:: Un’intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2012 by

Bentornato Enrico su Liberidiscrivere è sempre un piacere ospitare il più francese dei noiristi italiani. Un autore ormai di culto, padre del mitico Mordenti, un Jean Paul Belmondo giovane oserei dire. Come ti senti da torinese schivo e riservato ad indossare i panni dello scrittore affermato?

Grazie a te per l’invito, mi piace infilarmi nei posti dove sono già stato. Non credo di essere troppo schivo, non avrei potuto inventare un tipo come Mordenti se lo fossi. Forse un po’ riservato, quello sì. E, più che affermato, come scrittore direi che mi sono consolidato. Affermato, d’altronde, è una parola impegnativa, che presuppone risultati che non credo di avere ancora raggiunto. Però è una bella avventura, sempre più coinvolgente e ricca di gratificazioni. I panni, poi, sono sempre gli stessi, siamo sempre les italiens e io. Continuiamo a raccontarci delle storie per viverle assieme divertendoci molto. Scrivere sapendo che molta gente ti leggerà è un’esperienza esaltante ma impegnativa. Sai che i tuoi lettori hanno delle aspettative e soddisfarle non è sufficiente, devi rinnovarti e lo stesso devono fare i tuoi personaggi. Di conseguenza sei sempre al lavoro e questo mi piace, è stimolante.

Da Instar a Rizzoli, ormai hai poche scuse, sei uno scrittore famoso, osannato dalla critica, amato dai lettori, corteggiato dalle fiere letterarie. Raccontaci come è andata veramente. Parlaci del dietro le quinte, delle segrete cose del mondo editoriale.

Essere cercati da un editore come Rizzoli è stato come per un delinquente finire nei Most Wanted dell’FBI; ti da un certo prestigio. Per me ha significato molto, qualcosa tipo la consapevolezza che stavo facendo un buon lavoro. In realtà dopo il primo contatto ci siamo visti parecchie volte, sia per definire il contratto, sia per decidere che tipo di storia pubblicare. Nel frattempo doveva uscire il terzo romanzo da Instar, Lezioni di tenebra, e questo mi ha lasciato il tempo di lavorare su Pessime scuse per un massacro per perfezionarlo. In realtà l’inquietudine era dovuta al dover lasciare un’intimità nella quale mi ero trovato molto bene, per entrare in un mondo più vasto del quale ignoravo regole e protocollo. In realtà sono stato accolto in modo molto cameratesco, abbiamo lavorato sul romanzo senza forzature e nel massimo rispetto dell’opera. Ognuno ha messo la sua esperienza e il risultato è stato il bellissimo volume che è uscito in libreria il 25 gennaio di quest’anno. Anche l’attenzione per la pubblicità e il supporto alle presentazioni è stata perfetta. Io sono un casinista, mi hanno evitato di ritrovarmi con tre eventi diversi lo stesso giorno, alla stessa ora e a cinquecento chilometri l’uno dall’altro.

Dopo Les italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra con Pessime scuse per un massacro siamo ormai alla quarta avventura di Les italiens. Nei romanzi seriali c’è il rischio di perdere in freschezza e in spontaneità, e accumulare una certa stanchezza man mano che passa il tempo, cosa che a te non è successa. Quale è il tuo segreto?

Guarda, non so se sia un segreto, è probabile di no. Quando un autore decide di scrivere una serie di romanzi con gli stessi protagonisti, per prima cosa dovrebbe porsi un paio di domande: questi personaggi invecchieranno? E se sì, come cambieranno le loro vite? Il tipo di relazione che si crea tra uno scrittore e i personaggi dei suoi romanzi è molto forte. Se decidi di farli invecchiare, corri il rischio, nel giro di qualche anno, di ritrovarti con un branco di sbirri anziani che vanno aiutati anche a traversare la strada. Magari si sono sposati, hanno una moglie che rompe, dei figli, il cane, il mutuo da pagare. Va tutto bene, naturalmente, ma è una strada senza ritorno, che con il tempo potrebbe annoiare pure chi la scrive. Io ho deciso che les italiens non invecchiano. O meglio, invecchiano come i cani, un anno ogni sette. Questo mi permette di averli sempre a disposizione, pronti a soddisfare il mio infantilismo facendo nei loro romanzi tutto ciò che io non potrei mai fare nella vita reale; però c’è un prezzo da pagare. Per non renderli noiosi mi devo occupare del loro carattere, delle loro manie e del loro umore. Ciò che rende piatto un personaggio è la mancanza di cambiamento, l’assenza di evoluzione. Io mi concentro molto su questo aspetto, nei miei romanzi i personaggi maturano, cambia il loro umore, la loro reattività, il loro modo di pensare. Credo sia questo a mantenerli vivi e interessanti. Del resto nemmeno io so per certo quale sarà il loro stato d’animo la prossima volta, quale aspetto del loro carattere emergerà di più e perchè. Dipende da quello che succederà, da chi incontreranno e da quel che si diranno.

Come è nato il titolo del tuo nuovo romanzo? Ho subito sentito echi scerbanenchiani, penso a I ragazzi del massacro. C’è in qualche modo un tentativo di lasciare la scuola francese del polar per una dimensione più italiana?

Il titolo è cambiato diverse volte. Durante la stesura del manoscritto io lo avevo già corretto perché non mi convinceva. Quando ci siamo messi a lavorare sul romanzo, anche gli amici di Rizzoli hanno cominciato a pensare quale potesse essere il titolo più adatto a questo tipo di storia. A un certo punto eravamo certi che il titolo sarebbe stato Questa notte che corre, poi tutto quanto è stato rimesso in discussione. Anche perché cambiavano pure le copertine. Alla fine è saltato fuori Pessime scuse per un massacro, titolo che ha messo d’accordo tutti quanti. Era abbastanza forte per essere una storia del commissario Mordenti, ma allo steso tempo dava la sensazione di non essere soltanto un romanzo poliziesco. In effetti la trama e i fatti di cui si parla si allontanano un poco dall’azione pirotecnica dei tre precedenti. Non credo ci fossero reminiscenze scerbanenchiane, il titolo tendeva piuttosto verso un’assonanza con Bagatelle per un massacro, il terribile pamphlet di Louis-Ferdinand Céline. Quindi, ammesso che di scuola francese si tratti, la risposta è no, non c’è un tentativo di lasciare il solco tracciato dai primi tre romanzi. C’è, piuttosto, una ricerca per esplorare le tante possibilità offerte da quel territorio mai uguale che è il romanzo di genere.

Tra gli amanti dell’ hardboiled ci sono due scuole di pensiero: quelli che amano più Raymond Chandler e quelli che amano più Dashiell Hammett. Come me immagino che anche tu prediliga Chandler. Cosa ami di più di quest’autore e in che misura ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Sono così diversi, Chandler e Hammett, mi viene da pensare a una morbida cravatta di seta per il primo e una rigida striscia di carta vetrata per il secondo. Lo stesso vale per Marlowe e Spade, due duri ma con un ripieno molto differente. Letteratura e sentimentalismo per Marlowe, piombo e passione per Spade. Entrambi mi hanno dato tantissimo, sia nei romanzi, che ho letto e riletto dozzine di volte, sia negli indimenticabili film. Assurdo, per esempio, aver affidato entrambi i protagonisti allo stesso attore, Humprey Bogart, che interpreta nello stesso modo Marlowe in The big sleep e Spade in The Maltese falcon. C’è voluta la figura affaticata di Robert Mitchum, nel più tardo Farewell my lovely, per far percepire la malinconica umanità del detective di Chandler. Comunque è vero, preferisco lui al suo algido collega, sono del tutto chandleriano. Ma è a entrambi che devo dire grazie per avermi estasiato e, soprattutto, per aver sempre alimentato il mio desiderio di scrivere.

Ormai il libro è uscito a gennaio, sono passati alcuni mesi e puoi avere una visione di insieme più complessiva: che bilancio hai tratto? Deluso, entusiasta, ti aspettavi qualcosa di diverso?

Che ti posso dire, non credo che negli ultimi trent’anni ci sia stato un periodo più sfavorevole, come autore, per uscire in libreria con un editore di grosso calibro. Da voci di corridoio, in questi ultimi mesi l’editoria ha perso il 30% del proprio mercato. Questo, in un paese dove il sessanta per cento della gente non legge manco un libro all’anno, è di certo una bella botta. Immagino che tutto ciò si sia piuttosto riflesso sulle vendite di autori medio piccoli, quale sono io, che non sui mostri sacri o comunque su quegli scrittori che hanno consolidato il loro nome in anni più floridi. Comunque, anche per me tutto si è amplificato, la richiesta di presentazioni, la visibilità e, soprattutto, la risposta dei lettori e della stampa che hanno, a quanto pare, apprezzato il mio romanzo. Tutti speriamo di poter vendere di più, però la strada verso il paradiso è a volte più ripida e meno agevole di quanto ci si possa immaginare. Bisogna saperla affrontare senza perdersi d’animo. Io ho molte idee e la possibilità di pubblicare con un editore come Rizzoli; non penso di potermi lamentare.

Parliamo ora del libro, della trama. Come è nata? C’è stato un punto di origine che ti ha portato a svilupparla in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Se vogliamo fare un po’ di leggenda, ma nemmeno poi tanta, l’idea di Pessime scuse per un massacro ha cominciato a germogliare il giorno che ho ascoltato per la prima volta Dance me to the end of love, cantata da Madeleine Peyroux. Mi ha talmente stregato che a furia di sentirla si è andata formando l’idea di un romanzo nel quale il motivo della canzone fosse il filo conduttore della storia. La malinconia nostalgica del brano era la stessa che volevo nel romanzo, così hanno cominciato a confluirvi tutte le passioni della mia giovinezza, gli aeroplani della Seconda guerra mondiale, la resistenza, i fumetti e anche le vecchie armi. La canzone (è di Leonard Cohen ma io, contrariamente a molti, preferisco la versione Peyroux) mi ha molto ispirato durante la stesura del romanzo. Ogni volta che l’ascoltavo mi forniva nuovi spunti e mi suggeriva idee interessanti. In qualche modo continuava a parlarmi. In realtà ho avuto molto tempo per rimasticare la storia, per farla leggere alle persone del cui giudizio mi fidavo e per rinforzare la trama piuttosto complessa. Quindi sono molto soddisfatto del risultato finale. Anche se so bene quanto tutto sia perfettibile.

La provincia francese e la resistenza sono due temi al centro del libro. Ho letto un bel noir francese La teoria dell’1% di Frederic H. Fajardie, stesso humour, stessi temi. Che libri o film francesi ti hanno ispirato?

La resistenza francese mi ha sempre molto interessato, vuoi per il suo nome molto romantico, il Maquis, vuoi perchè lo zoccolo duro della liberazione in Europa è avvenuto proprio lì. Tuttavia non ne sapevo molto, le mie nozioni arrivavano da film straordinari del passato che avevo visto e apprezzato in cineteca. Les portes de la nuit di Carné, Jéricho di Calef, Le Train di Frankenheimer, L’Armée des ombres di Melville, Lacombe Lucien di Malle e tanti altri. Addirittura quel capolavoro della risata che è stato La Grande Vadrouille di Oury, del quale Louis de Funès e Bourvil sono diventati icone indimenticabili. Però tutto questo non bastava, si perdeva indietro nel tempo tra le nebbie della giovinezza. Di conseguenza mi sono letto alcuni grossi libri francesi sull’argomento che oltre a farmi capire il funzionamento della macchina partigiana francese, mi hanno dato delle bellissime idee per la storia. Per esempio Meurtres au maquis, di Pierre Broué et Raymond Vacheron, René, maquisard, di Dominique Poulachon o l’agghiacciante Livre noir du Vercors, di Albert Béguin. Man mano che notizie e informazioni si accumulavano, il fascino di questo periodo ancora controverso della Francia spingeva autonomamente per emergere dalla narrazione. Partigiani, nazisti, eroi, collaborazionisti, persone del passato che poco alla volta si mescolavano allo spirito contemporaneo dei miei personaggi. Farli convivere è stato molto divertente.

Sempre parlando di cinema. Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Mordenti? Massima libertà anche registi e attori del passato.

Sognare non costa nulla, no? Bene, alla regia vorrei Jean-Pierre Melville o Jean-Luc Godard, perché ai tempi della Nouvelle Vague il cinema lo sapevano fare. Per la parte di Mordenti la faccenda diventa più difficile. Dovrei averlo in mente in maniera più definita, invece lui è un tipo sfuggente, che non si lascia troppo inquadrare. Però, visto che siamo nell’ambito del sogno, potrei valutare Louis-Ronan Choisy o un Yves Montand giovane (l’ironia nello sguardo, lui l’aveva di brutto). A pensarci bene, anche Maurice Ronet sarebbe perfetto. Mentre Daniel Auteuil me lo terrei per fare Servandoni. Vedremo cosa ci riserverà il futuro, potrebbero esserci delle sorprese.

Mordenti e le sue donne. Ma ci sarà una donna capace di fargli mettere la testa a posto. Lo vedremo mai sposato, e magari padre?

Sarò breve; se quello che vogliono i lettori e vedere Mordenti che tutte le sere torna a casa distrutto,  si prende una scenata dalla moglie che gli trova del rossetto sul colletto della camicia, dà la pappa al pupo che gli vomita l’omogeneizzato sui pantaloni, porta a pisciare il cane a mezzanotte e, per finire si infila sotto le coperte mentre la signora Mordenti si gira dall’altra parte, be’, in questo caso farò il possibile per trovare una che se lo voglia sposare.

Parlami dell’elefantino Babar, è un tuo personale portafortuna? Cosa ci puoi dire del suo ruolo nel libro?

Da che mi ricordo, i libri di Babar sono sempre stati in famiglia. Era uno dei personaggi preferiti di noi bambini. Le storie dell’elefantino di Jean de Brunhoff sono senza tempo, divertivano noi allora come divertono oggi mio figlio. La delicatezza e la poesia, oltre al fatto che si tratta di un elefante, fanno di Babar un personaggio unico. Proprio perchè mi è sempre piaciuto, mi ero comprato un pupazzetto di resina in un negozietto di Parigi e lo tenevo sulla mia scrivania. Stava sempre lì a fissarmi, con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la coroncina gialla. Un giorno, mentre stavo lavorando alla trama di Pessime scuse per un massacro, l’ho guardato e mi sono chiesto: Chissà come starebbe la figurina di Babar sulla scatola dell’otturatore di una vecchia mitragliatrice pesante? Così è saltato fuori il cattivo del romanzo, che uccide abbandonando poi Babar a sorvegliare l’orrore che ogni volta lascia dietro di sé. Mi piace molto il contrasto tra il personaggio delicato dell’elefantino, l’immagine stessa dell’innocenza, e l’assassino crudele e determinato della storia, che non conosce pietà e rincorre una vendetta terribile che il tempo rischia di portargli via.

Le armi sono sempre al centro della scena, c’è una cura certosina nel descriverle, utilizzarle. Quali sono le armi di Pessime scuse per un massacro?

Te le elenco o preferisci una risposta generalista? Scherzi a parte, in questa vicenda le armi sono come i mobili nelle case anni ’50, danno l’immediata sensazione del periodo storico nel quale si svolge una delle due storie parallele del romanzo. Les italiens devono infatti lavorare nel presente, ma per scoprire cosa è successo, sono costretti a indagare in un passato lontano. Sono quindi le armi che trovano sulla loro strada a parlare di questo passato. La Browning, la Luger, lo Schmeisser, la Mauser, sono armi usate in battaglia durante la Seconda guerra mondiale. E sono anche la pista che Mordenti e i suoi devono seguire per arrivare alla soluzione. Tra l’altro facendo le mie brave ricerche su Internet e sui libri specializzati, ho scoperto particolari molto interessanti che mi hanno aiutato dandomi alcune ottime idee per lo svolgimento della narrazione. Per quanto possa sembrare assurdo o immorale, queste vecchie armi hanno un fascino molto particolare. Viene dal metallo logoro, dal legno consunto e da quella patina che tempi terribili hanno lasciato su di loro. La bellezza di questi oggetti parla di un epoca nella quale l’efficienza tollerava ancora una certa eleganza nella forma. Oggi non è più così.

Come procede la quinta avventura di Les italiens? Hai già scritto i primi capitoli?

La quinta avventura sta andando avanti, la trama è praticamente finita e mi piace molto. Ho già scritto alcune parti, qualche dialogo, ma ancora devo cominciare con la stesura vera e propria. Però ne ho una gran voglia perchè la storia mi intriga e ho dei bellissimi personaggi. Potrei dire che sarà una via di mezzo tra Les italiens, il primo romanzo della serie, e Pessime scuse per un massacro. Ci sarà una lunga parte parigina très noir e piena di movimento. Questa volta la squadra scende in campo al completo dall’inizio alla fine. L’ultimo terzo del romanzo sarà ambientato nel centro della Francia e anche lì se ne vedranno delle belle. In tutto questo ci sarà un colpo di scena del tutto inaspettato.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Mordenti?

Ho in cantiere un romanzo tutto torinese con nuovi personaggi, un noir un tantino più asciutto della serie degli italiens. Stò ancora lavorando su un’idea embrionale. Sarà naturalmente un’altra cosa rispetto alle storie di Mordenti, ma penso che Torino ne verrà fuori come un luogo concitato e cosmopolita dove cultura e bellezza, amore e odio, vita e morte si incrociano in un carosello mozzafiato. Esiste già una sorta di episodio pilota che ho scritto per una delle più antiche distillerie di grappa del Nord-Est. Un romanzo di 160 pagine che non uscirà in libreria. Per averlo, dalla settimana prossima, bisognerà andare nei negozi di liquori e nelle enoteche. A condurre il gioco, questa volta, è l’ispettore Bosdaves della Mobile. Ricordatevi questo nome.

:: Recensione di La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke a cura di Viviana Filippini

12 aprile 2012 by

Se vi chiedessero: «Come lo preferisci il bisturi? Affilatissimo, Affilato o smussato?» Voi cosa rispondereste? Presumo che a seconda del contesto (dal chirurgo plastico, in una sala operatoria e perché no, magari pure in qualche ristorante cool) queste domande potrebbero essere più o meno piacevoli. Sicuramente Jon Vatten – protagonista del romanzo La biblioteca del’anatomista -quando si sente porre questa domanda dal suo aguzzino non è molto contento di quello che comporterebbe la sua scelta e soprattutto, appena sentite queste gelide parole prende coscienza di quanto possa essere cinico un uomo all’apparenza tranquillo. Siamo nel 2010, in Norvegia a Trondheim dove Vatten è il principale sospettato dell’omicidio della collega Gunn Brita Dahle, la donna da lui rinvenuta cadavere all’interno dell’ente culturale dove lavorano entrambi, lei come bibliotecaria, lui come addetto alla sicurezza. Per Vatten, sensibile, pasticcione e anche un po’ imbranato, non è la prima accusa di omicidio, infatti, già cinque anni prima l’uomo era stato sospettato di aver assassinato moglie e figlio, ma le prove lo aveva scagionato. L’ uccisione della collega però, lo porta nuovamente sotto la lente degli investigatori, ma ben presto le accuse contro il custode cominceranno a vacillare per due motivazioni: la prima, riguarda le modalità d’esecuzione dell’omicidio, compiuto seguendo una logica specifica e con strumenti di precisione per tagliare e incidere. Secondo, negli Stati Uniti d’America, a Richmond in Virginia,  il curatore dell’Edgar Allan Poe Museo, tale uomo solitario Efrahim Bond, viene ritrovato cadavere e il suo corpo presenta gli stessi particolari segni di tortura della Dahle. Due delitti sì lontani, ma con procedura simile che riconducono al contenuto di un misterioso manoscritto di un prete del XVI secolo, conosciuto da tutti gli esperti del settore bibliofilo come Libro di Johannes, che non a caso è inaspettatamente sparito. La collaborazione tra investigatori americani (la perspicace poliziotta Felicia Stone) e norvegesi (l’ispettore Odd Singsaker, operato al cervello e lasciato dalla moglie) porteranno i lettori dentro ad una intricata indagine tra passato e presente, tra libri antichi e pergamene alla scoperta dell’assassino. I fatti narrati dall’esordiente Brekke sono molto cruenti e questa sensazione la si percepisce sin dal prologo, ma la presenza di personaggi dei quali il narratore ci racconta parte della loro vita privata (l’adolescenza traumatica di Felicia Stone, le sofferenze del simpatico Singsaker e l’ambigua stranezza della giovane bibliotecaria neoassunta Siri Hom) aiuta noi lettori ad affrontare con attenzione la ricerca del colpevole e a capire che la vita è caratterizzata da un combinazione di sofferenza, lotta e anche un po’ di pace e armonia.
Come accade in molti romanzi dove il filo conduttore è la caccia al colpevole, anche questo primo lavoro d’esordio di Brekke è concepito come un puzzle di luoghi e persone inizialmente distanti tra loro e senza nessun apparente legame, poi più ci si addentra nella storia, più i “nodi vengono al pettine” e il mosaico si ricompone portando a galla un’agghiacciante verità del presente e del passato. Il filo conduttore che collega i due brutali assassinii nella contemporaneità affonda le radici nei secoli trascorsi, in una serie di personaggi storici realmente esistiti (lo stampatore veneziano Manuzio, lo studioso di anatomia Alessandro Benedetti e l’anatomista Vesalio) e di fatti la cui certezza storica è più o meno confermata, nei quali è coinvolto un giovane ragazzo del Nord Europa,che una volta indossato l’abito talare scriverà un importante libro su pergamena. Il narratore dimostra una preparazione vasta e raffinata che gli permette di creare un perfetto mix tra azione, ritmo incalzante e suspense, evidenziano come  certi  ambienti ( il museo e la biblioteca) e strumenti di conoscenza (i libri) di solito ritenuti “amici” dell’uomo, in certi casi possano diventare pericolosi, direi vere lame a doppio taglio – e non solo perché ci sono coltelli e bisturi un po’ ovunque nella narrazione-,  se le mani sbagliate  se ne impossessano. Se i librai indipendenti norvegesi hanno assegnato a La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke il “Premio Norli” come miglior esordio letterario dell’anno ci sarà una motivazione non vi pare? Io credo che nella narrazione il connubio tra i tempi di oggi e quelli di ieri, tra delitti concreti e presunti, tra antichi manoscritti e collezionisti rendano lo scritto di Brekke un bel thriller mozzafiato con colpi di scena imprevisti, capace di  regalare al lettore comodamente seduto in poltrona la giusta scossa emotiva.

Titolo: La biblioteca del’anatomista
Autore Jørge Brekke
Ed. Nord pp.367 € 16,90

:: Recensione di Ogni goccia di sangue di Michael Robotham (Timecrime, 2012)

12 aprile 2012 by

In questo momento ho come la sensazione che la mente mi stia sfuggendo. Le mie emozioni sono state manipolate e la ragione sviata. E’ come osservare un mago che pratica un gioco di destrezza, distogliendo abilmente la mia attenzione per non farmi vedere il trucco.
So che c’è un nesso tra Gordon Ellis, Ray Hegarty e Sienna, ma non capisco che cosa li leghi.
E che ruolo ha in tutto questo l’Uomo Che Piange? E Lance Hegarty? Qualcuno ha ucciso il mio cane. Qualcuno mi ha spinto fuori strada. Quando ho accennato a Gunsmoke, Gordon Ellis mi ha lanciato uno sguardo strano. Quasi non capisse a cosa mi riferivo.
Devo ripartire da zero e mettere tutto in discussione, ma ora sono troppo stanco per pensare. Sono sporco, con la barba incolta, sfinito e ho voglia di una doccia. Di un letto.

Ogni goccia di sangue (Bleed for Me, 2010), nuovo thriller dello scrittore australiano Michael Robotham, edito in Italia da Timecrime, marchio crime della Fanucci, e tradotto da Annalisa Biasci, è il quarto romanzo della serie che ha per protagonisti il professore e psicologo clinico inglese Joe O’ Loughlin e il detective in pensione Vincent Ruiz, dopo L’indiziato (The Suspect, 2004), Perduta (Lost, 2005) e Il manipolatore (Shatter, 2008). Ogni goccia di sangue si apre con la pagina di un diario di una ragazzina di quattordici anni, Sienna Hegarty, il tipo di diario che ogni madre non vorrebbe mai leggere. Invece di esserci buffi disegni, solari descrizioni di imprese sportive, impressioni sulle prime cotte adolescenziali, nel diario di Sienna c’è sangue, dolore, disperazione. Con un taglierino, preso dal capanno degli attrezzi di suo padre, Sienna si provoca tagli profondi sulle braccia, sulla pancia, per far si che il dolore esterno eguagli quello interiore, per far si che il veleno che ha dentro goccioli fuori. Sienna è più vecchia della sua età, più matura: ha quattordici anni ma sembra una donna di trenta, è segnata da cicatrici più dolorose di quelle autolesionistiche che si infligge, è devastata da esperienze terribili che non dovrebbero succedere a nessuno. Il confronto con il mondo degli adulti non potrebbe essere peggiore. Un padre che ha abusato di lei e di sua sorella, un professore di teatro che anch’egli l’ha utilizzata sessualmente, giocando con la sua psiche ancora in formazione. Gli adulti, che dovrebbero essere per lei figure di riferimento, ancor più quando sono investite di autorità e di precisi obblighi educativi, si sono rivelati crudeli, spietati, infidi. Per cui è naturale che Sienna diffidi di Joe O’ Loughlin, un adulto che vuole aiutarla, padre della sua migliore amica Charlie, incaricato dal tribunale di stilare una perizia psichiatrica inseguito al sospetto che abbia ucciso suo padre. Già di ragioni per volere morto Ray Hegarty, ex poliziotto giudicato dai suoi vecchi colleghi coraggioso ed eroico, duro e inflessibile ma onesto, Sienna ne ha fin troppe, ma Joe O’ Loughlin sente che qualcosa non torna, un po’ perché è molto legata alla sua Charlie ed è di casa nella famiglia O’ Loughlin, un po’ perché si sente in colpa per non aver capito i motivi per cui la ragazzina voleva sempre stare a casa loro, un po’ perché c’è una storia sotto molto più complessa, popolata di personaggi pericolosi e oscuri. Con l’aiuto del vecchio amico Vincent Ruiz, Joe incomincerà la sua indagine personale che lo porterà ad Edimburgo sulle tracce di Gordon Ellis, il professore di teatro di Sienna, e di un uomo misterioso e inquietante, l’Uomo Che Piange, legato a filo doppio a Novak Brennan, un politico ultra nazionalista di tendenze neonaziste, imputato di un processo d’omicidio seguito da sua moglie Julianne. La storia comunque è ben più complicata di quanto possa emergere da questi mie brevi accenni, e regge un thriller psicologico di solida scuola anglosassone, per di più ispirato ad una storia vera, come tutti i romanzi di Robotham; un thriller ben costruito sia per impianto narrativo che per caratterizzazione dei personaggi. Il personaggio di Joe O’ Loughlin, in lotta principalmente con il Parkinson, emerge su tutti per umanità e intuito investigativo, ma anche Vincent Ruiz, già protagonista principale di Perduta e sempre presente in ciascun romanzo dell’autore, è un ottimo comprimario. La suspense è tesa, senza cadute di tensione, la trama verosimile, anche se è difficile immaginare che Sienna sia una quattordicenne, i tempi e i canoni del thriller psicologico sono rispettati. I temi trattati sono di attualità: dagli abusi sui minori, ai rigurgiti neonazisti, alle violenze sugli immigrati; l’ambientazione tipicamente inglese, fatta di pub, villaggi residenziali, scuole di lusso in cui tutti indossano una divisa, è efficace e fa quasi per contrasto risaltare ancora di più una storia in cui violenze domestiche, spirito di gruppo quasi mafioso, ed egoismi personali contrastano ciò che è giusto ed etico. E’ un romanzo piuttosto corposo, un po’ di più di 500 pagine, qualche refuso, ma si legge molto velocemente un po’ per capire i meccanismi della vicenda, un po’ perché lo stile di Robotham è lineare e levigato e non annoia. Il personaggio dell’ispettore capo Cray, e soprattutto dell’Uomo Che Piange, sono sicuramente originali e arricchiscono una storia fatta di personaggi più ancora che indagini, inseguimenti e aggressioni. Un buon thriller insomma, per appassionati.
Piccolo giallo nel giallo. A parte i refusi, a Monica Bartolini del sito Thriller caffè non è sfuggito un errore piuttosto insidioso, non nella trama comunque. Per scoprirlo ci vuole spirito di osservazione e conoscenza delle tecniche di CSI!

:: Milano Calibro Noir

12 aprile 2012 by
MILANO CALIBRO NOIR
14 aprile presso Lo Spazio Teatro 89 di via fratelli Zoia 89 a partire dalla 15

Una volta se uno doveva pensare ai gialli o ai noir ambientati a Milano i primi nomi che gli sarebbero venuti in mente sarebbero stati quelli di Augusto De Angelis, Giorgio Scerbanenco e Renato Olivieri con il riferimento specifico al commissario “poeta” De Vincenzi, all’inquieto Duca Lamberti e al piacente Commissario Ambrosio. E nel tempo non è mai mancata la giusta geografia letteraria a base di nebbia e delitti agli scrittori che hanno raccontato Milano scoperchiandone l’anima criminale.
Con l’obiettivo di dare voce ad alcune delle più interessanti voci del panorama noir meneghino contemporaneo il prossimo 14 aprile lo Spazio Teatro 89 di via fratelli Zoia 89 a Milano, in collaborazione con Eclissi Editrice, per festeggiare i cinque anni di attività dei suoi noir, e con l’amichevole collaborazione di Cadillac Magazine organizza una serata speciale dal titolo “Milano Calbro Noir”.

Per saperne di più: http://ilcerchiogiallo.blogspot.it

:: Recensione de Le balene di Maath di Giuseppe Agnoletti e Zombie Carpocalypse di Domenico Mastrapasqua a cura di Valentino G. Colapinto

11 aprile 2012 by

Le balene di Maath di Giuseppe Agnoletti e Zombie Carpocalypse di Domenico Mastrapasqua sono i due racconti vincitori del primo Premio short-Kipple 2011, dedicato a racconti fantascientifici inediti. Difficile stabilire quale dei due sia il migliore, vista anche la diversità dei temi e dei registri stilistici, e giustamente la giuria si è espressa per un ex-aequo.
Il racconto di Agnoletti (Galeata, 1957) è breve ma molto intenso. Due ragazze controllano l’unica piattaforma costruita su Maath, un pianeta interamente ricoperto d’acqua, le cui “balene” sono molto ambite per le loro proprietà e per questo oggetto di una caccia spietata da parte di gigantesche baleniere automatizzate. La protagonista-voce narrante ama disperatamente l’altra coinquilina, Hela, che è però perseguitata da un passato terribile. Non mancano momenti lirici e sognanti fino all’inaspettato finale che spazza via ogni residua illusione.
Carpocalypse del giovane Domenico Mastrapasqua (1984) è invece un’interessante variazione su un tema (la zombie apocalypse) fin troppo sfruttato. Gli zombi che si trovano ad affrontare i protagonisti sono ben diversi da quelli romeriani e dalle loro successive evoluzioni: più che il prodotto di virus misteriosi sembrano essere il frutto di esperimenti scientifici e hanno dimensioni enormi e capacità fuori dal comune. Lasciamo al lettore il piacere di scoprire quali.
Mastrapasqua mostra un’ottima abilità nell’imbastire il racconto con un inizio in medias res e un finale aperto, il tutto narrato con uno stile secco e ironico, che evita ogni lungaggine eliminando tutto il superfluo. Un racconto che si spera sia solo il primo di una serie…
L’epub senza DRM è acquistabile al prezzo di solo 1€ su www.kipple.it/index.php?route=product/product&product_id=229 e su altre piattaforme di vendita online come Simplicissimus o anche in versione cartacea  per 3€. Un prezzo più che abbordabile per gustare un po’ di buona fantascienza italiana.

:: Intervista a Filippo Sottile autore di Lo spleen di Mompracem a cura di Elena Romanello

11 aprile 2012 by

Tra le proposte della casa editrice Miraggi di Torino c’è una rilettura dei romanzi di Salgari, Lo spleen di Mompracem, scritta da Filippo Sottile. Interessante sentire le scelte dietro ad una storia che omaggia quello che è considerato anche oggi un maestro, anche se incompreso in vita, dell’avventura.

Come è nata l’idea de Lo spleen di Mompracem?

Ogni idea che si concretizza in un’opera è sempre un frutto composito, una felice sintesi di intuizioni, riflessioni e “vita vissuta”. La scintilla iniziale l’ho sognata: c’era Sandokan che leggeva  delle orribili poesie in mezzo alla giungla. L’immagine mi si è stampata in testa e ha cominciato a entrare in risonanza con le riflessioni che andavo facendo in quel periodo sul ruolo dell’artista nella nostra società. Le mie parole d’ordine sono ancora quelle di Oscar Wilde: l’artista è un critico e svolge un’azione politica. In questo romanzo le istanze politiche che porto avanti con più forza riguardano il tempo: io credo che l’arte debba aprire il tempo e dislocarlo nelle situazioni, ciò che spesso viene spacciato per arte è invece intrattenimento, ovvero un tempo chiuso, asfittico, privo di connessioni.

Che tipo di importanza ha avuto e ha per te Emilio Salgari?

Da adolescente mi ha permesso di cavalcare a briglia sciolta fra luoghi e avventure, e di questo gli sono grato. Riletto oggi mi viene da pensare che sia un po’  come Lucien de Rubemprè: più un personaggio poetico che un poeta. Tutto ciò non gli ha impedito di scrivere alcuni grandi romanzi, tipo I Pirati della Malesia o Il Corsaro Nero e diversi molto buoni, vedi Le meraviglie del 2000.

Ti occupi anche di musica e di poesia, che differenza c’è tra queste forme di cultura?

Mi occupo anche di teatro. Sono linguaggi, hanno caratteristiche diverse e almeno due cose in comune: servono a comunicare con altri individui e a riflettere sulle cose. La cosa che mi intriga di più è mischiare le carte in tavola e provare a far quadrare il raggamuffin, il teatro etnico, la metrica di Palazzeschi e il piglio di Conrad. Non dico di riuscirci, ma provarci ci provo.

Come sei arrivato a farti pubblicare?

Una volta messo il punto finale al manoscritto, ho selezionato le case editrici delle quali avevo letto libri  nei due anni precedenti e apprezzato il lavoro. Sono stato piuttosto fortunato, Miraggi mi ha risposto in tempi brevi.

Chi sono i tuoi maestri letterari?

Dovendo citarli tutti rischierei un elenco chilometrico e sterile. Riducendo all’osso, e macchiandomi di un gran torto nei confronti di altri scrittori che amo, direi: Tommaso Landolfi, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Aldo Palazzeschi e Luciano di Samosata. Il fantastico e il comico-grottesco sono strumenti che oltre a divertirmi sanno spesso rendere più leggibile la realtà, senza appiattirla o banalizzarla. Mi piace aggiungere che ho avuto la fortuna di avere in famiglia una serie di grandi narratori di tradizione orale, mi pongo sulle loro orme.

 

Elena Romanello

:: Un’ intervista con C.M. Palov autrice de La città perduta dei Templari

10 aprile 2012 by

Ciao Chloe. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è C. M. Palov? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia, sono davvero felice di concedere questa intervista. Hmm, la tua prima domanda mi sta dando una bella occasione, altrimenti CM Palov potrebbe eventualmente essere la scrittrice più solitaria del pianeta. Sto scherzando, naturalmente, ma sono un po’ un lupo solitario quando si tratta della mia scrittura. Che è una stranezza in questo tempo in cui tutti sono cosi ‘collegati’. Vorrei dire che la perseveranza è la mia più grande forza, ed è stata davvero messa alla prova negli anni in cui stavo lottando per fare pubblicare il mio primo libro. Per quanto riguarda la mia più grande debolezza, sono quasi imbarazzata ad ammettere che sono disperatamente dipendente dalla caffeina. Anche se il caffè è una debolezza per la maggior parte degli scrittori, ho tentato, e fallito, in numerose occasioni di smettere questa abitudine. Ma la speranza è eterna…

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e cresciuta a Washington DC, e per questo motivo, è la città con cui maggiormente mi identifico. I miei anni formativi sono stati molto tipici, molto middle-class: mio padre era un contabile nel governo federale e mia madre era un ingegnere di sistemi informatici nel settore della difesa. Crescendo, ho trascorso molto tempo in molti musei di Washington, quegli immensi spazi, così scenografici, mi hanno sedotto. Inoltre, durante la mia giovinezza, sono rimasta basita dalla biblioteca pubblica. In realtà, il mio primo lavoro (quando avevo 15 anni) è stato quello di presentare riviste e giornali nella sala periodici della biblioteca. Più tardi, quando sono andata all’università, ho conseguito la laurea triennale in Storia dell’Arte. Fu in questo periodo che ho iniziato a viaggiare molto in Europa e ho acquistato il terzo amore della mia vita – le chiese medievali. Questa trinità – musei, biblioteche e chiese – è sempre presente nei miei libri.

Che lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittrice a tempo pieno?

Una domanda migliore potrebbe essere questa: che lavoro non hai svolto? Dal momento che ti ho già parlato del mio primo lavoro in biblioteca, ecco l’elenco: apprendista falegname,  modella in un grande magazzino;  segretaria d’ospedale; guida in un museo d’arte, insegnante di inglese a Seoul, in Corea, ed esaminatrice in una compagnia di assicurazioni.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Quando ero una bambina, sognavo sempre di diventare una giornalista e di viaggiare in luoghi esotici e zone dilaniate dalla guerra. Alla luce di queste fantasie, inventavo storie di folli avventure e costringevo i bambini del vicinato a impersonarle. Tuttavia, nonostante queste fantasie infantili, non ho mai davvero preso in seria considerazione l’idea di diventare una scrittrice. In realtà, ho sempre sottovalutato le mie capacità di scrittura e non ho speso  tempo ad affinare il mio talento grezzo. Almeno non fino a quando sono diventata adulta ed un amico, piuttosto inaspettatamente, mi disse: “Dovresti diventare uno scrittore come Robert Ludlum.” Mentre il commento mi colse di sorpresa, è anche rimasto con me per molti anni; un piccolo seme che ho nutrito. E ‘stato mentre stavo lavorando duramente facendo il mio lavoro preferito almeno per quel periodo (presso la compagnia di assicurazione a Miami, Florida) che ho avuto la mia epifania. Un giorno mi sono semplicemente alzata dalla mia scrivania, sono uscita dal palazzo, sono saltata in macchina, e non sono più tornata. E’ stato il punto di non ritorno, il seme che è  finalmente germogliato nel suolo. Durante il ritorno a casa, ho avuto chiaro nella mia mente l’idea di diventare uno scrittore. Non dimenticherò mai l’euforia che ho provato una volta che ho preso questa importante decisione, è stato come se un peso di piombo fosse stato rimosso dalla mia anima.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

La strada della pubblicazione è stato un lungo e tortuoso sentiero, infatti, sono trascorsi dieci anni  prima di raggiungere quella destinazione molto desiderata da ogni scrittore– vedere messo in vendita il mio primo libro. Dopo aver lasciato il mio lavoro a Miami, mi sono trasferita in una vecchia fattoria in West Virginia. Ho volutamente fatto in modo che potessi portare avanti la mia scrittura senza distrazioni. Ritengo che questi dieci anni presso l’agriturismo siano stati il mio apprendistato per la scrittura. E, sì, ci sono state molte lettere di rifiuto da parte degli editori e degli agenti lungo la strada. Se non altro, quelle lettere di rifiuto hanno rafforzato la mia determinazione a diventare uno scrittore pubblicato. Ma c’è anche un lato positivo, in quegli anni ho potuto imparare il mio mestiere senza la pressione di una scadenza appesa sopra la mia testa. Poiché non avevo mai fatto un corso di scrittura, avevo bisogno di quei dieci anni per affinare le mie capacità di scrittura e imparare tutto quello che potevo sul processo creativo. L’errore che ho fatto è stato di cercare la mia strada in una serie di differenti generi di fiction che, a posteriori, mi rendo conto non erano adatti ai miei talenti o interessi. Una volta che ho cominciato a scrivere di argomenti esoterici (che da tempo mi affascinavano), sono finalmente riuscita ad ottenere un agente letterario che poi molto velocemente ha venduto il mio primo libro, Ark of Fire (il primo libro della serie dei Templari).

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura?

Curiosamente, mi piace ogni fase del processo: la ricerca, la stampa, la scrittura, la modifica e, sì, anche le revisioni. Anche se la produzione di un libro ben scritto certamente necessita della fiamma creativa. Questa è una sensazione molto soddisfacente.

Cosa ti ha ispirato a scrivere La città perduta dei Templari (The Templar’s Quest)? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La città perduta dei Templari è un libro per il quale l’ispirazione originale è insolitamente  provenuta dal mondo visivo, piuttosto che dalle pagine di un libro di storia (dove traggo la maggior parte della mia ispirazione). Diversi anni fa, ero a Parigi durante i mesi estivi e ho assistito ad una delle più belle vedute della mia vita – il sole al tramonto perfettamente inquadrato nel centro del Grande Arche. Questa potente immagine mi ha spinto a ricercare l’ ‘asse sacro’ che va dal Louvre, lungo gli Champs-Élysées, che si conclude al Grande Arche. I misteri esoterici che circondano il ‘asse sacro’ di Parigi sono il cuore pulsante di La città perduta dei Templari.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

In poche parole, un gruppo di scienziati del 21 ° secolo, discendenti degli ufficiali nazisti delle SS, tentano di utilizzare la teoria della relatività generale di Einstein per alterare il continuum spazio-temporale in modo che possano cambiare l’esito della Seconda Guerra Mondiale. Intrecciati a questa vicenda ci sono misteri esoterici che coinvolgono i Cavalieri Templari, i Catari medievali, e gli antichi Egizi.

Raccontaci i personaggi principali del libro.

Questo libro è unico (in relazione agli altri libri della serie dei Templari), perché ci sono due protagonisti maschili: Finn McGuire, un soldato americano delle forze speciali, e Caedmon Aisquith, un ufficiale dell’ intelligence britannica e studioso medievale. Non solo Finn e Caedmon sono profondamente differenti l’uno dall’altro, ma le loro personalità e il loro modo di risolvere i problemi si scontrano violentemente. Inoltre, essi utilizzano metodi opposti . Al fine di sconfiggere gli antagonisti, comunque soldato e spia dovranno mettere da parte le loro differenze e unire le forze. E, sì, alla fine eventualmente possiamo avere quello che in America chiamiamo un ‘bromance’.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La città perduta dei Templari?

Come con tutti i miei libri, il processo di scrittura ha richiesto un intero anno solare. Per i primi 5 mesi, faccio ricerche. Questo periodo poi è seguito da 6 mesi di scrittura, e l’ultimo mese lo trascorro a modificare il manoscritto.

Quanto è importante un buon titolo? Raccontaci le origini del titolo La città perduta dei Templari .

I titoli sono fondamentali dal momento che, insieme alla copertina, è la prima introduzione di un autore ad un lettore. Detto questo, è stato il mio editore che ha deciso di utilizzare il tag ‘Templari’ per il secondo libro della serie e da quel momento è stato sempre con me (The Templar’s Code, The Templar’s Quest, The Templar’s Secret). Anche se devo dire che in un primo momento ho fatto delle resistenze, poi ho capito che la parola leggendaria ‘Templari’ trasmetteva ai lettori in modo molto efficace l’idea di un mistero medievale esoterico.

Ti capita mai di usare eventi reali e storici nelle tue storie, o è solo fantasia?

Le mie trame sono una combinazione delle due cose, anche se per uno scrittore di fiction, includo una enorme quantità di dati storici nei miei libri. In particolare mi piace usare retroscena nella creazione di eventi reali di ogni personaggio in quanto ciò aggiunge maggiore profondità e dimensione. Un esempio di questo è la storia dietro l’antagonista Ivo Uhlemann e la sua infanzia nella Germania nazista che descrivo in dettaglio utilizzando veri e propri eventi storici.

In La città perduta dei Templari, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

Di gran lunga, il personaggio più difficile da scrivere è stato l’assassina Angelika Schwarz per il semplice motivo che lei è una vera psicopatica, non solo è incapace di provare rimorso, ma è sessualmente eccitata dal dolore. Questi tipi di menti oscure sono sempre difficili, perché mi costringono ad andare in luoghi bui per dare vita al personaggio sulla pagina scritta. Al contrario, il personaggio più facile per me da scrivere è stato il protagonista Caedmon Aisquith perché su molti livelli io e lui siamo simili, il nostro temperamento e i nostri interessi sono strettamente vicini. E ‘abbastanza facile per me entrare nella testa di Caedmon. Una buona cosa perché è in tutti i libri della serie dei Templari.

Quanti libri sono previsti per la serie? Oppure si tratta di un standalone?

La città perduta dei Templari è in realtà il terzo libro della serie. Tuttavia, poiché si tratta di un prequel, può essere considerato il primo del blocco. Pochi giorni fa, ho finito le revisioni del quarto libro, The Templar’s Secret, e molto presto inizierò a lavorare sul quinto. Non ho un certo numero di libri previsti per la serie. Finché i personaggi e le trame attireranno il mio interesse, continuerò la serie.

Che tipo di ricerche hai fatto per il tuo libro?

Per La città perduta dei Templari, come con tutti i miei libri, ho fatto un enorme quantità di ricerche, infatti, faccio ricerca molto più di quanto possa poi usare nel romanzo. In genere, ho letto tra i 25-30 libri di ricerca prima di iniziare a scrivere. Inoltre, quando è possibile, viaggio per i luoghi che descrivo e ciò mi aiuta in particolare nel coreografare le scene di inseguimento.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, ricerca e marketing dei tuoi libri?

Internet è infatti indispensabile per controllare i fatti. Mi chiedo sempre cosa facevano gli scrittori prima della nascita di Google? E ‘così molto più veloce verificare un nome, una data o un luogo con pochi click sulla tastiera piuttosto che sfogliando le pagine di un tomo polveroso. Anche se tutta la mia ricerca ‘sostanziale’ è fatta alla vecchia maniera, con una pila di libri e un blocco di carta. Perché io non sono presente nei social network (sempre per colpa del mio carattere solitario), non uso internet per la commercializzazione di miei libri, che è un difetto, lo so. Probabilmente avrei dovuto elencare ‘la mia fobia per i social network ‘ come uno dei miei punti deboli.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

A causa del mio background in storia dell’arte, mi considero una persona visiva. Quando scrivo una scena, sono in grado di immaginare l’impostazione tutta nella mia mente e che potrebbe spiegare perché il mio lavoro tende ad essere molto cinematografico. E mentre il cinema è una mia passione, vorrei dire che la sua influenza è più generale che specifica. Finora, non ci sono progetti cinematografici in cantiere, ma le mie dita sono incrociate.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Attualmente sto leggendo tre libri differenti: Science and the Akashic Field di Ervin Laszlo; Drift: The Unmooring of American Military Power di Rachel Maddow, e The Green Man di Kingsley Amis.

Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto con lettori? Come possono entrare in contatto con te?

I lettori possono contattarmi attraverso la mia pagina web http://www.cmpalov.com. E rispondo a tutte le mie e-mail. In realtà, proprio una query di un mio lettore mi ha spinto a scrivere il prequel La città perduta dei Templari. Il lettore in questione ha voluto sapere perché (nel primo libro) il mio protagonista Caedmon Aisquith, che è uno studioso dei Templari, aveva scritto un libro sulla dea egizia Iside. La risposta a questa domanda è presente nel prequel.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

No, mai. Un giornalista mi ha mandato le recensioni del mio primo libro. Anche se quel libro è stato ben accolto, mi innervosiva leggere le recensioni. Non ho mai neanche digitato su Google il mio nome o i titoli dei miei libri. Il solo pensiero mi manda un brivido lungo la schiena.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe viaggiare in Italia per presentare i miei libri ai lettori. L’Italia è uno dei miei paesi preferiti da visitare. La cultura è incredibile, c’è bella gente, una cucina squisita. . . quando volete che arrivi?

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena iniziato le ricerche per il quinto libro della serie, che approfondiranno le origini del male, in particolare esaminando gli angeli caduti partendo dal Libro della Genesi, la possessione demoniaca, e i culti satanici. Un argomento oscuro, ma affascinante.

La nostra recensione: qui

:: Recensione di Gibuti di Elmore Leonard (Einaudi 2012) a cura di Stefano Di Marino

9 aprile 2012 by

Credo che per un narratore il modo più bello di festeggiare gli  ottanta anni sia proprio scrivere e pubblicare un nuovo romanzo. Elmore Leonard, nume del thriller ma non solo (io lo amo moltissimo anche in declinazione western come era anche il suo Hot Kid di pochi anni orsono) sceglie con Gibuti la via della spy story esotica mescolata alla vicenda d’avventure, alla storia giornalistica e ad un sacco di altri elementi. Come sempre Leonard è maestro nello stile, nei dialoghi (come sempre resi ottimamente da Luca Conti) e si rivela attento ricercatore e divulgatore di notizie. New Orleans e soprattutto Gibuti, caposaldo   francese, terra della Legione ma anche di pirati ricchi o sbrindellati che siano. Tutto visto attraverso gli occhi di una coppia di personaggi che ci agganciano subito. Dana Barr, giornalista rampante, e Xavier LeBo, ‘altrissimo negro’ come diceva una canzone, non più giovanissimo ma sempre gagliardo. Il suo cameraman. E qui un po’ viene l’intoppo. Perché Leonard sembra voler scrivere il suo romanzo un po’ come quei film di moda adesso, girati con la telecamera a mano in cui la storia si ingarbuglia. Non che non sia intrigante e complicata perché ci sono agenti della CIA, ballerine, ricchi pirati, intermediari, jihadisti che hanno in mente un colpo spettacolare, insomma tutti gli ingredienti per tenerci con il fiato sospeso. Invece cos’è che non funziona:  l’azione. Le cose importanti le apprendiamo sempre in differita, come vedendo un sacco di materiale girato e poi rimontato. Tecnica che Leonard usa con efficacia mescolandola a dialoghi cinematografici, informazioni e tutto ciò che serve. Un’operazione stilistica complessa, formalmente riuscita ma… a mio  parere (che vale sempre quel che vale ma è il mio che ho comprato il libro e quindi ho diritto di esprimere i miei  dubbi) priva di quel cuore, di quel pathos che avrebbero potuto farne una storia memorabile. Invece resta senza dubbio un bel romanzo ma di quelli in cui i protagonisti più che agire parlano dell’azione. E, sinceramente, per me resta un’occasione sprecata. Alla prossima Elmore… sarai sempre un esempio.

:: Recensione di Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson (Iperborea 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2012 by

La memoria sceglie un testo particolare e io ignoro come chiunque altro il perché.
E perché non il resto? Tutto il resto che ho senza dubbio dimenticato? Lo spazio tra i caratteri, dice Wittgenstein, è parte di ciò che da ai caratteri un senso. Se qualcuno ricordasse tutto, non gli rimarrebbe nessun presente in cui vivere. O vivrebbe in un eterno presente?
Ho la strana sensazione che la memoria scelga per proprio conto. E mi domando che cos’è è che vuole.
Ricordo la signora Sorgedahl così bene. Pensate! Nei cinquant’anni che sono trascorsi, non ho mai fatto stranamente nessun tentativo di rintracciare la signora Sorgedahl, non ho neanche cercato il suo nome nell’elenco del telefono.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl di Lars Gustafsson, Iperborea edizioni, tradotto dallo svedese da Carmen Giorgetti Cima, è un libro particolare, onirico quasi, che richiama alla memoria suggestioni tenui e delicate miste ad un fascino tutto nordico fatto di lentezza, silenzio, quiete. Un omaggio a Alla ricerca del tempo perduto di Proust e a L’educazione sentimentale di Flaubert, tutto filtrato attraverso la luce rarefatta del grande Nord, in cui l’autore definito il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei, fluttua tra picchi autobiografici e riflessioni colte, utilizzando uno stile raffinato e cesellato come un merletto antico. Il tempo è denso e dilatato in questo romanzo-monologo, non c’è azione, non è una storia che si dipana in un crescendo narrativo è più che altro un viaggio nella memoria, nei meccanismi che portano un uomo a rivedere il passato con gli occhi velati dalla malinconia e una sorta di rimpianto per l’adolescenza e freschezza perduta. La storia ha come protagonista un ex professore di filosofia a Oxford, alter ego dell’autore che anch’esso insegnò per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas, che come tutte le persone anziane ricorda il passato con una vividezza e una messa a fuoco più intensa del presente, e la sua mente non può che tornare nella nativa Vasteras nel 1954, quando nella sua vita entrò la Signora Sorgedahl, il suo primo amore, la prima donna della sua vita. Per ricostruire questo avvenimento, per lui fondamentale percorso di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, non può fare a meno che rievocare l’intera sua adolescenza in Svezia negli anni Cinquanta  in cui molto spesso la fantasia trasfigura il ricordo e rende dorato un periodo di formazione e di crescita di un ragazzo non molto diverso dagli altri che si affaccia alla vita con curiosità, spirito critico, e intelligenza.

:: Segnalazione di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore

6 aprile 2012 by

La società degli animali estinti
Un uomo in fuga e una ragazzina coraggiosa. Un’avventura nel ghiaccio e nella natura, divertente e brutale.
Jeffrey Moore
512 PAGINE | 17,90 EURO
Traduzione: Dafne Calgaro
Editore: Isbn Edizioni

Una notte, un uomo trova una ragazzina chiusa in un sacco, nella neve. È squarciata dalle coltellate, ma respira ancora. L’uomo si chiama Nile Nightingale e sta scappando, anche se non sa bene da cosa. Forse dalla serie di fallimenti che ha costellato la sua vita, dalla dipendenza da droghe, alcol e antidepressivi. Rifugiarsi tra le montagne del Canada è il suo modo di sparire dal mondo. La ragazzina è Céleste, una quattordicenne nerd che ha ingaggiato una solitaria lotta contro la caccia e il maltrattamento degli animali selvatici. Nile salva rocambolescamente Céleste, dando inizio a una strana amicizia e a un piano di vendetta contro i bracconieri che stanno distruggendo l’ambiente naturale del Québec. La società degli animali estinti è una scioccante cronaca dello sfruttamento animale, e insieme una commovente black comedy sul rapporto tra un uomo che ha perso tutto e un’adolescente fragile e spericolata.
Jeffrey Moore è uno scrittore e traduttore canadese. La società degli animali estinti è il suo terzo romanzo, dopo Una catena di rose (2002) e Gli artisti della memoria (2005). Attualmente vive tra Montréal e Val-Morin, in Québec.

:: Un’ intervista a Christian Mascheroni

6 aprile 2012 by

Grazie Christian di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Inizierei con il chiederti  di aprire una piccola parentesi sulla tua vita per presentarti ai nostri lettori. Dove sei nato, come hai trascorso la tua infanzia, che studi hai fatto?

Ciao e grazie di avermi ospitato qui a Liberidiscrivere! Io sono nato a Como da mamma viennese e papà di Appiano Gentile, località dove sono cresciuto. Abbiamo vissuto in una caserma di pompieri, perché mio papà faceva il vigile del fuoco, posto che per un bambino come me, immerso nei libri e nella fantasia, era un castello di giochi, di labirinti, di nascondigli, di avventure. Ho frequentato il liceo classico –amore e odio!- e studiato giurisprudenza, studi che però ho abbandonato quando ho capito che volevo  scrivere. Per questo, a vent’anni, ho saltato le lezioni per andare a fare colloqui e sono stato preso dal mensile Campus di Class Edizioni. Passavo il mio tempo a scrivere articoli, racconti, ad andare in giro a fare interviste di ogni genere, da professori universitari a volontari della Croce Rossa, da istruttori di palestre a gente per la strada. E intanto posticipavo di continuo gli esami di legge! Per fortuna i miei genitori furono comprensivi e mi lasciarono piena libertà di vivere appieno questa esperienza.

Come ti sei avvicinato al mondo dei libri? Quali sono state le tue letture principali nei tuoi anni formativi?

Mia mamma Eva era una groupie della letteratura. Il suo amore per i libri era forte quanto quello per il rock ‘n roll. In casa quindi avevamo migliaia di libri di ogni tipo ed io avevo accesso ad ogni lettura, Lei mi diceva sempre di non avere paura dei libri. Non c’erano romanzi per grandi o romanzi per bambini, io potevo accedere ad ogni lettura, e se non capivo qualcosa, lei mi era accanto per spiegarmi, per accompagnarmi. Il libro che accese la mia fantasia e la mia voglia di scrivere fu Alice nel paese delle meraviglie. Mia madre mi leggeva un capitolo, poi chiudeva il libro e mi chiedeva di inventarmi un’avventura parallela, con Alice, il Bianconiglio e lo Stregatto. Tra i libri che mi hanno formato devo moltissimo a Il vento tra i salici di Kenneth Grahame, Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, La buona terra di Pearl S. Buck ma soprattutto Martin Eden di Jack London. Fu quel libro che, a nove anni, mi indicò la strada.

Intervistarti è una sfida interessante. Con il tuo programma su IRIS Ti racconto un libro, che conduci assieme alla brava Marta Perego, hai avuto modo di vedere da vicino molti scrittori, editori, semplici lettori. Quale è il ricordo più emozionante legato a questa esperienza?

Ti racconto un libro è un’esperienza unica e rara nella mia carriera di autore televisivo, e non potevo sperare di meglio. Ho sempre cercato un punto di incontro fra la mia passione per la letteratura e la scrittura televisiva, e nel 2008 è arrivata la proposta di creare un programma sul mondo dei libri. Sia io che Marta Perego eravamo concordi sul fatto che non ci fosse ancora un programma che mettesse in luce l’umanità al di là del libro, le persone che stanno attorno, dietro, nei libri. Per questo ci piace pensare di incontrare e chiacchierare con gli scrittori, e non intervistarli. E’ un colloquio. Il ricordo più emozionante è legato al mio incontro con un maestro della letteratura americana, il premio Pulitzer Michael Cunningham. Le ore è uno dei miei romanzi preferiti e Cunningham è un faro nella mia vita. Per cui, quando mi si presentò l’occasione di poterlo incontrare per girare un servizio di Ti racconto un libro, dopo solo poche puntate dall’inizio della trasmissione, il mio cuore sussultò. Ricordo che prima dell’incontro cercavo di frenare l’emozione. Avevo già fatto decine e decine di interviste, ma non riuscivo a stare calmo perché spero sempre di trovare una persona tanto sensibile quanto la sua scrittura. Così è stato: Michael Cunningham è un uomo simpatico, modesto, alla mano ed è stato un incontro vitale, emozionante e che mi ha arricchito. Lo stesso è valso con un altro premio Pulitzer, Elizabeth Strout, la cui dolcezza mi ha letteralmente sciolto, e con Edmund White, un uomo che ammiro per trasparenza e onestà intellettuale e che si è aperto con me in maniera straordinaria. Di recente sono rimasto affascinato dall’impegno e dall’amore per i libri di Famke Janssen, attrice resa famosa da X-men, Nip/Tuck e Celebrity di Woody Allen, che ha condiviso con me, in un’intervista, la sua gratitudine verso l’arte della scrittura. Illuminante. Sono nate anche delle belle amicizie dopo le interviste, incontri che hanno portato a collaborazioni, progetti, passioni condivise.

Quale è il libro in assoluto che salveresti se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme?

E’ una di quelle domande che richiederebbero giorni per pensarci, ma ho la risposta pronta: L’amante di Marguerite Duras. E’ un libro che mi travolge ogni volta, brucia, scava, annienta, devasta. Presto fu tardi nella mia vita è la frase che un giorno mi tatuerò perché mai nessun scrittore è riuscito a intrappolare tutta la mia esistenza in una frase quanto lei.  A pari merito però non posso non citare Dio di illusioni di Donna Tartt, un romanzo che fa di me quello che vuole. Ne sono schiavo ed emotivamente debitore per tutta la vita. Purtroppo non potrò mai incontrare la Duras, ma sogno di intervistare la Tartt. Sarebbe un momento idilliaco.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?

Nel corso di questi anni ho capito che spesso le persone temono di non riuscire ad entrare in relazione con i libri, si vergognano quasi a sentirsi sviliti da quelli che sembrano contenitori di sapere e cultura. Invece i libri sono, soprattutto, frutto della passione umana, sono la trascrizione della nostra oralità quotidiana, sono lo strumento più potente per conoscerci meglio ed esplorare il reale e la fantasia. Purtroppo tutte le case editrici puntano sul fatto che ogni loro libro è IL LIBRO DELL’ANNO e ne pubblicano uno dopo l’altro, a volte senza criterio o con il solo di dover vendere e resistere alla crisi; invece ogni libro è un’occasione, come un buon film, una bella canzone, un bacio, un amore, un’avventura. Basta guardare i bambini, che non si spaventano di fronte ad un libro. Si tuffano di testa nelle pagine e nuotano da subito. Gli adulti invece temono le maree, le onde anomale e gli abissi della letteratura, preferiscono la sicurezza della passività mediatica. Ma le cose, a mio avviso, cambieranno. Le nuove generazioni stanno compiendo atti di grande amore verso i libri, anche grazie alle nuove tecnologie e ai social network.

Il fenomeno dei blog letterari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?

Guarda, ho appena partecipato con Marta alla serata inaugurale del Microfestival in tour di K.lit, dove si è appunto parlato di blog letterari e del futuro dei libri. A mio avviso sono voci che aiutano immensamente ad avvicinare la gente ai libri, perché partono dalla pagina scritta, dalla parola, per toccare temi a portata di tutti, corde comuni. Perché alla fine i libri sono questo: espressione di altro, strumenti meravigliosi per ascoltare il rumore della vita. I blog letterari, specialmente quelli che hanno toni più spontanei, voci trasversali e che divertono senza trascurare l’autorevolezza della letteratura di qualità, congiungendo passato e presente, possono fare tanto per i libri. Ci sono blogger che, per cultura e acume, stanno prendendo il posto dei critici letterari che, ahimè, specie quelli di certi quotidiani, sono legati ad una politica editoriale e di marketing scandalose. Altri, invece, ti coinvolgono con uno stile brillante, divertente, curioso, e ti invogliano a scoprire tutto quello che succede attorno al mondo dei libri. Tono che pervade anche il nostro programma e che, per questo, consta di un pubblico eterogeneo non per forza fatto di lettori assidui.

Quali sono i blog letterari che segui con più assiduità, ti capita mai di leggere Liberidiscrivere?

Ho sempre seguito i blog letterari con interesse e curiosità, a partire da Carmilla a Vibrisse fino a Finzioni, che mi piace moltissimo. Amo tantissimo Hounlibrointesta di Chicca Gagliardo ed è una gioia immensa scrivere per lei da un anno. Naturalmente conosco Liberidiscrivere e mi è sempre piaciuto lo spirito riassunto nel suo nome. Liberi. Una libertà che non prescinde mai dal sacrificio, dal duro lavoro, dalla professionalità. Tutti sono liberi di scrivere, ma è anche un gesto di responsabilità, ed è giusto che i blog indichino agli aspiranti scrittori e ai lettori una strada fatta di conoscenza e coscienza. Scrivere senza conoscere la grammatica o l’ortografia, o prescindendo dalla lettura, è un atto di presunzione che non fa bene a nessuno. E’ come sventolare una bandiera per la pace nel mondo, ma poi trattare il prossimo senza riguardo ed essere maleducati con il vicino di casa. Esempio forse esagerato, ma in cui credo molto.

Parlaci dei libri che hai scritto, di come sei cambiato in questi anni e di conseguenza come è cambiato il tuo modo di scrivere.

Il mio primo romanzo si intitola La rugiada di Emixi Tixi, ed è il libro che ancora oggi mi emoziona di più. Il perché? L’ho scritto ha otto anni ed ha, come protagonista, un agnellino con le vibrisse, ma con il corpo di un bambino, che arriva dallo spazio e salva un gruppo di bambini dalla tristezza degli adulti.  Mi fa una tenerezza incredibile. E’ nel mio cassetto, insieme a centinaia di racconti mai pubblicati. Invece il mio primo romanzo pubblicato si intitola Impronte di Pioggia, del 2005. Una storia che è arrivata subito dopo la scomparsa dei miei genitori e che mi è servita per elaborare il dolore. Attraversami, del 2008 e Alex fa due passi, del 2009, entrambi editi dalla Las Vegas edizioni, sono due fiabe adulte, ricche in metafore e scene fantasiose, che mi hanno riempito di allegria, gioia e che mi hanno permesso di stringere un rapporto di grande empatia, stima e amicizia con Andrea Malabaila e Carlotta Borasio, coloro che chiamo il sindaco e signora della casa editrice.  Mi piace esplorare due mondi della narrativa. Le storie di formazione, la quotidianità, le emozioni del vissuto da una parte, e il realismo magico dall’altra. Ho lavorato molto, negli anni, per imparare a non strafare, a non dimostrare di saper scrivere. Preferisco fare ancora errori, essere ancora uno studente, per sentirmi sempre insoddisfatto e continuare a imparare e non sentirvi arrivato o compiacermi.

Christian Mascheroni e la poesia. Quali sono i tuoi poeti preferiti? Cosa ricerchi maggiormente in un testo poetico? Cosa ti sorprende, cosa ti commuove?

Ho sempre divorato la poesia, ne sono sempre assetato. Ho persino provato a scrivere poesie, ma ho lasciato subito perdere, perché non ho una voce mia, autentica. Nella poesia cerco il mio riflesso, la sintesi di un’immagine che evochi un’emozione immediata. In questo Yves Bonnefoy è un poeta raffinatissimo. Amo molto la poesia di Nazim Hikmet, che mi ha accompagnato in molte fasi della vita, non ma abbandona mai. Sono affezionato a John Keats, mi commuove Sylvia Plath, mi allieta le giornate Prèvert. So che può sembrare un commento poco critico o banale, ma la poesia deve essere affettività, devono essere scariche elettriche.

Chi ti segue sa che sul blog di Chicca Gagliardo curi Non avere paura dei libri. La passione per i libri si trasmette tutti noi lettori siamo debitori di qualcuno, un amico, un genitore, un insegnante, che ci ha trasmesso questa affascinante malattia. Tu ringrazi Eva tua madre, una donna speciale. Come ha fatto a farti innamorare dei libri?

Mia madre disseminava i libri per la casa. Aprivi un cassetto e c’erano libri. Volevi prendere un piatto e ti trovavi una pila di romanzi. Li inceneriva con le sigarette, li consumava, li stropicciava, ma li venerava. Io sono cresciuto in una foresta di libri, per me erano frutti da cogliere in ogni stagione. Da piccolo amavo fantasticare su un libro a partire dalla copertina, imparavo a memoria i nomi degli scrittori perché erano membri della nostra famiglia. Da mia madre, così come da mio padre, ho imparato sin da subito che i libri sono compagni di gioco, di risata, sono pianto, sono sfogo.  Passavamo le giornate a toccarli, accarezzarli, a sfogliarli. Poteva capitare di arrivare a leggere un libro solo alla fine di una giornata, ma il contatto era costante. I libri sono sempre state creature vive nella nostra vita. Mia madre parlava ai libri più che alle povere piante che facevano sempre una brutta fine! Chicca Gagliardo mi ha regalato una vita da narrare, le sarò grato per l’eternità.

Parlaci della situazione letteraria italiana contemporanea dal tuo punto di vista privilegiato. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?

La scena letteraria italiana è molto confusa, ci sono tantissime firme promettenti, ma ancora non so dire chi ha la stoffa per rimanere nel tempo. Fra le ultime scoperte direi Viola Di Grado, che con Trenta lana, settanta acrilico, ha dimostrato un talento fuori dal comune, unico ed originale. Mi piace molto Andrès Beltrami, che ha debuttato con La cura per Fandango. Purissimo, emozionante. Bravissima nella costruzione di storie generazionali è Raffaella Romagnolo, che con La masnà ha superato molte sue colleghe ben più celebrate. Ce ne sono tanti di cui ho apprezzato un libro in particolare, per esempio, ma che i meccanismi dell’editoria hanno poi plasmato e forzato, se non addirittura corrotto. Alcuni poi hanno perso la freschezza e l’onestà della scrittura, ma non è facile con le grandi case editrici. Fra le case editrici nuove un ottimo lavoro lo sta facendo Laurana, e non ne sono stupito, visto che dietro c’è un autore che stimo tantissimo, Gabriele Dadati. Spero invece che passi la moda degli esordienti. Non per gli esordienti, ma per il fatto che è diventata una moda e che molti esordi sono freddi, asettici, incolore.

E’ appena uscito per Las Vegas Edizioni il tuo nuovo romanzo Wienna. Come è nata l’idea di scriverlo?

E’ un romanzo che ha una lunga gestazione. L’avrò scritto e riscritto almeno quattro volte. E’ stato il romanzo più difficile da scrivere, per me. Innanzitutto è nato come omaggio a due punti saldi della mia vita: la città di Vienna e l’amicizia. Mia madre era viennese e a Vienna vado ogni anno, per un breve periodo. E’ una città che tuttavia molti apprezzano senza coglierne aspetti meno appariscenti, più intimi, o anche più caotici. Io la vivo ogni volta come se fosse l’ultima volta, provo sempre un dolore devastante quando ritorno a casa. Mi manca come il più grande degli amori. Questo volevo trasferire nel libro. E poi l’amicizia. Ho la fortuna di avere amici incredibili, che costituiscono una famiglia, che mi sono vicini da tanto tempo e che io amo. Volevo loro dedicare un libro. Volevo far capire ai lettori che l’amicizia vera non ha confini, è amore carnale, violento, estremo, capace di dare e togliere la vita. Per questo Wienna è il più sofferto dei romanzi, ma anche il più desiderato e atteso nella mia vita. La mia speranza è che il libro sia uno sguardo differente, sia nei confronti di Vienna che dell’amicizia.

Puoi raccontarci a grandi linee la trama per incuriosire i lettori che non hanno ancora avuto occasione di leggerlo?

Dopo sette anni, Werner, un giovane uomo che sta per compiere trent’anni, torna a Vienna dopo essere scomparso dalla vita dei suoi migliori amici, anzi, i suoi miglioramici. Torna per vivere con loro un weekend che attraversa le strade di Vienna, ed ogni strada è un percorso di vita fatto con loro: Florjan, Astrid e Reinhold. Quattro amici che, passo dopo passo, si confrontano, si amano, si annientano, si rivelano, rivelano segreti, compiono scelte. Scelte fatali.

Werner, il protagonista, ritorna a Vienna e in un certo senso fa i conti con il passato. Quale è il tuo rapporto con la memoria, con i ricordi, con i fantasmi di cose che non ci sono più ma sono ancora invece vive per noi?

Tocchi un argomento per me esistenziale. Ho perso circa dieci anni fa i miei genitori, mio padre per un tumore e pochi mesi dopo mia madre, vittima dell’alcolismo. Mi sono trovato quindi presto a convivere con la mancanza, con l’assenza. Per cui i ricordi sono diventati per me un’ossessione. Temevo che mi sarei scordato di loro se non fossi riuscito a salvare ogni singolo ricordo. Ma alla fine è necessario un equilibrio forte con il presente. Io di mio sono già una persona malinconica e nostalgica, perciò è un lungo processo di conoscenza e di esperienza. Uno dei libri che, in questo senso, mi ha aiutato molto, è L’oblio di Elie Wiesel. Un capolavoro per chi, come me, vive costantemente in bilico fra ricordi e presente.

I luoghi quanto influiscono nella stesura di un libro, evocano atmosfere, sensazioni particolari, stati d’animo e umori? Vienna che città è da un punto di vista letterario?

I luoghi sono palcoscenici del teatro narrativo, i personaggi hanno bisogno degli spazi, degli ambienti, del respiro delle strade, di una finestra sempre spalancata sul mondo esteriore per riflettere il proprio io. Da questo punto di vista Vienna è un palcoscenico privilegiato dove puoi assurgere a protagonista tutte le volte che lo desideri, senza dovergli chiedere il permesso. E’ silenzio, è rumore, è la quiete di una passeggiata e la rabbia di una corsa. E’ vulcanica. Letterariamente Vienna è impregnata di cultura, parole, suoni, musica. Le librerie sono, per esempio, spazi di convivenza, di esperienza, di condivisione. Il mio posto preferito è il Circolo Pickwick, un locale dove ti fermi a mangiare un dolce, bere un caffè, sdraiarti sulla poltrona, giocare a scacchi, chiacchierare con intellettuali o studenti, il tutto circondato da libri che puoi consultare, leggere e aggiungere al conto. Io passo ore la sera in questo locale, perché esprime il concetto chiave del come si vive la cultura a Vienna. La cultura è un gesto, non è la cima di una montagna. E’ un atto semplice, comune, fatto di sguardi, di semplicità. Tanto per farti un esempio, sul metrò ci sono, appese ad un gancetto, decine di copie di una rivista chiamata VorMagazine, piena di bellissimi articoli, racconti, curiosità. Il viaggio si trasforma sin da subito in lettura e condivisione, perché nessuno ruba la rivista. Si stacca dal gancetto, si legge, si passa agli altri quando si scende alla fermata, come in una staffetta. Un gesto sublime no?

Sei fondatore del progetto di urban readings www.theroadreader.com Dicci qualcosa in più, come si fa a partecipare?

E’ un progetto che è nato poco tempo fa. Mi fermo spesso a leggere sulle panchine, ai margini di una strada, o addirittura camminando ed ogni volta che alzo lo sguardo dalla pagina tutto mi sembra più bello. Così ho voluto trasmettere questa emozione in un progetto multimediale, ovvero attraverso brevissimi corti, di 30 secondi dove percorro una strada di una città, ne mostro gli scorci più poetici e vibranti, e intanto leggo un passaggio di un libro che voglio consigliare. Ecco perché urban reading. Il mio scopo è creare una mappa virtuale dove puoi conoscere le strade di una città mentre godi del piacere di una lettura. Per ora io sono l’unico RoadReader ma spero che qualcuno abbia voglia di investire in questo progetto e dare la possibilità a me di girare sempre più corti con persone sempre diverse. Insomma, creare un mondo di Road Readers. Il sito è www.theroadreader.com e, se qualcuno vuole contattarmi per diventare produttore del progetto, può scrivermi qui: christian.mascheroni@gmail.com

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ce ne sono moltissimi. Ho già citato Marguerite Duras, Donna Tartt e Michael Cunningham, ai quali devo molto. John Steinbeck è come un padre, Pearl S. Buck una madre. Peter Cameron e Josè Luis Peixoto sono due scrittori che mi devastano per talento e sensibilità. Johan Harstad mi ha sconvolto. Amy Hempel e Richard Powers sono divinità. Un grazie a Richard Yates per Revolutonary Road. Barry Lopez? Sogni artici è maestoso. E che dire di Fitzgerald? Mi ha salvato durante l’adolescenza. Fra gli italiani prediligo Giorgio Bassani e Elsa Morante. 

Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Grazie a te, innanzitutto! Sto riscrivendo un romanzo che entra nella vita di una famiglia e che parla di sciopero affettivo. Una storia che ho scritto di getto e che ora riscrivo dopo aver trovato un punto di vista differente per raccontarla. Sarà una sfida. Non avere paura dei libri prosegue e diventerà qualcosa di più di un blog, ma un vero e proprio pamphlet. Sto anche scrivendo un dramma con tinte thriller e con venature erotiche. Anche questa una vera sfida. Poi ho una storia per un libro per bambini. Intanto proseguo con il mio impegno con l’associazione Virgola,vita (www.virgolavita.com) che ho fondato con una regista e una producer e che ha lo scopo di trasformare la parola scritta in azione sociale. Ho anche scritto una sceneggiatura per un corto tratto dal mio racconto R.E.S.P.E.C.T e sto imparando tutto il possibile dal mestiere di regista, visto che mi piace molto studiare le inquadrature e girare con i videomaker i servizi per Ti racconto un libro. Però voglio anche vivere e amare, tanto!

:: Recensione di Il respiro del buio di Nicolai Lilin a cura di Giulietta Iannone

5 aprile 2012 by

Non capivo come si potesse vivere così tranquillamente, preoccupandosi dei problemi quotidiani, circondati da mille cose create nell’interesse del proprio corpo, quando soltanto a qualche centinaio di chilometri da lì, in quello stesso paese, altre persone vivevano il più grande dramma che il genere umano abbia mai conosciuto: la guerra. Tutto mi sembrava un enorme show televisivo, una corsa verso l’apocalisse su un autobus strapieno, dove la gente se ne stava aggrappata alle maniglie sorridendo, con tenace azzardo e spirito sportivo.
Vedevo la voglia di trasformare l’esistenza in un’ eterna festa, di semplificarla, di ridurre le profondità umane a una bottiglia vuota, di prendere l’angelo della morte per i capelli e dipingerlo con colori ridicoli, trasformando la sua figura fatale in quella di un clown. Questo pensiero mi faceva paura e mi confondeva. Cosa centravo io con questa vita?

Il ritorno del reduce, magistralmente descritto da William Faulkner in La paga del soldato, ha sicuramente illuminato la mia lettura di Il respiro del buio di Nicolai Lilin. È forse un azzardo accostare due romanzi così diversi ma le sensazioni provate durante la loro lettura, almeno per me, sono state molto simili. Il ritorno a casa di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle i traumi e il dolore che la guerra porta con sé è sicuramente il cuore di questo romanzo incredibilmente ben scritto se pensiamo che l’autore è russo, vive da pochi anni in Italia e ha scelto di scrivere i suoi libri nella lingua del paese che ora lo ospita. Molto si è discusso a proposito dei suoi libri precedenti Educazione siberiana e Caduta libera, se nascano da esperienze reali e autobiografiche dell’autore o siano semplicemente frutto di fantasia. L’autore ci tiene a far notare, e lo scrive chiaramente, che i suoi libri sono romanzi in cui la verità è come riflessa e i fatti narrati sono legati alla sua esperienza o a quella di persone che ha conosciuto, per cui l’onestà di fondo che si respira può sicuramente tranquillizzare i puristi della “verità storica” a tutti i costi. Un romanziere ha diritto di creare il suo mondo letterario e così Lilin fa. Penso per esempio all’incontro del protagonista su un albero con una lince, può parere bizzarro, forse è trasfigurato in una favola, forse la lince è un simbolo, lo spirito del bosco, della natura che lo circonda e lo cura. Svelare questo mistero toglierebbe bellezza alla scrittura e perciò non voglio soffermarmi più di tanto. Il respiro del buio inizia in modo pacato, composto, il frastuono della guerra cecena è lontano e il protagonista attraversa la Russia in treno per tornare a casa. Il paesaggio scivola fuori dal vetro del finestrino e il reduce si interroga sulla differenza tra la pace e la guerra e sente che la guerra se la porta dentro come un bagaglio invisibile e dolorosamente presente. Nella vita pacifica ogni cosa è grigia e smorta riflette inquieto accorgendosi che tutto intorno a lui rispecchia una realtà distorta e deformata. Reinserirsi nella società civile superando i disturbi post traumatici da stress diventa la sua preoccupazione principale, ma subito si accorge che un ex cecchino che ha combattuto per le forze speciali è visto più come una minaccia che come un eroe. A curare la sua anima e a ridargli il suo equilibrio psichico compromesso ci penserà il suo viaggio in Siberia, dal nonno cacciatore, ruvido e semplice, amato come un padre, e queste pagine sono sicuramente venate di un lirismo e di una bellezza che difficilmente lasceranno indifferenti i lettori. Il ritorno poi a San Piertoburgo, il suo arruolamento in un organismo paramilitare di sicurezza di un oligarca inviso al regime, riporterà il protagonista alla sua dimensione di combattente, di soldato anche senza divisa, anche senza più nobili ideali per cui combattere. Nella vita civile solo i soldi smuovono le persone e questa lezione porterà il protagonista a cercare di conservare l’antica purezza che la vita in Siberia gli aveva trasmesso. Il respiro del buio è un libro che trasmette sensazione positive, quasi catartiche, quasi come una fiaba fa portando il lettore in un mondo altro, almeno nella parte centrale, poi si torna nel mondo reale fatto di violenza e corruzione e il contrasto è stridente, velenoso, immancabile un soffio di malinconia per l’amore impossibile per Anna, giusto un soffio niente di più e tanta amarezza e anime che diventano cenere perché chi uccide in realtà quando lo fa muore anche lui.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 a Bender, in Transnistria, vive in Italia dal 2003 e scrive in italiano. Presso Einaudi ha pubblicato i romanzi Educazione siberiana (2009), tradotto in ventitre Paesi, Caduta libera (2010 e 2011), Il respiro del buio (2011 e 2013), Storie sulla pelle (ulitima edizione 2016), Il serpente di Dio (2014), Trilogia siberiana (2014, che raccoglie Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio), Spy Story Love Story (2016 e 2017), Favole Fuorilegge (2017) e Il marchio ribelle (2018 e 2019).
Da Educazione siberiana Gabriele Salvatores ha tratto un film, interpretato tra gli altri da John Malkovich e prodotto da Cattleya con Rai Cinema, uscito nel 2013.