straordinaria storia alle spalle. Innanzitutto è cortissimo. Il racconto infatti nasce come piccolo raccontino esclusivamente da inserire nel suo libro On Writer come esempio pratico di come si struttura un racconto e lo si modifica, se non fosse che mentre stava scrivendo il racconto ha incominciato a vivere di vita propria, come racconta lui stesso nella prefazione, e a descriversi e compilarsi da solo.
Anche se molto diverso dai soliti lavori di Stephen King, si nota subito la mano del maestro e riesce anche nella sua brevità a trasmettere al lettore tutto lo stato psicologico e mentale del protagonista.
Un’ ottima lettura adatta a chiunque non sia troppo influenzabile dagli stati psicologici e ansiosi del protagonista.
Ancora una volta un capolavoro del maestro che sa sempre come superarsi.

Stephen King nasce a Portland nel 1947. Scrittore e sceneggiatore statunitense è uno dei più celebri autori della letteratura horror del XX secolo e nel romanzo gotico.
Inizia la sua carriera di scrittore nel 1974 con Carrie.
A oggi ha pubblicato sessanta opere.
Molte delle sue opere hanno avuto trasposizioni cinematografiche e televisive con registi della portata di Stanley Kubrick, John Carpente, Brian De Palma, David Cronenberg e Frank Darabont.

:: Recensione di Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli 1885, 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 novembre 2012

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Lasciò la strada e salì lungo la spina dorsale della collina per guardare dall’altra parte. Da lì potè vedere una decina di ettari di campo di loglio, macchiati da ciuffi di girasoli e gomma naturale. Nel centro del campo c’era un gigantesco mucchio di fondali e oggetti di scena. Mentre li osservava, un camion che trasportava dieci tonnellate venne ad aggiungere altro carico. Era la discarica finale. Pensò al Mar dei Sargassi di Janvier. Proprio come quell’immaginario complesso d’acqua rappresentava la storia di una civiltà sotto forma di deposito di rottami marini, quel posto lo era in forma di discarica di sogni. Un Mar dei Sargassi della fantasia! E la discarica cresceva continuamente, perché non c’era sogno che galleggiasse da qualche parte che prima o poi non sarebbe finito lì, dopo essere stato reso fotogenico con gesso, tela, listelli e vernice. Molte navi affondano e non raggiungono mai i Sargassi, ma nessun sogno scompare mai del tutto. Da qualche parte turba uno sfortunato e un giorno, quando la persona in questione sarà stata sufficientemente travagliata, ecco che il sogno sarà riprodotto nello studio.  

Il giorno della locusta (The Day of the Locust, 1939), quarto e ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Nathanael West, – dopo La vita in sogno di Balso Snell, Signorina Cuorinfranti, e Un milione tondo tondo -, è forse la più lucida e feroce satira che sia mai stata scritta sullo scintillante e vuoto mondo del cinema della Hollywood degli anni Trenta, (che stigmatizza con il lapidario: Mangiavano cibo di cartone di fronte ad una cascata di cellophane) descritto come una vera e propria discarica emozionale e popolato da falliti di ogni risma, nutriti da falsi e corrotti valori morali, assetati di fama e felicità e destinati invece a vedere i propri sogni infranti dallo spietato meccanismo che regola quel mondo che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tradotto da Nicola Manuppelli per la collana Originals, delle edizioni Mattioli 1885, dopo la precedente traduzione di Carlo Fruttero per Einaudi e la successiva di Marina Morpurgo per et al. – ma se avete occasione cercatelo anche in versione originale – e impreziosito dalla riproduzione della copertina originale del 39, Il giorno della locusta è un romanzo che non attrae, ne spinge a provare empatia per i vari personaggi che lo animano, anzi volontariamente crea un’algida barriera di sconcerto e repulsione che, solo se superata, permette di comprenderlo e apprezzarlo.
Non lasciatevi ingannare dalla raffinata ed elegante ricchezza espositiva, Il giorno della locusta è un romanzo permeato di violenza e di crudeltà: immaginata, (la scena in cui Tod fantastica di stuprare Faye, interrotto dal cameriere, spoglia il personaggio di ogni eroicità e pietà); rappresentata metaforicamente; mostrata nella realtà.
La tensione puramente sessuale è un altro filo conduttore incanalato nel personaggio di Faye, donna bellissima ma senza alcuna qualità morale, vivificata solo dall’ambizione di diventare attrice, e disponibile con tutti tranne che, immotivatamente, con il protagonista al quale si nega con un semplice: non ti amo.
Ambientato durante la Grande Depressione, in una Hollywood fatiscente e degradata, (molto lontana dall’immaginario comune fatto di lustrini, luci della ribalta, dive platinate, feste senza fine, ville milionarie quint’essenza simbolo del sogno americano), Il giorno della locusta narra le gesta ben poco eroiche di alcuni personaggi appartenenti al sottobosco che gravita intorno al mondo dorato del cinema degli anni d’oro.
Troviamo Tod Hackett, artista di un certo talento che sogna di diventare un pittore di successo e si accontenta di lavorare come costumista e scenografo nelle retrovie di una grande casa di produzione, alter ego dell’autore e voce critica di quel mondo che, seppure disprezza inarrestabilmente, lo affascina e lo attrae.
Poi c’è Harry Greener, l’anziano attore d’avanspettacolo gravemente malato e prossimo alla morte, che si arrabatta vendendo a porta a porta lucido per l’argenteria, sicuramente il personaggio più tragico del già doloroso affresco westiano e sua figlia Faye, una bellezza biondo platino che sogna di diventare una diva, totalmente priva di talento e di moralità, capace delle crudeltà più sgradevoli e ripugnanti, la cui sostanziale innocenza rasenta la stupidità e la cui unica dote è attrarre gli uomini e manipolarli per il suo interesse.
Infine, tra i personaggi maggiori, svetta per patetica intensità drammatica Homer Simpson, un provinciale del Middle West, sessualmente represso, un uomo che con Hollywood non ha nessun legame, è infatti in California per riposarsi, per riprendersi da un traumatico avvenimento che l’ha scosso nel profondo mentre faceva il contabile d’albergo a Wayneville nello Iowa e il cui unico vero errore, che lo porterà alla follia e alla distruzione, sarà innamorarsi di Faye.
A corollario una folla di personaggi minori: il nano Abe Kusich, la signora Jenning, attrice a fine carriera reciclatasi come tenutaria di bordello, il messicano Miguel, allevatore di galli da combattimento (la scena del combattimento nel garage è di un tale macabro sadismo da risultare raccapricciante almeno quanto la corrida ne Il serpente piumato di Lawrence), il cowboy Earle Shoop, simile a tante oscure comparse che popolano i film western del periodo, la signora Loomis, madre dell’aspirante divo bambino Adore che sarà protagonista e vittima nella maestosa scena finale della rivolta davanti al Persian Palace Theatre.
Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’ un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.
Bellissimo.

Nathanael West (1903-1940) Svolse in vita diverse attività, dal vicedirettore d’albergo allo sceneggiatore per la Columbia Pictures. Morì, semisconosciuto, a causa di un incidente d’auto e vide la propria fama incrementarsi sempre più a partire dagli anni ’50, quando venne riscoperto come uno degli autori più dotati della propria generazione. La sua opera è considerata profetica e il suo stile precursore di molti linguaggi moderni, come quello dei fumetti. È autore di quattro romanzi, fra cui La vita in sogno di Baiso Snell e Signorina Cuorinfranti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mattioli1885.

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