:: Segnalazione Ricomincio da te di Eloy Moreno

4 gennaio 2012 by

Il 19 gennaio esce per la Corbaccio Ricomincio da te, romanzo d’esordio di Eloy Moreno, autore spagnolo autopubblicato e, con tanto di trolley pieno di libri al seguito, autodistribuito.
L’entusiasmo dei librai e il passaparola di blog e lettori lo hanno portato a un contratto col più grande gruppo editoriale spagnolo, Planeta. Risultato: undici edizioni in un anno.

Superfici di vita:
Casa: 89 m²
Ascensore: 3 m²
Garage: 8 m²
Open space: 80 m²
Ristorante 50 m²
Bar: 30 m²
Casa dei miei suoceri: 90 m²
Casa dei miei genitori: 95 m²
Totale: 445 m²
Si può vivere tutta la vita in 445 metri quadri? Sicuramente. Il mondo è pieno di persone così: persone che vivono in una cella senza essere incarcerate, che si alzano ogni mattina sapendo che
tutto sarà uguale al giorno prima e che il giorno dopo sarà la stessa cosa… Lui è un uomo come tanti. Quarant’anni, una moglie, un figlio piccolo, un impiego in una società di software, colleghi, genitori, suoceri, giornate scandite dalla routine del lavoro, una vita familiare ridotta a monosillabi di saluto la sera e la mattina, sempre più arida, sempre più marginale. Eppure da bambino non era così. Aveva dei sogni: per esempio costruire un capanno per starci con il migliore amico. E quello è stato il suo primo e più grande fallimento: qualcosa è andato storto, quell’estate la sua infanzia è finita. Ma adesso sente che è arrivato il momento di riprendersi il tempo che ha perduto, di riconquistare l’amore di sua moglie, la stima di se stesso. Ha un piano per ricominciare, ma non osa nemmeno confessarlo a Rebe, sua moglie: ormai è così distante, indifferente, forse ha un altro. Lui sospetta di tutto e di tutti, si sente braccato a casa e in ufficio, organizza piani per vendicarsi di chi considera ormai i suoi ex: la sua ex moglie, i suoi ex amici, i suoi ex colleghi… Ma il sogno rimane, e non è detto che nel modo più impensabile e assurdo non riesca a realizzarsi.
Questa è la storia di un uomo capace di realizzare il suo sogno: ricominciare tutto da capo.
Anche se tutti i sogni hanno un prezzo.

:: Recensione di La voce del destino di Marco Buticchi

2 gennaio 2012 by

La cantante lirica Luce de Bartolo ed Evita Peron sono amiche fin dall’infanzia. Luce in vecchiaia è diventata una clochard e viene salvata da un’aggressione da Oswald Breil, ex capo del Mossad, e da sua moglie Sara Terracini, storica e archeologa, che la ospitano nella loro casa galleggiante ormeggiata a Parigi. L’anziana cantante racconta la storia del suo passato da quando iniziò a calcare i palcoscenici di tutto il mondo grazie alla sua voce stupenda e all’appoggio di Eva Duarte che in seguito diventerà Evità Peron la donna più importante dell’Argentina. Dato che molti ex gerarchi nazisti trovano asilo in Argentina grazie a Peron, i due coniugi mettono insieme un enorme patrimonio in denaro proveniente dalla Germania. Quando Evita si ammala di cancro dona a Luce un ciondolo dove è nascosta una chiave che servirà ad aprire il contenitore dell’immenso tesoro . Inseguita da nazisti e da altri Luce riesce a mettere in salvo la chiave anche dopo la morte di Evita. I nazisti nascosti in argentina sotto falso nome vogliono ricrearvi una nuova Germania e vogliono quel tesoro per rimettere in piedi il Quarto Reich. Oswald Breil riuscirà finalmente a trovare in una banca svizzera una cassetta che viene aperta con la chiave di Luce al cui interno è nascosto un tesoro costituito da molti conti. Toccherà come sempre a Breil di salvare il mondo e di mettere il tesoro al sicuro dalle mire dei criminali nazisti. La voce del destino vede il ritorno di Oswald Breil eroe di tutti i romanzi di Buticchi questa volta alle prese con una vicenda per molti versi ancora oscura e legata ad una delle pagine più atroci del secolo scorso: il nazismo, per molti la storicizzazione stessa del male assoluto, con tutte le sue propaggini e le connivenze che hanno portato alla fuga con i loro tesori dei più efferati gerarchi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Che l’utopia di un Quarto Reich sia un’ipotesi neanche tanto fantascientifica porta le conclusioni di Buticchi e le implicazioni neanche tanto inverosimili con alti prelati vaticani o addirittura con i servizi segreti di alcuni paesi vincitori a gettare una nuova luce sulla storia ufficiale per molti versi venata da sotterranee correnti in cui il profitto e l’avidità se non gli ideali distorti di autentici criminali hanno un ruolo fondamentale. Buticchi su uno sfondo storico attentamente documentato muove le vicende di fantasia con una logicità e un’ attenzione per la plausibilità che spinge a credere che molte sue riflessioni abbiano basi solide e magari tenute all’oscuro dalla storiografia ufficiale. Azione, avventura, cospirazioni, suspence, si intrecciano in una narrazione come sempre tesa ed entusiasmante, caratteristica peculiare dell’autore e portano il lettore davanti ad interrogativi che spesso la storia ci pone. Per chi ama i libri ad ampio respiro di un maestro dell’avventura.

:: Recensione di L’età dei lupi – Maria Silvia Avanzato a cura di Riccardo Falcetta

29 dicembre 2011 by

Una scrittrice che sa cosa vuol dire scrivere e raccontare. Pare una tautologia tirata fuori a mo’ di slogan, ma è la constatazione di quando, pescando in un mare convulso e spigoloso di carta rilegata, resti accecato da un talento che brilla come un paradigma.

Se parli con Maria Silvia Avanzato, lei ti dirà che scrive di tutto: favole (“Ratafià per l’assassino”, Forme Libere, 2010, un registro che resta costante nella sua produzione), chick lit (“Granturco su foglia di The”, Arpanet, 2010, e un seriale, nel 2012, destinato al mercato tedesco), erotica (“CipriaVaniglia”, Damster, 2011, in duetto con Gaia Conventi), noir (premiatissimi, gli ultimi, da “Nero di Puglia” a “Lama e trama”). La verità è che qualsiasi cosa lei scriva, reca ben impressa una sigla fatta di scrittura personalissima e avvolgente, di trame e personaggi perfettamente delineati e tematiche di respiro universale. Non fa eccezione “L’Età dei Lupi” (Voras, 2011), racconto di un passaggio all’età adulta.

Si è Bologna, alla fine degli anni ’90: Anita, detta Lupo, è una ragazzina dotata e sensibile come poche. In quegli anni vive con Tamara, madre trentenne, frivola e insicura (“troppo giovane e annoiata per essere una madre”), e una nonna che, data la sua originalità (è lei a chiamarla Lupo “forse per via di quella storia di lupi omicidi che racconta la Zia Pina. Dice che io sono forte e se voglio mordo, come i lupi”) rappresenta per lei l’unico faro. Un padre Lupo non ce l’ha: lo crede “a Hollywood o magari soltanto a Cinecittà” fuggito non prima di aver sedotto (e ingravidato) la fragile Tamara, convincendola delle sue qualità di attrice.

Dall’ultimo anno di medie, nel bislacco regime confessionale del “Santa Eccetera Eccetera”, alla fine del primo superiore, nell’aperto scompiglio di una scuola pubblica, il cammino di Anita è così pieno di persone, storie ed eventi che sembra dover durare una vita intera; è quel viaggio che consente alla bambina di spingersi in là, alla scoperta della sua giovinezza. Le certezze dei giochi in casa dell’amica Nana e degli amori soltanto immaginati, il fragile ma rassicurante guscio di una famiglia di sole donne e l’austerità dell’istituto religioso, presto lasciano il campo allo scompiglio della scuola pubblica, agli incanti e le insidie dell’amicizia e dei primi amori reali (i più sofferti); a scioperi e fughe, da casa e da scuola, tra un brano delle Spice (colonna sonora del libro intero) e un pomeriggio in discoteca, tra compagnie audaci e ragazzetti insicuri. Fino ai primi segnali di una maturità a lungo bramata, che arrivano proprio quando Tamara decide di regalare a sua figlia l’invadente presenza di un altro padre.

Il confronto generazionale è solo uno degli aspetti più avvincenti di questo romanzo: memorabili restano gli incontri di Anita con vissuti e realtà limite, all’interno della scuola pubblica. Tra gli altri, il simpatico Pietro, il quale, costretto all’isolamento dalla malattia, parla come i personaggi dei crime movies visti e mandati a memoria:

 “Ma io posso morire bambina, io non lo so se va tutto bene… Magari fra un anno mi levo dalle balle e potete dare il mio banco a un altro. Ma intanto voglio bere brandy con gli amici, il giorno del mio compleanno… Dai andiamo di là e fammi vedere le tette! Almeno mi fai morire contento!”);

o la musulmana Latifa (“Se eri amico di Latifa o di Amina, loro ti scrivevano il tuo nome in arabo sul diario…”), che la condurrà in mondo straniante e incantato.

Latifa abitava in una zona che Bologna si era premurata di calciare il più lontano possibile, come se fosse stato un birillo indesiderato durante una partita di bowling. Quartiere Pilastro. Il Bronx…

Erano grandi palazzi con le finestre aperte in pieno dicembre (alcune, dubito avessero le imposte) e camminando fra quegli stabilimenti giganteschi si udiva un brusio concitato: erano le voci delle finestre, le preghiere dei musulmani miste al pianto dei bambini, al fischio delle caffettiere, alle notizie di calcio per radio, alle discussioni di marito e moglie…

Sbirciavi nella vita altrui e la vita altrui ti pioveva addosso, dall’alto, con echi, con fruscii.

Maria Silvia Avanzato non è nuova a narrazioni così intense. Ne “L’età dei lupi” racconta la bufera di una età meravigliosa e terribile come una montagna da scalare. Per chi scrive storie, il talento è saper raccontare, catturando con sguardo nitido, nel groviglio che avvolge il mondo, i tracciati della propria esperienza, e poi scriverne, descriverli in modo personale, sciorinando le parole adatte per restituire, nell’affabulazione, colori ed echi di una esperienza vigorosa e  condivisibile. Un compito non semplice, qui svolto con bravura e tenuta disarmanti.

Sciorinando un linguaggio della memoria e delle emozioni, questo libro reca un assunto fondamentale: ogni singolo tassello di quel piccolo e caotico puzzle di vita che è l’adolescenza è necessario poiché fonda, nell’esperienza e nella forza dei ricordi che saranno, tutta la precaria vivacità dell’età adulta.

“Non gli dico che quelle lacrime sono arrivate con la musica in punta di piedi e mi hanno fatto ripensare a mio nonno che giocava con me, che non cadevo, che mi prendeva sempre in tempo

E alle persone che ti danno un bacio e poi spariscono per sempre. lui non sa che la vecchia musica ha il potere di farti piangere in mezzo alla Romea, in una notte di pioggia, dopo una Sambuca e quattro schiamazzi”

“Dobbiamo proprio deciderci a far visita alle suore, a ritrovare anche gli altri, a guardarci indietro per bene, una volta per tutte”

Di vivere vale davvero la pena.

:: Recensione di L’occhio indiscreto di George Harmon Coxe (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

28 dicembre 2011 by

L’occhio indiscreto (Murder with Pictures, 1935), opera prima dello scrittore americano George Harmon Coxe, (che introdusse il personaggio del fotoreporter Kent Murdock, per oscuri motivi ancora inedita in Italia), è da poco uscita nella collana I Mastini n° 10 della Polillo, con traduzione di Francesca Stignani, e per gli amanti dell’ hard boiled classico fatto di donne fatali, gangster dai capelli azzimati alla grande Gastby, poliziotti duri e puri e fotoreporter con l’hobby del delitto magari per risolvere un caso e prendersi la ricompensa è una lettura senz’altro imperdibile.
Siamo a Boston, davanti alle porte di un’aula giudiziaria si accalcano i giornalisti e i fotografi dei più importanti giornali della città in attesa di sapere se il gangster Nate Girard, uno di quelli che hanno fatto i soldi al tempo del proibizionismo con il contrabbando di liquori, verrà condannato alla sedia elettrica per omicidio.
A sorpresa il verdetto è di assoluzione, grazie anche al suo avvocato Mark Redfield che per l’occasione si guadagna una parcella da cinquantamila dollari.
Per festeggiare Redfield organizza un party a casa sua e invita anche Kent Murdock fotoreporter del Courier Herald che con Girard ha qualche legame essendo il gangster l’attuale amante di sua moglie Hestor, avida ex ballerina di fila proveniente dal burlesque, dalla quale cerca di ottenere disperatamente il divorzio.
Tra gli invitati Murdock nota un’affascinante biondina vestita di blu il cui volto spicca per onestà tra quelli degli altri invitati, ma il suo tentativo di attaccare discorso con la ragazza finisce miseramente. Murdock tornando nel suo appartamento situato nello stesso stabile, nota per le scale il fratello dell’uomo ucciso presumibilmente da Nate Girard.
La mattina dopo mentre si fa la doccia, la biondina del party si nasconde nel suo appartamento un attimo prima che il tenente Bacon della Squadra Omicidi faccia irruzione e gli comunichi che Mark Redfield è stato ucciso. Murdock nasconde la ragazza e si getta a capofitto nell’indagine per guadagnare i diecimila dollari della ricompensa che gli consentiranno di divorziare da Hestor.
Ecco in breve la trama di questo romanzo decisamente gradevole e pieno di verve, con un tocco di ironico romanticismo che spinge Kent Murdock a fare la sua dichiarazione d’amore ad una stranita e divertita Joyce Archer, sorella del principale indiziato scappato con la vedova della vittima.
Mark Redfield non sarà il solo a morire in questo romanzo forse minore, ma sicuramente interessante sia per lo svolgimento della trama, per l’effervescenza dei dialoghi e per il fascino discreto del protagonista, Kent Murdock, un fotoreporter gentiluomo capace di innamorarsi, ammansire poliziotti, subire aggressioni, e risolvere delitti, accompagnato dalla sua fida macchina fotografica, dal sorriso disarmante e dalla sua incorruttibile (non si sa fino a che punto) onestà.

George Harmon Coxe (1901-1984), nato a Olean, nello stato di New York, dopo aver abbandonato gli studi trovò lavoro dapprima come boscaiolo, poi in una fabbrica di automobili. Ben presto, però, il suo amore per la scrittura lo spinse a dedicarsi al giornalismo e tra il 1922 e il 1927 collaborò con varie testate. Nel 1927 si trasferì a Cambridge, Massachusetts, dove lavorò in un’agenzia di pubblicità fino al 1932 quando decise di rimettersi a scrivere. Tre anni dopo diede alle stampe il suo primo romanzo, Murder with Pictures (L’occhio indiscreto), nel quale introdusse il suo personaggio più famoso, il fotoreporter Kent Murdock. Fu per lui l’inizio di una lunga carriera letteraria durante la quale pubblicò 63 opere, 23 delle quali con Murdock come protagonista. Dal 1936 al 1938 lavorò per la MGM come sceneggiatore. Stimato dalla critica e dai colleghi («Il più professionista dei professionisti», lo definì il noto critico e scrittore Anthony Boucher), nel 1964 fu insignito del Grand Master Award dai Mystery Writers of America, associazione della quale era stato presidente nel 1952. Il suo ultimo romanzo, No Place for Murder (Fenner: la morte mi perseguita) fu pubblicato nel 1975, nove anni prima della sua morte avvenuta a Old Lyme nel Connecticut.

:: Recensione di Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2011)a cura di Giulietta Iannone

27 dicembre 2011 by

Io vedo i morti. A ogni angolo di strada, a ogni finestra, io vedo i morti. Li vedo per come sono morti di morte violenta, con i corpi straziati dalle ferite, col sangue che scorre, con le ossa che sporgono dalla carne martoriata. Vedo i suicidi, gli assassinati, i travolti dalle carrozze, gli affogati in mare. Li vedo, e li sento ripetere ossessivamente l’ultimo ottuso pensiero della loro vita spezzata. Li vedo, finchè non si dissolvono nell’aria per trovare una pace che non so se esista, e in che luogo. E ne sento il dolore immenso di abbandonare l’ amore, per sempre.   

Napoli 1931, IX° anno in cifre romane secondo il calendario fascista. Dicembre, il Natale è nell’aria fredda, battuta dal vento, spruzzata di pioggia sottile che si insinua nei cappotti eleganti e bordati di pelliccia dei ricchi che si affaccendano in cerca di doni preziosi e tra gli stracci dei mendicanti, degli scugnizzi, dei pescatori attaccati alle loro reti consunte dalle quali gli viene solo lo stretto necessario per non morire di fame, se sono fortunati. Il contrasto drammatico tra povertà e ricchezza spezza la favola fascista che il regime impone con alti proclami ma non ostante tutto nell’aria c’è qualcosa di speciale fatto di tradizioni e memoria. Saranno le luci, gli addobbi, la strada di San Gregorio Armeno, che si trasforma in occasione del Natale in una processione di presepi, di statuine, di alacri artigiani all’opera a intagliare, dipingere, cesellare volti vivi e partecipi. Per non parlare delle bancarelle con ogni ben di Dio, di mercanti improvvisati, di venditori abituali e gli zampognari con le loro cornamuse a suonare i canti tradizionali della novena. L’attesa, i suoni i profumi, i preparativi per la cena di Natale, l’occasione che radunerà la famiglia intorno a un presepe vuoi antico e prezioso vuoi intarsiato nel legno da mani ruvide e piene di calli e graffi. Il Natale è un’emozione e nel lontano 1931, quando i fratelli de Filippo si apprestavano a debuttare con il celeberrimo Natale in casa Cupiello, un efferato fatto di sangue rovina l’atmosfera festosa e carica di speranza. In un elegante e luminoso appartamento del lungomare di Mergellina, nel quartiere Chiaia, un importante ufficiale della milizia portuaria Emanuele Garofalo viene ucciso a coltellate assieme alla moglie Costanza. Una famiglia per bene, apparentemente al di sopra di ogni sospetto, un tassello importante nella gerarchia fascista tanto da far rientrare il doppio delitto nella schiera dei delitti eccellenti. Lasciano una bambina di pochi anni, Benedetta, ormai orfana e con solo come unico riferimento una zia suora. Al commissario  Luigi Alfredo Ricciardi  della squadra mobile di Napoli e al brigadiere Raffaele Maione l’ingrato compito di trovare il colpevole o i colpevoli secondo i rilevamenti del medico legale Modo che evidenzia che i tagli del coltello per angolazione e profondità sono stati fatti da due mani differenti. Anche “il fatto” non sembra fare troppa luce sui delitti: Guanti e cappello dice la signora Costanza, Io non devo niente, proprio niente dice Emanuele Garofalo. Poche parole, senza echi, senza implicazioni particolari. Subito i sospetti vengono quasi pilotati verso Antonio Lomunno, antico superiore del Garofalo ora caduto in disgrazia a causa di un’ infamante accusa di corruzione a seguito della quale ha trascorso mesi in carcere, ha perso la moglie suicida, è stato espulso dall’arma e ora vive in una catapecchia con i figli in uno dei vicoli più poveri e disperati della città. Ma i superiori e la morale fascista con ordini diretti da Roma vogliono una soluzione del caso senza clamore, possibilmente non implicando l’arma. Così i Boccia, famiglia di pescatori taglieggiati dal defunto appaiono il capro espiatorio ideale ma Ricciardi non è il tipo da mettere in carcere qualcuno tanto per chiudere un caso, vuole la verità e a sbloccarne nella sua mente la risoluzione basteranno un Gesù bambino caduto dalle mani della tata Rosa e un capitone sfuggito durante il mercato del pesce lungo la strada di Santa Brigida. Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi sotto le mentite spoglie del poliziesco storico, è un romanzo che racchiude un’anima e che commuove nel profondo tanto che è difficile staccarsi dalla lettura e una volta terminato chiuderne definitivamente le pagine. Ci sia affeziona ai personaggi, quasi come a degli amici cari che si vuole rincontrare al più presto e anche i personaggi meno simpatici racchiudono in sé una vividezza e una peculiarità da renderli facilmente distinguibili durante la narrazione, penso al personaggio di Livia o quella del vicequestore Garzo. Il commissario Ricciardi su tutti attira a sé le simpatie del lettore pur nella sua complessità e nell’ amarezza con cui affronta la vita. Vederlo conteso da due donne, una diversissima dall’altra, quando lui stesso è il primo a chiedersi se vuole davvero che l’amore entri nella sua vita, è una delle contraddizioni che costituiscono il suo personaggio, dolorosamente in bilico su un abisso di disperazione e infelicità, proprio per quel “fatto” oscuro e vissuto come una dannazione che lo rende così diverso dal resto delle persone. In questa indagine poi è soprattutto il personaggio di Maione ad emergere per umanità e delicatezza nel suo dibattersi tra vendetta e perdono aiutato dalla dolcezza e onestà di sua moglie il cui sguardo azzurro vigila con materna tenerezza come la Madonna di un presepe. Con poesia de Giovanni ci trasporta in un mondo vitale e pieno di delicati chiari scuri che danno il sapore della vita che scorre, quasi a ricordarci che dopo tutto sono i sentimenti l’unica cosa importante del resto se ne può fare benissimo a meno.

:: Analisi di Il terzo uomo di Graham Greene a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2011 by

[avviso spoiler]

Il terzo uomo di Graham Greene, pubblicato nel 1950, è una delle opere considerate minori del grande autore inglese, definite appunto come “divertimenti”.
Non è esattamente un romanzo, più che altro può essere considerato un racconto lungo che nacque non per essere pubblicato, ma per servire da soggetto da cui trarre una sceneggiatura cinematografica per un film di Carol Reed. Pur tuttavia sia per la complessità che per la compiutezza è sicuramente un’opera singolare e interessante non a caso considerata, forse, il suo “romanzo” più famoso.
Come premessa potremo cominciare con identificare tre componenti che si intrecciano dando vita ad una narrazione composita e di “intrattenimento”, come era nell’intenzione dell’autore: la componente più evidente è la struttura poliziesca del racconto, tutta la trama prende infatti la forma di un’ investigazione; secondo elemento è lo stile ironico, e a tratti decisamente divertente; e infine terzo elemento, il più importante a mio avviso, che offre una  struttura solida a tutta la narrazione evitandogli di scivolare nella semplice burla, ovvero il tema centrale che verte sulla trattazione di un argomento delicato come il contrabbando, in tempo di guerra, di medicinali avariati.

IL_TERZO_UOMO

“Non si può mai prevedere la caduta di un colpo. Quando vidi Rollo Martins per la prima volta…”

Il terzo uomo inizia così. La voce narrante è in prima persona; l’aspetto razionale e critico è affidato ad un ufficiale di polizia britannico, Calloway, la cui primaria funzione e sorvegliare e indagare, ovvero reggere l’ordine, in un’ allucinata Vienna distrutta del secondo dopoguerra.
La fredda e burocratica opacità di un’ indagine di routine viene increspata dalla simpatia umana che il poliziotto prova per Rollo Martins, il vero protagonista di tutto questo intricato racconto. Già dalle prime righe capiamo che la storia si regge sul rapporto umano che si instaura tra due uomini completamente diversi che incidentalmente seguono le tracce di un terzo uomo, Harry Lime appunto, spettro sfuggente e simbolo di tutto quanto la guerra porta con sè di spregevole e viscido.
Possiamo definire questo racconto un racconto poliziesco con tutte le precisazioni precedentemente fatte. Ha la struttura narrativa di un’ indagine poliziesca, di una ricerca che solo in apparenza può essere considerata avventurosa o satirica. Sullo sfondo c’è una realtà drammatica e ben poco immaginaria. C’è una città, Vienna, molto simile a qualsiasi città durante la Seconda Guerra Mondiale: bombardata, abbandonata, ridotta ad un cumulo di rovine e macerie, divisa in zone di occupazione militare, in cui la desolazione e la difficoltà di sopravvivere accomunano, in una contraddittoria e fraterna disumanità, tutti i personaggi.
La devastazione non solo materiale della città riflette la vera distruzione operata nelle anime delle ombre che agiscono: agenti più o meno corrotti, pericolosi e spietati approfittatori, vecchi invalidi, spie, sovversivi, ragazze prive di identità e senza passaporto. Il pericolo, lo sbando di queste anime perdute, il disordine, la confusione, la violenza ancora presente come un eco terrificante, tutto questo fa da sfondo alle azioni di un uomo, Rollo Martins,  surrealisticamente irresponsabile, sciocco, sentimentale, romantico, che crede ancora all’amicizia (e di conseguenza nell’amore), allampanato, preoccupato, timoroso, scrittore di mediocri libri di evasione e avventura senza impegno come le sue storie sentimentali che colleziona con incoscienza e ingenuità.
Per semplificare: la trama verte sulla storia di un’ amicizia che lega  due uomini essenzialmente inadatti ad essere amici. Ciò che irrimediabilmente li separa è il loro modo di porsi di fronte al “male” in questo racconto simbolizzato dal traffico illegale di penicillina. Harry Lime trova in esso un conveniente strumento per arricchirsi, e dare così pieno campo all’avidità umana, vero motore di ogni guerra. Rollo Martins in tutta la sua mediocrità e ingenuità, conserva il suo senso morale e la sua capacità di provare empatia, orrore e pietà.
Tutto il racconto è un gioco di specchi, una complicata serie di sdoppiamenti, un lungo labirintico scontro tra il protagonista Rollo Martins e l’antagonista Harry Lime, un lotta impari che porterà all’inevitabile lieto fine, reso però amaro dalla certezza che nessuno, neanche chi si pone dalla parte giusta, è un vincitore fino in fondo.
Greene fu invitato ad ideare una storia che descrivesse la Vienna del secondo dopoguerra senza farne un’ opera di propaganda, conservando oggettività e “realismo” nel senso più vero del termine. Il fatto che sia un periodo di occupazione è sempre ricordato dall’autore, con riflessioni, digressioni, amare descrizioni di cosa significa avere gente armata straniera che circola per le vie di una città devastata in cui regna il caos.
Greene non si permette di fare facile retorica, si limita a descrivere i fatti senza mai evocare con disprezzo il vero nemico sconfitto (i tedeschi), ma semplicemente evocando concretamente i problemi d’ordine, le meschinità personali, la corruzione, la solidarietà quando resta solo il silenzio, più terrificante del rumore dei più violenti bombardamenti, il vuoto, e la malinconia della vita che continua, facendo dei sopravvissuti niente altro che degli spettri.
Le riflessioni che l’autore fa sono di una profondità psicologica e di una lucidità che hanno ben poco a che fare con un semplice “svago” come in apparenza tutto il racconto può sembrare. Il tema sensibile che Greene affronta con apparente leggerezza è così pieno di implicazioni morali ed etiche che non permette ad alcun lettore  di non avvertire la sgradevole consapevolezza che ognuno è tenuto a schierarsi e che molte volte l’irresponsabilità di certe nostre azioni ha conseguenze così devastanti di cui non conosciamo neanche la portata.

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Calloway voce narrante, poliziotto britannico,  alter ego dell’autore-osservatore, indaga su un crimine, – sul traffico illecito di penicillina adulterata -, sorveglia, insegue un delinquente, mantiene l’ordine e simboleggia una voce razionale nel caos. Il suo obbiettivo è risolvere un caso, stilare un dossier. Il suo istinto di poliziotto lo porta ad avvertire che c’è qualcosa di anomalo nella scomparsa del suo principale indiziato Harry Lime, e non ostante l’indagine sia formalmente chiusa, con la morte appunto di Lime, continua ad indagare e si mette a seguire Martins, che a sua volta segue le tracce del fantasma Lime, spettro sfuggente che per molta parte del racconto, creduto morto fino al colpo di scena finale, vive solo, come un’ombra riflessa, nei ricordi, nelle osservazioni degli altri personaggi nelle cui vite ha creato più o meno danni.
Anche  Calloway, continua appunto il gioco di specchi, conosce Lime solo per riflesso, attraverso i rapporti dei suoi diversi agenti, e si è fatto un’ idea abbastanza precisa su chi sia questo enigmatico individuo, che sembra irradiare intorno a sè un misterioso potere di devastazione. Per Calloway Martins è il solo collegamento con questo fantasma troppo presente e proprio seguendo i suoi spostamenti per Vienna, inizia a far luce pian piano sul mistero che come una cappa opprimente coinvolge tutti i personaggi.
La consapevolezza che le sue intuizioni sono fondate e i suoi sospetti reali, ovvero che Lime è ancora vivo e la sua morte è solo una manovra di quest’ ultimo per svincolarsi dalle sue responsabilità e come sempre cavarsela,  si concretizzano sempre di più mentre contemporaneamente Rollo Martins arriva a conoscere che persona è in realtà l’ “amico” che ha sempre idealizzato e venerato.
C’è una patetica ostinazione in Martins nel non credere al poliziotto e nel volere a tutti costi dimostrare l’innocenza di Lime, in nome della loro passata amicizia.  Più Martins scopre e accetta cosa Calloway già sa di Lime, più la figura di questo personaggio evanescente e effimero prende forma e si delinea come quella di un essere irrimediabilmente corrotto e privo ormai di ogni traccia di umanità.
Tra i personaggi maledetti della storia della letteratura sicuramente il personaggio di Harry Lime ha un posto difficilmente eguagliabile. Il suo utilizzo degli altri, la sua capacità di manipolare persino coloro che lo amano per i suoi fini, trasmette un cinismo e una freddezza sicuramente esasperata e funzionale a delineare il cattivo di turno, ma inquietante.
La descrizione riflessa di Lime avviene soprattutto per voce di Martins. Lime è un uomo d’azione, agisce per ottenere ciò che vuole a prezzo di qualsiasi sofferenza per gli altri. E’ paziente, razionale, non è il classico delinquente violento e dominato dagli istinti. E’ scaltro, persegue piani precisi che portano al suo arricchimento e alla distruzione degli altri di cui si disinteressa completamente, è privo di alcuna remora morale. E’ furbo, sa come risultare affascinante e simpatico, sa come muoversi nel mondo, sa come sfruttare le debolezze degli altri, e infine vertice della sua perfidia sa farsi amare.

Annex - Valli, Alida (Third Man, The)_02Anna Schmidt è il personaggio femminile principale ed è senz’altro un personaggio che ispira simpatia, un’amica, una giovane attrice, con problemi più grandi di quanto sia capace di gestire e questa sue debolezza ne fanno automaticamente una vittima di Lime, che lei sinceramente ama. Il suo oscuro passato, la necessità di documenti falsi, la sua fragilità ne fanno un personaggio enigmatico e inaccessibile, forse più ancora dello stesso Lime, le cui motivazioni sono fin troppo ovvie e se non addirittura prosaiche.
Anna Schmidt è un personaggio in fuga, una profuga ungherese con passaporto austriaco, abituata ad indossare maschere non solo per la sua professione. Tutti nel racconto improvvisano un’identità fittizia, per difendersi, nascondersi, sopravvivere e così fa Anna, ma in lei, a differenza dei personaggi maschili coinvolti con Lime, non c’è nessuna meschinità, resta in un certo senso “innocente” non ostante la sua vita di espedienti e il suo legame con un delinquente.
Il suo mistero, di cui la sua dolce e delicata sensualità ne accresce il fascino, consiste nella sua capacità di lealtà e di amore. Anna continua ad essere incapace di tradire o fare del male pure a un uomo come Lime. Restando fedele a se stessa acquista, pur nella sua debolezza, una forza epica ben superiore a quella di tutti gli altri personaggi.
La sua non particolare bellezza, la sua aria quotidiana, la sua non particolare bravura come attrice, tutte queste apparenti non-qualità svaniscono di fronte alla sua incrollabile capacità di non lasciarsi corrompere da niente e da nessuno. La sua dignità, il suo ruolo apparentemente defilato, mai invasivo, la sua tristezza, la sua drammatica compostezza bilanciano in un certo senso, in positivo, ciò che in Lime c’è di spregevole, come se Greene avesse voluto mettere in atto una sorta di “giustizia” e di “equilibrio” al fine di conservare una piccola luce di speranza in tutta questa desolazione.

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L’autore nell’introduzione spiega la lunga genesi dei dialoghi e di come presero vita, trasformandosi nella sceneggiatura che porterà al film,  lavorando assieme al futuro regista, diventando veri colloqui che i due improvvisavano per renderli più realistici. Nel racconto sono quindi piuttosto abbozzati e non articolati, comunque rivestono un ruolo sicuramente altrettanto importante della descrizione dell’ambientazione su cui invece più si sofferma.
L’interazione tra i personaggi, ovvero i rapporti che li legano, sono senz’altro determinati dai dialoghi, essenziali in un testo destinato a diventare una sceneggiatura. Il registro linguistico è piuttosto semplice e non formale, teso a sottolineare la difficoltà di comunicazione in una realtà piena di personaggi di nazionalità diversa. L’alternarsi del registro linguistico drammatico e comico crea una singolare sovrapposizione di percezioni che spezza la narrazione e getta inquietudine nel lettore.
I livelli di lettura differenti, non dimentichiamolo che formalmente non è altro che un elegante gioco di specchi con l’obbiettivo principale di divertire e intrattenere, hanno una funzione specifica di risvegliare la coscienza dei lettori su temi scomodi e dolorosi che pur sempre fanno parte della vita si può dire di ogni epoca.
L’effetto comico e farsesco dello scambio di persona, i fraintendimenti, lo svelamento improvviso dei ruoli di personaggi che in un primo tempo apparivano sotto un’altra luce, sono tutti espedienti che l’autore usa per spiazzare il lettore e destare la sua attenzione, provocandolo attraverso l’uso del ridicolo, del patetico, del commovente.
L’uso di personaggi come Crabbin, buffi, patetici, alternati ad altri rozzamente violenti, ci porta a percepire la realtà che l’autore vuole trasmettere come una foresta piena di contraddizioni e imprevisti. Nulla è ciò che sembra e tutto è mutevole e sempre in movimento.  Non c’è spazio per consolanti o rassicuranti bugie per mascherare la verità e mettere tranquilla la nostra coscienza.
La realtà che Greene conosce è terribile e spietata, il più forte vince inevitabilmente il più debole, e a questa regola non c’è scampo. Greene getta dubbi, insinuazioni, che creano allarme e aggiungono un irritante senso di mistero dando la claustrofobica sensazione che il protagonista Rollo Martins stia cadendo in una trappola tesagli soprattutto a causa della sua curiosità.
Le contrastanti versioni sulla morte di Lime, le discrepanze, le mezze verità, le autentiche menzogne e i depistaggi portano Martins su false piste, e nel frattempo la  fitta rete che inizia ad avvilupparlo si infittisce di maglie sempre più resistenti e solo il sorvegliante Calloway, che in un certo senso veglia sulla sua sicurezza, impedisce che questo si trasformi in tragedia. L’ordine viene ristabilito, il colpevole punito, ma l’amarezza per un’amicizia  mancata e tradita, persiste e non consola del tutto.

Temi principali:

Lo spettro della guerra, simbolizzato dal silenzio e dalla neve, fredda e incolore come la morte, è un tema sempre presente sullo sfondo e rende tutto più amaro e più tragico anche se materialmente la guerra è finita e restano solo macerie. La rovina materiale riflesso della rovina morale dei personaggi perdenti, tristi, devastati dal male e a dispetto di tutto vivi.

La solitudine è un altro tema trattato con realismo ed estrema sensibilità e sempre accompagna lo sbandamento e la desolazione dei personaggi. Il senso di alienazione, estraneità, smarrimento, (non c’è nessuno ad aspettare Martins in albergo).

L’amicizia infine è sicuramente il tema centrale del racconto. Un appuntamento mancato, un lungo addio tra due amici che non ostante siano su due posizioni diametralmente opposte sentono perdurare inaspettatamente il vincolo d’amicizia. L’unica emozione umana che Lime sembra avere conservato è appunto la consapevolezza che l’amicizia è un valore e nell’ inseguimento finale nelle fognature di Vienna, quando sa di essere irrimediabilmente perduto,  e che per lui non c’è salvezza, un senso di rimpianto, stempera il suo cinismo, pur naturalmente non dando spazio a niente altro che a questo e non trasformandolo in pentimento.
Lime non si pente del male fatto, delle centinaia di vittime dei suoi traffici, del dolore recato a Martins o alla ragazza, che amandolo rendono la sua indifferenza ancora più odiosa,  si pente unicamente  di non essere stato abbastanza scaltro e cinico da  cavarsela anche questa volta e nelle sue ultime parole prima di morire, ucciso da Martins, afferma proprio questa sua sconfitta con parole ironicamente derisorie.

L’avidità: questo tema è sicuramente oggetto di numerose riflessioni di Greene. Nella sua valutazione dei fatti e delle circostanze, vede sempre l’avidità a margine dei peggiori comportamenti umani. La corruzione che l’avidità porta con sè lo porta ad aumentare la sua pessimistica analisi dei fatti. L’avidità porta con sè le peggiori rovine perché non ha limite, è un meccanismo spietato che avvolge e avvelena tutto. L’autore sente una istintiva ripugnanza per questo “crimine”  ed enfatizzando i lati negativi della figura dell’ approfittatore Lime cerca di trasmettere al lettore tutto l’orrore e il  disgusto che l’avidità, di cui ha visto di persona le nefaste conseguenze,  gli provoca.

L’amore. In questo clima decisamente angosciante e opprimente, l’autore delinea una delicata storia d’amore tra la ex-ragazza di Lime e Rollo Martins. L’amore che lega questi due personaggi ha un po’ il tono della solidarietà tra naufraghi, ma non ostante tutti i suoi difetti e le sue manchevolezze è la sola realtà che sopravvive e getta una luce di speranza sul futuro. L’autore non ostante il suo estremo pessimismo conserva ferma la fede nel potere salvifico di questo sentimento anche quando apparenterete tutto intorno è perduto.

:: Recensione di L’insonnia delle stelle di Marc Dugain a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2011 by

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La tranquilla sicurezza che ostentava, l’andatura disinvolta, la franchezza dei lineamenti non lasciavano trasparire la sofferenza dell’ufficiale. Non aveva intenzione di farla finita veramente con quella guerra, di darle degna sepoltura come avevano fatto i genitori, spugne silenziose di un secolo senza speranze. Voleva toccare il fondo, senza mai mentire a se stesso, perdervisi, farsi intimo dell’insondabile nella sua discesa vertiginosa verso l’innominabile di cui tanti credono di liberarsi attraverso un salutare mutismo.

Primavera del ’45. La Germania nazista è ad un passo dalla resa. Il Reich di Hitler, che secondo gli alti proclami del regime avrebbe dovuto durare mille anni, si sgretola inesorabilmente sotto l’avanzata degli Alleati.
Il capitano francese Louyre, l’eroe di Montecassino dove le pallottole trapassavano gli uomini così come trapassavano l’aria, come se niente fosse, si ritrova al comando di un contingente incaricato di occupare un importante cantone rurale nel sud della Germania.
Nelle campagne circostanti alla piccola città dove sorge il suo quartier generale, in una fattoria isolata abitata solamente da una ragazzina di quindici anni, Maria Richter, denutrita e stremata, che attende il ritorno del padre dal fronte russo come unica ragione di vita, il capitano scopre i resti carbonizzati di un uomo sconosciuto.
Chi è ? Chi l’ha ucciso? Può essere un’assassina quella ragazzina pelle e ossa? Una cannibale, come sospetta il maresciallo Hubert?
Louyre abituato nella sua vita da civile ad osservare le stelle, con lo spirito rigoroso e analitico dell’ astronomo, vuole cercare di capire, sente che quella morte è importante. Prende in carico la ragazzina e inizia una sua personale indagine, ostinatamente convinto che anche quella singola morte, in un mare di milioni di morti, meriti verità e giustizia.
Le reticenze, le mezze verità sussurrate con imbarazzo dagli abitanti del luogo portano Louyre a domandarsi quale oscuro mistero sia nascosto in quella regione, che segreti nasconda l’ospedale, l’edificio imponente che domina la città e sembra che la tenga in suo potere. Con l’ex sindaco e il prete, che stranamente vuole prendersi in carico Maria Richter, si reca a visitare quel luogo sinistro, vuoto, senza più mobili, umido, custode di qualcosa di oscuro che sembra inestricabilmente legato alla morte di quello sconosciuto di cui ha trovato i resti.
Continuando le indagini e leggendo le lettere che il padre di Maria le aveva inviato dal fronte, Louyre identifica il colpevole di quell’isolato delitto e qualcosa di ancora più terribile: fa luce sulle azioni efferate di un uomo plasmato dall’ideologia nazista, un uomo che mette con le spalle al muro e più che volere per lui un processo, gli estorce una confessione, una dolorosa conversazione che porterà a galla una delle pagine più atroci della Seconda Guerra Mondiale.
L’insonnia delle stelle (Tropea editore), tradotto con delicatezza e sensibilità da Silvia Fornasiero, è un libro bellissimo che contrappone agli orrori della storia un soffio di tenerezza tanto lieve quanto sconvolgente. Il legame tra Louyre e la piccola Maria da solo si oppone alla follia e alle barbarie ed è commovente vedere quanto sia tutto ciò che rimane alla fine della lettura: l’innocenza e la purezza di un sentimento che da solo impedisce alla tragedia di schiacciare tutto ciò che rende l’uomo “umano”.
Stranamente più che il confronto tra i due antagonisti della vicenda, il militare francese, poco portato ad essere un militare secondo i suoi superiori e il dottor Halfinger, ex direttore dell’istituto di convalescenza della città, è proprio il tenero legame tra Louyre e Maria a innescare una riflessione dolente e amara su ciò che l’uomo è capace di fare quando si pone al di là del bene e del male.
L’umanità di Louyre, il suo senso morale, il suo interrogarsi sulla natura ultima che tutti ci accomuna porta questo romanzo in un piano più alto che quello di una semplice indagine poliziesca. Lo stile limpido di Dugain, la sua capacità di descrivere con poche parole quasi scarnificate, sentimenti, riflessioni, anche condanne sono assolutamente rari e permette al lettore di fare una esperienza quasi catartica.
Sicuramente uno dei più bei libri sulla Seconda Guerra Mondiale che abbia mai letto.

Marc Dugain è nato nel 1957 in Senegal, dove ha vissuto fino all’età di sette anni, per poi trasferirsi in Francia. Laureatosi in Scienze Politiche, è diventato capitano di una compagnia d’aviazione. Dal 2001 si è stabilito in Marocco. Il suo primo romanzo, La stanza degli ufficiali, ha vinto diciotto premi letterari. Gli altri titoli: La maledizione di Edgar, Un’esecuzione ordinaria.

Suorce: libro inviato dall’editore. Si ringrazia l’ Ufficio stampa Tropea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La teoria dell’1% di Frédéric H. Fajardie a cura di Giulietta Iannone

18 dicembre 2011 by

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Se Parigi, con la sua gigantesca periferia grigia e anonima, faceva da sfondo ad Assassini di sbirri neo-polar di esordio di Frédéric H. Fajardie, in La teoria dell’1%,  seconda avventura di Tonio Padovani il commissario di origini italiane più improbabile di tutta la letteratura noir francese e non solo, ci troviamo nel bel mezzo del mese di settembre del 1979  in Normandia, nella quieta e amena campagna intorno a Pourceauville, terra del calvados, del livarot, della sigaretta papier mais che fa vomitare, delle vacche da latte e delle mosche da merda. Sopravvissuto quasi per miracolo al Grand Guignol di fuoco e proiettili con cui terminava il precedente romanzo il nostro anarchico commissario con il braccio sinistro semi-paralizzato, la gamba destra più corta di due centimetri, le decine di cicatrici e ovunque le schegge di vetro e di acciaio trascorre i suoi giorni a godere la pace della campagna con la sua Francine e il suo cane Tip-Toe quando all’improvviso si ritrova impantanato in una miserabile vicenda di delitti campagnoli. L’uomo nero, con il volto deformato da una calza di nylon, un mantello nero, un cappello simile a quelli usati dai filibustieri e dagli chouan del XVIII secolo e con sulla spalla, per colorire il quadretto, niente di meno che una falce si aggira per la campagna a mietere vite riproponendo un raccapricciante rituale che trae le sue origini, particolari macabri compresi, addirittura da fatti avvenuti al tempo dello sbarco del D day. Padovani si attacca al telefono, chiama lo Zio, chiede rinforzi e si fa spedire la sua sgangherata squadra al completo: Primmerose, un Pierre Bellemare ingenuo , un po’ minchione, allegro e sognatore: un Pierre Bellemare irreale insomma, Mamadou, una specie di Burt Lancaster africano, e in aggiunta Hautes Etudes, il mini commissario in prova di cui curare la formazione. Riuscirà il nostro commissario a risolvere il caso e a fermare questa strage che ha tanto il sapore di una vendetta? Non c’è manco da chiederselo. Fajardie costruisce una storia decisamente dissacrante, va a colpire proprio un nervo dolente della storia francese, le carognate e le codardie commesse durante l’occupazione nazista dai collaborazionisti che finita la guerra dettero alle fiamme gli archivi tedeschi che testimoniavano tutte le loro azioni per addirittura spacciarsi per appartenenti alla Resistenza. Su questo grumo oscuro Fajardie delinea un‘indagine poliziesca sui generis, con stile e ironia, riuscendo a divertire e sfiorando addirittura la comicità in alcune battute folgoranti che seppure con amarezza fanno ridere con le lacrime agli occhi. Grande traduzione di Giovanni Zucca. Imperdibile.

Frédéric H. Fajardie (nato il 28 agosto 1947 a Parigi e morto il  primo maggio a Parigi) è stato uno scrittore e sceneggiatore francese. Nell’ agosto del 1979 pubblica il suo primo romanzo  Assassini di sbirri, un adattamento molto libero dell’Orestie, un mito dell’antica Grecia. È all’origine di un nuovo genere letterario, il neo-polar, riconosciuto dal critico Max-Pol Fouchet.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Aisara”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Il mercante di zucchero di Adriana Assini

15 dicembre 2011 by

I palermitani senz’altro conoscono il nome di Gian Luca Squarcialupo “mercante di cannamele, tonno e grano oltre che noto giurato del rione della Conceria” personaggio realmente esistito e avvolto da un’aura avventurosa e mitica. Dall’archivio biografico comunale del comune di Palermo ho potuto trarre queste informazioni: “Gian Luca Squarcialupo era un giovane appartenente a una nobile famiglia pisana da tempo trapiantata a Palermo. Di idee innovatrici, insofferente alla dominazione spagnola e smanioso di introdurre in Comune un governo repubblicano sul modello dei liberi ordinamenti comunali fioriti in Toscana, si mise a capo di una sollevazione popolare che avrebbe dovuto porre fine al malgoverno spagnolo, impersonato dal luogotenente generale Ettore Pignatelli, conte di Monteleone”. Il mercante di zucchero romanzo storico di Adriana Assini, edito da Scrittura & Scritture di Napoli, racconta proprio le gesta di Gian Luca Squarcialupo. Siamo a Palermo nell’anno di grazia 1516. Il re Ferdinando è appena morto. La popolazione sopporta mal volentieri la dominazione spagnola, a causa dei continui soprusi e delle gabelle ingiuste di amministratori incapaci che si alternano al governo della città. Prima il viceré Hugo de Moncada poi Ettore Pignatelli, conte di Monteleone. L’isola è una polveriera sul punto di esplodere. A raccogliere il grido di disperazione e a incanalare il malessere generale in una vera sollevazione popolare facendo sue le istanze più pressanti, si presta proprio lo Squarcialupo, mercante e capopopolo, uomo di azione più che astuto intrigante o saggio negoziatore. Passionale e leale gestisce le faccende politiche come le questioni sentimentali con impeto ed audacia senza badare alle conseguenze, lasciando che l’istinto superi la ragione. La giustizia e la libertà sono importanti per lui come l’amore per Francesca Campo, un amore tormentato, pieno di ostacoli che lo Squarcialupo affronta senza tirarsi indietro, quasi con temerarietà e proprio il suo carattere e la sua incapacità di cedere ai compromessi gli attireranno l’odio di una setta segreta, quella dei Beati Paoli, una confraternita camuffata da associazione religiosa che in realtà trama nell’ombra e può essere considerata una sorta di mafia ante litteram. Punti di forza sicuramnete la buona ricostruzione storica davvero accurata, il linguaggio verosimile pieno di termini e modi di dire antiquati che abilmente danno il sapore del tempo passato, lo stile elegante e raffinato e l’originalità della trama, l’anelito all’ indipendenza di un popolo sotto il giogo di un potere oppressore e la vita di un personaggio storico di cui personalmente non avevo mai sentito parlare e di cui ignoravo il contesto storico.

:: Recensione di The day is yours. Kenneth Branagh di Ilaria Mainardi

14 dicembre 2011 by

The Day is Yours. Kenneth Branagh saggio monografico dedicato a Kenneth Branagh di Ilaria Mainardi pubblicato da Siska Editore nasce forse da una scommessa, da un azzardo direbbero alcuni, gettare nuova luce sul percorso artistico e umano dell’attore, regista e produttore di Belfast. Senza pretese di esaustività infatti l’autrice ci tiene a dire nella prefazione “Non ci soffermeremo, non per statuto almeno, sui singoli lavori diretti e/o interpretati da Kenneth Branagh, già studiati e discussi in testi di ottimo livello e sulle pagine di riviste specializzate, ma proveremo piuttosto a percorrere la linea curva della ricerca autoriale, tratteggiando ciò che la caratterizza al di là di ogni ragionevole dubbio: la libertà” e con la tenacia di studiosa e innamorata Ilaria Mainardi ci presenta un punto di vista del tutto personale caratteristica essenziale dei libri che parlano di cinema e dei saggi in generale se è vero che “Il saggio è l’arte di intrattenere il lettore lungo un percorso di riflessione che sia prima di tutto personale”. A prescindere se si condividano o meno le riflessioni dell’autrice nel considerare Branagh “uno dei più compiuti esempi di ciò che teatro e cinema dovrebbero essere. Non soltanto poiché l’attore e regista irlandese incarna un modello di meticolosa tecnica che mai si è piegata di fronte al birignao o alla chimera dei lustrini e del successo, ma anche per il carico di vitale umanità che è forse la cifra più piacevolmente sconvolgente del suo talento” bisogna tuttavia ammettere il valore dell’opera di questa giovane autrice che si distingue per competenza, specialmente nel trattare temi inerenti al teatro e per capacità formale grazie allo stile elegante del suo linguaggio cadenzato da un’ attenta  scelta di riferimenti e note a margine oltre che link diretti a testi e articoli che ogni buon critico dovrebbe conoscere. E’ un opera colta, anche difficile se vogliamo, non è semplice comprendere le riflessioni più tecniche che magari passeranno e risulteranno comprensibili solo ad una successiva e più attenta lettura, magari corroborata da testi di tecnica cinematografica e teatrale. L’amore squisitamente platonico che lega l’autrice a Branagh pregiudicherà la sua obbiettività? A mio avviso questo rischio non si corre, perché proprio le doti spiccate se non esclusive della leggenda irlandese nutrono questo amore, il cui valore che si ami o meno Branagh come persona non possono essere messe in discussione.  La sua potenza espressiva e capacità tecnica, oltre che ad un originalità interpretativa non priva di un guizzo di eccesso che di norma accompagna il genio, sono infatti raramente messe indubbio anche dai suoi critici più feroci. Forse il rigore e la sistematicità dell’addetto ai lavori cede il passo alla passione in alcuni tratti ma ciò non pregiudica l’esito finale. Se la buona critica è fondata sulla padronanza di stile e su argomentazioni forti, senz’altro The Day is Yours. Kenneth Branagh è buona critica, sincera, schietta, che diverte e interessa, contagia con il suo entusiasmo e educa con la sua preparazione tecnica. Poi non si può separare Kenneth Branagh da William Shakespeare, sebbene la Mainardi ci tenga a sottolineare che Branagh è anche altro. Non si può tralasciare l’Enrico V, l’opera che sicuramente mi ha personalmente affascinato più di tutte per profondità e maturità, poi l’Hamlet, il suo Jago in un Otello forse minore rispetto ad altre rappresentazioni, o le opere buffe Molto rumore per nulla, Pene d’amor perdute, Come vi piace. Macbeth manca forse per superstizione, data la leggenda nera che ammanta questa tragedia, pur tuttavia penso che quando l’età glielo concederà non si esimerà da presentarci un superbo Re Lear. Oltre Shakespeare, Branagh esiste anche grazie ad altre opere come L’altro delitto, Gli amici di Peter, Frankestein, Sleuth,  Il commissario Wallanderer,  Thor opera per la quale la Mainardi spende parole originali ricollegando la mitologia norrena all’ossatura stessa del teatro shakesperiano tanto da testimoniare che Branagh non è un sofisticato snob chiuso nell’aristocratico club del teatro cosiddetto alto, ma sa contaminarsi, prendersi in girò, confrontarsi con la contemporaneità. Che si ami o si odi Branagh The Day is Yours è un testo che aiuterà a comprendere il suo genio e la sua sregolatezza. La copertina è stata realizzata da Elio Cossu. Una curiosità la corretta pronuncia del nome Branagh è omettendo il gh. The Day is Yours. Kenneth Branagh è disponibile dai primi di dicembre in formato epub (per Ipad e tablet in genere, iphone, Adobe Digital Edition) e presto in formato mobi (kindle) sul sito www.siskaeditore.it  e sui siti di e-commerce editoriale al prezzo di 4.99 Euro.

:: Recensione di Red Hyding Hood di Giuseppe Isoni

9 dicembre 2011 by

C’era una volta, ma tanto tempo fa, in un tempo imprecisato crudele e sanguinario una ragazzina vestita con una mantelletta con il cappuccio rosso che si trovò ad attraversare un bosco, oscuro e pericoloso come nella migliore tradizione, per andare a trovare la nonna malata. Incontrò un cacciatore, un lupo eccetera eccetera. Tra le fiabe cosiddette per l’infanzia Cappuccetto rosso occupa uno spazio di sicuro rilievo con le sue numerose varianti, le più celebri quelle trascritte da Charles Perrault e dai fratelli Grimm, ed è singolare notare invece quanto si presti a trasposizioni decisamente per adulti, sia per temi, linguaggio e contenuti. L’esordiente Giuseppe Isoni con un pizzico di ambizione  supportata da una buona dose di visionario talento, ci ha messo del suo e con Red Hyding Hood, Bevivino editore, ha voluto farne la sua versione horror con venature decisamente splatter, che farà la felicità di tutti coloro che sono appassionati di cinema, fumetti e rimandi letterari davvero distribuiti a pioggia nel testo con il malcelato obbiettivo di scrivere un testo fondamentale quasi un vademecum per i cultori del genere. Vi avviso è una lettura impegnativa, sono ben 1097 pagine o poco più, ma se non vi spaventa la sfida benvenuti nel mondo di Angela Hood e dei suoi amici in viaggio a bordo di una vecchia Dodge nera verso la città dove vive la nonna malata. A dimenticavo incontreranno anche il lupo non abbiate paura. Un inizio insomma nella più pura tradizione di trash horror made in USA che comunque riserva alcune sorprese, anzi colpi di scena a ripetizione in un susseguirsi di esplosioni che fanno correre le pagine non ostante la mole più che consistente. Ad essere sincera qualche taglio qua e là avrebbe reso tutto più efficace e più agile ma non si può non notare l’originalità e la competenza con cui l’autore tratta la materia. Poi se si considera che è un’ opera prima di un giovane autore milanese diplomato alla Scuola del Fumetto, che ci spinge a credere che il suo talento si poggi su solide basi e non sull’improvvisazione, non si può che apprezzare l’entusiasmo e il coraggio anche stilistico che dimostra avventurandosi anche in alcuni eccessi che forse un autore con più cose da perdere non avrebbe osato. Schizzi di sangue compresi.

:: Intervista con Roberto Costantini

8 dicembre 2011 by

Benvenuto Roberto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ci parli di lei. Chi è Roberto Costantini?

Sono un ingegnere. Sono nato in Libia e ho 59 anni, vado per i 60. Ho iniziato a scrivere in età non giovanissima, Tu sei il male è il mio libro d’esordio, e continuo le mie altre attività tra cui sono consulente della Luiss Guido Carli di Roma. Diciamo che scrivevo 4 o 5 ore di notte.

Ci parli del suo debutto.

Tutto è avvenuto grazie a Marsilio. Hanno ricevuto il manoscritto ed è piaciuto, tutto in tempi brevi.

Come è nato il suo amore per la scrittura?

Quando ero adolescente leggevo e sognavo tanto. Dovete sapere che vivere in Libia, in Africa, aiuta la fantasia. Venuto in Italia ho iniziato a lavorare come giornalista per il Corriere dello Sport ma subito ho lasciato il giornalismo per fare l’ingegnere. Mi sarebbe piaciuto molto fare il giornalista ma ho preferito scegliere un mestiere più sicuro. Poi ho deciso di scrivere e ho iniziato a scrivere un giallo per parlare dell’Italia. Mi son detto perché non fare cosa ha fatto Larsson con la Svezia, perché non scrivere un noir profondamente radicato nella società italiana.

Ha esordito con Marsilio con Tu sei il male  un thriller molto particolare in cui oltre all’indagine poliziesca analizza le pieghe più oscure della nostra società. Dove ha tratto ispirazione?

Sicuramente c’è un fatto di cronaca che mi ha particolarmente colpito ed è il delitto di via Poma, che ha per vittima una ragazza molto giovane, uccisa in un condominio. Ha avuto su di me un forte impatto. E’ una vicenda davvero dolorosa, non ancora del tutto conclusa. Esistono ancora delle zone d’ombra sebbene ci sia stato un processo e un colpevole sia tutt’ora in carcere.

Ci parli del suo protagonista? Ho notato un’ evoluzione del personaggio dall’inizio del libro in poi quasi una metamorfosi. Ce ne vuole parlare.

Sì,  esatto più che metamorfosi è corretto il termine evoluzione. Michele Balistreri è un personaggio che subisce un’evoluzione e si differenzia dalla maggior parte dei commissari, ispettori, che popolano i gialli consueti. Infrange lo schema tipico bene/male dove i buoni sono gli investigatori e i cattivi i colpevoli. Michele Balistreri è un uomo tormentato, con un passato nell’estremismo di destra, anche cattivo, superficiale, che per alcuni atteggiamenti può risultare addirittura odioso, poi passano gli anni, invecchia e subisce un’evoluzione, deve accettare compromessi, deve imparare la moderazione, diventa disilluso, spento, il lavoro in polizia lo cambia, deve fare i conti con la sua coscienza, impara il rispetto per le donne. Molti mi hanno detto che amano più il Balistreri della prima parte.

Quali sono i suo maestri letterari?

Ti sembrerà strano ma non sono un assiduo lettore di libri gialli. Posso citarti invece tra i maestri Kundera, Henry Miller… La vita è altrove e i due tropici sono senz’altro i miei libri preferiti.

Ci parli di Roma la sua città, cosa ama cosa odia?

Roma l’amo incondizionatamente, non c’è niente che non mi piaccia di questa città. Io ho viaggiato molto per lavoro, ti assicuro, ed è difficile trovare un posto in cui non ci sia stato. Conosco benissimo le capitali europee,  molte città americane, ma quando vedo i turisti al tramonto che camminano per Roma mi dico sono davvero fortunati

Quale è la sua scena preferita di Tu sei il male?

Mi è difficile risponderti essenzialmente perché nel farlo svelerei troppo della trama per coloro che non l’ hanno ancora letto. Posso dirti che è un momento d’ira. Una scena violenta, tu che l’hai letto avrai capito a quale mi riferisco, in cui il protagonista capisce la verità.

Sarà tradotto in altre lingue?

Sì, in dieci paesi, i diritti sono stati venduti anche negli Stati Uniti.

Ci sono progetti cinematografici?

Sì, c’è un’ opzione. C’è dell’interesse. Siamo alla ricerca di consigli, su chi possa interpretare la parte del protagonista e a questo proposito mi rivolgo alle lettrici per un suggerimento.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Un saggio sulla Libia

A cosa sta lavorando in questo momento?

Al secondo libro della trilogia.