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:: Recensione di Via con me, Castle Freeman, (Marcos Y Marcos, 2011) a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2011
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Una bella mattina d’inizio estate, in un ameno borgo rurale  tra i boschi del Vermont, una donna aspetta rintanata nella sua auto lo sceriffo del luogo. Lillian, un tipetto tosto, lunghi capelli scuri fino alle chiappe, cameriera di tavola calda, appena mollata dal fidanzato Kevin, che di punto in bianco ha pensato bene di sparire senza dare più notizie, ha un problema bello grosso di nome Blackway, un ex vicesceriffo con in ballo affarucci di droga che gli sono costati il licenziamento, grazie proprio alla testimonianza della donna.
Ora Lillian ha paura, sa che Blackway ha intenzione di fargliela pagare, e già ha iniziato a darle noia: un giorno è il vetro dell’auto che va in frantumi, un altro è la sua gattina Annabelle ad essere sgozzata sulla veranda di casa.
Prima che succeda il peggio Lillian decide di rivolgersi allo sceriffo Ripley Wingate, il quale nicchia , tentenna, dice che la legge può fare poco o niente. Non ci sono prove, non si può certo arrestare qualcuno per delle semplici supposizioni. Che mondo sarebbe? A chi piacerebbe vivere in un paese così senza legge? Perché non taglia la corda invece come ha già fatto il suo ex in un raro colpo di genio, perché non torna a casa sua?
Ma Lillian non ne vuole saperne. È Blackway che deve smetterla. Allora una soluzione forse ci sarebbe può sempre chiedere aiuto al vecchio Alonzo Boot, detto “Whizzer” da quando un incidente l’ ha costretto su una sedia a rotelle. Whizzer ha un cuore d’oro e una corte di amici, un tantino sciroccati, che bazzica la sua segheria, ormai in disuso che andava forte ai tempi della Guerra Civile.
Perchè non cerca un certo Scotty Cavanaugh, che ha un conto in sospeso con Blackway per una faccenda di pugni presi in una rissa una decina di anni prima e quasi certamente sarà felice di aiutarla.
Lillian infondo non ha niente da perdere, così si reca alla segheria e spiega i suoi guai a Whizzer e compagni. Scotty non c’è, ma al suo posto si offrono volontari Lester, un vecchietto pieno di risorse, e Nate il Grande, più intelligente di un cavallo ma meno di un trattore, ma grande e grosso e soprattutto un bravo ragazzo.
Con la benedizione di Whizzer i tre si mettono sulle tracce di Blackway e quello che succederà da quel momento in poi, fino all’imprevedibile finale ha il gusto di quelle ballate blues un po’ scanzonate un po’ inverosimili che i tagliaboschi cantano intorno al fuoco nelle serate d’ inverno.
Via con me di Castle Freeman  è sicuramente un piccolo capolavoro di arguzia e umorismo, giocato tutto sui dialoghi, graffianti, acuti, brillanti, dove mai una parola è fuori posto. Un romanzo corale per alcuni versi, in cui molte voci si alternano e si fondono in una sinfonia divertente e divertita.
C’ una bella ragazza in pericolo, due improbabili cavalieri senza macchia e senza paura (il Grande Nate per tutto il libro ripete: non ho paura di Blackway quasi a farsi coraggio), un cattivo, che definendolo un vero bastardo non ci si allontana tanto dal vero, un gruppo di allegri vecchietti che bevono birra ghiacciata tutto il santo giorno e spettegolano rinvangando il passato e creando un piacevole sottofondo da coro greco che si alterna alla narrazione principale.
Tutti gli ingredienti insomma da saga western, in bilico tra l’ affresco rurale e il canto epico medioevale;  non a caso l’autore dice di essersi ispirato a La morte di Artù di Thomas Malor.
Traduzione stupenda di Daniele Benati che ha saputo, con rara maetria, rendere la cadenza del linguaggio parlato in modo realistico e frizzante. Sebbene ambientato nel presente conserva un gusto retrospettivo davvero insolito, che riporta alla memoria le pagine di Faulkner e Steinbeck e con un pizzico di Cormac McCarthy. E per finire a colorire il tutto qualche momento di sana azione condita da un humor nerissimo, basta leggere il capitolo intitolato L’orecchio di Murdock, un racconto in sè che potrebbe vivere di vita propria.

Castle Freeman ha sempre amato la brevità. Saggi lampo, racconti lunghi un soffio, quattro romanzi sotto le duecento pagine.
La sua rubrica radiofonica – “The Farmer’s Calendar” – un almanacco dedicato agli agricoltori, dura due minuti. Nella sua casetta di legno di colore rosso acceso, nel Vermont, Freeman preferisce scrivere, riscrivere e limare finché di un testo non rimangono che le parole essenziali.
Ama i classici: legge e rilegge Twain, Joyce, Faulkner. Ha dichiarato che Via con me si ispira a La morte di Artù di Thomas Malory.

Daniele Benati, nato a Masone nel 1953, è scrittore e traduttore. Dopo aver insegnato in varie università in Irlanda e negli Stati Uniti, ha collaborato alla rivista «Il semplice» con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni, dove ha pubblicato racconti e traduzioni.
Sempre con Celati, ha curato Storie di solitari americani (Rizzoli, 2006), dove ha tradotto racconti di Mark Twain, Jack London, Sherwood Anderson, Ring Lardner, Delmore Schwartz e Flannery O’Connor. Ha anche tradotto opere di Flann O’Brien (La miseria in bocca; Il boccale traboccante; L’ardua vita, Cronache dublinesi), James Joyce (Gente di Dublino), Ring Lardner (Tagliando i capelli), Tony Cafferky (Storie di identità), e Seumas O’Kelly (La tomba del tessitore) e ha curato l’edizione americana di Carta canta, monologo teatrale di Raffaello Baldini (Einaudi, 2000). È inoltre l’autore di Silenzio in Emilia (Feltrinelli, 1997; Quodlibet, 2008) e Cani dell’Inferno (Feltrinelli, 2004) e delle Opere complete di Learco Pignagnoli (Aliberti Editore, 2006), che ha dato luogo a una serie di memorabili convegni-spettacolo in giro per l’Italia.

Source: inviato dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Cuore nazista di Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

16 aprile 2011

Cuore nazistaDopo il felice esordio Il bambino della città ghiacciata lo svedese Olle Lonnaeus torna in libreria  con un nuovo thriller dal titolo forse un po’ sinistro Cuore nazista per raccontarci una storia di riscatto, amore paterno e vendetta in cui è difficile non parteggiare per lo sfigato e scalcagnato protagonista anche a dispetto delle circostanze. Vediamo in breve la trama. Il quarantacinquenne Mike Lorne Larsson è un povero diavolo a cui la vita non ha mai dato troppe possibilità. «Hai rubato due asciugabiancheria dalla lavanderia collettiva in un condominio di Föreningsgatan. È per questo che ti hanno messo dentro» gli dice ironica l’ispettrice incaricata della libertà vigilata il che la dice lunga sulla sua figura di ladruncolo di mezza tacca, e pure notevolmente sfortunato da farsi prendere, ubriaco fradicio, con le mani nel sacco mentre cerca di spingere su per le scale dello scantinato quella bizzarra refurtiva. Ma non ostante la più nera desolazione in cui immersa la sua vita qualcosa di buono anche Mike ce l’ ha, un figlio Robin, ormai adolescente, incazzoso e risentito per quel catorcio di padre che sembra non combinarne una giusta. Certo Mike non si può dire che sia il padre dell’anno, alcolizzato, rissoso, buona parte della vita trascorsa dietro le sbarre, un perdente incapace di tenersi una donna o un lavoro, ma per suo figlio ha intenzione di rimediare, ha intenzione di portarlo a vivere con se togliendolo dalla famiglia a cui l’ hanno dato in affidamento, ha intenzione di salvarlo dalle cattive compagnie che lo portano a compiere atti vandalici contro gli stranieri, ha intenzione di meritarsi la sua stima e il suo perdono. Così armato della più ostinata e sacrosanta buona volontà  appena messo il naso fuori dal carcere di Kirseberg a Malmo una giornata ottobrina fredda e limpida come la libertà medita il da farsi. Dragan uno jugoslavo con cui faceva pesi nella palestra del carcere, dentro per contrabbando di droga dalla Polonia, gli offre una possibilità, un lavoro onesto presso un’ impresa di autodemolizioni di cui è proprietario un certo Boris, un tizio con un sacco di grana guarda caso proprio di Tomelilla la sua città dove vive Robin. Troppo bello per essere vero? Manco per idea l’attività di sfascia carrozze è solo la copertura per traffici ben più loschi e redditizi e il povero Mike si trova volente o nolente a farne parte. Poi un giorno ciliegina sulla torta nella sua vita compare una donna Amela, una profuga bosniaca in cerca di vendetta,  e Mike come al solito ci ricasca e si ritrova ben presto in un vero e proprio mare di guai. Il bambino della città ghiacciata mi era piaciuto ma questo in un certo senso mi ha coinvolto anche di più. Innanzitutto ho apprezzato le forti iniezioni di ironia e sarcasmo che Lonnaeus ha distribuito con abbondanza. L’incipit è un puro concentrato di humour nero ed è una piacevole sorpresa in un genere che troppo spesso si prende mortalmente sul serio. Poi Lonnaeus scrive bene, non annoia, sa dosare azione e riflessioni morali e squarci di costume. La sua critica della società borghese svedese è pungente e spesso caustica e affronta con intelligenza temi anche dolorosi come il razzismo strisciante, la xenofobia, l‘esaltazione di correnti neonaziste che albergano all’interno di una società apparentemente moderna ed evoluta. Finalista al premio come miglior thriller svedese dell’anno non stento a credere che lo vincerà con facilità.

Cuore nazista di Olle Lonnaeus Newton Compton collana Nuova narrativa Newton, Titolo originale: Mike Larssons rymliga hjärta, Traduzione dallo svedese di Mattias Cocco,  2011, 327 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 12,90.

:: Recensione di Bunny Lake è scomparsa di Evelyn Piper a cura di Giulietta Iannone

14 aprile 2011

bunny lake è scomparsaPer chi avesse l’idea, o piuttosto il preconcetto, che il pulp sia un genere esclusivamente maschile, segnalo che anche le donne scrivono pulp e anzi iniziarono a farlo in tempi non sospetti, quando era ancora considerato scandaloso per una donna trattare temi scabrosi o anche solo dire la propria opinione.
Nella perbenista e puritana America degli anni ’50, conservatrice fino al midollo anche se apparentemente spregiudicata e progressista, Bunny Lake è scomparsa, pubblicato nel 1957 da Evelyn Piper pseudonimo di Marryam Modell ed ora edito in Italia nella collana I Mastini della Polillo editore, avrà avuto davvero l’effetto dirompente di una bomba a mano, soprattutto nell’ottuso cenacolo dei benpensanti che avevano concezioni tenacemente granitiche da applicare alla morale e alla cosiddetta virtù.
Innanzitutto la protagonista è una ragazza madre della provincia americana più bigotta determinata con le sue sole forze, e senza alle spalle una figura maschile protettrice e rassicurante, a crescere la sua bambina nella peccaminosa e cosmopolita New York.
Già questo basta a creare un effetto destabilizzante, poi sommateci che la bambina scompare e Blanche, questo è il nome della protagonista, si trova da sola, con tutta la città contro, a cercarla ed anche solo a dimostrare che Bunny esiste davvero e non è solo il parto della sua fantasia malata.
Il proto femminismo della Piper è più che manifesto, anzi è un valore aggiunto che dà alla narrazione il sapore di un’ impietosa fotografia d’epoca, un ritratto di costume davvero moderno, perdonatemi il termine, se considerate che dopo tutti questi anni, dal 1957 sono ormai passati più di cinquant’anni, lo scavo psicologico dei personaggi conserva un che di ancora attuale pur con qualche concessione al melodramma, dal fascino un po’ retrò, strettamente debitore del periodo.
I pericoli della grande metropoli occhieggiano per tutta la narrazione in bilico tra normalità e follia, tra un distorto concetto di amore materno e il genuino affetto che lega una madre ad una figlia.
La suspence ossessiva, martellante, cresce e si alimenta grazie ai dubbi che l’autrice riesce a mettere allo stesso lettore ignaro spettatore di un dramma psicologico giocato sui toni del reale e dell’irreale.
Tolta qualche ingenuità che allo smaliziato lettore di oggi può forse far sorridere, i meccanismi archetipi messi in moto dalla Piper sono micidiali e non a caso hanno ispirato numerosi libri e pellicole cinematografiche successive a partire dall’ omonimo Bunny Lake è scomparsa di Otto Preminger che seppure con soluzioni diverse riprende il tema della protagonista che non viene creduta e da sola deve lottare contro una città ostile per scoprire la verità.

:: Recensione di L’uomo di Berlino di Dan Vyleta (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

12 aprile 2011

L'uomo di BerlinoBerlino al termine della seconda guerra mondiale è una città di macerie e rovine. I suoi abitanti senza più meta, identità, vagano come spettri combattendo ogni giorno con il freddo, la fame, la disperazione, la borsa nera, le file davanti al macellaio con le tessere annonarie, camminando per le strade con carriole di detriti, con abiti non della propria misura, forse presi a coloro che sono morti. La guerra appena finita si protrae in una guerra non dichiarata, in un’ estenuante lotta per la sopravvivenza e nell’inverno del 1946, forse uno dei più freddi, Pavel Richter non fa che adeguarsi, lui e i suoi reni malandati, sempre in cerca di penicillina,  la sua casa piena di libri, il suo passaporto americano, il suo sapere 3 lingue, il suo non battere ciglio se gli puntano una pistola addosso. Pavel vive con un ragazzino di strada Anders, un orfano, sveglio, legato a lui da un rapporto padre-figlio, a cui ama leggere Dickens quasi per scusarsi, per farsi perdonare il suo essere un uomo solo, un vinto in un mondo alla deriva. Poi un giorno, senza preavviso, come a volte capitano le cose, un suo amico americano Boyd White, un piccolo delinquente, un protettore, che si arrabatta come tutti a Berlino con piccoli traffici, bussa alla sua porta con una richiesta di aiuto. Involontariamente ha ucciso un nano, almeno così dice, un pezzo grosso, lo si intuisce dai vestiti costosi, uno di quegli uomini che portano con sè una infinita serie  di guai. Pavel prende in consegna il cadavere, senza esitare, a un amico, a un ex compagno d’armi, non si rifiuta un favore quando ti chiede aiuto. E’ l’inizio di una complicata vicenda in cui nessuno è come appare. Chi è davvero Sonia, la donna che suona divinamente il pianoforte e per vivere concede il suo corpo al potente e spietato colonnello Fosko? Chi è Belle la prostituta amica di Boyd White a cui l’uomo dice di rivolgersi in caso di necessità ? Chi è davvero il morto, un innocuo personaggio senza nessuna importanza scambiato per un ufficiale russo o invece è un faccendiere tedesco senza scrupoli custode di un mistero per cui è facile morire, uno dei più pericolosi segreti dei nazisti? Ma soprattutto chi è Pavel? E’ davvero l’indifeso studioso che appare o nasconde un’altra identità, sfuggente, temibile e ambigua? In un gioco di spie che ricorda molto da vicino le atmosfere di opere celeberrime come Casablanca o il greeniano Il terzo uomo vediamo dipanarsi una vicenda decisamente complessa e piena di echi letterari. Raccontato in prima persona dall’ inglese Peterson, un occhio bendato, una pistola sotto il cappotto, factotum di Fosko, torturatore e all’occorrenza assassino, con un debole per Richter, L’uomo di Berlino è un romanzo robusto, singolare come opera prima di un ragazzo decisamente giovane ma che sembra padroneggiare alla perfezione i meccanismi della suspence  ed è capace soprattutto di imprimere una forza drammatica per alcuni versi anche impressionante addolcita da venature paradossalmente melò. La storia d’amore tra Sonia e Pavel imprevedibile, destinata a durare la lunghezza di un inverno, non scade mai nel patetico o nel melenso anzi arricchisce una trama di per sè molto cruda e dà un sapore agrodolce che si stempera nel finale in cui ogni cosa trova la sua soluzione. Forse non sarà il finale che preferiremmo, ma sicuramente è perfetto per i personaggi così come li ha creati l’autore.

L’ uomo di Berlino di Dan Vyleta, Longanesi, collana La Gaja Scienza, 2011, 360 pagine, rilegato, Titolo orginale Pavel and I, Traduttore Paola Merla, Prezzo di copertina Euro 18,60.

:: Recensione di Assassini di sbirri di Frederick H. Fajardie (Aisara Edizioni 2011) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2011

1Me ne andrò a coltivare cavoli insieme a Francine e a Paic Lavatrice, lontano da questo disastro, lontano da quella che chiamano “felicità”.

Assassini di sbirri è il primo romanzo di Frédéric H. Fajardie scritto tra Mimizan e Parigi durante l’estate e l’ autunno del 1975. Breve e folgorante esordio di uno dei rappresentanti del cosiddetto neo polar francese, etichetta che si dice sia stata coniata da Jean Patrick Manchette per definire un vero e proprio punto di rottura sociale e letterario tra romanzo noir sociale e romanzo poliziesco e thriller tout court, Assassini di sbirri racchiude in sé tutti gli elementi che caratterizzano questo genere. Innanzitutto troviamo una forte critica sociale, un certo anarchico e sovversivo disincanto che fa da sfondo ad una storia in cui la violenza realistica e non mitigata da filtri emotivi e di intrattenimento acquista una valenza provocatoria e cattiva. La gente muore in questo romanzo, torturata, umiliata, colpita da armi di vario genere, le ferite vanno in cancrena, nello scontro a fuoco finale molto alla Apocalipse Now, anche i personaggi principali vengono colpiti da bombe molotov ed esplodono incendiandosi, o perdendo arti, crivellati di colpi, dilaniati. Spero con quanto detto di non dare una visione troppo cupa, del racconto perché così non è, un sottile umorismo e una satira feroce ci accompagnano per tutte le 125 pagine e in alcuni tratti l’umorismo tracima in vera e propria comicità, pensate solo alla descrizione pagina 101 di Padovani che va in casa della vecchia signora che lo crede un robivecchi e gli presenta la gondola di plastica da vendere. Ho riso con le lacrime agli occhi. La società e le forze di polizia vengono analizzate con occhio critico e nessuno sconto. Nella scena iniziale quando Padovani partecipa alla sua prima azione con ostaggi e riesce a parlare con l’uomo scatola di detersivo Paic, arrivando a farlo arrendere e a farsi consegnare l’arma, l’intervento ormai inutile e violento delle forze d’assalto che lo uccideranno provocando la rivolta del commissario e il suo scontro verbale con il superiore sono un esempio della critica di Fajardie contro arroganza e l’abuso del potere tema che occhieggia per tutto il libro anche se non arriverà mai a giustificare l’azione dei tre assassini di sbirri contro cui il protagonista si dibatte. Poi c’è Parigi come sfondo, la città con le sue strade, i suoi caffè, i suoi chioschi dei giornali, la sua periferia rumorosa in mezzo all’odore di cavoli e pollame, le grù, il cemento, i palazzi e le fabbriche. Infine emerge l’amore per gli emarginati. Il personaggio di Dugomier burp, il testimone, una via di mezzo tra gli ammutinati della Corazzata Potemkin e i barboni allucinati di Los Olvidados, strappa a Padovani un commovente e poetico elogio funebre sicuramente una pagina di alta letteratura. Raccontare più nel dettaglio la trama in questo caso mi sembra piuttosto superfluo, considerate che è un libro che si legge in poche ore e lascia un retrogusto un po’ amaro ma divertito. I giochi di parole sono tutti spiegati nelle note ed impreziosiscono uno stile  essenziale e secco, quasi tagliente e sincopato. Bellissimo. Spero che il bravo Giovanni Zucca a cui è affidata la traduzione possa tradurre altre opere di Fajardie, questa è la prima che leggo ma sono curiosa di leggere tutta serie di Padovani.

Assassini di sbirri di Frédéric H. Fajardie, Aisara Edizioni, Collana narrativa, Titolo origilane Tueurs de flics, Traduzione dal francese di Giovanni Zucca, pagine 125, brossura, Prezzo di copertina 14 Euro. 

:: Intervista con Franco Forte, a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2011

Roma in fiamme - Nerone, principe di splendore e perdizioneBenvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per avere accettato la mia intervista. Innanzitutto milanese, classe 1962, pizzetto sale e pepe, viso da moneta antica, deciso, professionale, ami parlare poco e agire. Presentati ai nostri lettori. Chi è Franco Forte?

Be’, mi hai già descritto tu, mi pare. Da parte mia posso solo aggiungere che sono un grande appassionato della scrittura, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue forme, ed è per questo che nel tempo ho fatto un po’ tutti i mestieri legati alla macchina per scrivere (prima) e al word processor (dopo). L’essere poi riuscito a far coincidere la mia passione (e un po’ ossessione, ammettiamolo) per la scrittura con il lavoro che mi consente di vivere e di mantenere una famiglia… be’, direi che questo mi fa sentire un privilegiato, per quanto io non abbia certo ottenuto tutto questo vincendo alla lotteria, bensì lavorando duro e con caparbietà per parecchio tempo (e senza mai abbassare la guardia neppure adesso).

Professionalmente parlando non si può dire che tu non sia eclettico: scrittore, giornalista professionista, sceneggiatore, consulente editoriale, fornisci servizi di editing e curi corsi di scrittura, traduttore, curatore di antologie, editore; dovessi fare ordine tra le tue molteplici attività che priorità ti porresti? Cosa ami più fare?

Intanto un po’ di ordine lo sto già facendo. Da un anno circa, infatti, ho quasi smesso di fare il giornalista (almeno quello stipendiato da altri. Adesso scrivo e dirigo riviste del mio gruppo editoriale e collaboro solo di tanto in tanto con alcuni giornali), ho ridotto parecchio la mia attività come sceneggiatore televisivo (tanta fatica e ben poche soddisfazioni, alla fine) e mi sono messo d’impegno a curare l’orticello che prediligo: la narrativa. Non c’è niente che dia soddisfazione come pubblicare un romanzo, soprattutto quando ottiene successo e il pubblico ti legge in massa. Di certo, quella del “romanziere” è l’attività che più mi gratifica, fra tutte quelle che pratico ogni giorno.

Sei il direttore della rivista Writers Magazine Italia che oltre a pubblicare interviste ad autori e ad addetti ai lavori del mondo editoriale e articoli di tecnica di scrittura, funge da vera e propria palestra anche per esordienti. Tutti possono infatti mandare i propri racconti a questo indirizzo racconti@writersmagazine.it. Essere direttore di WMI è più una carica onorifica o agisci sul campo? In cosa consiste esattamente il tuo ruolo?

Altro che carica onorifica! Opero a 360°, scrivendo articoli per la rivista, leggendo e valutando insieme ai ragazzi dello staff  i racconti che arrivano in redazione, partecipo alle discussioni online che rendono il forum della WMI uno dei luoghi più attivi e interessanti, per chi scrive, pieno di continue iniziative volte a trovare buone storie (e buoni scrittori) da pubblicare. Insomma, la WMI è stata una mia creatura fin dall’inizio, e continuo a cullarla come il mio pargolo preferito! Del resto, sa darmi molte soddisfazioni…

Sei autore di un manuale di scrittura creativa per esordienti intitolato Il prontuario dello scrittore (Delos Books). Escono molti manuali scritti da persone più o meno competenti che promettono a volte ricette miracolose per diventare scrittori a volte danno validi consigli. Con che spirito bisogna leggere questo genere di libri perché siano veramente utili?

Ho deciso di scrivere il Prontuario proprio perché non mi è mai capitato di imbattermi in un manuale di scrittura creativa che potesse essere davvero utile agli autori alle prime armi, per suggerire loro come affrontare in maniera pratica tutti gli aspetti della scrittura, dalla grammatica ai dialoghi, passando per il Punto di Vista e la scrittura di una sinossi fatta ad arte, strumento indispensabile nel momento del confronto con il mondo editoriale. Il mio si chiama prontuario (e non manuale) proprio per questo: non è un libro che pretende di insegnare a scrivere, ma uno strumento pratico da avere sempre a portata di mano, per risolvere dubbi e problemi di scrittura e per cercare, grazie alla tecnica, di dare il massimo spazio al proprio talento, per ottenere il meglio dalla propria scrittura e arrivare a costruirsi uno stile unico e personale. Se qualcuno cerca di vendervi un manuale dichiarando che vi farà diventare grandi scrittori, allora diffidatene, perché racconta solo bugie.

Come sceneggiatore hai lavorato per RIS – Delitti imperfetti e Distretto di Polizia e hai scritto sceneggiati storici piuttosto noti, come il Gengis Khan e il Giulio Cesare. Quali consigli daresti ai giovani che volessero scrivere sceneggiature per la televisione? Quali scuole sono le migliori? Quali sono le qualità principali che servono in questo particolare mestiere?

Per rispondere a tutto questo rimando i lettori a un libro che ho pubblicato di recente con la mia casa editrice, Delos Books, e che ritengo fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi in maniera professionale al mondo della sceneggiatura, che sia per il cinema o per la televisione: “Scrivere sceneggiature per il cinema e la TV”, di Francesco Spagnuolo. Un libro straordinario perché spiega come muoversi e quali strategie adottare, oltre a insegnare parecchi trucchi del mestiere, e tutto attraverso la voce dei professionisti della sceneggiatura, intervistati da Spagnuolo. Il libro, poi, ha una parte dedicata all’elenco delle scuole di sceneggiatura che possono davvero essere utili, ai bandi di concorso del genere, ai corsi universitari e a tutte le risorse che il web mette a disposizione. Un testo assolutamente indispensabile per chiunque voglia provare a entrare in questo difficile ma affascinante mondo.

Hai pubblicato numerosi romanzi, ne cito solo alcuni:Roma in fiamme,I Bastioni del Coraggio, Carthago, La compagnia della morte, Gengis Khan. Quale ti ha riservato più soddisfazioni a livello di pubblico e critica?

I miei romanzi sono tutti prodotto di una passione viscerale, e quindi ognuno, a modo loro, mi ha dato dolori, gioie, rabbia e soddisfazione. Non ne ho uno preferito, perché ripensare a ciascuno di essi significa per me tornare nel periodo in cui ci ho lavorato, a quando ho studiato le fonti storiche per mesi, mi sono immerso nella mentalità dei protagonisti, nel mondo che li circondava. Ogni volta è stato come fare un viaggio nuovo e incredibile in qualche meravigliosa isola dei Caraibi, e quindi dire in quale io abbia trovato il mare più trasparente e impossibile. Lascio ai lettori esprimere giudizi di merito sui miei romanzi: sono questi che mi servono per capire che cosa vuole il pubblico e orientarmi nelle mie prossime opere.

Scrivere un romanzo storico implica un serio e lungo lavoro di ricerca, tu come ti documenti? Preferisci fare ricerche su Internet o trascorri lunghe ore in biblioteca consultando vecchi tomi magari nel reparto rarità? Prendi appunti? Trascrivi brani? Parlami proprio del lavoro in sé.

E’ la parte più difficile, faticosa e lunga da realizzare. In media, se per scrivere un romanzo storico mi ci vuole un anno di lavoro, almeno sette mesi sono dedicati solo alla ricerca e allo studio delle fonti storiografiche, il che significa partire dal web per le nozioni più generiche e poi approfondire sui testi degli storici, acquistando tonnellate di libri, frequentando biblioteche e andando sul posto, quando possibile. Al termine di questa vera full immersion in tutti gli aspetti del mondo e dei personaggi che devo ricreare, e dopo che dettagli, curiosità e aspetti più generali sono stati ordinati in un file nel mio computer, comincio a scrivere, e alla fine mi rendo conto che di tutto il materiale che ho raccolto sì e no ne userò un dieci per cento. Credo sia questo il vero segreto del buon romanzo storico: non lasciare nulla al caso, prepararsi al massimo prima, e poi evitare di essere leziosi e pedanti (e cattedratici) infarcendo il libro di tutto quello che si è appreso, perché altrimenti si rischia di scrivere non un romanzo ma un trattato di storia.

In questi giorni è uscito in libreria il tuo ultimo romanzo storico  Roma in fiamme Nerone, principe di splendore e perdizione, settimo volume della Storia di Roma di Mondadori. Una biografia romanzata di un personaggio storico a dir poco controverso. Alcuni storici ritengono che Nerone sia stato vittima di una vera e propria campagna denigratoria, pensiamo solo a Tacito. Tu studiando il personaggio, ricostruendolo minuziosamente con luci e ombre, che idea ti sei fatto di Nerone?

Non lo svelo certo qui! Ci ho messo un anno per dare la mia interpretazione di Nerone in questo romanzo, una interpretazione che per la prima volta nella storia viene direttamente dal punto di vista di Nerone stesso, e che quindi mi ha costretto a “immedesimarmi” molto in questo egocentrico, un po’ folle ma anche geniale imperatore. Di sicuro, però, posso dire che gran parte dell’iconografia negativa costruita attorno a Nerone è stata ormai smantellata pezzo per pezzo dagli storici, alla luce delle nuove interpretazioni delle fonti classiche (Tacito, certo, ma anche Svetonio e Dione Cassio), e soprattutto la ridicola e stravagante interpretazione che ne ha dato Hollywood, con la pagliacciata di Quo Vadis. Nerone non era un santerellino, anzi, era uno psicopatico molto attuale e vicino a certa politica spettacolo dei nostri giorni (a lui il Bunga Bunga faceva davvero un baffo…), un visionario che credeva di essere un grande artista del canto e della citarodia, e per certi versi un bambinone cresciuto troppo in fretta (pochi sanno che è diventato imperatore a soli 17 anni), eppure non era un incendiario, non era un persecutore di cristiani, ed era molto più attento alle condizioni economiche dell’impero e del popolo di quanto non lo siano certi politici d’oggi. Un personaggio, insomma, tutto da riscoprire…

Seneca e Nerone, maestro e allievo, quasi padre e figlio. Nerone in fondo ha seguito molti suoi insegnamenti e molta della sua grandezza è dovuta al suo antico maestro. Parlami del rapporto tra Seneca e Nerone.

Se Nerone è meno spregevole di quanto certa propaganda storica ci ha fatto credere, allo stesso modo Seneca è meno pio, stoico e disincantato di quanto le fonti (fra cui quelle da lui stesso scritte e tramandate ai posteri) lascino intendere. Come tutte le persone, aveva una personalità complessa e profonda, e se nei primi tempi del regno è stato d’aiuto a Nerone per sgravarlo di certi impedimenti amministrativi che il giovane imperatore odiava, poi si è dimostrato poco incline a comprendere la mente sfaccettata e sempre in movimento di Nerone, che andava persino al di là dello schema comune dei potenti: Nerone, infatti, non ambiva al denaro, al potere in se stesso; la cosa che più lo ossessionava era il consenso della gente rispetto alla sua arte, e per questo era disposto a tutto. Seneca, che professava a parole la morale stoica e poi agiva arricchendosi e accrescendo il proprio potere personale, era in conflitto prima di tutto con se stesso, e alla fine ha dovuto arrendersi all’evidenza che il primo nemico della morale di un uomo sono le sue stesse manchevolezze, di cui lui non era certo privo. Anzi.

La Roma imperiale è sicuramente uno scenario affascinante, pieno di fasto, sfarzo, magnificenza, e anche miserie. Cosa ti ha colpito di più? Raccontaci anche un particolare della vita quotidiana curioso, bizzarro, insolito.

Ho scritto 500 pagine di Roma in fiamme e quasi altre 500 di Carthago, in cui la magnificenza dell’Urbe emerge in tutto il suo splendore. In questo romanzo dedicato a Nerone, poi, le curiosità, le bizzarrie, le astrusità del sottobosco della Roma imperiale emergono con forza, e ci fanno conoscere una città che era pronta a divorare se stessa pur di gozzovigliare ed eccedere in ogni situazione. Nerone l’ha conosciuta da vicino, vi ci si è immerso e ne ha respirato l’aria fetida, poi ha deciso che bisognava cambiarla, e ha provato a mettere in atto una rivoluzione culturale davvero (quella sì) epocale. Ci è quasi riuscito, e se non fosse stato un megalomane tutto preso da stesso, forse avrebbe anche potuto farcela a cambiare per sempre le abitudini grezze e volgari dei romani…

Avrei tante e tante domande da farti sul libro ma a questo punto rimando anche i nostri lettori alla lettura del romanzo e al tuo interessante sito www.franco-forte.it. Per concludere mi piacerebbe sapere qualcosa sui tuoi progetti per il futuro?

Sono troppi per elencarli tutti. Dico solo che ho già consegnato a Mondadori il mio prossimo romanzo, che sarà un thriller ambientato nella Milano del 1500 (una sorta di spin-off di “I Bastioni del Coraggio”), che a luglio uscirà in Segretissimo la seconda avventura del mio mercenario d’acciaio, Stal, e che nella seconda metà di quest’anno sarò in libreria con un altro libro firmato a quattro mani con un’altra autrice, di cui però non posso svelare ulteriori particolari.
Ciao e grazie per l’ospitalità.

:: Intervista con Veronica Tomassini a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2011

veronica-tomassini-313Benvenuta Veronica su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con le presentazioni. Siciliana, ma di origini umbre, hai 39 anni, giornalista, scrivi sul quotidiano La Sicilia dal 1996, scrittrice. Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, delle città in cui hai vissuto.

R. Sono stata una bambina molto amata, dai miei nonni paterni soprattutto, che erano umbri. Con loro ho vissuto parecchio; le mie radici tutto sommato riconoscono quel paesaggio, Terni, i paesini lungo il Nera, Lugnano, Giove, Spoleto, i campi striati degli zii contadini, le bestie, i larici, la luce ambrata, medievale di certi scorci, Piediluco, Labro. Sono i luoghi della mia infanzia. Ricordo i sorrisi dei miei nonni, l’odore di legna al fuoco, il cortile con i gerani di Tosca, la vedova del piano terra, gli gnocchi fumanti, i cappellini cuciti ad uncinetto con un fiore sulla tempia che nonna mi faceva indossare ogni pomeriggio, prima di uscire per la passeggiatina in pineta. Ricordo la semplicità e la mia mano stretta alla loro. Non sarei stata amata di più, pensavo già da allora. Con i miei genitori vivevamo in Campania, a Caserta, per ragioni di lavoro di mio padre. Quando avevo dieci anni ci trasferimmo in Sicilia. Frequentai il liceo, poi l’università a Catania.

Hai pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti L’aquilone per Emanuele Romeo Editore, poi nel 2006 una seconda raccolta di racconti Outsider per A&B Editrice, nel 2008 hai raccolto i tuoi articoli per la Sicilia in La città racconta. Storie di ordinaria sopravvivenza per Emanuele Romeo Editore, e infine l’anno scorso hai pubblicato il tuo primo romanzo Sangue di cane per Laurana Editore. Come è nato il tuo amore per la parola scritta, da quali letture si è generato?

R. Ho letto da sempre, subito, senza filtri. Ho letto “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” che avevo nove anni, Henry Miller a dodici, il neorealismo e Moravia lo lessi in gran parte quando frequentavo le scuole medie. Mio padre aveva una libreria importante, una piccola biblioteca. L’amore per la lettura era un anticipo sulla mia compagna, la scrittura, lo diventò presto, mi fornì molti alibi, una ragione elevata utile a perdonare ogni stranezza, ogni fobia.

Tra le tue influenze letterarie c’è molto del mondo slavo, del verismo russo in particolare mi viene in mente Delitto e castigo, e il suo sottobosco di miseri, sporchi e oppressi. Si sente una sorta di spietatezza, di attenzione per le disuguaglianze, per la miseria, di fatalismo se vogliamo, di ineluttabilità. E’ corretto? Ti riconosci nelle mie parole?

R. Considero i russi, gli scrittori russi, al centro della letteratura mondiale. Ogni scrittore ritengo debba qualcosa al realismo russo, ad una capacità (penso a Cechov) inimitabile di stigmatizzare il dolore con un ghigno, di raccontare le cose con una apparente lucida distanza, con un sorriso che avrà il suono del singhiozzo e seppellirà il lettore nella amarezza e nello sconforto. Ho amato gli eroi capovolti di Cechov, la sostanza dell’ineluttabile così scarno e irreprensibile che incontrai con Dostoevskji. La mia scrittura, e anche la mia vita, ha incrociato la strada di quegli stessi eroi capovolti.

Molti tuoi racconti, parlano di immigrazione, di lotta contro i pregiudizi, ti senti in un certo senso un’ outsider o una precorritrice dei tempi?

R. Entrambe. Una voce fuori dal coro mi sento per certi versi, così invece che darmi della sfigata dico che sono un outsider, salvo poi sentirmi molto più vicina, per ego e intenti, ad un pony spelacchiato. In realtà, se da subito avessi avuto gli strumenti per raccontare il fenomeno epocale cui stavo assistendo, negli anni ’90, in qualche maniera compromessa fino al collo, sarei stata profetica, questo sì. C’era in corso un emorragico movimento di uomini provenienti dall’Est Europa, era appena caduto il muro. La democrazia avanzava a tentoni, spopolando i piccoli agglomerati della Polonia che al cambiamento non era preparata. La mia piccola città di provincia accoglieva maldestramente e ignara questo mondo (in special modo polacco) che mostrava colori nuovi, dinamiche sconosciute. Non avevamo idea di quel che sarebbe stato, delle ricadute sociali, delle contaminazioni, dei nuovi equilibri. E ancora adesso, dopo tanti anni, mi accorgo che l’argomento non è del tutto esplorato. Il mio romanzo allora ha assunto un valore aggiunto, il valore della testimonianza.

Si parla tanto di multietnicità, di multiculturalità, di integrazione, di accoglienza dello straniero, ma sempre con una sorta di ostentato razzismo, forse inconscio, urticante, un senso venefica di superiorità. Nella tua personale esperienza di giornalista e scrittrice hai notato questa deriva, questa, perdonami il termine, colpa?

R. Ho notato più che altro le riserve, certi “ma” ragionati. Non so, forse è paura. Abbiamo paura, avvitati nelle nostre comodità, temiamo qualsiasi sussulto. Senza le differenze moriremo vecchi e noiosi, moriremo così, vivendo.

Gli sbarchi di Lampedusa occupano quasi tutti i telegiornali trasmettendo urgenza, allarme sociale. Cosa provi guardando i telegiornali, sentendo i commenti di chi proprio gli immigrati non li vuole dicendo finiranno nella criminalità, non abbiamo le strutture per accoglierli, già non c’è lavoro per noi italiani?

R.Ieri sentivo in radio: il povero è Cristo. Io lo so. Ho appreso di quei giovani tunisini che spazzavano in terra, buoni bravi, purché non li mandassero via. Che pena, che pena infinita, per me e noi e la nostra rigidità, per loro, per un neonato vascello colato a picco quella stessa notte con la sua mamma vascello.Ho immaginato quellamamma vascello colare a picco, con il suo neonato vascello, e con le sue pupille vascello scrutare il buio dei fondali, il bimbo aggrappato al petto, cercando nel silenzio la sua memoria, di quale desiderio stava morendo.  Siamo dentro una parabola evangelica.

Sangue di cane il tuo primo romanzo è una sorta di lungo monologo in cui una donna abbandonata parla del suo amore perduto, della passione totalizzante per un uomo Slawek, un polacco, un alcolizzato, un puttaniere, bello come un dio, con un passato fatto di violenza e brutalità, un uomo che la società emargina ma che conserva qualcosa di epico e solenne. Mi viene in mente il barbone alcolizzato, Andreas Kartak di La leggenda del santo bevitore di Roth. Il personaggio di Slawek come è nato?

R. Nasce da un incontro speciale, troppo speciale per non raccontarlo. La nostalgica fierezza di Slawek, la sua fame d’esistere, la sua solitudine, sintetizzavano un dolore storico. Slawek incarna la poesia del dolore, lo spaesamento di ogni proscritto, la vocazione alla felicità che cova nell’uomo, malgrado tutto, malgrado l’abiezione, la miseria, i fallimenti.   

Scegli l’amore come canale di incontro tra due realtà quasi parallele, i giusti, i civilizzati, i borghesemente integrati con casa, lavoro, shopping il sabato e vacanze da un lato e loro, i reietti, pieni di pulci, che dormono in scatoloni o caverne, che chiedono l’elemosina agli angoli di strada, senza futuro, senza speranza, affamati e aggrappati ai più semplici bisogni primari. L’amore, il sesso, può portare davvero ad un superiore e diverso canale di comunicazione?

R. L’amore: sì. Tutto può, tutto sana. E’ la vera rivoluzione. E’ la sola possibilità di salvezza.

Quanto ti sei sentita coinvolta scrivendo questo libro? E’ stato difficile per te affrontare i passi più scabrosi, fisici, imbarazzanti, a volte repellenti?

R. Molto coinvolta. Ed è certo un libro difficile da portare addosso. Tutte le volte ho la sensazione di trovarmi in mutande davanti al mondo.

La fisicità è un elemento caratterizzante della tua scrittura. Parli di sudore, sangue, umori, corporeità. Da dove hai tratto queste peculiarità?

R. Dalla vita. La scrittura deve sporcarsi le mani, la scrittura non mente.La scrittura esige parecchio, esige dolore, tout court.

Il tuo romanzo è stato accolto come uno degli esordi del 2010 più promettenti, più significativi. Ti saresti aspettata questo successo? Non intendo come sorta di autocompiacimento, ma proprio ti aspettavi che temi così difficili fossero apprezzati e soprattutto capiti da un così vasto pubblico?

R. Sì, me lo sentivo nel cuore. Quel che tarda giungerà e accadrà, diceva un teologo. Io ho saputo aspettare. E poi questo è un libro speciale, non dovrei dirlo forse, ma ha un potere che io non ho, che non viene da me.

Se facessero una trasposizione cinematografica del libro chi sceglieresti come cast, dal regista agli attori? Ti dico subito che per Slawek ho pensato a Zbigniew Zamachowski protagonista di Film bianco di Kieślowski, forse non bellissimo ma sicuramente bravo.

R. Ottima scelta. Mi sta bene. Per la regia avrei pensato a Emir Kusturica, che ne pensi?

Grazie Veronica della disponibilità e nel lasciarci ti chiederei qualcosa sui tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo attualmente? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

R. Sì, ho scritto altro, vedremo però. Ho ricevuto alcune proposte. Vedremo. Al momento troverete un mio piccolo giallo dentro le uova di Pasqua. Un progetto editoriale curato dalla scuola Holden per l’azienda Tre Marie. E’ stato un gioco. Non sono certo una giallista.

:: Intervista con Gilda Policastro

28 marzo 2011

polBenvenuta Gilda su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Inizierei con il chiederti  di aprire una piccola parentesi sulla tua vita per presentarti ai nostri lettori. Dove sei nata, come hai trascorso la tua infanzia,  che studi hai fatto?

Sono nata a Salerno, perché mia madre aveva studiato lì e amava molto quella città: sono poi cresciuta in Basilicata, dove i miei abitavano, in modo molto appartato, direi un po’ leopardiano, senza mai socializzare troppo coi miei coetanei, fino al liceo classico. Mi sono infine trasferita a Roma, per studiare Lettere alla Sapienza. Dapprima mi iscrissi a Discipline dello Spettacolo, poi passai a Lettere antiche, infine a Italianistica, laureandomi su Dante, ma conservando comunque nel piano di studi degli esami di antichistica, soprattutto storia del teatro classico, e le letterature greca e latina. A Roma è iniziata anche la mia vita sociale e affettiva, le relazioni e le amicizie, alcune delle quali durate per tutto il percorso universitario, e talvolta persino oltre.

Italianista e critica letteraria e ora scrittrice di narrativa. Come è nato il tuo amore per la parola scritta? Quali sono state le tue letture principali nei tuoi anni formativi?

Come dicevo, la mia vita di relazione, in un paese del sud, e nemmeno dei più gretti e arretrati per fortuna, non è stata troppo ricca di socialità: non so se scrivere sia stata a quel punto la causa o la conseguenza di questa scarsa propensione all’aggregazione, che ha avuto naturalmente delle intermittenze, ma per lo più è rimasta, come attitudine generale. Credo che la scrittura sia in questi casi una sorta di via obbligata di comunicazione: restiamo pur sempre degli animali sociali, e dunque se il dialogo e l’incontro con le persone reali falliscono, la scrittura (dalla compulsione per gli sms o le email o le chat, fino alle forme più articolate di narrazione) può diventare un canale di contatto fondamentale, oltre a una necessità interiore ineliminabile.

Tra gli scrittori del Novecento di cui ti sei maggiormente occupata tra cui Sanguineti, Pirandello, Pavese, Manganelli, Pasolini, Leonetti, Balestrini se dovessi fare un bilancio etico-artistico quali sono le lezioni maggiori che hanno lasciato nella storia della letteratura?

Di Pirandello mi ha sempre affascinato la tensione tra vita e scrittura, racchiusa nella massima un po’ banalizzante dell’alternativa “o vivi o scrivi”, ma soprattutto poi l’incapacità dei suoi personaggi, specie di certi personaggi della sua ricchissima novellistica, a vivere la vita di tutti (il comunque vivere, diceva lui). Come ripeto, la scrittura può servire in certi casi di vite particolarmente complicate, con un difetto, un intoppo, a offrire una via di fuga, una specie di risarcimento: così poteva essere per Pavese, se non avesse poi in qualche modo rinunciato a questa possibilità, dandosi di propria mano la morte, per eccesso di narcisismo, probabilmente. Un grande lascito degli altri autori che ricordava lei, della Neovanguardia e dintorni, è aver fatto di tutto per ridimensionare quel narcisismo tipico “da scrittore”, nelle forme stesse della scrittura, non magniloquenti, ma contestative, e dunque più aderenti a una dimensione collettiva e a un orizzonte comune (storico, politico, sociale), che rispondenti a un’ottica soggettiva, individuale. E se è vero che Edoardo Sanguineti, come poeta, si è messo molto in primo piano, si è trattato sempre di un autobiografismo in qualche modo rovesciato, teso a dare di sé l’immagine peggiore, di un uomo che invecchia, che perde i capelli, i denti e di conseguenza le consonanti, come dice in una sua nota poesia.

Gilda  Policastro e la poesia. Quali sono i tuoi poeti preferiti? Cosa ricerchi maggiormente in un testo poetico? Cosa ti sorprende, cosa ti commuove?

In un testo poetico non cerco qualcosa di diverso da quello che cerco in altri testi, e cioè un’idea del mondo, un’interrogazione, ancora meglio, sul senso delle cose. Ecco perché il riferimento ideale per me resta Leopardi: per citare il titolo di un famoso saggio critico di Antonio Prete, quello di Leopardi è un “pensiero poetante”, e c’è una stretta relazione, come dimostra un testo di poetica fondamentale come lo Zibaldone, tra l’elaborazione concettuale e la scrittura poetica. Questo, in fondo, mi commuove: la capacità di trovare un modo per rendere comunicanti in una forma molto sintetica e memorabile dei concetti anche molto complessi: Che fai tu, luna, in ciel? E c’è dentro tutta una filosofia dell’uomo e della sua presenza nel mondo.

Ti senti femminista? O maschilismo e femminismo sono categorie ormai superate?

Questa per me è una questione molto complicata, perché non ho vissuto, essendo nata negli anni Settanta, la stagione del femminismo direttamente, e ho molte amiche più adulte che invece mi parlano spesso di quegli anni e di quelle battaglie come un grande momento di presa di coscienza di un ruolo e di un potenziale che poi via via sono stati nei decenni a seguire anziché esaltati e cresciuti, ridimensionati e svigoriti. In ambito intellettuale, ed è un tema su cui ho riflettuto molto anche nella mia attività di critica militante, e cioè nei giornali, nell’editoria, persino all’università, le donne che abbiano ruoli decisionali o incarichi prestigiosi sono pochissime. Le redazioni delle riviste sono sempre maschili, così i progetti nuovi di siti che nascono con dichiarato intento di cambiare lo stato delle cose. Alle donne si chiede di collaborare, quando va bene: ma a decidere sono quasi sempre gli uomini, ancora, basta scorrere  i nomi dei responsabili nell’elenco dei redattori delle riviste, accademiche e non…con questo non rivendico assolutamente le cosiddette “quote rosa”, con denominazione aberrante, ideologicamente, ma m’interrogo sul perché le donne stentino ad affermarsi nell’ambito intellettuale, ripeto, se non come agitatrici o specchietti per le allodole.

Definiscimi il ruolo contemporaneo del critico letterario. Quali sono secondo te i pregi maggiormente necessari, se non indispensabili, che lo caratterizzano?

La formazione, innanzitutto. Aver studiato i teorici ormai “classici” del vecchio secolo, da Adorno a Benjamin fino a Fortini, Pasolini, e poi Barthes, Foucault, Bachtin…insomma, aver acquisito gli strumenti del mestiere, indispensabili all’interpretazione di un testo letterario. Poi è utile, certo, come sostengono critici recenti, “despecializzare” i saperi, e dunque aprirsi ad altri campi della conoscenza, non rimanendo confinati nel mondo della pura testualità che ha dominato il postmodernismo, per certi versi tuttora in corso: anzi, degenerato dall’idea dell’equivalenza di ogni metodo critico all’affermazione dell’accessorietà della critica stessa, sicché ciascuno, saltando la mediazione, pretende di potersi fare da solo interprete, magari anche di se stesso, come avviene sovente a molti degli scrittori miei coetanei, pure quando palesemente sprovvisti degli strumenti del caso.

Hai esordito nella narrativa l’anno scorso con un romanzo edito da Fandango, Il Farmaco, un’ opera colta, complessa, impreziosita da rimandi letterari importanti, non di facile fruizione. Perché hai scelto di metterti così in gioco, di osare così tanto?

Ecco, ottima domanda: perché? Probabilmente non ho nemmeno scelto: a un certo punto la riflessione attorno ad alcuni temi ossessivi (il rapporto tra la patologia e la cosiddetta normalità, l’ambiguità o la reversibilità delle due condizioni, dunque la malattia, come dato ontologico e insieme contingente, accidentale), ha reso necessaria un’altra forma, più distesa, ma anche meno stringente di un saggio. Inizialmente il proposito era quello di scrivere un romanzo-saggio, ma poi via via ha preso corpo il desiderio di raccontare in modo più vivo, e dunque meno costretto dai vincoli teorici, certi stati di alterazione della psiche dovuti a un forte disagio emotivo, che ho preferito oggettivare in una forma maggiormente condivisibile come un romanzo (sia pur con molte virgolette, perché preferisco parlare di “prosa”).

La lezione joyciana dello stream of consciousness in bilico tra Virginia Woolf e Italo Svevo con ascendenze proustiane si evidenzia soprattutto nell’approccio diretto, atemporale, intuitivo, caratterizzato dal tempo presente. Predomina un flusso liberatorio di matrice teatrale. Hai pensato di trasformarlo realmente in un testo teatrale vero e proprio?

Per la verità me lo suggeriscono spesso, specialmente quando ho occasione di leggerne qualche tratto, in occasione delle presentazioni. Ma è evidente che di fronte a un pubblico scelgo apposta le sequenze che potremmo effettivamente definire più teatrali: c’è però una grande varietà nello stile del libro, io credo, e se le parti più aderenti al canone realistico si presterebbero meglio a una resa cinematografica,  probabilmente, c’è però anche molto materiale onirico, visionario, delirante, che solo la scrittura secondo me riesce a restituire nella sua interezza. Ma probabilmente un regista teatrale ci potrebbe lavorare su molto bene, avendone voglia. Non so, magari accadrà, prima o poi.

La psiche intossicata da patologie “disturbanti” se vogliamo non è una componente marginale del tuo romanzo. La componente psicoanalitica quanto incide nella sua struttura narrativa?

L’epigrafe a Groddeck non è casuale: ho grande attenzione e rispetto per la psicoanalisi come scienza che cura i mali dell’anima, o almeno che mira a individuarli. Al tempo stesso, però, credo che ridurre la complessità dell’individuo a una serie di patologie o di archetipi non sia risolutivo in tutti i casi, e perciò la scrittura, in quanto veicolo e sbocco di sofferenza, può essere una terapia più efficace. Ci sono scrittori, come Manganelli che citavamo prima, che hanno cominciato a scrivere solo dopo aver compiuto un percorso analitico; per me sento più adatta la via sanguinetiana: la psicoanalisi come strumento conoscitivo solo teorico, diciamo. In questo caso, cioè nella stesura del Farmaco, l’idea groddeckiana della malattia come desiderio inconscio (col paradosso che la morte, ogni morte, sia in realtà un suicidio) diventa un motivo guida, ed è spesso citato dai personaggi. Ma sul piano della struttura, ecco, sì, probabilmente l’analisi è il modo con cui certe derive vengono al tempo stesso provocate e contenute, stimolate e compresse: delirio psicotico, e poi però anche la necessità dell’ordine dei capitoli, una trama coerente, in qualche modo, e dei personaggi (ma preferirei che si dicesse, come ha fatto già un lettore speciale del mio libro come Gabriele Frasca, di “voci”).

L’ospedale come metafora della società contemporanea è un interpretazione corretta? Tra simbolismo e realismo, cosa prevale?

Il “neorealismo psicotico” di cui ha parlato Tommaso Ottonieri in un’occasione pubblica, mi pare un’ottima definizione. Questo ospedale dà un’illusione di esistenza reale, ma poi è talmente allegorico da diventare effettivamente una metafora, della condizione umana nel suo complesso, ambiziosamente, e poi anche, in un campo più ristretto, dei mali sociali.

Qualche considerazione sul titolo Il Farmaco un po’ fuorviante se vogliamo, scarno, una parola sola per contenere tematiche diverse e complesse. Da dove nasce? Che percorso ti ha portato a sceglierlo?

Ci sono state due motivazioni, o meglio due suggestioni forti. La prima è stata quella sofoclea, ovvero le lettura delle Trachinie, in cui il “farmaco” è il veleno di cui Deianira imbeve la veste di Eracle, credendolo un filtro d’amore. E dunque questa ambivalenza tra ciò che dovrebbe “curare” e ciò che invece uccide era già in quella immagine antica. C’era poi però anche un’esperienza molto più banale e quotidiana, ovvero la consultazione di un qualunque banale “bugiardino”, in cui è facilmente verificabile come gli effetti dei farmaci, anche di quelli di uso comune, possano andare dal leggero mal di testa al collasso letale. E dunque ancora una volta, ciò che dovrebbe curare, è in grado di provocare danni anche peggiori del male iniziale.

E’ nella natura stessa dell’amore non volere soltanto accarezzare l’amato ma fargli del male”. Questa citazione di Groddeck inserita all’inizio del libro ci porta a supporre che il testo avrà per tema l’amore e le sue degenerazioni. Amore e morte, bene e male. Fa capolino Pasolini in un certo senso. C’è una componente sadica in ogni relazione d’amore anche per te o era solo una provocazione?

Il riferimento a Pasolini è molto pertinente, perché avevo proprio pensato ad alcune sue opere, specie dell’ultima fase della sua produzione, che è particolarmente incentrata sul tema dei ruoli e della loro interscambiabilità, nell’organizzare il mio “sistema dei personaggi”. Nella relazione sadomasochistica, i ruoli non sono dati una volta per tutte, infatti, così come non appartiene a nessuno, in astratto, il sadismo come pulsione volta al male dell’altro e il masochismo come procurato dolore. In realtà si tratta di una recita, in qualche modo, e di un’assunzione consapevole del ruolo e delle caratteristiche ad esso associate: nel mio libro, i ruoli e soprattutto le relazioni che si intrecciano in connessione ad essi, sono in sostanza quelle tra paziente e medico, e quelle tra uomo e donna (oppure tra donna e donna, a un certo punto). In entrambi i casi, c’è una necessità e un bisogno reciproco che sfociano spesso in tensione erotica. Ma si tratta di legami in cui comunque la matrice e anche lo sbocco è una grande sofferenza da entrambe le parti. Come nell’esperienza più banale delle relazioni amorose, rispetto alle quali è irrisolta la diatriba, se vogliamo insulsa, sul “se sia peggio abbandonare la persona amata, oppure esserne abbandonati”.   

Tra linguaggio poetico e linguaggio colloquiale, se non addirittura provocatoriamente prosaico, utilizzi tutti gli strumenti della narrativa. Hai svolto un lavoro sulla parola molto simile alla ricerca poetica? Ovvero hai cercato di costruire un tessuto poetico alla base della tua prosa?

Ecco, sì, questo è molto vero: come il critico Andrea Cortellessa ha efficacemente mostrato nella sua recensione, ci sono dei veri e propri travasi della mia poesia nella prosa del Farmaco, che è appunto una prosa, dunque un tipo di scrittura attenta non solo alle scelte lessicali, ma anche e soprattutto al ritmo, alla sintassi, all’andamento del periodo, al suo flusso, alle sue interruzioni. Ho lavorato in modo ossessivo sulla punteggiatura, arrivando a far impazzire le redattrici preposte alla revisione finale, che non ringrazierò mai abbastanza per la pazienza e l’attenzione amorevole dimostrata al testo, ma in qualche modo anche a me. L’autore vicino al “si stampi” è una via di mezzo tra un pazzo in libertà e un bambino con la febbre altissima, che piange.

Il Farmaco nasconde un messaggio, un significato nascosto da leggere tra le righe?

Io posso dire qual è il significato per me, ma spesso mi accusano di fare troppo il critico, rispetto al mio libro, e di offrirne l’ “interpretazione autorizzata”, invece di lasciarlo parlare da sé, o attraverso le interpretazioni degli altri. Una delle definizioni più recenti di altri, allora, è quella del Farmaco come una sorta di specchio delle nostre vite di adesso (nostre di borghesi coi valori tradizionali in crisi, nostre di ultratrentenni precari, nostre di donne ancora inspiegabilmente schiave dell’ossessione della coppia e della maternità): uno specchio in cui non è sempre piacevole guardarsi, e anzi, come mi ha detto la giornalista in questione, “un po’ ci si vergogna”.

Il farmaco come palliativo per un male che disgrega, degenera, annienta la vita di tutti i giorni, i rapporti interpersonali, il concetto stesso di amore? Il male di vivere, il male oscuro, la vita come “malattia della materia”. Non c’è forse una sfumatura troppo pessimistica data la tua giovane età? C’è ancora spazio per la speranza, per la bellezza?

Se la “vita” stessa è malattia, già per il solo fatto di essere “mortale” (con sintagma ben leopardiano), direi che grande speranza di uscire da quest’orizzonte non ve n’è. Eppure nel Farmaco ho provato a raccontare delle vie di fuga, che non anticipo per non rovinare la sorpresa (pure se non è un romanzo di genere…).

A proposito di erotismo, tema trattato dal tuo romanzo, qualche riflessione. Scrivere di eros è obbiettivamente difficile. Si rischia il cattivo gusto o peggio il ridicolo. Molto si gioca sull’immaginazione. Quale è il segreto per parlare di eros, senza scadere nella pornografia, nella volgarità?

Io faccio molta fatica a pensare al mio libro come a un libro in cui si parli di eros, perché la mia idea dell’eros resta, a dispetto di Groddeck, molto gioiosa, molto naturale, ammesso che esista questa dimensione, a petto del culturale, che evidentemente ci sovrasta: quello che ho raccontato io è la sofferenza, e la perversione come modo per esorcizzare i fantasmi, dei miei personaggi ma, fatalmente, mio. Non so in che modo: credo, liberando la mente dai pregiudizi e dalle inibizioni, innanzitutto. Non c’è niente che non si possa dire, se l’intento è quello di rendere un pensiero condiviso e condivisibile attraverso le parole, e non di stupire o di fare colpo a tutti i costi, con frasi a effetto che diventano effettacci. .

Dei tuoi personaggi, maschili e femminili, quale ti assomiglia di più? Il personaggio di Enza un po’ ti è vicino o rassomiglia a persone che hai incontrato anche superficialmente?

Chi mi conosce, dice di aver trovato un po’ di me, com’è inevitabile, in tutti i personaggi. E qualcun altro sostiene che in fondo i personaggi del libro sono tanti, perché in me, come in ciascuno di noi, c’è una tale quantità di complessità e di contraddizioni, da non poter stare compressi in un solo carattere. Mi sta bene essere Bardamu, se proprio devo sceglierne uno, perché anch’io ho la tendenza a dire a me stessa di non saper fare le cose, anche negli ambiti di mia più stretta competenza. Un modo per ripararsi dalle delusioni, che però non esclude l’ambizione e nemmeno tutto sommato l’autostima, anzi…

Per concludere, puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a scrivere, perché non riesco a farne a meno, e magari trovare un modo perché una delle forme della mia scrittura (l’attività militante, ad esempio) diventi anche un modo per stare in un orizzonte sociale organizzato: cioè, detto banalmente, un lavoro con uno stipendio.

:: Recensione di Timidezza e dignità di Dag Solstad (Iperborea 2011) a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2011

cDal gelo dei freddi fiordi nordici culla della socialdemocrazia e dello stato sociale, periferia progredita e privilegiata dell’Impero, non arrivano solo gialli e romanzi polizieschi e per farcene un’idea basta dare un’ occhiata al vario catalogo di Iperborea, raffinata casa editrice milanese da anni impegnata a fare conoscere la letteratura scandinava in Italia.
Timidezza e dignità del norvegese Dag Solstad, uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, è un interessante e fulgido esempio di questa effervescenza intellettuale.
Edito per la prima volta nel 1994, ed ora finalmente anche disponibile da noi grazie alla traduzione dal norvegese di Massimo Ciaravolo, da molti considerato il capolavoro di Solstad, Timidezza e dignità è una matura e amara riflessione sulla sconfitta di una intera generazione, quella che era giovane nel 68, imbevuta di alti ideali politici e sociali,  utopisticamente ottimista e proiettata in un futuro in cui la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà avrebbero demolito la società dei consumi e il capitalistico dio denaro, e che  invece si vide sopraffare dalla Storia.
Solstad con spirito lucido e critico fa un’attenta disanima delle ragioni che portarono al fallimento, e tramite il protagonista Elias Rukla, un grigio e triste professore di lettere della Scuola Superiore di Fagerborg a Oslo, un vinto, un umiliato e offeso di dostoevskijana memoria, molto probabilmente suo deformato alter ego, ripercorre a ritroso gli anni della giovinezza, dell’università, dell’impegno politico, dell’amore libero e si chiede come sia stato possibile che dopo tanta passione, e fervida fede in ideali così luminosi  e indistruttibili, la vita l’abbia scagliato in una gabbia di mediocrità ai margini della società.  Come il dottor Relling, personaggio marginale dell’Anitra selvatica di Ibsen che da ormai 25 anni Rukla si ostina a presentare a classi di maturandi svogliati e apatici ai quali i rovelli interiori e la drammaticità della sua condizione di “nullità” non dicono assolutamente niente.
Proprio questo rifiuto, questa apatia dei suoi giovani e immaturi allievi, questa impossibilità di dialogo intellettuale, di seria trasmissione della cultura,  una piovosa mattina d’ottobre, durante una doppia ora di norvegese, farà precipitare gli eventi e darà coscienza a Rukla della sua inutilità e della sua disfatta.
Uscito dalla classe in preda ad una vera e propria crisi di nervi, colpirà la fontana con il suo ombrello insultando i suoi allievi e lasciandosi andare ad una furia che porrà fine per sempre alla sua carriera di insegnate. Mai più metterà piede nella scuola superiore di Fagerborg, mai più metterà piede in qualsiasi scuola, mai più oserà salire in cattedra ed affrontare i suoi studenti.

Questo vuol dire che è proprio finita, pensò. E’ terribile, ma non c’è via di ritorno.

Timidezza e dignità è innanzitutto un romanzo caratterizzato dall’intersecarsi di due piani temporali, e se vogliamo anche narrativi, dove il presente e il passato assumono una doppia valenza sia politica che sociale. Dalla crisi di nervi, che determina la presa di coscienza del protagonista, abbiamo una regressione al passato, alla ricerca spasmodica dei sintomi, delle crepe, forse invisibili, che poi porteranno al conclamarsi della crisi personale, e se vogliamo grazie ad un gioco di proiezioni, epocale.
Il rapporto tra Rukla e la moglie, deteriorato, vittima dell’incomunicabilità e del dissolvimento, getta un’ ombra ancora più pessimistica sulla consapevolezza già dolorosa di per sé che ormai tutto è inutile e il cambiamento tanto auspicato impossibile.
Diciamolo subito è una lettura impegnativa, ricca di rimandi letterari importanti, a Ibsen in primo luogo, tutta la prima parte inserita nella lezione che il protagonista tiene al liceo è incentrata sull’analisi del capolavoro L’anitra selvatica, poi a Thomas Mann e più in generale al romanzo europeo dei primi del Novecento.
Anche i temi trattati sono complessi e articolati, oltre al fatto che il racconto in terza persona è continuamente interrotto dal flusso di coscienza del protagonista. Non ci sono capitoli, raramente si va a capo, stilisticamente una scelta azzardata, che comunque dà compattezza alla narrazione e almeno io non ho trovato pesante, anche se insolita.
Per chi apprezzasse le tematiche, e lo stile dell’ autore, Iperborea ha pubblicato anche Tentativo di descrivere l’impenetrabile.

Titolo originale: Genanse og verdighet  Traduzione di Massimo Ciaravolo.

Dag Solstad, nato a Sandefjord, in Norvegia nel 1941, è considerato uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, l’unico ad aver ricevuto il Premio della Critica per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista. Iperborea ha già pubblicato Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen.

:: Altri regni di Richard Matheson (Fanucci, 2011) a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2011

altri-regni-matheson-fanucci-2011-copertinaChi ha detto che horror e fantasy non possano andare a braccetto?
Se avessimo dei dubbi in proposito ci pensa Richard Matheson a fugarli. Grande vecchio della letteratura americana del fantastico incluso nella Science Fiction Hall of Fame, ormai una leggenda.
Nato ad Allendale, New Jersey, da immigrati norvegesi  il 20 Febbraio del 1926, Matheson è la dimostrazione vivente che a ottant’anni suonati non si ha unicamente a che fare con dentiera e pannolone o gite al parco a far volare gli alianti, ma si può ancora essere brillanti di mente e forse più ironici e graffianti di quando si era giovani.
Tramite Fanucci, (che cura molte delle sue opere tra cui Io sono leggenda, Io sono Helen Driscoll, Ricatto mortale, The box e altri racconti, Tre ore di pura follia, Duel e altri racconti), ha pensato bene di pubblicare in anteprima in Italia prima ancora che sul suo suolo nativo Altri regni titolo originale Other Kingdoms una storia fatata di magia, amore e mistero in cui l’irrazionale aleggia sinistro e trascina il lettore in un mondo parallelo e sconcertante fatto udite udite, di gnomi e fate.
L’inizio del romanzo è saldamente ancorato alla realtà. Siamo nel 1917. Alex White figlio del capitano di marina Bradford Smith White, un porco calzato e vestito, come amorevolmente lo definisce, non appena gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania, prendendo così parte alla Prima guerra Mondiale decide, il 7 giugno Giornata nazionale del reclutamento, di arruolarsi nell’esercito e non nella marina per fare dispetto al terribile genitore odiato con tutte le sue forze.
Spedito oltremare su una piccola nave di linea britannica su cui il cibo, a essere generosi,  era disgustoso, il puzzo ancora peggiore, e l’acqua appena potabile, si trovò, vera e propria carne da cannone, sul Fronte francese a combattere la guerra di trincea.
Quando dico carne da cannone non è tanto un modo di dire. Dei due milioni che giunsero in Francia in meno di duecentomila tornarono a casa. La trincea in cui Alex White si trovò sepolto era profonda un metro e mezzo e al di sopra c’era un altro metro di sacchetti di sabbia. Il fondo era fatto di fango e più che camminare si strisciava sperando si essere fortunati e sfuggire alle bombe e ai colpi delle mitragliatrici e dei mortai.
Fu così che in una di queste interminabili giornate di morte Alex White conobbe Harold Lightfood e la sua vita cambiò per sempre.
In punto di morte il giovane soldato inglese dal sorriso incantevole e le mani paffute strappò all’amico americano la promessa che sarebbe andato in Inghilterra a Gatford suo borgo nativo. Un idilliaco paesino sperduto nell’amena e bucolica campagna inglese luogo di pace e serenità se non fosse per alcune leggende che narrano che i boschi dei dintorni siano infestati da creature malvagie e capricciose.
Alex per tenere fede alla promessa fatta all’amico e per curarsi dalla ferita che gli aveva fatto sfuggire il Fronte, non avendo la minima intenzione di tornarsene a casa, si reca così a Gatford.
Inizialmente armato di buon senso e cieca razionalità rifiuta di credere alle cupe leggende che sente raccontare dagli abitanti del luogo, ma il fortuito incontro nel bosco con la rossa Madga Variel, da tutti creduta una strega, lo porterà a ricredersi e fare i conti con l’irrazionale, molto di più di quanto avrebbe voluto.
Altri regni è un piccolo gioiello che si ricollega se vogliamo al romanzo gotico e soprannaturale, soprattutto ottocentesco, come alcuni critici hanno evidenziato. Ma a mio avviso sebbene venato da contaminazioni horror e fantasy è un’opera sperimentale che vive di luce propria e rivisita il genere in maniera molto personale.
Innanzitutto è una dolcissima storia d’amore, tra un umano e una fata. Cosa c’è di più romantico, nel senso etimologico del termine?
Ma non solo.
E’ qualcosa di molto più simile ad un romanzo di formazione in cui l’autore parla del processo che lo portò alla scrittura. Non a caso il protagonista è uno scrittore di romanzi gotici e spaventosi che scelse lo pseudonimo di Arthur Black che con ironia e autoironia rappresenta l’autore stesso in un vero e proprio omaggio alla scrittura.
In bilico tra lo shakesperiano Sogno di una notte di mezza estate  e le Fiabe irlandesi di William Butler Yates, Altri regni ha il fascino di un‘ antica ballata surreale e bizzarra in cui il soprannaturale non è che uno specchio deformato della realtà in cui riconoscersi e trasfigurarsi.
Il bosco incantato, e le fantastiche creature che lo popolano, raffigurano un mondo onirico e tenebroso in cui non a caso la paura e l’oscuro terrore scaturito dall’ irrazionale e dal pericolo imminente hanno la prevalenza sul fiabesco e sulla meraviglia.
Matheson scherza di continuo con il lettore accentuandone il rapporto di confidenza e di amicizia e si sente che a lui questo libro è dedicato, come atto di gratitudine e riconoscenza, per avergli permesso di fare per un’ intera vita quello che amava e gli riusciva meglio, raccontare storie.
Forse un addio o più semplicemente un arrivederci.

Altri regni di Richard Matheson,  Fanucci editore, Collezione Vintage, Traduzione dall’inglese di Maurizio Nati, 2011, pagine 291, titolo originale Other Kingdoms.

:: I vermi conquistatori, Brian Keene (Edizioni XII, 2011) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2011

vermiRicordo una breve poesia di Robert Frost, forse tra le sue più famose, intitolata Fire and ice, Ghiaccio e fuoco, i cui primi versi dicono:

Alcuni dicono che il mondo finirà nel fuoco/ altri dicono nel ghiaccio.

Ecco a questi versi ho pensato iniziando la lettura di I vermi conquistatori di un maestro dell’ horror americano come Brian Keene, per la prima volta tradotto da Luigi Musolino e pubblicato in Italia da Edizioni XII.
Brian Keene per qualche imperscrutabile ragione è un nome che dirà a molti poco o niente, ma negli Stati Uniti è uno dei massimi autori del fantastico acclamato dalla critica e vincitore di due Bram Stoker Award e uno Shocker Award, erede dei vari King, Barker, Koontz, Matheson, Simmons.
Edizioni XII ha finalmente colmato questa colpevole lacuna segnalata da molti appassionati del genere che fino ad oggi potevano apprezzare il suo lavoro unicamente in lingua originale.
I vermi conquistatori è diciamolo subito un piccolo capolavoro venato di humour lontano mille miglia dal solito trash horror made in Usa. Prende sì a piene mani dal genere pulp o splatter ma evita accuratamente i cliché e gli stereotipi, per fare dell’ originalità un specie di emblema, inserendo tutti gli elementi dell’immaginario fantastico classico, nati dal folklore e dalla mitologia, e plasmandoli con audacia e inventiva.
Ritornando ai versi di Frost di apocalisse si parla. Di una fine del mondo segnata dall’acqua e dalle fantastiche creature marine che la popolano oltre che da giganteschi e voraci vermi mossi da una misteriosa sete di conquista incarnazione di tutte le più striscianti paure che si insinuano negli abissi dell’inconscio.
Keene non cerca una ragione scientifica per questa incessante pioggia che cade dal cielo come una maledizione portandosi via intere città, interi stati con i suoi inermi abitanti sopraffatti e annegati. Accenna sì al buco dell’ozono e allo scioglimento dei ghiacciai, ma non si preoccupa più di tanto di dare logica o verosimiglianza agli eventi. E’ un evento straordinario, quasi magico, forse evocato dalle potenze occulte e malvagie che dominano incontrastate questo mondo e ciò ci basta. Accettiamo l’inevitabile con una sorta di fatalismo e iniziamo a seguire le sorti dei pochi sopravvissuti domandandoci incerti per quanto tempo lo saranno ancora prima che l’ultimo uomo affoghi il suo grido disperato nelle acque nere e melmose che sommergono tutto e l’umanità diventi una razza estinta.
Protagonista principale e voce narrante è un arzillo vecchietto di campagna Teddy Garnett, vedovo ottantenne ancora innamorato della moglie Rose, morta di polmonite qualche anno prima. Dopo aver ostinatamente rifiutato l’invito della Guardia Nazionale a lasciare la sua casa a Punkin’ Center in cima agli Appalachi e i suoi ricordi vive solo in attesa della fine. Pian piano si uniscono a lui altri personaggi, sopravvissuti alla catastrofe, Carl Seaton il suo migliore amico, Earl Harper il vicino di casa pazzo come un cavallo, Sarah una ragazza dai lunghi capelli biondi, Kevin Jensen di Baltimora, del quale Teddy racconta la storia nel capitolo centrale del romanzo. E così veniamo a conoscenza di una setta di Satanisti, di un kraken, di una sirena, di giganteschi lombrichi che scavano voragini capaci far sprofondare case.
Nella disperata lotta per la sopravvivenza che ne segue i vermi assumono il ruolo principale strappandolo ai protagonisti umani che sbiadiscono quasi sullo sfondo. Sono loro gli eroi, forza cieca e imbattibile, dominatori di una natura ostile dove vige la legge del più forte e l’uomo non è altro che una tacca nello stadio evolutivo nulla più destinato ad estinguersi come i dinosauri. Che questi vermi siano il frutto di qualche manipolazione genetica, extraterrestri o esseri preistorici risvegliatisi dopo un letargo di millenni, non lo si saprà mai ma sicuramente focalizzano la paura atavica insita nell’ uomo per quanto civilizzato o capace di credersi invulnerabile.
La creatività di Keene spazia davvero senza limiti  e soprattutto il velo di umorismo è la parte che mi ha divertito di più, anche nei momenti più drammatici basta solo pensare a quando descrive l’uomo delle previsioni del tempo che si suicida in diretta durante la trasmissione che annuncia pioggia, pioggia, e ancora pioggia o a quando fa la stessa cosa Mark Berlitz il d-jey di una radio sgangherata.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

La stazione radio AM di Roanoke aveva continuato le trasmissioni all’incirca fino alla quarta settimana. Mark Berlitz, il conduttore maniaco di teorie della cospirazione e sempre pronto a discorsi di estrema destra, aveva vegliato in solitaria incollato al microfono. Devo ammettere che sono rimasto ad ascoltare in una sorta di orribile incantesimo la sanità mentale di Berlitz che si sgretolava a causa dell’isolamento in quella stanzetta. La sua ultima trasmissione finì con un colpo di pistola nel bel mezzo di Big Balls in Cow-town, una vecchia canzone bluegrass dei Texas Playboys ( un peccato, perchè mi è sempre piaciuta la loro musica). Il pezzo terminò due minuti dopo, poi ci fu solo silenzio.

I vermi conquistatori è sicuramente a buon diritto da inserire tra i capisaldi del genere. Consigliato anche a chi considera l’horror solo unicamente letteratura per ragazzi. Avranno di che ricredersi.

Brian Keene nasce nel 1967 e cresce in Pennsylvania e West Virginia, dove ambienterà la maggior parte dei suoi libri. Autore molto prolifico, ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con  Sympathy for the Devil  nel 2004.
Edizioni XII è il primo editore a proporre una sua opera in italiano. L’autore ha fin da subito espresso il suo entusiasmo per il traguardo raggiunto.

I vermi conquistatori di Brian Keene, Edizioni XII, collana Eclissi, Traduzione di Luigi Musolino revisione di Daniele Bonfanti, titolo originale The Conqueror Worms, 2011, pagine 309, brossura, Prezzo di copertina Euro 15,00.

:: Il corrispondente dall’ estero di Alan Furst (Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2011

indexVigilia della Seconda Guerra Mondiale.
L’ombra nera di Hitler oscura l’Europa.
Il nazismo in Germania, il fascismo in Italia, il caudillismo in Spagna, gettano le basi per la guerra imminente e in questo scenario drammatico e pieno di tensione il gioco delle spie si fa frenetico.
Nel dicembre 1938 a Parigi la lunga mano dell’Ovra, la temibile polizia segreta di Mussolini, decide di compiere un atto dimostrativo per dissuadere i numerosi rifugiati politici italiani antifascisti attivi nella capitale francese dal continuare a tenere in vita i numerosi giornali clandestini, creati in appoggio alla Resistenza.
Enrico Bottini, avvocato torinese esule in Francia dal 1935, direttore del foglio clandestino “Liberazione”, viene fatto uccidere in una giornata di pioggia assieme alla sua amante, moglie del politico socialista LaCroix, nella stanza 44 del modesto albergo Colbert “Un albergo piuttosto appartato, il Colbert, silenzioso, discreto, a servizio de les affaires cinq-à-sept, le tresche tra le cinque e le sette”.
Viene inscenato un finto omicidio-suicidio al quale quasi nessuno crede, soprattutto gli  otto appartenenti al movimento Giustizia e Libertà che si riuniscono il mattino dopo in tutta fretta nel retro del Cafè Europa, in una stradina nelle vicinanze della Gare du Nord. Il messaggio è chiaro, diretto a loro: “Facciamo quello che vogliamo non ci potete fermare”. Sgomento, paura, rabbia. Ma la lotta politica deve continuare, la battaglia non è ancora perduta. Bisogna trovare un nuovo direttore di “Liberazione”.
Un nome lascia tutti concordi: Carlo Weisz. Un giornalista che aveva lavorato per il Corriere della Sera di Milano e ora faceva il corrispondente all’ estero alla Reuters. Un triestino con un certo coraggio, in quel momento si trovava in qualche parte in Spagna per scrivere gli ultimi atti della Guerra Civile, un sangue misto metà italiano metà sloveno, uno che conosceva le lingue, l’uomo giusto per quell’incarico.
Carlo Weisz accetta ed è il primo passo che lo porterà nel bel mezzo di un pericoloso intrigo di spie, soprattutto a causa dell’amore per una donna, una di quei tedeschi che Hitler l’ hanno combattuto, e salvare lei diventa per Weisz  l’unica ragione di vita.
Barcellona, Parigi, Berlino, Praga, Genova fanno da sfondo alla disperata lotta di Carlo Weisz per una causa, un ideale, lui spia per caso, quasi inconsapevole strumento trasportato dagli eventi nell’abisso e nella follia che presto infiammerà l’Europa e il mondo intero.
Il corrispondente dall’ estero, edito da Giano Editore nel 2008, è il primo romanzo di Alan Furst, autore americano di spy story classiche per lo più ambientate negli anni 30-40, che leggo, altri tre titoli sono stati tradotti e pubblicati in Italia L’ombra delle stelle e Il Regno delle ombre per Rizzoli e Le Spie di Varsavia, per Giano e devo dire che è stato una piacevole sorpresa.
La prima caratteristica che subito si evidenzia è che Furst, pur essendo americano, si ricollega ai classici della spy story europea per lo più britannici come Eric Ambler, Graham Green, Frederick Forsythe, John Le Carrè in un certo senso più introspettivi e meno interessati all’azione pura rispetto ai loro colleghi d’oltre oceano.
Un altro fatto curioso che mi ha colpito e sentire trattare da un americano un tema come la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia, che non mi pare che nessun autore prettamente italiano abbia fatto, almeno nei romanzi, anche se questa può essere una mia pecca dovuta all’ignoranza. Furst è un narratore classico, ama le ricostruzioni sceniche e le ambientazioni ricche di dettagli e di particolari d’epoca come la musica, – cita Duke Ellingtone e Cole Porter- o  il nome di riviste edite in quegli anni.
La ricostruzione storia è accurata, si vede che c’è dietro un lungo lavoro di ricerca. Nella breve intervista che gli feci, che potete leggere qui, ci disse infatti che si documentò leggendo unicamente libri che parlavano di quel periodo, da libri di storia, di giornalismo, di narrativa, ad autobiografie, e questa cura traspare dalle sue pagine ricche di informazioni a volte curiose che danno un sapore autentico e un po’ retrò alla narrazione.
La struttura dei personaggi è solida, emerge sicuramente il personaggio di Carlo Weisz, una spia per caso, una persona comune immersa in una realtà drammatica che non riesce pienamente a controllare. In Weisz c’è qualcosa di epico, tipico dei personaggi alla Rick Blaine protagonista di Casablanca, una sorta di eroe romantico che crede in certi ideali ed è capace di sacrifici e rinunce in nome dell’amore per una donna forse ancora più eroica e patriottica di lui.
Bellissimo il finale, che giunge quasi inaspettato.
Lo stile di Furst mi ha ricordato molto quello di Hemingway, sopratutto nella creazione dei dialoghi, mai superflui, sempre specchio dei personaggi.
Per gli amanti delle spy story, condite di intrighi e addolcite da una emozionante storia d’amore, una lettura sicuramente consigliata.

Traduzione di Valeria Giacobbo. Titolo originale The Foreign Correspondent.

Alan Furst (New York, 20 febbraio 1941) è un giornalista e scrittore statunitense, autore di romanzi di spionaggio ambientati nel periodo della Seconda guerra mondiale.