:: Intervista a Mauro Saracino a cura di Diego Di Dio

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Ciao Mauro. Parlaci un po’ di te. Chi è Mauro Saracino, al di là della scrittura?

Mi cogli un po’ impreparato, visto che per me è difficile scindere scrittura e lettura dal mio essere… In realtà sono una persona tranquilla, con una passione particolare per la musica pesante, che ho coltivato per molti anni militando in svariati gruppi fino all’uscita del disco con i Midnight Forces. In ogni caso la musica accompagna ancora gran parte delle mie “sessioni letterarie”. Ah, dimenticavo i film horror: non potrei vivere senza. A volte se sono di serie B è anche meglio.

 Ora parlaci del tuo rapporto con la narrativa.

È qualcosa senza cui non potrei vivere. Leggo molto, spesso in lingua originale. Solo quest’anno ho letto più di quaranta romanzi, senza contare quelli abbandonati, dall’horror al noir, con qualche incursione nel fantasy, genere che sto riscoprendo da poco. Allo stesso tempo scrivo molto, in media mille parole al giorno, con pochissime eccezioni.

Bene, adesso veniamo al tuo thriller “Il gioco della mantide”. Ti dirò subito che, come ho scritto su anobii, ci sono due caratteristiche del tuo romanzo che potrebbero sembrare negative, ma non lo sono. Partiamo dalla prima: è un thriller anomalo. Dicci se pensi che sia così e perché.

Sicuramente è anomalo se prendiamo quelli che sono i cliché del genere, in cui c’è bisogno di un detective, un caso da risolvere, una vittima e una serie di intrecci. In questo caso abbiamo “solo” un protagonista alle prese con una situazione particolare. Per sua sfortuna la vicenda si rivela un thriller, nel vero senso della parola e non del genere. E, suo malgrado, si ritrova a essere vittima e investigatore al tempo stesso.

Per quanto riguarda la storia, è davvero forte. A un certo punto diventa persino poco verosimile, per poi riacquistare senso e credibilità alla fine, con i colpi di scena finali. Ci dici com’è nata una trama del genere?

È nata da una riflessione sulla gelosia cronica, ispirata da un tizio che conoscevo. Costui era talmente ossessionato dal tradimento che parlava di mettere microspie nel cellulare della fidanzata. Alla fine è stato mollato, ma non prima di avermi regalato l’idea di base per Il Gioco Della Mantide, sulla quale ho poi lavorato per arrivare ai colpi di scena cui facevi cenno. Ho scelto di trasformare il protagonista in un uomo perché mi sembrava davvero troppo inverosimile per una donna affrontare quel tipo di sfida. E non un uomo qualunque, ma qualcuno che avesse vissuto una vita abbastanza al limite da non lasciarsi travolgere dal corso degli eventi.

Bene. Seconda caratteristica: è un thriller lento. Ma non lento nel senso di noioso, tutt’altro. Lento nel senso di rallentato: ti piace approfondire i pensieri, le espressioni, le emozioni dei personaggi. Senza perdere, ovviamente, il senso della suspance. Il risultato, se posso permettermi, è una prosa che spesso ho riscontrato in altri romanzi, per esempio “It” di Stephen King. Ossia una narrazione così puntuale che ti fa vivere, vedere e sentire i personaggi come fossero davanti a te. Dicci qualcosa in merito al tuo stile.

L’obiettivo è proprio quello. Non sono di certo io a dover dire che un romanzo non possa essere una mera descrizione di eventi. Perché il lettore possa simpatizzare con un personaggio, c’è la necessità che il personaggio in questione sia sviscerato il più possibile fino al punto da risultare vivo, anche a costo di rallentare il ritmo narrativo. Nel mio caso, sviscerato anche fisicamente.

Nel tuo libro spiccano, ovviamente, due personaggi. Partiamo dal protagonista, Daniele Sennis. Un tossicodipendente che, per uscire dalla strada, accetta di “vendersi” a una donna ricca e potente, una grassona nobile che gli permette di vivere agiatamente. Parlaci di lui.

Sennis è un protagonista atipico, almeno per i miei criteri. Di base è un perdente, un ex eroinomane che si ritrova a vendere la sua vita per una condizione di apparente benessere, rinnegando i suoi trascorsi. Ma, come spesso accade, ciò che rinneghiamo ci perseguita ed è ciò che avviene a Sennis. La sua crescita nel corso del romanzo è innegabile, anche se in qualche modo perversa e guidata dalla sua nemesi e futura moglie.

E ora veniamo alla donna, l’artefice di tutto il machiavellico intrigo che si dipana nel romanzo, Elisabetta Rumeo. Parlaci di lei.

Conosciamo Elisabetta solo attraverso le sue azioni, visto che le vicende del romanzo le vediamo solo attraverso gli occhi di Sennis. Di conseguenza, ciò che sappiamo all’inizio è che il protagonista non ha una buona opinione della sua compagna ma che probabilmente la sottovaluta. Quello che sappiamo alla fine è che l’ha sottovalutata molto.

Lo sai che leggere un romanzo in cui il protagonista è spiato, con cuffie e telecamere, ogni secondo della giornata, mi ha fatto venire un senso di claustrofobia e soffocamento? Da dove nasce questa trovata narrativa?

È qualcosa che terrorizza me per primo e sono contento di essere riuscito a trasmettere quest’angoscia. Viviamo in una società che ci spinge sempre di più a essere monitorati, in cui addirittura ci piace esserlo. Dove siamo, quello che facciamo, le persone che frequentiamo: tutto è registrato e il bello è che siamo noi volerlo. La cosa mi inquieta moltissimo. E credo anche Daniele Sennis sia d’accordo con me.

Va bene. Da’ ai nostri lettori un assaggio del libro “Il gioco della mantide”: riporta un brano qualsiasi, che possa suscitare l’interesse del pubblico.

«Sai una cosa?», domandò.
«Cosa?»
«Non avrei mai pensato che saremmo potuti arrivare a questo. Sapevo che la nostra era un’unione strana e tutto il resto. Ma mai avrei pensato che fosse così malata».
Rise.
«Cioè… stiamo per sposarci».
«Lo so», ammise lei, «per me è lo stesso».
Sennis attese qualche secondo prima di lasciarsi andare a una
risata amara. «Ancora provi a prendermi in giro?»
Lei si unì a lui, nella sua risata gioiosa, quasi fanciullesca. «Hai ragione», disse, «sapevo che sarebbe andata in questo modo  ancora prima di incontrarti. Ma se la cosa ti consola, per un  periodo di tempo ho pensato che si potesse evitare».
«Ne parli come se fosse qualcosa di estraneo da te».
«Be’, in parte lo è. Comunque non è questo il momento di
parlarne, non trovi?»
«Sono d’accordo con te. Adesso possiamo tornare al nostro  stupido gioco… che non è un gioco, vero?»
«Verissimo».

Infine dicci qualcosa sulla tua casa editrice, Nulla Die.

È una giovane casa editrice che sta lavorando sodo per diventare una realtà nel panorama italiano.

Tuoi progetti per il futuro?

A metà febbraio uscirà Ali Di Tenebra per la Plesio Editore, un urban fantasy con delle tinte horror.

Grazie. È stato un piacere intervistarti. Alla prossima.

Grazie a te, a presto!

2 Risposte to “:: Intervista a Mauro Saracino a cura di Diego Di Dio”

  1. wolfghost Says:

    Molto interessante l’intervista! 🙂 Mi e’ piaciuto in particolare il passaggio nel quale si capisce come Saracino riesca a trovare ispirazione da fatti che capitano attorno a lui, come quello del tizio che pensava di mettere le cimici nel cellulare della fidanzata 😉
    La cosa curiosa e’ che questo riferimento arriva proprio nella risposta alla domanda riguardante l’inverosimilarita’ di parte della trama! 😛

  2. Diego Says:

    @Wolfghost: un grazie da parte mia (intervistatore) e da Mauro (intervistato). Eh sì, spesso la verità non è, paradossalmente, verosimile 😉

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