:: Recensione di La città perduta dei templari di C.M. Palov (Newton Compton 2012) a cura di Viviana Filippini

5 aprile 2012 by

Finn McGuire, militare della Delta Force, durante un’operazione militare in Siria recupera il leggendario medaglione di Montségur e lo tiene per sé, per evitare che qualche suo furbo superiore se ne appropri per rivenderlo e arricchirsi. Tornato in America Finn riprende la sua vita, ma una improvvisa scossa esistenziale lo porterà a dover fare i conti con un lunga scia di omicidi riguardanti tutti coloro che entrano in contatto con lui. Il militare comincerà una gara contro il tempo nell’eroico tentativo di fermare i mandanti – “I Sette”-  appartenenti ad una misteriosa associazione con sede a Parigi composta dai diretti discendenti delle SS. Il loro  piano ha un fine preciso e se esso sarà realizzato le sorti del mondo potrebbero cambiare per sempre, non a caso la loro tenacia li spinge a non fermarsi davanti a nulla pur di recuperare il medaglione di Montségur e il Santo Graal. Ad aiutare il soldato dal cuore duro – solo in apparenza- la bella, intelligente  e un po’ sfortunata Kate Bauer e Aisquith Caedmon, un ex ufficiale dei servizi segreti inglesi della sezione MI5,  grande conoscitore dei Cavalieri Templari. Secondo lo studioso “I Sette” vorrebbero gli antichi reperti per resuscitare il Terzo Reich. I tre rappresentati del Bene si troveranno protagonisti di rocamboleschi inseguimenti, sparatorie mozzafiato e  avventurosi pellegrinaggi in terra francese alla ricerca del Graal nella speranza di recuperare per primi quell’antiqua reliquia, che presa dalle mani sbagliate potrebbe trasformare il corso della storia. La reliquia del Graal e le sue origini sono  da sempre al centro dell’attenzione di studiosi di storia, della produzione letteraria e cinematografica proprio per la perenne aura di mito e mistero che la ammanta, ed è proprio la fascinazione che ha portato la Palov a creare un romanzo d’esordio nel quale la storia si mescola con leggenda. La città perduta dei templari  è caratterizzata da una trama avvincente e dalla suspense continua che ricordano molto da vicino i film di Indiana Jones – in particolare I predatori dell’arca perduta– e quei thriller letterari di successo che in questi anni hanno conquistato molti lettori (da Dan Brown, passando per Steve Berry , arrivando a Glenn Cooper). Un libro dove l’adrenalina si percepisce dalla prima all’ultima pagina grazie ad un ritmo incalzante e a personaggi affascinanti sapientemente costruiti della scrittrice americana. Se i rappresentanti delle forze del Male incarnano i tipici stereotipi che vanno del pazzoide assetato di potere assoluto, all’affascinante donna pericolosa arrivando all’aiutante imbranato; Finn, Kate e Aisquith sono la rappresentazione del Bene, ma allo stesso tempo hanno un background esistenziale che li rende profondamente umani e per certi aspetti simili ad ognuno di noi. Finn McGuire è un soldato molto rigido e schematico, ma le esperienze delle missioni militari dimostrano che in lui c’è profonda sensibilità e bontà. Karen Bauer è una donna intelligente e colta, all’apparenza forte. In realtà, nasconde una vita privata piena sofferenza dovuta alla morte del figlio e all’ex-marito fedifrago. E che dire di Caedmon Aisquith un ex-agente segreto, fidanzato di Kate ai tempi dell’università, rivenditore di libri nel presente ed eterno cultore della storia dei Templari. Tutti personaggi della finzione letteraria simili per tic, paure, gioie e dolori a noi lettori. Leggendo questo libro ho avuto la sensazione di essere veramente davanti ad film d’avventura,  perché la trama ti trascina nella storia a tal punto che voltare la pagina per sapere cosa accadrà subito dopo diventa una necessità, poi c’è la curiosità che si scatena riguardo all’antico tesoro che tutti vogliono e cercano da sempre, ma che nessuno è ancora riuscito a scovare. Chloe Palov grazie alla sua conoscenza culturale  e alla sua passione per l’esoterismo è riuscita a scrivere un romanzo appassionante nel quale ogni lettore riesce ad addentrarsi nei territori spesso accidentati e non sempre di facile comprensione della storia, della mitologia e dell’arte.

La nostra intervista all’autrice: qui

:: Recensione di Scomparso di Joseph Hansen (Elliot 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2012 by

Gli sudavano le mani mentre guidava. Perchè? Sul suo volto apparve un sorriso amaro. Che senso aveva tanta cautela? Non aveva forse desiderato solo morire nelle ultima sei settimane? Serrò la bocca. Era finita. Adesso doveva adattarsi a vivere. Che altro poteva fare? Vivere e dimenticare, almeno finchè non fosse stato in grado di ripensarci senza soffrire. E prima o poi ci sarebbe riuscito. Ma certo. Lo dicevano tutti i libri. La summa dell’ umana saggezza. Nel frattempo, era di nuovo al lavoro.

Sembra banale iniziare una recensione dicendo che il libro che si è appena letto è bellissimo, già banale, mi perdoneranno quindi quelli che non lo farebbero mai, ma Scomparso di Joseph Hansen, edito da Elliot, titolo originale Fadeout, tradotto con sensibilità e limpidezza da Manuela Francescon, è davvero un libro bellissimo, dal ritmo perfetto, che apprezzeranno tutti gli amanti dell’ hardboiled con venature psicologiche e crepuscolari quanto lo può permettere l’impietoso sole della California, molto alla Ross Mcdonald per intenderci, e non solo.
Innanzitutto questo romanzo ha un’ impostazione classica, un buon equilibrio tra parti descrittive e caratterizzazione dei personaggi, dialoghi incisivi e sempre impeccabili, senza sbavature o parole superflue, poi è doveroso evidenziare che ha i suoi bei 40 anni, fu infatti pubblicato in America nel 1970 e ambientato qualche anno prima, e per finire ha un protagonista gay, cosa che se può sembrare normale oggi, negli anni in cui fu scritto, e pubblicato, non lo era affatto, anzi fervevano i primi tentativi di liberazione sessuale ed essere gay era ancora un marchio infamante capace di precludere carriere e ghettizzare nel vero senso della parla.
Hansen ci mise tanto a pubblicarlo, perché non voleva fare del suo libro un manifesto gay, voleva semplicemente pubblicare un libro le cui tendenze sessuali del protagonista fossero marginali e unicamente atte a evidenziare la sua psicologia, il suo carattere e la sua personalità.
Dave Brandstetter, protagonista di Scomparso, è infatti un investigatore assicurativo dell’agenzia del padre, vedovo del suo compagno Rod, appena morto di cancro all’intestino, e basta questo particolare a stendere un velo di malinconia e tristezza rendendo meno vivido il sole accecante della Los Angeles di fine anni 60.
Per sopravvivere al lutto si butta nel lavoro e il primo caso che deve affrontare riguarda la presunta morte di Fox Olson, stella del Fox Olson show, programma radiofonico della radio locale di Pima, amena cittadina persa in un canyon non lontano da Los Angeles. Presunta morte perché tutto quello che resta è l’auto, una Thunderbird bianca, precipitata da un ponte alla fine di una strada tutta tornanti, in una grigia giornata di pioggia.
Del corpo di Olson nessuna traccia e basta questo a mettere in allarme la compagnia assicurativa, che rischia di sborsare alla vedova l’assicurazione sulla vita di centocinquantamila dollari – un sacco di soldi – come dirà lo stesso Brandstetter all’affranta vedova, già pronta a farsi consolare tra le braccia di un aitante riccone del luogo.
Come nei migliori romanzi di Ross Mcdonald intrighi famigliari, soldi e potere si intrecciano portando a galla una storia terribile nella sua semplicità e dolorosa in cui i sentimenti sono i soli sconfitti, in cui i più sensibili pagano per tutti.
Il meccanismo dell’indagine è impeccabile, Brandstetter con umanità e comprensione si lascia coinvolgere in una storia in cui non c’è nessun vero colpevole, ma solo uomini e donne dolorosamente occupati a sopravvivere al male di vivere.
Scomparso è il primo romanzo di una serie di dodici episodi che la Elliot pubblicherà in Italia per la prima volta. Sono certa che se lo leggerete non potrete, come me, non aspettare il prossimo della serie previsto prima dell’estate.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: La gestione del punto di vista: L’Aquila di sabbia e di ghiaccio di Massimo Pietroselli a cura di Diego Di Dio

4 aprile 2012 by

Trama: L’Impero che Marco Aurelio ha ereditato è giunto alla sua massima espansione e mantenere la pace che ha regnato sotto Antonino Pio è ormai impossibile: dopo la guerra contro i Parti, ora sono i Germani a minacciare Roma premendo da nord. Nel 167 d.C., l’Imperatore filosofo dà inizio alle guerre marcomanniche sotto auspici infausti e ben presto il suo progetto di stabilizzare i confini settentrionali si scontra con il leggendario furor teutonicus. Ma non è solo la spaventosa forza di quelle popolazioni a sfibrare le legioni romane. I barbari, come invasati, si sentono invincibili grazie al misterioso culto celebrato dalle Bestie – feroci soldati sarmati dall’incredibile vigore, protetti da uno strano amuleto. Marco Aurelio sa che solo un uomo può venire a capo dell’enigma delle Bestie: Tito Ulpio Geminus, speculator della guardia imperiale. Ma non sa che questo è due volte vero. Perché Geminus è un romano di origine sarmata, dunque adatto ad addentrarsi in territorio nemico, ma anche perché al centro dell’enigma delle Bestie c’è Melissa, la donna egizia da Geminus amata e poi persa.
Ho regalato questo libro a mia sorella per Natale. E, da buon lettore, me ne sono appropriato da poco e l’ho divorato. Il libro è bello e scritto bene, la storia scorre via veloce ma non lesina su paragrafi un po’ più lenti e riflessivi che, a parer mio, nulla tolgono ma qualcosa aggiungono alla suspense della storia.
L’elemento di maggiore interesse è il protagonista, Tito Ulpio Geminus, speculator dell’imperatore Marco Aurelio. Geminus è tormentato da un passato turbolento, misterioso, ogni sua giornata è aggredita dai ricordi e dal rimorso di qualcosa di indefinito. La storia è avvincente, i personaggi sono dettagliati e la ricerca storica è precisa e meticolosa.
D’altronde le mie aspettative erano piuttosto alte, dal momento che il mio primo incontro con Pietroselli risale all’antologia “Sul filo del rasoio” (Giallo Mondadori) in cui lessi, per la prima volta, un racconto di questo autore, ossia “Lasciateli dormire”, e ne rimasi letteralmente folgorato. In definitiva, le mia attese non sono rimaste deluse, ma non è di questo che volevo parlare.
Volevo parlare del punto di vista, un tema interessante e complesso che ogni aspirante autore dovrebbe conoscere a menadito.
Non starò qui a menare un saggio breve sul punto di vista, anche perché non ne sarei in grado. Invece quello che voglio fare è prendere spunto da “L’aquila di sabbia e di ghiaccio” per esporre come il punto di vista (pdv) viene gestito in questo romanzo. E quindi fare due chiacchiere su un argomento molto interessante ma, ahimé, troppo spesso trascurato.
Pietroselli esordisce, com’è lecito aspettarsi, con il protagonista, Geminus. E la prima cosa che si coglie è di avere di fronte un punto di vista omodiegetico, vale a dire una luce sempre accesa sul cuore e sui pensieri del nostro personaggio. Noi lo vediamo e lo sentiamo: conosciamo i suoi dubbi e le sue riflessioni.
Di solito, a questo punto, la maggior parte dei libri che ho letto prosegue a scaglioni: ogni capitolo/paragrafo è dedicato al punto di vista di un personaggio, mantenendo sempre la voce narrante in terza persona. Conosciamo tutti questa tecnica: rende il libro di agevole fruizione e scandisce rapidamente lo svolgersi degli eventi, alternando pdv omodiegetici ed eterodiegetici a seconda delle esigenze narrative.
Ma Pietroselli non fa così.
Diciamo che lui è più disinvolto. Pietroselli gioca con il punto di vista come solo un grande autore può fare, e soprattutto è in grado di fare. Il suo punto di vista procede regolare e tranquillo, finché non ci sorprende con interventi, mirati e chirurgici, del narratore onnisciente.
Il narratore onnisciente? Sì, quello che sa tutto. Il narratore che può dire “Geminus non lo sapeva, ma di lì a venti anni sarebbe stato…”; ecco, questa è una tecnica che, in parte, trovo innovativa nell’ambito degli autori made in Italy, perché l’ho riscontrata molto più spesso in libri anglosassoni. Gestirla non è facile e non è sempre consigliato.
Per citarne uno, Stephen King usa spesso questa tecnica. Ebbene, anche Pietroselli la usa, e la sa usare. Ma non basta.
Lui è ancora più disinvolto.
Non solo apre la narrazione a sortite del narratore onnisciente, ma interi capitoli sono gestiti con un narratore polifocalizzato. Vale a dire un narratore che sposta il fuoco della narrazione da un punto all’altro, da un personaggio all’altro, senza soluzione di continuità. Ebbene, usare una gestione del pdv così “libertina” è davvero difficile, perché la maggior parte degli autori esordienti, quando tenta di impelagarsi in una narrazione polifocalizzata, che sia omodiegetica o eterodiegetica, lo fa in maniera confusionaria. A tal punto che al lettore viene da chiedersi: “Chi sta parlando? Di chi sono queste riflessioni?”
Ebbene, questo con Pietroselli non succede. Mai.
Che non era un esordiente, ma un big, lo sapevamo già. Ma che fosse così esperto nell’uso del punto di vista, da potersi permettere virtuosismi di questo livello, io l’ho scoperto con “L’aquila di sabbia e di ghiaccio”.
Potrei continuare all’infinito portando esempi e discutendo dell’argomento: gli spunti del romanzo sono davvero tanti, a livello di scrittura creativa.
Ma preferisco fermarmi qua.
Ritengo che questo romanzo vada letto non solo per la bellezza della storia e della narrazione; penso che il libro di Pietroselli possa svolgere, in piccolo, una funzione didattica a favore degli autori esordienti, come me.
Non è un manuale sul punto di vista, è un romanzo storico. Ma parlo da aspirante scrittore e ritengo che non ci sia niente di meglio che leggere un maestro dei nostri giorni per affinare le tecniche narrative e per apprendere, con umiltà, i segreti del mestiere. Da uno che, fidatevi, ne sa sicuramente più di noi.

:: Segnalazione di Senza perdono di Sabine Thiesler (Corbaccio)

3 aprile 2012 by

In libreria dal 5 Aprile

Senza perdono. Jonathan Jessen è un fotografo che abita a Berlino con la moglie Jana, prima ballerina al Teatro dell’ Opera. Sono due persone di successo, con una vita piena di soddisfazioni. Ma la felicità che arriva con la nascita di Giselle, la loro unica figlia, viene stroncata tragicamente. A diciott’anni Giselle muore uccisa da un giovane al volante in stato di ebbrezza.   Jonathan non riesce a reggere il colpo: perde il lavoro, divorzia dalla moglie. Era un uomo felice, adesso ha abbandonato tutto, ha lasciato Berlino, vaga senza meta in Toscana, convinto di aver toccato il fondo. Ma qui incontra Sophie, che assomiglia come una goccia d’acqua a sua figlia. È la molla che lo spinge a ricominciare una nuova vita, o almeno a provarci. Dentro di sé, però, sa che è tutta una finzione. E quando il passato bussa inaspettatamente alla sua porta, capisce che l’unica cosa che vuole veramente è vendicarsi.

Sabine Thiesler è nata a Berlino nel 1957 dove è cresciuta. È una scrittrice, doppiatrice e attrice tedesca. Ha studiato  germanistica e teatro per poi iniziare come attrice di teatro e televisione prima di dedicarsi anche alla sceneggiatura di vari episodi della serie televisiva “Scena del crimine”. Si è poi dedicata alla stesura di numerosi romanzi polizieschi che l’hanno portata alla notorietà raggiungendo i vertici delle classifiche tedesche dei libri più venduti e rimanendoci per mesi. Come doppiatrice ha prestato la sua voce a Geena Davis tra gli altri. Nella serie Flamingo Road  ha doppiato Morgan Fairchild nel suo ruolo di Constance Weldon Carlyle. È sposata con il collega, l’attore Klaus Rumpf .  I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue tra cui l’ungherese, il russo, il polacco, il coreano, oltre che naturalmente l’italiano. Innamorata del nostro paese vive in Toscana e parla molto bene l’italiano.

:: Recensione Di latte e miele di Jean Mattern a cura di Michela Bortoletto

3 aprile 2012 by

Di latte e miele è un breve romanzo di Jean Mattern, un autore di cui si conosce ben poco, solo qualche accenno biografico. Si sa che è nato nel 1965 da una famiglia originaria dell’Europa centrale la cui storia è molto simile a quella raccontata in Di latte e miele. Ci troviamo quindi davanti a uno dei tanti racconti autobiografici che insieme vanno a ricomporre l’intricato puzzle della Seconda Guerra Mondiale? Onestamente, poco importa. Quello che qui conta è l’intensità della storia, il ritmo veloce dei ricordi che riaffiorano nella mente del protagonista.
Un anziano uomo, ormai in procinto di lasciare questo mondo, si trova a riaffrontare il proprio passato ripercorrendo così la propria vita a partire dall’infanzia trascorsa in un piccolo paese della Romania prima occupato dai nazisti e poi dai Russi fino ad arrivare al sue esodo in Francia.
Scampato alla guerra e alla deportazione il signor Weber giunge finalmente in Francia dove spera di poter vivere con Suzanne (anch’ella profuga dell’Europa centrale) una vita di latte e miele. Ma la vita si sa è imprevedibile e quando tutto sembra andar per il meglio ecco infliggere alla famiglia una dolorosa quanto tragica prova.
Ma Di latte e miele è soprattutto la storia di un’amicizia. Un’amicizia intensa, nata tra i banchi di scuola. Una di quelle amicizie che si formano tra due ragazzi costretti a condividere le loro ore  sui libri. Stefan è un musicista, uno sportivo, è perfetto e la loro amicizia è unica e indissolubile. Ma Stefan vuole seguire la ritirata tedesca, non vuole rimanere e subire l’occupazione comunista. E questo cambierà per sempre le loro vite. Stefan partirà da solo, il protagonista lo abbandonerà al suo destino scegliendo di rimanere. Questo episodio segnerà la vita del nostro uomo che si domanderà per tutti i suoi anni che fine avrà mai fatto il suo grande amico. L’amico d’infanzia avrà capito i motivi del tradimento? Quali sentimenti avrà provato e proverà ancora oggi nei confronti del protagonista? Sarà deluso, arrabbiato, triste? Indifferente? Queste sono le domande che lacerano ancora il nostro protagonista alla vigilia di un grande incontro. Sì perché il figlio ha deciso di cercare Stefan e farli incontrare nuovamente. Riusciranno a spiegarsi? La loro amicizia sarà stata più forte di tutto?
Di latte e miele è breve ma intenso. Con pochi ed essenziali particolari Mattern  va dritto al cuore e ci ritrae un uomo la cui esistenza è lacerata come lo è stato il Novecento.

:: Recensione di Gli sfiorati di Sandro Veronesi a cura di Michela Bortoletto

2 aprile 2012 by

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“Gli antichi greci chiamavano kairòs l’attimo in cui si decide tutto, passato il quale il corso degli eventi diviene irrevocabile[1].” Un attimo, dunque, un istante in cui l’equilibrio tra il bene e il male, la felicità e la dannazione, il rimorso e il rimpianto, la colpa e il perdono, si rompe. Dopo quest’attimo nulla sarà più lo stesso.
È attorno a questo attimo, a questo sfuggevole istante che ruota il romanzo di Veronesi Gli Sfiorati. Il giovane protagonista, vive cercando di procrastinare il più a lungo possibile l’inevitabile istante in cui la sua vita cambierà per sempre.
Mète è un  ragazzo di vent’anni che studia grafologia e divide la sua  vita tra lo studio e le serate nei mille locali di Roma. Ha perso la madre da soli sei mesi quando il padre decide di risposarsi con Virna, donna dalla quale diciassette anni prima ha avuto un’altra figlia: Belinda.
Belinda è bella, bionda, con gli occhi piccoli e ravvicinati, la bocca rosa e la pelle color sabbia. Attraversa la sua esistenza con quella leggerezza che solo gli adolescenti hanno nei confronti del mondo circostante. Non è brava a scuola, fuma qualche canna e frequenta Dinamo, un ragazzo col sogno di formare una rock band.
Mète e Belinda hanno avuto esistenze separate. Non si sono mai frequentati fino al momento in cui i genitori decidono di affidare la ragazza alle cure del fratellastro durante la loro luna di miele. Comincia così una convivenza forzata tra i due nell’appartamento di Mète. Fin qui sembrerebbe tutto normale. Due fratellastri che hanno la possibilità di conoscersi meglio, di trascorrere un po’ di tempo insieme ora che le due famiglie si sono unite. Fin da subito però si capisce che qualcosa non va. Mète fa di tutto per evitare Belinda, passa tutto il suo tempo fuori casa, nei locali, con i suoi unici due veri amici, Bruno e Damiano. E quando è nell’appartamento si chiude in camera per non incontrare la sorellastra. Il motivo è semplice: Mète è irrimediabilmente attratto da Belinda. Il profumo di mela che lascia dove passa lo inebria. Il suo fisico lo attira. Mète vuole Belinda ma è pur sempre sua sorella da parte di padre e sa che non potrebbe, anzi non dovrebbe fare nulla. Mète è dilaniato da questa situazione. Sa che se passasse troppo tempo con lei sarebbe capace di fare qualcosa di cui poi si pentirebbe amaramente. E allora esce, vaga per una Roma fatta di locali, di luoghi e di persone che Veronesi ritrae magistralmente con la scorrevolezza che gli appartiene. Ecco così i Carontini, ragazzi soli che traghettano da un locale all’altro, ecco Bruno, l’attore teatrale che pubblica il Manifesto per l’abolizione del Teatro, Damiano che sogna di comprarsi un’Alfa Romeo 164 rossa fiammante, Dinamo che invece coltiva cannabis sulla tomba di un  giovane musicista morto. Mète passa così il suo tempo a cercare di evitare l’inevitabile: impossibile non passare del tempo con Belinda. Impossibile non parlarle, non guardarla, non immaginare di sfiorarla, toccarla e baciarla, giungendo così al kairòs, il momento dove tutto cambierà


[1] S. Veronesi, Gli Sfiorati, Milano, 1990, pag. 308

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista a Monica Dall’Olio a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2012 by

Cosa ti ha ispirato l’idea del romanzo Le descrizioni?

La centralità che la scrittura ha nella mia vita. ‘Le descrizioni’ è nato dall’esigenza di raccontare che cosa significa scrivere. Da che cosa nasce l’urgenza di narrare. Quali sono i sentimenti che la scrittura mette in moto. E infine, qual è il posto dello scrittore nel mondo.

Quanto hai messo di te in Mika, la piccola protagonista?

Anch’io ero una bambina piena di domande. Cocciuta. Rompiscatole. Che voleva spiegarsi il mondo.

La suddivisione in tre parti del romanzo può essere vista come una evoluzione o formazione della protagonista?

Come formazione. All’inizio Mika sente la ‘smania’ (questa la parola che uso) di imparare a leggere e scrivere. Crede infatti che associando la cosa alla parola, della cosa finalmente comprenderà il senso. Invece non va così. La parola solo le serve a realizzare che il mondo è illogica violenza e le cose un senso univoco, non ce l’hanno. Ma scrivere rimane per Mika preziosa via di accesso alla realtà. Anche quando la realtà, come viene rappresentata nell’ultima parte del testo, assume risvolti talmente tragici e imprevedibili da travalicare la parola.

Mika legge l’unico libro che c’è in casa sua – Niente di nuovo sul fronte occidentale– questo suo approccio alla letteratura adulta cosa significa per la ragazzina?

Significa, come lei stessa dice, trovare in questo libro per grandi ‘la vita e la morte’. Perché questa è la magia della grande letteratura, penso.

Mika è avida di sapere e si appunta ogni parola sconosciuta, mentre Sara, la sorella maggiore è più ribelle. Come è il loro rapporto?

Mika è curiosa e indagatrice; Sara è spensierata, ma allo stesso tempo è una ragazza degli anni Sessanta, che vuole libertà. Mika vorrebbe accedere al mondo di Sara che invece sta un po’ sulle sue. Ma il legame tra loro è stretto, viscerale. Sara è punto di riferimento per Mika.

I genitori della protagonista sono presenti, ma la loro funzione è di “sfondo”, perché la loro presenza è così marginale?

Il tramite tra Mika e il mondo degli adulti ho voluto che fosse piuttosto la sorella, che partecipa di più alla sua vita. I genitori sono presi dalle beghe del quotidiano. Sono presenze esterne, ma allo stesso tempo funzionali a comporre la scena sociale che ruota intorno alla vicenda.

Nella terza parte scompaiono le descrizioni e tutto è molto basato sulle esperienze vissute. I “mostriciattoli” in cui si imbattono Mika e i compagni cosa rappresentano?

L’altro da sé, il diverso. Ciò che non conosciamo, che dapprima desta curiosità, poi diffidenza, e infine ostilità, guerra. Eppure c’è una frase che dice una delle bambine del gruppo di amici di Mika: «Una margherita è diversa da un-non-ti-scordar-di-me e tutti e due sono belli. Sono dei fiori coi petali».

Quando il gruppetto di amici si addentra nel territorio dei “mostriciattoli” e scopre la loro vera natura, cosa cambia in Mika?

Di nuovo la bambina cerca di decodificare il mondo nel suo modo: associando la cosa (il fenomeno) alla parola. In questo caso, la parola che impara è ‘razzismo’.

L’ambientazione è l’Italia di provincia tra anni ’60 e ’70, ma spesso si infiltrano notizie di cronaca e politica italiana oltre a canzoni e riferimenti a programmi tv di quel periodo. Quale è la loro funzione? Quella di condurre davvero il lettore nel cuore di quel preciso contesto storico e sociale, creando una vera e propria full immersion. Perché le storie, come dice Mika, ‘ti portano dove non sei, ti mettono addosso una vita che non hai’.

Dove hai scritto Le descrizioni e quale è il significato del titolo? Può essere definito romanzo metaletterario?

L’ho scritto in una città diversa da quella dove è ambientato gran parte del romanzo. Il titolo allude alla certezza che, come dice Mika, ‘dappertutto c’è una storia’. Perfino i fatti più comuni e quotidiani escono dalla loro banalità se trasformati dalla potenza della parola. L’aggettivo metaletterario mi sembra, applicato a questa piccola storia, un po’ impegnativo.

Quale è il valore della scrittura per Mika e per te Monica?

La scrittura, per Mika e per Monica, è strumento di verità.

Sei già al lavoro per il prossimo romanzo?

Sono a metà, sì. Il romanzo che sto scrivendo ha come protagonista una donna, che seguo dall’infanzia negli anni Settanta, all’adolescenza fino all’età adulta, negli anni Novanta. E’ una storia particolare. Incentrata sul suo rapporto con il nucleo familiare.

:: Recensione di Le descrizioni di Monica Dall’Olio a cura di Viviana Filippini

2 aprile 2012 by

Le descrizioni Perdisa Pop (Collana Corsari) pp. 139, € 14

Italia 1969. Mika è piccola non sa né leggere, né scrivere ed è afflitta da seri  problemi di salute, abbastanza gravi da indurre la madre a seguire il consiglio del medico e portare la figlia a “svernare” al mare, per risanare i polmoni deboli e acciaccati. Mika non sarà sola nella sua vacanza invernale, ma a tenerle più o meno compagnia ci penserà  la sorella maggiore: la ribelle Sara. Le due ragazze passeranno le giornate tra una passeggiata e lo scambio di chiacchiere con la signora che gestisce la pensione dove risiedono e il giornalaio. Poi un giorno la visita della madre porterà a Mika una piccola novità: la possibilità di imparare le lettere dell’alfabeto e la scrittura. Per la bambina questo dono sarà l’inizio di una grandiosa avventura che la porterà a vedere il mondo in una prospettiva nuova. Mika agguanta così la mitica penna Pelikan, dalla quale non si separerà mai, e comincerà a registrare ogni singola lettera, parola e fatto della vita quotidiana in un crescendo di scoperte che raccoglierà e cercherà di approfondire con domande a chi le sta attorno. Peccato che non sempre le risposte desiderate sull’amore, sulla politica e sui fatti di cronaca arrivino – la madre e la sorella glissano di frequente o cambiano discorso – e Mika con coraggio indagherà da sola il mondo, cercando il significato delle cose nei gesti delle persone e nei libri. Mika scrive e legge e queste due azioni diventano per lei un bisogno esistenziale per riempire la sua curiosità e saziare la fame di conoscenza che la porta ad indagare ogni singolo aspetto del cosmo. Poi, quando la ragazzina meno se l’aspetta il vissuto prende il sopravento ed improvvisamente tutto il lavoro di ricerca e comprensione del mondo attraverso l’atto della scrittura rischia di essere messo in crisi. Monica Dall’Olio, nata a Parma nel 1967, in questo suo secondo romanzo ci racconta la vita di tutti i giorno attraverso lo sguardo innocente di una bambina che non solo impara a conoscere la vita con la scrittura e la lettura, ma entra in contatto con i fatti di cronaca  ( la strage di piazza Fontana, le proteste operaie), mode e costumi (Carosello e la canzoni di Mina) dell’Italia a cavallo tra anni ’60 e ‘70. Un libro che lancia uno sguardo nostalgico su un epoca passata, denotando quanto sia importante l’atto della scrittura e della comprensione del mondo in una giovane mente in formazione e crescita. Un processo di apprendimento interpretativo che Mika continuerà ad esercitare imperterrita, fino a quando l’improvviso incontro-scontro con la violenza vera dell’esistere (la vita  e la morte in ogni giorno e non più nella letteratura) provocheranno in lei una sorta di improvviso mutismo comunicativo. Monica Dall’Olio, già autrice di racconti apparsi su diversi periodici e siti internet e del primo romanzo, Guida gastronomica al precipizio (ed. Barbera), utilizza ne Le descrizioni un linguaggio semplice, scorrevole di grande impatto emotivo, fatto di parole che riescono a trascinare il lettore nel mirabolante viaggio di ricerca del significato del mondo cominciato della piccola eroina Mika. Un bambina curiosa e intraprendente nella quale ogni lettore può ritrovare quell’ innocente stupore provato un tempo di fronte ai complessi meccanismi della natura

:: Clara Sanchez e “La voce invisibile del vento” (Garzanti) a Libri come 2012 a cura di Cristina Marra

1 aprile 2012 by

Las Marinas è una località turistica della costa spagnola, luogo di divertimento e relax ed è la meta scelta da Felix e Julia, giovane coppia in vacanza col figlioletto Tito di pochi mesi, i protagonisti del romanzo “La voce invisibile del vento” (Garzanti, pag. 361, euro 17,60) della scrittrice spagnola Clara Sanchez. Villette a schiera,“ si trattava di un grande complesso residenziale con piscina situato in seconda o terza fila rispetto alla spiaggia, con un’incantevole architettura tradizionale mediterranea”, tutto sembra assolutamente normale, tranquillo, come le passeggiate in riva al mare che Julia sogna tanto di fare, eppure l’incubo sta per iniziare. Ancora una volta Clara Sanchez, autrice del best seller ”Il profumo delle foglie di limone”, ci regala un romanzo eccellente, in cui la suspense non ha a che fare con morte, violenza o sangue eppure l’orrore c’è e diventa palpabile pagina dopo pagina. Julia perderà la strada di casa, non riuscirà a raggiungere il residence in cui l’aspettano il marito e il figlio e comincia a vagare. La sua ricerca la catapulta nel passato. Julia e Felix, coppia in apparenza felice ma piena di problematiche, raccontano questa esperienza. “La coppia manca di comunicazione”, racconta Clara Sanchez durante l’incontro con i lettori a “Libri come 2012”, “Julia ha un desiderio nascosto, un desiderio di fare altre cose. La vita ci sottopone a degli obblighi e spesso ci piacerebbe fuggire, vivere una vita alternativa. Questo è quanto avviene a Julia. Quando ci lasciamo portare dai giorni, come fanno Julia e Felix, senza fare nulla, allora sarà la vita stessa a fornirci  quello che ci manca. Julia si ribellerà all’uniformità della vita”. Una coppia come tante che nasconde, cela, maschera inquietudini e dolori. “Nei miei romanzi” continua l’autrice “cerco di esprimere il concetto che non siamo ciò che sembriamo e per questo uso due voci narranti, due punti di vita per narrare una storia e raccontare la realtà vissuta da due persone”. Così i ricordi, i luoghi, le parole, gli oggetti fluiscono da una vita all’altra e Clara Sanchez infarcisce i suoi romanzi di dettagli, “la vita è costruita dai dettagli e il dettaglio diventa la linfa di un racconto” continua Sanchez, concepisco il romanzo come se fosse un organismo vivente ed i dettagli sono le cellule del suo sangue. Julia percepirà tante cose grazie ai dettagli. Alcuni come l’anello della madre diventano dei talismani. Creo un continuo scambio tra il personaggio e l’ambiente circostante, questo mi consente di caratterizzarli”. Vincitrice di prestigiosi riconoscimenti letterari come il premio Alfaguara, Clara Sanchez si scopre scrittrice sin da piccola “ho iniziato a pubblicare nel 1989, ma scrivo sin da bambina. Per il lavoro di mio padre ci spostavano di continuo in varie città, ed in ognuna di esse lasciavo qualcosa, amici, luoghi cari, compagni di scuola. Questi distacchi e l’ambiente familiare mi hanno spinta a scrivere”.
La passione è diventata la sua unica professione che l’ha indotta a lasciare la docenza universitaria, “scrivo e basta, e il rapporto costante con la gente mi dà il materiale umano per poter scrivere. Scrivo per un lettore che ancora non conosco, ma c’è un tipo di comunicazione molto sottile. Tutto quello che scrivo è destinato a qualcuno che sta da qualche parte e che è il mio specchio”.
Grande scrittrice ma anche lettrice onnivora, “non potrei concepire la mia vita senza i libri. Il libro deve essere una tentazione, non un obbligo. Ogni libro è un desiderio e con il libro ti senti accompagnato da una persona che ha vissuto in altri luoghi o in altri tempi e ti trasmette sensazione che forse non potresti sentire mai”.

:: Intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

1 aprile 2012 by

Grazie Charlotte di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei nata a Francoforte nel 1963, sei una scrittrice tedesca tra le più amate, hai un cane, sei un membro attivo del PETA. Chi è Charlotte Link? Punti di forza e di debolezza.

Intanto i cani sono tre! Per quanto riguarda i miei studi, ho cominciato legge per diventare avvocato, perché mio padre era un giudice. Mi ci è voluto molto tempo prima di diventare una scrittrice professionista. Ma la giurisprudenza è sempre stata fra i miei interessi, tant’è che poi ho scritto dei thriller, perché con un padre giudice avevo accesso a tante informazioni. Per quanto riguarda la mia infanzia leggevo tantissimo, quindi se in genere ai bimbi si dice “dai forza, leggi”, a me i miei dicevano: “fa’ qualcos’altro, smetti di leggere”. Forse quello è stato il primo passo verso il mio futuro mestiere.

Sei tra le scrittrici di maggior successo oggi in Germania. Ci parli della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?

Negli ultimi anni leggo soprattutto letteratura scandinava e inglese.

Lo psicothriller sembra un genere molto congeniale tra gli scrittori tedeschi, pensiamo a Sebastian Fitzek, Wulf Dorn. In cosa pensi risieda il vostro punto di forza. Cosa vi differenzia dalla detective novel psicologica più di stampo anglosassone?

Credo che gli autori di thriller tedeschi scrivano buoni romanzi quando li scrivono esattamente come gli inglesi.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Oltre le apparenze. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea iniziale nasce da un articolo comparso su un importante giornale tedesco che trattava la questione di Second life, vale a dire che esistono delle persone che, insoddisfatte della propria esistenza, cercano la rivincita in rete, costituendosi lì una sorta di nuova vita. Questo articolo è stato per me la scintilla che ha fatto scattare l’idea di questa storia.

Oltre alle apparenze è un thriller davvero agghiacciante per la tua capacità di descrivere la vita consueta di tutti i giorni e nello stesso tempo delineare scenari di disagio e vero proprio orrore. E’ questo il tuo segreto?

Una parte del segreto è che i protagonisti dei miei romanzi sono persone  assolutamente normali, con vite assolutamente normali. Il lettore è quindi portato ad identificarsi facilmente con questi personaggi, ed è in questa normalità che all’improvviso s’innesca l’orrore, ed è questo che desta paura e timore, la sensazione cioè che una cosa simile potrebbe realmente accadere.

Il personaggio di Samson mi è piaciuto particolarmente, è un osservatore abusivo delle vite degli altri, certo a livelli patologici, ma anche gli scrittori non sono un po’ osservatori delle vite degli altri?

Sì, è vero. E forse anche loro lo sono in maniera patologica. Ma poi, per poter essere costruttivi, questa osservazione non porta agli stessi esiti di Samson.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo tanti autori gialli inglesi e direi che gli influssi su di me sono costituiti dal loro insieme e non da uno in particolare. Inoltre le mie preferenze cambiano in continuazione.

Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo?

Effettivamente ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo e sto facendo progetti per il prossimo. Però di concreto non ho ancora niente, quindi non posso ancora parlarne. Grazie anche a lei per l’intervista.

Traduzione a cura di Francesca Ilardi

:: I libri di Andrea Novelli & Giampaolo Zarini a cura di Elisa Giovanelli

16 marzo 2012 by

Il thriller sta di casa in Liguria. Tutti quelli che amano storie forti, ricche di suspense e di colpi scena e che non hanno paura di affrontare i lati più oscuri dell’esistenza possono trovare nella sezione letteratura italiana una coppia di autori i cui testi non hanno nulla da invidiare alla migliore narrativa americana di genere. Loro sono Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini, due amici di vecchia data residenti a Savona. L’uno ingegnere e l’altro esperto legale, sono accomunati dalla passione per la scrittura e hanno all’attivo già tre romanzi e numerosi racconti apparsi in varie antologie tra cui Anime nere reloaded curata da Alan D. Altieri, Bad Prisma curata da Danilo Arona e Nero Liguria a cura di Daniele Cambiaso. Imminente è l’uscita de Gli insoliti casi del professor Augusto Salbertrand, una serie di sei racconti in formato Ebook per la Chichili Agency Italia.

SOLUZIONE FINALE

Il romanzo d’esordio di Novelli e Zarini è un medical-thriller vincitore del Premio Palazzo al Bosco (2003). La vicenda si svolge n una cupa New York. Al Downtown Hospital il decesso di un piccolo paziente viene archiviato in fretta come un caso di morte naturale. Questa storia non convince il pediatra Sean McQuillan che inizia a indagare per fare chiarezza sul caso. Aiutato dal detective Eleanor Everett e dal luminare della medicina Leopold Mader, McQuillan si trova coinvolto in un intrigo che affonda le sue radici in Europa, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Indizio dopo indizio, tra efferati omicidi in serie e morti innocenti, si dipana una storia dura che affronta il tema del dissidio tra scienza ed etica alla base delle controversie legate agli esperimenti di ingegneria genetica per scopi terapeutici.
In una New York descritta nei minimi dettagli si muovono personaggi ben delineati, mentre la storia procede a un ritmo serrato, con una calibrata alternanza tra tensione e relativa calma e colpi di scena al momento giusto. Si viaggia dall’America all’Europa, tra passato e presente, senza mai perdersi. Ampio spazio è dato all’approfondimento dei temi scientifici, frutto di meticolose ricerche, che però non toglie nulla alla suspense. La scrittura di Novelli e Zarini è molto visiva, cinematografica e descrive senza sconti anche i più macabri dettagli degli omicidi. Il loro è uno stile moderno che però rivela un’estrema cura nella scelta delle parole, anche piuttosto ricercate, e merita attenzione per godersi pienamente le descrizioni dei personaggi e degli ambienti.

Soluzione finale

Andrea Novelli – Gianpaolo Zarini

Marsilio, 2005

pp. 384

PER ESCLUSIONE

La seconda opera di Novelli e Zarini è un serial killer-thiller nuovamente ambientato a New York. La città è sconvolta da una mente disturbata che rapisce e uccide bambini innocenti, ponendo i genitori davanti a una scelta angosciante e impossibile: quale dei loro figli vogliono salvare? Il compito di dare la caccia a questo serial killer soprannominato Salomone è affidato all’agente dell’FBI Craig Dabecourt, tornato in attività dopo un brutto incidente in missione. Da allora Dabecourt è tormentato da emicranie e vuoti di memoria che gettano ombre nella sua mente. I rapimenti di coppie di bambini si susseguono e per l’agente dell’FBI inizia una lotta contro il tempo per fermare Salomone. Craig Dabecourt si trova ad affrontare il suo caso più difficile, inseguendo un assassino che sfugge a ogni logica e finendo per essere coinvolto personalmente nella vicenda.
Novelli e Zarini danno vita a un thriller agghiacciante in cui domina l’oscurità: i giorni passano, ma sembra di vivere in un’unica interminabile notte. Tutto è indistinto e confuso: il confine tra bene e male, colpevoli e innocenti è così labile che si finisce per dubitare persino di se stessi. È inverno, nevica, piove in continuazione. Fa un freddo tremendo, un freddo che esce dalle pagine. La trama cattura il lettore, in un’escalation di suspense che porta chi legge a non riuscire a staccarsi dal libro fino alle ultime pagine. I personaggi sono molto ben costruiti, ciascuno con le sue storie, il suo passato e le sue paure. La vicenda colpisce come un pugno allo stomaco, narrata con uno stile freddo, duro, che descrive fin nei minimi particolari anche i dettagli più terribili. Novelli e Zarini esplorano i lati più oscuri dell’esistenza in un libro adatto a chi ha il coraggio di affrontare un viaggio infernale.

Per esclusione

Andrea Novelli – Gianpaolo Zarini

Marsilio, 2008

pp. 528

rieditato nel febbraio/marzo 2011 per Il Giallo Mondadori

IL PAZIENTE ZERO

Il terzo e ultimo romanzo, almeno per ora, è un action-thriller con di nuovo al centro il tema scientifico, marchio di fabbrica della coppia Novelli e Zarini. Christophe Douvier è un corriere di diamanti per la De Weld, una multinazionale olandese. Ha un tumore ai polmoni che non gli lascia speranze e quello che più desidera è assicurare un futuro sereno alla sorella Isabeu, cui è molto legato. Per questo ha deciso che quello sarà il suo ultimo incarico: ritira le preziose gemme in Sudafrica con l’obiettivo di farle sparire. Prima di partire, però, non resiste alla tentazione di andare con la tavola da surf su una spiaggia di Durban per un’ultima sfida alle onde. Il luogo non è frequentato solo da appassionati surfisti, ma anche da temibili squali. Proprio l’incontro con uno di questi predatori del mare sconvolge la vita del protagonista che passa velocemente dal sentirsi un miracolato al trovarsi in una realtà da incubo in cui ha il ruolo di cavia da laboratorio. Comincia così la rocambolesca fuga di Christophe Douvier che deve cercare di salvare se stesso e l’amata sorella da un complotto che vede coinvolti i vertici della De Weld, una branca deviata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e un popolo di un’isola misteriosa della Polinesia. Douvier non può fidarsi di nessuno e deve guardarsi da uno spietato professionista del crimine, Chimera, un individuo senza scrupoli che uccide per soldi, un malvagio assoluto.
Al centro del romanzo ci sono temi importanti come la malattia e la ricerca scientifica. Le vicende narrate spaziano dal Sudafrica al Madagascar fino alla Svizzera e alla Francia. Le descrizioni dei paesaggi e le parti più didascaliche, relative alla ricerca scientifica, si inseriscono in maniera efficace all’interno della narrazione senza interrompere gli sviluppi della trama o allentare la tensione. I personaggi sono costruiti in maniera efficace, anche se alcuni avrebbero meritato un approfondimento maggiore. Novelli e Zarini mostrano una fervida e macabra fantasia nel descrivere i crimini commessi. Il romanzo procede con ritmo rapido e incalzante fino all’ultima pagina. Il finale un po’ macchinoso nulla toglie all’avvincente ed emozionante lettura.

 Il paziente zero

Andrea Novelli – Gianpaolo Zarini

Marsilio, 2011

pp. 448

:: Segnalazione: i nuovi titoli Revolver

16 marzo 2012 by

I nuovi titoli Revolver: giovedì 22 marzo esce “L’impiccato“, di Russel D. McLean, considerato l’astro nascente della letteratura noir scozzese, e il 29 marzo sarà in libreria “Dietro le sbarre” di Allan Guthrie, maestro del tartan noir, anche lui scozzese, definito “cupo e meraviglioso” dal The Guardian.

“L’impiccato” di Russel D. McLean

McNee, detective privato a Dundee, viene incaricato da James Robertson di scoprire perché suo fratello abbia deciso di togliersi la vita. Il corpo di Daniel è stato infatti trovato che dondolava da un albero: impiccato.
Robertson ha poche notizie su di lui: quel che è certo è che dalla Scozia suo fratello era andato a cercar fortuna a Londra trent’anni prima, diventando il tirapiedi di un boss della mala. McNee è scettico,ma, raccolte le prime prove, si rende conto che Daniel non aveva un motivo per farla finita e, peggio ancora, la polizia sembra a tutti i costi voler liquidare il caso al più presto. Il detective capisce di aver ficcato il naso in un affare più grande di lui, e un’indagine come tante diventa un gioco nero che si svela un po’ alla volta. Fra colpi di scena e macabre sorprese,McNee stesso rischia di naufragare negli incubi del proprio passato. Un libro dalle atmosfere crude,violente, da incubo, con uno stile claustrofobico e pieno di poesia malata. Una girandola delirante che gronda dolore, con un finale pieno di ombre, quelle che nemmeno la pioggia perenne del romanzo potrà mai più lavar via dall’anima.

Russel A. McLean È l’astro nascente del noir scozzese: le sue storie tagliano come pugnali. Finalista allo Shamus Award è amatissimo da Ken Bruen di London Boulevard. Vive a Dundee, in Scozia. Autore di due romanzi, con L’impiccato ha raggiunto il successo di critica e pubblico, ottenendo una nomination allo ShamusAward.

“Dietro le sbarre” di Allan Guthrie

Edimburgo. Scozia. Nick Glass è un  giovane secondino. Vessato dai  colleghi  e  umiliato  dai  carcerati, sembra sempre sul punto di crollare. Quando il più potente fra i detenuti gli chiede di fargli  da“mulo”per portare droga
in prigione, Glass dapprima si rifiuta. Ma uno psicopatico viene mandato a far visita a sua moglie e sua figlia. A questo punto Glass deve cedere. Entrerà  in un gioco crudele e violento, tentando in tutti i modi  di uscirne vincitore. Con il suo stile cupo e incalzante, Allan Guthrie dà vita a un romanzo che incrocia il miglior Palahniuk e il più delirante Irvine Welsh. In Dietro le sbarre, il maestro del tartan noir racconta l’inferno quotidiano del carcere, proponendo una riflessione allucinata e inquietante sulla condizione umana.

Allan Guthrie è stato definito dal Guardian uno dei re del Tartan Noir la particolare miscela crime scozzese definita così da Sua
Maestà James Ellroy. Vive a Edimburgo. Autore di cinque romanzi e tre novelle, e tradotto in sei lingue, ha vinto nel 2007 il Theakstons Old Peculier Crime Novel Of The Year ed è stato finalista
all’Edgar, all’Anthony e al Gumshoe Award.