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:: Recensione di Tuo fino alla morte di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2011

1Un caldo pomeriggio di fine febbraio, in cui la primavera sembra aver fatto capolino portandosi via le ultime tracce d’inverno, Varg Veum chiuso nel suo ufficio di Bergen riceve un’insolita visita. Un bambino di otto anni, Roar, dopo aver preso una guida telefonica, scelto un numero a caso tra gli investigatori privati, preso da solo l’autobus, fa il suo ingresso e gli chiede aiuto. Una banda di bulletti che infesta il suo quartiere di casermoni alla periferia degradata della città capeggiata da Joker un ragazzo un po’ più grande davvero “cattivo” gli ha rubato la bicicletta e lui non potendo chiedere aiuto a suo padre guarda fiducioso negli occhi Varg Veum. La richiesta di aiuto commuove l’investigatore forse perché ha anche lui un figlio di quell’età lontano chissà dove, forse perché il suo passato da assistente sociale lo spinge a cercare di aiutare sempre i più deboli così recupera la bici e fa la conoscenza della madre di Roar, Wenche, abbandonata dal marito per un’altra donna, che smuove in lui qualcosa nel profondo forse semplicemente perché è decisamente troppo sensibile al fascino femminile. Joker e la sua banda naturalmente non restano con le mani in mano e meditando vendetta rapiscono Roar facendo si che Varg si ritrovi invischiato in una storia di emarginazione e desolazione, figli rifiutati, madri alcolizzate. Poi l’imprevedibile, il padre di Roar viene accoltellato e ucciso e le prove portano diritte dritte verso Wenche ma Varg non vuole credere che sia davvero colpevole, i suoi occhi blu sono così profondi, le sua labbra così morbide, e pronto a tutto per dimostrare la sua innocenza inizia a indagare nei segreti di alcuni abitanti dei casermoni scoprendo infine la verità amara e imprevista che lo sommergerà come un magma nero in cui nessuno è davvero innocente. A chi mi chiedesse quale è il mio giallista scandinavo preferito senza esitazione risponderei Gunnar Staalesen innanzi tutto perché definirlo giallista scandinavo è riduttivo. I suoi libri, quasi una ventina in patria con protagonista una città norvegese Bergen e un investigatore privato Varg Veum, tre editi da noi da Iperborea I satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo, più che gialli sono veri e propri romanzi tout court, capaci di lasciare nel lettore un eco, non semplici prodotti di consumo che una volta letti non lasciano tracce né graffi. Tuo fino alla morte pubblicato per la prima volta nel 1979 e ora tradotto dal norvegese da Danielle Braun è una storia complessa e delicata, arricchita da sfumature sociali e umane che come dicevo esulano dal semplice campo del giallo. L’autore l’ha definito un romanzo sull’amore, il matrimonio e l’infedeltà che solo incidentalmente ha i connotati del romanzo giallo e penso che non ci sia definizione migliore. Concludo con una notizia che almeno a me ha fatto decisamente piacere, gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono tutti in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Recensione di Il superstite di Wulf Dorn (Corbaccio 2011) a cura di Giulietta Iannone

11 Maggio 2011

Il superstiteBentornati alla Waldklinik!
A chi ha letto La Psichiatra qualche brivido sulla schiena sarà corso, per non parlare di una certa inquietante rassomiglianza con l’ Overlook Hotel di Kinghiana memoria. Certo questa è pur sempre una clinica psichiatrica, in Shining era solo un albergo, ma devo confessare che i sotterranei, i corridoi, le stanze blindate, mi hanno riportato proprio alla memoria l’atmosfera claustrofobica e malsana del mitico covo di spettri sulle montagne innevate del Colorado e di spettri infondo parliamo, e della fantasia sovraeccitata si un ragazzino di 12 anni che dopo aver letto un libro sulle esperienze paranormali, si aggira nella notte con un dittafono in mano per registrare la voce dei morti.
Se non fosse che il fratellino minore Sven, curioso e desideroso di imitarlo lo segue e così Jan Frostner per non farsi scoprire dai genitori in questa escursione notturna non autorizzata decide di portarlo con sé. Si fermano sulla riva di un lago ghiacciato, dove meno di 24 ore prima era morta annegata una ragazza con problemi psichiatrici, e mettono in funzione il dittafono per captare la sua voce, convinti che la sua anima aleggi ancora nei dintorni. Poi Jan si allontana un attimo per fare pipì e al suo ritorno Sven è scomparso, di lui restano solo poche parole registrate sul dittafono Grundig: Quando torniamo a casa quasi come un vero messaggio dall’oltretomba.
La sparizione di Sven è solo una delle molte tragedie che si abbattono nella vita un tempo felice di Jan, quella stessa notte suo padre chiamato nel cuore della notte da una misteriosa telefonata si allontana in auto verso un luogo sconosciuto, forse ad incontrare proprio il rapitore di Sven e a causa dell’alta velocità l’auto sbanda e Bernhard Forstner muore. Poi anche la madre di Jan non reggendo al dolore si suicida lasciandolo completamente solo.
Passano gli anni e ritroviamo un Jan ora adulto, psichiatra come suo padre, che dopo aver aggredito un suo paziente ha perso il lavoro, è stato abbandonato dalla moglie e vive prigioniero delle ossessioni legate alla scomparsa del fratello. Un vecchio amico di suo padre il professor Fleischer direttore sanitario della Waldklinik decide di dargli una mano e gli offre un posto alla clinica con un’unica condizione, farsi aiutare a superare le sue ossessioni grazie a sedute di ipnosi. Jan piuttosto controvoglia accetta e così ritorna a vivere nei luoghi dell’infanzia a Fahlenberg ospite di un amico ancora segnato dalla morte della figlia, paziente della Waldklinik, convinto che proprio i medici di questa clinica ne siano i responsabili.
Da questo momento in poi a Fahlenberg iniziano a verificarsi una serie di morti sospette, difficili da catalogare come semplici coincidenze, e un atroce dubbio inizia a farsi largo nella mente di Jan che siano collegate alla scomparsa tanto tempo prima del suo fratellino Sven. Un terribile segreto è sepolto a Fahlenberg e Jan con l’aiuto di un’intraprendente giornalista volente o nolente sarà costretto a riportarlo alla luce.
Il superstite secondo psicothriller di Wulf Dorn, scrittore tedesco diventato famosissimo grazie al suo romanzo d’esordio La psichiatra,  è senz’altro da considerarsi una prova riuscita destinata a bissare il successo del precedente. Edito da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è uno di quei libri capaci di creare un’ inquietante tensione emotiva ponendo seri interrogativi su cosa sia la sanità mentale e su quanto sia facile passare dall’altra parte, diventando vittime di fobie, traumi, ossessioni.(Molto interessante la parte legata all’ipnosi vera e propria terapia di cura e ben lontana da quei fenomeni quasi da baraccone che spesso siamo soliti vedere in tv).
Per tutto il libro l’autore in un gioco di depistaggi e sottrazioni tenta di portare i sospetti ovunque tranne che sul bersaglio, ponendo dubbi se il piccolo Sven sia vivo o morto, se il vecchio benzinaio sia davvero un sinistro pedofilo o un innocente accusato ingiustamente, se un apparente suicidio sia  in realtà un omicidio. Tutto un gioco di specchi, di rimandi, di vicoli ciechi che lasciano disorientati e  sconcertati.
Oltre ai protagonisti, ben caratterizzati anche i personaggi minori che anche se rimangono sullo sfondo acquistano connotazioni precise e ritmate. Il finale che non vi anticipo forse più tradizionale rispetto a quello de La psichiatra sicuramente ripaga l’attesa e fornisce spiegazioni esaurienti a tutti gli interrogativi. Probabilmente chi si aspettasse una parentesi rosa tra Jan e la bella giornalista Carla Weller rimarrà deluso ma è sicuramente un difetto da molti considerato un pregio. Dispiace quasi chiudere il libro e sapere che l’autore non ritornerà più su questi personaggi e oltre al prossimo thriller che uscirà a Settembre in Germania non ci saranno più storie ambientate alla Waldklinik. Ma anche se si chiuderà una trilogia non è detto che i prossimi scenari siano meno intriganti. Incrociamo le dita fiduciosi.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:: Intervista con Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2011

800px-Gunnar.StaalesenSalve signor Staalesen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gunnar Staalesen? Punti di forza e di debolezza.

Non ho molto da raccontare della mia vita quotidiana. Ho 63 anni e ho pubblicato il mio primo libro a 22 anni nel 1966. Sono conosciuto principalmente come scrittore di romanzi polizieschi, per la maggior parte grazie alla lunga serie sul detective privato di Bergen chiamato Varg Veum. Per 13 anni ho lavorato come addetto stampa presso il Teatro Nazionale di Bergen, ma dopo il 1987 ho vissuto dalla mia “penna”, cioè voglio dire del mio p.c. Ho scritto qualcosa tra i 30 ei 40 libri, romanzi polizieschi per la maggior parte, e tra 10 e 20 drammi per il teatro o per gruppi teatrali gratuiti.  Non so davvero cosa dirti su eventuali punti di forza o di debolezza. Qualcuno potrebbe dire che la mia lista piuttosto prolifica di pubblicazioni mostra sia forza che debolezza …

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Bergen nel 1947. Mio padre era un professore di liceo, mia madre un’ infermiera. Ho avuto un’infanzia felice nella zona di Bergen, pesantemente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Da adulto ho studiato presso l’Università di Bergen: inglese, francese e letteratura.

Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?

Ho cominciato a scrivere quando avevo 12-13 anni, all’inizio solo per divertimento e perché ero un appassionato lettore sin dall’età di 7 anni. Quando andavo al liceo, diciamo tra i  16-17 anni, ho deciso che avrei cercato di diventare uno scrittore. Ma in un piccolo paese come la Norvegia, è difficile vivere di scrittura, così ho dovuto prima completare la mia istruzione.

Leggi altri autori contemporanei?

Oh sì, leggo tutto il tempo. Metà crime fiction e metà  fiction normale. Ho letto un sacco di scrittori scandinavi, ma anche scrittori di altri paesi. Uno dei miei preferiti è Gabriel Garcia Marquez.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Prima di essere pubblicato per la prima volta, avevo scritto una raccolta di poesie e un romanzo breve che era stati rifiutati. Al mio terzo tentativo, proposi un romanzo intitolato Uskyldstider (Times of Innocence) che fu pubblicato da un editore, dopo essere stato rifiutato da due . Dopo di che ho pubblicato un (breve) romanzo. Poi mi rifiutarono una raccolta di racconti e un romanzo, prima del mio “secondo esordio” con il mio primo romanzo poliziesco, Rygg i rand, to i spann (impossibile da tradurre) nel 1975.

Hai scritto oltre venti romanzi polizieschi e una serie di altri romanzi. Quale è il tuo preferito?

Il mio preferito tra i miei romanzi – e tra i miei lavori principale – è la trilogia scritta tra il 1997 e il 2000,  una storia sia poliziesca che un romanzo epico sulla storia di Bergen, della Norvegia e dell’ Europa del 20 ° secolo. Della serie Varg Veum il mio preferito è Engler Falne (Fallen Angels) del 1989, ma sono anche molto affezionato a Drabanter Dødens ( Satelliti della morte), 2006.

I tuoi romanzi polizieschi su il detective privato Varg Veum sono stati tradotti in 12 lingue. È eccitante? –

Beh, oggi penso che siano 18 lingue, e, naturalmente, è eccitante che i lettori in paesi lontani dalla Norvegia come Italia, Grecia e Spagna stiano leggendo i miei romanzi.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista principale, Varg Veum?

L’ho  creato sul modello di Philip Marlowe e Lew Archer, i detectives di Raymond Chandler e Ross Macdonald, ma gli ho dato come personale background la Novergia  degli anni 70. Ha lavorato presso il Department for Care of Children (o qualcosa del genere), prima di aprire  il suo ufficio di investigatore privato. E ‘un lupo solitario, ma con una coscienza sociale che gli permette di andare fino in fondo ai casi che ideo per lui.

Perché hai deciso di scrivere Dødens Drabanter ( Satelliti della morte)?

Ho voluto seguire il destino di un bambino sfortunato attraverso tutta la sua vita, e ho voluto mostrare cosa era andato storto con lui – e perché. Ma naturalmente, come sempre ho voluto anche scrivere un buon e serio romanzo crime per dare al lettore qualcosa su cui riflettere.

Quanto è durato il processo di scrittura di Satelliti della morte?

Ci ho messo quanto impiego di solito, dai 9 ai 12 mesi.

Doden Din til (Tuo Fino Alla Morte) è un altro dei tuoi libri tradotti in italiano. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Ho cercato di scrivere un romanzo poliziesco al contrario, ed è difficile da raccontare senza rivelare la fine del libro. Ma questo è anche un romanzo sull’amore, il matrimonio e infedeltà, che solo per caso è capitato che sia anche un romanzo giallo. Questo perché penso che un romanzo giallo è un ottimo modo per raccontare i conflitti e problemi, nella vita privata delle persone così come nelle grandi società.

Kvinnen i kjøleskapet (La donna nel frigo) è l’ultimo tuo libro edito in Italia. Una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Fantasia o realtà? 

Tutti i miei romanzi sono di fantasia, ma basati sulla realtà. Una volta ho detto a un giornalista che stavo scrivendo “realismo poetico”. Quello che ho voluto fare in questo romanzo è stato quello di mostrare quali cambiamenti ha portato nella società norvegese la scoperta del petrolio nel Mare del Nord. Stavanger, la capitale del business del petrolio nei primi anni, fu trasformata da una tranquilla e religiosa cittadina in un melting pot internazionale del gioco d’azzardo illegale, della prostituzione e dei reati finanziari. Per questo motivo la maggior parte delle azioni in questo libro si svolgono a Stavanger e non a Bergen, come succede di solito.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Una mia giornata tipica di scrittura allora, dopo aver fatto colazione e una breve passeggiata all’aria aperta, faccio ogni giorno una passeggiata nel centro della città per fare shopping, ritorno a casa tra le 10 e le 11 del mattino, prendo una tazza di caffè, e con alcune brevi interruzioni (una telefonata, un pranzo breve), scrivo dalle 10/11 fino alle 16, quando ceno (questo è il modo norvegese di prendere i pasti, ovviamente, molto diverso da quello che si è abituati in Italia). Succede che io scriva anche la sera, in giorni di grande lavoro, ma soprattutto cerco di tenere la serata libera per altri tipi di attività, faccio una passeggiata nel centro di Bergen, vado al cinema, a teatro, ai concerti jazz, o sto con i miei figli o nipoti – guardando una partita di calcio in televisione, faccio una vita ordinaria, come si può capire.

I progetti di film dei tuoi libri?

Sono appena iniziate le riprese del 12° film ispirato ai miei libri, ma basato molto liberamente. La serie di film di Varg Veum, sia al cinema che in televisione, è stata un grande successo, almeno in Norvegia.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Ho già citato Gabriel Garcia Marquez. Tra gli autori di romanzi gialli mi piacciono James Lee Burke e Ian Rankin, e molti altri.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo alcuni scrittori norvegesi che ho paura tu non conosca. Alcuni di loro sono candidati femminili ad un premio letterario, dove sono in giuria, e alcuni altri sono autori di romanzi gialli norvegesi,  cerco di rimanere informato.

Ti piace fare tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani di divertente su questi incontri.

Personalmente, preferisco stare a casa, vivere la mia vita e scrivere. Ma quando faccio un tour o una visita ad un festival letterario, è sempre un piacere visitare  posti nuovi e incontrare i lettori di nuovi paesi – e naturalmente gli scrittori provenienti da altre parti del mondo. Mi è piaciuto molto il mio viaggio in Italia nel 2010, sono stato in città come Milano, Torino, Firenze, al festival del giallo di Brescia, e (in visita privata a) Venezia.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri? Che ne pensi dell’ editoria elettronica?

Uso Internet, naturalmente, per me stesso, e per raccogliere informazioni sugli sfondi per i miei libri – la versione moderna del lavoro di ricerca. Io non lo uso per il marketing, ma spero che i miei editori lo facciano! Non sono sicuro di sapere dove il mondo dei libri stia andando, probabilmente verso gli e-book e altre (oggi sconosciute) forme di pubblicazione. Spero solo che i libri scritti sopravvivano, in futuro così come sono oggi.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere? 

Per me è chiaro che oggi la letteratura poliziesca è stata finalmente presa sul serio, molto di più sicuramente rispetto a quando ho iniziato a scrivere romanzi gialli negli anni 70, sia in Scandinavia che nel resto del mondo. Questo è il cambiamento più grande che posso rilevare.

Qual è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Mi capita di incontrare i lettori durante le letture pubbliche, quando firmo i libri in una libreria e – di volta in volta – anche solo camminando per le strade di Bergen (o in un’altra città). E ‘sempre bello incontrarli, perché i lettori che desiderano parlare con me sono per lo più molto entusiasti dei miei libri. Io non incoraggiano i lettori a prendere contatto direttamente con me, ma possono trovare il mio numero di telefono nella rubrica, e non è difficile trovare il mio indirizzo di posta elettronica.  E ho una pagina Facebook … E un sito web: www.vargveum.no.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Proprio ora sto scrivendo una commedia per il teatro (un musical) che non è prevista prima del 2014. Nel mese di agosto inizierò a scrivere un nuovo romanzo Varg Veum, che spero sarà pubblicato (in Norvegia) nell’autunno del 2012. Questo sarà il 16° romanzo della serie il18 libro a dire il vero, dato che ci sono anche due raccolte di racconti brevi.

Grazie per le domande e il mio più caloroso saluto ai lettori italiani!

Credit photo : Nina Aldin Thune

:: Recensione di La donna nel frigo di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2011

donnaIl predicatore proseguì da dove era stato interrotto. “No fratelli, non riconosciamo più Stavanger! Dico bene? Meretrici, lenoni, arpagoni, e sibariti. Viviamo in una moderne Sodoma e Gomorra, nella confusione dei giorni estremi. Il Signore chiama il suo gregge, ci da il benvenuto, ma il cammino è pieno di tentazioni. Chi ha il potere sul nostro paese, sulle nostre città? Chi adoriamo? Chi più subdolo del Levitano, si crogiola e si rimpingua del viscido e grasso petrolio del nostro mare? E’ Mammona, fratelli! Mammona che allunga i suoi avidi artigli, che soffia il suo alito pestilenziale sulla città, che trascina migliaia di persone a una morte violenta. E non avremo pace fratelli finchè ci sarà una sola goccia di petrolio sul fondo del nostro mare”. 

Nuovo caso per Varg Veum, celebre investigatore privato nato dalla penna di Gunnar Staalsen padre della detective story norvegese e portato sullo schermo da Trond Espen Seim che nel 2008 ebbe anche modo di girare l’episodio Varg Veum Kvinnen i kjøleskapet tratto appunto da La donna nel frigo. Accennare alla trama è piuttosto complesso perché tutto ruota intorno al colpo di scena finale che io mi guarderò bene dall’accennare anche solo di sfuggita. Tutto ha inizio una fredda giornata di inizio novembre quando Veum si reca da un’anziana signora, Theodora Samuelson, che ha deciso di assumerlo per scoprire che fine ha fatto suo figlio Arne, tecnico di una piattaforma petrolifera. Prese le consegne Veum si reca a Stavanger antico borgo di pescatori ora trasformato in una specie di luna park per gli svaghi dei dipendenti delle compagnie petrolifere che gestiscono le piattaforme al largo della costa. Locali notturni, discoteche, bische, bordelli, donne bellissime e disponibili, tutto l’immaginabile per soddisfare il riposo del guerriero, gestito da delinquenti più o meno tollerati dalle vigili forze dell’ordine. Qui inizia a indagare recandosi nell’appartamento che Arne occupava e dopo una sommaria perlustrazione trova su un tavolo della cucina i ripiani interni del frigo. Insospettito apre lo sportello e rinviene il cadavere senza testa di una donna. L’arrivo della polizia lo estromette dalle indagini ma lui ben lontano dall’arrendersi continua a indagare con l’aiuto di una malinconica prostituta d’alto bordo, per la quale tradirà piuttosto a malincuore la sua compagna, che ha deciso di portare avanti un’ attività parallela decisamente pericolosa. Veum è curioso e proprio la sua curiosità lo metterà sulla strada giusta per risolvere il caso anche a rischio della vita perché la gente contro cui si è messo non ha nessuna intenzione di scherzare.  7° episodio della serie con protagonista Varg Veum, edito in patria nel 1981, La donna nel frigo è una storia incentrata sul protagonista, un private eye davvero sui generis, che racconta i fatti in prima persona non disdegnando schegge di umorismo, di compassione e di filosofica saggezza rubata a Groucho Marx. Siamo nel 1980, mentre alle presidenziali statunitensi Ronald Reagan sconfigge il presidente in carica Jimmy Carter, Veum si trova a indagare su un caso in cui in un certo senso il petrolio, la ricchezza, e la corruzione che ne derivano, sono il motore stesso della storia. Veum è un lupo solitario, un romantico eroe capace di commuoversi per gli occhi tristi di una prostituta, capace di volere vederci chiaro anche a dispetto di tutto e tutti anche a costo di prendersi calci e pugni in una cantina isolata. Scanzonato, un po’maldestro, non ostenta un carattere cinico e freddo, anzi è quasi sentimentale nel suo difendere la sua individualità e rifiutare l’offerta di una grande agenzia investigativa di Oslo che assorbendolo gli prometterebbe soldi e rispettabilità. Il suo no è un rifiuto ai soldi facili, ai meschini sotterfugi che sembrano inquinare una società materialista e senz’anima in cui non si riconosce. Forgiato alla scuola dei celebri investigatori privati come Lew Archer o Philip Marlowe, Veum è meno duro, forse più vulnerabile e umano dei suoi precursori, ma come dice l’autore non è un personaggio completamente solare, anche in lui si agitano i fantasmi di Ibsen che in un certo senso tormentano le sue notti e forse anche i suoi giorni.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Il passato si sconta sempre, Ross Macdonald (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2011

4Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.

Ross Macdonald (19154983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target {Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drouming Pool{Il vortice), The Chill (Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar {Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo.

:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Recensione di Beastly di Alex Flinn a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2011

Beastly di Alex FlinnBeastly, uscito quest’autunno per l’Editrice Giunti, quinta fatica di Alex Flinn scrittrice statunitense specializzata in narrativa young adult, quella che per intenderci ha un target di lettori che vanno dai 14 ai 20 anni, si colloca in un mercato in netta crescita, non a caso molte case editrici dedicano collane apposite se non addirittura cataloghi in esclusiva. Gli adolescenti sono lettori forti, esigenti, selettivi ed è difficile che spendano i loro sudati risparmi per libri scadenti anche se la qualità è un parametro variabile anche nei generi più di moda. L’orda di vampiri, streghe, lupi mannari e quant’altro ancora ben aldilà dal retrocedere spesso è al centro di molte storie indirizzate a questa fascia di pubblico  e sebbene in alcuni casi ciò significhi prodotti scritti in serie, ripetitivi, a volte decisamente insulsi, nella ricca offerta ci sono anche lavori originali e ben costruiti. Bestseller in patria Beastly è anche diventato un film scritto e diretto da Daniel Barnz con protagonisti due divi emergenti Vanessa Hudgens e Alex Pettyfer e una consolidata beniamina, a patto che questo termine si usi ancora e non mi faccia apparire troppo matusa, come Mary Kate Olsen, che uscirà nelle sale italiane l’11 Maggio prodotto da CBS e annunciato come il successo cinematografico dell’anno per teenagers. La trama è conosciuta, l’autrice si è ispirata ad un classico della narrativa per l’infanzia, ad una delle fiabe più amate di tutti i tempi La Bella e la Bestia, fiaba che di per sé ha già ispirato almeno per quanto riguarda il binomio essere deforme -amore opere immortali come Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux, rivisitandolo e ambientandolo in una New York dei giorni nostri cinica e indifferente. Kyle Kingsbury e la lunga strada che porterà alla sua redenzione trasformandolo da odioso figlio di papà in persona sensibile e innamorata sono al centro di questo piacevole libro nel suo genere originale e riuscito. La morale è più che evidente, l’amore fa miracoli e riscatta anche le persone più ostili e refrattarie. Ma sicuramente ci sono anche piacevoli sorprese come il personaggio di Kendra, la strega che getta l’incantesimo che trasformerà il ragazzo in bestia, che poi tanto cattiva non è e regalerà un piccolo colpo di scena finale. Per chi volesse informazioni più precise sulla trama posso farne un breve riassunto. Kyle Kingsbury tipico rampollo dell’ upper class, è un ragazzo bello, viziato, egoista, educato senza madre da un padre assente e depositario di valori distorti  e cinici. Non amare mai altri oltre sé stesso sembra il suo mantra e Kyle impara fin troppo bene la lezione. Un giorno però l’oggetto dei suoi scherzi crudeli si rivela essere una strega che per punirlo gli lancia un incantesimo. Se entro due anni, due come i petali della rosa testimone di un suo raro gesto gentile, non riuscirà a trovare l’amore, resterà per sempre l’orribile bestia in cui è stato trasformato. Prigioniero della sua deformità e isolato in un palazzo di mattoni alla periferia di Brooklyne vede passare i giorni finchè un ladro non entra in casa e per salvarsi gli concede sua figlia. Conquistare il suo amore sarà la sua ultima occasione. Beastly ha parecchi pregi e qualche difetto ma in sostanza è una sorta di educazione sentimentale per adolescenti romantici che non hanno ancora smesso di credere alle favole a lieto fine e  all’amore con l’a maiuscola. Alex Flinn dal canto suo è una scrittrice dotata di sensibilità e affronta le tematiche care a quell’età complessa con la delicatezza di una sorella maggiore che adotta linguaggi e stati d’animo tipici dei suoi giovani lettori con realismo e partecipazione. E soprattutto è capace di coinvolgerli in riflessioni anche serie sulla solitudine, sul materialismo ed edonismo imperante, sul disagio di giovani spesso figli di famiglie divise. Non è un adulto che giudica, che si erge a paladino di valori ferrei e insindacabili, ma in un certo senso cerca di educare, di proporre modelli, di spiegare che l’apparenza, la bellezza fisica, sono solo qualità superficiali e sono ben altri i valori che contano. L’avvio è un po’ a lenta carburazione, ma superate le prime pagine la storia scorre fluida e senza intralci. Gli adulti forse sono caratterizzati un po’ troppo negativamente ma essendo in fondo una favola proietta e rappresenta anche la contrapposizione tra l’età adulta e l’adolescenza in cui per molti sarà facile riconoscersi.
L’autrice: Alex Flinn vive a Miami con il marito e le figlie adolescenti. Scrive dall’età di 5 anni e ha all’attivo 7 romanzi young adults compreso Beastly. Nel 2011 uscirà il suo nuovo romanzo Cloaked per i tipi di Harper Teen. 

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:: Intervista con Dan Vyleta a cura di Giulietta Iannone

27 aprile 2011

L'uomo di BerlinoSalve Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Figlio di rifugiati cechi emigrati in Germania alla fine del 1960, romanziere e storico canadese. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Vyleta? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: mi piace stare sveglio tutta la notte a parlare con gli amici di libri, film, politica, bere (troppo) caffè e (troppo) vino, e camminare per la città sentendomi un tutt’uno con la città e con un gran senso di fratellanza per gli altri uomini …
Punti di debolezza: ho difficoltà a scendere dal letto il giorno dopo. E generalmente, la mattina non è il mio momento della giornata.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una zona industriale della Germania settentrionale. I miei genitori erano rifugiati politici provenienti dalla Cecoslovacchia ed è qui dove avevano trovato lavoro. In seguito sono andato in Inghilterra, a Cambridge, per studiare, e mi sono innamorato della lingua inglese (e anche di mia moglie!). Poi mi sono trasferito in Canada dopo anni di vita a Istanbul, Vienna, Berlino …

Quando hai capito che volevi essere uno scrittore?

Ho amato i libri sin da molto giovane. Mi ricordo che li razionavo così per non leggerli troppo in fretta: cercavo di leggere non più di cinquanta, ottanta pagine al giorno… E suppongo di aver sempre sognato di raccontare me stesso. Ma una cosa è sognare, un’ altra è sedersi al computer e trovare le parole per iniziare il primo capitolo. Una volta fatto questo, sono rimasto agganciato. Scrivere è come cucinare o fare musica. Tutti dovrebbero farlo.

Leggi altri autori contemporanei?

Sì. Ho letto un sacco di cose. Narrativa, romanzi gialli, racconti, fantascienza … Ma ho un amore speciale per la letteratura del XIX secolo: Dickens, Cechov, Tolstoj, Dumas, Conrad, Dostoevskij, Hugo, le sorelle Bronte. Penso che sia allora che il romanzo ha trovato la sua forma.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato fortunato a trovare un agente molto velocemente. Gli ho solo mandato il mio manoscritto per posta elettronica. Il suo assistente lo lesse e lo passò al suo capo… Ma c’era ancora un lungo cammino prima della pubblicazione. Si trattò di un lungo processo di nervo-demolizione. L’ultima settimana, quando ero in attesa che l’editore facesse un’offerta per il libro, ho preso un sacco di caffè corretti con brandy per tutto il pomeriggio…

Il tuo romanzo d’esordio L’uomo di Berlino (Pavel & I)  è ora tradotto in Italia da Paola Merla per Longanesi. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

E ‘una storia post-bellica, ambientata in quello che fu l’inverno più freddo che Berlino abbia conosciuto a memoria d’uomo. Il fatto è che tutti si aspettavano che il primo inverno dopo la guerra si trasformasse in una catastrofe umanitaria. Non c’era carbone per il riscaldamento. Ma l’inverno del ’45 fu relativamente mite. Così la gente pensò di avere un anno intero per ricostruire, sperando che il prossimo inverno non fosse così male. Ma poi l’inverno del ’46 iniziò, e Berlino era ancora in rovina. Le storia ruota attorno a tre personaggi principali: Pavel, un dimesso soldato americano che si rifiuta di tornare a casa; Anders, un giovane scugnizzo che ruba le cose e le vende al mercato nero, e Sonia, una donna tedesca che vive con un corrotto ufficiale inglese. Un uomo che stava cercando di vendere segreti ai russi viene ucciso. E così il trio di personaggi viene risucchiato in un vero e proprio complotto da Guerra Fredda …

Pensi che Il terzo uomo di Graham Greene abbia influenzato il tuo lavoro?

Amo molto la versione cinematografica de Il terzo uomo che  avevo visto tanti anni fa, ma in realtà il libro non mi ha influenzato molto finchè il mio editore non mi ha fatto notare le rassomiglianze – a questo punto ho letto il romanzo di Graham Greene. Amo il lavoro di Greene, in particolare il cuore della questione e il fattore umano, c’è qualcosa di incredibilmente sicuro nella sua prosa, e ha un orecchio meraviglioso per il dialogo.

Che tipo di film hanno influenzato il tuo lavoro. Germania Anno Zero di Rossellini?

Ho cercato di non guardare troppi film sul periodo che stavo descrivendo. Non volevo che la creatività di altri mi influenzasse troppo. Fu solo alla fine del processo di scrittura che ho cercato attivamente film sul periodo postbellico. Germania Anno zero di Rossellini ha lasciato una profonda impressione su di me, ed è stato gratificante vedere nella sua strada un lontano eco della mia stessa banda di ladri adolescenti.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Pavel Richter?

Tutti nel romanzo si innamorano di Pavel, a volte per motivi sorprendentemente insignificanti. Io personalmente amo Pavel moltissimo, e molti dei miei lettori mi hanno scritto per dirmi quanto anche loro si sentissero legati a lui. C’è qualcosa di delicato e nobile in lui: egli è un uomo giusto in un tempo corrotto. Mi piaceva l’idea di un uomo che apparisse inadatto alla sua età – un eroe di un romanzo ottocentesco incappato in una situazione del XX secolo.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio femminile. Sonia è una sorta di dark lady? O è più simile a Ilsa Lund Laszlo di Casablanca?

Più che Ilsa, Sonia è una sopravvissuta. Per sopravvivere, ha dovuto cancellare le proprie emozioni e i propri ricordi. Tutto ciò che rimane in Sonia del periodo  pre-guerra è il suo amore per il pianoforte, è come se suonando Beethoven ciò le ricordi che, una volta, c’era una cosa chiamata civiltà. Quando incontra Pavel, si risveglia qualcosa in lei di cui diffida; lei lo percepisce come una minaccia.

Perché hai deciso di scrivere L’uomo di Berlino?

Non ho davvero deciso di scriverlo – in nessun momento mi sono seduto a pensare coscientemente, ‘Sai cosa, sarebbe una bella idea scrivere un romanzo post bellico ‘. Le prime pagine semplicemente si sono rovesciate su di me, e daallora  ho seguito la corrente ovunque mi stesse portando. Non mi piace l’idea di scrivere con la testa, si scrive con la pancia e si vede dove ciò ti porta. Se si è fortunati si finisce per scrivere un libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’uomo di Berlino?

Un anno e mezzo o giù di lì. Ma ci sono momenti, frasi, emozioni nel romanzo, che sono più vecchi del libro anche di cinque o dieci anni. Gli scrittori sono accaparratori. Ogni giorno,  si raccolgono detriti, sperando che un giorno si rivelino utili.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Dipende dai periodi. Al momento, posso solo scrivere grazie ai caffè. Così mi alzo, faccio colazione, raggiungo a piedi uno dei caffè che mi piacciono, trovo un tavolo, mi prendo una tazza grande di qualcosa di caldo, metto le mie cuffie su (ho ascoltato Beethoven per tutto  il periodo di scrittura di Pavel, e al momento ascolto Brahms) , e inizio a scrivere. Ho anche sempre con me un notebook e la mia penna preferita. Ogni volta che ho un’idea, la butto giù. Ho scritto un sacco di quaderni durante questi anni.

Ci sono attualmente progetti cinematografici legati al tuo libro? Dimmi il tuo cast ipotetico.

Ancora niente, anche se penso che si potrebbe fare un grande film. Avremmo bisogno di qualcuno tenebrosamente affascinante e intenso per il ruolo di Pavel, qualcuno come un giovanissimo Al Pacino. Non so: Cillian Murphy forse? E Marion Cotillard per Sonia? Philip Seymour Hoffman potrebbe fare un buon Fosko – se si radesse la testa!

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Günter Grass, Cormac McCarthy, Hilary Mantel, Pete Dexter, Julia Franck, Josef Skvorecky, Philip Pullman, William Gibson, Simon Armitage – l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Patrick Hamilton, Twenty Thousand Streets under the Sky del 1935. E ‘meraviglioso, un ritratto di una specie molto inglese di disperazione, triste e divertente allo stesso tempo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa  di divertente accaduto durante questi incontri.

Beh, è ​​lusinghiero essere al centro di tanta attenzione, e anche leggermente imbarazzante. Credo che molti scrittori siano persone molto riservate. Mi piace leggere in pubblico però: è bello incontrare i propri lettori. A volte sento che gli scrittori e gli editori – o gli scrittori e gli uomini di marketing – non capisco l’ un l’ altro. A volte vado a una festa in un luogo molto spettacolare – un bar alla moda, o un museo che è stato affittato per la serata – e tutte le persone del settore sono molto glamour e nel loro elemento – mentre gli scrittori invece se ne stanno rannicchiati in uno angolo, a bere drink e fare conversazioni tranquille l’uno con l’ altro. Comunque sono serate a volte anche molto divertenti.

Qual è il ruolo di Internet, nel tuo processo di scrittura, nella ricerca delle fonti  e nel marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Amo internet per diversi tipi di ragione, ma, per me, in realtà il processo di scrittura non cambia molto. Certo uso internet per cercare le cose, ma se proprio lo vuoi sapere  utilizzo ancora la biblioteca – o l’archivio. E ‘diverso per quanto riguarda il marketing. Qui Internet ha cambiato davvero le regole del gioco. Per quanto riguarda gli e-books penso che siano molto leggeri, maneggevoli, cool – ma  preferisco ancora i libri di carta. Io sono una persona tattile, mi piace la sensazione di una pagina stampata, e l’odore della carta e dell’inchiostro.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Ci sono tendenze, sensazioni, bestseller in più. Tutti gli editori sono alla ricerca dei prossimi Stieg Larsson: un libro che sarà un bestseller il  n. 1 in tutto il mondo. Ma per noi scrittori credo che non sia cambiato nulla. Dobbiamo ancora cercare di plasmare i sentimenti, le esperienze in parole, e scrivere il libro migliore che possiamo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ho un sito web www.danvyleta.com con notizie, pezzi di blog, copertine, recensioni ecc e i lettori possono scrivermi a danvyleta.website @ gmail.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio secondo romanzo, The Quiet Twin, è recentemente uscito in Canada, Regno Unito, e ora in Germania, e sono stato impegnato con i tour promozionali ma ogni volta che posso prendo un po’ di respiro, e  ora sto lavorando al follow-up!

:: Intervista con James Lee Burke a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2011

James_Lee_Burke

Salve Mr Burke. Grazie per aver accettato la mia nuova intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Alcuni anni fa ho avuto il piacere  di intervistarti e mi ricordo che era in assoluto la mia prima intervisita con uno scrittore. Raccontaci del tuo esordio. Che strada hai seguito per pubblicare? Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho finito di scrivere il mio primo romanzo edito, Half of Paradise, quando avevo ventitré anni. Poi mi ci sono voluti quattro anni per trovare un agente e un editore. Per me è sempre stato più facile scrivere che pubblicare.
Nel bel mezzo della mia carriera, ho passato trent’anni venendo pubblicato solo in tascabile. Il mio romanzoThe lost get back boogie è stato rifiutato 111 volte prima di essere pubblicato dalla Louisiana State Univerisity Press. Poi è stato candidato al Pulitzer.

Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Le arti e le lettere sono l’indice di civiltà di una società; non varrebbe proprio la pena di vivere in un mondo in cui non ci fossero. Le antiche pitture rupestri francesi dimostrano che persino le popolazioni più primitive riconoscevano all’arte un certo valore.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno hai svolto varie mansioni, negli ambiti più diversi, dall’estrazione del petrolio al giornalismo, al lavoro nel sociale, e, negli anni ’80, hai insegnato scrittura creativa alla Wichita State University. Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Qualunque lavoro permetta di pagare l’affitto va bene per uno scrittore, certo, a patto che non lo allontani dalla scrittura.

Mi piacerebbe parlare del lavoro quotidiano dello scrittore. Ci descrivi una tua giornata tipo?

Lavoro sempre, dalla mattina alla sera, e a volte fino a notte inoltrata. È l’unico modo di lavorare che conosco.

Ho chiesto a tua figlia Alafair Burke di raccontarmi qualcosa di curioso su di te e lei mi ha risposto: “Ama gli animali. Lo chiamiamo Dottor Doolittle, come il personaggio che parla con gli animali nel libro per bambini”. Che mi racconti, tu, su di lei?

Alafair è la prima giallista della famiglia. Ha iniziato a scrivere polizieschi all’età di sette anni. Il suo primo racconto era intitolato Omicidi alla pista da pattinaggio.

Il personaggio di Robicheaux è stato portato sugli schermi due volte, interpretato prima da Alec Baldwin in Omicidio a New Orleans e poi da Tommy Lee Jones in In the electric mist. Hai visto i film? Quale dei due attori ti sembra più vicino al tuo Dave Robicheaux?

Ho molto apprezzato l’impegno profuso nell’adattamento cinematografico dei miei lavori. Il giudizio sulla riuscita, be’, quello lo lascio agli altri. Ma tutti i creativi coinvolti in entrambi i progetti erano davvero pieni di talento.

Paragoniamo i due personaggi di Dave Robicheaux e di Billy Bob Holland: in cosa si assomigliano, e in cosa, invece, differiscono?

Be’, direi che hanno gli stessi valori, ma rappresentano epoche diverse. Dave, come me, è nato durante la grande depressione. È un periodo storico che non si può comprendere fino in fondo, a meno che non lo si sia vissuto.

Mi è piaciuto molto Terra Violenta, primo romanzo della serie di Billy Bob Holland, premiato nel 1998 con l’Edgar Award. Tu che ne pensi?

Penso che Terra violenta sia uno dei miei romanzi migliori. Non ho mai capito come mai non abbia avuto tutto il successo di certi miei libri ambientati in Louisiana.

Parliamo ora, in generale, dei tuoi libri. Quali sono i tuoi preferiti?

Credo che i miei lavori più riusciti siano Rain Gods, Terra violenta, L’urlo del vento, White doves at morning eL’occhio del ciclone.

Il tuo stile è fortemente realistico, linguisticamente accurato e pieno di tensione drammatica. Pensi di essere stato influenzato da autori russi quali Sholokov e Chekov?

Ammiro i russi, ma no, non ne sono stato influenzato.

Che cosa ci dici di The glass Rainbow? Sarà il tuo ultimo Robicheaux?

The Glass Rainbow ha a che vedere con la fine di un’epoca e di una generazione. Il prossimo romanzo della serie si intitolerà Feast day of fools.

So che hai un bel numero di fan; com’è la tua relazione con i lettori?

Se è bello essere un artista, è grazie a tutta la gente che si incontra. Non c’è migliore ricompensa del sapere di aver regalato a qualcuno un certo piacere estetico.

Ti piace viaggiare per promuovere i tuoi libri?

Mia moglie e io abbiamo girato per quindici anni, poi abbiamo smesso. Certo, incontravamo un sacco di bella gente, ma toccavamo trentacinque città l’anno, e alla fine ho pensato fosse meglio allentare un po’ il ritmo.

In chiusura, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il romanzo che sto scrivendo ora si chiama Creole Belle. Penso non sia niente male, ma mi sa che  non sono molto obbiettivo.

Grazie mille per avermi intervistato. Amo l’Italia, e spero di poterci tornare presto.

Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

:: Intervista con Marc Villard a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011

medGrazie Monsieur Villard  di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci parli di lei. Poeta, romanziere, scrittore di racconti, sceneggiatore. Chi è Marc Villard?

Ho iniziato a scrivere poesie a 19 anni poiché il romanzo mi spaventava troppo. Ho creduto fosse più facile scrivere poesie, e nel corso di una decina di anni ho pubblicato diverse raccolte poetiche. Quando decisi di passare alla prosa scelsi il nero, il polar, perché ero un lettore di questo genere letterario. Mi sono reso conto in seguito che l’aver scritto poesie mi aveva abituato a scrivere breve e a snellire i miei testi. Di conseguenza, mi veniva più facile il racconto o la novella, che il romanzo. Quando pubblicai il mio primo romanzo, Juliet Berto, un’attrice francese, mi chiese una sceneggiatura (Neige). Mi interessava, il rigore della sceneggiatura. Oggi preferisco scrivere sceneggiature per i fumetti, piuttosto che per cinema e televisione, è un’atmosfera più amichevole anche a livello di relazioni. Penso quindi di poter dire che come scrittore mi trovo decisamente più a mio agio con i testi corti (romanzi compresi) che con quelli lunghi.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Io sono prima di tutto un lettore. È attraverso la lettura che mi è venuta voglia di scrivere. Con la poesia, mi sono impegnato, ma ho capito presto di avere un talento limitato. I miei primi amori di lettore sono stati Jean Giono, René Char, Emile Zola e Paul Eluard.

Ci parli del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha avuto molti rifiuti?

A 20 anni ho scritto una raccolta di poesie e l’ ho inviata ad alcuni editori. Me  l’hanno accettata quasi subito, ma mi chiedevano un contributo per la pubblicazione. Questa pratica era comune, all’epoca, ma lo è meno adesso. Il mio primo romanzo noir , Légitime démence non ebbe difficoltà a uscire, perché nel 1980 gli editori francesi cercavano questo tipo di libri: polizieschi socialmente e politicamente impegnati.

Frédéric H. Fajardie, con Manchette e Vautrin, è il creatore del néo-polar, il polar di critica sociale. Si sente vicino a questa scuola di pensiero?

Mi sentivo vicino a loro, ma ho capito subito che il discorso politico nella  fiction non faceva per me. Così dal secondo libro ho cambiato registro, lavorando di più sulla storia,  sui personaggi e sul dialogo, piuttosto che sul lato sociale. La sceneggiatura mi ha spinto a un maggior rigore nella costruzione.

Ci parli dei suoi libri: Légitime démence, Corvette de nuit, La Guitare de Bo Diddley,  Quand la ville mord.  Come presenterebbe i suoi libri a un lettore che non li avesse ancora letti ?

Légitime démence è una storia segnata dall’interesse che nutrivo negli anni Settanta per la Rote Armee Fraktion tedesca. È un libro molto radicale nelle idee, ma non è il massimo da un punto di vista letterario.
Corvette de nuit  è il romanzo che tutti vogliono scrivere agli esordi. Un ritorno all’adolescenza, la periferia della mia giovinezza, il rock e un certo distacco verso la vita. Si tratta di un ritorno alle origini, attraverso il fascino che suscita in un adulto un cantante del passato caduto in rovina.
La Guitare de  Bo Diddley nasce dall’attrazione che provavo per il film di Anthony Mann, Winchester 73, in cui un fucile passa di mano in mano,  seminando la morte. Volevo riprendere questo concetto, per adattarlo al nostro tempo e alla musica. La ‘protagonista’ quindi è una chitarra di Bo Diddley trovata nella periferia parigina, che sarà rubata, venduta e regalata. Questo espediente narrativo mi permette di parlare dell’ambiente del rock e di mettere l’accento sui personaggi che abitano i quartieri poveri di Parigi e la banlieue, soprattutto i consumatori di droga, visti come esseri umani e non come delinquenti.
Quand la ville mord riprende come ambiente il quartiere parigino di Barbès, che utilizzo spesso. Si tratta di una zona di forte immigrazione, molto colorata. Due africane sbarcano in Francia per fare fortuna, e si ritrovano a fare le prostitute per pagarsi l’aereo e dei documenti falsi. Una delle due uccide il suo protettore e deve fuggire per salvarsi la vita.

Che relazione c’è per lei tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria letteraria è ciò che mi guida. Non si può partire da zero. Il romanzo noir somiglia al jazz: ci sono molti standard di grande livello, spetta ai nuovi arrivati saperli trasformare per farne delle creazioni nuove. Bisogna quindi riconoscere che dipendiamo dal passato, ma anche essere in grado di andare oltre.

Ha letto altri autori contemporanei che l’hanno influenzata?

I primi polar che hanno lasciato un segno dentro di me sono i romanzi americani degli anni Cinquanta/Sessanta, scritti da autori di secondo piano: Harry Whittington, Steve Fischer, William O’Farrell, Day Keene… Ma poi mi hanno influenzato anche tanti altri autori, come Horace Mc Coy, Jean Patrick Manchette, James Ellroy, David Goodis, Tony Hillerman, Clark Howard

Mi parli della sua città. La utilizza come sfondo dei suoi libri?

Vivo a Parigi da quando avevo 19 anni e amo vivere in un contesto urbano. Adoro l’idea di poter uscire di casa e andare a vedere un film alle 9,30 del mattino, di  trovare  dei bar aperti all’una di notte, di scegliere un concerto tra una trentina di possibilità. Amo la folla anonima, la vita rumorosa, gli amici che posso incontrare con una corsa in metrò. Nei miei libri uso spesso due quartieri di Parigi, Barbès e Les Halles. Barbès è un quartiere in cui vivono molti immigrati, di tantissime nazionalità, che costituiscono il fascino del luogo. Non è difficile immaginarlo come sfondo in cui collocare una storia noir. A Les Halles invece ci vivo io, e sotto il  Forum des Halles ci sono molte linee della metropolitana e della RER, che hanno creato un sotterraneo adatto a chi vuole parlare dei segreti sepolti sotto la città. Ho anche intenzione di lavorare su una zona chiamata Château d’ Eau, in cui lavorano molti parrucchieri africani.

Che strumenti utilizza per scrivere? La penna, la macchina da scrivere, il computer?

Per anni ho scritto a mano, ribattendo poi tutto a macchina. Ma ora scrivo tutto al computer, anche le scalette. È molto più facile.

Crede nei valori politici o è un disilluso come molte persone?

Ho sempre votato a sinistra come la maggior parte degli scrittori della mia generazione, ma non ho mai militato in un partito politico. Come tanti, sono anch’io spaventato dall’ultra-liberismo, dal razzismo, dalla crescita dell’estrema destra. Tuttavia, quando vedo le rivolte africane in corso, mi dico che abbiamo molti debiti con questi paesi. Ciò che più mi ha colpito in questi ultimi anni è il modo orribile in cui trattiamo in Francia i sans papiers, i senza fissa dimora e le donne maltrattate.

Per quanto riguarda il lavoro narrativo preferisce scrivere la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Il momento migliore è quando uno riflette sul libro. Qui, tutto è possibile e ogni giorno mi dico che scriverò un capolavoro. Poi però devo predisporre il progetto, il piano di lavoro e questo è meno divertente. La scrittura è interessante, e quello che mi affascina è la musica delle parole, e un certo modo di  scrivere a orecchio. Penso che la fonetica del testo sia importante, e questo è l’aspetto del lavoro di scrittura che mi appassiona di più. I dialoghi invece non mi pongono particolari problemi.

Un aforisma, un proverbio che le è caro.

Scrivo queste righe per debolezza.
Se fossi forte, non scriverei nulla.
Sarei il padrone dei
miei desideri e di  quelli degli altri.
Pierre Herbart.

Viviamo in un’ epoca di crisi, di recessione, la disoccupazione aumenta. Il noir è veramente la lingua dell’uomo contemporaneo?

Il noir è sempre stato una letteratura della crisi. Noi non scriviamo mica per dire che tutto va bene, che la vita è meravigliosa. Al contrario, scriviamo per dire ciò che c’è di sbagliato, ed è in questa letteratura, simile tutto sommato al giornalismo, che la società si riflette meglio.

Mi descriva la sua giornata di scrittore…

Mi alzo presto, faccio colazione e scrivo come faccio ora. Smetto a mezzogiorno e vado spesso a pranzo con amici. Nel pomeriggio faccio una passeggiata, per poi riprendere a lavorare verso le 18. La sera, leggo. Ascolto anche  tanta musica, ma non mentre scrivo. A volte al pomeriggio guardo un DVD, ma solo per divertimento.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Quand la ville mord sta per passare in televisione su Arte, e questa settimana devo vedere  un regista che sta lavorando a un cortometraggio tratto da uno dei miei racconti, intitolato L’ami de passage.

Quali sono i suoi autori preferiti?

John Fante, Kem Nunn, Allen Ginsberg, Valeria Parrella, Quim Monzò, Richard Lange, Raymond Carver, Pete Fromm, Niccolò Ammaniti, Pierre Autin-Grenier, Craig Davidson, David Lodge.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Le Signal (* il titolo originale è The Signal, del 2009) di Ron Carlson eTijuana Straits (*id., 2004 – entrambi i titoli sono inediti da noi, salvo errori) di Kem Nunn.

Come possono contattarla i suoi lettori?

Ho un sito-blog: www.marcvillard.net e i lettori a volte mi lasciano messaggi. Spesso sono bambini, perché ho scritto due libri per bambini. Inoltre partecipo a molti festival letterari che si tengono in Francia, a presentazioni e incontri sia nelle librerie che nelle biblioteche, tutte occasioni per conoscere i miei lettori. Mi piacciono i dibattiti e sono decisamente uno scrittore che non sta fermo (sto per partire per Tangeri).

Infine, nel salutarla e ringraziarla per la sua disponibilità, l’ultima domanda. A cosa sta lavorando in questo momento?

Ho completato un romanzo di 120 pagine intitolato Branchés à la source, in cui diversi destini si incrociano, a Barbès, intorno all’assassinio di una professoressa di disegno. E sto finendo un albo a fumetti insieme a Jean-Philippe Peyraud,  per l’editore Glénat..

:: Recensione di Missione in Alaska di Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2011

1Merda. Dovrò anche cambiare lo pneumatico. Ma posso fare anche quello. Marv Pushkin può farlo. Marv Pushkin può fare tutto, perché è in armonia con l’universo. Marv Pushkin trionfa. Sempre.

Marv Pushkin, uno yuppie come si diceva qualche anno fa,  maschio, bianco, americano, manager di successo, giovane, bello, sexy, ricco, griffatissimo dalla calza alla mutanda, piace alle donne, cazzo, chiedete a Marcia del Controllo Prodotti, una sventola da paura, un sollazzo per il suo Walter, pensa bene che per accrescere ancora di più il suo potere, per contare di più all’interno dell’azienda, per fare parte della ristretta enclave dei dirigenti che contano, quelli per intenderci che per consolidare il loro affiatamento vanno in Tailandia in gita premio a sniffare e scopare come conigli, cosa c’è di meglio che esibire una testa d’orso impagliata nel suo super accessoriato ufficio e così carico di adrenalina e testosterone a mille organizza lui e la sua squadra una battuta in Alaska a caccia del prezioso Orso bruno americano. Direte voi che c’è di male? Sana avventura, contatto con la natura, gioco di squadra, il non plus ultra delle più moderne tecniche per motivare un team. Bene, diciamo che non tutto va esattamente come previsto e il nostro eroe si ritrova incastrato sotto il suo Suv, dannato cric, con i piedi in balia del concupito orso, che da orso cosa può fare se non mangiarglieli sgranocchiando cartilagini, tendini, ossa e compagnia cantando. Pensate che il nostro Pushkin si demoralizzi, niente affatto. Marv Pushkin sa che arriveranno i soccorsi, sa che l’elicottero  del Search e Rescue atterrerà e lo toglierà dai guai e poi due piedi bionici e via verso il suo luminoso futuro. Apoteosi del grottesco, allucinato e dissacrante ritratto dell’uomo medio americano, intossicato di consumismo, di gadget, di antidolorifici, figlio del Pensiero Positivo, dell’ottimismo a tutti costi Missione in Alaska di Mykle Hansen edito in Italia da Meridiano Zero e tradotto con una sorta di allegra e stralunata complicità da Francesco Francis è decisamente un libro surreale, ogni pagina contiene dosi di bizzarro umorismo capace di strappare tutta la vasta gamma di  manifestazione di piacere dalla ghignata sommessa alla risata sperticata. Hansen sicuramente è un tipaccio, su nelle foreste dell’Oregon a Portland dove vive ne avrà visti di Marv Pushkin, vestiti a capo a piedi in tuta mimetica di Ralph Lauren, affrontare una battuta di caccia o una seduta di pesca al salmone e da cosa nasce cosa, l’umorismo è contagioso e straripa nel ridicolo di un mondo, di una società senza più anima, in cui la superficialità, il gretto materialismo, la stupidità esibita come uno status sociale, fanno i loro danni e portano le loro funeste e tragicomiche conseguenze. Hansen è cattivo, sporco, scorretto e geniale e lascia al lettore la consapevolezza che se ci sono davvero persone come Marv Pushkin, si può ancora ridere, che un’ autentica risata è l’unico antidoto che ci rimane, prima della catastrofe.

Mykle Hansen, scrittore e performer specializzato in narrativa surreale e satirica, vive a Portland, nell’Oregon, ed è il brillante autore di romanzi culto come Eyeheart Everything, Rampaging F*ckers of Everything in the Crazy Shitting Planet of the Vomit Atmosphere (Wonderland Book Award 2008).
È inoltre musicista, batterista, programmatore informatico, scultore, falegname, ciclista, cultore delle arti marziali, nonché amante del tofu alla piastra.

:: Recensione di Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2011) a cura di Giulietta Iannone

21 aprile 2011

imagesCi sono più cose in cielo e in terra che in un rapporto su un caso di omicidio.

Il Maestro Operaio Huang, mentre fa jogging alle prime luci dell’alba in una Shanghai invernale e oscura, si guarda intorno disarmato, tutto sta cambiando intorno a lui: dove sono finite le vecchie biciclette simbolo di uguaglianza e di efficienza?, ora i clacson delle auto strombazzano all’impazzata ad ogni ora del giorno e della notte, mentre nel cielo gli scheletri di alte grù sono all’opera nei nuovi cantieri dove si costruiscono gli ennesimi complessi residenziali per nuovi ricchi.
Poco più lontano, la sua vecchia casa in stile shikumen, dove aveva abitato assieme a un’altra dozzina di famiglie di operai, stava per essere rasa al suolo per far posto a un grattacielo.
Ormai sono i ruggenti anni Novanta, tempi nuovi di trasformazione: nei chioschi si vendono bibite dai nomi stranieri Coca Cola, Pepsi Cola, Sprite.  La Cina socialista è finita in mano ai cani capitalisti come dicono i ritornelli delle canzoncine alla moda. E Huang ormai settantenne anche se ancora in buona salute è un rudere, un sopravvissuto. Sono finiti i tempi gloriosi in cui era considerato un Lavoratore Modello, o un membro autorevole di una Squadra di Propaganda del Pensiero di Mao Zedong durante la Rivoluzione Culturale. Ora non è più nient’altro che un pensionato di un’acciaieria statale sull’orlo della bancarotta.
Mentre corre borbottando tra sé scopre il cadavere abbandonato di una ragazza e la cosa che lo colpisce di più è l’abito che indossa in stile mandarino: un qipao rosso simbolo un tempo di borghese decadenza e ora di gran moda tra i ricchi della città. Huang non ha dubbi non può che essere l’opera di un maniaco sessuale, l’ assassino del qipao rosso.
Dopo il primo ritrovamento altre ragazze vengono uccise e abbandonate negli angoli più trafficati della città con indosso quell’insolito abbigliamento e ben presto lo spettro del serial killer inizia a ingrandirsi inquietante nelle menti sovreccitate dei responsabili politici e degli alti papaveri della polizia.
Il caso viene affidato in tutta fretta alla squadra casi speciali  e chi se non l’ispettore capo Chen Cao del Dipartimento di polizia di Shanghai può far luce sull’inquietante mistero che sembra compromettere il buon nome stesso del Partito.
Chen accetta ma a malincuore, infondo lui amerebbe di più occuparsi di letteratura e conseguire il suo master in santa pace, ma non ha alternativa. Sfuggito per un pelo ad un caso spinoso di corruzione non ha altra scelta che trovare il colpevole prima che uccida ancora e per farlo dovrà rinvangare il passato, e far luce sugli episodi più buoi e controversi della Rivoluzione Culturale dove tutto sembra avere avuto inizio.
Di seta e di sangue di Qiu Xiaolong, quinto libro della serie dell’ispettore Chen Cao, è un classico police procedural incentrato sulla figura dell’ispettore protagonista e impreziosito da un’accurata analisi politica e sociologica della Cina contemporanea.
Un romanzo impegnato per certi versi che l’autore dedica al fratello Xiaowei: A mio fratello Xiaowei se non avessi avuto fortuna, ciò che accadde a lui durante la Rivoluzione Culturale sarebbe potuto capitare a me.
Attento ai dettagli e alla consequenzialità degli eventi Xiaolong affida alla deduzione e all’intuito del personaggio principale e della sua squadra la risoluzione del caso concentrando tutto nel finale per certi versi drammatico anche se è più che evidente già a metà del libro il colpevole. Questo sicuramente allenta la suspence che non sembra l’obbiettivo primario dell’autore più attento invece ad analizzare le motivazioni psicologiche dei personaggi, soprattutto del colpevole visto a sua volta più come una vittima che un efferato assassino.
Ciò che conta davvero per l’autore è tratteggiare i cambiamenti avvenuti nella società cinese, denunciarne i mali come la corruzione endemica soprattutto politica, la mancanza di etica dei nuovi ricchi disposti a tutto per il dio denaro, l’incapacità di un’ onesta e obbiettiva revisione storica della Rivoluzione Culturale.
Non manca infine un certo lirismo tipicamente orientale asciutto e non sentimentale che lascia il lettore piacevolmente affascinato.
Consigliato a chi ama i polizieschi classici e soprattutto la Cina, ne emerge un suo ritratto fedele e realistico ma anche pieno di struggente bellezza.

Xiaolong Qiu, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Oltre alle inchieste dell’ispettore Chen, pubblicate in trenta paesi, già adattate per una popolare serie radiofonica della Bbc e presto anche per una serie televisiva, di Qiu Marsilio ha pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao. www.qiuxiaolong.com/

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara dell’Ufficio stampa Marsilio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.