:: Intervista a Paul David Brazill

5 novembre 2011 by

Ciao Paul. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul D Brazill? Punti di forza e di debolezza.

Il mio più grande difetto è che sono pigro e non faccio oggi quello che posso rimandare a domani. La mia più grande forza è che non ho illusioni su me stesso, ma a dire il vero può anche essere una debolezza, ovviamente.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono di Hartlepool, nel nord est dell’Inghilterra. La mia famiglia proviene dalla classe operaia, ho due fratelli, e due sorelle, tutti più grandi di me. Ho lasciato la scuola a sedici anni ma non ho trascorso molto tempo lì prima di allora. Ho cambiato casa un sacco di volte quando ero un bambino.

Che lavori hai svolto in passato?

Ho lavorato come impiegato in una fabbrica nei docks, sono stato consulente immobiliare e ho lavorato in un negozio di giocattoli e in un negozio di dischi di seconda mano.

Quando hai capito che volevi diventare scrittore?

Ero solito scrivere già da bambino e ho cullato questa idea tutta la mia vita ma non ho mai voluto fare il primo passo vero e proprio. Fino a tre anni fa, cioè.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Volerlo fare, suppongo. La perseveranza e la pazienza, forse.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Ho cominciato a scrivere di persone che ho conosciuto e di situazioni che mi sono accadute e le ho vestite con abiti che li hanno fatti sembrare come romanzo poliziesco. Sembra naturale.

Chandler o Hammett?

Chammett.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Beh, ultimamente, alcune persone hanno confrontato le mie storie con quelle di Damon Runyon, e sicuramente credo che sia vero. Bukowski, anche. Vonnegut. Elmore Leonard, Highsmith. Joe R Lansdale. Kinky Friedman. Christopher Brookmyre. .. Alcuni autori che ho scoperto poco tempo fa come Charlie Williams, Dave Zeltserman, Tony Black, Jake Arnott.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sai, non ho avuto troppo rifiuti – e quelli che ho avuto erano ben meritati e mi hanno aiutato.

Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo racconto preferito?

Beh, ho scritto una storia chiamata Guns Of Brixton, che era in The Mammoth Book Of Best British Crime l’ho trasformata in una novella che è attualmente in stampa con Pulp, e dovrebbe essere divertente. E nonostante sia un po ‘ruvida intorno ai bordi, credo che Brit Grit sia una collezione abbastanza buona, per la maggior parte.

Qual è stata la parte più faticosa durante la scrittura?

Beh, sono così facilmente distratto …

Parlaci di una tua giornata tipo da scrittore.

Per me scrivere è un piacere non un lavoro e come la maggior parte dei miei piaceri, prima passo periodi di grande attività  e poi perdo interesse per un po’. Quindi non seguo una routine, ho paura. Non sono certamente un buon esempio per gli aspiranti scrittori!

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho da poco finito Knockemstiff di Donald Ray Pollock, Katja From The Punk Band di Simon Logan e l’antologia the Pulp Ink & Deadly Treats. Tutti eccellenti. Sto leggendo Val McDermid The Retribution e Nazione Noir. Poi inizierò molto presto di Keith Rawson, The Chaos We Know, e  i nuovi romanzi di Nick Quantrill e Ian Ayris che sono appena usciti.

Che ruolo ha Internet, nella tua scrittura? Cosa ne pensi dell’editoria elettronica?

Beh, rende la vita più facile e ti fa sentire come se fossi qualcuno, quando non lo sono! E ‘solo parte della maggior parte degli aspetti della vita di oggi, però, non è vero? E l’ editoria elettronica  andrà di pari passo con l’editoria tradizionale, suppongo.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Solo alcune cose fastidiose nell’ e-publishing, che sembrano tenere alcune persone sulle punte delle dita!

Ti piacerebbe venire in Italia per presentare i tuoi libri?

Se mai presenterò un libro tradotto in italiano, sarò lì!

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Per quanto ne so, non ci sono piani di tradurre uno dei miei libri in italiano, che è un peccato. Tuttavia, alcune delle storie nella serie  Drunk On Moon potranno essere tradotte in altre lingue.

Parlaci un po’ di You Would Say That, Wouldn’t You?

Ho creato il blog You Would Say That, Wouldn’t You? prima che iniziassi  a scrivere. Soprattutto come luogo di collegamento tra le storie he avevo trovato in rete. Ora ospito sul blog, interviste e ogni sorta di assurdità.

Hai un agente letterario?

No! Non sono nel loro campionato!

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto terminando Brit Grit Book Two. Si tratta di un’antologia di racconti di alcuni dei migliori e più promettenti scrittori britannici di crime. Spero di fare un altro paio di volumi, anche. Ho appena iniziato un romanzo con protagonista una coppia di criminali che sono apparsi in alcune delle mie storie. E alcune storie più brevi.

:: Recensione di La donna in gabbia di Jussi Adler-Olsen (Marsilio 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 novembre 2011 by

La donna in gabbiaLa donna in gabbia edito da Marsilio con traduzione di Maria Valeria D’Avino è il primo romanzo di una serie crime-thriller di uno scrittore danese che vanta singolari record, innanzitutto è il giallista danese più venduto in assoluto capace per intenderci di avere al suo attivo ben 5 milioni di copie vendute, una distribuzione in 30 paesi, e i diritti cinematografici e televisivi acquistati da Network Movie, ZDF Enterprises, ZDF e Nordisk Film, che i più attenti non potranno non ricordare come gli stessi produttori dei film tratti dalla Millennium Trilogy di Stieg Larsson.
Come se non bastasse Jussi Adler-Olsen, questo è il nome dell’autore, ha anche vinto nel 2010 con Flaskepost fra P(Message in a Bottle) il Glass Key Award, il premio per la letteratura gialla più prestigioso della Scandinavia.
Con un tale pedigree un po’ di curiosità viene e sembra che il segreto di cotanto successo sia la vena comica, pensiamo solo che ha esordito con due libri su Groucho Marx, che è riuscito a iniettare nei suoi thriller in cui la suspense e la tensione giocano un ruolo fondamentale.
In La donna in gabbia facciamo la conoscenza con Carl Mørck detective problematico della sezione omicidi della polizia di Copenaghen con un passato familiare e professionale difficile promosso con tanto di ufficio stipato nel seminterrato quasi per toglierselo dai piedi, capo della sezione Q, una nuova sezione presso la Direzione anticrimine della polizia con l’obbiettivo di scavare su casi irrisolti di speciale interesse per la comunità.
Primo caso della sezione Q, che Mørck si trova a trattare con il suo assistente Assad, è la scomparsa nel nulla senza lasciare tracce nel 2002 di Merete Lynggaard, giovane e attraente parlamentare di cui non se ne seppe più nulla mentre era a bordo di un traghetto della Scandlines.
A capitoli alternati saltando dal 2007 al 2002 il romanzo ci porta a conoscere più da vicino Merete e Mørck e il mistero legato alla sua scomparsa. Riuscirà Mørck dopo tutti quegli anni a trovare Merete, se è ancora viva, e a fare luce su quell’intricata vicenda che sembra scaturire da un antico dramma famigliare irrisolto dalle conseguenze imprevedibili? Questo è l’interrogativo che ci accompagnerà nella lettura e terrà viva la suspence per 460 pagine.
E’ un libro godibile, ho sorriso con un po’ di amarezza in diversi punti che hanno reso la lettura scorrevole e mai piatta. Mørck non è tutto quel campione di simpatia ma si impara ad amarlo lo stesso con i suoi difetti, le sue debolezza, la sua astiosità verso un destino che l’ ha portato a sopravvivere quando uno della sua squadra ha perso la vita in un lago di sangue e l’altro è rimasto paralizzato per sempre e tutte le volte che lo va a trovare gli chiede di aiutarlo a morire.
Un po’ di cinismo, un po’ di ironia avvelenata, un po’ di disprezzo per i giochetti dei superiori tutti tesi a scucire finanziamenti più che a lottare veramente per la verità e la giustizia, rendono Mørck un tipo scomodo, complicato, astioso, e nello stesso tempo profondamente umano e variegato.
Dal punto di vita investigativo La donna in gabbia è un romanzo sicuramente interessante, l’indagine scivola verso l’inevitabile conclusione con piglio deciso, il folle responsabile del rapimento di Merete strappa un po’ di compassione anche se la sua vendetta è più che sadica decisamente disumana.
Assad poi – l’assistente di Mørck – è sicuramente un personaggio riuscito, più che una spalla un vero comprimario. Una curiosità che mi piacerebbe soddisfare è sapere se il titolo italiano è la trascrizione letterale del titolo danese, chissà magari un giorno avrò occasione di chiederlo a Maria Valeria D’Avino.

Jussi Adler-Olsen (Copenaghen, 1950), dopo aver svolto i lavori più vari, Jussi Adler-Olsen, è oggi scrittore a tempo pieno. Con la serie della Sezione Q guidata da Carl Mørck, ha ottenuto un immenso successo di critica e pubblico, vendendo oltre venti milioni di copie in quarantadue paesi nel mondo. I suoi libri hanno conseguito importanti riconoscimenti internazionali e ispirato serie tv e film per il grande schermo.

:: Recensione di Vendette di Philippe Djian (Voland 2011) a cura di Giulietta Iannone

4 novembre 2011 by

Marc è un artista, uno scultore di successo, quasi cinquantenne, fondamentalmente egoista, incapace di tenersi una donna, incapace di comunicare con suo figlio, non un fallito questo no, ma un uomo che lascia che la vita lo attraversi senza fare troppa resistenza. Alcool, droghe, donne, anche degli amici, l’importante è stare bene, giocarsi le sue carte. Alexandre, il figlio, è un diciottenne trascurato, cresciuto senza madre, un ragazzo per certi versi fragile che decide di lasciare questo mondo platealmente, sparandosi al centro di una mondanissima festa e crollando sul buffet. Poi c’è Gloria la ragazza di Alexandre che Marc raccoglie ubriaca in una pozza di vomito sul metrò e la porta a casa con il nobile intento di prendersi cura di lei, lui che non ha mosso mai un dito per gli altri, nemmeno per suo figlio. Gloria lo sa, lo conosce e vuole vendetta, come Alexandre che col suo gesto a suo modo voleva la stessa cosa. Marc si interroga, si analizza, cerca di comprendere il gesto del figlio, cerca di assolversi. Marc, Alexandre, Gloria questo è il triangolo al centro di Vendette di Philippe Djian edito in Italia da Voland a pochi mesi dall’edizione francese Gallimard. Djian è un autore di culto in Francia, adorato dalla critica che lo ricopre di premi, uno scrittore di noir che per molti versi ripropone sempre uno schema fisso rivisitato in mille sfumature e celebre soprattutto per 37°2 al mattino portato al cinema come Betty Blue con Beatrice Dalle. Vendette è il primo Djian che leggo e mi sono accostata al libro con notevoli aspettative, sperando di porre l’autore accanto al mio personale pantheon formato da autori come Andrè Helena e Derek Raymond. La prima impressione è piuttosto conflittuale, da un lato mi piace come accosta le parole, il suo stile, la musica che quasi emerge dalle righe e si vede che è frutto di un lavoro ostinato sulla lingua e non di improvvisazione ma la sua scelta di frammentare il tessuto narrativo, passando dalla prima alla terza persona in continuazione con sincopata naturalezza, un po’ mi ha spiazzato, costringendomi a spezzare spesso il pensiero e a ricrearmi la trama quasi prendendo appunti. A parte questo è un libro notevole, interessante, che si legge per il piacere di sentire le parole concatenarsi l’una all’altra con la consapevolezza che l’autore non si è limitato a sporcare la pagina bianca di inchiostro come succede a volte. Leggerò sicuramente Imperdonabili premio Jean Freustie 2009 , Incidenze e terrò per ultimo 37°2 al mattino. Traduzione di Daniele Petruccioli.

Philippe Djian nato a Parigi nel 1949, si impone negli anni ’80 come scrittore non conformista, considerato l’erede francese della beat generation. Autore di culto della scena letteraria francese, è cresciuto a Parigi facendo ogni tipo di lavoro: portuale, magazziniere da Gallimard e anche giornalista.
37°2 le matin è il romanzo che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Da questo libro il regista di J.J. Beineix ha tratto il film Betty Blue, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987.
Molto apprezzato dalla critica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui il Premio Jean Freustié 2009, e per “Oh…” ‒ di cui nel 2016 è uscita la trasposizione cinematografica Elle, diretta da Paul Verhoeven e interpretata da Isabelle Huppert ‒ il Prix Interallié 2012.

:: Recensione di Tu sei il male di Roberto Costantini

3 novembre 2011 by

Ho iniziato la lettura di Tu sei il male piuttosto scettica, in primo luogo per la voluminosità del tomo circa 700 pagine e poi per il grande battage pubblicitario che l’ ha preceduto che non so a voi ma a me fa l’effetto contrario, però una vocina mi diceva se Marco Piva del sito Corpi Freddi ne parla con tanto entusiasmo c’è dell’arrosto oltre che il fumo e a mia memoria non ricordo nessun libro consigliato dal Killer mantovano che mi abbia deluso. Perciò ho inforcato metaforicamente gli occhiali e mi sono buttata nella lettura. Le vicende narrate in Tu sei il male si svolgono a Roma nell’arco di alcuni anni e ci portano nel cuore del potere e della ricchezza, un cuore malato, nero, fatto di corruzione, compromessi, vizi e ben poche virtù. Protagonista assoluto è un poliziotto il giovane commissario Michele Balistreri nella prima parte, che invecchierà, maturerà, cambierà nel tempo e mai mi era successo di iniziare un romanzo con un personaggio anche antipatico, raccomandato, giocatore d’azzardo, puttaniere, violento, ex militante dell’estrema destra e terminarlo con un altro profondamente mutato, umano, saggio, onesto, pronto a scontrasi con i poteri forti pur di far emergere la verità e la giustizia. La capacità dell’autore di far crescere il suo personaggio strato su strato, come tante pennellate di colore che si sovrappongono è sinceramente la caratteristica che mi ha più colpito ma no solo, c’è anche una altro cosa piuttosto insolita, è quel piegare la cronaca ad un’economia superiore caratteristica della vera letteratura. Tu sei il male non è un romanzo usa e getta, non solo perché è scritto bene e questo è sicuramente un merito che fa la differenza, ma perché induce a riflettere sul nostro mondo, sui privilegi che ad alcuni sono concessi mentre altri devono lottare tra precariato, e disperazione. Il nostro paese è una repubblica che si basa sui privilegi e in questo libro questa terribile verità emerge in tutta la sua drammaticità, auto blu, pensioni d’oro a politici, sottosegretari, porta borse, nobili e clero che ancora fanno il bello e il cattivo tempo come nella Francia pre rivoluzionaria. Ma torniamo alla trama. Tutto inizia nell’estate del 1982, i televisori di tutta Roma sono sintonizzati sulla storica finale dei Mondiali di Calcio in cui l’Italia sconfisse 3 a 1  la Germania Ovest quando viene uccisa una ragazza, Elisa Sordi, una brava ragazza senza grilli per la testa tanto bella quanto lontana da qualsiasi ombra. Al commissario Balistreri spetta un’ indagine di tutto riposo, un’ indagine dove è bene non pestare i piedi ai ricchi e ai potenti, a politici e cardinali, un’ indagine che è più prudente chiudere come un caso irrisolto quando i sospetti portano ad un vicolo cieco. Passano gli anni e il fantasma di Elisa Sordi accompagna il nostro protagonista mentre fa carriera e si adagia nei meccanismi che regolano la vita, anche se qualcosa, un tarlo, una necessità scava gallerie e porta Balistreri a riaprire l’indagini quando la madre della ragazza si suicida inspiegabilmente e poi altre ragazze vengono uccise e tutto porta a credere che ci sia un serial killer in circolazione, un serial killer che forse poteva essere fermato allora tanto tempo fa. Non sarà così facile, il primo colpevole ha un alibi inossidabile, l’assassino che si muove nell’ombra ha una rete di protezioni più tenace di quanto si pensi. Ma Balistreri è un uomo nuovo, non ha più intenzioni di arrendersi vuole fermare il male, i mandanti, i veri colpevoli. Roberto Costantini, l’autore che nella sua vita ha fatto ben altro che scrivere da inizio con Tu sei il male a una trilogia che se mantiene le promesse ha davvero le carte in regola per scavarsi un cuneo nella storia del poliziesco made in Italy. Un prodotto nostrano, profondamente italiano, che fotografa la nostra società con impietosa obbiettività. Da principio il caso di Elisa Sordi mi ha fatto pensare alla scomparsa di Emanuala Orlandi, stesse modalità, l’ombra del Vaticano sullo sfondo o al caso di Simonetta Cesaroni e non è detto che anche l’autore non ci abbia pensato o ne abbia tratto fonte di ispirazione, questa commistione tra cronaca e fantasia mi ha portato a riflettere che molto spesso la letteratura precorre la realtà e che molte chiavi di lettura di crimini inventati aiutano a risolvere crimini veri. E questa sensazione mi ha accompagnato per tutto il libro, come un presentimento, un presagio. Spiazzante il finale, mezzo colpo di scena, mezza drammatica inevitabilità delle cose. Se devo essere proprio sincera mentre facevo le mie congetture da buona appassionata di soluzione di enigmi ci ho pensato che gli unici colpevoli non potevano che essere loro, ma leggendolo nero su bianco un senso di frustrazione mi ha colto lo stesso e mi ha fatto concordare con l’autore che molto spesso il vero colpevole non è chi commette materialmente un delitto ma chi agisce nell’ombra. Ora spero di non avervi ingarbugliato le idee perché nel libro tutto è lineare, concatenato ed escogitato al secondo. Ora non mi resta che augurarvi buona lettura e dirvi come sempre che aspetto i vostri commenti.

:: Recensione di Maddalena e le apocalissi di Luigi Bernardi a cura di Giulietta Iannone

3 novembre 2011 by

imagesTre voci in prima persona, tre personaggi al maschile, un professore universitario, uno scrittore, un vigile del fuoco, sono i protagonisti dei tre racconti che compongono e danno vita a Maddalena e le apocalissi di Luigi Bernardi Senzapatria collana Sostengo Pereira Pagine 120 Euro 10. Il genere apocalittico è una branca della fantascienza che ha avuto risultati bizzarri in mano ad autori non esclusivamente specializzati in sci fi. Penso solo a La strada di Cormac McCarthy, un romanzo post apocalittico di culto o a Cecità di Jose Saramago in cui l’intera popolazione diventa cieca per un’epidemia senza precedenti. Molto spesso si parla di fine del mondo per esorcizzare i demoni del presente. Guerre, malattie, crisi economiche, incombono sulla nostra realtà e accettiamo tutto filtrato dai telegiornali, dalle chiacchiere dal panettiere, dagli articoli in prima pagina dei quotidiani, ma questi mali racchiudono un’attesa, una condanna, una versione definitiva non edulcorata che porterà la fine della nostra civiltà, l’estinzione del genere umano come al tempo dei dinosauri. La vita sulla terra è una condizione transitoria e questa precarietà, questa incertezza è ben testimoniata da questi tre racconti dal retrogusto amaro e avvelenato. In Solo il mare, il racconto che apre il volume, veniamo catapultati in un mondo devastato dalla guerra, bombe che cadono, palazzi sventrati, università chiuse perché i ragazzi devono combattere e non hanno più tempo per imparare, il protagonista si prepara a fuggire con la sua donna Maddalena, una creatura di una bellezza sovrumana incontrata un giorno al supermercato mentre combattevano per un carrello con la monetina per sbloccarlo in mano, un amore totalizzante, solare fatto di fiducia e di completo abbandono, emozioni simili lui professore universitario di lettere le ha vissute solo sui libri ora le vive nella realtà ed è pronto a tutto fino a compiere un atto estremo, una metamorfosi che lo trasforma in un pesce e il mare diventa l’unica via di fuga anche se il destino che li attende non prevede il lieto fine. In Il gioco di M torna un incubo ricorrente della nostra contemporaneità l’11 settembre data dopo la quale niente è stato più lo stesso, un uomo e una donna si amano in un mondo dove tutto ciò che resta della cosiddetta normalità sono per esempio le partite di calcio in stadi strapieni, i due amanti giocano e quando uno chiede all’altro che regalo vorrebbe la risposta risulta spiazzante: “ Amore. Se proprio vuoi regalarmi qualcosa, regalami un 11 settembre”. Detto fatto, per quanto pazzesco il protagonista assiste in diretta televisiva al consumarsi di una tragedia inaudita, voluta da lui in fondo, che comporta la distruzione di M la sua amata e una promessa, di raggiungerla al più presto per fare l’amore sulle rovine del mondo. Infine Fuoco sui miei passi, racconto già uscito autonomamente sempre per Senzapatria, che se vogliamo è il più completo e paradossale con in aggiunta pure una spruzzata di erotismo. Vero protagonista oltre a Morelli, il vigile del fuoco che in prima persona parla di un delirante progetto radicale e assoluto, è il fuoco stesso, purificatore, che distrugge e nello stesso tempo permette un nuovo inizio. L’omaggio a “Fahrenheit 451 – gli anni della fenice” di Ray Bradbury è evidente, anche da una citazione dello stesso protagonista. Il mestiere del vigile del fuoco nel futuro sembra adattarsi al ruolo di incendiario e questa volta non si distruggono libri ma cadaveri che ingombrano le strade dopo ogni notte al posto dei sacchi dell’immondizia, Morelli e la sua donna Maddalena, tenente dell’esercito che se picchia sa come far male, decidono di radere al suolo con l’esplosivo una Bologna trasfigurata del 2037, per un nuovo inizio, un’apocalisse pilotata che racchiude in sé un lieto fine non privo di bizzarra ironia e forse speranza, chissà Bernardi forse vuole concederne un pizzico alla fine di tutto. C’è una poesia di Robert Frost che vorrei citare che mi sembra perfetta a conclusione:

Dicono alcuni che finirà nel fuoco
il mondo, altri nel ghiaccio.
Del desiderio ho gustato quel poco
che mi fa scegliere il fuoco.
Ma se dovesse due volte finire, so pure che cos’è odiare,
e per la distruzione posso dire
che anche il ghiaccio è terribile
e può bastare.

Luigi Bernardi è narratore, sceneggiatore e drammaturgo. Ha scritto alcuni libri sui rapporti fra crimine e contemporaneità, fra i quali: “A sangue caldo” (DeriveApprodi, 2001), “Pallottole vaganti” (DeriveApprodi, 2002), “Il male stanco” (Zona, 2003). Come narratore ha pubblicato un libro per ragazzi, i romanzi “Tutta quell’acqua” (Dario Flaccovio, 2004), “Atlante freddo” (Zona, 2006), “Senza luce” (Perdisa Pop, 2008), “Niente da capire” (Perdisa Pop, 2011) e quattro raccolte di racconti, la più recente delle quali è “Maddalena e le apocalissi” (Senzapatria, 2011). Per il teatro ha scritto: “Colpevole” (2003), “La conta” (2005, nuova edizione 2008), “Gaijin!” (2006, ripreso anche in un libro illustrato da Onofrio Catacchio e pubblicato da Black Velvet) e “I tempi stanno per cambiare” (2007), quest’ultimo insieme a Rosario Palazzolo. Per il fumetto ha sceneggiato “Fantomax/Non temerai altro male”, disegni di Onofrio Catacchio (Coconino Fandango, 2011) e “Carriera criminale di Clelia C.”, disegni di Grazia Lobaccaro (Black Velvet, 2011). Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in: “Macchie di rosso” (Zona, 2002). Il suo sito internet è www.luigibernardi.com.

:: Intervista con Carlo Mazza

16 ottobre 2011 by

Ciao Carlo. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carlo Mazza? Punti di forza e di debolezza.

Carlo Mazza è nato a Bari il 26 marzo 1956 e di professione fa il bancario, da più di trent’anni. E’  sposato e ha due figli ancora studenti. Ha svolto attività politica e ha fatto parte delle istituzioni (presidente della commissione cultura in un consiglio di circoscrizione di Bari). L’unico allontanamento da Bari è dipeso dal servizio militare: ufficiale di complemento (1977) dell’Esercito, destinato quale specialista di amministrazione presso la Legione Carabinieri di Bolzano. Chi sono? Un uomo dall’aria mite  ma profondamente irrequieto, con i pensieri sempre in movimento, intento a studiare le parole e i gesti degli altri, desideroso di comunicare ed ispirato solo dalla meditazione solitaria e da un buon sigaro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Mio padre aveva un banco al mercato, vendeva mozzarelle. Io d’estate lo aiutavo. Ho fatto le scuole tecniche, sono ragioniere, in seguito mi sono laureato in Scienze Politiche (110 e lode), ma avrei voluto fare il professore di belle arti oppure lo scrittore. Il desiderio di dedicarmi all’arte figurativa o alla scrittura mi è sempre rimasto nel cuore, ma Bari è città levantina, commerciale, gli artisti sono considerati con un vago sospetto. Da giovane sono stato quasi un anno tra i carabinieri, li ho osservati… ho giocato a pallone con ragazzotti prepotenti e li ho visti divenire boss spietati… ho praticato la politica e ho conosciuto qualche persona per bene ma anche una moltitudine di  cialtroni… ho conosciuto docenti universitari scoraggiati e pessimisti ma con una rabbia indomita verso le iniquità (quanti valorosi De Marinis nelle Università del Sud!)… ho visto progressivamente scomparire la tensione verso il vero e verso la bellezza…

Sei del 56 quindi nella tua vita prima di scrivere hai fatto altro. Parlaci della tua vita precedente, il tarlo della scrittura era già presente o è una scoperta recente?

In passato ho svolto attività teatrale, coordinando gruppi di amatori, per puro piacere, senza alcun assillo di fama e celebrità. Ho scritto anche dei testi teatrali, di cui uno pubblicato dalla Ecumenica Editrice su iniziativa dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, un dramma sulla vita di santa Rita da Cascia, interpretata nella sua quotidianità (“Il silenzio e le rose”).

Parlaci del tuo esordio,  come è andata?

Ho scritto, ho inviato la bozza ad alcune case editrici e una mi ha risposto. Tutto qui. Credo ci sia stata una decisiva coincidenza tra le caratteristiche del mio romanzo e ciò che cercava la e/o. Il mio libro ha inaugurato una nuova collana di testi di denuncia sociale, “Sabot/Age”. L’altro romanzo che esce assieme al mio è il coinvolgente “La ballata di Mila” di Matteo Strukul.

Lupi di fronte al mare, ospitato nella collana di Sabot/ age Edizioni E/O è il tuo romanzo d’esordio, un romanzo decisamente anomalo nel panorama letterario italiano. Quanto ti è costato scriverlo in termini di coinvolgimento e di impegno personale?

Non è stato semplice, il tempo è sempre poco. Per un certo periodo, ho letto con molto interesse libri e quotidiani, in modo da comprendere quali fossero i punti di snodo dei “meccanismi” della corruttibilità. Circa gli aspetti più tecnici, ho lavorato con scrupolo (per esempio, colloqui con un avvocato penalista per valutare reati e pene descritti nella trama, valutazioni da parte di un maggiore dei carabinieri circa alcune particolarità dell’ambiente militare, incontro con un’équipe di anatomopatologi per il capitolo 54 pagg. 349/351 del testo editato…). Un altro aspetto faticoso è stata la dicotomia nel modo di parlare delle persone, con un doppio registro tra l’eloquio pubblico, sempre formale e qualche volta addirittura aulico (i discorsi di Spadaro), e quello privato, rozzo e diretto, cartina di tornasole del vuoto pneumatico che caratterizza alcuni protagonisti.

Quali sono i tuoi maestri letterari, c’è uno scrittore in particolare a cui dedicheresti ipoteticamente il tuo libro?

Italo Svevo, con la sua “La coscienza di Zeno”, che diventa più attuale ogni anno che passa. E poi: Berto (“Il male oscuro”), Pavese (“La luna e i falò”), Joyce (“The dead”), Garcia Marquez (“L’amore ai tempi del colera”), Carver (i racconti di “Cattedrale”, che hanno ispirato l’Altman di “America oggi”). Tra gli italiani, leggo anche Sciascia e Ammaniti, poi Saviano e Carlotto. Per ispirarmi, qualche volta rifletto sui dialoghi di “Addio alle armi” di Hemingway.
Amo il cinema e ho scritto il romanzo come se scrivessi la sceneggiatura di un film e immaginando che ad interpretare i ruoli fossero: Fabrizio Bentivoglio (Bosdaves); Sergio Rubini (Spadaro); Laura Morante (Irene); Valentina Lodovini (Martina). Addirittura, descrivendo Spadaro, avevo davanti agli occhi una foto di Rubini (Capitolo 49, pag. 311 del romanzo).

Parli di sanità, un tema delicato. Mi viene subito in mente lo scandalo della sanità in Abruzzo, e il nome di Angelini. Quanto incide la cronaca di questi anni nel tuo romanzo?

Le storie di sanità sembrano riconducibili a innumerevoli casi concreti perché, nei loro passaggi fondamentali, si assomigliano un po’ tutte. Ma il mio è solo un romanzo, che tuttavia ha l’ambizione di restituire in modo credibile il clima di una città e, forse, la realtà di un intero Paese.

La tua Bari è davvero una città così noir? Parlaci delle sue bellezze dei suoi lati positivi.

Premesso che nel mio romanzo la città non fa da sfondo ma è la protagonista, credo che non ci sia  una città più “noir” di Bari: crocevia dei traffici con l’Est europeo (legali e illegali), ponte tra Oriente e Occidente (abbiamo una Chiesa Russa!), territorio lacerato dalla microcriminalità (giovani leve dalla pistola facile), quartieri sottoposti al dominio della malavita, aspirazioni egemoniche della Sacra Corona Unita. La bellezza della città? E’ soprattutto nei suoi abitanti, espressione di un vertiginoso ossimoro, perché riuniscono cinismo e slanci, disincanto e passione. E poi c’è il mare, certo. Senza di esso Bari non avrebbe senso.

In ogni romanzo c’è sempre un filo conduttore, un’ idea da cui scaturiscono le altre. Per Lupi di fronte al mare quale ‘è ?

Ho incubato a lungo il romanzo, perché contiene un assunto fondamentale verso cui provo un istintivo pudore: la potenza dei sentimenti come forza che contrasta l’appiattimento del malaffare e il precipizio dei valori. Poi la visione di un film come “Le conseguenze dell’amore” (Paolo Sorrentino) mi ha incoraggiato. Il punto è questo: come si può combattere il malaffare? Con un modo diverso di fare politica? Con la giustizia? La mancata abolizione delle province ha chiarito definitivamente l’incapacità della politica di auto-riformarsi, in quanto alla via giudiziaria, qualche giorno fa il c.d. processo “Gomorra”, quello contro gli industriali del Nord che scaricavano il loro rifiuti tossici in Campania, è finito in prescrizione. Al dunque! Se il malaffare nasce dal desiderio di potere, in definitiva dalla vanità o dal narcisismo, ebbene non è arrivato il momento di scavare in questo desiderio di dominio, di comprenderlo appieno, nei suoi aspetti persino antropologici? Le passioni, evocate nel titolo dalla forza del mare, possono scardinare il sistema: nel romanzo, si pensi all’attrazione di Sansipersico per la badante romena; alla passione di Varechine per Maravenié, che porta l’uomo a ricercare l’amicizia di Cikkeciakke; alla determinazione con cui la giornalista Martina svolge le indagini, perché intende ottenere la stima e l’affetto del capitano…

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri?
Vorrei scrivere il secondo romanzo di un’ipotetica trilogia, con protagonista il capitano Bosdaves, con una trama ambientata a Bari ma di contenuto diverso: penso all’alluvione della Cava di Maso, uno dei più grandi disastri ecologici europei degli ultimi anni, avvenuto di fronte a casa mia.

:: Intervista con Anna Castelli

16 ottobre 2011 by

5606380273_3dff544c75Ciao Anna. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anna Castelli? Punti di forza e di debolezza.
 
Anna Castelli è una scrittrice che ricorda un pochino il tormentato supereroe Bruce Wayne/Batman: scrive di notte (quindi dorme poco) e di giorno lavora a tutt'altro, ma non smetterà mai di credere che l'Arte, in qualsiasi sua manifestazione, dia all'essere umano la gioia di vivere; per questo motivo temo proprio che continuerà a dormire poco per tutta la vita, visto che adora scrivere… d'altronde “Di Notte si Scrive Meglio” era anche il nome del blog che ha visto nascere “Emozioni Veneziane”.
 
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
 
Ho 35 anni e scrivere mi è sempre piaciuto molto. Ho sperimentato varie forme di espressione artistica (strumenti musicali, voce, pittura, scherma coreografica…) ma pare che l'amore per la scrittura sia quella che prevale su tutte le altre.
Sono laureata in arte e architettura giapponese con una tesi sui costumi del teatro kabuki, con la quale ho voluto dare una classificazione ampia e organica agli strumenti utilizzati in una forma d’arte che si perpetua immutabile da secoli.
La mia infanzia è stata popolata dei personaggi che la mia mente creava: ho iniziato presto a raccontarmi le fiabe che non trovavo scritte nei libri.
 
Anna Castelli e Venezia sono un binomio strettamente legato. Parlaci della tua Venezia quella più segreta, quella in cui i turisti non vanno mai.
 
Preferisco svelare quella Venezia attraverso le mie opere, in modo che il lettore possa avvicinarsi alla città non più da semplice turista ma con un nuovo sguardo, quello di persona innamorata di questo gioiello dell’umanità.
“Emozioni Veneziane” è il primo tassello di questo percorso, a cui ha fatto seguito “Alchimia Veneziana”, un racconto metafisico destinato a diventare un graphic novel (e approfitto di questo canale per rintracciare un disegnatore che abbia voglia di collaborare con me, perché sto cercando uno stile particolare di disegno, per questo progetto).
Poi naturalmente sto preparando altro, sempre riguardo a Venezia: per questa città ho un’autentica, positiva ossessione, e credo che le ossessioni vadano soddisfatte, dunque io le soddisfo scrivendone.

Come è nato il tuo amore per la scrittura, l’estremo oriente e i duelli con le sciabole?
 
Per la scrittura, credo sia stata mia madre che mi ha insegnato a leggere e a scrivere a quattro anni, e da lì non ho più smesso, cercando nella mia mente le storie che non trovavo su carta.
L'estremo oriente è stata una scelta dettata dalla curiosità di comprendere a fondo un mondo così diverso dal nostro, di cui sentivo un'affinità istintiva che ho potuto assodare con lo studio.
Per quanto riguarda il duello a sciabola, si tratta di una nobiltà occidentale di combattimento che ho avuto la fortuna di praticare attraverso un grande Maestro, Giovanni Rapisardi il quale, oltre a essere Magistro Re di Scherma Storica e quindi uno dei migliori insegnanti di scherma in Italia, mi ha trasmesso la fierezza, il rispetto e l’orgoglio che ogni spadaccino dovrebbe avere nell'affrontare l'avversario: “Temi! … ma non avere paura” è un motto che mi ha insegnato Re Giovanni, e che ancora oggi utilizzo in tante situazioni.
 
Parlaci del tuo primo romanzo Emozioni veneziane che vanta la prefazione di Tinto Brass. Sensualità ed erotismo in che misura influenzano la tua scrittura?
 
Nella mia scrittura, sensualità ed erotismo fanno parte di un processo molto più ampio: contemplare una creazione artistica per comprendere le motivazioni e il messaggio dell’esecutore, gustare la realtà con tutti i sensi percependone appieno le implicazioni di bellezza che contiene, condividere le proprie scoperte con persone con cui si hanno affinità elettive… sono tutte tessere del mosaico della sensualità che mi piace ricomporre nei miei romanzi.
 
Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?
 
Ero una divoratrice di Sherlock Holmes, poi mi sono innamorata di Arsène Lupin. Credo inoltre di avere tutti i Maigret pubblicati dalla Mondadori.
Poi è stato il momento dei “rosa”: i tanto vituperati Harmony contengono spesso delle chicche di intreccio e di stile inaspettate (comunque anche grazie ai nostri traduttori, che col loro lavoro ne esaltano la forma).
Al di là di quelli citati qui sopra, un libro a cui tengo molto anche fisicamente è “La Storia Infinita” di Ende: la mia edizione è scritta in verde e rosso, con i capilettera lavorati, tutti particolari che mi hanno emozionata non poco al tempo, tanto che mi sono ripromessa di riprodurre in ogni mio libro il piacere di un’opera che sia deliziosa non solo da leggere ma anche da guardare.
 
Hai dei maestri letterari, scrittori che ti hanno influenzato o meglio insegnato a trascrivere le emozioni in parole?
 
Credo di aver subito l’influenza di tutte le scritture che mi è capitato di leggere, ma il piacere della contemplazione della realtà come esaltazione dei sensi è un concetto mutuato dal mondo della letteratura classica giapponese, che va sotto il nome di mono no aware: l'emozione suscitata dalla bellezza del mondo, senza dimenticare che tale bellezza è destinata a svanire, come chi la osserva. È "compassione" in senso classico (cum-patire), cioè un partecipare coi nostri sentimenti a ciò che ci circonda, di cui facciamo parte e con cui condividiamo il destino transitorio di un divenire perpetuo.
 
Quali sono le qualità di un buon scrittore?
 
La perseveranza nel raggiungere gli obiettivi, perché la scrittura richiede un’enorme disciplina, e la capacità di osservare il mondo che lo circonda con una sensibilità immensa, trasferendo le sensazioni che percepisce nelle sue opere.
 
Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie, o preferisci nutrirti di fantasia?
 

Più che le esperienze personali, trasferisco su carta i mondi che giungono alla mia mente, mescolando a essi elementi del mondo reale e personaggi che potreste benissimo trovarvi accanto al mattino mentre fate colazione al bar. Probabilmente è per questo che molti miei lettori dicono di trovarsi a proprio agio nelle mie storie.
 
Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?
 
La “briglia sciolta”, cioè la primissima parte della creazione, dove si controlla sommariamente che la storia stia in piedi e si iniziano a inserire elementi lasciando che la mente fluisca libera a comporre la trama: in quel momento, mi sembra che il cuore trabocchi d’inchiostro e riempia il foglio di parole, senza nessuna difficoltà.
 
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
 
Più che il tour in sé, mi piace molto incontrare i miei lettori, perché con tanti di loro si instaura un rapporto di amicizia che mi consente di crescere e maturare nella mia scrittura.
La cosa più divertente? La premiere di “Emozioni Veneziane” il 18 luglio all’Ostaria dai Kankari: c’erano talmente tanti amici che non sembrava più un locale pubblico, ma una festa privata, e tutti si sono divertiti talmente tanto che abbiamo prolungato i festeggiamenti fino a notte inoltrata, nonostante fosse un lunedì sera!

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?
 
Io adoro i miei lettori, perché i loro suggerimenti e i loro incoraggiamenti mi esaltano e mi permettono di scrivere con maggiore ispirazione; possono seguirmi alle mie presentazioni, che sono costantemente aggiornate sul calendario del mio sito http://www.annacastelli.com oppure possono scrivermi direttamente a ufficiostampa@annacastelli.com: io rispondo a tutti.
 
Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?
 
Ho appena consegnato l’articolo per il numero di ottobre della rivista “Mr. Bond!” e sto per aprire una rubrica del venerdì sul mio sito.
Sto cercando un valido disegnatore (o disegnatrice) per il graphic novel di ambiente veneziano, e finalmente mi sto dedicando al mio prossimo romanzo, di cui ho già in mente tutta la trama ma che richiede molto studio, visto che anche stavolta sarà un omaggio a una parte di quello che è l’immenso patrimonio storico-artistico di Venezia.
… e grazie a voi per l’ospitalità!

:: Intervista con Umberto Lenzi

16 ottobre 2011 by

Umberto-LenziGrazie Maestro di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Umberto Lenzi non ha bisogno di presentazioni. Regista, sceneggiatore, scrittore, sei uno dei maestri del poliziesco all’italiana, autore di veri film di culto che hanno fatto la storia del cinema italiano e sono stati opere fondamentali che hanno ispirato molto cinema internazionale. Prima che scrittore sei stato regista. Come è nato il tuo amore per il cinema?

Il mio interesse per il cinema è iniziato nei primi anni ’50, a Massa Marittima, dove fondai un Circolo del Cinema con alcuni compagni di Liceo. Avevamo un professore di italiano, che era stato allievo di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ci insegnava con entusiasmo Eisenstein e John Ford anzichè Manzoni e Ariosto. Bellissimi ricordi!
All’ Università continuai ad appassionarmi alle teorie del montaggio cinematografico, della sceneggiatura, della direzione degli attori e dopo la laurea in legge, nel 1954, fui ammesso al CSC e partii per Roma con una valigia di cartone e molte speranze.

Trai tuoi maestri citi Raoul Walsh e Samuel Fuller. Tecnicamente parlando quali sono le lezioni di cinema che hai appreso da questi grandi registi?

I miei ideali maestri sono stati i grandi registi americani di genere di qul periodo, Raoul Walsh, Samuel Fuller, Henry Hathaway, Nicholas Ray, Robert Siodmak, Edgar Ulmer. Professionisti di grande valore, abilissimi nelle tacniche di ripresa, nel ritmo di montaggio, nelle soluzioni ardite di racconto. Ma sopratutto capaci di girare film eccellenti con budget limitati.

Hai iniziato girando film di avventura, che ricordi hai legati ai tuoi esordi, com’era la Roma di Cinecittà?

La mia carriera di regista è iniziata nei primi anni ’60 con film di avventura, tra i quali ricordo alcune gemme: LA MONTAGNA DI LUCE e L’ ULTIMO GLADIATORE. In seguito ho progredito professionalmente realizzando thriller interpretati dall’ attrice americana Carroll Baker, tra i quali emerge per efficacia e suspense ORGASMO (1969) .

Nel 1978 hai girato negli Stati Uniti Il grande attacco interpretato da Henry Fonda e John Huston. Ti piaceva l’America di quegli anni. In cosa differiva fare cinema in America rispetto all’Italia?

Tra gli anni ’60 e ’70 , diressi alcuni film di guerra con cast prestigiosi: Jack Palance, John Huston, Henry Fonda, Stacy Keach, George Peppard, Samantha Egger, Capucine e molti altri nomi famosi hollywoodiani. Nel 1978, girai uno di questi film in America, il primo di una serie di produzioni internazionali di budget notevole… Mi trovai immerso, a Los Angeles, Nex York, e Boston, in ambienti di grande professionalità con tecnici preparati e molto efficienti.

Non tutti sanno, mi riferisco alle giovani generazioni che oltre a girare film polizieschi di culto ne hai ideato anche una sottile parodia con il personaggio del Er Monnezza. Che ricordi hai legati a questo periodo?

Tralascio di parlare dei miei film di polizia degli anni ‘ 70, che mi hanno dato una grande notorietà e successo, in particolar modo quelli interpretati da Tomas Milian e Maurizio Merli. MILANO ODIA LA POLIZIA NON PUO’ SPARARE e NAPOLI VIOLENTA, tanto per citarne due, hanno trovato molti estimatori anche all’estero, tra cui registi come Quentin Taranrino, Joe Dante, Tim Burton.

E ora parliamo di libri tema caro al nostro blog. Nel 2008 hai debuttato come scrittore di noir con un buon successo di critica e di pubblico. Come hai scoperto la passione per la scrittura? Quali sono i tuo autori di riferimento?

Tre anni fa, dopo aver lasciato volontariamente il cinema poiché non sopportavo più per vari motivi il forte stress sul set, ho iniziato un’ attività di scrittore di romanzi gialli. Il primo, DELITTI A CINECITTA’, è uscito nel 2008 per i tipi della Coniglio editore ed ha ottenuto recensioni entusiastiche per la originale impostazione del racconro che si svolge nel 1940, in pieno periodo del cinema fascista dei cosiddetti telefoni bianchi.. E’ la storia di Bruno Astolfi, un investigatore privato senza clienti e pieno di debiti, che per un caso fortuito si trova a investigare sul set del film LA CORONA DI FERRO a Cinecittà, ingaggiato dalla protagosista del film , l’attrice Luisa Ferida, che riceve lettere anonime con minacce di morte, ed è già sfuggita per miracolo a un primo attentato. Bruno Astolfi , che è un toscano amante della donne, delle sigarette Macedonia Extra e dei liquori forti, nonché antifascista convinto, riesce a risolvere il caso e ad acciuffare il misterioso criminale, che nel frattempo ha eliminato altre due donne.
Mi ero proposto, con questo libro, di raccontare, attraverso una storia che rispettasse i canoni del giallo, il cinema italiano dei primi anni ’40. Scelsi di far interagire il protagonista con personaggi reali, attori, registi e nomi celebri dell’epoca, che vanno da Totò a De Sica, ad Amedeo Nazzari, a Giorgio Scerbanenco, ai registi Camerini e Blasetti.

Cito i titoli de i tuoi romanzi Delitti a Cinecittà (2008), Terrore ad Harlem (2009), ambientato sul set di Harlem di Carmine Gallone, e Morte al Cinevillaggio, ambientato a Venezia nella città del cinema voluta dalla Repubblica di Salò. Perché hai scelto questo periodo storico per ambientare i tuoi noir?

Il successo del romanzo e l’incitamento di lettori e critici a continuare le indagini dell’ originale protagonista, mi hanno indotto a proseguire con altri tre romanzi, sempre ambientati negli studi cinematografici durante gli anni di guerra, in cui ha luogo la dissoluzione del cinema dei telefoni bianchi e il crollo della dittatura.
Questi sequel che vedono Bruno Astolfi immerso in spericolate investigazioni tra divi dello schermo, giornalisti, nobili spiantati e belle donne, sono: TERRORE AD HARLEM (Coniglio editore, 2009), che si svolge nell’inverno del ’43 durante le riprese a Cinecittà del film HARLEM di Carmine Gallone; MORTE AL CINEVILLAGGIO (Coniglio editore. 2010) ambientato a Venezia; e infine SCALERA DI SANGUE, uscito alcuni mesi fa e in corso di presentazione in varie città d’Italia. In questo ultimo libro, il protagonista fa luce su una tremenda catena di delitti negli stabilimenti romani della Scalera film, incontrando personaggi reali come Fellini, Anna Magnani, Indro Montanelli, Clara Calamai..

Parlami di Bruno Astolfi, detective privato antifascista. Come nasce questo personaggio? Rispecchia parte del tuo spirito anarchico e anticonformista?

Sono molto affezionato al personaggio di Bruno Astolfi, che in parte riflette la mia personalità di toscano anticonformista e libertario. Come me, Astolfi è irruento, mordace, e talvolta cinico. Ma anche, lasciatemelo dire, dotato di un certo fascino e di notevole acume.

Per concludere vorrei esprimerti la mia riconoscenza per la tua disponibilità. Potresti fare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri ? I tuoi noir diventeranno mai soggetti cinematografici?

Mi piacerebbe molto che qualche produttore intelligente si rendesse conto che la mia quadrilogia ha tutti i crismi per essere trasposta in una miniserie televisiva di successo. Di cui io non aspiro ad essere regista, ma solo collaboratore all’ adattamento dei testi.

:: Intervista con Stefania Montorsi

16 ottobre 2011 by

Ciao Stefania. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Attrice, scrittrice. Chi è Stefania Montorsi? Punti di forza e di debolezza.

Questa è una domanda difficile. Non sono brava a parlare di me. E’ più facile che qualcosa esca fuori (più o meno consapevolmente) nei personaggi che interpreto, o che racconto. Una frase che mi piace e in cui mi ritrovo: ‘Tutti i passi della mia vita mi hanno portato qui, ora.’ È  di Alberto Garutti, un artista interessante che seguo da anni.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Da piccola passavo tanto tempo da sola, e fantasticavo, fantasticavo. Inventavo personaggi con cui condividevo giornate intere. Raccontavo ai miei amichetti di avere un fratello più grande, ma non era vero.
Dopo il liceo ho studiato Architettura, ho sostenuto tutti gli esami ma non mi sono laureata. Non lo facevo per me. era uno scoglio a cui mi aggrappavo nelle lunghe pause tra un film e l’altro. Studi impegnativi e coinvolgenti, ma non ho mai pensato che sarebbe diventata una professione. Era solo un hobby da secchiona.

Dopo tanti film di successo con registi importanti come è nato il tuo amore per la scrittura?

Mi piacciono le commedie, ora in Italia se ne vedono parecchie al cinema, ma verso la fine degli anni 90, no. Avevo in mente il film che avrei voluto vedere, e l’ho scritto. Così è nato Dillo con parole mie, e così ho capito che se mi veniva in mente una storia, potevo scriverla. Lo scultore/architetto/designer giapponese Isamu Noguchi dice che certe volte scopri come fare una cosa e poi la fai, altre volte ti capita di fare una cosa e poi scopri cosa hai fatto. Alcune persone seguono un percorso lineare nella vita, altre no.

Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?

Il piacere della lettura l’ho scoperto da grande. In un negozio di scarpe sudo, sono indecisa e va a finire che non compro niente, da una libreria non esco mai a mani vuote. A parte i classici, tra i contemporanei amo AbrahamYehoshua, Hanif Kureishi, Jonathan Franzen, Philip Roth, Ian McEwan, Anne Tyler, Cathleen Schine, David Nicholls, Nick Hornby, Elena Ferrante, Goliarda Sapienza, Lia Levi. Nei loro romanzi trovo sempre qualcosa che mi appartiene, che parla di me.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito di leggere Libertà di Jonathan Franzen, un romanzo coinvolgente dalla prima all’ultima pagina e con un finale molto emozionante.

Hai da poco pubblicato Amori fuori corso ( Sonzogno) Ce ne vuoi parlare?

Amori fuoricorso è il mio primo romanzo. L’idea di partenza si limitava a un soggetto per un film, intendevo abbozzare la storia per poterla prporre a un produttore. Via via che prendevo appunti però mi sono resa conto che c’era tanto materiale, che voleva essere raccontato con calma, pretendeva spazio e dettagli, e così è diventato un romanzo.

La protagonista è un personaggio in cui ti rispecchi o somiglia a persone reali che ti è successo di incontrare? Ti capita mai di usare le tue esperienze personali nelle tue storie, o preferisci nutrirti di fantasia?

Non è un romanzo autobiografico, tuttavia è molto personale. C’è tanto di me in tutti i personaggi, e allo stesso tempo è frutto di fantasia e di cose rubate a persone che conosco o ascoltate più o meno accidentalmente al tavolo accanto al mio in un ristorante (sono una grande impicciona!). Parto sempre da un dato reale, che conosco bene, ma poi rielaboro talmente tanto che alla fine non so più neanche io cosa appartiene a chi.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La fase iniziale. Quella in cui mi innamoro di una storia e che mi fa vincere la pigrizia di sporcare i fogli d’inchiostro. Prendo appunti disordinati sul retro degli scontrini, sul telefonino, sulle pagine bianche del libro che sto leggendo. Ho una memoria cortissima, se non scrivo, dimentico.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Non ho fatto un vero tour promozionale per Amori fuoricorso. C’è stata una presentazione a Roma, e lo scorso settembre  a Chianciano. Per promuovere il romanzo sono stata ospite in diverse trasmissioni, soprattutto alla radio.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Sono tanti i lettori che mi hanno scritto, uomini e donne, di tutte le età. Con facebook è più facile contattare un autore, se vuole essere contattato. Conservo in un file tutte le lettere che mi hanno inviato. È gioia pura leggere: mi sono identificata con Sandra, la protagonista di Amori fuoricorso.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho scritto un paio di articoli per la rivista Marie Claire e ho trovato una storia che mi piace. Forse diventerà un film, forse un romanzo, ancora non lo so, sono in piena fase ‘appunti’. Ehm…mi è appena venuta in mente un’idea, vi ringrazio dell’attenzione e corro a scrivere…

:: Recensione di La sindrome di Balzac di Aldo Putignano.

30 settembre 2011 by

la-sindrome-di-balzacCinque brevi racconti (La sindrome di Balzac, Arriba Ribas, Il cane di Pavlov, InFaust, Che sia da monito) compongono La sindrome di Balzac di Aldo Putignano Edizioni Cento Autori,  divertente e ben riuscita opera buffa piena di arguto umorismo e  spirito tutto napoletano. Non ho potuto non pensare a Massimo Troisi e Luciano De Crescenzo leggendo questi figli un po’ dispettosi della grande tradizione partenopea che se vogliamo va ancora più indietro nel tempo con i fratelli De Filippo. Specie l’ultimo “Che sia da monito”è un omaggio secondo me divertente e divertito alla mitica telefonata di Sergio Solli in No, grazie il caffè mi rende nervoso. Ne La sindrome di Balzac, racconto che apre la raccolta e dà il titolo all’opera, uno scrittore si trova a che fare con i grandi scrittori del passato che uno per uno occupano i suoi sogni mettendolo di fronte ai suoi limiti, ma siamo sinceri chi poi si è davvero letto per intero la recherche di Proust, io confesso come molti forse sono arrivata solo al terzo volume rileggendomi magari Un amore di Swann più volte. Finale inaspettato e bizzarro. In Arriba Ribas l’autore sbeffeggia e schernisce una certa idea di calcio facendo arrivare in serie A un vero brocco, e beffandosi di un annichilito Lotito incerto su come liberarsi del poco gradito ospite. Ne Il cane di Pavlov, un brachetto usato come cavia prende la sua rivincita sullo scienziato che lo usa per i suoi esperimenti. In InFaust ci troviamo davanti a uno scaltro personaggio che mette alla berlina e beffa niente di meno che il diavolo. Non si può non sorridere, leggendo questi racconti che scivolano via con leggerezza e rapidità, ma basta fermarsi un momento per capire che sono anche scritti bene. L’unico difetto che è troppo breve, ti verrebbe voglia di leggerne ancora.  

INTERVISTA AD ALDO PUTIGNANO – Seconda parte
(a cura di Diego Di Dio)

 
Ciao Aldo, benvenuto su LiberidiScrivere. Sai, i lettori di questo blog sono molto impegnati, quindi direi di arrivare subito al sodo, vale a dire alla tua ultima fatica letteraria. “La sindrome di Balzac” (Cento Autori). Direi di partire dal primo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta: io l’ho letto, ma forse altri no.
Quindi spiegaci cos’è questa sindrome di cui parli.

Ognuno di noi ha dei libri che dovrebbe aver letto e che invece, per vari motivi, ha sempre ignorato. Cosa succederebbe se alcuni grandi autori della letteratura vi venissero a trovare in sogno per chiedervi conto delle vostre letture? Avete letto Guerra e pace? E tutto Alla ricerca del tempo perduto? A me è capitato, e gli autori non l’hanno presa bene. E il più cattivo era Balzac, non lo voleva proprio accettare…

A quanto vedo non sono l’unico a non aver letto tanti classici. Ma davvero i classici sono così importanti per un importante autore? Al di là del tono scherzoso e bizzarro del tuo racconto, cosa pensi sul serio in merito a questo argomento? Occorrerebbe leggere più classici, occorrerebbe consultare maggiormente i maestri del passato? Oppure questa è una scuola di pensiero superata?

Leggere è fondamentale, e ognuno dovrebbe costruirsi una propria gerarchia di autori. Leggere i classici è divertente e molto istruttivo, ma è impossibile leggere tutto: contemperare l’opportunità con l’istinto è necessario, ma non bisogna farsi spaventare dalle opinioni correnti. I libri vanno assaggiati per poter essere valutati, e le sorprese sono più frequenti di quel che si crede. In particolare poi bisognerebbe leggere Balzac (dai, Honoré, facciamo pace…).

Secondo racconto, “Arriba ribas”. È la biografia bizzarra di un calciatore pessimo, che prima si dedica al pallone poi all’idraulica. Mi ha fatto ridere, anzi sai che ti dico? Forse, nell’ambito della raccolta, è il racconto che osa di più. Ci spieghi com’è nata questa storia?

Non sono mai stato un grande calciatore, quindi l’immedesimazione è stata facile. Al che ho pensato (il pensare istintivo degli scrittori): cosa succederebbe se un calciatore scarso come me fosse proiettato nel grande circo della serie A? E se incontrasse un presidente come Lotito, per giunta? Credo che ne uscirebbe massacrato, ma si divertirebbe un mondo e alla fine una sua strada la troverebbe…

A proposito, domanda che nessuno ti avrà mai fatto, anche perché non c’entra assolutamente niente: tu giochi a calcio? Ci hai giocato? Che ne pensi di questo sport?

Ho giocato, maluccio a dire il vero, ma con grande spirito. Io ero quello che organizzava le partitelle e trovava i giocatori, sempre, anche all’ultimo istante. Un bene prezioso nel calciotto dilettantesco. Per questo motivo non mi mandavano in porta ma giocavo avanti dove al massimo non segnavo, ma di danni ne facevo pochi. Ora ho smesso, ma se Lotito chiama…

E dei calciatori che scrivono libri, che ne pensi?

Sono contento. Finché qualcuno pensa che attraverso un libro si possa comunicare qualcosa io starò dalla sua parte. L’aspetto mediatico e commerciale m’interessa meno, non sono loro i nostri rivali, anzi, noi scrittori siamo già particolarmente bravi a farci del male da soli.

Terzo racconto, “Il cane di Pavlov”. Io amo molto gli animali e, ti devo confessare, il cane di questo racconto mi ha fatto davvero pena. In pratica si trova a sopportare tutti i bizzarri esperimenti del padrone, anche se le ultime pagine lasciano presagire un lieto fine. Due domande su questa storia. Prima: dove volevi arrivare, raccontandola?

È una satira sul mondo della scienza, sui tanti esperimenti che non portano a niente e su quelli che invece hanno cambiato il mondo. Mi sono chiesto: e se la cavia iniziasse a fare esperimenti sullo scienziato?

Seconda, la classica domanda che non c’entra nulla. Tu ami gli animali? Che rapporto hai con quelli domestici? Mica tratti i cani come Pavlov ha trattato il suo, vero?

Giuro. Però anche il “mio” Pavlov non è così cattivo, anzi, in fondo è un rapporto inter pares, con qualche colpo sleale da entrambi.

Eccoci al penultimo racconto. Direi che senz’altro è il più “impegnato”. InFaust, titolo che grossomodo già spiega il senso della storia. Ce ne vuoi parlare?

La letteratura, il calcio, la scienza, e infine la religione. Un patto con il diavolo, tutto qui, ma anche in questo caso l’ipotesi di un ribaltamento: perché devono sempre averla vinta loro?

Tu venderesti mai l’anima al diavolo? In cambio di cosa?

Credo di averlo fatto ma non ricordo quando. Anche se conoscendomi ci avrei guadagnato di più a vendere l’anima a un pasticciere, per fini meno alti. Ma il diavolo è un disonesto, e io diffido dal frequentarlo: nel caso mio non mi ha neppure rilasciato la ricevuta fiscale.

La raccolta si conclude con “Che sia da monito”. È un mezzo noir che si distacca dalle storie precedenti e, in certo senso, è un racconto sui generis nell’ambito della raccolta. Come mai hai sentito l’esigenza di chiudere la raccolta con una storia così diversa da quelle precedenti?

È la storia più realistica, nonostante il grottesco di fondo. Viviamo in una realtà in cui l’ardire dei malviventi sembra non avere limiti sempre più ristretti. Ho voluto deriderli, un riso aggressivo, ma inutile: ho paura. Il monito è per i lettori: dobbiamo resistere, chi delinque non è meglio di noi, anche il diavolo può essere sconfitto, figuriamoci quattro fessi senza arte né cultura. Siamo noi i più forti, ma dobbiamo crederci, e vivere di questa forza.

:: Recensione de “Il prossimo villaggio” di Lorenzo Esposito a cura di Valentino G. Colapinto

30 settembre 2011 by

9788896989104gIl prossimo villaggio. Racconti e macchine del tempodi Lorenzo Esposito: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €13,50 [Caratteri Mobili, 2011].
 
Mio nonno soleva dire: «La vita è straordinariamente corta. Ora, nel ricordo, mi si contrae a tal punto che, per esempio, non riesco quasi a comprendere come un giovane possa decidersi ad andare a cavallo sino al prossimo villaggio senza temere (prescindendo da una disgrazia) che perfino lo spazio di tempo, in cui si svolge felicemente e comunemente una vita, possa bastar anche lontanamente a una simile cavalcata.»
 
Con questa citazione kafkiana, si apre Il prossimo villaggio di Lorenzo Esposito (Roma, 1974) componente della redazione di Fuori Orario (Rai Tre) e del direttivo di Filmcritica, nonché già autore del saggio Carpenter Romero Cronenberg. Discorso sulla cosa (2004) e della raccolta di aforismi Il digitale non esiste. Verità e menzogna dell’immagine (2009).
 
Racchiuso tra una prefazione e una postfazione entusiaste del critico cinematografico Enrico Ghezzi, Il prossimo villaggio è una raccolta di frammenti narrativi molto eterogenei tra loro. Libro quindi più che indicato per una collana chiamata Molecole (seconda uscita dopo 1975 di Franz Krauspenhaar), che si propone programmaticamente di pubblicare “aggregazioni narrative poliatomiche, legami letterari covalenti, meccanica quantistica della materia scrittoria”.
 
Ancora una volta, quindi, la giovane casa editrice barese Caratteri Mobili si distingue per l’originalità, la cura e il coraggio, pubblicando un oggetto letterario decisamente poco identificabile.
Trentadue brevi sequenze cinematografiche, che si risolvono in visioni surrealistiche ed enigmatiche. Il tempo e lo spazio si deformano in racconti-non racconti in cui non c’è un inizio, una fine e forse neppure una storia, ma soltanto un’allucinata riflessione sull’immagine (vero interesse monomaniacale dell’autore).
Le suggestioni sono tante. Kafka in primis, ma anche le apocalissi di Ballard o le mutazioni di Cronenberg. Consigliato a chi vuole immergersi in un multiverso parcellizzato e straniante.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Lara Adrian a cura di Elena Romanello

29 settembre 2011 by

DSCN2763Autrice della saga vampiresca romantica della Stirpe di mezzanotte, edita da Leggereditore, Lara Adrian è venuta in Italia a incontrare i suoi fan, iniziando da una serata abbastanza affollata presso la libreria Feltrinelli di Torino.

L'ultimo libro uscito da noi è Il bacio eterno. Cosa ci puoi dire su questa tua fatica?

Il bacio eterno è il sesto libro della serie della Stirpe di mezzanotte, ed ho scelto di incentrarlo sul personaggio di Andreas, un personaggio che avevo introdotto nel terzo libro della saga senza volerlo far diventare un protagonista, ma poi man mano che andavo avanti mi piaceva sempre di più e ho scelto di fare un libro su di lui.

Come mai hai scelto di scrivere questa saga, e da dove è venuto fuori il tuo approccio particolare alla figura dei vampiri, che hanno un'origine fantascientifica?

Scrivevo romance di ambientazione medievale e volevo cambiare genere. Ho sempre amato i vampiri e quando ho avuto l'opportunità di scrivere qualcosa di genere paranormale ho scelto loro, però non amavo l'idea tradizionale di cadaveri ambulanti, non li sentivo sexy o romantici, e mio marito ad un certo punto ha detto Magari sono alieni! facendomi venire l'idea.

Negli Stati Uniti è in uscita il decimo libro della saga. Ma tua quanti libri avevi progettato all'inizio?

Quando ho proposto al mio agente di scrivere di vampiri avevo in mano solo un libro. Il mio agente era perplesso perché non era ancora scoppiato il fenomeno Twilight, l'ha letto con l'editore, gli è piaciuto molto e me l'hanno accettato, chiedendomi una trilogia. Dopo me ne hanno chiesta un'altra e poi un'altra ancora, ho dovuto allungare la trama originale, inserendo nuove storie e personaggi.

Hai già un'idea di che conclusione poi dare a tutto?

No, ma posso anticipare che nel decimo volume succede qualcosa di veramente importante e decisivo per lo svolgimento di tutta la vicenda.

Cosa ne pensi della moda dei vampiri, un filone ricchissimo ma con la tendenza di essere considerato tutto uguale e tutto di basso livello?

Trovo curioso che ogni anno ci sia chi dice che la moda sta finendo ma in realtà continuano ad uscire titoli. Credo che il mercato sia un po' saturo per i nuovi autori, e questo potrebbe essere un sintomo di crisi. Io leggo soprattutto urban fantasy, mi piacciono autrici come Jeaniene Frost, Larissa Ione e Marjorie Liu, in particolare perché popolano le loro storie non solo di vampiri ma di altre creature fantastiche, cosa che piacerebbe fare poi anche a me.

I tuoi libri piacciono tantissimo qui in Italia. Cosa ne pensi di questa cosa?

Sono da sempre affascinata da come i miei libri vengono accolti all'estero, ho scoperto il mio grande successo italiano grazie alla mia assistente, che cercava le copertine dei miei libri all'estero. Da questo è nato un contatto con Leggereditore, ed eccomi qui.

Non sei mai stata contattata per fare un film o una serie tv dai tuoi libri?

Ho avuto un contatto da Lifetime per un serial, ma non sono la loro cliente ideale, Lifetime è un canale molto soft, per famiglie, e la mia saga non ha certo queste caratteristiche. Mi piacerebbe molto, certo che dovrò adattarmi all'idea che chiunque prenderà i diritti sulle mie opere poi ne farà cosa vorrà. Non ho un'idea particolare su che attori o attrici potrebbero interpretare i miei personaggi, vivono nella mia testa con tante caratteristiche fisiche che si mescolano.

Ma chi è Lara Adrian e come ha cominciato a scrivere?

Ho sempre adorato leggere e scrivere ma sono cresciuta in una cittadina del Michigan, lontana dal mercato editoriale. È stato mio marito a spronarmi a scrivere, e per il mio primo romanzo ci ho messo due anni, era un romance medievale e se mi avessero detto che avevo soltanto il due per cento di possibilità avrei mollato. Ho dovuto scegliermi uno pseudonimo, per i romanzi storici mi sono chiamata Tina St. John, ma per i paranormal ho scelto un nome diverso, ho voluto che iniziasse con la A perché fosse in bella mostra, ho scelto Adrian perché vuol dire ancora oscuro, e Lara perché con mio marito adoriamo Il dottor Zivago.

In chi ti identifichi?

C'è qualcosa di me in tutti i personaggi, diciamo che amo molto Savannah e Gabrielle, ed anche Andreas, con cui ho voluto creare un personaggio positivo insolito, nella letteratura statunitense è ancora oggi difficile, decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, che un tedesco possa essere l'eroe di una storia.

Qualche anticipazione su una possibile conclusione? E come mai i tuoi personaggi, soprattutto Andreas, hanno tutte queste peripezie?

Credo che per finire prenderò degli elementi che ho seminato nel secondo romanzo della serie. Ma comunque, come ho già detto, il decimo libro segna una svolta radicale, dopo tutto non sarà più lo stesso.

Ti piacerebbe ambientare un libro in Italia?

Ho portato i miei protagonisti lontani da Boston, non conosco l'Italia, ma ci starò adesso due settimane e mi sembra un Paese molto affascinante e interessante. Perché no?
 
Elena Romanello