Meraviglioso. Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta di Dario Torromeo edito nel 2011 da Absolutely Free. In un momento di vuoto di grandi idoli nel mondo della boxe di oggigiorno ecco un libro costruito intorno alla figura del “Marvelous” Marvin Hagler che grande personaggio lo è stato veramente nel recente passato.
Una serie di avvincenti capitoli che rievocano la crescita di un mito e nel contempo la circondano con storie, vicende e drammi di quel periodo di splendore della boxe a cavallo degli anni Ottanta, dopo i quali il proliferare di categorie, sigle pugilistiche e conseguenti fantomatici campioni ha contribuito, e non poco, a gettare nella confusione l ‘intero movimento.
Così nella lettura del libro del giornalista del Corriere dello Sport Dario Torromeo si possono riassaporare le fasi precedenti ai grandi incontri di boxe, i preparativi, i retroscena che hanno preceduto i grandi eventi, le vere cause di certi comportamenti magari sconosciute all’epoca, le vere ragioni di certe vite o di rapide ascese e repentine cadute di illustri protagonisti della “nobile arte”.
Nonostante il libro ruoti fondamentalmente intorno all’attesa per un improbabile, quanto atteso, scontro finale tra Hagler e Leonard, vi trovano spazio tante storie e vicende riguardanti anche il pugilato italiano (dall’emigrante Antuofermo, al verace Oliva, all’oriundo La Rocca, allo sfortunato Jacopucci) in un susseguirsi di capitoli narrati con efficacia, quasi fossero le riprese di un’avvincente incontro, il tutto inserito sempre nel giusto contesto che stimola la riflessione su quegli importanti anni, anche per il mondo dei guantoni.
In sintesi una completa miscela di eventi sportivi e di spaccati umani raccontati da chi non solo ha seguito quegli eventi dal bordo ring, ma soprattutto li ha vissuti pienamente con passione, la stessa che cerca di trasmettere e di riversare sututti coloro che si apprestano a immergersi in questa lettura davvero interessante.
:: Recensione di Meraviglioso – Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta
30 gennaio 2012:: Intervista con Giuliano Pasini
29 gennaio 2012
Benvenuto Giuliano su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te, descriviti, anche fisicamente, non tralasciando pregi e difetti.
Accidenti, spiazzato alla prima domanda. Pensa che io descrivo pochissimo anche il mio protagonista, Roberto Serra, per lasciarlo immaginare ai lettori e fare in modo che ognuno ci possa trovare qulcosa di sé. Gli farei uno sgarbo descrivendo me stesso. Diciamo che c’è una bellissima foto sulla bandella di “Venti corpi nella neve”, posso rimandare a quella? Mi rende giustizia ben oltre i miei meriti oggettivi!
E’ una domanda che faccio spesso e sono sempre sorpresa dalle risposte che ricevo: come è nato il tuo amore per la scrittura?
Amore nato con me, direi. Ma la costanza per scrivere l’ho acquisita molto più tardi, solo quando ho conosciuto Sara, che poi è diventata mia moglie. Trovata l’altra metà della mela, mi sono sentito più completo come persona. In grado di affrontare una prova complessa come la scrittura di un romanzo.
E’ da poco uscito Venti corpi nella neve il tuo romanzo d’esordio un libro singolare per potere evocativo e struttura narrativa. La storia di una vendetta che si consuma in un borgo isolato dell’ Appennino tosco-emiliano tra Modena e Bologna e che trae le sue origini oscure in un passato lontano ma stranamente ancora vivo e doloroso. Ce ne vuoi parlare. Come è nata l’idea di scriverlo?
Io vengo da un paese dell’Appennino “sospeso” tra Modena e Bologna. Un paese che nell’ultimo inverno di guerra si trovò a essere sul fronte, quella Linea Gotica che costituiva l’ultimo baluardo del Feldmaresciallo Kesselring e delle truppe nazi-fasciste alla risalita degli alleati. Chi ha visto coi propri occhi quel che è accaduto in quel periodo ne parla malvolentieri ma non l’ha dimenticato. Impossibile dimenticarlo, proprio come per la gente di Case Rosse. E io ho voluto perpetrare questa memoria e con essa il dolore che si porta dietro.
E’ vero che Alfredo Lavarini direttore editoriale Fanucci ha chiesto di leggere il tuo manoscritto rispondendo a una tua semplice mail, come ho letto in una tua recente intervista sul blog Sartoris di Omar di Monopoli. Senza agenti, senza un nome famoso conquistato frequentando talk show, un esordiente quasi assoluto in fondo. E’ proprio vero che quando una storia deve essere raccontata trova le sue vie?
E’ esattamente quel che mi è successo. Posso anche dirti che il mio… fondoschiena è proverbiale. E che nella mail c’era scritto che il romanzo era stato selezionato tra i trenta meritevoli di pubblicazione in ebook nella prima edizione del torneo Ioscrittore del gruppo GeMS, quindi c’era stata una sorta di prima scrematura. E questo è stato fondamentale. Ma fa bene al cuore che in una casa editrice di primo livello ci sia un direttore editoriale attento e scrupoloso che fa “cherry picking” tra le mail che arrivano. Uno degli innumerevoli meriti di Alfredo Lavarini.
Sempre in questa intervista citi i classici greci come maestri e ho subito pensato a Euripide, controcorrente, innovativo, radicale nel suo rifiuto della guerra e nella pietà per il nemico sconfitto. Sbaglio o anche per te le sue tragedie, su tutte Le troiane, sono estremamente moderne e rivoluzionarie?
I classici greci sono stati la base su cui ho costruito tutta la mia formazione. Quando qualcuno sostiene che questa o quella trama non sia originale, spesso chiedo dopo Omero chi abbia saputo crearne. Venendo alle tragedie, Euripide (il più moderno, senza dubbio) fa vibrare le mie corde più profonde. Per “Venti corpi nella neve”, oltre a lui ho avuto presente sia Eschilo che insegna che la conoscenza nasce dalla sofferenza, che – soprattutto – l’immanenza del fato di Sofocle. Roberto Serra scappa. Pensa di aver trovato un rifugio sicuro. Eppure, tutto gli torna addosso.
Uno scrittore porta con sé un bagaglio personale fatto di ricordi, sensazioni, insegnamenti. Cosa c’è di profondamente tuo in Venti corpi nella neve?
Il legame fortissimo con il mio Appennino. Una terra non facile, dove la gente ti accoglie con un sorriso ma prima te ne vai, meglio è. Dove ci sono bar di paese in cui, quando entra un estraneo (“un ed fòra” direbbero a Case Rosse) gli avventori abituali si fermano e lo fissano senza fiatare. Dove i ritmi sono scanditi dalla natura e dai suoi cicli.
E’ esistito un nonno, un vecchio zio, un amico di famiglia che ti ha tramandato vecchi ricordi della guerra, conservando così la memoria di fatti accaduti tanto tempo fa ma che costituiscono il nostro bagaglio morale e culturale permettendoti così di costruire il tuo forte senso civico e etico che rifugge da ogni violenza e vede nella pace il solo bene da difendere? Ho letto nei ringraziamenti che accenni a mamma Lina e alle zie, sono loro le depositarie di questa memoria?
Mia mamma aveva otto anni nel 1944, ultima figlia di una famiglia molto numerosa. Nell’ultimo inverno di guerra fu l’unica a restare con i genitori. Tutti gli altri fratelli e sorelle erano partiti per un qualche fronte, rapiti, improgionati, alla macchia. I ricordi sono i suoi, sono quelli di mio padre (classe 1927) che mi raccontò di un eccidio avvenuto a Boschi di Ciano (alle porte di Zocca) dove venti civili furono impiccati per ordine della “compagnia della morte” guidata da Enrico Zanarini. Lui aggiunse un particolare: i cappi sarebbero stati fabbricati con il fil di ferro che si usa per tenere assieme le balle di fieno. Non ho trovato riscontri nei testi, ma ho mantenuto quel particolare. Per chi viene da quella parte d’Italia, la memoria degli eccidi è davvero collettiva. O, almeno, lo sarà finchè ci sarà chi ha visto e vissuto e lo tramanda. Dopo, toccherà a noi fare in modo che non lo si dimentichi e che si pensi per qualche abominevole ragione che “la guerra è bella anche se fa male”.
Preferisci definirlo un noir o un thriller poliziesco e dimmi per te quale è la differenza principale tra questi due generi.
Nella mia testa era una sorta di ape: un giallo-nero. Noir per la centralità della psicologia di Roberto Serra e giallo che l’enigma di cui si cerca la soluzione. Lo vedevo meno thriller, visto che la parte di azione e “adrenalina” non mi sembrava così rilevante. E infatti timeCRIME lo ha indicato come thriller. Mai chiedere a un autore se ha capito cosa ha scritto…
Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?
Hai citato lo scrittore italiano che più amo. Come potrei non essere d’accordo con lui? Credo che il noir italiano abbia ancora ancora tantissimo da dire, partendo proprio dalla nostra terra. Io mi sono sforzato di scrivere un romanzo italiano ma non “all’italiana”. Senza concessioni al folclore, insomma.
I francesi hanno una grande tradizione di romanzi noir in cui parlano della guerra, della Resistenza, e delle sue ripercussioni nel periodo post bellico, penso a Simenon, Helena, Fajardie. Sei stato influenzato da questa letteratura nella creazione e costruzione del tuo romanzo?
L’atmosfera opprimente, quasi claustrofobica di Case Rosse vorrei tanto somigliasse a quella del villagio in cui Philippe Claudel ambienta lo splendido “Le anime grigie”.
Parlaci del tuo protagonista Roberto Serra e del suo “Appennino”. Uno straniero infondo, un estraneo che turba gli equilibri di una comunità in un certo chiusa, gelosa dei suoi segreti, dei vincoli che li lega. Un elemento in un certo senso disturbante. Era necessario nell’economia del racconto, il suo essere altro?
Lo straniero ha due funzioni: ha una visione imparziale ed è la variabile impazzita che sconvolge i sistemi chiusi. Roberto fa esattamente questo, anche se non ne avrebbe l’intenzione. Non dimentichiamo che lui a Case Rosse va per nascondersi.
Un alito di pietà soffia durante tutta la narrazione, per le vittime, per i colpevoli, per chi ha colpe da scontare, per chi fugge da se stesso e da un passato doloroso. Questa forse è la componente più struggente, sincera. La bambina spinge il protagonista ad andare in un terreno pericoloso come le sabbie mobili. A guardare prima dentro di sé poi nel buio più profondo. E’ stato difficile?
Molto. Se chi scrive comunque filtra il mondo che crea con la propria visione delle cose, in questo romanzo c’è molto di me. Nel bene e nel male. Ho odiato, scrivendolo. Ho amato, ma meno intensamente. E dopo la prima stesura, in un punto preciso della storia di Sfregio ho anche pianto.
Ti piacerebbe scrivere per il teatro?
A chi devo mandare il curriculum? Scherzi a parte, mi piace scrivere. Scriverei per il teatro, per il cinema…
Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?
Ho pronto un secondo romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller ma se in “Venti corpi nella neve” il sentimento forte di fondo è il desiderio di vendetta, in questo nuovo è la brama di potere. Molto probabilmente, però, non sarà il prossimo a vedere la luce… da alcune settimane ho iniziato a stendere la seconda avventura di Roberto Serra. Perché io non ho ancora chiuso i conti con le pagine più nere della nostra storia, e Roberto non li ha chiusi col proprio passato.
:: Intervista a Meg Rosoff
28 gennaio 2012
Grazie Meg di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Meg Rosoff? Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza come scrittrice?
Sono una stilista naturale – Amo le parole, le frasi, il linguaggio. Amo i personaggi, e lo sviluppo psicologico. Amo le idee e gli spigoli della realtà. Tuttavia sono assolutamente terribile nella costruzione delle trame. Non so mai cosa stia per accadere.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono cresciuta in America, nei sobborghi di Boston . Una famiglia piuttosto comune con quattro figli e un cane. Sono andata ad Harvard per studiare l’inglese, ma non mi è piaciuto molto, così ho lasciato l’università e sono andata a Londra a studiare arte, e lì mi sono sentita come se fossi a casa. Ho provato a vivere a New York per dieci anni, ma alla fine sono tornata a Londra, dove sto da allora.
Quando hai iniziato a sapere che volevi essere una scrittrice?
L’ho capito quando ero molto giovane, ma poi l’ho dimenticato per circa 35 anni. Non ho scritto il mio primo romanzo fino all’età di 46. Segretamente avevo paura che non sarebbe stato abbastanza buono.
Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa per ragazzi?
Non l’ho scelto. Lei ha scelto me.
Qual è la parte più faticosa durante la stesura di un libro rivolto a giovani lettori?
E ‘sempre la trama. Vorrei che qualcun altro scrivesse le trame per me.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Quando avevo 47 anni pubblicarono il mio primo romanzo (How I Live Now), ed è stato subito un enorme successo. L’ho pagato con 15 lunghi anni di lavoro nella pubblicità. Ma ci sono sempre rifiuti. Anche quando si ha un grande successo, un sacco di gente è pronta a criticare. Guarda Harry Potter!
Tu sei un’ autrice acclamata dalla critica. Molto amata da blog e giornali. Hai ricevuto recensioni negative?
Ovviamente! Quando sono stata finalista per la Carnegie Medal, un ragazzo ha scritto “Oh no! Se devo leggere un altro libro di Meg Rosoff mi soffoco con un cuscino. ” Dolce no?
Una scuola cristiana ha cancellato un tuo incontro a causa del contenuto “blasfemo” del tuo ultimo romanzo per ragazzi, There Is No Dog, ( Se fossi Dio pubblicato in Italia da Fanucci Editore). Come rispondi a queste critiche?
Ho sempre pensato che se c’è un Dio, lui o lei è perfettamente in grado di difendere lui (o lei) da sé.
Sei la pluripremiata autrice di romanzi peragazzi come How I Live Now, Just In Case, What I Was, The Bride’s Farewell and There Is No Dog. Quale è il tuo preferito?
Non mi sogno di avere un preferito! Gli altri piangerebbero.
Cosa ti ha ispirato a scrivere There Is No Dog? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Mio marito stava ascoltando un programma radiofonico che parlava di tutti gli attori che hanno impersonato Dio nei film. Ed era furioso perchè erano tutti vecchi uomini bianchi. “Perché Dio non è mai interpretato da un adolescente?” mi chiese. E’ stata la scintilla. Sapevo di voler scrivere il libro.
Parlaci un po ‘del tuo giovane protagonista, Bob, e di come la storia comincia?
Bob è un tipico ragazzo di 19 anni – pigro, che va matto per il sesso, concentrato su se stesso. Dorme tutto il giorno e sua madre è preoccupata per lui – così quando vince il lavoro di Dio della terra ad una partita di poker, lei lo dà a lui, sperando di dargli qualcosa da fare.
Dicci di più di Mr B. Qual è il suo ruolo nel libro?
Mr B è l’assistente di Bob. Dove Bob si preoccupa solo di se stesso, il signor B si sente responsabile per il mondo, che Bob ha creato. Ma è anche una grande sofferenza da genitore – è sarcastico e pessimista sulle possibilità che Bob sia bravo nel suo lavoro. E ‘un po’ come me.
Parlaci della tua giornata da scrittrice. Descrivici una tua tipica giornata di lavoro?
Comincio ogni giorno portando a spasso il cane o cavalcando per mezz’ora il cavallo che possiedo, poi torno a casa, faccio colazione, rispondo alle mie e-mail, guardo tutti i conti che avrei dovuto pagare, vago intorno alla casa, passo un po’ di tempo su Facebook, leggo le mia recensioni su Amazon, faccio delle telefonate, e poi quando sono completamente a corto di cose da fare e di tempo da perdere, comincio a lavorare. Sono migliori per me le ore tra circa le 4 e le 7 di sera – così quando mia figlia torna da scuola, pensa che ho lavorato sodo tutto il giorno. Spero che lei non legga questa intervista. (Sorride)
Ti piace fare tour promozionali ? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Solo oggi sono di ritorno da un tour dell’Olanda e del Belgio e può essere molto faticoso, ma anche incredibilmente eccitante. Quando sei uno scrittore spendi la maggior parte del tempo a fissare uno schermo di computer, depresso pensando che il tuo libro non funzionerà, così quando qualcuno vuole veramente intervistarti e ti dice quanto ti ammira, c’è una certa tendenza a guardarti dietro le spalle per vedere con chi stia parlando. Mi piace molto viaggiare anche se – in particolare quando ho un po ‘di tempo libero mi piace guardarmi intorno. Negli ultimi anni sono stata in Cina, Egitto, Nuova Zelanda e Australia, America, e in tutta Europa, e ogni tour è stato fantastico. La Cina era il paese più strano – i miei libri non sono nemmeno pubblicate lì, quindi non sono sicura al 100% di quello che stavo facendo! Ma il cibo era fantastico e sono andata a visitare la Grande Muraglia, quindi non mi lamento.
Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?
Mi piace Hilary Mantel, che ha scritto Wolf Hall. E Wolf Ehrlbruch (Duck Death and the Tulip) e Shaun Tan, e circa un milione di altri a cui non riesco a pensare in questo momento.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Sto leggendo un libro intitolato Sum, Tales of the Afterlife, di David Eagleman, e The Man Within My Head di Pico Iyer.
Chi ha disegnato le copertine?
La splendida Katie Finch della Penguin.
Hai mai avuto il blocco dello scrittore e che cosa fai quando ciò accade?
Vado al cinema, o leggo un altro libro, o parlo con un altro scrittore, o girovago per Il British Museum, o vado a cavallo. Di solito, qualcosa mi succede in testa alla fine, e se così non fosse, vado a dormire e spero che succeda il giorno dopo.
Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?
Mi piacerebbe, verrei in Italia in un lampo. Io adoro l’Italia. Sto solo aspettando un invito!
Hai moltissimi fan. Come i lettori possono entrare in contatto con te?
Mi piace sentire i miei lettori e rispondo a tutte le e-mail che ricevo – mi possono contattare attraverso il mio sito – http://www.megrosoff.co.uk
Infine, l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?
Sto finendo un romanzo intitolato Picture Me Gone di un uomo che un giorno se ne va senza dire una parola a nessuno, lasciando la moglie e il figlio. E ‘il mio primo romanzo ambientato in America, e finora è stato un vero piacere scriverlo. Che è un sollievo enorme.
:: Recensione di Il museo dell’inferno di Derek Raymond (Meridiano Zero 2012) a cura di Giulietta Iannone
27 gennaio 2012
Una cosa avrei voluto dire a Bowman, prima che ammazzasse di botte qualcun’altro: come pensi passino il loro tempo i ladri, gli assassini, i suicidi? Volevo ricordargli che lo passano sognando ad occhi aperti su materassi squarciati in qualche casa abbandonata piena di siringhe: mezzi fatti, con un Walkman scassato come unica compagnia, gli spifferi sotto la porta che sollevano la polvere, le parole “fanculo la pula” scritte sulla polvere della finestra, mentre altri uomini si rigirano gemendo nel sonno, tra lenzuola macchiate del loro seme. Volevo mostragli l’angoscia dei loro incubi, fargli capire cosa si prova a cercare a tentoni lo scarafaggio schiacciato la sera prima. Volevo parlargli del sole che spacca i muri al mattino mentre i camion giù sulla superstrada, delle loro teste che esplodono quando non hanno nessun motivo per alzarsi. Perchè infilare i piedi in scarpe senza suole? Perchè stare lì a mettersi i jeans? In quelle tasche bucate non potrebbero metterci niente, ammesso che avessero dei soldi. Era questo che volevo dire a Bowman.
Il museo dell’inferno, Dead man upright traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, quinto e ultimo romanzo della serie Factory dopo E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il suo nome era Dora Suarez, (il penultimo scritto da Derek Raymond, l’ultimo prima di morire nel luglio del 1994 sarà Not Till the Red Fog Rises, da poco ristampato da Meridiano Zero), è un romanzo che ha già dal titolo, scelto dal traduttore traendo spunto da un episodio del romanzo data l’impraticabilità della traduzione letterale, dispensa l’esatta gradazione di orrore che l’autore ha intenzione di consegnarci. Gli appassionati di Raymond sono una ristretta cerchia di congiurati accomunati da un’ inquietante propensione a non spaventarsi davanti alle numerose declinazioni del male e che soprattutto non hanno paura di sporcarsi le mani. Leggere Raymond è infatti una esperienza dannatamente seria e sfibrante. Malvagità, brutalità, ferocia, non ci vengono risparmiate nè filtrate dal rassicurante ottimismo borghese che anestetizza buona parte della letteratura contemporanea, a volte anche travestita da noir. Raymond ha dissolto, estirpato la membrana che separa l’atto criminale, in tutto la sua virulenta abiezione, da chi lo compie e da chi leggendo assiste al suo svolgimento. Non ci sono barriere, cordoni protettivi, ancore di salvataggio, tutto ci è presentato senza filtri nè morali nè filosofici. Il male per Raymond non è un arzigogolo letterario, è una reale necessità atta a spiegare la condizione umana e l’inferno quotidiano che ci circonda. E in questo Il museo dell’inferno è la vetta di questa discesa scomoda e pessimistica al cuore della questione. Amato non da molti, e forse neanche da Raymond stesso, (che gli preferiscono il più elegante Il suo nome era Dora Suarez o il più coerente Aprile è il più crudele dei mesi), Il museo dell’inferno a mio avviso racchiude una certa eccezionalità e quasi l’azzardo di un uomo che sentendo arrivare la morte si sporge oltre l’abisso corteggiando gli estremi limiti consentiti. Certo ci sono pochi punti di riferimento: la Factory, distretto di polizia londinese in Poland Street, in cui opera il disilluso sergente senza nome della sezione A14 Delitti Irrisolti; una Londra arida e desolata come la terra desolata di T.S. Eliot, e certo la snervante dissoluzione della trama già presente in Incubo di strada è capace di trasmettere uno stranito senso di smarrimento, oltre alle deliranti farneticazioni di un serial killer di una tristezza che scortica la capacità di sopportazione, pur tuttavia come i figli meno amati racchiude in sé un eroico slancio di ribellione. Più che a James Ellroy, la cui differenza principale per me è che Derek è un naturalista mentre Ellroy è un romantico, vedo una stretta comunanza tra Derek e un altro maledetto del noir, Cornell Woolrich, stesso amore per i derelitti, stessa predilezione per lo squallore prosaico della vita quotidiana e le ambientazioni sordide, stessa ossessione per il male, per il crimine comune intossicato da banale mediocrità. Due fratelli nella notte, seppure separati da anni e da continenti. Che dire in conclusione leggere Il museo dell’inferno è quasi una necessità, un po’ come chiudere un cerchio quando si sa che è tutto finito e non ci sarà mai più un seguito.
Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.
:: Diario di Anna Frank
26 gennaio 2012
La mia migliore amica dei miei 11 anni si chiamava Anna Frank. Leggendo il suo diario scritto alla sua amica immaginaria Kitty provai la sensazione che si rivolgesse espressamente a me o meglio che il tempo non esistesse e un senso di continuità e comunione ci unisse. Per me è stata davvero un’ amica nel senso più vero del termine. Ho imparato molto da lei e cose del tutto inattese dato e considerato il triste esito della sua breve vita. Ho imparato l’allegria, l’ironia, e l’amore per la scrittura. Ormai sono passati molti anni e la copia del suo diario è un po’ sgualcita e da anni non ne sfoglio le pagine ma il ricordo di questa strana amicizia è ancora forte. Gli anni delle medie sono anni difficili, si passa dall’infanzia all’adolescenza e degli adulti non si ha grande stima nè fiducia, un coetaneo a volte può fare miracoli e per me Anna è stata una guida. Anni dopo studiando la storia mi sono trovata a studiare anche il periodo storico in cui visse e ad analizzare gli errori e gli orrori delle idologie, nel senso di idolatrie. Grazie ad Anna non ho mai pensato che un popolo come quello tedesco avesse in sè il germe della follia, tutti gli esseri umani sono vittime degli stessi mali e se mi chiedessero se provo odio per i grandi dittatori della storia direi in tutta sincerità di no. L’odio non mi appartiene, nè la vendetta, ho poca memoria per certe cose ma ricordo le cose belle, questo sì, ricordo quello che basta ad essere felici in questo mondo dove la felicità è un lusso tropppo raro. Se avete figli adolescenti, consigliategli di leggere il Diario di Anna Frank credo sarà per loro un grande sostegno anche nella loro vita di adulti.
:: Recensione di Hollywood Detective di Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone
26 gennaio 2012
“È una città infestata, l’ho sempre saputo. Ci sono le orme di gente morta davanti al Grauman’s Chinese Theatre, strade che portano i nomi di registi scomparsi, stelle del cinema morte nelle case segnalate sulle mappe delle abitazioni dei divi. I miei mi hanno portato in vacanza ad Alamo una volta. Quando sono arrivata ho avuto la stessa sensazione che avverto quando cammino per Sunset Boulevard, solo che lì c’è Davy Crockett e qui Steve McQueen”.
Benvenuti a Los Angeles la città dei sogni, non riesco a non pensare alla voce del doppiatore di Danny De Vito che decanta le virtù della città californiana all’inizio di L.A. Confidential sullo sfondo di cartelloni pubblicitari anni ’50, piantagioni di arance e donnine sorridenti in sgargianti costumi da bagno. Con la stessa ironia e vivacità Loren D. Estleman, autore di Hollywood detective (Gargoylextra) ci porta nella Mecca del cinema e con scanzonata leggerezza ci parla di case di riposo per vecchie glorie, di segretarie eccentriche che hanno messo i binari della ferrovia che ha portato a Los Angeles la prima gente del cinema, di minuscole birrerie un po’ kitch per turisti cinefili con le pareti ricoperte di poster di W.C. Fields intento a giocare a poker, Douglas Fairbanks in calzamaglia e Marilyn che volteggia troppo vicina alla fiamma e i piatti del giorno dai nomi pittoreschi come Buster Keaton, o Scarface, di vecchi professori di storia del cinema in impermeabile e pipa d’ordinanza esperti conoscitori di tutta la mitologia e i retroscena, anche i più scabrosi, della vecchia Hollywood, di giovani archivisti adoratori di cimeli d’antan e sentimentalmente legati a decrepiti cinema in disarmo del tempo del muto, e per finire di fantasmi, ebbene sì la buonanima di niente meno che Eric von Stroheim, più noto per il ruolo di maggiordomo, a dir il vero un po’ lugubre, di Gloria Swanson nel celeberrimo e amaro Viale del tramonto che come regista di film controversi come Rapacità, film che ha un ruolo di tutto rispetto nella nostra storia, infesta i sonni e le veglie del nostro intraprendente protagonista. Chilometri e chilometri di celluloide scorrono sullo sfondo e i nomi dei divi, idoli pagani di un culto inarrestabile, e gli aneddoti più bizzarri e strani si rincorrono per le pagine di questo omaggio divertito e commosso al Cinema, con la c maiuscola non è un errore. Per i cinefili un’orgia di rimandi, di citazioni, di pettegolezzi nobilitati dalla patina dorata che rende Hollywood la più marmorea e scintillante istituzione americana. Romanzo estremamente piacevole e divertente scandito dai tempi comici di dialoghi brillanti e ricercati questo Hollywood detective non è un noir nè un hard boiled, ma un piccolo gioiellino che farà la felicità di cinefili e di appassionati di misteriosi omicidi sepolti nel passato, risolti da improvvisati detective tipicamente old american style. Tutto ha inizio quando Valentino, il nostro prode Hollywood detective, chiamato ironicamente lo Sceicco per la sua velata rassomiglianza con il mitico Rodolfo, si reca con una procace agente immobiliare a visitare l’Oracle, vecchia e fatiscente sala cinematografica sul punto di essere demolita, nel cui atrio campeggia un bassorilievo in bronzo di Max Fink una rovina lasciata dall’antica civiltà ormai perduta di Hollywood e compie la follia di comprarla per farne la sua abitazione. Se non fosse che per prima cosa scova le pizze in versione intergrale di un capolavoro scomparso Rapacità di Eric von Stroheim e nel sottoscala dietro un tramezzo di gesso uno scheletro. Subito si pone un dilemma: salvare quel film dimenticato diventa una priorità e per farlo deve difenderlo dalla polizia che lo vuole requisire come prova. L’unica cosa da fare è svelare il mistero con l’aiuto di un vecchio professore bisbetico, una studentessa di legge dal nome improbabile di una bibita e una bellissima anatomopatolaga di cui si è perdutamente innamorato. Lascio a voi il divertimento e ricordatevi a Hollywood una vita normale è impossibile. Tutto è un effetto speciale.
Loren D. Estleman è uno scrittore americano di western e crime. È noto per una serie di romanzi polizieschi con l’investigatore Amos Walker.
Source: inviato dall’ufficio stampa.
:: Intervista a Mauro Saracino a cura di Diego Di Dio
24 gennaio 2012
Ciao Mauro. Parlaci un po’ di te. Chi è Mauro Saracino, al di là della scrittura?
Mi cogli un po’ impreparato, visto che per me è difficile scindere scrittura e lettura dal mio essere… In realtà sono una persona tranquilla, con una passione particolare per la musica pesante, che ho coltivato per molti anni militando in svariati gruppi fino all’uscita del disco con i Midnight Forces. In ogni caso la musica accompagna ancora gran parte delle mie “sessioni letterarie”. Ah, dimenticavo i film horror: non potrei vivere senza. A volte se sono di serie B è anche meglio.
Ora parlaci del tuo rapporto con la narrativa.
È qualcosa senza cui non potrei vivere. Leggo molto, spesso in lingua originale. Solo quest’anno ho letto più di quaranta romanzi, senza contare quelli abbandonati, dall’horror al noir, con qualche incursione nel fantasy, genere che sto riscoprendo da poco. Allo stesso tempo scrivo molto, in media mille parole al giorno, con pochissime eccezioni.
Bene, adesso veniamo al tuo thriller “Il gioco della mantide”. Ti dirò subito che, come ho scritto su anobii, ci sono due caratteristiche del tuo romanzo che potrebbero sembrare negative, ma non lo sono. Partiamo dalla prima: è un thriller anomalo. Dicci se pensi che sia così e perché.
Sicuramente è anomalo se prendiamo quelli che sono i cliché del genere, in cui c’è bisogno di un detective, un caso da risolvere, una vittima e una serie di intrecci. In questo caso abbiamo “solo” un protagonista alle prese con una situazione particolare. Per sua sfortuna la vicenda si rivela un thriller, nel vero senso della parola e non del genere. E, suo malgrado, si ritrova a essere vittima e investigatore al tempo stesso.
Per quanto riguarda la storia, è davvero forte. A un certo punto diventa persino poco verosimile, per poi riacquistare senso e credibilità alla fine, con i colpi di scena finali. Ci dici com’è nata una trama del genere?
È nata da una riflessione sulla gelosia cronica, ispirata da un tizio che conoscevo. Costui era talmente ossessionato dal tradimento che parlava di mettere microspie nel cellulare della fidanzata. Alla fine è stato mollato, ma non prima di avermi regalato l’idea di base per Il Gioco Della Mantide, sulla quale ho poi lavorato per arrivare ai colpi di scena cui facevi cenno. Ho scelto di trasformare il protagonista in un uomo perché mi sembrava davvero troppo inverosimile per una donna affrontare quel tipo di sfida. E non un uomo qualunque, ma qualcuno che avesse vissuto una vita abbastanza al limite da non lasciarsi travolgere dal corso degli eventi.
Bene. Seconda caratteristica: è un thriller lento. Ma non lento nel senso di noioso, tutt’altro. Lento nel senso di rallentato: ti piace approfondire i pensieri, le espressioni, le emozioni dei personaggi. Senza perdere, ovviamente, il senso della suspance. Il risultato, se posso permettermi, è una prosa che spesso ho riscontrato in altri romanzi, per esempio “It” di Stephen King. Ossia una narrazione così puntuale che ti fa vivere, vedere e sentire i personaggi come fossero davanti a te. Dicci qualcosa in merito al tuo stile.
L’obiettivo è proprio quello. Non sono di certo io a dover dire che un romanzo non possa essere una mera descrizione di eventi. Perché il lettore possa simpatizzare con un personaggio, c’è la necessità che il personaggio in questione sia sviscerato il più possibile fino al punto da risultare vivo, anche a costo di rallentare il ritmo narrativo. Nel mio caso, sviscerato anche fisicamente.
Nel tuo libro spiccano, ovviamente, due personaggi. Partiamo dal protagonista, Daniele Sennis. Un tossicodipendente che, per uscire dalla strada, accetta di “vendersi” a una donna ricca e potente, una grassona nobile che gli permette di vivere agiatamente. Parlaci di lui.
Sennis è un protagonista atipico, almeno per i miei criteri. Di base è un perdente, un ex eroinomane che si ritrova a vendere la sua vita per una condizione di apparente benessere, rinnegando i suoi trascorsi. Ma, come spesso accade, ciò che rinneghiamo ci perseguita ed è ciò che avviene a Sennis. La sua crescita nel corso del romanzo è innegabile, anche se in qualche modo perversa e guidata dalla sua nemesi e futura moglie.
E ora veniamo alla donna, l’artefice di tutto il machiavellico intrigo che si dipana nel romanzo, Elisabetta Rumeo. Parlaci di lei.
Conosciamo Elisabetta solo attraverso le sue azioni, visto che le vicende del romanzo le vediamo solo attraverso gli occhi di Sennis. Di conseguenza, ciò che sappiamo all’inizio è che il protagonista non ha una buona opinione della sua compagna ma che probabilmente la sottovaluta. Quello che sappiamo alla fine è che l’ha sottovalutata molto.
Lo sai che leggere un romanzo in cui il protagonista è spiato, con cuffie e telecamere, ogni secondo della giornata, mi ha fatto venire un senso di claustrofobia e soffocamento? Da dove nasce questa trovata narrativa?
È qualcosa che terrorizza me per primo e sono contento di essere riuscito a trasmettere quest’angoscia. Viviamo in una società che ci spinge sempre di più a essere monitorati, in cui addirittura ci piace esserlo. Dove siamo, quello che facciamo, le persone che frequentiamo: tutto è registrato e il bello è che siamo noi volerlo. La cosa mi inquieta moltissimo. E credo anche Daniele Sennis sia d’accordo con me.
Va bene. Da’ ai nostri lettori un assaggio del libro “Il gioco della mantide”: riporta un brano qualsiasi, che possa suscitare l’interesse del pubblico.
«Sai una cosa?», domandò.
«Cosa?»
«Non avrei mai pensato che saremmo potuti arrivare a questo. Sapevo che la nostra era un’unione strana e tutto il resto. Ma mai avrei pensato che fosse così malata».
Rise.
«Cioè… stiamo per sposarci».
«Lo so», ammise lei, «per me è lo stesso».
Sennis attese qualche secondo prima di lasciarsi andare a una
risata amara. «Ancora provi a prendermi in giro?»
Lei si unì a lui, nella sua risata gioiosa, quasi fanciullesca. «Hai ragione», disse, «sapevo che sarebbe andata in questo modo ancora prima di incontrarti. Ma se la cosa ti consola, per un periodo di tempo ho pensato che si potesse evitare».
«Ne parli come se fosse qualcosa di estraneo da te».
«Be’, in parte lo è. Comunque non è questo il momento di
parlarne, non trovi?»
«Sono d’accordo con te. Adesso possiamo tornare al nostro stupido gioco… che non è un gioco, vero?»
«Verissimo».
Infine dicci qualcosa sulla tua casa editrice, Nulla Die.
È una giovane casa editrice che sta lavorando sodo per diventare una realtà nel panorama italiano.
Tuoi progetti per il futuro?
A metà febbraio uscirà Ali Di Tenebra per la Plesio Editore, un urban fantasy con delle tinte horror.
Grazie. È stato un piacere intervistarti. Alla prossima.
Grazie a te, a presto!
:: Recensione di Se fossi Dio di Meg Rosoff
23 gennaio 2012
Tra le uscite per ragazzi nella collana Teens di Fanucci di questo inizio 2012 è presente un libro intitolato Se fossi Dio titolo originale There is no Dog. What If God Were A Teenage Boy? di un’autrice Meg Rosoff, amata dalla critica, pluripremiata, una piccola star della letteratura young adult. Non c’è violenza, non c’è un linguaggio volgare, né la minima traccia di tentativi di corruzione di minorenne non ostante questo il protagonista del libro, un Dio adolescente piuttosto incompetente e pasticcione, ha fatto sì che accuse di blasfemia fioccassero a turbare la placida esistenza dell’autrice. Leggo sul Telegraph infatti che una scuola cristiana ha cancellato un’apparizione della Rosoff accusando proprio il suo libro di contenuti blasfemi. Ora mi chiedo davvero l’intransigenza e la repressione è uno strumento atto a far sì che stuoli di ragazzini non si fiondino in libreria a comprare il succitato libello? Non sarebbe stato meglio accogliere la Rosoff e discutere con lei di Dio? In realtà temo che il tema del libro che più li ha turbati, a parte la supposta offesa dell’Altissimo, sia il modo scanzonato e anticonformista con cui l’autrice parla di sesso. E come si sa si ha soglie di assuefazione altissime quando si parla di violenza, crudeltà, brutalità e bassissime quando si parla d’amore con tutte le dovute cautele che l’autrice usa rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti. Mi rendo conto che queste riflessioni sono più indicate ai genitori dei fruitori privilegiati di questo libro ed è anche evidente che il libro stesso può essere considerato per adulti, non a causa di presunti contenuti scabrosi, ma semplicemente perché la Rosoff ci parla dei nostri figli, di come si approcciano all’altro sesso, di come vivono il potere genitoriale e l’autorità, di cosa realmente li appassiona. C’è una riflessione profonda alla base di questo testo e ciò spiega i motivi per cui i quotidiani e i blog inglesi l’abbiano recensito con così tanto entusiasmo. Se Dio è capace di innamorarsi allora non è un Dio lontano e irraggiungibile. Se Dio vive gli imbarazzi e le insicurezze di un adolescente non fa più tenerezza e simpatia? Con umorismo e leggerezza la Rosoff parla di temi importanti, si diverte, diverte i suoi lettori e insegna la lezione più importante, che l’amore dopo tutto è la sola cosa che conta. Vi sembra poco?
Blog dell’ autrice http://www.megrosoff.co.uk/blog/
:: Recensione di Cul-de-sac di Alberto Custerlina
20 gennaio 2012
Innanzitutto vorrei iniziare questa recensione, anche se il termine un po’ mi sta stretto e preferirei sostituirlo con riflessione letteraria, con una doverosa premessa: non è il primo libro di Custerlina che leggo. Per cui ho già un’ idea precisa di Custerlina scrittore, tuttavia per apprezzare questo libro è necessario compiere un piccolo sforzo e considerarlo un’ opera unica e a sè stante. Solo così è possibile notare il terreno sconosciuto in cui si muove e lo sforzo sperimentale che lo sorregge. Custerlina è uno scrittore istintivo, lo si può amare visceralmente o odiare per le stesse ragioni per cui lo si ama. Non permette vie di mezzo, non permette compromessi. Il registro linguistico che utilizza, lo stile solo apparentemente dimesso ma in realtà profondamente letterario, nutrito di autori classici che vanno da Musil, a Joyce, a Buzzati, a classici del noir e dell’ hard boiled come Manchette, Hammet, o Leonard, l’anima profondamente pulp che lo avvicina inesorabilmente al fumetto, al teatro d’avanguardia, al cinema, e proprio quest’ ultima arte penso ne costituisca la cifra distintiva su cui mi soffermerò, tutto insomma fa di lui un autore profondamente radicato nel suo territorio e nello stesso tempo alieno nel panorama letterario italiano. In Cul-de-sac poi azzarda un esperimento narrativo che portato avanti da mani meno capaci avrebbe raggiunto le connotazioni dell’azzardo, sorreggere tre storie separate che si intrecciano solo nel finale risoluzione di un climax narrativo costruito con perizia passo dopo passo. Il collante che rende le tre storie parallele convincenti è la scrittura densa, compatta, non scevra da una certa durezza che ben si addice al genere che Custerlina corteggia senza accettarne del tutto le regole e gli stereotipi. Tornando al cinema, la scrittura di Custerlina è fatta di immagini, di flash, di lampi visivi, se non visionari, che me lo rendono particolarmente vicino al mio modo di concepire la letteratura, anche io nel mio piccolo quando scrivo vivo di immagini e riuscire a trasmettere un’ immagine nella mente del lettore è qualcosa di assolutamente sorprendente. Custerlina ci riesce con pochi tratti, con poche misurate sfumature, fatte di colori, dettagli insoliti, sensazioni. Per completezza penso di dover dire due parole sulla trama e sull’ambientazione per cui inizio con il presentarvi Zeno Weber, ex militare, ex poliziotto, ex contractor, ex guardiano d’obitori, fisicamente un po’ fuori forma, sanguigno ed estremamente concreto, un po’ sfigato, che vive con il busto del duce in corridoio tanto per caratterizzarvi il personaggio. Un giorno sfortuna vuole che, perso il lavoro come vigilante in un supermercato, si trovi a chiedere aiuto ad un suo vecchio amico che gli procura un lavoretto senza impegno: pedinare tre esimi professionisti di Trieste intenti a mettere le corna alle mogli oltre confine. Direte voi una passeggiata, se non fosse che uno dei tre ha la malaugurata idea di farsi massacrare assieme alla sua famiglia nel salotto di casa. Zeno sospetta di essersi cacciato in un brutto guaio, una strada senza uscita, un cul-de-sac come precisa Roman Polanski nella citazione all’inizio del libro, e non ha tutti i torti, pian piano si dipana una matassa dai risvolti inaspettati con diramazioni internazionali che portano Trieste al centro di un commercio altamente pericoloso di uranio che dal Congo viaggia dritto dritto verso l’Iran. A tessere le fila un mafioso russo ormai condannato a morte da una malattia che non lascia scampo e i suoi scagnozzi, tutti tesi a recuperare una borsa piena di un milione di euro. Mafia russa, criminalità albanese, antiterrorismo, cacciatrici di taglie, chi più ne ha ne metta. Riuscirà Zeno Weber a salvare la pelle? Vi tocca leggerlo per scoprirlo. Ah dimenticavo Trieste, bellissima e maledetta, crocevia di criminalità, sferzata dalla Bora con i suoi palazzi asburgici, le villette liberty i caffè dagli ori antichi e i quartieri periferici di grandi edifici “con l’intonaco tenuto assieme dai graffiti” e di capannoni industriali circondati da recinzioni di metallo zincato. Godibile la scena dello scagnozzo del mafioso russo nel mercatino di bancarelle di Brixton terrorizzato dai riti voodoo.
:: Giorno della memoria Baliani legge Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani
19 gennaio 2012Marco Baliani legge
IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI
di Giorgio Bassani
1 CD MP3, versione integrale, euro 16,90
In uscita il 27 gennaio, Giorno della Memoria
Il ricordo di una giovinezza incantata a un passo dalla tragedia.
“Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Tuttavia, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini è ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. Era poco più che una bambina, nel 1929, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici”. Per il Giorno della Memoria, uno dei classici più belli della letteratura del ‘900 rinasce in audiolibro nella sapienza della lettura di Marco Baliani: è Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.
Il romanzo narra in prima persona le vicende di un gruppo di giovani che, alla vigilia delle persecuzioni razziali contro gli ebrei, si incontra nel favoloso giardino della villa dei Finzi-Contini a Ferrara. Ignari di quello che il futuro avrebbe loro riservato, fra partite di tennis e discussioni politiche, essi assistono alla nascita di amori delicati ed infelici, sullo sfondo degli orrori della Storia. Dal romanzo è stato tratto il film omonimo, diretto da Vittorio De Sica.
Marco Baliani, uno dei massimi esponenti del teatro di narrazione, è autore, attore e regista. Tra i suoi lavori ricordiamo Kohlhaas, Pinocchio nero, spettacolo realizzato a Nairobi con venti ragazzi di strada, e Piazza d’Italia, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi. Per Emons:Feltrinelli, ha letto In viaggio con Erodoto di Ryszard Kapuściński.
Giorgio Bassani (Bologna 1916 – Roma 2000) fu scrittore, critico, redattore e collaboratore di importanti riviste letterarie, oltre che vicepresidente della Rai. Nella sua veste di direttore editoriale, fu lui a scoprire Il Gattopardo di Tomasi Lanza di Lampedusa. www.emonsaudiolibri.it
Dopo la pubblicazione di Cinque storie ferraresi e de Gli occhiali d’oro, Bassani raggiunse un grande successo di pubblico nel 1962 con quello che sarà il suo capolavoro, Il giardino dei Finzi-Contini. Nel 1974 uscì Romanzo di Ferrara che ne raccoglie l’opera narrativa.
:: Recensione di Il segno dell’untore di Franco Forte
18 gennaio 2012
12 agosto 1576. Milano è sempre più simile ad un girone dantesco, un girone infernale in cui morte e disperazione straziano una popolazione ormai stremata. L’aria è irrespirabile per i miasmi del contagio e le ceneri dei corpi bruciati dei roghi sparsi in ogni dove. Pianti e grida si alzano dalle case con le finestre e le porte sbarrate trasformate in prigioni per i pochi sopravvissuti sospettati di aver contratto il morbo mentre nelle strade le carrette dei monatti cigolano con i loro carichi di orrore. La peste si abbatte come una maledizione strascico di guerre, scarsità di igiene e alimentazione, ma l’ignoranza e la superstizione portano a credere che ci siano dei colpevoli, dei propagatori intenzionali del morbo ed è caccia all’untore fomentata dalla stessa Santa Inquisizione che non risparmia torture e assassinii di innocenti in cerca di capri espiatori. In questo scenario a tinte fosche si muove il giovane protagonista Niccolò Taverna notaio criminale colpito nei suoi affetti più cari e chiamato dal Capitano di giustizia ad indagare sulla morte di padre Bernardino da Savona commissario della Santa inquisizione. Oltre a questo anche alcune “ruberie” sacrileghe impongono il suo intervento: la sparizione del Candelabro del Cellini, sottratto dal Duomo di Milano, in costruzione per volere del Borromeo, e di una reliquia ancora più preziosa il Sacro Chiodo della Croce di Cristo. Niccolò ha poco tempo per scoprire cosa sia successo e per assicurare il colpevole o i colpevoli alla giustizia. A rischio della vita, schiacciato tra lotte di potere e oscure trame che vedono la corona di Spagna, la Santa Inquisizione e fin anche il Borromeo in persona, lunga mano del Papa, tra coloro che hanno molto da perdere Niccolò ha solo la sua intelligenza e il suo acume investigativo che lo spingono ad andare a vanti e ad indagare dove solo lui ha il coraggio. Il segno dell’ untore di Franco Forte edito a Mondadori ( Mondadori Omnibus – pagine 358 – prezzo 15,00 euro) è un romanzo che si inserisce a pieno titolo nella grande tradizione del romanzo storico italiano. La ricostruzione storica lascia ben poco spazio all’improvvisazione o all’approssimazione ma è frutto di anni e anni di studio e di accurata documentazione e questo si desume con chiarezza e non risulta pesante soprattutto grazie al fatto che l’autore evitando la trappola di subissarci di dati e nozioni distribuisce con naturalezza e spontaneità le spiegazioni incuriosendo e coinvolgendo il lettore. La lettura di questo libro lascia il raro piacere di aprire una finestra sulla Milano della seconda metà del 1500 e seppure fu un periodo funestato da malattie, guerre, ingiustizie e violenze di ogni genere l’effetto è emozionante. Si ha la sensazione di comprendere davvero i personaggi del racconto, per i quali si prova immediata simpatia o aperta ostilità come nel caso dell’orrido e crudele Giacinto Quercia, segretario inquisitoriale del Consiglio con le vesti intrise di pece e dell’odore dei corpi degli eretici bruciati o del lugubre Guaraldo Giussani, imparando a conoscere i più minimi dettagli delle loro vite, da cosa mangiavano, da come si vestivano, da che armi usavano, da che letture facevano, ho sorriso quando il protagonista ricorda la lettura fatta con la moglie della Divina Commedia dell’Alighieri, vite così diverse dalle nostre eppure per alcuni versi non troppo dissimili almeno per quanto riguarda i sentimenti e le profonde motivazioni che li spingono ad agire. Lo stile di Forte è apparentemente semplice e lineare, e questa sua capacità rende il tutto scorrevole e veloce caratteristica decisamente singolare data la quantità di informazioni che man mano apprendiamo durante la lettura. Il segno dell’untore è senz’altro un thriller investigativo in cui l’originalità maggiore è costituita dagli strumenti investigativi in dotazione di un magistrato del 1500, pensiamo solo ai bastoncini con la punta cosparsa di cera per toccare i reperti di un delitto e sfuggire così al contagio e perciò limitati e a volte bizzarri che strapperanno molti sorrisi a noi uomini contemporanei nutriti delle più sofisticate tecniche da CSI. Pur tuttavia l’abilità e lo spirito analitico del protagonista, aiutato dagli insegnamenti del padre e dai suoi validi collaboratori Rinaldo Caccia e Tadino José Del Rio, uniti all’acume dell’ eroina della storia che non gli è da meno, non dimentichiamoci che è anche una storia d’amore, sono una carta vincente e forse la parte più interessante della costruzione narrativa.
Il sito è qui: www.ilsegnodelluntore.it
:: Liberidiscrivere Award seconda edizione
17 gennaio 2012
Le votazioni sono concluse un po’ di pazienza e sarà proclamato il vincitore. Grazie a tutti!
Giunto alla seconda edizione il Liberidiscrivere Award permette di votare il migliore libro edito nel 2011, italiano o straniero, senza preclusione di generi.
In questo post potrete lasciare il titolo del vostro libro prescelto rigorosamente edito nel 2011 mi raccomando e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola e agli ebook che sono sempre esclusi da questo tipo di contest.
C”è tempo di votare fino alla mezzanotte di domenica 29 gennaio, lunedì ci saranno i conteggi definitivi e martedì 31 gennaio la proclamazione del vincitore.
Dunque iniziate a votare! ( Vale un voto solo!)
Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. Lorenzo Mazzoni Momentum Edizioni VOTI 126
Re di bastoni, in piedi Francesca Battistella Scrittura & Scritture VOTI84
Lezioni di tenebra Enrico Pandiani Instar libri VOTI 11
22/11/63 Stephen King Sperling & Kupfer VOTI 3
La mano del morto Antonio Chiconi Momentum edizioni VOTI 3
Belve Don Winslow Einaudi VOTI 3
Underworlds Alan D.Altieri Tea VOTI 2
Notte di sangue a Coyote Crossing Victor Gischler Meridiano Zero VOTI 2
Proibito Tabitha Suzuma Mondadori VOTI 1
Le cose di cui sono capace, Alessandro Zannoni, Perdisa Pop VOTI 1
Tu sei il male Roberto Costantini Marsilio VOTI 1
Per mano mia Maurizio De Giovanni Einaudi VOTI 1
I materiali del killer Gianni Biondillo Guanda VOTI 1
Radio città perduta Daniel Alarcòn Einaudi VOTI1
Il Circo dei Vampiri di Richard Laymon Gargoyle Books VOTI1


























