:: Recensione di Orchidee nere di Rex Stout (Beat 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2012 by

Se Chandler ne La semplice arte del delitto in “Atlantic Monthly”, Boston 1944, scrisse di Hammett che tirò furori “il delitto dal vaso di cristallo e lo buttò in mezzo alla strada”, restituì  “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori”, mise “sulla carta i personaggi com’erano” e li fece “parlare e pensare nella lingua che si usava di soliti per questi scopi” proclamando al mondo i caposaldi indiscutibili dell’ hardboiled, in netta seppur educata polemica con il giallo classico affollato di investigatori dilettanti, maggiordomi infidi, vecchiette pettegole e intriganti con l’hobby dell’ uncinetto, delle rose e del delitto, Rex Stout creando Nero Wolfe riprese a piene mani dalla tradizione più consolidata del giallo classico dell’età dell’oro che vede nello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un modello indiscusso e nume tutelare del celebre Detection Club inglesissimo circolo che racchiude tra i suoi membri tutti i più importanti autori del genere poliziesco. Rex Stout non era inglese ma americano, e la nazionalità in questo caso ha un peso non trascurabile se pensiamo che non scelse la campagna inglese, i castelli, alternando le vicende dei personaggi a the delle 5 e caccia alla volpe, ma come scenario al centro delle sue storie predilesse l’ambiente metropolitano newyorkese, pur tuttavia Nero Wolfe non è certo un investigatore che utilizzi la forza bruta o batta le strade in cerca di testimoni e colpevoli, per questo c’è Archie Goodwin, suo braccio “armato” se vogliamo pronto a sporcarsi le mani mentre lui se ne sta al sicuro nel suo palazzo “fortezza” di arenaria situato al numero 918 della 35a strada, a curare come figli le sue adorate orchidee, a bere birra e ad assaporare le prelibatezze da gourmet che gli prepara il suo fidato cuoco svizzero, bizzarria questa abbastanza singolare se pensiamo che sarebbe stato molto più facile trovargli una nazionalità francese più in sintonia con il personaggio. Ma anche Nero Wolfe non è americano ma montenegrino, e questa sua esotica caratteristica forse singolarmente definisce e giustifica nella mentalità tipicamente americana le bizzarrie che lo caratterizzano: la sua inveterata misoginia, il pessimismo uggioso con cui guarda i suoi simili, il suo fare burbero e scostante, il suo narcisismo imbarazzante figlio di un egocentrismo che tocca picchi davvero grotteschi e quasi caricaturali. Ma pur tuttavia Nero Wolfe suscita simpatia e perché no rispetto, le sue debolezze diventano paradossalmente punti di forza che ne evidenziano la spiccata personalità e lo delineano in modo inequivocabile, non solo per la sua mole, nel panorama degli investigatori del giallo. La nuova collana Giallobeat di Beat edizioni riporta le indagini di Nero Wolf all’attenzione dei suoi numerosi lettori ed estimatori. A novembre abbiamo avuto modo di guastare  Fer-de-lance, a cui seguono dieci nuove avventure caratterizzate da nuove traduzioni e per ciascun volume da una prefazione diversa scritta dalle penne di alcuni dei più famosi intenditori del nostro prode detective, ora è il turno di Orchidee nere con prefazione di Carlo Lucarelli e traduzione della mitica Laura Grimaldi. Il volume contiene due racconti lunghi Orchidee nere (Black Orchids) e Cordialmente invitati ad incontrare la morte (Cordially invited to Meet Death) apparsi insieme nel 1942. Archie Goodwin, voce narrante delle storie, ci porta a conoscere come in una vera e propria indagine nuove peculiarità del nostro eroe montenegrino sempre pronto a rivelare nuove facce di sé. In Orchidee nere succede un fatto straordinario , Wolfe lascia la sua casa–rifugio e per amore di un rarissimo ibrido di orchidea nera si reca ad un’esposizione floreale. Cosa ancora più inusitata lo vediamo blandire Lewis Hewitt, lui di norma burbero e scorbutico, lo vediamo mentire, nascondere testimoni, pur di accaparrarsi i suoi agognati tre rari esemplari, sotto gli occhi sempre più esterrefatti del suo assistente, factotum, amico Archie Goodwin. Questa volta hanno ucciso un giardiniere Harry Gould in un modo tanto astruso e improbabile, che per incastrare il colpevole Wolfe sarà pronto quasi a  rischiare la vita in una camera a gas. In Cordialmente invitati ad incontrare la morte sarà il triste destino di Bess Huddleston, la miglior organizzatrice di ricevimenti per ricchi che New York avesse mai avuto, morta di tetano lunedì 25 agosto ad incuriosire il nostro. Riuscirà Nero Wolfe a dimostrare che è stato commesso un omicidio e a incastrare il colpevole? Non vi dico di più. Il divertimento è assicurato.

Rex Stout nasce nel 1886 e muore nel 1975 negli Stati Uniti. Nel 1934 pubblica Fer-de-Lance (BEAT 2011), il primo volume delle inchieste di Nero Wolfe. Il successo si ripete regolarmente per tutti i 42 successivi volumi, sfornati pressappoco al ritmo di uno all’anno. In BEAT sono usciti anche Orchidee nere (2012), Non abbastanza morta (2012), Entra la morte (2013), Palla avvelenata (2014) e la raccolta di ricette ispirate ai suoi libri Crimini e ricette (2013). Nel 1959 viene premiato con il Mistery Writers of America Grand Master.

:: Intervento in diretta streaming di Clara Sánchez a Libri come

10 marzo 2012 by

Oggi sabato 10 marzo, ore 18 – Intervento in diretta streaming a Libri come di Clara Sánchez, autrice di Il profumo delle foglie di limone e del nuovo La voce invisibile del vento “Come scrivo i miei libri”  Brunella Schisa conversa con lei.
L’intervento dell’autrice ripreso dal sito di Telecom Italia e possibile vederlo grazie a Garzanti sul nostro blog. Libri come, la Festa del Libro e della Lettura promossa e organizzata dalla Fondazione Musica per Roma che si svolge da giovedì 8 a domenica 11 marzo 2012 all’Auditorium Parco della Musica di Roma è arrivata alla terza edizione.

http://librinellarete.telecomitalia.com/garzanti/player.html

:: Un’intervista con Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2012 by

Bentornato Remo su Liberi di scrivere. Da pochi mesi è uscito per Perdisa il tuo nuovo libro Vicolo del Precipizio, un libro scomodo se vogliamo, che mette a nudo molti mali dell’editoria italiana, ma penso che all’estero le cose non siano più rosee, mali che si vorrebbe nascondere, scopare sotto il tappeto, perché tolgono nobiltà alla professione di scrivere. Il personaggio di Giovanni esprime bene questo malessere. Ce ne vuoi parlare?

Da anni vado dicendo una cosa, che per me è importantissima ma che passa inosservata. Vado dicendo che per chi scrive il momento più importante, più bello, più intimo è quello della scrittura. I ricordi più belli che ho io li ho descritti nel primo capitolo di Vicolo del precipizio: gli attimi che precedono la scrittura e poi la scrittura, per ore, magari bevendo caffè e fumando sigari o pipa, come faccio io, con il gatto che mi si strofina ai piedi. Giovanni è lo scrittore che ha perso la passione per la scrittura. Lui fa parte del meccanismo: pubblica libri, si affida agli editor, frequenta altri scrittori, usa la maschera dello scrittore per abbordare donne, chiede anticipi eccetera. Ma non si sente più affascinato dalla scrittura. Giovanni, insomma, è come una malattia: da cui stare in guardia.

Tiziano il doppio protagonista, voce narrante e autore del libro nel libro intitolato guarda caso Vicolo del precipizio è un editor speciale, un ghostwriter, che riscrive a volte di sana pianta testi scritti da altri che sarebbero oggettivamente impubblicabili, e ci mette il “veleno” che il personaggio giudica il suo unico talento. Il mondo delle italiche lettere è davvero così diviso, frantumato tra apparenza e sostanza, tra chi lavora nell’ombra e chi recita pirandellianamente la parte dello scrittore di successo?

Credo che col passare del tempo sia sempre più apparenza, ma in tutto, e non solo nel settore editoriale. Tempo fa un editore (che stimo, perché pubblica libri di qualità) su facebook ha scritto che uno scrittore, se vuole sfondare, deve essere sfacciato. Un po’ rompicoglioni, insomma. Invadente. Questo vuol dire che uno scrittore timido, o anche solo non invadente, e corretto, che non fa operazioni di lecchinaggio frequentando scrittori ed editor, rischia di rimanere tagliato fuori dal mercato editoriale? Lascio il quesito così, senza proseguire…

Tiziano non fa sconti con nessuno né con il mondo editoriale, che in un certo senso disprezza perché penalizza libri che a suo modo andrebbero pubblicati, prendo ad esempio quello della scrittrice veneta, e esalta e idolatra magari altri scritti a tavolino solo per fare cassetta, né con se stesso, giudicandosi marcio, arrivando fino a meditare il suicidio. E’ un personaggio ambiguo, che suscita simpatia e nello stesso repulsione, penso all’eccitazione che prova verso Cristina durante i suoi attacchi epilettici, alle voci che mette in giro sul conto del padre roso dalla gelosia verso Mariano, alla crudeltà quando consegna il manoscritto ad Alice chiaramente innamorata di lui. Costruendo questo personaggio gli hai dato qualcosa di te o è solo una creazione letteraria?

Flaubert diceva che bisogna pensare come dei pazzi e io, quando scrivo, lo faccio. A Tiziano io ho prestato solo i miei ricordi, le mie turbe no. Proprio oggi ho scoperto, leggendo una recensione su Vicolo del precipizio, che Tiziano è il mio alter ego. Allora, a me sta bene tutto: lettori e critici possono dire qualsiasi cosa dei libri in generale e quindi anche dei miei, ci mancherebbe. Ma quando mi vengono a dire che io sono coma Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti, o come Tiziano, di Vicolo del precipizio, dico di no, che potrebbe essere ma non è così.

A capitoli alternati osserviamo Tiziano dall’esterno, e dall’interno come voce narrante del libro che sta scrivendo. Nel cinema penso a Effetto notte di  François Truffaut, amano fare film nel film. E’ un gioco di specchi, in cui la membrana che separa la realtà dalla creazione letteraria si fa sempre più sottile, ci si confonde, si ha la sensazione di leggere un diario. Come hai creato questa sensazione di vertigine?

Il libro è un metalibro. Nei capitoli intitolati Torino, Luglio (e poi Torino, agosto, nel finale) c’è, in terza persona, il presente di Tiziano. Nei capitoli intitolati Vicolo del precipizio c’è invece il passato, ma fino a un certo punto: a un certo punto arriva il precipizio. Tiziano precipita nella sua stessa mente. Al posto del passato arrivano le fantasie e i ripensamenti sulla propria vita. Da qui il senso di vertigine.

Ho amato molto il personaggio di Mimma, generosa, materna, allegra, depositaria di una saggezza contadina che va scomparendo, che consegna i suoi quaderni, lei quasi analfabeta, lontana da ogni gioco editoriale, per dare a Tiziano la materia grezza dei suoi libri I racconti della vecchia osteria prima e Vicolo del precipizio poi. Che il giorno di una presentazione se ne sta in disparte, quasi vergognosa, e arrossisce quando la madre di Tiziano con uno sguardo segnala a tutti i partecipanti che è lei la donna che lui ringrazia. Esiste davvero a Cortona, una Mimma con un altro nome, un altro volto, o nasce come mille facce di altri che ti hanno ispirato?

Mimma è stato il personaggio più facile da creare. Mimma, che nel libro è l’amica di famiglia ed è la madrina di Tiziano, esiste davvero, ed è mia madre. Tiziano, a un certo punto, riceve un regalo dalla Mimma, un quaderno. Dove lei ha scritto storie, anche boccaccesche, dove lei ha trascritto le canzoni dei cantastorie. E’ successo anche a me, nella vita reale: un giorno mia madre mi ha regalato un bloc notes con storie e ballate. Mimma è una contadina sensibile, forse troppo, anche mia madre è così. Piangeva quando ammazzavano il maiale che lei aveva nutrito. Mimma, che ha fatto solo la terza elementare, ha letto solo due libri: La storia dei fratelli Cervi e I promessi sposi. Allora, mia madre ha letto La storia dei fratelli Cervi, I promessi sposi, Il vangelo e i libri che ho scritto io.

I luoghi: Cortona e Torino. Cortona la tua Toscana dell’infanzia: “Cortona è un libro che qui posso raccontare” ha pensato Tiziano guardando le ultime finestre illuminate dei palazzi severi di Torino. Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Torino la grande città dove fuggire dove costruirsi una carriera. Parlami di questi luoghi. Come hanno influito sulla narrazione?

Cortona è il ricordo delle mie estati spensierate, dei miei primi amori, è il ricordo dei racconti, spesso fantasiosi, che ascoltavo, con attenzione. Cortona, oggi, è il luogo degli infiniti ritorni: appena posso ci vado, Ogni capodanno ci vado, ci andrò tra pochi giorni, spesso vado lì a scrivere. A Cortona incontro il ragazzo che ero, rivedo i suoi sogni. E poi c’è Torino che ha lo stesso valore di Cortona: nel 1982 cominciai ad andarci, tutti i giorni, per frequentare l’università. Lavoravo in fabbrica allora. Prendevo il treno da Vercelli tutte le mattine all’alba per arrivare a Torino. Un’ora all’andata e una al ritorno. All’inizio era la grande città che mi frastornava: troppo grigia, incasinata. Troppa gente. Piano piano, invece, ho cominciato ad apprezzarla. Torino è bella. E poi: se vuoi nasconderti, se non vuoi vedere nessuno non c’è nulla di meglio che una città grande. E la mia mente oscilla, come quella di Tiziano (qui sì che gli somiglio): certi giorni vorrei essere a Torino, e camminare camminare, ascoltando solo il rumore dei miei passi e del traffico, altri giorni vorrei essere a Cortona, magari in piazza, che di sera si riempie di gente e di voci.

C’è molto Buzzati, Chiara, Fenoglio, Calvino che mi pare aver letto che non ti piace molto. Che libri leggevi durante la stesura di Vicolo del precipizio? Quali autori ti hanno ispirato?

Quando scrivo o riscrivo non leggo mai un libro intero. Magari leggo qualche pagina di qualche autore che, a mio avviso, ha una scrittura musicale. Mi sembra di ricordare che tra la prima stesura di Vicolo del precipizio e la seconda ci fu una pausa in cui lessi i racconti di Yates, ma non ne sono certo.

Per concludere, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità vorrei chiederti se attualmente stai scrivendo. Progetti per il futuro? 

Sto rivedendo tre racconti neri, che ho scritto qualche mese fa. Li sto anche spedendo a qualche editore. Poi spero di continuare a scrivere, perché io se scrivo vivo meglio, vivo due volte, vivo la mia vita e quella dei miei libri.

:: Recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2012 by

Ecco il foglio bianco, solo il titolo sporca la pagina e io a riflettere su come iniziare la recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini. Di solito non mi mancano le parole, anzi si affollano nella mia mente e mi tocca ordinarle, disciplinarle, privarle in un certo modo del loro anarchico fluire. Esercitare insomma il mestiere di scrivere, mestiere che Bassini fa così bene, sa raccontare, sa partire da un dettaglio e costruirci una storia, sa partire da un piatto tipico toscano, da una strada fatta di scalini, dallo sguardo ombroso di un personaggio e creare parole che diventano una musica, che vanno scritte così e non in un’altra maniera. Vicolo del Precipizio è un libro duro, in certe parti anche cattivo decisamente non afflitto da alcuna sorta di autocompiacimento. Il personaggio principale, il soggetto centrale intorno a cui ruota, sgorgando come da una sorgente avvelenata, torbida, la storia è un uomo di quasi cinquant’anni, un uomo che non si ama, come non ama il suo lavoro di scrittore impuro, di ghostwriter di scrittori che hanno bisogno del suo talento per sopravvivere in una giungla letteraria che non fa sconti per nessuno, che divora, fagocita avidamente chi non accetta le regole del gioco. Tiziano, questo è il suo nome, dopo aver intrapreso la nobile professione scrivendo giovanissimo un libro di racconti I racconti della vecchia osteria dando voce alla tradizione della sua terra, ai canti dei contadini, alla memoria di gente umile ma piena di dignità e moralità, ottenendo anche un discreto successo, ha scelto di dare il suo talento, rifuggendo il successo che lui giudica privo di senso e inutile, in cambio di un ben remunerato ruolo di comprimario oscuro, di nascosto demiurgo della fortuna letteraria altrui. Forse grazie al suo carattere schivo, al fatto che balbetta quando troppo emozionato, al suo umbratile caratteraccio toscano, è uno dei migliori nel suo lavoro, rispettato dal suo capo, un importante e influente agente letterario, che in fondo ha paura di lui, lo teme per il suo modo disinvolto di svelare i segreti, di parlare troppo. Quando un ghost ha come prima regola il silenzio, l’auto eliminazione, lo scomparire sullo sfondo per lasciare tutta la luce allo scrittore famoso, a chi deve rifulgere in pubblico. Ma Tiziano è stanco, basterà un’estate, due mesi, luglio e agosto, in un’afosa Torino che lo costringe a scrivere sul terrazzino, o a farsi rinfrescare i piedi nudi da un ventilatore, e messi da parte i lavori altrui scriverà finalmente per sé, perché a volte per un libro basta un lettore solo, e scrivere è terapeutico, anche se fa soffrire, quando si scava troppo in fondo. Ma un impulso autodistruttivo ha risvegliato l’antica fiamma e ora deve scrivere di sua madre, di suo padre, di suo nonno comunista e mangiapreti, delle donne della sua vita Magda, Cristina, della sua seconda madre Mimma, della sfortunata Andreina, degli amici. Deve fare pace con i suoi fantasmi, con suo padre per cui ha abbandonato Cortona, e solo allora potrà tornare a casa, riacquistando se stesso. Sullo sfondo il personaggio di Alice, la dirimpettaia curiosa, l’innamorata, il pubblico silenzioso che assiste alla sua arte di comporre, la donna che capisce di essere stata rifiutata ancora prima di essersi offerta, che non può far altro che cercare di dimenticare. Vicolo del precipizio è un libro così, con il fascino antico della novella raccontata, tramandata oralmente di bocca in bocca, tante schegge di attimi, racconti che si incastrano tra loro come i tasselli di un puzzle, tanti personaggi minori, che per un attimo hanno tutta la luce su di sé e diventano protagonisti: il sagrestano vendicativo, il prete con moglie, la Nina, il Lucarone, Mariano e i suoi maglioni verdi, la Clara, è strano sembra doveroso nominarli tutti fino all’agente letterario, a Lucetta, a Giovanni. Tutti coralmente impegnati a recitare la loro parte nel mondo creato dall’autore. Tanti personaggi da commedia dell’arte e che Bassini abile capocomico sa far comparire e scomparire, lasciando echi dietro di sé, perché la scrittura è un gioco di memoria, e i personaggi anche quelli totalmente inventati sono veri, nascono da verità profonde per lo meno. E uno scrittore impara questo prima ancora di scrivere su un foglio bianco. Impara l’umiltà, la disciplina, la sofferenza e perché no impara che una storia una volta scritta non è più sua, ma diventerà vita nella mente dei lettori che la leggeranno.

:: Segnalazione di Se non ora quando? di Eve Ensler

8 marzo 2012 by

Titolo originale: A Memory, a Monologue, a Rant, and a Prayer
Pagine: 224 Prezzo: 15,00 euro Piemme

“Il mondo comincia a cambiare quando uno dice: si può fare.”

Eve Ensler

“La Ensler si è fatta la reputazione di ‘una che rompe i tabù’ con i Monologhi della vagina: qui continua con quello spirito, chiamando la violenza sulle donne “una questione che sopravvive sfacciatamente in tutto il mondo ma di cui non si parla, non si vede, non le si dà peso ne’ significato”.

Publishers Weekly

Non si stanca mai Eve Ensler. Non si ferma mai. Da quando nel 1996 I monologhi della vagina (Obie Award 1997) furono messi in scena per la prima volta al Cornelia Street Cafè nel Greenwich Village di New York, diventando quello che sono diventati per tutti noi – tradotti in 48 lingue e “gridati dal palco” in ben 120 paesi dalle voci di donne a attrici “giganti” come Susan Sarandon, Melanie Griffith, Cate Blanchett, e in Italia da Lella Costa, Athina Cenci e tante altre -, la Ensler non si è più fermata.
Autrice cult, drammaturga leggendaria, poetessa, regista, veterana paladina dei diritti delle donne, ha fondato nel 1998 il V-day, un movimento internazionale per fermare la violenza contro le donne annoverato nel 2001 dal Worth Magazine fra i migliori cento “best charities”. Nel giugno del 2006, a New York, come emanazione del V-day, la Ensler mise in piedi la prima edizione di Until the Violence Stop Festival, una due settimane di manifestazioni e performance artistiche in giro per la città, in occasione della quale la “vagina warrior”, come è anche chiamata, commissionò una serie di monologhi e scritti d’avanguardia a significative voci di autori e autrici, drammaturghi e drammaturghe, celebrities e femministe di tutto il mondo. Il risultato fu A memory, a monologue a rant and a prayer: due performance teatrali, due serata di reading a New York City che videro calcare la scena a Jane Fonda, Brittany Murphy, Isabella Rossellini. Un anno dopo quell’esperienza diventò un libro curato dalla Ensler insieme con Mollie Doyle, edito da Villard Books (4 stelle su GoodReads, recensione del Publishers Weekly), e oggi pubblicato da Piemme con il titolo Se non ora quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne (riprendendo nell’omonimia della domanda “Se non ora, quando?”, il nome di un movimento “per le donne” nato nel nostro paese nell’ultimo anno e che ha visto scendere in piazza nomi noti dell’arte, della cultura, dello spettacolo). Un coro di voci autorevoli colme di sdegno, un grido per la dignità e la libertà di ogni donna “il cui potere”, scrive Publishers Weekly, “sta nell’effetto combinato dei racconti, che, uno dopo l’altro, tirano fuori tutti i modi sottili e spaventosi in cui la violenza è stata ed è ancora oggi perpetrata contro le donne”. Un libro che arriva al cuore del dibattito sociale e civile sulla questione, in ogni sua forma, in ogni luogo. Da quel giugno newyorchese, nell’ambito del V-day, Se non ora quando? è stato portato sulla scena a scopo benefico centinaia di volte, dalle università ai piccoli centri (e, se interessati, il libro spiega come fare). In esso risuona un messaggio di denuncia inequivocabile e una “chiamata alle armi” per la nostra coscienza: la violenza sulle donne è ovunque. In alcuni paesi del mondo è plateale e brutale. Così quotidiana da sembrare ineluttabile. In altri, in quella “progredita” realtà occidentale che ben conosciamo e in cui le donne hanno conquistato almeno formalmente ogni diritto sociale, civile, politico, essa invece è insidiosa, strisciante, nascosta. Perfino glamour, talvolta. Nomi importanti di scrittori come Dave Eggers e Edwige Danticat, femministe storiche come Alice Walker e Carol Gilligan, e celebrità come Jane Fonda e Kathy Najimy, si uniscono all’energia della Ensler per strappare i lettori alla loro passività. Michael Cunnigham ci parla di automutilazione; Eggers di rapimento in Sudan; la Gilligan racconta di una figlia testimone di continue violenze sulla madre; Susan Miller di donne sole nel crescere i figli; Patricia Bosworth testimonia intimamente dello stupro subito. Tanti altri sono gli scritti: di Hanan al-Shaykh, di Tariq Ali. E tutti, in fondo, rilevano un’unica, bestiale realtà: la violenza femminile è tentacolare e multiforme. Se andiamo in Congo, in Ruanda, in Darfur, le donne, lo sappiamo, sono vittime di stupri etnici e politici, rapite, picchiate e violate perché pedine fragili sullo scacchiere dei conflitti tribali. Se restiamo qui, in Italia, in America, sono tante le compagne, le mogli che quotidianamente vengono picchiate tra le mura di casa. E le figlie costrette a esserne testimoni impotenti. Non basta lavorare, fare politica, avere ottenuto per legge pari libertà e pari diritti degli uomini. Ad uno sguardo più consapevole e attento, le sorelle africane non sono lontane da noi. Questi racconti, toccanti, tragici, arrabbiati, ispirati, emozionanti e a tratti leggeri e poetici sono qui per ricordarcelo. Per non farci abbassare la guardia, mai, sulla dignità della donna. Un bene che va difeso per un mondo migliore.

Eve Ensler è scrittrice, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e regista. Ha alle spalle una lunga militanza come attivista per i diritti delle donne. Vive a New York, dove insegna drammaturgia all’università. La sua opera più importante, I monologhi della vagina (insigniti nel 1997 del prestigioso Obie Award) è stata tradotta in 48 lingue e portata in scena con grande successo in 120 paesi: a Broadway (da star come Susan Sarandon, Glenn Close, Melanie Griffith e Winona Ryder), a Londra (da Kate Winslet e Cate Blanchett), in Italia (da Lella Costa, Lucia Vasini, Lucrezia Lante della Rovere, Athina Cenci). Da questa pièce è nato il V-Day, contro la violenza sulle donne. Per Piemme ha pubblicato Io sono emozione.

:: Incipit de Le descrizioni di Monica Dall Olio (Perdisa Pop)

7 marzo 2012 by

Dal 28 marzo in libreria

Perché lo scorso inverno mi sentii soffocare. Persi il respiro, dalla pancia mi salì su un vuoto. Adesso mi squarcio in un buco cosmico, pensavo, che tutto il corpo mi divora. «È giunta l’epoca del lavapentole inoxigenico», diceva la voce di Carosello dal tinello. E a poco a poco, il buco si espandeva, penetrava nella gola. Si condensava in una poltiglia di catarro, e cominciavo a tossire. «Oplà! E Cincincontriamo! Io con te, tu con lui». Buttavo per terra la coperta, poi la bambola di pezza Filomena; mi era venuto caldissimo, sfilavo la maglia del pigiama. Mi precipitavo giù dal letto, correvo in bagno. Sputavo. Una schiuma giallo fosforescente, come la bava delle lumache, mi riempiva la bocca. La guardavo scivolar giù dalla vasca, attaccarsi viscida alle pareti. «Vivo e fresco, appunto Cin», diceva Carosello. Poi arrivava mia madre, col grembiule e il mestolo sporco di brodo ancora in mano. «Sputa», diceva, «sputa», ripeteva, tenendomi premuta per il collo. «Io con te, tu con lui, tutti insieme». Espellevo saliva. «Sputa», diceva mia madre. Non ne posso più di sputare. «Io non ne posso più di sputare!» urlavo. Poi sentivo il pavimento gelido sotto i talloni nudi. Mi toglievo i pantaloni del
pigiama e ci montavo sopra. Mia madre usciva dal bagno. «A modo nostro, vivo e fresco», diceva Carosello, «vivo e fresco, appunto Cin». Tornava con la scatola dell’aerosol e uno sgabello. Lo metteva davanti al lavandino. Ci montavo sopra e lei m’infilava la mascherina sul naso facendo girare l’elastico dietro le orecchie. Collegava la spina al muro. «Vivo e fresco, appunto Cin». «Respira», diceva mia madre, «se respiri, guarisci ». Dalla scatola usciva un vapore di nebbia molto fitto e concentrato che incanalato su per il naso, mi faceva sentire come catapultata all’improvviso in cima a una montagna, dove tutta l’aria del mondo era finalmente solo per me. «Respira », diceva mia madre tenendomi per le spalle. «Cincincontriamo a fare Cin», diceva Carosello.
Una mattina di febbraio, non andai all’asilo. Mangiai le fette biscottate col salame, bevvi il caffelatte che era ancora buio fuori, poi mia madre mi rimise a letto. Mi cambiò il pigiama con uno più elegante, che aveva scelto Sara, decorato di bolle gialle rosse e blu e un orsetto lavatore, e sopra m’infilò un pullover, perché non dovevo prender freddo, dato che
nevicava.
Dopo arrivò il pediatra, che mi fece scoprire la schiena e ci appoggiò sopra una piastra gelida, collegata a dei tubi di gomma che si infilò nelle orecchie, e così poteva sentire il mio respiro. Poi mi batté le dita in vari punti, come quando si bussa a una porta.
«Questa bronchite si cura con lo iodio sprigionato dal mare», disse.
Mia madre mi rivestì; lo invitò in salotto.
Appena furono usciti dalla camera, scesi dal letto e andai ad ascoltare attraverso la porta, nel corridoio, che cosa si dicevano sulla mia persona, sul respiro che a volte mi mancava.
«Il sale», spiegò il pediatra, «è un vero toccasana per i bronchi infiammati».
«L’aerosol non fa abbastanza?» disse mia madre.
«Il mio consiglio è quello di portare la bambina in una
bella località marittima della Riviera. E farcela restare per parecchi mesi».
«Le sarebbe di giovamento?».
«Vedrà che rinascita!».
«Eh sì, è così bello il nostro mare…» disse mia madre.
«Bello e salutare», la corresse il pediatra.
Bevve un bicchierino di amaro a piccoli sorsi, con le narici dilatate, come se i cavalloni marini fossero davanti a noi.
Perciò quell’anno, dopo le vacanze d’agosto, non tornai a casa.
Mia madre telefonò alla pensione, dove ero rimasta sola con Sara, perché lei era dovuta tornare in città ad aiutare mio padre a mettere ordine nel magazzino della ferramenta. La signora Emma mi chiamò alla cabina del telefono, mi passò la cornetta: «Tieni, carina».
«Resti con Sara a Camogli», disse mia madre. «Sei contenta? ».
In fondo al corridoio, facendo scivolare sul muro il modellino della Spider, Gigi mi sbirciò di traverso.
«Perché?» chiesi.
«Così guarisci».
«Questa non è la mia casa e non ci sono i giochi…».
«Giochi con Sara», disse mia madre. «Vi divertirete, vedrai».
La sorella mi strappò di mano la cornetta.
«Cosa ci faccio al mare in novembre?» protestò. Non se
l’aspettava; era furiosa.

:: Carolina Crescentini & Banana Yoshimoto: Kitchen in audiobook

6 marzo 2012 by
Da domani in libreria

Carolina Crescentini legge KITCHEN di Banana Yoshimoto

1 CD MP3, versione integrale, euro 12,90

Emons:Feltrinelli

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…”. Così comincia il romanzo-cult di Banana Yoshimoto, Kitchen. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute che siano, infatti, riempiono i sogni di Mikage, la protagonista di questo primo libro della Yoshimoto, tradotto per la prima volta nel 1991 proprio in italiano. Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, vede nelle cucine il calore di quella famiglia che ha sempre desiderato. Ma la famiglie si possono non solo scegliere, anche inventare. Che male c’è? Così il padre del giovane amico Yuichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità che la voce flessibile di Carolina Crescentini calza a pennello.

Con questo romanzo di successo immediato e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine insolita del Giappone , con un linguaggio fresco e originale, quasi una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.

Banana Yoshimoto è nata a Tokyo il 24 luglio 1964. Il desiderio di scrivere e l’ambiente in cui è cresciuta – è figlia di Takaaki Yoshimoto, uno dei più noti filosofi e critici giapponesi degli anni ’60 – hanno presto fatto emergere il grande talento della giovane Banana che a soli ventiquattro anni era già famosissima grazie al suo primo libro, Kitchen, tradotto per la prima volta proprio in italiano. Il suo stile caratterizzato da un linguaggio intimo e semplice è particolarmente apprezzato dai giovani che bene sanno cogliere la solitudine e il dolore del crescere tra i temi affrontati nei suoi testi.

Occhi azzurri da cerbiatta e un bel pizzico di sensualità, Carolina Crescentini ha bruciato le tappe, passando dalla Notte prima degli esami di Brizzi a Parlami d’amore di Silvio Muccino, a Venti sigarette di Amadei,  a Boris, il film, per cui ha vinto il Nastro d’Argento e il Ciak d’Oro come miglior attrice non protagonista. Il 2012 la vede al fianco di Pierfrancesco Favino ne L’industriale di Montaldo.

:: Un’ intervista con Tom Piccirilli

4 marzo 2012 by

Ciao Tom. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tom Piccirilli? Punti di forza e di debolezza.

Se avessi una qualsiasi idea di chi io sia, o di quali siano i miei punti di forza e di debolezza, probabilmente non sarei uno scrittore. E’ attraverso la mia narrativa che imparo qualcosa su di me e cerco di trovare una risposta su chi sono e su come mi muovo nel mondo.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi  studi, della tua infanzia.

E’ tutto nella media, e piuttosto noioso, come si può intuire.

Che lavori hai svolto in passato, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Non ho avuto posti di lavoro significativi prima di scrivere. L’estate che mi sono laureato all’università hanno accettato il mio primo romanzo e ho battuto la tastiera da allora.

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Ho iniziato a scrivere quando ero un bambino, ma la passione è cresciuta sul serio durante il mio ultimo anno di liceo. Ho iniziato a presentare le mie storie circa in quel periodo e ho potuto affinare la mia voce e la mia tecnica e sviluppare il mio stile nel corso degli anni successivi.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

All’inizio, certo. Ci sono voluti anni per me per affinare la mia voce abbastanza per iniziare a vendere la mia fiction, e poi c’ è ancora voluto qualche anno prima di sentirmi completamente a mio agio con la mia voce narrante.

Tu sei un autore versatile. Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa dell’orrore?

Sono sempre stato attratto dalla dark fiction, ma l’ horror mi piace sempre meno, man mano che invecchio. Non riesco ad accettare alcuni elementi fantastici usati unicamente per spingere le trame. Preferisco la complessità, e un sacco di offerte horror recenti non sono così. Solo non posso accettarlo, non posso permettere alla mia immaginazione di adeguarsi. Forse la ruota girerà di nuovo, un giorno.

Perché uno scrittore con un talento evidente come il tuo non è più conosciuto in Italia? Danilo Arona ha detto: ” E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome…” Cosa diavolo non funziona nel mercato editoriale?

Colpito! Se mai lo scopri, per favore fammelo sapere.

Il tuo stile è molto particolare. Nasce spontaneo o è il frutto di un costante lavoro di riscrittura ?

Non importa a quale forma o genere stia lavorando, il prodotto finale è di solito la combinazione di una narrativa oscura, e piena di atmosfera caratterizzata da una buona dose di umorismo sardonico non convenzionale. Le risate lungo la strada sottolineano gli aspetti più oscuri delle vicende, e viceversa. E il mio modo di trasferire temi e format da un genere ad un altro: i segreti del passato, la ricerca di redenzione, la paura di fallire, le delusioni della mezza età, la vita familiare disfunzionale. Non so per quale  motivo ma tutto ciò sembra avere un grande significato per me, e così io continuo a scendere nel pozzo.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Certo, ma se sono negative, cerco di non lasciare che mi deprimano.

Il tuo primo romanzo Dark Father, uscito in età molto giovane, è stato un grande successo. Puoi dirci qualcosa sul processo di scrittura del libro?

Padre delle tenebre è stato acquistato dal noto editor Giovanni Arduino per la Sperling & Kupfer. Mentre il romanzo fece a malapena un guizzo prima di affondare nell’oblio qui negli Stati Uniti, sembra abbia fatto meglio in Italia e Germania, dove è stato pubblicato in hardcover e paperback per varie ristampe. Comunque era il mio primo romanzo, e ammetto che era pieno di stravaganze letterarie e le ambientazioni erano spesso poco realistiche, ma ero molto giovane quando l’ho scritto.

Headstone City è un altro tuo grande successo. Cosa ti ha ispirato a scrivere questo libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Non so dove prendo gli elementi centrali delle mie idee. Non riesco a pensare ad un singolo episodio o un evento e dire che è quello che mi ha messo sulla strada per scrivere un libro o un altro. E’ tutto uno spezzatino e la ricetta è sempre diversa. Volevo scrivere un romanzo che fondesse elementi crime con elementi horror ed è nato Headstone City.

Qual è stata la parte più faticosa durante la scrittura?

Per quanto riguarda le sfide: gli scrittori di dark fiction sono soliti indulgere sempre nelle loro fantasie e nelle loro paure più profonde. Sono attratti dalle cose terribili. Ecco dove trovano il loro dramma. Ecco dove trovano il loro amore. Cercano di strappare le loro proprie cicatrici per farle sanguinare di nuovo. Ed è da quel sangue che facciamo sgorgare la nostra arte. Se arte è, alla fine. Ma qualunque cosa sia, la creiamo evocando l’angoscia e i conflitti e le scene di sangue e  le macerie.

Qual parte preferisci del processo di scrittura?

L’aspetto più gratificante è quando qualcuno reagisce ai miei lavori nel modo in cui speravo facesse. Quando sono commossi e sconvolti e hanno imparato ad amare i personaggi come li amo io, e la scrittura ha un vero significato per loro.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Non ho mai fatto una visita ufficiale, ma ho conosciuto molti dei miei lettori a convegni o  durante la firma dei libri. Non ho aneddoti pittoreschi o intelligenti da condividere con nessuno. Mi diverto ad incontrare i miei fan e sembra che anche loro si divertano con me. Oltre a questo, apprezzo chi dimostra interesse per mio lavoro.

Hai citato questi autori: Albert Camus, Kurt Vonnegut, John Steinbeck, John Irving affermando che ti hanno influenzato. I tuoi romanzi evocano una grande tradizione letteraria. Era nelle tue intenzioni?

Beh, la voce di uno scrittore, come lo scrittore stesso, è sempre mutevole in una certa misura. Stiamo vivendo, respirando e la nostra voce narrante è organica a questo. La mia visione del mondo è mutata, i motivi e temi che mi interessano ora all’età di 46 sono leggermente diversi da quelli che mi interessavano quando ne avevo 25. Ora mi preoccupo di cose che allora non capivo. Un grande scrittore fantasy,  Jack Cady, una volta mi disse di non gettare mai via i lavori incompiuti, perché ad un certo punto nella vita avrei forse avuto l’abilità e il controllo di scrivere certe cose che non ero capace di scrivere in quel momento, e d’altro canto non avere più il fuoco e la crudezza che avevo allora. E aveva ragione. Ho sempre pensato che fosse importante trovare la bellezza innata del linguaggio, mentre scrivevo. Non ho mai voluto essere uno scrittore semplice, ma allo stesso tempo bisogna sempre stare attenti a non scrivere ogni frase come se  si volesse essere lodati, che era probabilmente l’errore principale che commettevo agli inizi della mia carriera. Questo aspetto “fantasmagorico” è importante per far sentire al lettore qualcosa di profondo. Come un fantasma, voglio che la storia si libri e volteggi nella mente del lettore. Non voglio semplicemente divertire i miei lettori, voglio smuoverli.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Possono venire a trovarmi su Facebook, o seguirmi su Twitter, o semplicemente mandarmi una mail all’indirizzo PicSelf1@aol.com.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito una copia preliminare di un romanzo di Max Allan Collins & Mickey Spillane Lady, Go Die.

Infine, per concludere l’ultima domanda. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Il mio prossimo romanzo è un crime novel intitolato The Last Kind Words. E’ la storia di un giovane ladro che si chiama Terrier Rand, che torna in seno alla sua famiglia di criminali alla vigilia dell’esecuzione di suo fratello Collie. Collie, quasi impazzito senza apparentemente nessuna ragione, commise una strage uccidendo otto persone. Ora, cinque anni più tardi, Collie giura che ne ha uccise solo sette e che l’ottava è stata il lavoro di qualcun altro. Terry non ha solo a che fare con un ex-migliore amico, una vecchia fiamma, alcuni ragazzi della mafia, e altri delinquenti assortiti, ma è anche costretto a indagare su quella notte  in cui suo fratello impazzì e deve scoprire se Collie stia dicendo la verità. Ma più di tutto, ha tanta voglia di conoscere la ragione per cui suo fratello abbia fatto quella carneficina, nella speranza di non essere mai spinto a fare lo stesso. Di recente sto lavorando al seguito intitolato The Last Whisper in the Dark.

:: Un’ intervista con Fabio Bussotti

3 marzo 2012 by

Grazie Fabio per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Fabio Bussotti? Attore, regista, appassionato di Borges.

Sono principalmente un attore, da quasi trent’anni. Allievo di Vittorio Gassman, ho attraversato tutti i generi. Ho preso parte a una trentina di film e ho vinto il Nastro d’Argento nell’89 per l’interpretazione di frate Leone nel Francesco di Liliana Cavani. Borges lo leggo spesso, soprattutto quando ho bisogno di trovare uno spunto.

Hai esordito con L’invidia di Velazquez e ora proponi Il cameriere di Borges. Parlaci del tuo libro. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Anche il mio secondo libro, e cioè Il Cameriere di Borges, è nato come soggetto cinematografico. Pensavo a una storia  tra Roma a Buenos Aires in cui un vecchio padre andasse alla ricerca di una figlia abbandonata trent’anni prima. Spero ancora di poter convincere un produttore a realizzare questo film. Ci spero, ma è dura.

Già dal titolo è un omaggio a Borges di cui riprendi molti dei suoi temi più amati: il doppio, il viaggio, il libro come strumento quasi magico, il rapporto tra realtà e memoria, tra menzogna e verità, tra sortilegio e inganno. In cosa pensi il grande maestro argentino ti abbia ispirato maggiormente?

Il tema del doppio è quello che ricorre più spesso ed è, per motivi teatrali, quello che mi ispira di più. Il personaggio di Evaristo Torriani porta a estreme conseguenze questo tema comparendo contemporaneamente in varie parti del mondo: in realtà, è il suo metodo per scomparire, per rendersi invisibile.

Il tuo libro è pieno di citazione letterarie: riferimenti a Gadda, un personaggio chiama Bertone Ingravallo,  Osvaldo Soriano, Alfonsina Storni, Baldomero Fernández Moreno, una divertita autocitazione. Se nel tuo libro precedente tema ispiratore era la pittura, in Il cameriere di Borges tema ispiratore è la letteratura?

Sì , è così. Ma io ci gioco sopra, con divertimento.

Puoi riassumerci brevemente la trama, per i lettori che non l’avessero ancora letto?

E’ la storia di un vecchietto che scompare e del commissario Bertone che si mette a cercarlo. Ben presto si viene a sapere che il vecchietto non era ciò che diceva di essere; nel suo passato ci sono personaggi come Che Guevara, Allende, Borges e una figlia abbandonata a Buenos Aires  nel ’79.  Per venire a capo di questi enigmi, il commissario dovrà volare in Argentina e fare i conti con tante vite diverse che il tempo e la Storia hanno contribuito a separare.

Come nasce il personaggio di Flavio Bertone? E’ il frutto di tante contaminazioni, di tanti ispettori e commissari che hanno popolato la letteratura poliziesca? A chi si ispira di più?

Credo che l’aspetto romantico sia dominante. Nel primo romanzo era più burbero. Adesso è un cinquantenne in cerca di sentimenti e con la nostalgia di un figlio che non ha mai avuto. Bertone si ispira a tanti modelli, naturalmente (da Maigret a Marlowe), ma adesso vive di vita propria. E’ indipendente e se ne frega dell’autore.

Flavio Bertone e le donne: una ex moglie ancora innamorata, una fidanzata madrilena di forme abbondanti con la quale sogna di fare un figlio. Non è esattamente uno scipafemmine ma sa farsi amare. Quale è il suo segreto?

E’ sincero e non nasconde le sue fragilità. Non si risparmia mai. E’ generoso. Fin troppo. Le donne lo amano, ma alla fine lo mollano.

Parte del libro è ambientata in Italia, parte in Argentina paese che sembri conoscere per esperienza diretta. Che legami pensi ci siano tra questi due paesi, storici, politici, letterari? In cosa pensi si differenzino?

Questa domanda è molto impegnativa,  dovrei rispondere con un saggio e, temo, non breve. Gli italiani d’Argentina sono tanti e hanno contribuito e ancora contribuiscono alle fortune e alle disgrazie di quel grande Paese che per noi è geograficamente lontano, ma vicino nel cuore.

Il personaggio di Evaristo Torriani alias Vincenzo Binetti è un personaggio affascinante, misterioso, sfuggente: una spia, un guerrigliero nella foresta boliviana accanto a Che Guevara, collaboratore di regime, ladro internazionale, cameriere personale di  Borges, ora vecchio morente che come ultimo desiderio vuole rivedere sua figlia. Come hai costruito il suo personaggio?

Questo è il personaggio più borgesiano del romanzo. Sfugge a ogni definizione. Sembra più una creazione letteraria che una persona in carne ed ossa. Anche lui, ormai vecchio, non sa più quale sia la più autentica delle tante vite che ha vissuto.

Un inedito di Borges, e un elenco dei veri genitori degli orfani della dittatura militare di Videla. Il libro come oggetto fisico, depositario di memoria, strumento di denuncia dell’orrore, cosa rappresenta nel tuo romanzo?

Il libro è sempre una menzogna, un artificio, finzione. Ma è grazie ai libri se qualche volta capiamo  la realtà.

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato, da cui hai più imparato?

Montanelli, Arpino, Buzzati. Mi piacciono. Che ci posso fare?

Il tuo essere attore in che misura ha influenzato il tuo essere scrittore? Che bagaglio di esperienza recitativa, immedesimazione, capacità di analisi, ha arricchito la tua prosa?

Studio i personaggi che scrivo come se li dovessi portare in scena. E’ un metodo mimetico. Non so se funziona, ma io mi diverto.

C’è qualcuno che vorresti ringraziare, che ti ha incoraggiato, aiutato con suggerimenti, consigli, anche critiche?

Giulio Mozzi, che mi ha dato sempre consigli preziosi e mi ha esortato a sviluppare i personaggi.

Afterglow dei Genesis, stesso titolo dato a Borges a una sua poesia, ha un ruolo decisivo nel libro, senza svelarlo ai nostri lettori, come è nata l’idea di utilizzare un brano musicale in modo così diciamo strategico?

Mi piacciono i Genesis. Tutto qui.

Il romanzo ha interessato numerosi registi, ho sentito i nomi di Liliana Cavani e Marco Bechis, presto sarà un film grazie a una coproduzione italo-argentina. Puoi dirci qualcosa di più? Contribuirai alla sceneggiatura?

Allora, per essere chiari, la storia del film non è affatto sicura. E’ vero che il romanzo è piaciuto alla Cavani e a Bechis, ma per adesso la produzione italo-argentina non c’è. Ci stiamo lavorando e se avremo buone nuove, vi faremo sapere. Se tutto andrà bene, contribuirò alla sceneggiatura.

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità : a cosa stai lavorando ora?

Presto sarò in teatro con il “Caso Braibanti”, un testo di Massimiliano Palmese per  la regia di Giuseppe Marini. Ogni tanto, però,  lavoro alla terza avventura di Bertone. Ormai, ci ho preso gusto.

:: Segnalazione di Le bianche braccia della signora Sorgedahl di Lars Gustafsson

3 marzo 2012 by

In tutte le librerie Le bianche braccia della signora Sorgedahl: il nuovo racconto-monologo da uno dei più conosciuti scrittori svedesi che, dopo la trilogia americana, ci accompagna in un amarcord nordico ricolmo di vita, esperienze e melanconie. Lars Gustafsson sarà a Milano dal 22 al 25 marzo per presentare il libro e per incontrare la stampa.

Lars Gustafsson, Le bianche braccia della signora Sorgedahl
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima
pp. 240 – 15,50 euro

Il libro – E se non fossi mai esistito? si chiede un ex professore di filosofia a Oxford, che come uno sciamano ha imparato a liberare l’anima dal corpo per viaggiare indietro nel tempo e scoprire il sottile confine tra memoria e sogno. Forse è per questo che tutti i ricordi lo riportano a un anno, il 1954, quando nella nativa Västerås arrivò la più forte grandinata estiva della storia, ma soprattutto arrivò lei, la signora Sorgedahl. Lei che aveva il doppio dei suoi anni e un marito noioso, lunghi capelli rossi, il profumo di un altro mondo, e quelle belle morbide bianche braccia che gli avrebbero “aperto le porte della vita”. E per ricostruire un’esperienza così intima e segreta, da dubitare che sia accaduta davvero, non può che ricomporre l’intero puzzle dell’adolescenza, un paradiso perduto di dispute filosofiche con gli amici nel locale caldaia, di invocazioni a un protettivo cane-demone della leggenda e di incontri proibiti con Ingela, la figlia del Fonditore. Ricordo e fantasia, ironia e rimpianto guidano una proustiana ricerca interiore che diventa un viaggio attraverso l’intero scibile, abbracciando i segreti della pesca al plancton lacustre e i vantaggi morali che offrirebbe un mondo politeista, il legame tra lo Spirito Santo e un organo dell’Ottocento a 50 voci e quello tra il nastro di Möbius e il mistero del tempo. In un funambolico gioco borgesiano intorno a quella babele di domande senza risposta che è l’uomo. Lars Gustafsson, autore della “Trilogia americana” (Storia con cane, Windy racconta e Il Decano), tutti pubblicati da Iperborea, torna in Italia con un romanzo che ha il ritmo e la bellezza di una poesia, che come un’impalpabile reminiscenza rievoca la sua Svezia degli anni Cinquanta e una vita intensa e rimpianta, trascorsa con immagini senza tempo.

L’autore – Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo, romanziere e filosofo tra i più tradotti all’estero, Lars Gustafsson, nato a Västerås nel 1936, è considerato il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei. Ha insegnato per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas. Ha esordito giovanissimo riversando nelle poesie come nei romanzi quella vena fantastica, quel gioco dell’erudito che scherza con la propria erudizione, quell’ossessione per il tempo e per l’identità, che l’ha fatto definire il “Borges svedese”. Uno dei più prolifici autori svedesi dai tempi di Strindberg, ha prodotto raccolte di poesie, racconti, romanzi, saggi ed editoriali su diverse testate internazionali. In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento nel 1991 e il Premio Grinzane Cavour. Tra i suoi romanzi più noti: Morte di un apicultore (Iperborea 1989), e Il pomeriggio di un piastrellista (Iperborea 1992).

:: Intervista a Catena Fiorello autrice di “Casca il mondo, casca la terra” (Rizzoli) a cura di Cristina Marra

2 marzo 2012 by

Incontro Catena Fiorello a Messina, alla libreria Ciofalo, alla presentazione di “Casca il mondo, casca la terra” (Rizzoli, pag.318, euro 17,00 ). Disponibile e briosa, Catena mi racconta la sua passione per la scrittura e tra una firma copie e un saluto ai tanti lettori che affollano la libreria, chiacchieriamo sul romanzo che, appena uscito, le ha già fatto vincere l’ambìto “Magna Grecia Award” che ritirerà il 30 marzo a Gioia del Colle.

Dal dolore di una donna per un tradimento del marito, il romanzo di Catena Fiorello si estende pagina dopo pagina ad un dolore più grande e affronta il tema dei rapporti familiari più intimi. Due famiglie a confronto, due donne rivali, due luoghi in cui si svolge la vicenda, due madri diverse eppure tanto simili: sono questi gli ingredienti di un plot abilmente costruito dalla scrittrice in cui ogni episodio si inserisce con delicatezza, con una scrittura fluida ma intensa. “Il sole fiacco scaldava ancora la città”, è un pomeriggio di fine ottobre e in via dei Condotti, Vittoria, la protagonista, comincerà a ricordare, a metabolizzare un dolore confrontandosi con un’altra donna, Laura, che le aveva rovinato la vita, “andata in frantumi, giù per terra e anche quella della sua famiglia”. Un sole, “quel sole che l’aveva accompagnata sempre” che diventerà, nello svolgersi della narrazione il sole della rinascita, della scoperta, della libertà, “sole, perchè la luce illuminasse quello che la penombra aveva ridimensionato, confondendo la vergogna e i peccati di una pusillanime mendicante”. Ma quante colpe ha veramente Laura? E quante invece scoprirà di averne avute Vittoria? Ed ecco che i luoghi diventano personaggi:  Roma, la città “generosa, senza censure o pregiudizi provinciali” che rispecchia lo stile di vita desiderata e raggiunta da Vittoria e il suo opposto, il piccolo paese di Squinzano, dove vive Mimina Politi “una donna piccola, smunta, magra come una fanciulla cresciuta nei campi di concentramento”, la madre di Vittoria. Catena Fiorello racconta una storia che attinge situazioni e atmosfere dal Sud. Racconta esigenze, aspettative, privazioni, abusi, ma anche gioie, sogni, progetti che accomunano molti giovani che vorrebbero fuggire da una terra che offre poco e alla quale invece si resta legati fortemente, perchè la propria terra è madre.

Sei stata autrice televisiva, quando hai deciso di smettere e di dedicarti soltanto ai romanzi?

Ho smesso di fare l’autrice per la televisione perchè il mio ex editore, Cristina Dalai di Baldini & Castoldi, una persona che mi ha insegnato molto, mi disse che se volevo essere presa sul serio e intraprendere il mestiere di scrittrice seriamente dovevo soltanto concentrarmi su una cosa. Mi sono chiesta cosa volevo fare veramente e ho capito che quello che mi viene più naturale è scrivere, poi non so se mi riesce bene. Così ho scelto la mia strada.

Il tuo romanzo racconta la storia di una caduta. Ma poi la tua protagonista si rialza?

Sì, in verità siamo cadute insieme, Vittoria, la mia protagonista ed io siamo finite giù per terra insieme. Ho scritto il romanzo di notte, dopo la fine di una relazione. Io curavo il mio spasimo scrivendo e la mia protagonista fa altro. Ho scritto in cattività, però non c’è nulla di autobiografico. Forse l’unica nota  autobiografia c’è nel mio precedente romanzo ed è la figura della nonna perchè assomiglia a mia nonna Catena. Ma io fortunatamente ho avuto un’infanzia diversa. No, in questo non c’è nulla se non forse un carattere simile a Vittoria nella tenacia e nell’intelligenza di saper ammettere i momenti dolorosi della vita.

Nel tuo romanzo molti personaggi hanno colpe, sbagliano. Per questo lo apri con un versetto di Luca?

Apro il romanzo con un versetto di Luca perchè credo che ci siano persone che peccano e che abbiano gravi colpe che però altri umani fanno fatica a giudicare perchè la visione del nostro giudizio è sempre limitata a qualcosa, appunto, di umano. Tutti sbagliamo e secondo me dietro la perfezione c’è qualcosa di brutto. Una persona troppo perfetta può essere un potenziale serial killer, non credi?”

Il fil rouge del tuo romanzo è la famiglia?

Sì, assolutamente. Si è detto e anche scritto che il mio è un romanzo sul tradimento, ma non è esattamente e solo questo. Certo, si apre con un tradimento e parla dell’ossessione di una donna, una moglie, per un tradimento ma nel libro si parla di una famiglia con le tragedie di una famiglia con i rapporti madri figli, mariti mogli. La mia relatrice a Roma, la professoressa Laura Faranda che è un’antropologa e studia le dinamiche dei corpi nella società ha notato che i miei personaggi sono corpi che manifestano tante cose, i  sorrisi imbalzamati, i corpi rifatti e la tossicità delle persone.

Il romanzo si apre con due donne riflesse sul vetro di una vetrina. Sono messe allo specchio?O sono due volti della stessa donna?

Entrambe le cose. All’inizio Vittoria pensa che Laura incarna tutto ciò che lei non vorrebbe essere, ma ciò accade solo all’inizio, invece poi la trova più simile di quanto non pensi.

Ambientato a Roma ma c’è il mare e i luoghi del Salento povero. Stavolta niente Sicilia?

I luoghi sono importanti. Ho scelto il Salento perchè è simile alla Sicilia. Io lo conosco benissimo. Credo che si voglia fuggire da un posto che è geograficamente messo male e che ti offre poche possibilità e gratificazioni. Per la mia protagonista il posto in cui è nata , un paesino del Salento, è un luogo brutto da cui vuole fuggire. Ma nessun posto è brutto secondo me, dipende da come lo guardi e Vittoria è una donna piena di rabbia, ha un’infanzia infelice e quindi, se si guarda un luogo con gli occhi incattiviti dal dolore che hai provato lo vedi bruttissimo. Se invece lo guardi con affetto anche la bruttezza non esiste. Io dico sempre che sono siciliana ma abito a Roma. Pure se la Sicilia fosse il posto più brutto del mondo mi sentirei siciliana lo stesso.

:: Un’intervista con Derek Nikitas a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2012 by

Ciao Derek. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Derek Nikitas? Punti di forza e di debolezza.

Vivo la letteratura e il cinema come, professionista, insegnante, consumatore e tossicodipendente. Sono uno scrittore che letteralmente si dedica completamente alla propria attività, ma scrivo troppo lentamente, e revisiono troppo, così impiego un sacco di tempo per completare un progetto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nel New Hampshire e a New York, sono andato al New York State College alle superiori, e poi all’ University of North Carolina a Wilmington per la mia formazione universitaria. Wilmington è stato il momento migliore. E ‘una cittadina turistica sull’oceano, ma ha anche un’ industria cinematografica piccola ma fiorente. Blue Velvet, Firestarter e The Crow sono stati girati lì,  fatto che sempre amo ricordare. Dopo la scuola, ho trascorso qualche tempo a Praga (tipico), e poi sono tornato a New York per alcuni anni. Ora vivo in Kentucky, e dirigo un programma MFA della mia città (The Bluegrass Writers Studio presso la Eastern Kentucky University).

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho cominciato a scrivere quando avevo circa sette anni. Ecco il motivo: i miei genitori erano divorziati, e mia madre era piuttosto severa su quali film potevo vedere in TV. Mio padre era permissivo, così mi lasciò vedere un sacco di film horror e simili, ma io lo potevo vedere solo una volta ogni paio di mesi. Così potevo vedere questi film con lui che facevano volare la mia immaginazione, ma poi dovevo aspettare settimane senza un’ altra “dose”. Così ho iniziato a scrivere le mie personali bizzarre storie dell’orrore. Così è davvero come è cominciata. Ricordo di essere stato particolarmente influenzato da Red Dawn, e continuavo a scrivere varie versioni di storie in cui i terroristi assaltavano la mia scuola elementare. Sono sempre stato attratto dalle storie di suspense, sebbene l’ horror e il dark fantasy siano stati i miei generi preferiti mentre crescevo. Mi sono interessato alla crime fiction all’università tramite un corso sulle crime stories classiche, ma in un primo momento stavo veramente solo cercando di scrivere storie letterarie interessanti. Non mi sono reso conto di scrivere crime fiction fino a quando i miei racconti non hanno iniziato ad essere accettati  nell’ Ellery Queen Mystery Magazine, e non l’ho realmente accettato fino a quando non sono stato nominato per un Edgar Award. Allora ho capito, “okay, sono uno scrittore di genere”.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato molto fortunato con Pyres. Un editor di Minotaur Books (l’editore americano originale) ha visto una storia che avevo pubblicato e mi chiese se avevo pronto un romanzo. Ero appena a metà, ma a lui è piaciuto, così quando ho finito il suo editore mi ha fatto un’offerta. Quindi non ho mai dovuto affrontare rifiuti con Pyres. Detto questo, ho centinaia e centinaia di rifiuti accumulati scrivendo racconti. Ho usato i racconti per sviluppare la mia tecnica, e ci sono voluti anni. Col senno di poi, probabilmente stavo presentando i racconti alle riviste sbagliate, perché non scrivevo esattamente narrativa tradizionale e mainstream o narrativa sperimentale, ma c’è anche da dire che non ci sono troppi spazi per gli scrittori di racconti.

Hai conseguito un MFA alla UNC di Wilmington e stai ottenendo un dottorato di ricerca presso la Georgia State. Hai avuto un insegnante che ti sia stato di particolare ispirazione?

Certamente. Ho dedicato il mio secondo romanzo all’ insegnante di scrittura creativa più incoraggiante e di sostegno che abbia mai avuto, Wendy Brenner. Anche lei è una scrittrice di racconti, e mi ha insegnato ad amare la scrittura a livello di frase, come delineare realmente l’immagine fisica, come realmente abitare la psiche del personaggio, come evitare i cliché. Ho avuto altri insegnanti, come Bob Reiss e Clyde Edgerton, che mi hanno insegnato la struttura e gli elementi fondamentali della scrittura dei romanzi, e tutto ciò che eventualmente viene dopo.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Immagino che ben poche persone possano rispondere a questa domanda in modo molto eccitante. Sono diventato molto più disciplinato negli ultimi due anni, però. Scrivo la mattina, di solito per circa tre o quattro ore, nel tentativo a volte vano di evitare di controllare la mia posta elettronica e di navigare in internet. Sono diventato sempre più un pianificatore, così ora mi prendo mesi per delineare un racconto o romanzo prima di iniziare a scrivere.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

L’unica qualità che cito sempre ai miei studenti è l’empatia. Se non è possibile autenticamente entrare nella psiche di un’altra persona, anche se fittizia, allora finirete per creare una cosa che è morta fin dall’inizio. Troppa scrittura amatoriale è auto-espressiva: questi sono i miei intensi sentimenti, o questa è la mia filosofia sul mondo. La scrittura è in parte espressione di sé, ma molto di più dovrebbe essere esplorazione, un tentativo di sfuggire alla propria visione miope e vivere altro.

Sei un autore amato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?

Oh, sì. Ho ricevuto una recensione particolarmente caustica su Pyres nel quotidiano della città in cui vivevo all’epoca, Atlanta. Ora mi è quasi cara perché in realtà ha colto nel segno quello che stavo facendo male in Pyres (troppo prolisso), e credo di aver davvero imparato da essa. Altre recensioni negative tendono a dire che sono troppo “letterario” per essere uno scrittore di crime o viceversa, a quelle non penso molto.

Il tuo primo romanzo Pyres, ora edito in Italia con il titolo I fuochi del nord, nominato per un premio Edgar per il miglior romanzo d’esordio è un libro formidabile. Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

I miei romanzi tendono a iniziare con una mezza dozzina di idee diverse che alla fine confluiscono in una narrazione organicamente organizzata. Volevo scrivere delle mie esperienze essendo stato un “dark” quando ero adolescente, ma non volevo scrivere di me, così ho inventato questo personaggio femminile, Luc. Volevo scrivere delle mie origini svedesi e del mio interesse per la mitologia norrena. Allo stesso tempo, rimasi affascinato da alcune storie vere di crimini che lessi sui giornali o vidi in uno di quelle trasmissioni giornalistiche televisive. Ed ero allo stesso tempo interessato al comportamento criminale di alcuni dei gruppi più duri di biker nell’ area di Rochester e pian piano tutti questi elementi hanno cominciato a unirsi.

 Puoi riassumere il tuo libro in non più di 25 parole?

Una ragazza adolescente ribelle scopre una cospirazione dietro l’omicidio di suo padre e diventa il bersaglio della gang di motociclisti fuorilegge che lo ha ucciso.

Il primo capitolo presenta la protagonista. Potresti raccontarci cosa succede?

Lucia “Luc” Moberg è un adolescente un po ‘ribelle ma in fondo tenera che sta per compiere 16 anni. Sono i primi anni ‘90. Un pomeriggio chiede al padre, professore universitario, di portarla al centro commerciale e, mentre lui è in una libreria, ruba un CD da un negozio di musica ed è inseguita dagli agenti di sicurezza del centro commerciale. Luc trova il padre e lo convince ad andare via. Proprio mentre stanno per allontanarsi dal parcheggio, un uomo misterioso appare a fianco della macchina e spara al padre uccidendolo, di punto in bianco, con Lucia che guarda con orrore dal sedile posteriore.

Parlaci dei personaggi principali del libro?

Tema centrale del libro è il rapporto spezzato tra genitori e figli. La storia di Luc ruota intorno al raggiungimento della sua maggiore età colpita da un profondo dolore e minacciata da un concreto pericolo. Lei deve cavarsela prendendosi cura della madre devastata e suicida, grazie anche all’ “intervento” degli esseri magici del folklore svedese, che sono o il frutto della sua immaginazione o gli emissari di suo padre morto.
Greta Hurd è l’investigatore della polizia assegnata al caso di omicidio del padre di Luc. E’ una poliziotta indurita che ha dato la sua vita alla carriera, anche a scapito della sua famiglia. Ma questo caso, e le sue interazioni con Luc, cominciano a riaccendere qualcosa nel suo cuore. Ha una figlia che è in procinto di sposarsi, ormai un’ estranea, così lei afferra la possibilità di riscattarsi con la sua famiglia.
Tanya Yasbeck è una ragazza di diciannove anni, ex-tossica che ha vissuto una vita dura, ed è ora incinta di nove mesi del figlio di un biker fuorilegge. Lei vuole disperatamente vivere una vita normale e credere che il suo ragazzo gliela possa dare, anche se le sue attività criminali sono sempre più disperate e pericolose.

Il personaggio di Mason è molto negativo. Ci puoi parlare di lui?

All’inizio della mia ricerca, ho appreso che i bikers fuorilegge commettono alcuni dei peggiori e  più barbari atti criminali relativi a gang che si possa immaginare. Gran parte di Mason (e della sua cultura) proviene da precisi racconti di bikers fuorilegge (anche se il 99% dei bikers  sono bravi ragazzi, e rispettosi della legge!). Non volevo rivestire di zucchero la sua brutalità, la sua misoginia, il suo razzismo, la sua insensibilità. D’altra parte, egli è un padre in attesa molto ansioso, pieno di speranze e di sogni, deciso a crescere il “suo ragazzo” in base al codice d’onore in cui crede. Non credo nel male astratto, così ho voluto far si che tutti i comportamenti di Mason nascessero dalla sua capacità di valutare ciò che è giusto.

Quale è o sono le tue scene preferite in Pyres?

Immagino le principali scene che narrano punti di svolta perché quelle scene sono la ragione principale per cui si scrive il romanzo. Così la scena del parcheggio nel primo capitolo, certamente, e quando Luc trova i soldi sotto la lavatrice, o la scena in camera di Quinn e il ritorno a casa dopo, e naturalmente il finale, a cominciare dall’ ultima conversazione risolutiva tra Luc e Tanya, forse la scena di dialogo che ho preferito scrivere. Queste sono le scene che ho rivisto di più, anche solo per assicurarmi che il tono fosse proprio quello giusto.

In Pyres quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Non posso parlare troppo del personaggio più difficile, senza regalare troppi colpi di scena, ma diciamo che la doppiezza è una motivazione molto difficile da rendere. Luc è stata un personaggio anche difficile per molti versi, soprattutto perché il suo carattere è così simile al mio, quando avevo la sua età. E ‘pericoloso scrivere di “se stessi” perché si vuole dare al personaggio una vitalità sua, e non si vuole diventare troppo auto-indulgenti ampliando la propria interiorità, solo per dar voce al proprio punto di vista. Al contrario, Tanya è stato stranamente il personaggio più facile da scrivere perché la sua prospettiva era così diversa dalla mia. Volevo continuamente tornare da lei per esplorare le sue motivazioni e reazioni perché ero davvero curioso di vedere come avrebbe reagito, basandomi sulla dissonanza cognitiva estrema della sua situazione.

Perché hai ambientato la storia a Rochester? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Rochester, New York e soprattutto le piccole città che la circondano, è dove sono cresciuto e dove ho ambientato la maggior parte dei miei racconti pubblicati finora. Essere intimamente legato alla zona mi ha aiutato a scrivere, ma Rochester ha anche l’atmosfera perfetta per il romanzo poliziesco hardboiled. E’ un posto ghiaioso, freddo, sterile, arrugginito, nevoso, grigio, ruvido, una sorta di distopia. Questa zona di New York è anche chiamata il “Rust Belt”, perché è essenzialmente un deserto economico di fabbriche chiuse e industrie obsolete. Ovunque si guardi, ci sono metafore ricche e suggestive per rispecchiare il tumulto interiore dei personaggi.

Il tuo libro è caratterizzato da un forte realismo e nello stesso tempo utilizzi uno stile lirico, molto poetico. Quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

In questo momento, sto scrivendo un romanzo in cui W.B. Yeats appare come personaggio, così la sua poesia è sempre al centro della mia mente, in particolare le poesie che alludono alla sua visione occulta. I miei preferiti in assoluto sono John Berryman, Philip Larkin (“Aubade”, soprattutto), e Thomas Hardy, anche se mi ricordo di essere stato ossessionato da Whitman durante la scrittura di Pyres, quindi probabilmente ci sono elementi del suo verso libero. Lo staccato di Gerard Manley Hopkins lo stile “sprung verse ” ha preso il potere sulla mia immaginazione nel secondo libro, The  Long Division.

Parlaci del tuo secondo libro, The  Long Division.

E’ ancora narrativa d’ “ensemble” che segue diversi personaggi, ma l’evento principale riguarda una cameriera che ruba una macchina e cinquemila dollari ad un cliente, con l’intenzione di attraversare i confini di stato e ricongiungersi con il figlio adolescente che ha dato in adozione quando è nato .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy (paranoico), Cornell Woolrich (carico di tensione), David Goodis (malinconico), Flannery O’Connor (ironico), James Crumley (pesante), Jim Thompson (grintoso), Charles Willeford (tragicomico), Joseph Wambaugh (autentico), Ross McDonald (non ho mai letto il suo lavoro!), Dashiell Hammett (tagliente), Joyce Carol Oates (lussureggiante), Nabokov (labirintico), Cormac McCarthy (profetico).

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico?

Assolutamente. Sono ossessionato dall’immagine visiva, dal mostrare e non dire, e sono sempre alla ricerca di quel dettaglio interessante che funzioni essenzialmente come una fotografia o un film. Tendo a scrivere in scene, e ho imparato molto sulla costruzione delle trame dai manuali di sceneggiatura (stranamente, molto più che dai manuali per scrittura per i romanzieri). E ‘per questo tendo a scrivere in terza persona, che sento più come “una cinepresa” che in prima persona. Non mi sorprende, che molti film svedesi abbiano influenzato lo stile grandioso e magico di Pyres (Ingmar Bergman, Lasse Hallstrom, Bille August). Lo stile del mio secondo romanzo ha lo scopo di imitare, il più fedelmente possibile, la “Nouvelle Vague francese” lo stile visivo di Goddard e Truffaut. Eppure, c’è l’interiorità del personaggio che non può essere resa così tanto in un film, questa è la grande gioia del romanzo, la vita interiore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

L’ elenco di nomi da te forniti sopra è un ottimo inizio. Il mio preferito è Nabokov a causa del suo gioco continuo con il linguaggio e la struttura, anche se non posso pretendere di essere stato influenzato da lui. E ‘troppo grande da raggiungere. Joyce Carol Oates, Denis Johnson, James Ellroy, Thomas Hardy  tutti hanno influenzato il mio scrivere in grande misura. Più di recente ho scoperto Daniel Woodrell, uno spirito affine, credo. E siccome la mia scrittura si evolve nel territorio dell’ horror e del fantasy, sono sempre più affascinato da gente come George RR Martin (il più grande narratore di storie che ho letto da Ellroy).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe visitare l’Italia (non ci sono mai stato prima). Vedremo cosa succede.

Infine per concludere: a cosa stai lavorando ora?

Il mio progetto attuale su cui sto lavorando è un lungo romanzo su un devoto professore cattolico che scopre che una setta omicida sta prendendo di mira la figlia autistica perché credono che la bambina sia una messia, con enormi poteri soprannaturali che vogliono sfruttare. Sto ampliando il mio campo di riferimento includendo più elementi horror e fantasy, e voglio approfondire periodi e luoghi diversi (tra cui alcuni italiani che coinvolgono collegamenti con l’abbazia di Aleister Crowley a Thelema in Sicilia e i resti mancanti di Cagliostro per esempio). The Historian di Kostova è probabilmente un buon analogo del tuo connazionale Umberto Eco, anche se io non sono nemmeno lontanamente paragonabile a lui!