:: Recensione di “Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film” di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro e intervista a Michele Tetro a cura di Valentino G. Colapinto

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Mondi paralleli. Storie di fantascienza dal libro al film di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro: 530 pp. ill., prezzo di copertina €22,50 [Edizioni della Vigna, 2010].

391 schede per 391 film tratti da romanzi o racconti di fantascienza. È davvero monumentale l’ultima fatica del collaudato trio formato da Roberto Chiavin, Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro (già autori di saggi imprescindibili come Il grande cinema di fantascienza vol.1 – Da “2001” al 2001, Premio Italia 2001 per Miglior Saggio in Volume, Il grande cinema di fantascienza vol. 2 – Aspettando il monolito nero, Il grande cinema fantasy e Contact! Tutti i film su UFO e alieni).
Un’opera unica e innovativa non solo nel panorama letterario nazionale. Per quanto risulti incredibile, infatti, non era mai stato pubblicato al mondo un saggio che si occupasse in maniera esaustiva di tale tema, nonostante esistano dizionari di lingua Klingon o enciclopedie dei pianeti fantascientifici.
Per questo, per la grande cura con cui è stato scritto e anche perché è continua fonte di stimoli e suggestioni, Mondi Paralleli è un libro che ogni appassionato o curioso di fantascienza DEVE avere. Un’utilissima carta di navigazione da cui partire per riscoprire perle come Hallucination (1963), Generazione Proteus (1977) o Il racconto dell’ancella (1990) oppure per confrontare le versioni per il grande schermo con le storie da cui sono state tratte originariamente, spesso con notevoli cambiamenti.
Tutti conosciamo i due capolavori La cosa da un altro mondo (1951) di Howard Hawks e La cosa (1982) di John Carpenter, ma quanti hanno letto il racconto Chi va là? (1938) di John W. Campbell da cui sono tratti?
Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare Michele Tetro, co-autore anche de Il cinema dei fumetti (Gremese) e, da solo, di Conan il barbaro. L’epica di John Milius (Falsopiano Editore), nonché di numerosi racconti di genere fantastico e del romanzo L’occhio ardente di Mbatian, celebrativo del trentennale della serie TV Spazio 1999.

Siamo nell’era degli effetti speciali e del 3D. Non sono più i videogiochi a ispirarsi ai film ma viceversa. Nutri ancora qualche speranza per la fantascienza cinematografica?

Sempre, ma sono molto pessimista al riguardo. Una volta la fantascienza veniva tradotta cinematograficamente e con dignità in tutti i suoi sottogeneri, oggi se ne sfruttano pochi e ormai ripetitivi. L’esplorazione dello spazio, uno dei temi portanti, è praticamente scomparso, il sense of wonder pure. L’effettistica e la CGI hanno svilito completamente l’importanza delle storie, si va avanti a suon di orridi e inutili remake, quando invece si potrebbe fare altro e di più, i testi fondamentali non mancano e sono ancora quasi tutti lì da sperimentare. Ma è tragedia dei nostri giorni che i produttori puntino solo sul sicuro “già visto, riproponiamo” e su una resa spettacolare fine a se stessa, vuota, senza reale significato. Sono noto per essere alquanto talebano in questo senso, ma penso con spiaciuta giustificazione.

Qual è la migliore e la peggiore riduzione cinematografica di un romanzo o racconto di SF?

La miglior riduzione cinematografica di un testo di SF è quella che opera una variazione della materia originale, cercando nuovi stimoli e sbocchi, nuove fascinazioni e orizzonti. Intendiamoci, non sto parlando di ‘tradimento’ autoriale, al contrario di muoversi lungo le linee tracciate letterariamente per trovare inedite sfaccettature, di adattarsi ai mezzi del cinema e ai suoi parametri, il tutto, ovviamente, nell’ottica del rispetto del testo originale. Un esempio? Il romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugatskij, opera innovativa e geniale già di suo, adattata in Stalker di Tarkovskij, film antipodico al massimo rispetto al libro, con stile, ritmo, atmosfera e personaggi completamente differenti. Virtualmente due lavori differenti, eppure variazioni di una stessa storia. Penso anche a Blade Runner da Cacciatore di androidi, a 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra da Io sono leggenda, etc. E’ molto difficile, comunque, ottenere simili risultati. C’è poi la riduzione senza infamia e senza lode, quando il film adatta fedelmente e senza pretese ulteriori il romanzo da cui è tratto, in cui si punta tutto su interpretazione o resa visiva, ma anche qui potremmo trovare opere degnissime, penso a Il villaggio dei dannati del 1960 tratto da Wyndham. Il peggio lo troviamo quando si verifica il tradimento palese della sensibilità dell’autore originale, e qui basti l’esempio di tutta la cinematografia ispirata all’opera di H. P. Lovecraft o il recentissimo Io sono Leggenda, che travisa completamente il significato del romanzo di Matheson. Tra l’altro sono ormai esasperato da questa deleteria moda dei remake, in grado di azzerare il fascino dei capolavori del passato: guarda i vari Rollerball, Ultimatum alla Terra, La guerra dei mondi… e tutti quelli che purtroppo verranno.

Un film di fantascienza è sempre inferiore al romanzo o racconto da cui è tratto?

No, perché dovrebbe? Certo esiste questo pericolo, perché alla fine quando uno legge un libro è regista di suo di quanto visualizza nella mente, e spesso trova deludente quando sono altri a portare le immagini alla luce, secondo sensibilità diverse dalla sua. Ci sono stati casi in cui la resa cinematografica ha giovato al testo scritto. Pensiamo a “2001: odissea nello spazio”: vero che questo è un raro caso di scrittura narrativa contemporaneamente portata avanti sia da Kubrick come sceneggiatore che da Clarke come scrittore, però alla fonte c’è il raccontino tutt’altro che memorabile di Clarke. Anche il romanzo Il pianeta delle scimmie di Boulle, che prevedeva un vero viaggio su un altro pianeta dominato da scimmie intelligenti, in una società simile a quella terrestre degli anni Sessanta, ha trovato più adeguata trasposizione nella Terra del futuro in situazione pre-tecnologica in cui le scimmie, per quanto intelligenti, non sono poi tecnologicamente avanzate. Certo se pensiamo a romanzi di vastissimo respiro, che inevitabilmente perdono tutte le loro fascinazioni in una riduzione di due ore per il grande schermo, è ovvio che il libro resterà sempre superiore al film: è il caso del pur pregevole Dune. In realtà, come sempre, bisognerebbe considerare la diversità dei due media e i differenti parametri di narrazione, quindi considerare le due opere a se stanti.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Ti rivedremo tornare alla narrativa, fantascientifica of course, oppure continuerai con la saggistica cinematografica?

Be’, ci sarebbe in cantiere il volume gemello di Mondi paralleli, quello dedicato stavolta al weird cinematografico di origine narrativa, che però è ancora work in progress. Ma devo dire che mi sono un po’ stancato della saggistica cinematografica e vorrei tornare alla narrativa. Ho qualche racconto in giro, su diverse antologie, vorrei però raccoglierli tutti in un unico volume… il problema sarà sempre relativo a chi potrà pubblicarlo.

Ultima imprescindibile domanda, già fatta a suo tempo sempre su Liberi di Scrivere ad Andrea G. Colombo: Alien è un film horror o fantascientifico?

L’amichevole contesa con Andrea è sempre aperta, avevamo pensato anche di farla pubblicamente… Penso che ogni genere contenga in sé regole e parametri da seguire che lo definiscano incontrovertibilmente come tale, anche un genere multiforme come la SF, capace di “inquinarne” altri, trasformandoli (ma molti appassionati di generi specifici potrebbero dire lo stesso del loro genere preferito, c’è da aggiungere). Oggi la fusione di generi ha un po’ confuso le cose ma non importa, per me un genere si definisce sulla base (ovviamente percentuale… non esiste un cento per cento assoluto) dei temi portanti che mette in gioco. Alien è un film di fantascienza (uno dei più grandi film di fantascienza) perché mette in campo temi portanti che sono indiscutibilmente fantascientifici: esplorazione spaziale, primo contatto con razza extraterrestre, dipendenza umana dalle macchine, insondabilità lovecraftiana del cosmo, space-opera, conflitto e confronto con l’ignoto, tecnologia già degradata che incombe sull’umanità… e potrei continuare. In più, Alien fa paura, come valore aggiunto. Ma solo come valore aggiunto. Anche un film come Sfida a White Buffalo fa paura, perché il bisonte bianco è visto come un mostro… però si tratta di un western, non di un horror. Poi accontentiamo tutti dicendo che Alien è un fanta-horror, così che chi come me deve curarsi di libri enciclopedici sul cinema di fantascienza non abbia problemi a inserirlo sia in un genere che nell’altro… ma se lo mettessi solo in quello horror, definendolo come tale, che direbbe il mio lettore di quello fantascientifico? La cosa non varrebbe invece al contrario. Ma qui devo aggiungere che, ed è opinione strettamente personale, secondo me l’elemento portante che qualifica l’horror è il soprannaturale (anche nella sua valenza più stereotipata) e che tutto il resto che soprannaturale non è rientra in altro genere, anche se suscita paura. Alien è un film con elementi soprannaturali? No. Quindi è fantascienza. Andrea, poi possiamo sempre confrontarci!

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