:: Recensione di “Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film” di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro e intervista a Michele Tetro a cura di Valentino G. Colapinto

9 febbraio 2012 by

Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro: 530 pp. ill., prezzo di copertina €22,50 [Edizioni della Vigna, 2010].

391 schede per 391 film tratti da romanzi o racconti di fantascienza. È davvero monumentale l’ultima fatica del collaudato trio formato da Roberto Chiavin, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (già autori di saggi imprescindibili come Il grande cinema di fantascienza vol.1 – Da “2001” al 2001, Premio Italia 2001 per Miglior Saggio in Volume, Il grande cinema di fantascienza vol. 2 – Aspettando il monolito nero, Il grande cinema fantasy e Contact! Tutti i film su UFO e alieni).
Un’opera unica e innovativa non solo nel panorama letterario nazionale. Per quanto risulti incredibile, infatti, non era mai stato pubblicato al mondo un saggio che si occupasse in maniera esaustiva di tale tema, nonostante esistano dizionari di lingua Klingon o enciclopedie dei pianeti fantascientifici.
Per questo, per la grande cura con cui è stato scritto e anche perché è continua fonte di stimoli e suggestioni, Mondi Paralleli è un libro che ogni appassionato o curioso di fantascienza DEVE avere. Un’utilissima carta di navigazione da cui partire per riscoprire perle come Hallucination (1963), Generazione Proteus (1977) o Il racconto dell’ancella (1990) oppure per confrontare le versioni per il grande schermo con le storie da cui sono state tratte originariamente, spesso con notevoli cambiamenti.
Tutti conosciamo i due capolavori La cosa da un altro mondo (1951) di Howard Hawks e La cosa (1982) di John Carpenter, ma quanti hanno letto il racconto Chi va là? (1938) di John W. Campbell da cui sono tratti?
Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare Michele Tetro, co-autore anche de Il cinema dei fumetti (Gremese) e, da solo, di Conan il barbaro. L’epica di John Milius (Falsopiano Editore), nonché di numerosi racconti di genere fantastico e del romanzo L’occhio ardente di Mbatian, celebrativo del trentennale della serie TV Spazio 1999.

Siamo nell’era degli effetti speciali e del 3D. Non sono più i videogiochi a ispirarsi ai film ma viceversa. Nutri ancora qualche speranza per la fantascienza cinematografica?

Sempre, ma sono molto pessimista al riguardo. Una volta la fantascienza veniva tradotta cinematograficamente e con dignità in tutti i suoi sottogeneri, oggi se ne sfruttano pochi e ormai ripetitivi. L’esplorazione dello spazio, uno dei temi portanti, è praticamente scomparso, il sense of wonder pure. L’effettistica e la CGI hanno svilito completamente l’importanza delle storie, si va avanti a suon di orridi e inutili remake, quando invece si potrebbe fare altro e di più, i testi fondamentali non mancano e sono ancora quasi tutti lì da sperimentare. Ma è tragedia dei nostri giorni che i produttori puntino solo sul sicuro “già visto, riproponiamo” e su una resa spettacolare fine a se stessa, vuota, senza reale significato. Sono noto per essere alquanto talebano in questo senso, ma penso con spiaciuta giustificazione.

Qual è la migliore e la peggiore riduzione cinematografica di un romanzo o racconto di SF?

La miglior riduzione cinematografica di un testo di SF è quella che opera una variazione della materia originale, cercando nuovi stimoli e sbocchi, nuove fascinazioni e orizzonti. Intendiamoci, non sto parlando di ‘tradimento’ autoriale, al contrario di muoversi lungo le linee tracciate letterariamente per trovare inedite sfaccettature, di adattarsi ai mezzi del cinema e ai suoi parametri, il tutto, ovviamente, nell’ottica del rispetto del testo originale. Un esempio? Il romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatskij, opera innovativa e geniale già di suo, adattata in Stalker di Tarkovskij, film antipodico al massimo rispetto al libro, con stile, ritmo, atmosfera e personaggi completamente differenti. Virtualmente due lavori differenti, eppure variazioni di una stessa storia. Penso anche a Blade Runner da Cacciatore di androidi, a 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra da Io sono leggenda, etc. E’ molto difficile, comunque, ottenere simili risultati. C’è poi la riduzione senza infamia e senza lode, quando il film adatta fedelmente e senza pretese ulteriori il romanzo da cui è tratto, in cui si punta tutto su interpretazione o resa visiva, ma anche qui potremmo trovare opere degnissime, penso a Il villaggio dei dannati del 1960 tratto da Wyndham. Il peggio lo troviamo quando si verifica il tradimento palese della sensibilità dell’autore originale, e qui basti l’esempio di tutta la cinematografia ispirata all’opera di H. P. Lovecraft o il recentissimo Io sono Leggenda, che travisa completamente il significato del romanzo di Matheson. Tra l’altro sono ormai esasperato da questa deleteria moda dei remake, in grado di azzerare il fascino dei capolavori del passato: guarda i vari Rollerball, Ultimatum alla Terra, La guerra dei mondi… e tutti quelli che purtroppo verranno.

Un film di fantascienza è sempre inferiore al romanzo o racconto da cui è tratto?

No, perché dovrebbe? Certo esiste questo pericolo, perché alla fine quando uno legge un libro è regista di suo di quanto visualizza nella mente, e spesso trova deludente quando sono altri a portare le immagini alla luce, secondo sensibilità diverse dalla sua. Ci sono stati casi in cui la resa cinematografica ha giovato al testo scritto. Pensiamo a “2001: odissea nello spazio”: vero che questo è un raro caso di scrittura narrativa contemporaneamente portata avanti sia da Kubrick come sceneggiatore che da Clarke come scrittore, però alla fonte c’è il raccontino tutt’altro che memorabile di Clarke. Anche il romanzo Il pianeta delle scimmie di Boulle, che prevedeva un vero viaggio su un altro pianeta dominato da scimmie intelligenti, in una società simile a quella terrestre degli anni Sessanta, ha trovato più adeguata trasposizione nella Terra del futuro in situazione pre-tecnologica in cui le scimmie, per quanto intelligenti, non sono poi tecnologicamente avanzate. Certo se pensiamo a romanzi di vastissimo respiro, che inevitabilmente perdono tutte le loro fascinazioni in una riduzione di due ore per il grande schermo, è ovvio che il libro resterà sempre superiore al film: è il caso del pur pregevole Dune. In realtà, come sempre, bisognerebbe considerare la diversità dei due media e i differenti parametri di narrazione, quindi considerare le due opere a se stanti.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Ti rivedremo tornare alla narrativa, fantascientifica of course, oppure continuerai con la saggistica cinematografica?

Be’, ci sarebbe in cantiere il volume gemello di Mondi paralleli, quello dedicato stavolta al weird cinematografico di origine narrativa, che però è ancora work in progress. Ma devo dire che mi sono un po’ stancato della saggistica cinematografica e vorrei tornare alla narrativa. Ho qualche racconto in giro, su diverse antologie, vorrei però raccoglierli tutti in un unico volume… il problema sarà sempre relativo a chi potrà pubblicarlo.

Ultima imprescindibile domanda, già fatta a suo tempo sempre su Liberi di Scrivere ad Andrea G. Colombo: Alien è un film horror o fantascientifico?

L’amichevole contesa con Andrea è sempre aperta, avevamo pensato anche di farla pubblicamente… Penso che ogni genere contenga in sé regole e parametri da seguire che lo definiscano incontrovertibilmente come tale, anche un genere multiforme come la SF, capace di “inquinarne” altri, trasformandoli (ma molti appassionati di generi specifici potrebbero dire lo stesso del loro genere preferito, c’è da aggiungere). Oggi la fusione di generi ha un po’ confuso le cose ma non importa, per me un genere si definisce sulla base (ovviamente percentuale… non esiste un cento per cento assoluto) dei temi portanti che mette in gioco. Alien è un film di fantascienza (uno dei più grandi film di fantascienza) perché mette in campo temi portanti che sono indiscutibilmente fantascientifici: esplorazione spaziale, primo contatto con razza extraterrestre, dipendenza umana dalle macchine, insondabilità lovecraftiana del cosmo, space-opera, conflitto e confronto con l’ignoto, tecnologia già degradata che incombe sull’umanità… e potrei continuare. In più, Alien fa paura, come valore aggiunto. Ma solo come valore aggiunto. Anche un film come Sfida a White Buffalo fa paura, perché il bisonte bianco è visto come un mostro… però si tratta di un western, non di un horror. Poi accontentiamo tutti dicendo che Alien è un fanta-horror, così che chi come me deve curarsi di libri enciclopedici sul cinema di fantascienza non abbia problemi a inserirlo sia in un genere che nell’altro… ma se lo mettessi solo in quello horror, definendolo come tale, che direbbe il mio lettore di quello fantascientifico? La cosa non varrebbe invece al contrario. Ma qui devo aggiungere che, ed è opinione strettamente personale, secondo me l’elemento portante che qualifica l’horror è il soprannaturale (anche nella sua valenza più stereotipata) e che tutto il resto che soprannaturale non è rientra in altro genere, anche se suscita paura. Alien è un film con elementi soprannaturali? No. Quindi è fantascienza. Andrea, poi possiamo sempre confrontarci!

:: Recensione di L’uomo che uccise Texas Jones di Fabio Novel a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2012 by

L’uomo che uccise Liberty Valance, pardon ma la citazione è d’obbligo e non ho resistito, L’uomo che uccise Texas Jones è un breve racconto uscito per MilanoNera Ebooks di Fabio Novel un autore piuttosto eclettico, che trova nella narrativa breve la sua forma privilegiata di scrittura, e inoltre capace di spaziare dalla fantascienza, alla spy story, dal noir, al fantasy con estrema disinvoltura coniugando tutte le forme dell’avventura. Oltre ad essere reperibili in rete, vi consiglio di leggere quelli pubblicati su Fantasy Magazine , i suoi racconti sono usciti sia in antologia in libreria che in edicola suo per esempio è il racconto Il raccolto uscito in appendice a Febbre di Bill Pronzini numero 3031 del Giallo Mondadori di cui l’amico Fabio Lotti dice grandi cose. Tornando a L’uomo che uccise Texas Jones  è un racconto ibrido, caratterizzato da una sorta di contaminazione tra western e noir che ha trovato i suoi maggiori esponenti in autori come James Lee Burke, Elmore Leonard,  o Joe Lansdale figli che hanno nobilitato una tradizione che vede le sue origini nei Pulp Magazine degli anni 30 e 40 quelle riviste da quattro soldi stampate su carta di infima qualità in cui si potevano leggere storie western, o poliziesche prevalentemente, caratterizzate da un alto tasso di iperbolica violenza e da uno stile di scrittura rozzo e imbastardito. Per gli amanti del western questo sito sicuramente riserverà sorprese: http://westerncampfire.blogspot.com/. Texas Jones è un fuorilegge, a capo di una banda di dannati che vagabonda per l’America assaltando banche. Poi un imprevisto, un incontro con il destino e una resa dei conti cambia le carte in tavola ribaltando i vinti e i vincitori. E’ un racconto breve, poche pagine, se dico ancora un po’ della trama finisco per togliervi tutto il divertimento. Posso dirvi solo ancora che c’è un colpo di scena finale, un’amara beffa per un uomo che sognava da giovane di fare il cowboy e che conserva nell’anima ancora un briciolo di quel sogno e un briciolo di umanità. Il racconto è disponibile sia in formato kindle su Amazon che in formato epub su BookRepublic.

Recensione di Come vento nelle risaie di Carlo Molinari (Castelvecchi, 2011) a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2012 by

I giorni continuarono a trascorrere. Più tranquilli visto che di aerei e di bombe non se ne sentivano più. L’odore di kerosene e di polvere era sostituito, lentamente, da quello che i ragazzi ricordavano appena. Ibisco, loto. Odore di erba fresca. Della loro grassa terra. E del tempo. Che sembrava si potesse fermare per sempre.

Come il vento delle risaie Il contadino di Pol Pot di Carlo Molinari edito nel febbraio del 2011 da Castelvecchi Editore è un romanzo poetico e doloroso uscito quasi in punta di piedi, senza clamore, e che probabilmente mi sarebbe sfuggito se l’autore non me l’avesse segnalato facendomene inviare una copia. Ho cercato in rete recensioni, segnalazioni, anche solo un accenno, e stranamente, a parte i siti che vendono libri, nessuno ne fa menzione. Ed è un peccato, avrebbe meritato più visibilità non fosse altro perché è scritto bene, con un soffio di delicatezza tutta orientale, sebbene l’autore sia italianissmo e tratti temi drammatici come la guerra, le torture, le deportazioni, i campi di rieducazione. Con la collaborazione di Claudio Bussolino, curatore di un sito estremamente interessante sulla Cambogia e non solo , che ha curato la parte storico-topografica, Molinari ci accompagna in un viaggio doveroso e necessario tra le pieghe della storia aiutandoci a fare luce su alcuni fatti e retroscena di un paese antico e misterioso come la Cambogia fatti che stranamente sembrano avvolti da una fitta coltre di silenzio e oblio. Il 17 aprile del 1975 i guerriglieri comunisti passati alla storia con il nome di Khmer rossi  entrarono a Phnom Penh ponendo di fatto fine alla guerra civile e dando inizio al regime di Pol Pot. La Cambogia divenne “Kampuchea Democratica” per un periodo che durò tre anni, otto mesi e venti giorni, fino alla conquista del paese da parte del Vietnam nel gennaio del 1979. Ricordo un documentario piuttosto agghiacciante visto qualche anno fa su Rai 3 che mi aveva reso meno asettico quello che avevo letto nei libri di storia. Come il vento delle risaie con lo stile e la lievità di un racconto tradizionale buddista ci porta a vedere la storia attraverso gli occhi di un umile contadino analfabeta Samang, un uomo semplice, nobile nel suo culto per la famiglia e l’amicizia, la cui massima aspirazione è vivere in pace coltivando le sue amate risaie e suo malgrado si trova catapultato in eventi drammatici di cui non è responsabile. Le nere bombe che cadono dal cielo, bombe americane, quando lui non sa neanche chi siano gli americani o dove vivano, gli portano via sotto gli occhi la giovane moglie Bopha, la moglie più dolce che un uomo potesse desiderare, i soldati Khmer gli portano via suo figlio facendolo diventare uno di loro. Punto culminante della storia è l’incontro tra Samang e Pol Pot, incredibile, forse anche impossibile perché è decisamente improbabile che un contadino avesse potuto avvicinarsi al Fratello Numero 1 senza pagare con la vita. Tuttavia nelle brevi parole che si scambiano, dettate dal coraggio di chi non ha più nulla da perdere, traspare la forza dei sentimenti che si contrappone alla ferocia e alla violenza del potere. Educativo.

Carlo Molinari nasce a Roma nel 1958, dove svolge la professione di chirurgo urologo. Artisticamente, come cantautore, cresce tra le stanze polverose del Folk-Studio di via Sacchi, nel cuore di Trastevere, fucina del cantautorato romano. È autore di testi e musiche. Il cd “La fortuna di un giorno qualunque”, è stato prodotto e pubblicato dall’etichetta indipendente Storie di Note nel 2001.

Source: libro inviato dall’autore.

:: Recensione di Matrimonio da favola. Stile e sentimento tra sogno e realtà di Enzo Miccio

6 febbraio 2012 by

Nel giorno più romantico della vita di una coppia, il giorno del sì davanti a parenti ed amici, primo passo di una felice vita insieme, conferma di quell’amore che si spera duri per sempre come nelle favole, perché non arrivarci preparati?  Enzo Miccio, il più famoso wedding planner italiano, un vero esperto di matrimoni glamour con anni di esperienza nell’organizzare e pianificare matrimoni fin nei minimi dettagli, entrato nelle case di tutti con garbo e gentilezza grazie a Real Time e al suo programma “Wedding Planners”, consapevole che in questi tempi di crisi non tutti possono permettersi sfarzo e splendore o un wedding planner tutto per sé, pur non volendo rinunciare ad un tocco di raffinatezza, stile ed eleganza, ha avuto l’idea di mettere a disposizione di tutte le future spose il frutto della sua esperienza e competenza e grazie all’aiuto di Chiara Cecilia Santamaria e Elisa Sabatinelli, (c’è ancora al giorno d’oggi chi si ricorda di citare chi collabora alla stesura dei testi)  è nato Matrimonio da favola. Stile e sentimento tra sogno e realtà  Rizzoli Editore, utile manuale dedicato alla sposa, allo sposo, e perché no anche agli ospiti. Raccontandoci passo passo i matrimoni più belli che ha organizzato, Enzo Miccio ci dispensa consigli, suggerimenti, regole di bon ton e di comune educazione senza tralasciare anche piccole perle di saggezza e di buon senso come organizzare buffet in piedi se i vostri ospiti sono giovani ma non per celebrazioni più formali dove ci potrebbero essere persone anziane. Dalla scelta della location, a quella dei vestiti degli sposi e dei paggetti, dalla scelta del menu a quella delle musiche e delle luci, dalla scelta dei fiori, alla wedding cake, e  ai cadeux de mariage tutto rientra in un cerimoniale attentamente studiato perché la perfezione diventi arte e regola di vita, almeno per un giorno. Tante foto e schizzi, disegni, acquarelli  illustrano i vari capitoli con riassunti finali per rendere più facile la consultazione. E’ un libro interessante e perché no, divertente, attentamente curato nell’impaginazione grafica, e nei contenuti, gradevole da sfogliare e dedicato a mamma Anna Maria che con il suo esempio e il suo amore per l’ospitalità gli ha anche trasmesso gusto e raffinatezza. Che dire ancora? Viva gli sposi! E naturalmente fate partire i fuochi d’artificio solo dopo il taglio della torta, il brindisi e le foto di rito.

:: Recensione di Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2012 by

Devo essermi addormentata perchè quando mi sono svegliata era buio e di stelle ce ne erano tantissime. Poi ho visto un angelo che cadeva, e poi un altro! Li ho indicati a Maude, anche se naturalmente quando lei si è girata non c’erano più.
Maude ha detto che si chiamano stelle cadenti ma che in realtà sono pezzi di qualche vecchia cometa che si incendiano, e per la precisione si chiamano meteoriti. Ma io so cosa sono in realtà e cioè degli angeli che inciampano mentre viaggiano per portarci i messaggi di Dio. Le loro ali lasciano delle strisce nel cielo finchè non riescono a riprendere l’equilibrio.

Forse più conosciuta grazie al successo di La ragazza con l’orecchino di perla,  Tracy Chevalier, scrittrice americana di romanzi storici molto british style, è anche l’autrice di un romanzo piuttosto particolare intitolato Quando cadono gli angeli, Falling angels, tradotto dall’inglese da Luciana Pugliese e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2002 da Neri Pozza Editore. Ripubblicato quest’anno dalla sua consociata BEAT Biblioteca Editori Associati di Tascabili, Quando cadono gli angeli è particolare perché descrive il breve periodo edoardiano, (il romanzo inizia nel 1901 nel giorno della morte della regina Vittoria e finisce nel maggio del 1910 nel giorno della morte di Edoardo VII), da un punto di vista insolito se non decisamente eccentrico: tutto ruota intorno ad un cimitero e al culto tributato ai morti dalla compassata buona società britannica del tempo. L’autrice ha consultato libri come The Victorian Celebration of Death di James Steven Curl, Death, Heaven and the Victorians di Pat Jalland, On the Laying Out, Planting, and Managing of Cemeteries, and on the Improvement of Churchyards di JC Loundon e come se non bastasse, per rendere maggiormente realistica la sua storia, come afferma in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 maggio del 2002, per sei mesi si è fatta persino assumere come addetta alla manutenzione nel cimitero londinese di Highgate. «Ho fatto da guida, ho sistemato le piante, ho lucidato le tombe – racconta -. Il cimitero non è molto lontano da casa mia, l’ idea di ambientare lì il romanzo mi è venuta proprio facendo una passeggiata per quei viali. Mi sono completamente tuffata nella storia di questo luogo e mi sono resa conto di come, nei primi anni del Novecento, sia avvenuto un grosso cambiamento nelle celebrazioni funebri, nel modo di vivere il lutto». Al centro  della vicenda due bambine, Maude e Lavinia, e le loro rispettive famiglie, e le persone che man mano incontrano col passare degli anni. Ogni personaggio descrive la sua vicenda in prima persona, in un alternarsi di voci che riflettono la vita nel periodo edoardiano da differenti punti di vista, specchio delle loro classi sociali, e dei loro caratteri. Jenny la cameriera abbandonata con un bambino; Simon il giovane addetto a scavare tombe; Kitty, la madre di Maud, infelice e prigioniera di un matrimonio senza amore che trova la sua strada diventando una suffraggetta; John il direttore del cimitero con cui Kitty consumerà un goffo adulterio; Richard, Albert, i mariti simbolo di una società ancora maschilista e limitata, minata però dal nuovo che avanza sotto forma di progresso, la luce elettrica, le automobili, movimenti sociali, lotta per i diritti delle donne; Gertrude, la paciosa e integrata madre di Lavinia, forse poco brillante e intelligente ma equilibrata e rassicurante. Con leggerezza e  un tocco di frivolezza Tracy Chevalier costruisce un affresco d’epoca, la fine della victorian age e l’inizio del nuovo secolo, un periodo di transizione ancora venato di ottimismo e non ancora oscurato dagli eventi drammatici della Prima Guerra Mondiale. In questo romanzo piccoli drammi ci sono, ma sono familiari, piccoli segreti, tradimenti, anche morti, che lasciano il tempo di domandarsi quale sfumatura di nero si addice al lutto e quanto tempo conservarlo per una cugina di secondo grado. Non mancano scene di sesso tra le tombe e scambi di coppia la notte di capodanno, forse forzature eccessive che avrei evitato, ma piccoli difetti per un romanzo che ha il suo fascino, specie se si è giovani e romantici e si amano i romanzi storici.

:: Recensione di Blue Water Operations di James C. Copertino a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2012 by

J.C. Copertino, scegliendo l’auto-pubblicazione, aveva deciso di pubblicare in ebook il suo penultimo romanzo Blue Water Operations, l’ultimo Taliban Commander è uscito a gennaio dopo varie vicissitudini ed è di nuovo un libro tradizionale cartaceo, ho scaricato Adobe Digital Editions, sono andata su http://www.ultimabooks.it/blue-water-operations che dà un buono sconto per i nuovi iscritti, per cui non ho pagato un euro, e ho scaricato un tomo digitale di ben 400 pagine iniziando a leggerlo. Su Blue Water Operations è doveroso dire due parole sull’autore, James C. Copertino, nome in codice Jaco, che abbiamo anche avuto modo di intervistare qualche tempo fa riuscendo a scoprire ben poche cose su di lui a dire il vero, è’ un uomo misterioso, che difende la sua privacy con cura e non mi stupirei di trovarmi uomini in black alla porta se indagassi con più cura. So solo il suo nome di battesimo, almeno credo, ma non lo dirò neanche sotto tortura per cui non corro rischi. Dalle scarse note di agenzia si sa che è un ex ufficiale delle forze armate, arruolato nei corpi speciali, uno di quelli che si lanciano con il paracadute in aree calde, maneggiano esplosivi, e scivolano nel acqua nera di qualche oceano tropicale in tuta subacquea magari arrembando un cargo. Ora sto improvvisando ma quello che è certo è che stato in Libano, Iraq, e in Afghanistan occupato in operazioni speciali ed ora a riposo, si è congedato dopo la Seconda Guerra del Golfo, si occupa di sicurezza privata. Forse la sua vita è già un romanzo e chi può dire che in Rosco Duncan non ci sia molto di suo, sta di fatto che amando scrivere ha pubblicato con Armando Curcio Editore già diversi libri La coda del Diavolo, Angeli Neri, l’antologia Ombra della Morte curata insieme ad Angelo Benuzzi, I guerrieri dell’aria, tutti seguiti da un nutrito gruppo di appassionati di romanzi di avventura e d’azione. Blue Water Operations, subito balzato in cima alla classifica degli ebook più venduti, è un techno thriller militare d’azione che subito fa venire in mente Tom Clancy, Stephen Coonts,  Clive Cussler, Vince Flynn, Joe Weber, Patrick Robinson, Andy MacNab, con l’unica differenza che almeno il bolso vecchio Tom Clancy che anni fa amavo moltissimo, non me lo vedo proprio lanciarsi con un paracadute, magari mi sbaglio, chissà. Blue Water Operations è uno di quei libri che sarà passato al vaglio di quegli oscuri uomini della CIA, a patto che esistano, che controllano tutto ciò che viene pubblicato, chi ha letto I sei giorni del Condor di James Grady, e visto il biondo Robert Redford all’opera nel rifacimento cinematografico sorriderà, e corre il rischio di una vera e propria commissione d’inchiesta per fuga di notizie. Ok sto drammatizzando, è pur sempre un libro di fantasia, l’autore ci tiene a precisarlo, anche se prospetta uno scenario più che credibile, e sicuramente Copertino avrà manomesso dati tecnici e altre sottigliezze da intenditore di cui parlava Tom Clancy quando si preoccupava di non dare informazioni a strampalati terroristi su come costruirsi una bomba atomica. Tema centrale del libro è un fatto della cronaca recente, la caccia e la cattura di Osama Bin Laden, il re del Terrore, episodio drammatico di una certa importanza anche per il nostro futuro, tutta la campagna presidenziale di Obama si giocherà sulla riconoscenza che gli tributano gli Americani per questo fatto, con tanto di spiegazione sul perché non fu mai mostrata immagine dello sceicco da morto. Ma Osama morì davvero? L’agente della Cia Roberta Grup ha qualche dubbio ma quello che è certo se davvero non è morto è facile immaginarselo con faccia nuova, nuova identità, sotto un programma FBI stile protezione testimoni che si sorseggia un Margarita su una spiaggia dei Caraibi. E questa ipotesi alimenterà le leggende metropolitane ancora per molti anni ancora, e se davvero invece le cose fossero andate proprio come ipotizza Copertino? Interessante domanda.

:: Recensione di Incidenze di Philippe Djian (Voland 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2012 by

Diventare un bravo scrittore prima dei trenta, ecco una cosa davvero inimmaginabile salvo rare eccezioni, trent’anni è il minimo assoluto, attaccava sempre con i suoi studenti, pensate si impari a far risuonare le parole in un giorno, o anche in cento, o che la grazia caschi dal cielo in un attimo, state a sentire, voglio essere franco con voi, calcolate vent’anni, calcolate vent’anni prima di saper riconoscere la vostra voce, a prescindere da come vi ci metterete, questo per dire che se qualcuno tra voi nutre una pur vaga illusione in proposito si rassicuri, amici miei, ve lo dico io, non aspettatevi niente di importante, niente di sconvolgente, niente di veramente valido prima di vent’anni, seppiatelo. Intendo due decenni. Guardate, chi non ama il sacrificio è meglio se rinuncia subito. Ecco, ho scritto il mio nome sulla lavagna. Inutile cercarlo su Wikipedia. Non sono Michel Houellebecq. Spiacente.

Marc, il protagonista di Incidenze, titolo originale Incidences, traduzione di Daniele Petruccioli, breve e strano romanzo di Philippe Djian uscito l’anno scorso per Voland avvolto nell’aura di culto che in Francia circonda il suo autore, lo incontriamo per la prima volta una bella serata d’inverno imbiancata dalla luna, dopo tre bottiglie di vino cileno molto forte a bordo della sua malridotta 500 dalla marmitta assordante come un aereo a reazione, che se ne torna a casa con una ragazza ubriaca a fianco. Molto più giovane di lui, una sua studentessa per giunta di cui ricorda a malapena il nome e che ha un certo insolito talento cosa abbastanza insolita nella mediocrità assoluta che lo circonda. Già, perché Marc, cinquantatre anni, scrittore frustrato dalla mancanza di talento, non potendo scrivere si accontenta del suo surrogato più prossimo, insegnare scrittura in una piccola e sperduta università di provincia e quasi meravigliandosi lui stesso compensa ogni sua inadeguatezza letteraria, con un talento altrettanto appagante  apparire decisamente irresistibile per le sue giovani studentesse che si succedono nel suo letto a ritmo forsennato e lui è pronto ad approfittarne quasi con rabbia accecato da un’ oscura volontà tesa a mascherare il vuoto e la pochezza che è la sua vita. Barbara, questo è il nome della ragazza, se ne ricorderà infine qualche giorno dopo, si era appena iscritta al suo laboratorio di scrittura e lui non aveva cercato neanche per un secondo di lottare contro l’attrazione che provava per lei, un’attrazione eccessiva. Barbara non ha intenzione di rimanere un’avventura sullo sfondo senza importanza, ha deciso di conquistarsi un posto di rilievo nella sua vita. Aveva ventitre anni. Labbra a cuore. Fianchi pronunciati. Gambe un po’ tozze. Ed è inequivocabilmente morta il mattino dopo. Marc non si ricorda gran chè di quella notte, solo che lo avevano fatto. Non lo sfiora nemmeno il pensiero di averla uccisa, ma poi è davvero una morte accidentale, ne siamo proprio sicuri, pur tuttavia un certo senso di colpa lo spinge a nascondere le tracce ad attraversare il bosco che circonda la sua casa e digrada fino al lago e buttarla in un crepaccio prima di correre sporco di fango e impresentabile a lezione a parlare di John Gardner e della narrativa morale. La scomparsa della ragazza crea un po’ di agitazione, un funzionario di polizia viene incaricato di indagare e Marc, forte delle precauzioni prese, nasconde la verità e si finge anche stupito pure con la presunta madre adottiva Maryam, personaggio che riserverà qualche sorpresa, una vera donna finalmente in un mare di conquiste senza rughe e senza personalità, una donna di cui Marc non potrà che non innamorarsi perdutamente, a modo suo comunque. Gravato da un passato oscuro, la follia della madre ha lasciato cicatrici indelebili in lui e in sua sorella Marianne, una madre morta con suo marito nell’incendio della loro casa, e anche qui il dubbio che la mano di Marc adolescente non l’abbia appiccato si fa insistente, l’uomo si trova a combattere con la sua coscienza, con il licenziamento imminente, nelle mani di Richard Olso il direttore del dipartimento di letteratura, uomo mediocre, che ha acquistato un posto di potere senza merito, di una stronzaggine nauseante, una nullità incompetente e insignificante che insidia Marianne con le armi spuntate della sua pochezza, con il suo amore fino al finale improvviso, spiazzante privo di redenzione. Incidenze dicevo all’inizio è un romanzo strano, crudele se vogliamo, un noir cinico e triste, di una tristezza venata non di malinconia ma qualcosa di più cattivo, velenoso, rabbioso. Djian mette in bocca al suo protagonista riflessioni sulla letteratura, amare e spiacevoli quasi che con la scusa di imbastire una storia che ruota intorno al grumo oscuro di una verità negata, di menzogne ben congegnate, della differenza sottile tra vero e falso, in realtà si accanisse sui mali che affliggono la letteratura, sulle difficoltà di essere scrittore, sul fatto che essere un mediocre di successo a volte è tutto quello che conta. Il personaggio di Richard permette a Djian tutto questo e gli permette di far da specchio alle frustrazioni del protagonista personaggio in cui sebbene è ben difficile riconoscersi o identificarsi è per tuttavia portatore e depositario di alcune verità folgoranti che fanno quasi impressione in bocca a lui. Marc gioca sporco si sa, inganna il lettore ma non se stesso, ci porta  ad intravedere qualcosa che poi ci viene nascosto dietro il velo del dubbio e dell’incertezza. E’ un personaggio fluttuante, complesso, e schiacciato dalle incidenze che sembrano costellare la sua vita. La sua moralità è stata incenerita nell’infanzia, non aspettiamoci che sappia distinguere il bene e dal male, il rassicurante opportunismo e l’ipocrisia borghese non gli appartengono, e questa sua anima noir viene descritta con intensità e efficacia. Il morboso rapporto con la sorella, l’incesto che occhieggia e lascia un sapore acre fino all’ultimo, fino alla inutile telefonata con la sua studentessa nel bungalow a testimoniare, che non è cambiato, nè il sesso nè l’amore hanno avuto su di lui questo potere e quando accende l’accendino per fumarsi la sua ennesima sigaretta, sappiamo che non ci mancherà o forse sì.  Già questo dubbio non ci lascerà per un bel po’ di tempo anche dopo aver chiuso il libro.

:: Intervista con Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

3 febbraio 2012 by

Benvenuto su Liberidiscrivere, Mr Estleman! Grazie per aver accettato di essere intervistato per il nostro Blog, e grazie a tua moglie, la scrittrice Deborah Morgan, per l’indispensabile aiuto. Quando hai capito per la prima volta che avresti voluto essere uno scrittore?

Per molto tempo, ho pensato che sarei voluto diventare un grafico, ma mentre stavo prendendo la specializzazione in Arte al College, ho visto i lavori di altri colleghi e ho capito che non avrei mai potuto competere con loro. Parallelamente non avevo mai smesso di scrivere e, fin dall’età di 15 anni (senza fortuna), avevo preso a inviare i miei racconti alle riviste; a quel punto ho spostato definitivamente la mia attenzione sulla scrittura, dove, con l’idea buona, sentivo che avrei potuto emergere.

Gargoyle ha da poco pubblicato Frames (Hollywood Detective, Gargoyle, novembre 2011), il primo romanzo della serie dell’investigatore Valentino. Valentino è un archivista dell’Università della California, che indaga su un caso legato al mondo di Hollywood. Cosa ti ha ispirato la creazione di un personaggio così particolare?

Sono da sempre un appassionato di cinema. Quando ero ragazzo, la televisione proponeva di continuo vecchi film, e la mia famiglia stava incollata allo schermo ogni volta che ne trasmettevano uno. Mi capita spesso di dire che sono stato io a inventare l’“home theater”, istallandone uno a  casa mia 25 anni fa, quando non c’era nemmeno un nome per definirlo. Valentino mi ha dato la possibilità di utilizzare tutte le conoscenze sul cinema acquisite nel corso della mia vita, e ciò ha portato un divertimento inedito nella stesura di Hollywood Detective. Inoltre, l’idea di un esperto che passa tutto il tempo a  rintracciare e a montare frammenti di film perduti applicando le stesse tecniche per risolvere misteriosi omicidi è stata così naturale che mi sono chiesto perché nessuno ci avesse mai pensato prima.

Perché hai scelto Los Angeles come sfondo per alcune delle tue storie gialle?

Hollywood è la capitale del cinema americano, era l’ambientazione naturale per casi legati al mondo della celluloide. Dal momento che sono di solito associato alla città di Detroit, questo ha rappresentato per me un gradito cambiamento di scenario per me.

Quali scrittori di polizieschi sei solito leggere? E a chi pensi di essere più vicino?

Tra gli scrittori contemporanei, apprezzo Elmore Leonard, Dennis Lehane e Laurie King. Tra i grandi di qualche tempo fa, non ne ho mai abbastanza di Raymond Chandler, Sax Rohmer, Sir Arthur Conan Doyle, Dorothy B. Hughes e Richard Stark, lo pseudonimo cui ricorreva il grande Donald Westlake per i suoi romanzi hardboiled. È difficile dire a chi mi senta maggiormente affine. Secondo me, per un autore parte del piacere e del divertimento della lettura risiede nel misurarsi con stili di scrittura diversi dai propri.

Hai un autore contemporaneo preferito?

Forse Elmore Leonard, maestro indiscusso per i dialoghi e creatore di trame sempre imprevedibili.

Com’è la tua tipica giornata di lavoro?

Non sono una persona mattiniera, mi alzo verso le 8:00/8:30, bevo un caffè e un succo d’arancia leggendo il giornale, e sono di solito alla scrivania per le 10:00. Lavoro di filato fino a mezzogiorno, pranzo e faccio una passeggiata, riprendendo attorno alle due. A seconda di quanto  sia vicino alla fine del libro, lavoro fino alle cinque del pomeriggio o anche fino a sera.

Quali sono i tuoi progetti attuali?

In questo momento sto iniziando un nuovo western, e mi sto occupando di un altro progetto abbastanza nuovo per me. Sono inoltre felicissimo per l’imminente pubblicazione di Burning Midnight, un romanzo della serie del detective Amos Walker (previsto per giugno 2012), e di The Confessions of Al Capone, un mastodontico romanzo storico sulla vita dei gangster in America  nella  prima era del Proibizionismo.

Un ringraziamento per il prezioso aiuto va al team di Gargoyle che ha revisionato la mia traduzione.

:: Recensione di Salutami Satana di Victor Gischler e Anthony Neil Smith

3 febbraio 2012 by

Z.Z. DelPresto, scalcinato detective privato di Mobile, Alabama, ha visto tempi migliori. Il destino cinico e baro ha deciso di accanirsi su di lui e a questo pensa mentre se ne sta sporco di sangue fino alle orecchie a sudare, in una domenica di metà agosto, nella sala interrogatori della locale centrale di polizia, cercando di spiegare a due poliziotti ostili e incazzati, che lui è innocente, che lui non ha ucciso Rachel Woolf, che lui l’amava quella disgraziata ragazza. Tutto comunque congiura contro di lui: ben quattro testimoni giurano e spergiurano di averlo visto uccidere Rachel, gli occhi dei poliziotti e se non bastasse anche una polaroid certificano che ce l’aveva in mano lui quel dannato coltello, arma del delitto o “pistola fumante” come si suol dire. Ma lui è innocente, cazzo, essere incastrato per un delitto che non ha commesso ha dell’assurdo, del patologico. Lui, proprio lui, che viaggia sempre sul filo teso che separa legalità e illegalità, che alla vita umana non da poi tutta questa importanza, e che il suo mantra è non farsi prendere. L’ideona dei due sbirri è strappargli una confessione, con le buone (sic) o più che altro con le cattive. Sul punto di crollare Z.Z. vede arrivare nella stanzetta surriscaldata come una fatina buona l’obeso capitano che inaspettatamente gli dà una pacca sulla spalla e gli dice: le prove sono inconsistenti, sei libero, saluti e baci sotto gli occhi annichiliti dei due esterrefatti porta distintivi. Scioccato pure lui si allontana dalla centrale, prima che cambino idea e, pur sospettando che ci sia qualcosa sotto a quella repentina scarcerazione, si fa due conti mentre se ne torna nel suo lercio appartamento Un monolocale trascurato che non veniva pulito da almeno un anno e Ogni qualvolta che la puzza delle lenzuola diventava rivoltante, le buttava via e andava a comprarsene di nuove.  Allora ricapitolando: Rachel era solo una ragazzina di diciassette anni e questo già non depone certo a suo favore, in certi stati per cose del genere ovvero scoparsi una minorenne, si finisce in gabbia e gettano la chiave alla faccia del fascino perverso da Humbert Humbert da strapazzo, con buona pace di Nabokov. Poi era la figlia di una tizia che l’aveva cacciato in una montagna di guai. Tutto era iniziato perché un tale Edward Pfiffer, un nerd diventato milionario con internet, l’aveva assunto due settimane prima per seguire la madre di Rachel e scoprire se lo tradisse. Eh già la bella Nania, fascino latino da diva di Hollywood, e serpe velenosa a tutto tondo, sposata con un tale che amava più i fusti palestrati che la moglie,  ha un concetto tutto suo di fedeltà. Grazie a quel lavoro aveva conosciuto Rachel e alla faccia della professionalità si era imbarcato in quella brutta faccenda che sembrava destinata a tirarlo a fondo. Una sola via d’uscita: trovare l’assassino di Rachel. Sembra facile, ma non ostante tutto, il nostro Z.Z. DelPresto il suo lavoro lo conosce e lo fanno fesso una volta sola. To The Devil, My Regards, titolo che avrei mantenuto paro paro invece della versione italiana Salutami Satana, tradotto in modo svelto e sincopato da Marco Schiavone per la collana Revolver Edizioni BD in uscita dal 9 febbraio in tutte le librerie, vede per la prima volta insieme due geniacci del pulp made in Usa: Victor Gischler e Anthony Neil Smith. Due amici, oltre che colleghi, che condividono una particolare visione ludica della scrittura piuttosto insolita per due maestri di scrittura creativa, Neil Smith è direttore del Centro di Scrittura Creativa alla Minnesota State University, mentre Gischler è stato a lungo insegnante di scrittura creativa presso la Roger State University, in Oklahoma,  e non mi stupirei che si siano divertiti parecchio tra una pinta di birra e l’altra nella stesura di questo libricino che se ha un difetto è solo quello di essere troppo breve, dannatamente troppo breve. Il risultato di questa unione è bizzarro, anarchico, una delizia per i cultori di questa nuova grande letteratura pop, sfrenatamente pop, che azzarda, mescola ritmi, contamina con citazioni prese dal cinema, dal fumetto, dalla letteratura cosiddetta alta, Tom Sawyer che vernicia la staccionata, è un esempio ma ce ne sono altri, improvvisi, repentini, rumorosi come fuochi d’artificio. Schegge impazzite costituiscono un puzzle dove anche i personaggi minori sono delineati con cura e efficacia pensiamo solo a Dritto Jenkins, su tutti il mio preferito assieme al protagonista  Z.Z, ditemi anche voi se queste iniziali non vi hanno fatto venire in mente il ronzio di una zanzara molesta. Capire dove finisce Gischler e  inizia Neil Smith è un gioco pericoloso in cui si rischiano brutte figure, ma io mi ci sono divertita parecchio anche se di Neil Smith ho letto troppo poco, solo Yellow Medicine per cui vi risparmio i miei azzardi e vi invito a fare i vostri.

:: Intervista con Tim Willocks

1 febbraio 2012 by

Salve Mr Willocks. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Psichiatra, romanziere, sceneggiatore, fan di poker. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tim Willocks? Punti di forza e di debolezza.

Piacere. (In italiano) I punti deboli sono troppi da elencare, i punti di forza troppo pochi e in calo di giorno in giorno. E a volte i punti di forza sembrano deboli, anche se raramente viceversa. Tale è la confusione che l’età e l’esperienza portano, che non voglio chiamare saggezza. Per quanto riguarda, ‘Chi sono?’ Si passa tutta la vita rispondere a questa domanda, la propria vita è la risposta, ed è in continua evoluzione. Questa mattina un amico mi ha scritto: “Tim, lasci sempre una piacevole aria di follia intorno a te al tuo risveglio” Questa è una risposta abbastanza buona per oggi.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una piccola città una trentina di km a est di Manchester, piuttosto rurale. Mio padre era un muratore. Secondo gli standard moderni non avevamo nulla, nemmeno un bagno, ma ci siamo divertiti parecchio. Ho dei bei ricordi dell’ infanzia – era un’avventura selvaggia, eravamo liberi, abbiamo immaginato tanto di essere vichinghi e cowboy ed è così che ci siamo sentiti. È stato allora che ho iniziato a scrivere, soprattutto western ispirati da Sergio Leone e Lee Van Cleef. Poi ho fatto l’università e sono andato alla scuola di medicina, periodo che francamente, non è così interessante da ricordare.

Che lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittore a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Ho lavorato come medico per 22 anni in diversi settori – chirurgia (che ho amato, ma che richiedeva un impegno troppo grande), pediatria, medicina generale, psichiatria e poi dipendenza dalle  droghe. (Mentre scrivo questo confesso di avere una sigaretta in mano). La medicina è un mestiere difficile, direi. Lo ammiro molto. E ‘difficile essere un buon medico. Per alcuni versi ero portato, per altri no. La scienza mi ha reso molto più altruista, meno individualista. E molto più efficiente che mai, che è una grande cosa, ma forse non così piacevole. La medicina mi ha insegnato a guardare il mondo con gli occhi aperti – per osservare e riferire la bruttezza, il dolore e l’angoscia senza batter ciglio e nel modo più veritiero possibile, per studiare la condizione umana, in tutti i sensi, senza paura. La psichiatria mi ha insegnato l’empatia: come si stia nei panni di qualcun altro, mi ha insegnato ad immaginare una vita molto diversa dalla mia e soprattutto di cercare di vederla dal di dentro. Mi ha anche insegnato ad abbracciare l’intera gamma di umanità, di accettare la diversità della personalità umana senza dare giudizi morali. Questo non vuol dire che ho abbandonato il giudizio morale, ma non lascio che mi accechi e non mi permetta di vedere la verità, o almeno lo spero.

Quando hai iniziato a capire che avresti voluto diventare uno scrittore? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non ho mai pensato di scrivere come ‘lavoro’ e non l’ho certo considerato ‘un lavoro vero’ (mia madre sarebbe d’accordo con me su questo), ma mi piace l’idea di William Burroughs che si tratti di ‘Il lavoro’. Non sono sicuro di aver concepito l’idea di voler diventare uno scrittore perché ero uno scrittore quando ero troppo giovane per pensare in quel modo, allora scrivevo per la gioia e l’eccitazione che la scrittura ti trasmetteva. Io sono ancora intrappolato da tale atteggiamento in qualche modo: senza la gioia, l’eccitazione, la necessità, non scrivo. Ho trascorso anni non scrivendo, semplicemente perché non potevo. Io non sono un professionista in questo senso. Un professionista non ha bisogno di costrizione; il dovere è sufficiente. Come la medicina. Quindi non credo che la passione può essere trasformata in un lavoro. La passione non può essere controllata, ma il controllo è l’essenza stessa di un lavoro. Non è necessaria la passione per fare un lavoro, anzi a volte potrebbe essere pericolosa. Dovrebbe essere un chirurgo appassionato o freddo? Penso che il mio cardiochirurgo (lui è là fuori da qualche parte, in attesa) debba essere freddo.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Non credo ci sia qualcosa di tipico in un bravo scrittore o in un artista. Tutti i miei artisti preferiti non sono tipici. Sono molto scoraggiato dall’ossessione moderna per ‘insegnare’ l’arte, perché ognuno finisce poi per fare le cose in un modo molto simile. Questo è ciò che fa l’insegnamento: si dice, ‘ Fai in questo modo. Questo è giusto. Questo è sbagliato. Questo è corretto. Questo non è corretto. ‘Questa è la sua essenza. Anche in questo caso, il controllo prende il controllo. Ma, giusto o sbagliato è la morte dell’arte. Nessuno dei grandi scrittori ha avuto un educazione formale. Questo è il problema: ora cerchiamo di creare false idee di ‘le qualità di un buon scrittore’, ma fino a trovare ‘buona scrittura’ non si può davvero definire quelle qualità, e poi, quando si trova ‘buona scrittura’ ancora non è possibile definirla, perché la grande arte è in definitiva misteriosa. Quindi abbiamo intere industrie di critici, docenti, editori che pensano di aver identificato queste qualità per un processo quasi-scientifico e, di conseguenza, la letteratura diventa sempre più uniforme. Odio tutto questo. È il trionfo dell’establishment, e arte all’interno dell’establishment morirà. Quindi, un buon scrittore deve essere libero, deve rifiutare tutti i dogmi della scrittura ‘buona’, tutte le regole, tutte le leggi estetiche. Lui o lei deve senza paura andare alla ricerca di una visione personale. Sono sempre consapevole che il mio modo di scrivere mi porterà un minor numero di lettori. Ogni pagina che scrivo penso: “Se facessi in questo modo, più persone sarebbero interessate, meno persone sarebbero respinte.” Conosco tutta quella roba. Ho lavorato a Hollywood. Ma non posso, non voglio, voglio seguire la mia visione ‘come una stella cadente, oltre i limiti massimi del pensiero umano’, come diceva Tennyson. Se significa avere un piccolo pubblico di lettori, lo accetto. Preferisco essere vero che popolare.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho avuto la mia parte di rifiuti come la maggior parte degli scrittori. Ho imparato che un rifiuto non è una cosa negativa, perché è necessario avere un editore in grado di comprendere e amare il proprio lavoro. Avere editori che non amano il lavoro che pubblicano può essere un disastro. Le ambizioni delle case editrici moderne sono in contrasto con le mie ambizioni, per cui trovo difficile pubblicare. Loro vogliono il massimo pubblico possibile. Loro vogliono scendere a compromessi, come ho detto prima. Ma ci sono anche grandi editori. Sono molto fortunato a lavorare con Dan Franklin alla Jonathan Cape.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

Mi piace scrivere di emozioni oscure e ossessioni, di violenza, di drammi estremi, amo parlare della vita e della morte, amo la suspense, la follia, e così via, e la crime fiction è un’arena naturale per questo, anche se ce ne sono altre. C’è la guerra e la storia – in cui i crimini sono su scala enorme – posso andare anche oltre. Gran parte di Shakespeare è crime fiction – Ambleto, Macbeth, Re Lear, ecc ecc

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti influenzato?

Tendo ad avere romanzi preferiti, piuttosto che scrittori. Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Riddley Walker di Russell Hoban, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino . Ho probabilmente letto Il Gattopardo di Lampedusa più spesso di qualsiasi altro libro. James Ellroy è sempre sorprendente. Charles Dickens. Shakespeare, Shakespeare e Shakespeare. Ma sono cresciuto leggendo western e Mickey Spillane, Richard Stark i romanzi di Parker che amavo, e anche Sven Hassel i romanzi della seconda guerra mondiale, certamente mi influenzano ancora oggi anche se non li leggo più, oltre una certa età comunque è difficile essere influenzati. Comunque sono stato molto influenzato da film e musica, forse anche di più che dalla letteratura. Tutto quello che ho sempre  veramente voluto fare è i film di Sergio Leone e Sam Peckinpah. Il cinema italiano è il più importante per me. L’arte italiana ha una intensità radicale di espressione, della realtà sentita, quasi l’intensità di una allucinazione, e più di ogni altra cosa, questo è ciò che mi sforzo di fare nel mio lavoro. E non è una qualità comune nella narrativa di lingua inglese, soprattutto nei romanzi in inglese. Il sistema di valori dominante nell’ arte inglese è la moderazione, l’ understatement, la delicatezza, la repressione emotiva. Odio queste stronzate. Odio avere l’agenda politica alle spalle. Voglio espressione estrema, qualunque sia il soggetto. Io voglio la vita. Ed è per questo che amo Leone, Visconti, Fellini, Corbucci, Argento, e tanti altri. Hanno avuto – e hanno ancora – un effetto molto più forte su di me rispetto a qualsiasi scrittore. Per quanto riguarda la musica, beh, è un altro argomento molto vasto. Un amico italiano mi ha detto che tutti i miei romanzi sono opere, e ha sottolineato tutte le varie parti vocali, e ha ragione. L’ opera è la sintesi suprema di tutte le arti drammatiche. Quindi, a mio modo scrivo opere liriche (e ci risiamo:. Opere inglese?  Benjamin mi dispiace, la vita è troppo breve) E, naturalmente, Dylan, Waits, Cash. Marin Marias. Paolo Pandolfo. Di tutti gli artisti il più grande che ha influenzato la mia vita e la mia scrittura è Ennio Morricone. Direi che almeno il 40% di tutte le parole che ho scritto sono state scritte durante l’ascolto della sua musica. Poi ci sono tutti i film di Leone – Giu La Testa è uno dei suoi migliori – ma anche Il Mercenario e La Resa Dei Conti.

Cosa ti ha ispirato a scrivere Bad City Blues? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Volevo scrivere di un uomo veramente buono riempito dell’ odio più terribile, e l’espressione più estrema di odio mi sembrava il desiderio di uccidere il proprio fratello. Ma perché mai avrebbe dovuto farlo? Questo era il punto di partenza. Per quanto riguarda l’ispirazione: sono stato ispirato anche da molti film. Al momento da ‘Touch of Evil’ di Orson Welles sicuramente e si può vedere l’influenza di Hank Quinlan molto facilmente.

Puoi dirci un po ‘del tuo protagonista, e come comincia la storia?

Cicero Grimes è un medico, un idealista vero, che complotta per assassinare suo fratello maggiore, Lutero, che è un ragazzo molto cattivo e chi lo conosce lo ama. Un poliziotto corrotto, Clarence Jefferson, che è anche malvagio ma prova simpatia per Grimes viene coinvolto in questo e rimane affascinato dal puzzle che ho descritto sopra: Perché un uomo buono vuole fare un atto malvagio? Così tortura Grimes in una battaglia psicologica e morale. In un certo senso, il poliziotto cattivo vuole salvare l’anima di Grimes. Si scende in una sorta di psicosi di massa.

Quanto è durato il processo di scrittura di Bad City Blues?

Non so, forse un anno.

Qual è / sono la tua scena preferita in Green River Rising?

Adoro qualsiasi scena con Henry Abbott, soprattutto quando si trasforma in Dio in una fogna. Adoro qualsiasi scena con Claudine / Claude, il travestito, soprattutto quando la sua rabbia esplode al culmine della storia. E Coley è un grande personaggio, la sua ultima scena mi commuove  sempre, quando arriva finalmente a vedere sorgere il sole. Un sacco di scene che mi piacciono hanno al centro personaggi folli, il guardiano Hobbes per esempio. Sono tutti completamente pazzi. Il libro è una sorta di inno alla follia. E ‘un libro in cui l’eroe è circondato da molti personaggi estremi che in un modo o nell’altro sono tutti più pazzi e interessanti di lui. Il pericolo per l’eroe è che nel portare il peso di essere l’eroe può far diventare tutto piuttosto noioso. Chi lo circonda con la sua follia aiuta l’eroe ad elevare il gioco, drammaticamente parlando. Ma nella maggior parte dei miei libri, l’eroe è folle come nessuno e molto più di molti altri. Nel mio nuovo romanzo Tannhauser che ho quasi completato, direi che si stabilisce un nuovo punto di riferimento per l’anti-eroismo. Il protagonista diventa un personaggio davvero molto scuro.

In Green River Rising, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? E il più facile e perché?

Direi che la donna, Devlin, è stato il più difficile perché lei è una donna e io sono l’uomo. Ho sempre lavorato duro sui personaggi femminili, ma sembrano funzionare abbastanza bene, o almeno così mi dicono. I personaggi più facili sono sempre i pazzi e i violenti. Henry Abbott, Nev Agry. Amo Nev Agry. Lui fa quello che vuole. Nel cuore del carcere, egli è libero. Sono vincolati in modo impulsivo, pensieri e sentimenti, quindi la mia immaginazione può non essere vincolata. Non devi preoccuparti se piacciono, o se sono politicamente scorretti. Essere pazzo e cattivo libera un personaggio. L’eroe è incatenato, come ho detto sopra.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Folsom Prison di Johnny Cash, The Riot in Cell Block 11, ‘Discipline and Punishment’ di Foucault, The Magnificent Seven.

Parliamo di Dogland il tuo ultimo lavoro. Puoi riassumercelo in poche parole?

‘Non lasciare che ti taglino le palle’.

Puoi parlarci della trilogia di Mattias Tannhauser?

E’un argomento ampio. Devo dire che dal momento in cui sarà completata la trilogia, Tannhauser sarà considerato come il personaggio più violento di tutta la storia della narrativa mondiale. E intendo questo. Lui è l’eroe. Non gli importa se ti piace. E ‘il cavaliere pallido che incarna la Morte. E’ sposato con una donna che incarna la Vita, quindi in un certo senso la trilogia è la storia di quel rapporto e quel paradosso, le due facce della stessa medaglia. Se lei è la Regina della Vita, egli è il Re della Morte. Sono i poli opposti, e in un certo senso, molto puro, perché non attribuiscono alcuna dottrina o ideologia ai loro rispettivi ruoli. Per Carla, la vita è solo vita, non si tratta di Dio o di politica o di ambizione o di carriera o di salire su, in ogni senso. La vita è, e deve essere considerata per se stessa. L’ atteggiamento di Tannhauser verso la morte è simile: è solo lì, per essere servita, senza pregiudizi. In questo libro attuale – I Dodici Figli di Parigi –  è diventato davvero la morte, non solo perchè è un grande uccisore. E ‘pronto per ogni morte, la morte di Carla, la sua, quella di tutti, lui è abbracciato completamente alla morte, e al tempo stesso Carla è abbracciata alla vita, crea la vita. E ‘una storia incredibile, sbalorditiva, selvaggia, turbolenta, ricca. L’intero libro vede al centro le carte dei Tarocchi, tutti i personaggi sono rappresentati, la storia stessa è un movimento attraverso i loro significati. La tradizione dei Tarocchi è radicata nella dell’arte italiana, specialmente in quel periodo, sono essenzialmente un’invenzione italiana, e i significati originali sono spesso molto diversi e molto più ricchi rispetto alle versioni moderne – che come tante altre, sono state sistematizzate e ossificate con l’ossessione ‘corretto / scorretto’ della vita moderna. Se siete interessati ai Tarocchi, visitate il sito del grande Andrea Vitali : http://www.letarot.it/. Non so cosa il terzo libro sarà ma continuerà questa relazione e cercherà nell’ inconscio Tannhauser un senso di appartenenza, di famiglia.

Tu sei un autore acclamato dalla critica. Leggi le recensioni dei suoi libri? Ha ricevuto recensioni negative?

Le recensioni negative le considero quasi essenziali per la mia integrità. Con poche eccezioni, la maggior parte dei miei libri preferiti, film e album musicali sono stati disprezzati dai critici la prima volta che apparvero, anche se la maggior parte di loro sono ora capolavori classici – il record di stupidità critica è sorprendente. Il Times di Londra fece una recensione negativa della 9 Sinfonia di Beethoven  quando fu suonata per la prima volta. E Tosca fu insultato. Così, quando ricevo una buona recensione, a volte mi preoccupo. Ma in realtà, non sono ben recensito in Inghilterra, io sono in qualche modo in guerra con la cultura inglese. Il mio stile espressionista, offende il loro approccio radicale e la loro sensibilità razionalista. Ricevo comprensione molto più in Italia e in Francia, dove c’è una tradizione intellettuale molto diversa. D’altro canto, può anche essere che i miei traduttori facciano diventare i miei libri molto migliori.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Al momento sto solo leggendo quello che sto scrivendo. Ma il nuovo romanzo di Joe Lansdale ALL THE EARTH, THROWN TO THE SKY’ mi sta arrivando per posta ed è sulla buona strada e non vedo l’ora di leggerlo. Un titolo così poetico ed elementare fa venire voglia di scrivere il libro stesso.

Quanto è importante un buon titolo?

Il mio libro attuale  I DODICI BAMBINI DI PARIGI inizia tutto dal titolo, non avevo idea di chi  erano i 12 o di cosa sarebbe successo loro. Per certi aspetti, ancora non lo so. Spesso ho maledetto questo titolo: 12? E ‘un gran numero. Perché non 6? Ma non potrei mai abbandonare l’idea, e alla fine ha costretto il  libro a diventare quello che è,  estremamente ricco e multistrato. Io non so nemmeno se si tratti di un titolo commerciale, o se si possa tradurre anche, o anche selo si userà. Ma era la ghianda cresciuta da una quercia possente.

Ti piace fare tour per la promozione dei tuoi libri? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Faccio molto poco touring di solito una volta all’anno per un festival in Italia o in Francia. Non scrivo abbastanza libri. Per qualche ragione sono stato invitato a Piacenza per tre anni ed è stato meraviglioso. Pasquale in Piazza Duomo è il mio ristorante preferito in tutto il mondo. Sono stato alla festa SUGARPULP a Padova, a vedere il mio amico Matteo Strukul, il cui romanzo, LA BALLATA DI MILA, vi consiglio, e anche il grande Massimo Carlotta, che è un romanziere formidabile.

Hai una base di fan molto intensa. Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Con mio grande rammarico non ho un rapporto molto stretto con i miei lettori al di là del legame che creo con i personaggi dei miei libri, anche se, questo è l’unica relazione che conta davvero. Non ho mai incontrato Sergio Leone o Ennio Morricone, ma ho pensato a loro ogni giorno per più di quaranta anni. Ho un rapporto più profondo con Shakespeare e Marin Marais di quanto abbia con la maggior parte delle persone con cui vivo. Non ho idea del mio pubblico. E’ un vero fallimento. Ma recentemente mi sono iscritto a Facebook sotto l’impulso di autori amici e tutti gli amici sono i benvenuti.

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Non ho avuto il coraggio di immaginare il futuro per molti anni. La vita sarà quel che sarà. Ho trovato, che è più semplice ed è  meglio così. Recentemente ho scalato una montagna qui, a Mullaghanattin, dall’alto ho potuto vedere una grande tempesta ruggire dall’Atlantico, che dista circa 40 km – grandi coltri nere di pioggia spazzavano tutto il cielo. La tempesta si è scatenata su entrambi i lati della montagna, è stato incredibile. Poi una coppia di aquile dalla coda bianca è uscita per mezz’ora, e dietro alla tempesta è arrivato il più grande arcobaleno che abbia mai visto. Tempeste, aquile, arcobaleni, montagne. Questo è un degno futuro da immaginare. Se potrò avere qualche giorno in più in quel modo, sarò soddisfatto. Se posso scrivere un altro libro di  Tannhauser – e questo mi ha quasi ucciso – sarebbe ancora meglio. E se riesco a raggiungere l’Italia ancora una volta di tanto in tanto, potrei considerarmi davvero molto fortunato.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Spero di sì. Vorrei venire in Italia con ogni scusa. Sto cercando di capire come presentare Tannhauser 3 in Italia in modo da poter trascorrere più tempo lì.

Infine, per concludere l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Come ho già detto sto lavorando al poema epico delle tenebre e sangue, amore e odio, vita e morte: I Dodici Figli di Parigi. Anche la mia mente è assorbita da questo libro. Ogni nuova scena mi sorprende, e spesso mi strappa il cuore. Personaggi fantastici, un affresco di una società che si distingue, proprio come il nostro mondo. Il caos abbonda. Ma Tannhauser deve dimostrare di essere il suo padrone. Io sono a metà strada nella scrittura della quarta parte di cinque.  Il titolo della parte IV è: ” As Far From Help As Limbo Is From Bliss” Sono a buon punto.

:: Recensione di Lemmy Caution Pericolo pubblico di Peter Cheyney (Polillo Editore 2012) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2012 by

“Centrale di polizia dell’Oklahoma, a tutte le unità, a tutti i mezzi della stradale…
“Cercate Lemmy Caution, evaso oggi a Oklahoma City dopo aver ucciso una guardia e un vicesceriffo.
“Visto l’ultima volta in direzione del confine di stato presso Tahlequah. Probabilmente procede per Joplin. Usare cautela. Quest’uomo è pericoloso”.

Con tutto il rispetto per il mio amatissimo Philippe Marlowe, per Lew Archer, o per Sam Spade di Hammett, Lemmy Caution occupa un posto di riguardo tra gli antesignani di tutti i detective duri e puri che popolano il nutrito immaginario di noi cultori dell’ hardboiled. Senza la sua ironia tagliente, il suo sorriso da sciupafemmine, il suo fascino da duro che non disdegna di menare le mani o freddare gli avversari a colpi di pistola senza troppi scrupoli e sentimentalismi, probabilmente l’ hardboiled non sarebbe stato lo stesso. E sì che forse i suoi più amati e conosciuti colleghi splendono di luce propria e forse il ricordo di Lemmy Caution è un po’ sbiadito e ha vissuto i suoi anni d’oro tra gli anni 30 e gli anni 50, tuttavia i veri appassionati non possono non conservare un angolino speciale nel loro ruvido e polveroso cuore per il nostro agente dell’Fbi prima e detective privato poi Lemuel H. Caution. La Polillo nella collana I mastini ci riserva una chicca sicuramente imperdibile per tutti coloro che il nome di Caution non l’hanno mai sentito e non conoscono i vecchi gialli Mondadori che egregiamente hanno ospitato le sue avventure per volere dello stesso Alberto Tedeschi che aveva tentato inutilmente di pubblicarlo già nel periodo fascista e non c’era riuscito sarà perchè Lemmy Caution era un “lurido” yankee, sarà perchè decisamente aveva una maniera piuttosto spregiudicata di  trattare il gentil sesso, per non tacere le dosi di indiscutibile violenza  che turbavano i morigerati gerarchi tutti lavoro, Duce e famiglia. Nel 1936 uscì “This Man is dangerous” Lemmy Caution Pericolo pubblico, tradotto per Polillo dal bravo e divertito Bruno Amato  e il mondo fu pronto a fare la conoscenza per la prima volta con Lemmy Caution. Era pronto per davvero per cotale avvenimento? Chissà. Quello che è certo un po’ di scompiglio deve averlo messo senz’altro se non fosse per il fatto che si presenta subito come un gangster, un evaso che doveva scontare una pena di vent’anni per aver ucciso un poliziotto e durante l’evasione aveva ucciso un altro poliziotto e un vicesceriffo. Dunque questo ci appare dalle prime pagine e ci pone dalla parte dei cattivi, dalla parte di coloro che eroi non sono. Certo Lemmy ci riserverà sorprese ma il ruolo del gangster lo recita bene. Sarà per il linguaggio da gergo della mala anni Trenta che usa, sarà per il fatto che uccide con estrema facilità, vedi la nonchalance con cui  uccide Goyaz il proprietario della bisca su acqua:

Guardo oltre la spalla come se vedessi qualcosa sull’acqua. Lui si alza e si volta per guardare e io procedo. Gli piazzo cinque pallottole nel cuore e nella spina dorsale un paio per Gallat , due per MacFee e una per me. Si accascia sul parapetto. Gli metto il piede sotto le gambe e gliele alzo e lui scivola giù in acqua con un tonfo.

Sarà che incassa pugni e proiettili senza un lamento o quasi. Lemmy ha qualcosa del brutale figlio di puttana nascosto in fondo, ma ne anche tanto, ad un umorismo cinico e mordace. C’è una certa durezza, insolita e fredda che non ostante gli anni passati, lascia sorpresi, se pensiamo poi che non fu neanche un americano a crearlo ma un inglese mentre i suoi colleghi erano intenti a descrivere cacce alle volpi, tè delle cinque e a gettare tutti i sospetti sui maggiordomi, la cosa si fa ancora più interessante. Agli appassionati consiglio di fare un salto anche sul sito ufficiale dedicato a Cheyney http://www.petercheyney.co.uk/ tra copertine vintage  provenienti dai quattro angoli del mondo, aneddoti e curiosità passerete scuramente alcune ore divertenti.

:: Liberidiscrivere Award: i vincitori

31 gennaio 2012 by

Vince la seconda edizioni del Liberidiscrivere Award:

 

 

Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico

di Lorenzo Mazzoni

illustrazioni di Andrea Amaducci

prefazione di Enrico Pandiani

momentum edizioni –

http://www.momentumedizioni.it

 

 

 

Secondo classificato:

Re di bastoni, in piedi

di Francesca Battistella

Scrittura&Scritture Editrice

 

 

 

 

 

 

Terzo Classificato:

Lezioni di tenebra

di Enrico Pandiani

Instar libri

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo il vincitore della scorsa edizione I guerrieri dell’aria di James C. Copertino, prima cavia di questa mia sorta di esperimento (la cui pazienza e simpatia  non ha limiti e lui sa perchè) che a quanto vedo appassiona molto i miei lettori che qui ringrazio davvero, siete fantastici. Nei prossimi giorni parlerò più diffusamente dei singoli libri vincitori. Per l’intera classifica rimando al post precedente qui.