:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2016 by
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Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era in fondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e in fondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016 by
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Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

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:: Quanta terra serve a un uomo?, Hanne Heurtier (Orecchio acerbo, 2015) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2016 by
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Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier prende ispirazione da Se di molta terra abbia bisogno un uomo di Lev Tolstoj, un racconto scritto dall’autore russo nel 1885 e pubblicato l’anno seguente. Il libro, edito da Orecchio acerbo, è caratterizzato da una perfetta armonia tra parole e immagini per narrare ai piccoli lettori (e non solo) la storia di Pachòm, un contadino siberiano, che abita con la famiglia (moglie e tre figli) in una piccola porzione di terra, simile ad un fazzoletto. L’uomo non è ricco, però ha tutto quello che gli serve per una vita dignitosa, ma questo scatena in lui insoddisfazione. Pachòm è convinto che se solo avesse molta più terra, sarebbe di certo più felice. Il contadino siberiano comincerà quindi a fare compere e spendere sempre più soldi, per avere terra e ancora terra, ma non riuscirà ad avere ancora tutto quello che vorrebbe per essere soddisfatto in modo completo. Pachòm deciderà di andare nel paese dei nomadi Baškiri, perché là la terra è venduta a poco e nulla. Arrivato qui, il capo della tribù gli farà una proposta che permetterà a Pachòm di avere, per soli mille rubli, tutta la terra che riuscirà a percorrere a piedi, delimitandone il perimetro. Per ottenerla il contadino dovrà ritornare dal capo dei nomadi entro il tramonto, altrimenti perderà terra e pure tutti i suoi soldi. Il contadino accetta la sfida, perché è sicuro di sé, ma non sa che il destino gli riserverà un’impensabile e amare sorpresa. Il libro di Hanne Heurtier è un‘interessante riflessione sull’avidità e il bisogno di possesso che attanaglia gli uomini di qualsiasi epoca. Pachòm ha tutto, ma non è contento della gioia che le piccole cose gli danno. Il suo attaccamento alle cose e la sua smodata ambizione personale, lo porteranno a perdere il senso della ragione. L’uomo mirerà a possedere sempre più beni materiali, nella convinzione che saranno quelli a dargli la felicità che tanto sta cercando. Il contadino protagonista di Quanta terra serva ad un uomo? di Hanner Huertier, agirà seguendo la sua folle aspirazione, in modo tenace e ostinato e, arrivato alla fine, otterrà sì la terra tutta per sé, ma ben diversa da come l’aveva desiderata. I colori caldi e accesi e le forme delle illustrazioni di Raphel Urwiller rendono travolgente e appassionante la storia di Pachòm. Traduzione Paolo Cesari.

Annalise Heurtier è nata nel 1979. Nel 2003 ha cominciato a scrivere, quasi per caso, il suo primo romanzo per ragazzi, scrivendo poi venti romanzi pubblicati dalle case editrici francesi più importanti. Dal 2011 vive a Thaiti con la famiglia, scrive romanzi per adolescenti e partecipa ad incontri con le scuole.

Raphel Urwiller si è diplomato in Arti figurative a Strasburgo e si è da sempre distinto per il suo particolare tratto grafico, per l’utilizzo del colore e per la cura del particolare, derivante, forse dal contatto con la cultura nipponica dalla quale proviene Mayumi Oterio, sua compagna e collaboratrice. I due hanno creato la piccola casa editrice Icinori che fa serigrafie, libri illustrati e pop-up. Nel catalogo di orecchio acerbo troviamo Quanta terra serva ad un uomo? (2015) di Hanner Huertier tratta da Lev Tolstoj e Jabberwocky di Lewis Carrol (2012).

Source: prestito in biblioteca.

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:: La fragilità della farfalla. Dietro la tenda, Maura Maffei, Rónán Ú. Ó Lorcáin (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

21 gennaio 2016 by
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Irlanda 1746. Due grandi famiglie, i Ó Cléirigh con capostipite Cian e i Ó Brolcháin con capostipite Bran, di origine antiche e nobiliari, hanno sempre intessuto tra di loro relazioni di amicizia e amore, tant’è che quando Cian viene imbarcato dagli inglesi con il figlio neonato Caomhín mentre la moglie si annega pur di cercare di raggiungerlo a nuoto lasciando il figlio piccolo Cearúll da solo, sarà proprio Bran a prendersi cura di lui come se fosse il padre biologico.
Gli anni passano e le famiglie crescono con nuovi matrimoni, nuove nascite e nuove alleanze, ma il predominio dei protestanti e degli inglesi purtroppo non lascia l’Irlanda.
Sarà proprio in quest’atmosfera di guerra e sotterfugi che Caomhín farà ritorno in patria, insieme a un gruppo di uomini sotto le mentite spoglie di carpentieri che lavoreranno nella falegnameria di padre Hugony Newman, con il progetto di sradicare una volta per tutte il dominio inglese e riportare la libertà al suo paese natio.
Qui però farà conoscenza di sua nipote Labhaoise, una ragazza bellissima che rapirà il cuore sia di Bran, nipote del capostipite Bran Ó Brolcháin, che di padre Hugony Newman, vedovo di Pádraigín sorella del Bran innamorato di Labhaoise.
Inizia così una guerra interna alla guerra tra i due pretendenti, ma il cuore di Labhaoise appartiene a Bran, ma riuscirà lui a convincere il padre di lei, rinnegato dalla famiglia, a concedergliela in moglie o sarà bloccato da padre Newman?
E il complotto riuscirà a liberare l’Irlanda?
Primo romanzo di una trilogia La fragilità della farfalla non è il classico romanzo storico a cui siamo abituati, infatti in esso troviamo non solo fatti storici, ma anche storie di vite quotidiane, sentimenti, emozioni e pensieri che rapiscono il lettore trasportandolo all’interno degli eventi, portandolo a sostenere un personaggio piuttosto che un altro, vivendo in prima persona le emozioni.
Descrizioni minuziose ma leggerissime riescono a creare intorno al lettore non solo i personaggi a 360 gradi ma anche i luoghi e le atmosfere, dando quella sensazione tridimensionale che permette così di ambientarsi e seguire perfettamente la storia anche se non si conoscono i luoghi, così da potersi concentrare ancora di più sulla storia.
Gli autori poi usano uno stile che è alla portata di ogni lettore, anche quando ci si scontra con il linguaggio gaelico. Infatti nelle primissime pagine ci si trova un pochino spiazzati tra i nomi e le parole dei dialoghi, dovendo necessariamente andare ogni volta a vedere nelle note il significato, la bravura si riscontra nel fatto che superate appunto le prime pagine, il lettore riesce a imparare le parole e non ha più il bisogno di andare per forza a vedere i significati, così da seguire tutta la narrazione senza salti, senza contare che il significato delle parti in gaelico viene anche spiegato dalle azioni e dalle risposte dei vari personaggi.
Un romanzo che sa colpire e rapire e che alla fine lascia un senso di vuoto e di dispiacere causato dal dover dire addio a degli amici, ma che nello stesso tempo ti rincuora sapendo che li ritroverai nei successivi due libri, così da creare quel senso di attesa che si prova quando si aspetta il ritorno di amici in visita da città lontane.

Maura Maffei nasce in Liguria ma vive tutta la sua vita in Piemonte, e ha una grande passione, che l’ha portata ad avere una sterminata conoscenza, per la storia e la cultura irlandese.
Nella vita è erborista, soprano lirico, insegnante di Metodo dell’Ovulazione Bilings per la regolazione naturale della fertilità di coppia e presidente diocesano di Azione Cattolica Italiana.
Tra il 2001 e il 2007 ha firmato oltre 200 articoli monografici per il mensile Keltika.
Nel 1993 ha pubblicato Il traditore, nel 2003 Le lenticchie di Esaù, nel 2007 La lunga strada per genova, nel 2015 Feuilleton.
Nel 1999 ha pubblicato un romanzo tutto in gaelico per la casa editrice Coiscéim di Dublino dal titolo An Fealltóir.
Nel 2012 ha pubblicato l’ebook Astralabius e nel 2014 l’ebook An Nuachar – Lo sposo.
Nel 2015 ha anche vinto il premio letterario al 56° Concorso Letterario Internazionale “San Domenichino – Città di Massa” con il romanzo La sinfonia del vento.

Rónán Ú. Ó Locáirn è nato in Irlanda dove vive tutt’ora.
Per anni ha abitato e lavorato in Italia, e per questo mantiene tutt’ora forti legami affettivi e professionali.
Tecnologo e progettista di talento è molto apprezzato per il suo lavoro e gli viene riconosciuta grande originalità nei progetti che firma.
Musicista e traduttore, è appassionato di linguistica, specialmente dell’irlandese in cui crede fermamente convinto che sia molto importante per il bene e il progresso del suo paese natio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Introduzione al mondo, Idolo Hoxhvogli (OXP, Napoli 2015) a cura di Micol Borzatta

20 gennaio 2016 by
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Quando mi hanno proposto Introduzione al mondo l’ho accettato perché incuriosita: incuriosita dal nome dell’autore, così strano; incuriosita dal titolo scelto, che rivela tantissimo ma nello stesso tempo così poco visto la vastità dell’argomento; incuriosita dalla sua lunghezza, o meglio brevità, perché com’è possibile che in sole 120 pagine l’autore possa aver approfondito un argomento così complesso come il mondo? Così ho ceduto alla mia curiosità e mi sono avvicinata a questo scritto. Mai scelta fu più felice.
Spiegare esattamente di cosa tratta Introduzione al mondo non è facile. Intanto si riscontra che è diviso in tre parti.
La prima parte, La città dell’allegria, è scritta quasi come un racconto. La suddivisione della narrazione è di piccoli capitoli, ognuno come se fosse un pensiero o una regola, caratteristica che troviamo per tutto il libro, ma collegati tra loro da una storia. Un sindaco che vuole portare l’allegria nel suo borgo riempiendolo di altoparlanti che trasmettono musica 24 ore su 24. Un giorno però gli altoparlanti vanno in cortocircuito e si incendiano distruggendo l’intero borgo.
La seconda parte e la terza sono invece più complesse.
Nella seconda parte, Civiltà della conversazione, ritroviamo sempre i soliti capitoli brevi, ma questa volta sembrano piccoli aneddoti che vogliono trasmettere al lettore il significato di conversazione. Ovvero l’interazione vocale degli uomini, quell’attività che ci insegnano fin da piccoli e che crescendo diventa molto spesso vuota e senza significato, comprensiva solo di frasi fatte giusto per rispettare le convenzioni sociali.
Nella terza parte, Fiaba per adulti, l’argomento trattato è un argomento molto forte: la pedofilia. I vari capitoli assomigliano ai pensieri di una bambina che passando dall’età infantile all’adolescenza, racconta i suoi passi, la sua introduzione al mondo. Una bambina vittima di pedofilia che scopre un mondo diverso da tutti gli altri, un mondo che fa paura e dove la gente si volge dall’altra parte.
Come dicevo un romanzo molto breve, che si legge in 2-3 ore, però sa toccare argomenti molto complessi e forti, con uno stile narrativo molto particolare. L’autore infatti gioca con la musicalità delle parole, usandole come delle note su un pentagramma, creando frasi melodiose e poetiche.
Lo stile narrativo rappresenta benissimo la bravura dell’autore, ma purtroppo nello stesso tempo lo penalizza, restringendo il target del lettore, perché non tutti riescono ad approcciarsi a una narrazione così complessa.
Per chi cerca un romanzo che lo faccia evadere trasportandolo in altri lidi e in altri tempi, non troverà nulla in Introduzione al mondo, ma per chi vuole fare un viaggio profondo, sia interiore che nelle profondità di tutto ciò che ci circonda, trova in questo romanzo ancora di più di quello che potrebbe aspettarsi e che lo porterà a riflettere a ogni pagina.

Idolo Hoxhvogli nasce a Tirana nel 1984. Laureatosi in Filosofia alla Cattolica di Milano ha seguito la sua passione iniziando a scrivere. Le sue opere possono essere lette in numerose riviste italiane e straniere, tra cui “Gradiva International Journal of Italian Poetry” e “Cuadernos de Filologia Italiana”.

Source: libro inviato dall’ autore.

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:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2016 by

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Benvenuto Lorenzo. Per la terza volta vincitore del Liberi di scrivere Award, un premio in cui la massima soddisfazione è sapere che tanti lettori hanno autonomamente votato per il tuo libro. Premi letterari ce ne sono molti, ma il nostro ha senz’altro la peculiarità che il voto diretto dei lettori proclama il vincitore, non ci sono giurie di qualità, non ci sono rose di libri tra cui scegliere, e autori italiani e stranieri hanno la stessa importanza. Come ti spieghi questo grande affetto che i tuoi lettori hanno nei tuoi riguardi?

Grazie per l’ospitalità. Sono molto felice per questo premio, proprio perché i voti vengono dai lettori e non da una giuria che, molto spesso in Italia, ha un occhio più attento all’editore che sta dietro ai candidati rispetto alla qualità dei testi. Me lo spiego con il grande lavoro di passaparola di amici, colleghi, ufficio stampa di Edizioni Spartaco. Significa che chi è venuto alle presentazioni si è entusiasmato, chi ha letto le recensioni al libro si è fatto incuriosire, che i librai indipendenti mi hanno consigliato utilizzando anche i social network. C’è qualcosa di profondamente libertario e di grande affetto in tutto questo.

Quando le chitarre facevano l’amore”, il libro per cui hai vinto questo premio, edito da un piccolo ma interessante editore di Caserta, ha avuto una buona accoglienza dai lettori e anche dalla critica, ho letto numerose recensioni di critici importanti. Che bilanci ne trai ormai a diversi mesi dalla pubblicazione?

Di essere finito tra le mani di un grande editore. La cura al testo (editing, promozione, incitamento, discussioni, presenza sul territorio) è stata enorme. Edizioni Spartaco ha creduto fortemente in “Quando le chitarre facevano l’amore”, la redazione mi ha confermato, a parole e azioni, che avevo scritto un testo importante. Quando dietro hai qualcuno che non solo crede in te, ma conosce il tuo romanzo come se fosse suo le cose non possono che andare bene. In otto mesi ho portato il libro in giro per tutt’Italia, ho avuto riscontri positivi (il premio lo conferma) e sono molto soddisfatto, anche perché credo sia il mio lavoro più importante. Io se fossi un lettore lo divorerei in mezza giornata.

Che accoglienza hai ricevuto all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo?

Quest’anno verrà pubblicato da un editore cileno, Edicola Ediciones, “Un tango per Victor”. Riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore” si trova nelle librerie italiane di Londra, Amsterdam e Bruxelles. Ci stiamo muovendo per le traduzioni e guardiamo non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Il mercato asiatico, per esempio, ci piace molto.

Sei uno scrittore viaggiatore? E’ corretta come definizione? Che paesi hai visitato nella tua vita, cosa ti hanno lasciato?

Sì, è una definizione che può essere definita corretta. Ho visitato tanti paesi e ho abitato in diverse parti del mondo. Laos, Vietnam, Yemen, Egitto, Turchia, Marocco, Francia, Inghilterra, Bulgaria, Romania e via andare. Ogni esperienza, che fosse un viaggio o una permanenza duratura, mi ha lasciato tracce indelebili sia sul mio modo di approcciarmi alla scrittura, sia nell’osservazione delle persone. Ho bisogno di andare e lasciarmi assorbire. Qualcosa di positivo ne viene sempre fuori.

Ho già avuto modo di intervistarti riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore”, in questa intervista mi piacerebbe guardare al futuro e parlare di libri. Hai un blog molto seguito sul Fatto Quotidiano in cui parli di libri. Cosa è uscito, o sta uscendo, di interessante in questo primo mese del 2016?

Non voglio parlare di titoli, ma di editori che bisogna tenere d’occhio: Metropoli d’Asia, Il Sirente, Edizioni Clichy, Keller, 66thand2nd, Del Vecchio Editore e naturalmente i miei editori: Edizioni Spartaco e Koi Press. Sono tutti editori indipendenti che lottano per dare ai lettori grande letteratura, riuscendoci spesso. Tra i medio-grandi adoro Il Saggiatore. Difficilmente sono interessato ai grandissimi. C’è tanta letteratura importante nel variegato mondo indipendente, per i grandissimi TV, social network e librerie da centro commerciale fanno già abbastanza. Io dico: tenete d’occhio gli indipendenti, anche nel 2016 usciranno grandi cose.

A febbraio, dal 17 al 21, terrai un workshop di scrittura a Marrakech, in Marocco. Ce ne vuoi parlare? Ci sono ancora posti disponibili? Perché Marrakech, perché ora? E’ una forma di resistenza a tutti i messaggi allarmistici che ci arrivano dal mondo arabo e dal nord Africa?

Perché gli allarmismi li crea chi non esce di casa. Perché Marrakech è uno dei primi luoghi che vidi fuori dall’Europa tanti anni fa ed è una città indimenticabile. Si tratta di un progetto in collaborazione con Mille Battute. Un laboratorio che vuole mettere in primo piano la parte pratica della scrittura rispetto a quella teorica con esercitazioni sul campo e visite guidate della splendida “Città Rossa”. Uno spazio condiviso da docente e allievi, uno scambio di saperi, letture, suggestioni sulle tracce di Elias Canetti, Paul Bowles, Tahar Ben Jelloun, George Orwell, Allen Ginsberg, Ibn Battuta. I requisiti per partecipare al workshop sono: voglia di scrivere, voglia di leggere, voglia di viaggiare, un bloc-notes e una penna. Il noir, l’esotico, la scrittura viaggiante saranno gli ingredienti dell’atmosfera che si respirerà durante le lezioni. Entro la fine del 2016 i lavori (editati e sistemati) verranno raccolti in un eBook, una sorta di romanzo a racconti, che verrà pubblicato da Koi Press. I racconti e le suggestioni narrative, in sinergia con gli scatti fotografici fatti dai partecipanti, saranno pubblicati su Mille Battute. Sì, c’è ancora qualche posto, e sul sito che curiamo io e il fotografo Tommy Graziani, IbnBattuta.viaggi diamo anche indicazioni su voli, alloggio, clima e il piano dettagliato delle lezioni e delle visite guidate.

La crisi generale si riflette anche nell’editoria, non lo nascondiamo, i rapporti ISTAT parlano di un inarrestabile calo di lettori. Cosa si potrebbe fare attivamente per avvicinare la gente ai libri? Un po’ di colpa è anche degli editori che non pubblicano libri interessanti? O la gente ha proprio ormai altri interessi?

Tempo fa scrissi un articolo uscito su Il Fatto Quotidiano, un appello agli editori che ripubblicassero titoli ormai caduti nel dimenticatoio, ne avremmo tutti bisogno. La colpa credo sia un po’ dell’editoria di massa, ma anche dell’impoverimento culturale generale. Se non voglio leggere Fabio Volo ho la scelta di prendere un libro che mi piaccia di più. Fabio Volo non toglie lettori ai Mazzoni di turno, questo premio lo conferma. Il problema è che se tu continui a investire i denari in qualcosa che è decadente ancora prima di essere pubblicato e dai importanti riconoscimenti mainstream sempre agli stessi banalissimi scrittori di genere è ovvio che hai meno finanze da investire per chi potrebbe provare a dare una svolta. Per questo propongo di ripubblicare autori straordinari. Qualche nome? “Il mondo di Suzie Wong” e “L’albero della febbre” di Richard Mason, “La ragazza dai capelli arancio” di Ehrlich Bert,The Warriors” di Sol Yurick, tutta l’opera di Sam Selvon, “Lo stato selvaggio” di Georges Conchon, i testi coloniali di Willem Frederik Hermans,Topkapi” di Eric Ambler, “I commedianti “di Graham Greene, “La nuova Babele” di Morris West…

Che libri consiglieresti di leggere capaci di far diventare book addicted i lettori? Pensi ci siano libri con questo potere?

Certo, la letteratura di liberazione non morirà mai, come il rock and roll. I titoli sopra citati li consiglio tutti. E poi dico: leggete Brian Gomez e Arto Paasilinna e Paco Ignacio Taibo II e Georges Simenon e Liu Zhenyun e Yasmina Khadra e Olivier Rolin e Alain Mabanckou e Ben Fountain e…

Ho seguito la tua carriera letteraria praticamente dall’inizio e ho notato che sei un autore che trova il tempo per leggere. Molti autori che intervisto mi dicono che non hanno tempo, troppo impegnati a scrivere i loro libri, o anche solo per non farsi influenzare. Le contaminazioni invece di genere, temi, riflessioni, sono invece un punto forte della tua narrativa. In fondo siamo tutti nani sulle spalle di giganti, già Omero nell’età antica aveva praticamente detto tutto sulla natura ultima dell’uomo. Come è nato il tuo amore per i libri, come si è rafforzato negli anni?

Mia mamma, mi portava a casa libri da quando io ricordi. Mi leggeva storie. Me le leggeva anche mio nonno, inventandosele davanti a un libro di pittura. Mio padre mi apriva l’atlante e mi spiegava le capitali del mondo. Sono sempre stato circondato da libri. I primi soldi dei lavoretti estivi li spendevo in libri. Io e la mia compagna non torniamo mai a casa senza avere acquistato libri per noi e per nostro figlio. Le case senza libri mi fanno venire in mente un campo di concentramento, le persone attaccate al cellulare in metropolitana mi ricordano la morte, quelle che leggono, fosse anche un Newton da trecento milioni di copie vendute che io non leggerei mai, mi sono tendenzialmente simpatiche. Se devo essere veritiero e attendibile quando scrivo devo leggere, documentarmi. Sono un lettore prima che uno scrittore, amo quello che faccio perché qualcuno in altre parti del mondo, in altre epoche lo ha fatto meglio di me, mi ha fatto innamorare del lavoro più bello che esista. Uno scrittore che non legge è un’immagine di una tristezza sconfinata, chiunque lo faccia credo non sarà mai dalla mia parte.

Ti piace la poesia? C’è qualche poeta che rileggi spesso, che ti accompagna?

Non leggo poesia, leggo testi di canzoni. Bob Dylan, Jim Morrison, John Lennon, Robert Hunter…

Hai vissuto in Turchia, prima di essere giudicato persona non gradita. Quando finirà questa “condanna” pensi di tornarci? I giovani come si ponevano nei riguardi dei libri. C’erano tante librerie? Una vita culturale attiva e crescente?    

Spero di sì, fosse per me tornerei “ieri”. Ho avuto la fortuna di vivere in Turchia prima e durante la grande protesta legata a Gezi Park. Tutto era interesse per quei milioni di straordinari giovani esseri umani, libri e cultura compresi. Istanbul ha una vita culturale dirompente, nonostante il potere faccia di tutto per omologarla al resto del mondo. Librerie ce ne sono tante, sì, sia commerciali ma soprattutto indipendenti, compreso un fantastico mercato dei libri usati di tre piani dove trovare titoli in molte lingue straniere.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Marrakech, in primis. Poi stiamo organizzando altri workshop di scrittura pratica a Londra, Bucarest e Amsterdam. Vorremmo riuscire a farlo diventare un appuntamento mensile. Sto lavorando al nuovo romanzo. Mi sto divertendo. Ho cambiato scenario geopolitico, non più America anni Sessanta ma la Jugoslavia dei primi anni Novanta.

:: Il Resto del Carlino – Liberi di scrivere Award: il miglior libro uscito nell’anno è del ferrarese Lorenzo Mazzoni

19 gennaio 2016 by

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Ringraziamo ancora tutti i lettori che hanno votato.
Questo è un articolo apparso su Il Resto del Carlino e sono felice di condividerlo con voi. Nei prossimi giorni usciranno le interviste ai vincitori.

:: Teste Matte, di Guido Lombardi e Salvatore Striano (Chiarelettere, 2015) a cura di Lucilla Parisi

18 gennaio 2016 by
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Ambientato nei Quartieri Spagnoli di inizio anni Novanta, quando la zona era una cittadella dove le persone vivevano secondo proprie regole e dove la polizia veniva percepita come un corpo totalmente estraneo, il romanzo di Guido Lombardi e Salvatore Striano, Teste Matte (Chiarelettere, 2015), racconta la storia di due cugini, ancora bambini, Sasà e Totò, artisti del furto, mariuoli sempre alla ricerca di occasioni. Tra contrabbando, prostitute, soldati americani, troveranno presto un protettore, il ladro più abile del quartiere, ’O Barone. La madre di Sasà, Carmela, prova a frenare quel figlio che cresce troppo in fretta. Lei sa cos’è la malavita: suo fratello è in carcere per omicidio e da allora combatte contro chi si vuole vendicare.
Così Sasà si trova di fronte a una scelta paradossale, eppure l’unica possibile: entrare nella camorra per difendersi dalla camorra. Non ancora maggiorenne incontra i due uomini che gli cambieranno la vita: un trafficante di coca che tutti chiamano Rummenigge e un bandito detto Cheguevara, per il suo spirito rivoluzionario. Insieme combatteranno contro il boss dei Quartieri spagnoli, ’O Profeta, dando vita alla prima vera scissione nella storia della camorra napoletana. Dalle ceneri di questa guerra, nascerà qualcosa di mai visto prima: Le Teste Matte. Ragazzi così pazzi da dichiarare guerra a tutti i clan di Napoli.
Il romanzo, a tratti travolgente, nonostante le coincidenze costruite per non dare fiato al lettore a volte risultino un po’ troppo “cinematografiche”, è un buon libro, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.
Le Teste Matte, estranei ai codici d’onore, con un nome più da ultras calcistici che da malviventi di strada, sono giovanissimi. Molti di loro non hanno nemmeno vent’anni, sono più affezionati alle orge di cocaina che alle reverenze ai boss del quartiere. Si muovono nel dedalo di vicoli addossato alle strade della Napoli più commerciale e alle tradizionali riunioni mattiniere di stile camorristico preferiscono i giri in tarda sera sulle loro motociclette, mentre l’effetto della cocaina sta svanendo e nuove strisce e nuove guerre li aspettano con il calare totale del buio.
Dalle loro gesta ne nasce un romanzo fiume, un affresco su una delle zone più controverse della città partenopea, dove ai ritratti dei componenti della banda si affiancano quelli dei loro famigliari – su tutti quello di Carmela, la madre di Sasà – delle persone che vivono nei Quartieri Spagnoli, dei loro amici e dei loro nemici. E più la storia avanza verso un non scontato epilogo, più il ritmo si fa incalzante, violento, adrenalinico. I morti aumentano, così come l’abuso di droga, la follia collettiva e la disperazione di non riuscire a controllare un contro-potere una volta abbattuto il vecchio sistema malavitoso che imperversa per le strade.
Teste Matte è una lettura consigliata a tutti quelli che vogliono immergersi in una cronaca dolorosa e molto più vicina di quanto crediamo, un testo che, grazie al suo linguaggio semplice e diretto, può essere amato anche da lettori tutt’altro che forti.

Guido Lombardi (Napoli 1975) è regista, sceneggiatore e scrittore. Nel 2011 realizza il suo primo lungometraggio, Là-bas, vincitore del Leone del Futuro alla 68a Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia. Del 2013 è la sua opera seconda Take Five, in concorso al Festival di Roma e in cui figura come protagonista proprio Salvatore Striano. Sempre nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, Non mi avrete mai (con Gaetano Di Vaio), edito da Einaudi.

Salvatore Striano è nato a Napoli nel 1972. Durante un periodo di reclusione nel carcere di Rebibbia ha frequentato corsi di recitazione, appassionandosi al teatro, soprattutto shakespeariano. Dopo essere uscito grazie all’indulto nel 2006, ha esordito nel cinema grazie al regista Matteo Garrone, che l’ha scritturato per il film Gomorra, tratto dal bestseller di Roberto Saviano. Dopo alcuni anni è ritornato in veste di attore a Rebibbia, dove ha interpretato il ruolo da protagonista di Bruto nel film dei fratelli Taviani Cesare deve morire. Nel 2015 firma insieme a Guido Lombardi Teste matte pubblicato da Chiarelettere: un romanzo travolgente e feroce, costruito sulla storia vera ed estrema di un gruppo criminale che ha osato combattere la camorra con le sue stesse armi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Chiarelettere.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’invenzione della madre, Marco Peano o della malattia come metafora (minimum fax, 2015) a cura di Giulia Guida

17 gennaio 2016 by
madre

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Marco Peano ha scritto il romanzo che stavo cercando dalle sei di mattina del dodici febbraio duemilatredici, quando mio padre – nella sua forma di organismo umano bipede a sangue caldo come l’avevo immaginato per i primi ventitrè anni della mia vita, con tanto di discutibili maglioni a rombi, una passione irrefrenabile per la frutta martorana, un’eccitazione quasi fisica per i numeri e gli LP di Giorgio Gaber nascosti tra un ventricolo e l’altro con disincanto e ostinazione – ecco, quando tutto quello che aveva contribuito a costituire l’entità “padre” fino a quel momento ha smesso di esistere. Quando si guarda una persona morire, – nell’istante della transizione tra uno stato e l’altro della materia – nella coscienza dell’osservatore si impone un’evidenza, arriva luminosa e inappropriata, quell’evidenza che accomuna tutte le specie dell’universo fin dall’era della formazione del primo protozoo unicellulare: ovvero, noi siamo il nostro corpo.

Si vive dentro un corpo per anni, decenni alle volte, senza avere una piena consapevolezza del suo peso, senza la necessità di combattere per la sua sopravvivenza, senza la preoccupazione di preservarlo dal suo naturale e inevitabile processo di decadimento. Da giovani si canalizzano tante di quelle energie verso l’interno, impegnati come siamo nella costruzione e nella cura della nostra introspezione, che si finisce per dimenticare la caducità del corpo, ridotto a mero involucro della personalità, concepita invece come un’entità immateriale ma destinata a un’esistenza più duratura, vincolata a una promessa di non deperibilità, scriverebbe Peano. Fin quando non ci si ammala o si guarda qualcuno ammalarsi. Solo a quel punto l’integrità del corpo appare in tutta la sua indispensabilità, quando il mondo già comincia a dividersi in sani e malati, in funzionanti e guasti, in vivi e morituri. Ecco perché Peano è riuscito laddove altri hanno fallito: ha raccontato con una lingua dolorosamente concisa non la morte e la successiva rielaborazione della perdita, ma la storia di un corpo che muore, la storia di una malattia, che si trasforma nella storia della malattia stessa.

Mi ricordo che una delle volte in cui mio padre era ricoverato presso l’ospedale di Padova, mentre bighellonavo nella sezione saggistica della Feltrinelli, mi sono imbattuta nel libro di Susan Sontag, “Malattia come Metafora”. “La malattia”, scriveva Sontag, “è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiamo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”. La dicotomia che consegue dall’insorgenza della malattia, tra la vita prima e la sopravvivenza dopo – come se la scoperta delle cellule cancerose segnasse un anno zero, l’inizio di una grottesca rinascita al contrario – si reifica nel romanzo di Peano a tal punto da spaccare la sua casa a metà, la sua famiglia in due ambienti separati: un “di qua”, dove lo status quo è ancora intatto e un “di là”, in cui i punti di riferimento implodono, la rete dei rapporti familiari si riduce a un cumulo di significanti senza significato, gli articoli ospedalieri sono accolti come “nuovi membri della famiglia” e i blister di medicine giacciono sul comodino come “le scatole di cioccolatini per gli ospiti nelle case delle altre famiglie”:

“Di là” è il mondo convenzionale con cui Mattia e suo padre hanno preso a chiamare il basso fabbricato che, dopo il ritorno a casa successivo all’ultimo ricovero, ospita la madre e la sua malattia […] Come se mettendo pochi metri di distanza – quanti saranno dieci? – dalla casa vera e propria, il dolore potesse essere contenuto. Di là. Sembra quasi mimare l’abitudine di pensarla “al di là”. La malattia di questa madre diviene un elemento fondante del nucleo famigliare, tanto “da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il legame, ciò che permette di continuare a sommare un giorno agli altri giorni”.

Il cancro trangugia ogni parola e rimodula il linguaggio fino a diventare l’unico strumento di narrazione della realtà esterna: se il cancro non può essere sconfitto, lo si impara a conoscere in tutte le sue possibili manifestazioni, se ne studia morbosamente l’eziologia, la patogenesi, la percentuale di incidenza, le variabili del processo di accrescimento e di metastatizzazione. Se il cancro non può essere sconfitto, non resta altro che diventare il cancro. Un giorno, mentre è seduto al caffè di un centro commerciale, incontra due ex compagni di classe che si stanno per sposare di lì a poco. Seppur più per cortesia che per reale interesse, i due domandano notizie delle condizioni della madre e Mattia si confida, sente l’urgenza di una valvola di sfogo esterna rispetto alla dimensione del “di là” – ma quando comincia a illustrare nel dettaglio i segni del carcinoma meningeo che sta devastando il corpo di sua madre – l’orrore della perdita dell’autosufficienza, della vista e della coscienza – gli amici inorridiscono, non possono e non vogliono comprendere, i loro occhi non conoscono la decomposizione del corpo, i loro sguardi sono proiettati al futuro – lo stesso futuro a cui il padre di Mattia il 1° agosto del ’74 andava incontro il giorno del suo matrimonio, “nervoso ed eccitato mentre visualizza il profilo di quella che sta per diventare sua moglie stagliarsi perfetto nella luce del giorno”.
In quel momento il figlio percepisce la portata della propria inadeguatezza e della propria liminalità: è un organismo anfibio, ormai incapace di esistere nel mondo dei vivi, ma non ancora destinato a occupare uno spazio in quello dei morti. Ed ecco dunque la misura del danno, tragicamente racchiusa nella condizione dell’orfano: “una parola che stringe nelle spire delle o in apertura e in chiusura chi le indossa: due catene circolari che ammanettano a un infinito presente”.

Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi. L’invenzione della madre è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi di scrivere Award sesta edizione: i vincitori

16 gennaio 2016 by

fuVince la sesta edizione del Liberi di scrivere Award:

Quando le chitarre facevano l’amore, Lorenzo Mazzoni, Edizioni Spartaco

È il 2 maggio del 1945. Martin Bormann, braccio destro di Adolf Hitler, scompare per le strade di Berlino durante l’avanzata sovietica. Vent’anni dopo, fonti prossime alla CIA lo identificano come Martin Weisberg, finanziatore eccentrico e pacifista della rock band The Love’s White Rabbits vicina al Movimento radicale. Da qui ha inizio una caccia all’uomo che coinvolgerà settori deviati dei servizi segreti americani e israeliani, uno scovanazisti italiano, un attore cieco fan di Charles Bronson, un reduce dal Vietnam fuori di testa. La vicenda è ambientata prevalentemente negli Stati Uniti, con incursioni fra Città del Guatemala, Singapore, Saigon. Sullo sfondo il clima esplosivo dell’estate del ’68. Storia, cronaca e finzione si rincorrono fondendosi dalla prima all’ultima pagina di questo originale romanzo dal ritmo incalzante e dal finale al cardiopalma. Così accade che una spia in gonnella semini il Caos. Uno scheletro sia perdutamente innamorato di Anita Garibaldi. Una chitarra racconti la Beat generation. Una scultrice plasmi marijuana e hashish. Uno spietato killer del Mossad adori indossare scarpe rosa coi tacchi a spillo. E mentre scorrono fiumi di limonata all’LSD, esplode la questione nera, le università sono in rivolta, la musica psichedelica spopola tra i giovani e gli agenti dell’FBI reprimono le proteste.

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974 e ha abitato a Parigi, Hurghada, Londra, Sana’a. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Il requiem di Valle secca (Tracce, 2006),  Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013, Premio Liberi di scrivere Award). È il creatore dell’ispettore ferrarese Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico, La Trilogia (2011, Premio Liberi di Scrivere Award), La Tremarella (2012, il cui ricavato è andato interamente alle vittime del terremoto in Emilia), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi sui giornali Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Il reporter e Torno Giovedì- Collabora con Il Fatto Quotidiano. Vive tra Milano e Istanbul.

2° Classificato (a parimerito)

9788817074902Più sporco della neve, Enrico Pandiani, Rizzoli

In mezzo alla neve e al silenzio di una notte d’inverno, un furgone bianco risale i tornanti che lo portano al confine francese con l’Italia. Parlano poco, i due passeggeri, concentrati sul carico che stanno trasportando. Poi un’esplosione violenta, una palla di fuoco in aria, il bosco che si illumina, i rottami scagliati ovunque. A cento chilometri di distanza, Zara Bosdaves indaga su un caso di scomparsa e non può immaginare la valanga di guai che sta per franarle addosso. Per dirla tutta, non ne ha mai avuti tanti come da quando ha lasciato la polizia e aperto un’agenzia di investigazioni a Torino. Ma una come lei, abituata agli schiaffi della vita, non teme le cadute e conosce mille modi per rialzarsi. Solo che adesso i problemi sembrano essere arrivati perfino nell’unico posto dove si sentiva al riparo: tra le braccia di François, il bellissimo uomo di colore che sa come proteggerla e farla stare bene. Da qualche tempo infatti lui è diverso, taciturno, misterioso, e una sera torna a casa sporco di sangue, senza fornire spiegazioni. Così Zara dovrà non soltanto dare la caccia a un mercante d’arte e alla banda di assassini che lo vogliono morto, ma anche affrontare la paura peggiore, quella di perdere il suo uomo e la certezza del loro amore.

Enrico Pandiani è nato a Torino. La sua carriera di narratore è cominciata scrivendo e disegnando storie a fumetti, pubblicate sul “Mago” di Mondadori e sulla rivista “Orient Express”. Ha collaborato per anni con il quotidiano “La Stampa” per il quale cura la parte infografica. Da sempre attratto dalla letteratura di genere poliziesco, nel 2009 esordisce con il primo romanzo, Les italiens (instar libri), e ottiene un ottimo successo di critica e di pubblico, che accostano l’autore ai grandi del noir. Il suo secondo romanzo della serie, Troppo piombo (instar libri), è uscito a marzo 2010. Una storia invernale e cupa, ricostruita attraverso la nuova indagine della brigata dei poliziotti italo francesi. Seguono Lezioni di tenebra (instar libri, 2011) e nel gennaio 2012 per la casa editrice Rizzoli la quarta indagine de Les Italiens, Pessime scuse per un massacro. Con La donna di troppo, del 2013, Pandiani inaugura le indagini della detective privata Zara Bosdaves, donna sensuale e determinata, in una Torino che l’autore disegna moderna, seducente e crudele.  I semi del male, un’antologia edita da Rizzoli, è la sua ultima opera.  Nel 2015 è uscito il romanzo Più sporco della neve, sempre per Rizzoli, in cui è nuovamente protagonista la detective Zara Bosdaves.

sag1980, David Peace, Il Saggiatore, trad. Marco Pensante

Vigilia di Natale 1980, Leeds, Inghilterra: lo Squartatore dello Yorkshire ha massacrato la sua tredicesima vittima. Lo cercano da anni per porre fine a una serie mostruosa, senza pari nella storia del paese. Potrebbe essere un vicino di casa, un padre, un poliziotto; potrebbe essere chiunque. È introvabile. Nel 1980, Leeds è una città in rovina, schiacciata da un cielo nero e persa in un punto qualsiasi dell’Inghilterra e del cosmo. Le fabbriche automatizzate sono le sue cattedrali: come se una bomba fosse esplosa lasciando alle macchine il dominio su un deserto infernale di cemento, freddo, buio, incredibilmente thatcheriano, dove gli uomini hanno lasciato il posto a entità spettrali e inferocite. Alla radio ronza il mantra dei notiziari: il disastro collettivo di una nazione depauperata e derelitta, tra gli scioperi dei minatori, gli attentati dell’Ira, lo shock dell’omicidio di John Lennon e i cadaveri dello Yorkshire, i cadaveri dello Yorkshire… Dentro un’utilitaria, parcheggiata in un autosilo, un ispettore piange lacrime disperate. È Peter Hunter, il poliziotto che indaga, compulsivamente quanto vanamente, sugli omicidi, trasformandosi da cacciatore a preda.

David Peace (1967), nato e cresciuto nel West Yorkshire, nel 2003 è stato inserito nella lista dei migliori scrittori della Gran Bretagna dalla rivista Granta. È autore dell’osannato Red Riding Quartet che gli è valso l’epiteto di maestro del noir al pari di James Ellroy, mentre grazie al suo quinto romanzo, GB84 (Tropea, 2006), ha vinto il prestigioso James Tait Black Memorial Prize. Con Tokyo anno zero, bestseller in Gran Bretagna, Usa e Olanda e in traduzione in dieci lingue, è stato riconosciuto come una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Il Saggiatore ha pubblicato anche Il maledetto United – il racconto della vicenda di Brian Clough, storico allenatore del Leeds United – che il Times ha definito «il più grande romanzo mai scritto sullo sport» e Red or Dead sulla figura leggendria di Bill Shankly, ex allenatore del Liverpool Football Club. Vive a Tokyo con la moglie e i figli.

3° Classificato

indexGuarda come si uccide, Ivo Tiberio Ginevra, I buoni cugini

Chi di voi non ha mai fatto una prova di coraggio con gli amici d’infanzia? Sicuramente pochi. In “Guarda come si uccide” Calogero e Ninni hanno il coraggio di farla, ma all’interno di quella vecchia clinica abbandonata, il solo coraggio non basta! E Giuseppe Ingrassia detto Pinuzzo, perché vuole diventare un uomo di cosa nostra a qualunque costo? Il cuore impazzito di Calogero ha ripreso a fare gli straordinari. Si sporca di sangue, ma non importa. Capisce subito che è proprio ridotto male. Molto male. Sembra che non abbia nulla di sano e poi tutto quel sangue lo confonde. Non sa cosa fare. Si sente inutile. Allora fa l’unica cosa che un bambino di 12 anni sa fare. Piange, gemendo forte. Incantato nel ripetere l’unica parola possibile in questi casi: “Dio” e poi l’altra che ha un senso nella vita: “Mamma”.

Ivo Tiberio Ginevra è nato a Caltanissetta e vive a Palermo da più di quarant’anni. È ornitologo ed ha all’attivo numerose pubblicazioni di articoli nelle riviste specializzate del settore. Con la sua casa editrice “I Buoni Cugini editori” si dedica principalmente alla pubblicazione di opere “dimenticate” ed ha salvato dall’oblio molti romanzi di Luigi Natoli, come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi saraceni, mai stampati in libro e apparsi più di cent’anni fa solo nelle appendici del giornale di Sicilia. Con Robin Edizioni ha pubblicato Gli assassini di Cristo (2011) Sicily Crime (2012).

4° Classificato

indexCarne viva, Merritt Tierce, edizioni SUR, trad. Martina Testa

Marie è una ragazza poco più che ventenne che lavora come cameriera; ha cominciato in bistrot e catene per famiglie per approdare a uno dei più lussuosi locali di Dallas. Si è fatta strada per la sua scrupolosità ed efficienza in un mestiere logorante, ma nella vita privata è disordinata fino all’autolesionismo: fa sesso casuale, si droga, sa di non essere all’altezza del suo ruolo di madre (ha una bambina che vive con il padre, un bravo ragazzo che ha lasciato Marie dopo l’ennesimo tradimento). Ma nelle pagine del romanzo racconta tutto ciò con implacabile lucidità e senza un briciolo di vittimismo, rivendicando anche le esperienze più dolorose come conseguenza delle sue scelte, e affrontando il mondo a viso aperto. Ne esce un ritratto di donna indimenticabile – brutalmente realistico, potente e sensuale – con intorno una galleria di aneddoti e personaggi che restituiscono con inedita vivacità il “dietro le quinte” del mondo della ristorazione, dai lavapiatti ispanici al solitario pianista di sala, dal gestore cocainomane al maître elegantissimo che prenota i prive negli strip club ai clienti più facoltosi.

Merritt Tierce, nata e cresciuta in Texas, attualmente vive a Dallas col marito e i figli. Segretaria e addetta alle vendite, prima, si scopre scrittrice dopo aver frequentato un workshop di scrittura creativa a Iowa City. Si laurea nel 2011 e già nel 2013 è nella rosa del “National Book Foundation’s 5 Under 35”. Inoltre è impegnata in prima persona per i diritti delle donne.

Menzione speciale per la migliore traduzione

Marco Pensante

per 1980, David Peace, Il Saggiatore

Marco Pensante vive e lavora a Brescia. Ha pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Dal 1987 ha tradotto per Urania, Interno Giallo, Corbaccio, Marco Tropea Editore, Il Saggiatore. Ha tradotto romanzi di James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, Dennis Cooper e David Peace.

:: Un’ intervista con Jo Rebel, a cura di Elena Romanello

15 gennaio 2016 by

indexJo Rebel è una giornalista specializzata nel settore automotive, ma anche un’appassionata lettrice, con come libro di culto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen di cui adora il personaggio di Darcy. Torinese, gattofila in particolare per la sua micia Mya, amante dei viaggi e della musica, Jo Rebel ha pubblicato presso Golem edizioni il suo primo romanzo, l’urban fantasy Craving, storia di due vampiri eternamente giovani, Gregorio e Victoria, che si trovano, nella loro ricerca eterna di nutrimento ma anche d’amore, nel capoluogo piemontese. Abbiamo incontrato l’autrice per chiederle qualcosa in più sul suo libro e non solo.

Come nasce il tuo interesse per i vampiri?

Quando ero ragazzina ho visto il film Per favore non mordermi sul collo di Roman Polanski, l’ho trovato geniale e ho cominciato a interessarmi alla figura del vampiro. Ho letto molto, dai classici alla letteratura contemporanea, e sono rimasta colpita da come la figura dei bevitori di sangue si sia evoluta e trasformata nel tempo. Il concetto di vampirismo esiste da millenni, già nelle antiche culture greche e romane alcune figure demoniache, per le loro peculiarità, potevano essere considerate come i precursori del moderno vampiro, anche se le leggende sulle creature soprannaturali che si nutrono di sangue, così come le conosciamo oggi, sono nate in tempi ben più recenti per lo più nell’Europa dell’est. Oggi alcuni addirittura splendono come diamanti, ma questa è un’altra storia.

Chi sono i tuoi maestri, del settore fantastico e non?

Come dicevo ho letto molto, dal racconto breve di Polidori a Bram Stoker e Van Helsing, ma l’amore vero e proprio per la letteratura dark fantasy con protagonisti i vampiri è nato grazie a Anne Rice e alle sue Cronache, soprattutto i primi libri. Lei per me resta la vera regina della scrittura di genere. In epoca più recente ho apprezzato parecchio Scott Westerfeld e Cassandra Clare. Ammetto di leggere poco che non sia fantasy, ma esulando dal genere mi piacciono molto gli scrittori sudamericani, Allende e Coelho soprattutto. Trovo 11 minuti un libro pregno di significati. Altre opere che sono state fondamentali nella mia crescita come lettrice sono stati Mattatoio n°5 di Vonnegut, Sulla Strada di Kerouac e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, che rileggo almeno una volta l’anno.

Che rapporto hai con Torino, città in cui ambienti la tua storia?

Amo Torino, è una città ricca di storia e di mistero. A metà del Cinquecento Nostradamus passò del tempo a Torino, dove fecero la loro comparsa anche Cagliostro, il Conte di Saint-Germain, Paracelso e Fulcanelli, tutti personaggi di grande rilievo nell’ambito dell’occulto. Gli esperti di esoterismo dicono che Torino sia parte di due triangoli magici, quello bianco (insieme a Praga e Lione) e quello nero (con Londra e San Francisco) vivendo perciò una lotta perenne tra la luce e le tenebre. Possiede una splendida collina da cui è possibile ammirare la metropoli e le montagne non distanti, è attraversata dal grande fiume Po, e porta con sé un fascino storico e barocco a cui è difficile resistere. È stata definita da Le Corbusier come la città con la più bella posizione naturale del mondo e Jean-Jacques Rousseau descrisse il panorama dalla vetta collinare di Superga come il più bello spettacolo che possa colpire l’occhio umano. Come non amarla? 😀

Cosa pensi della situazione attuale in Italia per quello che riguarda la letteratura di genere fantastico?

Non è una domanda facile a cui dare risposta. Credo che per quanto riguarda il numero di potenziali lettori di genere fantastico siamo messi bene, ma manca un po’ la cultura. Per tanto, troppo tempo i lettori italiani sono stati poco recettivi verso questo tipo di letture, spesso non per colpa loro, ma a causa della visione comune circa il genere, qui da noi sovente inteso come fantasia fatta galoppare senza una meta. Così non è. Faccio alcuni esempi di opere straniere che hanno avuto (giustamente) grande successo: La storia infinita di Michael Ende è un romanzo di formazione, la storia di un’indimenticabile avventura, uno dei più grandi libri dell’epoca moderna; la saga di Harry Potter, che ho rivalutato di recente dopo averla stupidamente snobbata per troppo tempo (amo ammettere i miei errori) è una lettura sagace, ricca di contenuti e metafore, adatta sia ai bambini che agli adulti e scritta da una penna sapiente e colta come quella della Rowling; e poi Stardust di Gaiman dove tutto comincia in una fredda sera di ottobre quando una stella cadente attraversa il cielo e il giovane Tristan promette a Victoria, per conquistarla, di andarla a prendere, iniziando una incredibile e coinvolgente avventura. La lista è lunga, passa da Tolkien a Orwell, da Brooks alla Rice, senza dimenticare anche i successi di massa (che forse però con il fatto che si tratti di fantasy contemporaneo c’entrano poco) come Twilight.
Abbiamo tanti ottimi scrittori made in Italy che scrivono libri fantasy (e vari sotto generi) ma che fanno fatica a emergere, forse anche un po’ per colpa delle grandi case editrici che hanno sempre considerato il fantastico come un genere di nicchia (per non dire di serie B) buono per far soldi con la traduzione di autori stranieri già affermati. Questo spiace. Ciò che mi auguro, in quanto amante da sempre del genere fantasy (soprattutto contemporaneo), è che in Italia, così come avvenuto in altri Paesi, si possano aprire nuovi orizzonti verso la letteratura di genere fantastico, che è anche una lettura per adolescenti, ma non solo. Anzi, spesso può contribuire ad aprire la mente di chi la maggiore età l’ha superata da un pezzo, portandolo oltre la realtà quotidiana e, con l’aiuto della fantasia, aiutandolo almeno in parte a superarla.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo il sequel di “Craving”, il mio primo romanzo urban fantasy (2015, Golem Edizioni), che è stato l’inizio di una trilogia. Per adesso mi concentro esclusivamente su questo progetto e sulla promozione della storia dei due protagonisti, i fratelli immortali Victoria e Gregorio 🙂

:: Annientamento di Jeff VanderMeer (Einaudi, 2015) a cura di Giulia Gabrielli

14 gennaio 2016 by
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Tra i tanti libri ricevuti per Natale il primo a cui mi sono dedicata è stato Annientamento: già da diversi mesi ero incuriosita dalla nuova trilogia pubblicata da Einaudi nella collana dei Supercoralli, anche per il coinvolgimento di un illustratore che amo molto per le copertine (Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ), ma devo dire che questo libro ha superato di molto le mie aspettative.
Ero preparata a leggere un romanzo di fantascienza con un probabile buonismo ambientalista di fondo e invece mi sono trovata tra le mani una storia inquietante, con un pizzico di orrore lovecraftiano, un’indagine della mente umana e molteplici piani di lettura, un romanzo del genere che di solito appartiene alla fantascienza alta, quella di riflessione sociale e politica.
La storia è quella della dodicesima spedizione esplorativa nell’Area X, composta solo da donne: la Biologa, la Psicologa, la Topografa e l’Antropologa. E le altre undici spedizioni? Nessuno è mai davvero tornato indietro dall’Area X, tutti hanno fallito, i più fortunati sono morti lì.
E anche la dodicesima spedizione è destinata a fallire: ce lo dice subito la nostra voce narrante, la Biologa, che come ogni membro di ogni spedizione deve tenere un diario delle proprie scoperte, dei propri pensieri.

«Vi direi i nomi delle altre tre, se fosse importante, ma solo la topografa sarebbe durata un paio di giorni in più. E poi ci avevano sempre vivamente sconsigliato di usare i nomi: dovevamo concentrarci sulla nostra missione e «lasciare a casa qualunque dato personale». I nomi appartenevano al luogo da cui venivamo, non alle persone che eravamo durante la missione nell’Area X.»

Una totale spersonalizzazione delle protagoniste, indicate solo con il loro ruolo, e totale assenza di riferimenti geografici o temporali. Perché l’Area X è un ambiente alieno all’uomo, ecosistema incontaminato che da trent’anni è riuscito a liberarsi di tutte le presenze umane che hanno tentato di violarlo, è un’area di transizione che lega assieme la foresta, le paludi e il mare. Un ambiente in cui affiorano solo poche costruzioni umane: un villaggio soffocato dalla vegetazione, un faro fortificato sul mare, il tunnel, o meglio la Torre. Qui si cela il mistero dell’Area X: le “parole viventi” che brillano nel buio e sprofondano nella terra, formate da una sorta di colonia di funghi luminescenti che crescono lungo le pareti della torre.
Nella narrazione di VanderMeer le parole hanno il peso dell’ipnosi, riecheggiano nella mente confusa e offuscata della Biologa, divisa tra il mistero di un luogo che i suoi strumenti scientifici non sono in grado di spiegare e i ricordi della vita fuori dall’Area X, i ricordi dell’infanzia e di suo marito, scomparso nella spedizione precedente.
Ma le parole ipnotizzano anche il lettore: la vertigine, la transizione, la mutazione della natura, la luminosità, le onde, la Torre, si rincorrono sulla pagina, tornano sempre a legare, a suggerire nuovi percorsi nell’interpretazione del testo.

Jeff VanderMeer, nato a Bellefonte in Pennsylvania nel 1968, ha trascorso la maggior parte della sua infanzia nelle Isole Figi; scrittore ed editore statunitense, autore di antologie di racconti e romanzi con cui ha vinto il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Scrive per numerose testate fra cui il “New York Times”, il “Guardian” e il “Washington Post”. VanderMeer ha lavorato anche con altri media: ha girato un film basato sul suo romanzo Shriek con la colonna sonora della rock band The Church, e dal suo racconto A New Face in Hell Joel Veitch ha realizzato una versione animata per la Playstation.
Per il momento in Italia sono stati pubblicati solo i tre libri della Trilogia dell’Area X.

Source: acquisto personale.

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