:: Un tenace combattente purtroppo dimenticato: GIOVANNI MILLIMAGGI ANTIFASCISTA E COMUNISTA LIBERTARIO DI SICILIA a cura di Antonio Catalfamo

24 novembre 2023 by

Affrontò con coraggio il confino e il carcere. Si batté per una Sicilia indipendente e ispirata ai principi del comunismo

Il revisionismo storico, oggi dominante in Italia, opera subdolamente a vari livelli. Finché può, fa cadere nell’oblio assoluto i personaggi scomodi. Quando ciò non è più possibile, dà un’interpretazione deformante del loro pensiero e della loro azione, cerca di renderli funzionali al sistema, di fagocitarli, di metabolizzarli, attraverso una versione aggiornata di quella che Gramsci ebbe a definire «rivoluzione passiva». Una «rivoluzione senza rivoluzione», che consiste nell’assorbire tutte le spinte innovative, deformandole, privandole della loro carica rivoluzionaria, omologandole al potere e alla sua rete propagandistica, dando vita a quella che proprio Gramsci, con sottile ironia, chiamò «la notte in cui tutti i gatti sembrano bigi», creando un guazzabuglio, un inquinamento linguistico, un caos ideologico, in cui si può dire tutto e il contrario di tutto e il cittadino comune finisce per confondersi, per non capire più nulla, addirittura per rinunziare a capire. Il risultato è il buio totale, l’annichilimento delle coscienze, il nichilismo indotto, il fenomeno dei cervelli all’ammasso.

In questo clima inquinato, possiamo dire che, tutto sommato, Giovanni Millimaggi è stato “fortunato”. L’apparato “culturale” ed “ideologico” del sistema si è accontentato di ignorarlo, forse perché il suo pensiero e la sua azione, così ostili alla logica reazionaria, non sono omologabili ad esso, nella sua fase del «tecnofascismo», secondo la felice definizione di Pasolini, che in essa includeva anche certo antifascismo di comodo e di maniera, pur esso coinvolto nell’opera di omologazione all’ “ideologia” del potere, del capitalismo giunto nella sua fase “matura”, che potrebbe coincidere con la sua fine, oppure protrarsi per secoli, così come avvenne con la crisi dell’impero romano, che durò tanto a lungo da sconfinare nella follia di Caligola, che nominò senatore il proprio cavallo, e in quella di Nerone, che fece incendiare Roma per innalzare il suo canto, con grande sacrificio delle masse popolari.

Le epoche storiche durano finché non si afferma come forza antagonista una classe sociale e politica alternativa a quella imperante. E in questo momento il movimento operaio si trova in una fase di notevole difficoltà che gli impedisce di soppiantare al potere la borghesia, nonostante quest’ultima abbia esaurito la sua spinta propulsiva.

Ora un volume biografico, scritto dal nipote Daniele, dirada finalmente la cortina di silenzio che ha avvolto per decenni la figura di Giovanni Millimaggi. Il titolo è già significativo: Un uomo libero. La storia di Giovanni Millimaggi (Youcanprint, Lecce, 2020). Esso ci permette di ricostruire le varie tappe del pensiero e dell’azione del Nostro.

Giovanni Millimaggi nasce l’11 gennaio 1887 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nell’ambito di una famiglia benestante di proprietari terrieri, che, successivamente, si vede costretta, per vicissitudini finanziarie, a cedere i propri possedimenti, diffusi nel comune di Castroreale e in quelli limitrofi, per trasferirsi nel capoluogo. Qui il Nostro inizia l’attività di insegnante elementare e pubblica alcuni articoli di pedagogia su riviste specialistiche. Si accosta al pensiero socialista e collabora a vari periodici locali: «La Provincia socialista», «Germinal», «Il Canonico Mazza», accanto ad autorevoli esponenti del mondo politico e culturale del calibro di Concetto Marchesi, Gaetano Salvemini, Giovanni Pascoli, che ebbero esperienze di insegnamento all’Università di Messina, e Ludovico Fulci, deputato radicale al Parlamento nazionale.

Collabora altresì al periodico anarchico «Il Risveglio», che vanta tra i suoi collaboratori Piero Gori.

Nel 1921, a seguito della scissione di Livorno all’interno del Partito socialista, si avvicina al Partito comunista d’Italia, pur non essendo iscritto, condividendone la prospettiva rivoluzionaria.

Nel 1925 consegue la laurea in Giurisprudenza, presso l’Università di Messina, e inizia a frequentare lo studio dell’avv. Luigi Fulci, docente di Diritto penale nello stesso ateneo. I due sono accomunati da una visione laica d’impronta positivista. Millimaggi si dedica intensamente alla professione di avvocato, ma le forze dell’ordine seguono i suoi movimenti, anche se alcune informative riservate rilevano che per il momento non svolge attività sovversiva, pur conservando le sue idee comuniste.

Il 24 marzo 1930, la Prefettura di Messina segnala che il Nostro si è trasferito a Milano, ove svolge l’attività di legale dell’Istituto Contenzioso Commerciale. A distanza di alcuni mesi, la Prefettura di Milano conferma il trasferimento di Millimaggi nel capoluogo lombardo e sottolinea che, nonostante la persistenza dei suoi ideali politici, non risulta che sia tra i capi del comunismo milanese. In realtà, egli prende contatto con gli ambienti antifascisti. Difatti, l’apparato poliziesco, sempre vigile, nel 1932 rileva il suo attivismo, lo cataloga, questa volta, tra i capi dei comunisti milanesi e riscontra il suo impegno come reclutatore di corrieri tra i fuoriusciti e gli antifascisti rimasti in patria.

Nel 1933, il commissario della Polizia politica, Renzo Mambrini, si infiltra nella rete antifascista clandestina. Riesce ad incontrare Millimaggi spacciandosi probabilmente per un collega avvocato. In una relazione riferisce che il Nostro, nel conversare con lui, utilizza spesso argomentazioni mediocri, finge di avere idee confuse sul comunismo, sospettando la falsa identità del suo interlocutore, ma in realtà è «persona dotata di facile eloquio, di buona cultura giuridica». Il commissario Mambrini lo cataloga, dunque, come «un sovversivo a tendenze comuniste» (p. 49).

Il cerchio della polizia si stringe, dunque, intorno a Giovanni Millimaggi. Si arriva all’epilogo a fine aprile 1933. Da lì a poco scatta la trappola. Egli viene arrestato mentre, assieme ad alcuni compagni, si appresta a fare le prove per una trasmissione radio di propaganda antifascista da effettuarsi in occasione della ricorrenza del Primo Maggio, che il regime fascista aveva abolito come festa dei lavoratori, sostituendola con uno rispolverato e fittizio Natale di Roma, coincidente con la fondazione leggendaria della Capitale, nel 753 a. C. Il discorso celebrativo avrebbe dovuto leggerlo proprio Giovanni Millimaggi. Quest’ultimo, tratto in arresto con gli altri, viene condotto nel carcere milanese di San Vittore e sottoposto a duri interrogatori, in cui viene minacciato di morte con una rivoltella puntata alla tempia, in una sorta di roulette russa. Ma le minacce e le violenze degli aguzzini non piegano la sua fede. Così, con ordinanza della Commissione provinciale del 28 luglio 1933, Millimaggi viene assegnato al confino di Ponza con la seguente motivazione: «Organizzazione comunista: tentativo di impiantare una radio trasmittente per lanciare un messaggio in occasione del 1° maggio» (p. 60).

Giunto a destinazione, viene accompagnato in un camerone, che funge da alloggio per i confinati, in cui sono allineati come giacigli pagliericci infestati da cimici e altri parassiti. Millimaggi, assieme ai compagni, cerca di adattarsi alle condizioni confinarie. Vengono organizzati gruppi di studio, nei quali ognuno tiene lezioni in base alle proprie competenze per materia. Ben presto, però, questa attività viene vietata dalle autorità, perché considerata strumento di diffusione e perfezionamento delle idee sovversive, soprattutto a beneficio dei meno scolarizzati, che avevano l’occasione di formarsi politicamente e culturalmente all’ «università del carcere», secondo la definizione ironica (ed autoironica) di Gian Carlo Pajetta. Anche la richiesta di Millimaggi di dare lezioni private ai bambini del luogo, in quanto già insegnante elementare, viene rifiutata.

Il Nostro prende contatti con i confinati comunisti, organizzati in una struttura politica che a lui sembra troppo rigida: il Comitato Direttivo. In un primo momento viene ammesso ad una struttura collaterale, che raggruppa i «simpatizzanti», ma ben presto si allontana anche da questa, costituendo un gruppo di confinati che, pur vicini al Partito comunista, rivendicano la loro autonomia di giudizio e mantengono aperto il confronto anche con confinati di altre idee politiche, soprattutto di ispirazione anarchica (ma non solo).

In Millimaggi prevale la componente libertaria, che contrassegna la sua visione del comunismo, comportando il ripudio di ogni dogmatismo ideologico e di ogni rigidità organizzativa, imperniata sul concetto di «centralismo democratico». Perciò egli si confronta con dirigenti del Partito comunista italiano del calibro di Giorgio Amendola, ma è geloso della propria autonomia.

Nel febbraio del 1934, Millimaggi ottiene il ricongiungimento della famiglia a Ponza. Egli si rivela ben presto un confinato riottoso, classificato tra gli irriducibili. Partecipa ad alcune forme estreme di protesta, come quella contro il sequestro della corrispondenza non proveniente da familiari molto stretti. Scoppia così lo sciopero della corrispondenza. Millimaggi viene considerato tra i partecipanti «più pericolosi» (p. 70), assieme a Giorgio Amendola e ad altri esponenti di spicco dell’antifascismo confinario. La protesta sembra ottenere qualche risultato positivo, ma ordini tassativi dall’alto impongono alle autorità locali di non cedere ai rivoltosi. Un telegramma proveniente dal Ministero ordina l’arresto di tutti i partecipanti alla protesta (circa un centinaio).

Giovanni Millimaggi è, inoltre, destinatario di un ordine personale di arresto per non aver ottemperato agli obblighi del confino, in quanto, il 31 ottobre del 1933, «non rispondeva all’appello delle ore 11» (p. 71). Viene assolto da questa imputazione per insufficienza di prove. Seguono altre proteste dei confinati, determinate dal sopravvenuto divieto di prendere camere in affitto dai residenti locali e di gestire mense comuni, che vengono affidate d’imperio alla Direzione confinaria.

Nel 1935 Millimaggi viene arrestato per aver partecipato ad una protesta collettiva di 300 confinati e trasferito al carcere napoletano di Poggioreale per il processo. Anche qui le brande sono infestate da parassiti. Il Nostro viene condannato a 12 mesi. La pena viene successivamente ridotta a 8 mesi.

Il 26 ottobre 1935 Millimaggi rientra a Ponza e ottiene il ricongiungimento della famiglia. Si rinsalda l’amicizia con Giorgio Amendola, che gli presenta Sandro Pertini. Il rapporto d’amicizia si estende alle famiglie. Maria Cristina Millimaggi, moglie di Giovanni, e Germaine Amendola, moglie di Giorgio, si frequentano anch’esse.

Il 29 dicembre 1936 Giovanni Millimaggi, mentre si trova a Messina, dove viene accompagnato per far visita alla figlia maggiore, gravemente ammalata, viene raggiunto dalla comunicazione che ha finito di espiare il confino inflittogli nel 1933. Ma viene inserito nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze.

A Messina il Nostro riprende l’esercizio della professione di avvocato e i contatti con gli amici antifascisti. Partecipa alle loro riunioni clandestine. In occasione della visita del duce in città, Millimaggi viene condotto cautelativamente in carcere, come prevede la normativa precauzionale che lo riguarda.

Le sue disavventure non finiscono qui. Il 16 giugno 1937 egli viene accusato di attività disfattista e di aver festeggiato il Primo Maggio. Dopo essere stato trasferito nelle carceri cittadine, viene assegnato ad altri quattro anni di confino a Ponza, dove arriva il 4 agosto. Nel 1938 viene accusato nuovamente di aver festeggiato il Primo Maggio e condannato a due mesi di reclusione da scontare nel carcere mandamentale dell’isola.

Il 30 settembre 1938 Millimaggi viene trasferito da Ponza ad Amantea, in Calabria. Anche qui viene raggiunto dalla famiglia. Egli fa propaganda contro la guerra, scoppiata nel 1939, e viene trasferito a Spezzano della Sila. Qui abita nella villa messa a disposizione sua e della famiglia dall’avvocato Fausto Gullo, antifascista calabrese, già deputato nel 1924, la cui elezione venne revocata dal fascismo, e, nel secondo dopoguerra, più volte eletto in Parlamento e nominato anche ministro, varando importanti riforme a favore dei contadini.

Per altri atti di disobbedienza e per scontri con le autorità confinarie, determinati da provocazioni delle stesse nei confronti suoi e di familiari, il 10 ottobre 1940 viene trasferito a Carolei, che rappresenta il periodo di regime confinario più duro per lui, a causa della sua propaganda palese contro la guerra e le sue conseguenze disastrose per il popolo italiano.

L’effetto inevitabile di questo comportamento oltraggioso nei confronti del regime è l’ennesimo trasferimento, questa volta a Venosa, in Basilicata.

Il 15 giugno 1941, in coincidenza con la fine di assegnazione al confino, egli viene prima trattenuto a Venosa come «internato» e poi trasferito, nel 1942, come «sovversivo pericoloso», a Lagonegro (p. 123), sempre in Basilicata. Alla fine dello stesso anno, viene autorizzato a tornare a Messina con il resto della famiglia. Intanto, le condizioni di salute della moglie Maria Cristina si sono aggravate, tanto da determinarne la morte.

L’ulteriore trasferimento previsto a Ventotene, il 22 gennaio 1943, viene revocato, a causa dell’età avanzata, e Millimaggi viene immediatamente liberato, anche se pesa ancora a suo carico un provvedimento di ammonimento.

L’attività intellettuale e politica di Giovanni Millimaggi continua instancabile. Riprende l’attività forense, alla quale affianca quella di docente di Diritto presso l’Istituto Nautico «Caio Duilio» della città.

Egli si accosta da comunista alle idee indipendentiste. Nel marzo del 1943 i figli Libero e Spartaco danno vita al «Movimento Sicilia Libera», d’ispirazione antifascista e repubblicana, che, differenziandosi dal separatismo, prospetta l’ipotesi di una Sicilia indipendente all’interno di una confederazione di Stati. Al movimento, oltre a Giovanni Millimaggi, aderiscono personaggi di spicco della politica messinese, come Umberto Fiore, anch’egli antifascista e comunista. Ma il raggruppamento politico si presenta composito, a causa delle diverse idee politiche dei partecipanti, e, conseguentemente, frammentato. L’idea comune di una Sicilia indipendente, evidentemente, non basta come cemento unitario. Inoltre, esso viene ostacolato dagli anglo-americani, che entrano in Sicilia nel luglio del 1943 e che, dopo aver pensato di esercitare un protettorato speciale sull’isola o, addirittura, ad un’annessione, come cinquantunesima stella degli Stati Uniti, con il sostegno, neanche tanto paludato, della mafia, che favorisce il loro sbarco, si convertono all’idea dell’accorpamento della Sicilia allo Stato italiano, in un rapporto di vassallaggio nei confronti del padrone d’oltreoceano.

Il «Movimento Sicilia Libera» è costretto, dunque, a sciogliersi. Nel 1944 Giovanni Millimaggi fonda il Partito comunista siciliano, che pubblica, il 1° gennaio dello stesso anno, un numero unico, «L’Indipendenza Siciliana», che enuncia il programma: «quello del popolo siciliano che vuole decidere il proprio destino» (p. 130). Questo programma viene ulteriormente precisato in un documento emesso in occasione della visita a Messina della Commissione Centrale Sovietica, che il gruppo dirigente del Partito comunista siciliano non può incontrare, a causa del veto posto dal Partito comunista italiano, rappresentato da Umberto Fiore.

Si legge in questo documento programmatico: «I comunisti siciliani lavorano per la costituzione di una Repubblica siciliana indipendente e democratica, la quale permetta la formazione, con lo sviluppo industriale dell’isola, di un proletariato allineato con il proletariato internazionale per le comuni lotte, le comuni conquiste» (p. 131).

Successivamente il Partito comunista siciliano confluisce nel MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), fondato da Andrea Finocchiaro Aprile, avvocato, giurista, docente universitario di Storia del diritto, già sottosegretario del governo Nitti, eletto parlamentare all’Assemblea Costituente.

Giovanni Millimaggi ricopre un ruolo di rilievo nel MIS, tanto che nel primo Congresso Nazionale, svoltosi a Taormina il 20 ottobre 1944, che definisce le linee guida del movimento, si vede assegnata una delle relazioni centrali sul tema: «Organizzazioni economiche e proletarie aderenti al movimento» (p. 133).

Nel 1946 il Partito comunista siciliano si scioglie e molti dei suoi componenti rientrano nelle file del Pci messinese, iscrivendosi soprattutto alla sezione «Antonio Gramsci», una delle più attive della città dello Stretto.

Giovanni Millimaggi, alle elezioni amministrative dello stesso anno, viene eletto consigliere comunale proprio nelle liste del Pci che, con 7.582 voti, ottiene il 15,36% dei suffragi, collocandosi al quarto posto, dopo l’exploit del Movimento dell’Uomo Qualunque (31% dei voti), i partiti conservatori (Pli e Pdl) e la Democrazia cristiana.

Ben presto emergono, però, i contrasti di Millimaggi con il gruppo dirigente della federazione del Pci messinese che portano alla sua espulsione, assieme ad un altro consigliere comunale, nel maggio del 1947, motivata con l’accusa di «frazionismo». Ancora una volta, emerge la componente libertaria del pensiero comunista di Giovanni Millimaggi, che non può essere imbrigliata col «centralismo democratico», che diventa «centralismo burocratico», cioè asservimento del partito al volere di un gruppo di burocrati che si sostituiscono, come élite dominante, al corpo complessivo rappresentato dagli iscritti e dai simpatizzanti, che finiscono per essere privati di ogni potere decisionale.

Giovanni Millimaggi chiede invano un’inchiesta al vertice nazionale del partito sulla sua espulsione e sul modo di operare in generale del gruppo dirigente della federazione messinese, facendo leva sulla propria storia e sul proprio prestigio di vecchio combattente e perseguitato antifascista.

Così completa il suo mandato consiliare fuori dal partito. Muore una mattina di agosto del 1953. Al funerale partecipa una folla numerosa e commossa, che rende omaggio al combattente coraggioso e sempre coerente con le proprie idee di comunismo libertario.

Oggi non basta fermarsi al ricordo di una figura limpida che appartiene al passato. Molti spunti di riflessione ci vengono dal pensiero e dall’opera di Giovanni Millimaggi. Il suo libertarismo e il suo antidogmatismo ci offrono degli elementi per capire la crisi, prima, e il tracollo, poi, dei regimi comunisti dell’Est europeo, che sono stati vittime del burocratismo, dopo la grande fase ideale della rivoluzione, sotto la guida di Lenin e di Stalin, alla quale è seguita la rivincita dell’apparato burocratico, propiziata dall’avvento al potere, nello Stato sovietico e nel partito, di Krusciov, che ha tolto ogni slancio ideale al sistema comunista.

Anche la soluzione indipendentista prospettata da Giovanni Millimaggi merita di essere analizzata e discussa, senza pregiudizi, alla luce degli effetti nefasti del regionalismo burocratico che è prevalso di fatto, in quanto alla Costituzione formale si è sostituita una Costituzione materiale, che l’ha stravolta.

Giustamente Ludovico Geymonat (La civiltà come milizia, Città del Sole, Napoli, 2008) ha rilevato che lo stesso Togliatti ha contribuito a questo stravolgimento con l’amnistia, concessa come Guardasigilli nel governo di unità nazionale formatosi in Italia nell’immediato secondo dopoguerra, che ha lasciato al loro posto i burocrati dell’epoca fascista, che hanno perpetuato i loro metodi e i loro vizi.

Ma lo stesso impianto regionalista in sé è discutibile. Occorre domandarsi se non fosse stato meglio dare all’Italia, sin dall’inizio, un impianto federalista, come proposto da Carlo Cattaneo in contrapposizione a Cavour, che ha imposto l’unità d’Italia sotto il dominio sabaudo, annettendo il Meridione in condizioni di inferiorità.

Anche Gramsci era un convinto federalista, così come Emilio Lussu, Carlo Levi e Silvio Trentin. Naturalmente, costoro erano portavoce di un federalismo di stampo socialista, solidaristico, che nulla ha a che fare con il federalismo egoistico di Bossi e poi di Salvini, che viene portato avanti dopo che il Sud è stato dissanguato delle sue risorse dal Nord, dove l’industrializzazione si è fatta con i soldi di tutti, riservando al Meridione l’offa dell’assistenzialismo e il ruolo di mercato di sbocco dei prodotti industriali provenienti dalle regioni settentrionali e centrali. E allora il pensiero di Giovanni Millimaggi s’inserisce in questo filone fecondo della sinistra italiana, del comunismo e del socialismo non burocratizzati.

Va approfondita anche l’adesione del Partito comunista siciliano di Millimaggi al Movimento indipendentista siciliano di Andrea Finocchiaro Aprile. E’ un’immagine riduttiva e deformante quella che si offre dell’indipendentismo siciliano come succube della mafia. Esisteva una forte componente di sinistra del movimento, rappresentata da uomini come Antonio Canepa, docente universitario di dottrine politiche, capo dell’esercito separatista (Evis), morto in circostanze misteriose, in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, non si sa fino a che punto casuale, come Antonino Varvaro, che poi sarà eletto all’Assemblea regionale siciliana nelle file del Pci, e come lo stesso Giovanni Millimaggi, le cui idee comuniste sono indiscutibili.

Persino Andrea Finocchiaro Aprile, in un discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 19 luglio 1946, delineò una prospettiva rivoluzionaria di tipo social-comunista per la Sicilia.

Il pensiero e l’opera di Giovanni Millimaggi sono, dunque, ancora fecondi e meritano di essere studiati ed approfonditi.

:: Tre libri per te

24 novembre 2023 by

Katowice, Bassa Slesia. Krystyna, poliziotta in pensione, conduce una vita monotona. A distanza di molti anni un avvenimento però continua a tormentarla: la scomparsa del fratello Romek, avvenuta durante una gita sui Monti Tatra nel 1963. Della sfortunata comitiva di cinque amici era tornato solo Jacek che, sospettato di aver causato la morte dei compagni, aveva fatto perdere le sue tracce. Un bel giorno Krystyna lo rivede e scopre che l’uomo ha assunto una nuova identità. Decidi di seguirlo e farlo confessare. Una protagonista caustica e lontana dagli stereotipi per un giallo coinvolgente che parla anche di vecchiaia, solitudine e famiglie che vanno in pezzi.

AnnaKańtoch (Katowice, 1976) tra le voci più eclettiche e talentuose della letteratura polacca contemporanea, è autrice di una vasta produzione narrativa che le è valsa numerosi premi. In Italia sono stati pubblicati Buio (Carbonio, 2020) e Gli incompiuti (Moscabianca Edizioni, 2023).    La primavera degli scomparsi , primo volume di una trilogia, ha ricevuto nel 2021 il Nagroda Wielkiego Kalibru come migliore romanzo poliziesco polacco.

Wenling, originaria della Cina, a Barcellona gestisce con il marito un centro estetico che è il cuore nevralgico del quartiere Gràcia. Una regista di documentari stravagante e curiosa, manicure dopo manicure, instaura con Wenling una profonda amicizia alimentata dai mille problemi di una società che continua a ostacolare l’integrazione ea favorire il pregiudizio.

Nata nel 1975 a Sabadell Gemma Ruiz Palà esordisce in narrativa nel 2016 con il best seller Argelagues . Nel 2020 pubblica il suo secondo romanzo, da Wenling , e nel 2022 vince il Premio Sant Jordi con Les nostres mares .

Ana trascorre ogni estate su un’isola della Dalmazia affidata alle cure della nonna Nada, ex partigiana di Tito, che proibisce alla nipote di parlare in tedesco, la lingua di suo padre, la lingua dell’Austria. Due lingue, due luoghi, un padre assente, una nonna ammirata e temuta, il fantasma della Seconda guerra mondiale: tutto questo compone il tessuto di un romanzo potente e mai scontato.

Nata a Zagabria nel 1973, Anna Baar dal 2012 pubblica racconti, saggi e poesie. Il colore della melagrana uscito nel 2015 è il suo primo romanzo. Nel 2022 ha ricevuto il Grosser Österreichischer Staatspreis, il più alto riconoscimento in ambito culturale in Austria.

:: Il rumore del ghiaccio di Peter May (Einaudi 2023) a cura di Valerio Calzolaio

24 novembre 2023 by

Scozia, Kinlochleven e Glasgow. Novembre 2051. In gaelico loch è lago, kin è testa. Da oltre sei anni la minuta giovane meteorologa Adele Addie Brodie, lunghi capelli castani e maliziosi occhi dolenti, vive in quel piccolo insediamento a un capo del Loch Leven, bacino glaciale sotto le alte montagne scozzesi Mamores; in mezzo alle tempeste di gelo gestisce varie piccole stazioni meteorologiche; si è sposata con il 30enne agente di polizia Robert Robbie Sinclair; risiedono appartati con il figlio Cameron. I cambiamenti climatici hanno ormai già prodotto il Grande Cambiamento: lì prima i punti dove la neve durava a lungo erano diventati sempre più rari, quasi scomparsi circa trenta anni addietro; ora sono ricomparsi e in aumento anche durante i mesi estivi, la neve alterna scioglimenti e ricongelamenti fino a diventare dura come il ghiaccio e impenetrabile alle temperature estive. Lei soffre di depressione e un giorno scopre addirittura un cadavere maschile a testa in giù e incastonato nel ghiaccio, urla. Non che il padre detective Cameron Cam Iain Brodie (aprile 1996) stia meglio a Glasgow: l’ecosistema metropolitano è parimenti sconvolto dalle acque e a lui è stata appena confermata una diagnosi di malattia terminale (cancro alla prostata, metastasi in espansione). Con la figlia non si sentono da tempo immemorabile: lei è fuggita lontano convinta che fosse lui a tradire la madre Mel morta suicida, mentre era esattamente il contrario. A Brodie propongono di andare a indagare sull’omicidio: prima rifiuta, poi decide d’improvviso di correre un’ultima volta incontro al proprio destino, lascia il bravo collega Tiny e parte per quelle aspre lande quasi spopolate. Affronterà un’intricata catena di uccisioni, la vittima era il giornalista Charles Younger e forse aveva scoperto qualcosa di “scottante” sul governo in carica.

Il nuovo bel romanzo dell’ottimo giornalista e scrittore scozzese Peter May (Glasgow, 1951) è ambientato tra circa trent’anni in mezzo ai ghiacci che potrebbero ricoprire quelle Highlands. La narrazione è quasi fissa su Cameron padre, colmo di ricordi e rimpianti, alternando il tempo al passato in terza persona nel 2051 e il tempo al presente in prima persona nel 2023 o nel 2040, talora in terza adesso su Addie. Si tratta insieme di un noir, un’indagine con molte sorprese e morti oltre a complessi risvolti politici e sociali (d’altra parte, le elezioni sono proprio imminenti), e di speculative fiction (cara a Margaret Atwood), la descrizione plausibile dei futuri effetti dei cambiamenti climatici antropici globali in corso su ecosistemi e migrazioni (sulla base degli scenari scientifici oggi lucidamente disponibili). L’ultima (saggia) trovata degli ecologisti è una replica della testimonianza resa davanti a un comitato del Senato statunitense dal famoso scienziato Carl Sagan nel 1985 (citato anche in esergo): “gli effetti dureranno più di una generazione…”! Tra qualche decennio le tecnologie saranno certo migliori e pervasive, con le macchine si potranno fare molte più cose; nel contempo, è probabile che mancheranno spesso beni essenziali, abiotici come l’elettricità e biotici come il diritto di restare o la libertà di movimento. Brodie ascolta i titoli in tv: “Le Nazioni Unite riferiscono che le guerre sull’immigrazione scoppiate in Nord Africa hanno raggiunto un punto di svolta. Il numero dei migranti sta per schiacciare le difese nazionali…” E Glasgow è sott’acqua. Quando si erano conosciuti Mel aveva detto a Brodie che il proprio nome era stato scelto dalla madre a causa di due delle Spice Girls, proponendo poi di chiamare la loro figlia come la cantante preferita: Adele. Birra, whisky, gin, qualsiasi cosa pur di alleviare un poco e per poco il dolore mentale (lì non c’è e forse non ci sarà il Varnelli).

Peter May è nato a Glasgow nel 1951. L’isola dei cacciatori di uccelli (Einaudi Stile Libero 2012) è il primo volume della trilogia ambientata sull’isola di Lewis che ha ottenuto uno straordinario successo di critica e pubblico in Gran Bretagna e in Francia. Nel 2013 Einaudi Stile Libero ha pubblicato il secondo volume della trilogia, L’uomo di Lewis, e nel 2015 il terzo e conclusivo, L’uomo degli scacchi. Sempre per Einaudi, ha pubblicato, nel 2017, Il sentiero, nel 2020 Lockdown, e nel 2023 Il rumore del ghiaccio. Nel 2018 per Einaudi è uscita nei Super ET la Trilogia dell’isola di Lewis.

:: Modus in rebus di Riccardo Ferrazzi (Morellini 2023) di Patrizia Debicke

23 novembre 2023 by

Vittorio Fabbri, un brillante trentenne uomo d’affari milanese, è molto legato per lavoro alla penisola iberica. Ma e soprattutto ama Salamanca: la splendida città universitaria, barocca e romana, dove ogni casa rappresenta quasi un monumento e ogni strada sembra voler celare l’arcano. Fabbri frequenta là un gruppo di giovani: Fernando, Javier, e soprattutto Miguel Angel, figlio di un ricco latifondista della zona, German Garcia, che allevava tori prima di cederli al suo principale rivale, Eleuterio Diaz Herrero, che gestiva la Plaza de Toros. Vittorio e Miguel Angel diventeranno buoni amici, si vedranno tutte le sere..
Sono i tempi ancora instabili, senza vere certezze, con la Spagna che sta appena uscendo dalla dittatura franchista. Miguel Angel è ossessionato dal sogno di diventare torero. Del loro gruppo di giovani fa parte anche una ragazza , Maite, che tutti corteggiano e vorrebbero, soprattutto Victor, ma lei è inquieta, ritrosa, sfuggente, si lascia solo desiderare. Quando un giovane sacerdote, Don Augustin, molto all’avanguardia, un trascinatore delle folle, verrà ritrovato per strada morto con una banderilla piantata nella schiena, e una testa di toro a coprirgli il volto, cominceranno i misteri e in un certo senso l’incubo che accompagnerà Victor per tutta la vita. Quell’omicidio gli farà perdere gli amici, un affare e un forse possibile amore con Maite. Chi ha ucciso il prete, don Agustin? La polizia indaga ma il caso verrà rapidamente messo da parte dal funzionario incaricato dell’indagine: qualcosa di poco chiaro da dimenticare prima possibile?
Certo è che tutti attorno a lui si muovono in modo strano. Potrebbero essere tutti colpevoli? Anche la sua amata Maite?
Vent’anni dopo, con il ricordo di Maite quasi diventato un’ossessione, l’ormai cinquantenne Vittorio, dopo avere chiuso l’ attività imprenditoriale che lo portava in giro nel mondo, tornerà a Salamanca per cercarla. Invano, nessuno sa ritrovarla e finirà con dover rientrare a Milano senza alcuna certezza. Là, incontrato un ex collega, Sergio Viganò, che riscopertosi innamorato della scrittura, in via Procaccini ha aperto una piccola libreria e creato una casa editrice. Vittorio si coinvolgerà emotivamente in quell’impresa, acquistando una parte delle quote societarie. La libreria di Viganò ha creato e ospita anche una specie di salotto letterario, di cui fa parte una strana donna, bella e interessante, Bianca.
Fabbri si lascia affascinare e se ne innamora, forse anche perché nei modi e nel comportamento gli ricorda il suo sogno spagnolo, Maite, e questo lo intriga profondamente. Anche Bianca come tutti gli altri assidui frequentatori del salotto letterario che si fanno chiamare “Tristeros” è un autrice.
Ma dopo poco tempo, uno scrittore , bravo e caro amico del libraio, Turchetti, verrà ritrovato morto, in casa sua, chiuso a chiave dall’interno. Un mistero della stanza chiusa, come quelli tanto celebrati dal giallo classico ? O potrebbe invece essersi trattato più semplicemente di un incidente? La polizia indaga, approfondisce. Viganò e Fabbri suggeriscono possibili sospetti, moventi, ciò nondimeno le loro parole non basteranno a fermare la falce della morte. Ferma là, in attesa ma pronta a colpire ancora e presto lo farà di nuovo, implacabile.
Nel frattempo Tormento, un libro scritto da Bianca, un vero polpettone, magari anche in virtù della macabra pubblicità scatenata intorno ai due morti che ruotavano intorno alla Libreria, va a ruba. Unico tangibile risultato, perché invece le indagini sui due amici defunti si arenano e Vittorio Fabbri resterà da solo in via Procaccini a gestire la libreria della quale aveva acquisito le quote.
Bianca che ora viaggia, è sempre lontana e brilla di luce propria e finalmente chiama Vittorio. Poi… Ma chi è Bianca veramente? Possibile che lei sia Maite? Non è forse che Maite è la Morte?
Ma il titolo dichiara: Est modus in rebus. Vi sono determinati confini…limiti oltre i quali non si può andare…
Nota sentenza di Orazio, cui fa seguito (Satire I, 1, vv. 106-107) sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum dunque confermiamo anche noi “v’è una misura nelle cose, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”. Sentenza ripetuta spesso per esprimere la necessità di una saggia moderazione e per richiamare al senso della misura…
E se invece Maite fosse l’apportatrice di Morte e quindi un’incontrollabile superamento dei limiti del modus in rebus?
Fulcro di Modus in rebus è il mistero che l’autore, attraverso la voce di Maite, l’amata del narratore, inaspettatamente ci rivela nel prologo. Ciò nondimeno il filo conduttore di tutta la trama è la tormentata fissazione del protagonista ,Vittorio Fabbri , per la Spagna, per Salamanca e soprattutto per lei la donna spagnola, Maite – sempre desiderata e mai forse realmente avuta . E a conti fatti anche e soprattutto per questo, tutte le parti narrative guardano al giallo, lo sfiorano , lo toccano e ci si avvicinano molto come per la storia del sacerdote misteriosamente assassinato (nella prima), quella delle morti di uno scrittore e del libraio alla testa di un circolo intellettuale misterioso e polemico (nella seconda), e soprattutto frutto di intuizione la terza. E ciò nondimeno forse non sarebbe questo il vero scopo del romanzo, in cui parrebbero soprattutto contare l’amore, la suadente nostalgia, ma anche l’amicizia, il tradimento della fiducia data , la necessità di aderenza culturale, e persino il bisogno di ritrovare il senso dell’esistenza nella quotidianità. Elementi che si mischiano e s’intrecciano con la percezione strisciante di impotenza e di angoscia del protagonista. Ma che rappresentano anche una molteplice dichiarazione d’amore per una donna, una città una terra e un mondo racchiusi dall’ideale di un passato.

Riccardo Ferrazzi vive a Milano. Ha pubblicato tre romanzi: Cipango! (Leone Editore, 2013), con cui ha vinto il Premio Fiorino d’argento 2015; N.B. Un teppista di successo (Arkadia, 2018); Il Caravaggio scomparso. Intrigo a Busto Arsizio (Golem Edizioni, 2021). Ha pubblicato anche un libro a quattro mani con Marino Magliani, Liguria, Spagna e altre scritture nomadi (Pellegrini, 2015) e due saggi: Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio. Breve discorso sul mito (Fusta, 2016) e Premonizioni (Oligo, 2023). Ha tradotto Mark Twain, Federico Garcia Lorca, Vicente Blasco Ibañez, Haroldo Conti e altri.

:: Libro delle bestemmie di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2023) a cura di Giulietta Iannone

19 novembre 2023 by

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi miei!

Già Dante nel canto quattordicesimo dell’Inferno, nel terzo girone del VII Cerchio, pone, tra i violenti contro Dio, i bestemmiatori, la cui terribile punizione divina consiste nel giacere nudi su un sabbione infuocato su cui una pioggia eterna di fiocchi arroventatati cade senza posa per accrescere il dolore. Dante vi incontra il superbo Capaneo uno dei leggendari sette re che assediarono Tebe che osò con empie bestemmie offendere Giove. Ma tutti i dannati sono caratterizzati dalla bestemmia, violenta invettiva contro un Dio al quale molto probabilmente tutto al più non si crede o non lo si identifica con le religioni costituite. L’impotente grido verso una divinità crudele di cui non si capiscono né le leggi né il senso. E ogni bestemmia sembra essere un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui, il Dio eventuale a cui allude Cesare Pavese citato nell’epigrafe de Libro delle bestemmie la silloge poetica di Nicola Vacca edita da Marco Saya Edizioni. Un Dio che sembra nato dalla paura della morte di un uomo pavido e incoerente che non sapendo cosa ci sarà dopo l’altrove si costruisce un simulacro. Questo è il Dio a cui il poeta si oppone, un feticcio, un idolo, un’illusione a separare l’uomo dal nulla. Il poeta accusa Dio di tacere, l’offende per il suo silenzio, la sua aridità, la crudeltà che si annida nei cuori. Più che a Dio l’offesa del poeta è fatta alla moltitudine grigia dei devoti, accusati di avere paura della libertà, la cui vigliaccheria sembra guidarli verso idoli muti e freddi. Il poeta a differenza non pone in dubbio Dio, né il suo Cristo, a cui dedica versi di sofferta pietà come Eresia del Cristo velato. Si pone domande di bestemmia in bestemmia, ma ogni suo verso più che una bestemmia ci accosta al sacro con sofferta ribellione, la stessa ribellione che constatiamo in Padre David Maria Turoldo quando si accosta ai versi biblici di Giobbe, ribelle per eccellenza. Niente di nuovo sotto il sole dunque, la ribellione a Dio è già stata prevista e accetta perchè davvero la vita coi suoi orrori sembra porre Lui come capro espiatorio e infatti il Cristo sulla croce si è fatto peccato morto di una morte infame per attirare tutti i sui figli a sé. Chiudo questo mio commento con i versi stessi di Turoldo scritti poco prima di morire, lasciati sul comodino dell’ospedale.

“Benedico il Signore

che la mente m’ispira:

per questo immane

soffrire dei giusti,

per questo gioire

tante volte insperato,

per questo sperare di glorie

ogni giorno:

impossibile che sia il Nulla

l’estremo traguardo:

impossibile sarà pensarti

come realmente tu sei,

o mio Signore:

sconosciuto Iddio sei tu

la nostra unica sorte”.

Rosalia Messina ci racconta il suo “Nulla d’importante tranne i sogni” (Arkadia Editore 2023) A cura di Viviana Filippini

18 novembre 2023 by

“Nulla d’importante tranne i sogni” (Arkadia Editore 2023) è il nuovo romanzo di Rosalia Messina, un libro dove l’autrice ci porta alla scoperta del mondo delle due protagoniste Rosamaria e Annapaola, in un vero e proprio viaggio nel loro mondo quotidiano e in quei sentimenti che le avvicinano e le allontano nel cammino della vita. Ne abbiamo parlato con l’autrice Rosalia Massina

Come è nata la trama di “Nulla d’importante tranne i sogni”? La trama di “Nulla d’importante tranne i sogni”si è formata per approssimazioni successive. Il primo abbozzo era un romanzo epistolare sui generis, unidirezionale, cioè senza scambio di missive: è Rosamaria a scrivere lettere al resto del mondo, alla sorella, alla nipote e ad altri. In quella prima fase, i personaggi non erano ancora tutti presenti. È stato proprio grazie all’affacciarsi alla mia mente di altri personaggi che si sono sviluppati, attorno al nucleo iniziale, altri strati di narrazione. La trama non si riduce al conflitto fra due sorelle che non sono mai riuscite ad avere una comunicazione profonda. C’è anche la storia di Anita, che all’inizio era più schematica e si è via via arricchita sia in termini di spazio narrativo (di pagine in cui è lei il personaggio che campeggia), sia in termini di articolazione delle sue vicende e di intreccio con le vicende degli altri personaggi. Ci sono Fosco e Marika, con il loro peculiare modo di essere coppia; c’è Giorgio, con la sua dolorosissima vicenda personale. C’è la Sicilia e c’è la sicilitudine, quel peculiare modo di vivere i sentimenti, di abitare la città, di considerare il mare non solo un elemento del paesaggio ma una culla alla quale ciascuno sente di appartenere.

Tra le due sorelle c’è un legame, ma in realtà prevale il conflitto, perché accade questo?  Il legame non esclude il conflitto. L’affetto non garantisce una comunicazione autentica, anzi, spesso si ritiene di proteggere la relazione con i silenzi. Ma ciò che si tace esiste e resta a marcire da qualche parte, finché il malessere esplode. È quello che succede a Rosamaria e ad Annapaola.

Perché Ro agisce sempre come per farsi perdonare dalla sorella? Lascerei a coloro che leggeranno il libro la scoperta delle dinamiche del complesso rapporto fra le due sorelle, innanzitutto per non rivelare troppo della trama e in secondo luogo perché, se è vero che il conflitto familiare è uno dei temi importanti del romanzo, è anche vero che non è l’unico. Mi limiterei perciò a dire che da un lato c’è il senso di colpa di Rosamaria per essere distante e concentrata sulla sua attività di scrittrice, oltre che per essere una persona fortunata; dall’altro c’è l’invidia di Annapaola per tutto ciò che la sorella più dotata ha realizzato. Si tratta di un meccanismo che ho visto in funzione molte volte e in molti ambienti diversi, non solo in ambito familiare: a scuola, nel lavoro. Guai a non essere nello standard. E quanti guasti produce l’invidia.

Come è stato creare le due protagoniste Rosamaria e Annapaola con i loro caratteri, le sfaccettature, spigolosità umane e del cuore? Le caratteristiche psicologiche delle due protagoniste mi erano chiare fin dall’inizio, come pure quelle di Anita, amica e collaboratrice preziosa e fedele di Rosamaria, mentre tutti gli altri personaggi sono emersi a poco a poco dalla nebbia. Sono tre personaggi forti anche se lo sono in modi molto diversi. Ro è determinata nel raggiungimento dei suoi scopi, ha un suo senso di giustizia e, una volta intrapresa una via, non ha cedimenti. Annapaola ha la stessa determinazione della sorella ma la utilizza in modo diverso, in altre direzioni, sprecando molta energia nell’invidiare chi ha più di lei (non soltanto Rosamaria) e in altri conflitti sterili (come quello con la nuora, Marika); Anita ha la forza delle persone equilibrate, razionali ed è piena di dubbi sul proprio valore.

Il nipote Fosco e la segretaria Anita cosa rappresentano per Rosamaria? Fosco, nipote di Ro, assorbe molta della tenerezza di cui questa donna d’acciaio è capace. Non è l’unico, ma anche in questo caso preferisco non fare troppe rivelazioni e lasciare a chi leggerà il romanzo la scoperta dei legami che fanno capo a Rosamaria.  Anita è l’amica che resta vicina a Rosamaria nei momenti più difficili della sua esistenza; è la confidente, la depositaria dei suoi segreti; è la persona che per prima legge le opere in stesura. Ed è anche la destinataria di alcuni messaggi importanti che, pur non essendo veicolati da vere e proprie lettere, completano il ciclo delle missive di Rosamaria al resto del mondo. Oltre a chiudere il cerchio del suo rapporto con Anita, questi messaggi nella bottiglia rivelano alcuni aspetti di Rosamaria che ne definiscono il ritratto.

Qual è il personaggio della storia a cui è più affezionata e perché? Non è facile per me individuare un personaggio preferito di “Nulla d’importante tranne i sogni” . Sono affezionata a tutti per ragioni diverse. Sono tutti umani nelle loro differenti imperfezioni, nelle loro grandezze e nelle loro miserie. Mi è molto cara Giada, per esempio, la figlia minore di Annapaola, con la sua capacità spiazzante di dire verità scomode, di inchiodare tutti alle loro responsabilità, senza riguardi neppure per se stessa. Mi è molto cara Marika, la moglie di Fosco: introversa, fragile, ha dentro una forza che al momento giusto sa tirare fuori intervenendo in modo risolutivo nelle situazioni spinose.   

Quello invece che le ha creato maggiori difficoltà durante la scrittura?  Sto cercando di passare in rassegna tutti i personaggi del romanzo ma non ricordo particolari difficoltà di costruzione. Semmai, l’impegno maggiore è stato quello di trovare un equilibrio tra i ruoli di tutti, un giusto spazio per ognuno di loro. A tutti ho cercato di rendere giustizia evitando la divisione manichea tra buoni e cattivi, forti e deboli, generosi e avidi.

Nel romanzo il paesaggio siciliano può essere visto più come personaggio integrante della narrazione che come semplice sfondo scenografico? Sì, la Sicilia è qualcosa di più che un fondale, un’ambientazione o un paesaggio. La storia, per come l’ho immaginata e costruita, poteva svolgersi soltanto sull’isola. Non è soltanto questione di colori, profumi e sapori. È che certi dialoghi, le stesse lettere acuminate di Rosamaria, certi riti sociali possono essere credibili soltanto in Sicilia. Ho immaginato le scene in angoli precisi della città di Catania e della campagna acese. Nella mia mente quelle scene avevano la luce, la temperatura, i suoni di scene realmente accadute. Non nel senso che si tratta di fatti reali bensì nel senso che le ho scritte tenendo presenti visioni che avevano la consistenza dei ricordi o dei sogni, pur senza esserlo.

Per Rosamaria Mortillaro, detta Ro, la scrittura è importante. Per lei cosa rappresenta lo scrivere? Per me scrivere è una passione ma non ne ho fatto un mestiere, ho lavorato in tutt’altro settore e sono abbastanza soddisfatta della mia carriera di esordiente di lungo corso. Non è facile pubblicare per chi inizia a scrivere in età matura, soprattutto in un periodo storico come questo, in cui si producono moltissime opere letterarie ma, a quanto sembra, i lettori sono sempre in diminuzione. Il discorso sarebbe molto più complesso e mi rendo conto di avere semplificato molto. Certo, mi sarebbe piaciuto arrivare a pubblicare in gioventù ed essere una scrittrice professionista, cioè una che vive della sua scrittura. Per questa vita è andata com’è andata e preferisco concentrarmi su ciò che ho realizzato anziché sui rimpianti di ciò che non è stato.

Se dovessero fare un film, chi vedrebbe come attrici nei panni di Rosamaria e in quelli di Annapaola? Rosamaria la immagino con l’aspetto fisico di Laura Morante e la personalità di Monica Guerritore; per Annapaola vedrei Michela Cescon.

:: Gli eversivi di Alessandro Berselli (Rizzoli, 2023) a cura di Patrizia Debicke

15 novembre 2023 by

Un avvio col botto per Gli eversivi di Alessandro Berselli con la sfarzosa e futuristica presentazione, ambientale della residenza in collina di La Marple, l’agenzia investigativa al femminile gestita dalla splendida ex anoressica guarita, Ginevra Martino.
Trentaquattro anni, fisico da urlo, in taglia da mannequin, laureata in legge con successivo master in criminologia, un curriculum da paura di successi professionali dietro le spalle, la dottoressa Martino, dopo la lunga ma riuscita terapia nelle mani della forse migliore psi bolognese, cela oggi con disinvoltura i postumi di un’adolescenza e prima giovinezza complessate da un allontanamento e successivo ritorno all’ovile di una madre farfallona.
Oggi Ginevra Martino è una donna all’apparenza molto sicura, ruvida ma di temperamento e dotata dì una inquieta vita sentimentale, che gestisce con pugno di ferro il team di tre collaboratrici investigatrici ai suoi ordini dell’agenzia investigativa più nota di Bologna La Marple. Agenzia composta da Chloe, giovane informatica, tenace virgulto dei collettivi bolognesi di sinistra, Greta, sempre attenta e la più brava nei pedinamenti, Camilla, perfetta e serenamente gay dichiarata, brillante ma dotata di spiccato senso del dovere, supportate dall’ultima arrivata, Nicole, interinale per ora e segretaria tutto fare, ancora in rodaggio.
Ed è proprio Ginevra Martino, la direttrice dell’agenzia, che il facoltoso avvocato Liam Bonaga quarantanovenne vuole ingaggiare e alla fine sarà lei che riuscirà miracolosamente a convincere, con reiterate insistenze e suppliche, di provare almeno a vedere chiaro nell’indagine che intende affidarle, per sapere di più sulle infelici frequentazioni di sua figlia Asia. Appena ventenne, Asia Bonaga, figlia unica, adorata ma fin dall’adolescenza riciclatasi da adorabile bambolotta prima a bella ribelle drogata poi a inveterata squadrista, sarebbe purtroppo, secondo il padre, impelagata fino al collo con un gruppo di sovversivi fondatori di una certo Laboratorio Hengel, un controverso movimento pseudo intellettuale. Non basta, perché la ragazza in più pare anche sentimentalmente legata a un certo nome noto tra i più assidui fiancheggiatore dell’ estrema destra, tale Omar Giordani. A supporto della sua tesi, Liam Bonaga mostra alla Martino alcuni scritti e documenti da paura che suggerirebbero intanto, se fondati e veritieri, la necessità di una preventiva denuncia alla polizia. Cosa subito dichiarata dalla sua interlocutrice, ma l’amore paterno, nonostante le sbrigative e poi circostanziate ripulse della direttrice dell’agenzia, si spingerà fino a riuscire a coinvolgerla. Ma come contropartita per la sua accettazione del caso, Ginevra Martino gli chiederà di accettare una inderogabile proposta.
Liam Bonaga pagherà a La Marple un cachet di sessantamila Euro per un mese di inchiesta sul campo senza condizioni e con l’unico patto che, alla fine, l’agenzia riferirà quanto appreso in merito. Ciò nondimeno, se detta inchiesta dovesse far saltar fuori giochi eversivi e pericolosi la Marple sarà libera di passare quanto scoperto alla polizia.
Un caso dunque ben remunerato ma che si rivelerà, a ben guardare, molto difficile e impegnativo per le nostre agenti di Bologna.
E infatti, convocata la sua squadra, Ginevra Martino, appena passate le prime istruzioni , lancia in resta andrà subito donchisciottescamente a caccia, sotto falsa identità in suolo ostile, infilandosi con molta e forse troppa spavalderia nel territorio riservato del Laboratorio Hengel, dove farà presto la conoscenza di alcuni membri e soprattutto di Asia e del suo compagno Omar Giordani, fascinoso uomo di punta del movimento.
La sua indagine dunque e quella di tutte le ragazze della Marple si proietterà sull’organizzazione di eversivi, su Asia Bonaga ma e soprattutto su Giordani, considerato l’anima del movimento. Intanto la Martino, impegnata in prima persona e purtroppo per lei emotivamente coinvolta, non si renderà conto di andare a infilarsi in un gioco troppo pericoloso e ormai pronto a sfuggirle di mano. Ben presto infatti dovrà constatare che, con tutta la faccenda avviata su di una china incontrollabile, è ormai troppo tardi per fare altre scelte, ribellarsi e cambiare il corso degli eventi. Lei e la sua squadra tutta si troveranno di fronte a un bivio: decidere se accettare la sfida e confrontarsi con l’ineluttabilità della situazione o provare in qualche modo a cambiarne i termini. Ma il cerchio si stringe fatalmente, bisogna correre ai ripari anche se per qualcuno tra loro ormai potrebbe diventare inutile.
Con una città deputata a fare da cornice e che spesso si trasforma quasi in coprotagonista della storia, scopriamo una Bologna inedita e molto particolare che dal suo cuore più antico, superando la cortina della nebbia, ci guida e ci trasporta fino al verde ancora incontaminato dei colli.
Una trama funambolica che a una persona come me nata tanti ma tanti anni fa (parlo dell’altro secolo) richiama gli indimenticabili echi delle avventure televisive, fine anni settanta-inizio anni ottanta, delle Charlie’s Angels (a detta anche dell’autore), tre donne detective con il felice supporto esterno di un capo, solo una voce senza volto, per 115 episodi.
Parole, dettagli e fatti quelli di Gli eversivi di Alessandro Berselli, puntualmente calati oggi invece in un’atmosfera a metà tra il thriller e la spy story, che però alla fine guarda fantascientificamente e con cruda preoccupazione all’attualità politica italiana.
Una storia intrigante e una analisi che costringe a riflettere su certi perversi meccanismi che ormai caratterizzano troppi fatti e quotidiani contesti della società

Alessandro Berselli, scrittore italiano, docente di tecniche della narrazione, inizia la sua attività negli anni novanta, collaborando con le riviste Comix e L’apodittico e il sito di satira on line Giuda.Dal 2003 inizia una carriera parallela come romanziere noir.
Oltre alle raccolte di racconti Storie d’amore di morte e di follia (Arpanet, 2005) e Anni zero (Arpanet, 2012), nella sua bibliografia troviamo i romanzi Io non sono come voi (Pendragon, 2007), Cattivo (Perdisa Pop, 2009), Non fare la cosa giusta (Perdisa Pop, 2010) e Il metodo Crudele (Pendragon, 2013), che sancisce il suo ritorno all’umorismo caustico e corrosivo degli esordi. Ultimo romanzo è, ad oggi, Anche le scimmie cadono dagli alberi (2014, Piemme Open).

:: Assistente personale offresi di Franca Pichierri

9 novembre 2023 by

La situazione era grave, parecchio, se non proprio da canna del gas.

Sara guardò con tristezza la colonna di numeri che aveva sotto gli occhi. Impressionante: le cifre in rosso erano più numerose di quelle in nero. Traduzione: i conti da pagare erano maggiori di quelli già pagati. L’estratto conto della carta di credito, poi, non ne parliamo. Avrebbe sbattuto volentieri la testa al muro, ma ormai… il danno era fatto. Per una maniaca dello shopping come lei non c’era proprio rimedio. Lo sapeva di avere un problema, da psichiatra, con tanto di divanetto sul quale distendersi a raccontare del suo vizio, ma non sapeva che farci. Figuriamoci se aveva soldi da buttare in sedute dallo psicanalista.

Qui l’impellenza era scegliere se pagare l’affitto o le bollette, perchè con la stessa banconota da 500 euro che aveva davanti agli occhi, avrebbe dovuto pagare affitto, condominio, bolletta del gas e della luce, nell’ordine. O no? Cosa poteva aspettare? L’affitto no, sennò era in strada in capo a pochi giorni. Il padrone di casa era un vero bastardo. Le bollette? Ma se non pagava, e non era la prima volta che pagava in ritardo, le avrebbero tolto le utenze… Bel casino.

Brava ragazza, complimenti. Sei la più grossa cretina che abbia mai visto sulla faccia del globo terracqueo.

Il pipistrello appollaiato pacificamente sulla sua spalla e che sputava sentenze così illuminanti era Sam, la sua per così dire mascotte, nonché grillo parlante della situazione. Ovvio che era un transfer, tanto per rimanere in tema psichiatrico. Aveva creato lei stessa quella creatura raccapricciante che la chiamava all’ordine quando esagerava, e capitava spesso, ahilei.

Lo aveva creato così brutto perchè pensava che un mostro le avrebbe messo più paura di un batuffolo di pelo che la rimproverasse… Non serviva lo stesso, però. Che casino, porca miseria, porc…

Le imprecazioni non servivano uguale, ma almeno si sfogava.

Ragazza della via Pal, si disse Sara prendendo il coraggio a quattro mani, qui bisogna resettare un attimo il cervello, e pensare bene a cosa fare.

Prima e non unica certezza, era che viveva al di sopra delle proprie possibilità. Ma come si fa, dico io. E il parrucchiere, le unghie ogni tre settimane, sennò si vede la ricrescita, quel bel foularino, tanto è in saldo….

Ragazza, ti vedo male.

Aveva un lavoro, ma era una presa per il lato B, più che un lavoro. Lavorava da casa, da remoto, come call girl, con Internet. Che avete capito, no, niente balletti rosa. Faceva la risolvi-cazzate per una ditta di vendita per corrispondenza. Doveva stare sei ore al giorno a sentire le lamentele di casalinghe disperate e sottoacculturate, una pizza infinita ma almeno aveva il suo assegno a fine mese. Magro assegno, per la verità.

La manina svelta nell’aprire il portafoglio ci stava tutta, invece, per sua disgrazia.

Comunque, il latte era versato irrimediabilmente e le lacrime lo avevano diluito di un bel po’. Ma che schifo. Invece di pensare a queste cazzate, le disse il Sam, pensa ad una strategia per toglierti dalle ambasce, e in fretta… Qui sennò va in pericolo anche la mia pappa futura.

Altre scemenze, oddio che casino!

Niente, qua è meglio che vado a letto, tanto non risolvo niente. Dicono che la notte porti consiglio. Non ho niente da perdere, provarci non costa nulla… almeno quello è gratis.

L’indomani si svegliò un po’ meno angosciata ma ancora più consapevole che stavolta l’aveva fatta proprio grossa… non sapeva come cavarsene fuori, stavolta, sul serio. Pensa, ragazza, pensa… Un altro lavoro? Ma dove lo trovava, con questa crisi… già era stata una botta di culo spaziale trovare questo… e l’aveva trovato solo perchè la sua amica Anna voleva andarsene a gambe levate… Aveva sostituito un’amica che, beata lei, almeno per due anni non avrebbe avuto di questi problemi. Era incinta e per fortuna il suo uomo aveva un buon lavoro e poteva permetterselo, il fatto di fermarsi, lei.

E se mi trovassi un uomo anch’io?, pensò la Nostra mentre si lavava i denti nel suo minuscolo bagno del minuscolo appartamento trovato poco tempo prima. Minuscolo per ovvie ragioni. Meno affitto e meno spese di casa, più soldi per lo shopping. Furbona, eh?

Irrecuperabile, ormai.

L’idea le balenò lì per lì, senza fare neanche troppo rumore e provocare un black out fra le sinapsi del suo cervellino da Barbie viziata.

Un annuncio… adesso è di moda, su Internet. Tutti quei siti dove ti perdi fra gli argomenti degli annunci…

Corse al computer e cominciò a visitare un po’ tutti i siti del genere, dopo aver digitato su Google la dicitura “migliori siti di annunci economici”.

Sì, sì, quelli che aveva pensato erano proprio i più promettenti…

Alt, fermati solo un istante. Metto un annuncio, ok, ma per offrirmi come COSA?

Il suo curriculum di studi non era dei migliori. Aveva al suo attivo solo un inutilissimo diploma di maestra d’arte, che le serviva solo per confezionare stupendi album di foto esclusive; usava vecchi cataloghi di carte da parati, che le procurava un vecchio amico di famiglia, proprietario di un negozio del settore.

Quando aveva comunicato a suo padre che voleva laurearsi nientemeno che in conservazione dei beni culturali e restauro, le aveva riso in faccia e chiuso definitivamente i cordoni della borsa. Fintanto che era ancora in famiglia, i suoi avevano in qualche modo assistito al crescendo del suo vizietto, tamponando i debiti che lasciava in tutti i negozi del centro. Ma quella volta erano cose da ragazzina, un jeans, una magliettina… ora viaggiava a carte da cento, con le griffe. Sempre più furbona.

Niente, pensò scoraggiata. La prenderò come un’ indagine di mercato, questa navigata sui siti di annunci. Almeno ho imparato come si fa. Devo pensare a cosa fare, al testo dell’annuncio, che deve essere chiaro ma nello stesso tempo anche un po’ sexy, deve attirare più persone possibili.

Tud, tud. Mi sono cadute le braccia. Questa è proprio una cretina, e forte.

Vuole trovare lavoro puntando sul lato sexy… Devi fare il contrario, scemotta, sennò penseranno dal principio che sei una facile…. Mioddio, è irrecuperabile.

Dopo elucubrazioni MOLTO intense che le costarono vari pianti isterici, Saretta giunse finalmente a elaborare il suo testo accattivante, e a decidere quale sarebbe stato il suo futuro lavoro. Assistente personale di un top manager.

Ma hai il delirio, in che film hai visto una cosa del genere?

Ragazze laureate e bilingui non trovano posto che in uno squallido ufficetto da avvocato Azzeccagarbugli, tutto il giorno a trascrivere verbali di efferati crimini, tipo furti di polli e beghe condominiali.

E tu, tu chi sei per trovare subito un super lavoro, ben retribuito, ovviamente, per spendere e spandere in inutili vestiti firmati e soprattutto in scarpe, scarpe e ancora scarpe? La seconda stanza del tugurietto l’aveva trasformata in guardaroba, e stava scoppiando di merce, ma soprattutto SCARPE: tutte rigorosamente tacco 12, ovvio.

Lei scacciò i commenti al vetriolo che le faceva il Sam, dalla spalla sinistra.

Statti zitto, topastro del malaugurio. Io faccio quello che voglio, la vita è mia, e vedrai che ce la farò. Uh, come no, farai la figura della stupida! Ma taci, va ad appollaiarti a testa in giù alla catenella del cesso, che quello è il posto tuo!

Urka, la tipa si è proprio incavolata, stavolta, pensò il Sam rifugiandosi nel gabicesso e facendo proprio quello che gli era stato chiesto di fare, cioè mettersi appeso a testa in giù, attaccato alla catenella dello sciacquone del cesso. Eeetcì! Cavolo, devo dire alla tipa di cambiare gusto di deodorante per la tazza, questo mi fa venire l’allergiaaaaa….tcììì.

Due giorni di solitudine con il suo problema diedero a Sara quella autoconsapevolezza che può derivare solo da una mente malata. Era fierissima di quelle quattro righe deliranti in cui si offriva nientemeno che come assistente personale di un top manager.

Dunque… mumble mumble… dovrebbe andare bene….”Giovane e bella ragazza offresi come assistente personale a top manager. Buona cultura, (sic!) aspetto curato, ottimo italiano, disposta a viaggi di lavoro e a trasferte, anche all’estero. Richiedesi e assicurasi max serietà.”

Saretta nostra spinse con decisione il tasto enter del computer. Era fatta! Adesso non doveva far altro che aspettare.

Un rimasuglio di istinto di conservazione le suggerì di creare un account mail SOLO per quell’annuncio. Meglio premunirsi. Se avesse potuto permettersi una seconda scheda telefonica o un secondo (ri-sic!) cellulare, gli avrebbe dedicato addirittura un numero…. ma doveva arrangiarsi.

Per altri due giorni non successe niente. Poi, la mattina del terzo giorno, andando nella mail box, con stupito piacere scoperse che c’erano addirittura una dozzina di mail in risposta al suo annuncio!

Perse subito l’entusiasmo perchè 5 erano di tipi strani e allupati ( ma va?, che strano, eh?), ma l’aveva messo in conto. (Oscar alla furbizia!)

Con trepidazione aprì la prima mail. Due righe di chiacchiere carine, e poi la fatidica frase… ma per il dopocena, c’è un extra sulla tariffa-base?

Aperse tutte le mail e con disappunto scoprì che TUTTE erano sullo stesso tono… tutti volevano solo sesso da lei… Uffa, ma perchè, cosa aveva scritto di sbagliato…?

L’unico sbaglio è che tu abbia messo un annuncio del genere, cretina d’alto bordo!!

Taci, taci, oggi non ho proprio voglia di starti a sentire… guarda che ti ci annego, in quel cesso… sta’ attentino, satanasso…

Uh-uh, meglio squagliare. Quando la tipa è così, meglio fuggire, all’istante. Non si arrabbia perchè ci vuole troppo cervello per farlo, e il suo latita nella scatola cranica. Ma le rare volte che lo fa… meglio volatilizzarsi…

Niente, proprio niente da fare. Una trentina di risposte in quattro giorni, e tutti dello stesso genere… dove aveva sbagliato? Doveva cambiare tono alle parole dell’annuncio? In un barlume di mini-sinapsi il suo cervellino bacato riuscì a partorire l’illuminata locuzione “astenersi perditempo e mercenari” al già succitato annuncio.

Una trovatona!! Ora gli annunci diminuirono solo di numero, ma non di intenzioni. E questo perchè è nell’ordine naturale delle cose, in questi siti: man mano che passa il tempo e la gente ne mette di nuovi, tu sparisci dalla visibilità…. ma Sarina non sapeva questo abnorme segreto e diede la colpa al sito. Ne cambiò tre, e niente, tutti a volere solo la sua virtù. Con un gesto di stizza stava per cancellare l’account mail per non dover più leggere certe porcate, quando, nel fondo del fondo dell’elenco “in arrivo”, scoperse una maillina non letta… piccina picciò… come aveva fatto a non accorgersene…?

La aprì senza tanta convinzione, ed invece…. Miracolo! Il tipo sembrava serio, le dava persino del Lei!

“Gentile signorina, spero vivamente che lei sia ancora disponibile…. io faccio due-tre viaggi di lavoro al mese, ed avrei bisogno proprio di una persona come lei…. se mi manda un suo recapito telefonico, possiamo parlarne a voce, che ne dice? Cordialmente, Giorgio qualcosa.”

Presa dall’entusiasmo, la Nostra Eroina – purtroppo nel senso di fatta-fatta di eroina – subito rispose al BT, (Buzzurro Turlupinatore?) Bel Tenebroso, dandogli tanto di numero di cellulare, tutta trepidante. Premio Strega con bacio accademico alla faciloneria. Ovviamente, tempo un’ora e il bt (quello tra parentesi è quello giusto) era già bellamente in dialogo con la Nostra, tutta miele e peperoncino per fare colpo. Una pena infinita.

“Oh, ma Giorgio, cosa mi dice! Sono appena cinque minuti che parliamo e lei già sa che sono una brava ragazza, e tutto dalla voce… Effettivamente è vero, sono proprio una brava ragazza…”

“Certo, Sara, ci mancherebbe… allora, quando viene a Milano che ne parliamo di persona? Ovviamente lei sarà mia ospite, treno pagato. Al ritorno le metterò a disposizione la mia macchina con autista che la porterà dove lei avrà piacere…”

ALT, blocca tutto. Una ragazza, anche poco esperta di uomini bastardi, ma con un minimo di cervello, a questo avrebbe fatto una pernacchia spaziale al tipo e gli avrebbe chiuso il telefono in faccia…. Macchina con autista… ma dove siamo, in Pretty Woman? Sveglia, Saretta del mio cuor, sei proprio una imbecille!

Ovviamente la Sara partì in quarta con la fantasia e si mise a raccontare la storia della sua vita al malcapitato bt (un minimo di punizione anche a lui, e che caspita).

Per due giorni le telefonate ed i messaggi si ripeterono, costanti. Ma chissà perchè, il biglietto on line che le aveva promesso il baldanzoso Giorgio non arrivava. Che strano, eh? Non doveva essere un chiaro campanello d’allarme? Ma nooo, tutto ok per la nostra Sarilla: un giorno prima, ormai lanciatissima, e dopo aver messo in violaceo la carta di credito per unghie, parrucchiere e vestito nuovo per il fatidico appuntamento, tutta preoccupata cominciò a tampinare di messaggi la segreteria telefonica del bastardo. Lui fece orecchie da mercante per qualche ora. Poi, esasperato dalla sua insistenza, si fece vivo con un messaggio sibillino…. “Io le mando il biglietto del treno se si rende un po’ più disponibile… Veda lei”.

Che cribbio voleva dire? Sara cominciò a preoccuparsi e gli scrisse di spiegarsi meglio. La risposta non tardò ad arrivare, e anche esauriente: “Mi faccia vedere un po’ del suo corpo e le mando subito il biglietto.”

Saruccia restò di sasso e incassò a malapena il colpo. Ma ci teneva un sacco a viaggiare gratis in prima classe fino a Milano, dalla sua piccola cittadina del Nord Est… e il ritorno in auto con l’autista…. poverina, ancora ci credeva.

Ci pensò un po’ su, e incalzata da un altro messaggio aut-aut da parte del verme, prese il coraggio a due mani. Andò nel suo armadio e cominciò a scegliere fra le magliette… trovò un toppino abbastanza scollato e trasparente che metteva solo come sottogiacca…. da solo sarebbe stato troppo sexy. Il Sam, con gli occhi fuori dalle orbite, la stava seguendo dal gabicesso, e quando capì le sue intenzioni, si precipitò in camera da letto e cominciò a farle la morale.

“Ma sei impazzita? Cosa hai intenzione di fare? Di prostituirti per un tipo che nemmeno conosci, ti ha promesso cose assurde e non ti ha mai visto in faccia, di persona? Ma dove vivi? Ovvio che è un sudicio profittatore, da te vuole solo una cosa, altro che darti un lavoro…”

“Ma taci, sei uno sfigato. La vita è mia e faccio quello che voglio. Non gli mostro niente, solo un po’ di seno in trasparenza… non sono mica una di quelle.”

“Sai che ti dico? Fai quello che vuoi. Non venire a piangere, dopo… non ti consolerò.”

E il Sam prese e tornò nel gabicesso con fare offeso.

Lei non ci badò più di tanto. Il Sam era solo una proiezione della sua coscienza, poteva controllarla come voleva. Con fare sensuale, ballando davanti allo specchio a figura intera, la Nostra infilò il famoso toppino, si ritoccò il trucco e diede uno sguardo allo specchio, in generale.

“Niente male, davvero niente male! Se fossi un uomo mi vorrei senz’altro portare a cena fuori…”

Sorrise fra sé, prese il cellulare e si fece un bel selfie allo specchio. Ebbe un solo attimo di ripensamento, ma poi con decisione mandò la foto al bastardo. Che non tardò a rispondere, tutto sdolcinato:” Ecco, vede, Sara? Cominciamo già ad intenderci… Ora faccia l’ultimo sforzo e mi mandi la foto di un suo seno nudo. Me ne basta uno solo: come vede, non pretendo troppo. Il mio dito è già sul tasto INVIO del pc… lei faccia quello che le chiedo e vedrà che il suo biglietto arriverà e andrà tutto bene.”

Un seno nudo? Urka, il tipo era proprio un verme!

Ma niente avrebbe potuto fermarla, ormai.

“Ma sì, se devo prostituirmi, almeno lo farò ad alti livelli, con gente di classe. Farò i soldi, eccome…”

E tu pensi che il deficiente che ti sta inducendo a prostituirti via sms sia un tipo di classe?, pensò sconsolato Sam, penzolando malinconicamente dalla catenella. Sai che ti dico? Arrangiati. Io ti ho avvertito, tu non vuoi ascoltarmi. Kavoli tuoi.

Strano, era passata già mezz’ora e questo benedetto biglietto ancora non arrivava. Scrisse l’ennesimo messaggio al tipo, ora vivamente preoccupata. Lei aveva fatto tutto quello che le aveva chiesto, e lui niente… come mai?

La risposta non tardò ad arrivare. “Su, su, Saretta, crede che mi accontenti di così poco? Il biglietto è qua che l’aspetta. Sia un po’ più disponibile, e vedrà che andremo pienamente d’accordo… Un bel primo piano del suo seno, e io le invio subito il biglietto del treno, ok?”

Lo stronzo! Era a questo che mirava, dal principio!

Sara era turbata, titubante, non sapeva cosa fare.

Non sai cosa fare?, pensò Sam, cambiando posizione;ma mandalo a fanbrodo, e alla svelta… è un verme maschilista profittatore!

Sara ci pensò (con molta fatica, perchè il suo cervello si era messo in sciopero dopo il primo invio di foto quasi-sexy) un po’ su, e poi prese una di quelle decisioni storiche: ma sì, gli avrebbe mandato quello che chiedeva. Era in ballo, ormai doveva ballare… E, cretina spaziale, fece un bel selfie del suo giovane ed eburneo seno, finendo così di buttarsi via per uno stronzo.

Ma, stupore, neanche dopo l’invio dell’ultima foto, arrivò niente… e finalmente ella capì che era stata vittima di un truffaldino profittatore di ingenue fanciulle…. Lui voleva solo le foto, non era vero niente, non voleva che andasse a Milano, niente biglietto del treno, niente colloquio di lavoro, niente ritorno in auto con autista…. Che schifo! L’aveva raggirata.

Ma va, che storie, eh? Ma non hai capito che era solo un povero maniaco che raggira le stupide come te, su Internet? E ringrazia che per una qualche ragione non ti abbia chiesto anche dei soldi! Tu con il tuo cervello bacato, glieli avresti anche mandati…!

Stavolta il Sam non aveva resistito ed aveva detto tutto questo a voce alta, e naturalmente Sara aveva sentito tutto.

Fu un bene. Mandò dei messaggi di fuoco con un po’ di liberatori insulti al malcapitato bastardo. Non ebbe risposta, naturalmente. Lui aveva avuto quello che voleva: era già sparito ad ingannare un’altra sprovveduta.

Ma comunque tutta la faccenda fu positiva per Saretta nostra. Si rese finalmente conto di avere un problema, e che aveva corso un bel rischio…

Confessò tutto a sua madre. Insomma, non proprio tutto. Le raccontò la versione edulcorata – cioè senza i particolari delle foto sexy – della brutta avventura. La madre la sgridò, poi prese in mano la situazione. Le fece distruggere tutte le carte di credito. Le pagò uno psicanalista, che l’aiutasse a superare la dipendenza. Pagò un terzo dei suoi debiti, ma lasciò che pagasse da sola la maggior parte della cifra. Così avrebbe imparato per il futuro a spendere solo il danaro che poteva avere in contanti.

E il Sam? Poteva farlo sparire, in fondo non le serviva più. Ma ci era troppo affezionata, ormai. Lo tenne come promemoria di quello che era stata e che non doveva essere più, nel futuro. Non diventò più furba, ma la lezione le servì a non prendere per oro colato tutte le chiacchiere che la gente le propinava ed a essere molto più cauta con gli sconosciuti.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2023 by

Bentornata Patrizia, sono felice di ritrovarti per questa breve intervista. Sei l’autrice di un bel romanzo storico “Il segreto del calice fiammingo”(Ali Ribelli Edizioni) che ci racconta le congiure e gli intrighi nell’Europa del XV secolo e che penso ti abbia dato grandi soddisfazioni. Che bilancio hai tratto in questi mesi? Che accoglienza ha avuto tra i tuoi lettori italiani?

Intanto grazie per questa intervista. Il segreto del Calice fiammingo, in cui per la prima volta ho fatto un passo indietro dal mio abituale palcoscenico il Cinquecento e sono passata al Quattrocento, è un libro al quale tenevo molto e che mi ha dato moltissime soddisfazioni dal punto di vista della critica. Dai lettori è stato accolto bene, magari forse non quanto speravo, ma già scrivendolo sapevo di addentrarmi in un argomento non facile, né di larga diffusione. Jan van Eyck è un mito in Europa, molto meno in Italia. E parte del romanzo ha l’Europa come palcoscenico. Ciò nonostante il romanzo ha saputo trovare il suo pubblico sia tra lettori interessati a storia e storia dell’arte che tra i forti lettori di thriller, spy story e romanzi di avventura, anche questi argomenti ben presenti nella trama . E comunque ci sono tante diverse storie tra loro intrecciate in grado di incuriosire tutti coloro che amano leggere di complotti, inseguimenti, guerre, battaglie navali famose come quella di Gaeta, contrasti , intrighi e passioni. C’ è la Francia con per sfondo la guerra dei Cent’anni, nella penisola iberica troviamo gli scontri, le invidie e le gelosie in famiglia tra regnanti di Portogallo, Castiglia e Aragona. Nella penisola italica, un susseguirsi di signorie con il Ducato di Savoia , Milano e la Lombardia governate da Filippo Maria Visconti, Venezia, il papato che si vorrebbe ago della bilancia, l’ancora piccola e frammentata Toscana e il regno di Napoli dopo la morte della regina Giovanna in balia di una combattuta successione. E incontriamo personaggi buoni, meno buoni, cattivi e cattivissimi. Ma stavolta mi è piaciuto affidare i ruoli dei più cattivi a personaggi femminili. Uno in particolare a una bellissima portoghese, una giovane donna dagli occhi color fiordaliso che rappresenta quasi l’incarnazione del male.

Avrà un seguito?

No. Ho amato tutti i miei personaggi ma la parola fine stavolta ha avuto un significato compiuto. Il segreto del calice fiammingo fin dall’inizio non è stato concepito per avere un seguito, ragion per cui…

Il tuo personaggio principale Jan van Eyck, il massimo artefice del “Polittico dell’Agnello Mistico”, è uno dei pittori più significativi della sua epoca. In che misura ha inciso il suo genio nella stesura del tuo libro? Ne ha lasciato tracce? Perchè hai scelto lui come personaggio principale?

Scrivere di Jan van Eyck mi ha permesso di mettere su carta quanto io ami questo artista e la sua pittura straordinariamente illuminata. Jan van Eyck è colui che ha saputo regalare, con la sua eccezionale bravura, un nuovo volto alla pittura di fine del medioevo/albori del rinascimento , adottando l’utilizzo della tecnica a olio (già conosciuta nell’antichità). Tecnica in grado di regalare ai dipinti nuova e maggiore luminosità e la possibilità di creare finissime velature trasparenti usando i colori che, restando freschi, permettono di arrivare a effetti di luce e di profondità difficilmente raggiungibili con le altre tecniche. Pittura che consente anche di accrescere la gamma cromatica, e ammorbidendo le sfumature, di ottenere finissime e trasparenti velature. Ma sbaglia Vasari sia quando gliene attribuisce l’invenzione che quando scrive che Antonello da Messina andò a Brugge a imparare da lui la sua arte. Antonello infatti non poteva materialmente farlo perché era solo un bambino quando Jan van Eyck morì ancora molto giovane. E invece sappiamo di un altro van Eyck: Barthelemy, sicuramente parente di Jan, andato nel 1443 a Napoli, a lavorare a corte prima presso Renato d’Angiò poi presso Alfonso V d’Aragona e I di Napoli, che fu il maestro di Niccolò Antonio, detto Colantonio. Spetta dunque a Barthèlemy van Eyck la palma di avere portato per primo a Napoli i segreti della pittura a olio. E risulta che Antonello da Messina sia stato un allievo della bottega di Colantonio.
Una storia che mi aveva talmente intrigato da volerla far diventare addirittura il principale filo conduttore della mia trama già prima di cominciare a scrivere.
E infatti in Il segreto del calice fiammingo, i due Eyck: Jan e Barthèlemy accompagnando e proteggendo il Sacro Calice si scambieranno per vent’anni il testimone, scandendo dalle Fiandre, fino a raggiungere Napoli.

C’è qualche segreto esoterico che hai nascosto nelle pagine del tuo romanzo?

Più di uno. Indubbiamente intanto la leggendaria esistenza del Santo Graal o Sacro Calice di Valencia, uno dei più grossi misteri al mondo, la coppa superiore e il piatto inferiore in pietra dura e la parte centrale in metallo e pietre preziose. La coppa superiore è una coppa ebraica in agata risalente a circa un secolo prima di Cristo mentre l’inferiore, impiegata invece come base, è un manufatto arabo – egizio, datato uno o due secoli dopo Cristo. Potrebbe trattarsi dunque del vero calice usato secondo i Vangeli da Gesù durante l’ultima cena? Certo è che ben due pontefici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l’hanno utilizzato per celebrare l’eucarestia durante le loro visite a Valencia. La stesso calice che pare quasi aver ispirato la mano di Jan van Eyck nel dipingere il suo Agnello mistico nello splendido polittico di Gand. E indubbiamente sempre al Graal o Sacro Calice è associata la misteriosa profezia che dopo aver intrapreso un lungo viaggio dalle Fiandre fino alla penisola, collegherà le casate dei due regnanti quattrocenteschi di Borgogna e di Aragona.

Tu sei la Regina del romanzo storico italiano, ormai hai pubblicato davvero tanti romanzi tutti tra l’altro molto amati e hai sondato tutte le varie tecniche di scrittura. Quale è il segreto per tenere avvinto il lettore pagina dopo pagina?

Regina? Magari! Il segreto? Non credo esistano veri segreti. Quello che conta è riuscire a tessere una bella storia con un bella ambientazione ma e soprattutto concentrata sui personaggi e sullo svolgimento della trama senza perdersi per strada in inutili fronzoli. Ovverosia per quanto possibile sapere tutto dell’epoca, dei costumi e delle relative ambientazioni. Dopo però bisogna conservare il materiale raccolto da parte e quando serve utilizzarlo per arricchire i contenuti ed evitare errori, tenendo tuttavia sempre presente che devono rappresentare solo la scenografia della narrazione.

Hai vinto premi per questo libro, in Italia e all’estero? Sei in finale di altri?

A parte un secondo posto in una simpatica gara web di Liberi di scrivere non ho vinto premi e mi spiace. E non sono in finale. Forse il romanzo storico ha meno chances? Io comunque in Italia tuttavia, non essendo una cittadina italiana , ho un handicap in più perché non posso partecipare a molti premi. E all’estero il mio libro finora non è stato ancora tradotto ufficialmente.

Sei sempre in tour tra Festival, librerie, presentazioni e biblioteche. Dove trovi tutta questa energia? Te la dà il pubblico dei tuoi incontri?

Adrenalina penso e sicuramente per chi scrive avere davanti a sé un pubblico interessato regala moltissimo, un vero surplus di energia e spinge a dare il meglio. Amo poi parlare di storia e credo di saper trasmettere agli altri questa mia passione.

Stai raccogliendo materiale per un nuovo romanzo storico? Di che periodo storico tratterà?

Molto materiale cinquecentesco ma che per ora resta fermo. In questo momento invece sto inquadrando un romanzo, non un giallo o thriller storico stavolta, ma solo un romanzo storico ambientato a metà dell’800

Grazie del tempo che mi hai dedicato, alla prossima.

Ma grazie a Liberi di scrivere e a presto, spero.

:: Dieci motivi per uccidere di Raffaele Malavasi (Newton Compton 2023) a cura di Patrizia Debicke

6 novembre 2023 by

A Masone, comune ligure collegato a Genova dalla A26, Alessandria Voltri, verrà ritrovato il cadavere di una giovane donna, abbandonato in una posa scenografica che rimanda al Leonardesco Uomo Vitruviano . La giacca e la camicetta lasciate aperte sul ventre mostrano tre ferite da arma da taglio intorno all’ombelico ma il particolare disumano è quello più in basso dove, in evidenza e conficcato nella viscere aperte, si nota il manico di un bicchiere da birra, conficcato a forza nel ventre. Una sindrome manicale che rimanda inequivocabilmente ai barbari delitti del serial killer, la bestia, Vittorio Bianchi, il Mostro del Nord Ovest, ormai però da tre anni, dopo la sua cattura, imprigionato nel carcere di massima sicurezza di Genova. Tuttavia visto che l’omicidio di Masone pare volersi inserire di prepotenza in una serie di casi simili verificatisi di recente tra Torino e Genova, appare plausibile che ci sia in circolazione un suo emulatore pronto a continuare il suo sanguinoso diabolico progetto.
Tanto che all’ispettore capo Gabriele Manzi e alla sua squadra i dettagli di questo crudele omicidio appariranno quasi un macabro dejà vu.
Una situazione al di là dei limiti dell’immaginabile che, nonostante la reticenza dei suoi superiori, costringerà Manzi a informare anche l’amico, ex ispettore, il gigantesco e rosso crinito Goffredo Spada che nel 2015 con la sua squadra era riuscito a fermare e arrestare Bianchi, l’autore dei primi otto disumani omicidi. E nell’indagine si infilerà presto anche Orietta Costa, giornalista di cronaca nera de “Il Secolo XIX”. Coraggiosa e testarda, sempre disposta ad andare avanti a tutti i costi.
Ma l’inchiesta ufficiale avanza lentamente e ci vorrà il supporto di tutte le menti a disposizione per venire a capo di questo delittuoso puzzle, apparentemente un caso molto complesso e che potrebbe addirittura presentare più teste.
Dunque, per cercare di scoprire cosa e chi si celi davvero dietro questa folle ed efferata emulazione tanto, per cominciare bisogna rifarsi alle indagini di allora nel 2015, che avevano portato a incastrare il Mostro. E per intuire cosa ha provocato questo attuale disegno mortale , si dovranno risentire tutti i testimoni, compresa la famiglia del vendicativo serial killer, al quale si imputa anche di avere commissionato al fratello minore, Alessio Bianchi , suo succube, un maldestro tentativo di scambio. Ovverosia il rapimento della moglie di Spada. Tentativo conclusosi tragicamente con la morte dell’ostaggio e il successivo suicidio del suo rapitore.
Poi, per provare a decifrare il perché di questa nuova e incontrollabile sete di sangue che parrebbe teso a completare il complesso disegno mentale architettato dal Mostro e, secondo le apparenze, simbolicamente basato su una rappresentazione grafica dalla geometria pitagorica, il tetraktys, si dovrà ipotizzare anche l’identità di future potenziali vittime, ricostruendo minuziosamente tutti i perché dei passati omicidi commessi da Vittorio Bianchi. Non sarà facile, ma Magaldi, il sempre pignolescamente meticoloso vice ispettore di Manzi, avrà una felice intuizione . Non basta però perché anche se la squadra dell’ispettore Manzi, essendo riuscita a individuare un prezioso elemento temporale comune nelle vittime, potrebbe impedire altri omicidi già programmati dall’emulatore, nel corso dell’inchiesta emergeranno alcuni collegamenti che rimandano alla tragedia con per protagonista la moglie di Spada.
La cui morte ha profondamente segnato sia Spada che Lorenzo, figlio loro quattordicenne, avviato a raggiungere l’1,90 paterno ma in piena crisi fanciullesca preadolescenziale e che non riesce a dimenticare la madre e fa ancora assegnamento all’angelo custode a cui lei l’ha affidato prima di essere rapita e uccisa. Red Spada che, pur stentando a mettersi in sintonia con il figlio e senza rendersi conto di essere spiato da lui, non ha mai abbandonato l’idea di sapere di più su quella tragica morte , va avanti per la sua strada, nella sua personale indagine Un’indagine che a poco a poco lo sta portando a sfiorare il cammino di un uomo politico genovese di successo. Potrebbe esserci un qualche astruso e contorto legame che in qualche modo accosti quel politico al Mostro del Nord Ovest e a suo fratello Alessio Bianchi, il rapitore e poi l’assassino?
Magari qualcosa che potrebbe chiarire qualche altro membro della famiglia di Vittorio Bianchi?
Possibile che andare fino in fondo sulla morte di Anna sia la strada giusta o meglio l’unica chiave adatta per riuscire ad aprire l’armadio della verità .
Un giallo articolato, denso di colpi di scena e di circostanze in cui la continua falsificazione delle tracce, imprigiona spesso il lettore in un deformante gioco di specchi dove a conti fatti niente è ciò che appare la verità e mostrerà la sua faccia solo nell’ultimo capitolo.
“Dieci motivi per uccidere” è il quinto, e l’ultimo (a detta dell’autore) della serie dedicata da Raffaele Malavasi all’ex poliziotto Goffredo “Red” (per la sua fiammante chioma fulva) Spada, un padre incerto, pasticcione sul suo versante sentimentale, che ora gestisce l’escape room Mysterium. Altrettanto un investigatore speciale, diventato famoso per andare fino in fondo nelle sue indagini che segue d’istinto senza mai accettare troppo facili spiegazioni e, in ogni caso, sempre secondo una sua diversa prospettiva controllata dalla sua duttile “Intelligenza laterale, la capacità di esaminare la realtà da prospettive inusuali”, secondo addirittura il parere di Vittorio Bianchi, la bestia, il Mostro del Nord Ovest da lui incastrato.

Raffaele Malavasi è nato a Genova ed esercita la libera professione. Da sempre accanito lettore, ha una passione per i gialli. La Newton Compton ha già pubblicato con successo Tre cadaveri, Due brutali delitti, Sei sospetti per un delitto e Undici morti non bastano, con come protagonista l’ex poliziotto Goffredo Spada.

:: Marcello Simoni: La Taverna degli Assassini (Newton Compton 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 novembre 2023 by

La scrittura piana, lineare e rassicurante di Marcello Simoni torna piacevolmente ad accompagnarci nel giallo gotico La taverna degli assassini, edito in questo fine 2023 da Newton Compton, che vede il ritorno di Vitale Federici, già personaggio principale de “I sotterranei della cattedrale”. Siamo alla fine del ‘700 in un castello di proprietà di un nobile che ha trasformato la sua magione toscana in un’azienda vinicola sul modello delle grandi aziende vinicole francesi. Il vino infatti sarà il grande protagonista di questo giallo che parte dal ritrovamento di un cadavere dopo una grande nevicata. Ad indagare Vitale Federici coadiuvato da un giovane collaboratore, il nobile Bernardo della Vipera. Riuscirà la nostra improbabile coppia di investigatori a svelare l’arcano e dipanare l’intricata matassa che nasconde il colpevole? Seppure appare un mistero irrisolvibile i nostri ce la metteranno tutta in un gioco di deduzioni e intuizioni per venire a capo del mistero lasciando i lettori piacevolmente stupiti dalla bravura dell’autore. I gialli a incastro nascondono sempre un gioco di rimandi e giochi di inganni e questo rispetta tutte le regole del giallo a enigma. Un giallo classico perfetto per i fan di Agatha Christie che vi farà passare ore serene. Buona lettura!

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. Ha vinto inoltre il premio Stampa Ferrara, il premio Salgari, il premio Il corsaronero e il premio Jean Coste. La saga del Mercante ha consacrato Marcello Simoni come autore culto di gialli storici: i diritti di traduzione sono stati acquistati in venti Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui la trilogia Codice Millenarius Saga e la Secretum Saga.

:: Kader Abdolah racconta Le Mille e una Notte

2 novembre 2023 by

Nella sua famiglia è tradizione che tutti gli anziani rielaborino un classico della letteratura persiana da lasciare in eredità ai propri discendenti: Kader Abdolah ha deciso di farlo con Le mille e una notte.

È forse la favola più famosa del mondo, un classico che da secoli seduce i lettori di Oriente e Occidente. Ma è anche un’opera millenaria e stratificata in cui si mescolano tradizioni persiane, arabe e indiane, rimasta a lungo nell’ombra prima che un arabista francese del Settecento ne mettesse in luce lo splendore letterario. Per Kader Abdolah è «quel libro maestoso che è sempre stato sulla mensola del camino» della casa paterna e che lo ha accompagnato per la vita. Seguendo una tradizione di famiglia che invita ogni anziano a riscrivere un testo antico da lasciare in eredità ai discendenti, ma rivolgendosi a noi europei, l’autore iraniano racconta le sue Mille e una notte, una versione moderna che conserva tutta l’atmosfera fiabesca e il fascino sensuale della fonte originaria. Notte dopo notte, per avere salva la vita, la bella Shehrazade ammalia il sultano sanguinario con un fiume di racconti nei racconti che parlano di califfi e visir, principesse e schiave, mercanti, jinn, metamorfosi e magie, mettendo in scena il potere, il desiderio, l’amore e il gioco del destino. Un labirinto incantato di storie a cui Kader Abdolah aggiunge brevi note per raccontare ciò che sta dietro le quinte: le complesse origini dell’opera e della sua protagonista, le modifiche che ha subito attraverso i secoli e le culture, i personaggi storici che nasconde, il ruolo delle figure femminili in un mondo violentemente patriarcale. Ma è soprattutto il piacere di raccontare che si ritrova in ogni pagina di questo libro, i cui protagonisti sono la parola e l’immaginazione con il loro potere di salvarci, di fermare il tempo per più di mille e una notte.

Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini, dal 1988 è rifugiato politico nei Paesi Bassi. Da quando ha cominciato a scrivere nella «lingua della libertà», coniugando le tradizioni letterarie di Oriente e Occidente, è diventato uno dei più importanti e amati scrittori di questo paese. Con Scrittura cuneiforme ha conquistato il pubblico internazionale e con La casa della moschea ha ottenuto in Italia il Premio Grinzane Cavour 2009. Tra gli altri suoi romanzi, pubblicati in Italia da Iperborea, si ricordano Il viaggio delle bottiglie vuote, Un pappagallo volò sull’IJssel, Uno scià alla corte d’Europa e Il sentiero delle babbucce gialle.