:: Un’intervista con Merritt Tierce

29 gennaio 2016 by

vivCiao Merritt. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta nel mio blog. Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ciao Giulia, e grazie mille per il vostro interesse per me e la mia scrittura. Allora un po’ di me: prima della pubblicazione del mio primo libro, Carne Viva, ho lavorato come attivista per i diritti dell’ aborto e prima ancora come cameriera. Ho servito ai tavoli per tredici anni. Mi sono sposata e ho avuto i miei figli quando ero molto giovane. Le mie esperienze hanno dato forma a quello che penso della vita e della scrittura e che infondo sono la stessa cosa: che cosa significa essere donna. Come è essere donna. Come ci si sente. Come a volte fa schifo e come non dovrebbe.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una famiglia molto conservatrice e religiosa (sebbene anche amorevole) in una parte molto conservatrice e religiosa degli Stati Uniti (Texas). Mi manca gran parte della cultura pop che c’è stata nel corso degli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta, è stato come se fossi cresciuta in una stella lontana, che è essenzialmente quello che è successo. Ho lasciato la mia casa per l’università due anni prima di quanto è tipico, e mi sono laureata quando avevo diciannove anni. A quel tempo ero stata accettata a Yale per studiare religione e letteratura, ma poi ho scoperto che ero incinta. Così, invece sono diventata una moglie e madre, e in nessuna delle due cose ero molto brava. Dopo la nascita del mio secondo figlio sono diventata un’ apostata, poi un’ agnostica, poi una cameriera, poi molti anni dopo ho scritto un libro su tutto questo.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice?

Ho scritto un saggio per la scuola quando avevo dodici anni. Niente di che. Parlava di una gara di atletica in cui ho corso due gare-gli 800 metri e i 2 mila metri-, con la saggezza della preadolescenza (e sebbene stessi scrivendo il romanzo della mia vita era un po’ maldestro). Quel saggio può essere anche stato niente di che; può anche essere considerato un capriccio giovanile se vogliamo; e certamente sono contenta di non avere idea di quello che gli sia successo. Ma mai nella mia vita mi ero sentita così, mai niente era stato così esaltante quanto scrivere quelle frasi.

Il tuo romanzo d’esordio, Love Me Back, ora pubblicato in Italia con il titolo Carne viva, racconta la storia di una giovane donna, Maria, una cameriera a Dallas, da solo con una bambina piccola. Ci puoi parlare di lei e del suo rapporto con la figlia?

Marie dà alla luce sua figlia quando ha solo diciassette anni, e si sforza di essere una buona madre in mezzo ai tanti casini personali. Cioè, ha perso la possibilità di frequentare una prestigiosa università; ha sposato, più o meno contro la sua volontà, un uomo con cui si sente in conflitto e da cui poi di colpo ha divorziato; ciò le è stato rimproverato ed è fonte di vergogna per i capi della sua chiesa; e lei ha dovuto capire come guadagnarsi da vivere senza competenze professionali. Così il suo rapporto con la figlia è più su come entrare in contatto con la bambina – incoerentemente, in modo inesperto, e gravata da un profondo senso di fallimento- e questa palude di difficoltà spiega il modo in cui lei si sente nei confronti della figlia. E’ chiaro che la ama; tuttavia non ha idea di come amarla.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Ci sono aspetti autobiografici, o è tutta una finzione? Ti ispiri a eventi reali durante la creazione delle tue trame?

E ‘difficile dire esattamente quando/cosa/dove per quanto riguarda l’inizio della Carne Viva, perché non credo che la scrittura inizi proprio quando uno si siede a un tavolo con una penna in mano, o comunque scrive le prime parole. Per me la creazione di questo mio primo libro è più legata a incerti elementi di passione,- non in senso romantico- alcune buone idee si sono agitate dentro di me per un tempo sufficiente da far si che si creasse qualcosa di vero nel buio della mia anima, e il tutto poi ha trovato la sua via d’uscita. Ma c’è anche stato un momento cruciale nella creazione di Carne Viva, ed è stato la sera in cui mi sono seduta in un caffè e ho scritto il capitolo di Danny (in inglese è il capitolo intitolato “Suck It“). L’intero libro, e la maggior parte delle opportunità che poi ho avuto come giovane sconosciuta scrittrice derivano direttamente da quella storia. E sì gran parte del libro è autobiografico, non sono timida nell’ affermarlo. Per un primo libro penso sia comune, infondo il materiale che si ha più a portata di mano è la propria storia, e io non credo che ci sia qualcosa di intrinsecamente inferiore nell’usare la propria autobiografia come risorsa. Può essere fatto male, proprio come può essere fatto male un testo interamente inventato. E per quel che vale non ho mai nemmeno pensato che la fiction sia solo pura invenzione: la fiction è semplicemente una cosa fatta. Una creazione, una storia. Io ho un debole per la lingua, quindi per me il valore della narrativa sta nel modo di raccontare. Allo stesso modo della reale ispirazione di un testo di fiction. C’è così tanta magia e significati già pienamente formati in ciò che pensiamo sia reale, se siamo in grado di trovare le parole per descriverlo, che non credo che tutti gli scrittori di fiction nel cosmo ne esauriranno mai i modi di raccontarlo.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Raramente, se scrivono fiction; sento che mi è mancato troppo nella mia prima formazione e ci sono tanti libri essenziali che devo ancora leggere prima di avere anche solo una conoscenza parziale di quello che la letteratura è e di come fare un bel libro. Comunque ho letto un brillante romanzo quest’anno: After Birth di Elisa Albert. Non ho mai letto niente di così onesto sull’ essere madre, e anche così perfettamente scritto. Di recente ho letto Euphoria, di Lily King, ed è perfetto. Anche Days of Abandonment di Elena Ferrante, che è l’unico suo libro che ho letto ed è brillante.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Killing and Dying, una brillante raccolta di racconti a fumetti di Adrian Tomine; Five Days at Memorial, sull’uragano Katrina, di Sheri Fink; un paio di biografie di Josephine Baker; l’ ultima collezione di poesie di Kay Ryan, Erratic Facts; il libro di memorie This Party’s Got to Stop di Rupert Thomson; la traduzione di Madame Bovary di Lydia Davis; Ethan Frome, di Edith Wharton; e Divine Horsemen di Maya Deren.

Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?

Io amo l’Italia! Tanto più ora che sono stata accolta così calorosamente dai librai di tutto il paese, in particolare Gianmario Pilo a Ivrea, Cristina di Canio a Milano, Davide Ferraris a Torino, dalla Libreria Marcopolo di Venezia e Todo Modo di Firenze. Ho fatto una meravigliosa visita a “Più libri più liberi” a Roma, e ho avuto il piacere di viaggiare con Martina Testa, la mia editor a BIG SUR e la magnifica persona che ha dato al mio libro una splendida traduzione.

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

28 gennaio 2016 by

17Grazie Elena di aver accettato la nostra intervista, e benvenuta su Liberi di scrivere. Innanzi tutto presentati ai nostri lettori. Chi è Elena Bibolotti?

Grazie a te, Giulietta, e ai lettori di Liberi di Scrivere.
Sono una persona che osserva, un po’ per mestiere molto per indole, sono curiosa, amo gli animali e la natura, corro ogni mattina e da vent’anni pratico la meditazione trascendentale, tengo in grande conto la cura del mio corpo, guardo poca televisione, un paio d’ore la sera, e curo il mio giardino. Scrivo per molte ore al giorno e curo i miei blog.

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dell’ambiente in cui ti sei formata.

Ho avuto un’infanzia agiata e felice, sono cresciuta libera -almeno nella mia percezione- nella campagna pugliese, dove giocavo per lo più da sola, accrescendo forse così la mia dote immaginativa, lontana dai cortili pieni di bambini che comunque, quando potevo, frequentavo con gioia. Ho sempre odiato la competizione, le alzate di mano e le gare di tabelline, perciò non andavo volentieri la scuola. Ho frequentato il liceo classico anche se saltuariamente, impegnata nell’allestimento di spettacoli teatrali di nascosto dai miei. Seguendo le orme di mia zia che lavorava in teatro, appena maggiorenne sono venuta a Roma dove ho frequentato la Silvio d’Amico.

Come è iniziato il tuo amore per la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

Non ho mai visto mia madre senza un libro tra le mani. I miei si rifiutavano di comprarmi giocattoli che limitassero la mia fantasia, e così fabbricavo la casa per le mie Barbie con i libri, che erano un po’ ovunque. Dopo “Piccole donne” sono passata a “Cime tempestose”, e non mi sono più fermata. Ho amato la letteratura del ‘700, de Laclos, Voltaire, Diderot, di conseguenza De Sade, che leggevo di nascosto dai miei che giustamente non mi ritenevano in grado di capirlo. Credo che questi autori mi abbiano fortemente influenzata, sia nella scrittura sia nella mia condotta esistenziale. Poi la drammaturgia, classica e contemporanea. L’incontro con la scrittura è stato invece casuale. Certo ho sempre scritto, si trattava di impressioni e diari, ma avevo troppo rispetto per la letteratura per pensare di scrivere, finché nel 2009, dopo un fallimento aziendale che mi aveva ridotta sul lastrico e dopo aver inviato circa 500 curriculum, fui assunta alla Luiss, come assistente al Master di scrittura diretto da Roberto Cotroneo. Avevo aperto quel giorno il file intitolato “Justine 2.0”, il mio primo romanzo.

Hai da poco pubblicato Pioggia dorata. Ce ne vuoi parlare?

Fulvio Abbate, nella sua bella prefazione, lo ha definito il libro dell’attesa. È un libro che, nonostante il titolo, scontenterà sicuramente gli urofiliaci e gli amanti dell’erotismo di genere, giacché la pratica in questione è trattata con delicatezza e per ciò che è, ossia una pratica “estrema”, che proprio perché estrema serve da grimaldello per liberare i miei personaggi dalle maschere e dalle sovrastrutture, una pratica di fatto disgustosa che dà loro la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa. Il libro, pubblicato da una Casa Editrice pugliese, GiaZira Scritture, contiene “sei storie amare”, amare perché raccontano vite vissute consapevolmente, vite sofferte, infanzie segnate da eventi drammatici e quindi da rimozioni, e che quantunque avranno un lieto fine, porteranno per sempre i segni del “danno”, per citare un’autrice a me cara, Josephine Hart.

Erotismo e pornografia sono due temi molto attuali e discussi, in cosa consiste l’uno e in cosa l’altra?

L’erotismo è tutto ciò che c’è attorno al disegno, al graphè, all’atto nudo e crudo, che, francamente, sia come donna che come scrittrice m’interessa poco. L’erotismo è il modo in cui la sessualità si manifesta, ciò che si muove dentro i personaggi, che ci conduce alla scelta di una persona piuttosto che di un’altra, di un luogo d’incontro, di un abito da indossare. La pornografia è passiva, esclusivamente fisica, artefatta, ben distinguibile attraverso le categorie di Youporn, l’erotismo è attivo, sorprendente. Leggere che ci sono uomini che fanno sesso con la marmitta calda di un’automobile o donne che fanno l’amore con pezzi del muro di Berlino mi apre un mondo.

Essere considerata un’autrice di romanzi o racconti erotici pensi sia una limitazione? C’è ancora una sorta di ghettizzazione per chi si occupa di questo tipo di narrativa? L’ hai notata nella tua esperienza personale?

Sì, è limitativo, soprattutto se intendiamo l’erorismo come parte dell’esistenza e non come appendice. La narrativa, e buona parte della critica, ha la brutta abitudine a voler etichettare tutto, correndo il rischio di mettere i libri sugli scaffali sbagliati. Mary Gaitskill, per esempio, ha scritto racconti e romanzi bellissimi, tra cui Secretery, tra l’altro sfregiato nel finale dai produttori dell’omonimo film, ma non ha mai avuto la pubblicità di un prodotto da banco come le “50 sfumature”. E certamente la Gaitskill non parla di autoreggenti e corpettini contenitivi, parla di vuoti e mancanze, di disturbi alimentari, di tabù. Ho la sensazione che chi si occupa di narrativa preferisca tenere al riparo i lettori dall’attività della scoperta personale e del libero pensiero, facendo sì che rimangano su strade già battute, all’interno del recinto di “generi” ben definiti e che non riservano sorprese.

E’ più erotica la fantasia o la realtà?

Non posso prescindere dalla realtà. Per me sono erotiche le calze velate color carne, per esempio, e su una calza color carne smagliata potrei costruire un intero romanzo. Sono erotici gli uomini grassi, gli uomini pieni di difetti. Non m’interessa entrare nel privato di una donna bella, fortunata, ricca, come quelle descritte nei Romance di ultima generazione, è più eccitante cercare la bellezza nell’imperfezione, la forza della passione che si scatena tra due persone in fila alla cassa di un supermercato.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Mi piace chiamare le cose con il loro nome quando è il momento di farlo. Come ha dichiarato in un’intervista il mio ex insegnate di recitazione alla Silvio D’amico, Andrea Camilleri, il culo si chiama culo e si scrive culo. Una delle sei storie, s’intitola, infatti, “Il culo di Marisa” e, contro ogni previsione, racconta l’amore tra due uomini.
La vera trasgressione oggi è la normalità, la mancanza di ambizioni, il desiderio di restare anonimi.

Come definiresti la sensualità?

È un atteggiamento psichico, una facoltà mentale, un’arma. È sicuramente innata. Non si può comprare.

E la libertà?

La libertà si conquista con la cultura, le buone letture, attraverso la consapevolezza di chi siamo e dove possiamo arrivare. Sicuramente siamo liberi se risuciamo a capire che la maggior parte dei desideri che oggi assediano i nostri pensieri sono indotti dalla società dei consumi e non dalla nostra volontà.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

No, credo sia più tabù la parola “compassione”.

Tutto quanto rientra nell’ambito della sessualità possiede ancora un’aura sacra, come era nell’antichità? Noti un crescente paganesimo nei costumi, ovvero siamo più liberi o più imbrigliati dalla morale corrente?

Oggi abbiamo due realtà, che non sono uno lo specchio dell’altra checché ne dicano alcuni, la realtà dei Social Network è in apparenza libera, donne e uomini nascosti da pseudonimi si lanciano in pubbliche dichiarazioni che spesso mi lasciano esterrefatta. Nella realtà siamo invece lontanissimi sia dalla sacralità di un tempo, sia dalla carnalità gioisa del sesso che abbiamo vissuto, io non di persona, durante gli anni sessanta. Guardiamo quello che sta succedendo con la legge sulle Unioni Civili. Viviamo in una società perbenista e superficiale, che per lo più non ha voglia di approfondire né di dialogare, che si ferma al titolo di un libro. Che si entusiasma soltanto davanti a ciò che ottiene consenso.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade. Pensi che anche nella letteratura contemporanea ci sia questa tendenza?

Non in quella che oggi va per la maggiore. E ho paura che molti preferiscano evitare la profondità per andare incontro alle esigenze del mercato. Quelli che non lo fanno, infatti, non emergono.

Ti senti una scrittrice femminista? Nelle tue opere emerge questa componente?

Non amo le etichette, ma da donna cui hanno insegnato a essere autonoma sin da piccola, cerco di far emancipare tutti i miei personaggi dalla condizione di sottomissione nella quale si trovano. Non posso creare un personaggio senza raccontare i condizionamenti sociali o familiari in cui vive. Nei due racconti scritti per 80144 Edizioni, per esempio, racconto di un capo frustrato e di una Manager sottomessa, in Justine 2.0 una “Submissive” che si emancipa dal “Master”. Così in “Pioggia Dorata”.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Pensi sia causata da una sorta di repressione sessuale, dall’educazione o da altre cause?

Penso ci sia molta confusione tra emancipazione della donna e mascolinizzazione. Essere donne emancipate non significa buttare alle ortiche la nostra indole, la nostra femminilità. Credo che sia un senso di frustrazione e d’inferiorità che spinge un uomo a picchiare una donna, ma penso che la dolcezza, che non è debolezza, oggi sia latitante in entrambe la fazioni.

Scrivi anche libri non erotici, quale genere ti appassiona di più?

Nessun genere. Sperimento ogni volta. Ma nella mia ricerca, tolte di mezzo le mode e le preferenze del pubblico (che non mi appassionano), mi sto avvicinando sempre di più a ciò che sento affine al mio carattere. Il grottesco, per esempio, già praticato in Justine 2.0, il tratto forte, l’assurdo. Ho scritto un romanzo, ancora inedito, dove ho rispolverato il mio vecchio interesse per l’occulto, la magia e il soprannaturale, ma che in realtà racconta la storia di una donna che non vuole avere figli e il senso di colpa che la porta a immaginare un viaggio nell’aldilà. È una continua ricerca la mia, appunto, la scrittura è una scoperta, il fine stesso.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

È un romanzo che si svolge a Roma nel 2030, dove ho immaginato una società uguale a quella di oggi ma più malata, divisa in Prodotti e Consumatori, in cui le vite di tutti sono controllate da un Social Network in grado di leggere i pensieri degli utenti, e dove l’unica condanna che il Sistema infligge a chi è libero, o vuole esserlo, è l’anonimato, la perfetta assenza.

:: I nazisti della porta accanto, Eric Lichtblau (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016 by
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Sono molti i libri che continuano ad uscire su Shoah, nazismo e dintorni, soprattutto in concomitanza ogni anno con la Giornata della memoria del 27 gennaio. Tra i molti titoli, tutti decisamente validi, spicca il saggio con toni da romanzo appassionante I nazisti della porta accanto, del giornalista investigativo Eric Lichtblau, che racconta una pagina inquietante e anche imbarazzante della Storia del dopoguerra.
Partendo da documenti inediti Lichtblau, con un piglio da detective in cerca della verità, rievoca la fuga di gerarchi e responsabili di efferratezze subito dopo la fine della guerra, parlando non tanto delle vicende note di nomi come quelli di Eichmann e Mengele che ripararono in Argentina, con la complicità di alleati insospettabili come il Vaticano, ma di quella che è stata un’onta per gli Stati Uniti.
Sotto il nome di Operazione Paperclip, un’etichetta da serie complottista alla X-Files (dove era citata peraltro) ci fu una fuga di scienziati nazisti negli States, persone che si erano macchiate di complicità in eccidi e esperimenti, che furono inseriti e acclamati nella comunità scientifica a stelle e strisce e che solo anni dopo e in alcuni casi furono diplomaticamente messi da parte.
Accanto a questo, a fronte del nuovo pericolo sovietico, ci furono CIA e FBI che reclutarono noti criminali nazisti come agenti, infiltrandoli nei Paesi del blocco sovietico ma anche in Medio Oriente, dove per anni furono al servizio del governo americano, godendo poi di uno stato di protezione una volta tornati oltreoceano. Molti di questi criminali videro il loro curriculum ripulito per ordine espresso di J.E. Hoover, il fondatore del Federal Bureau.
Altri ancora diedero false generalità, raccontando spesso storie strappalacrime di persecuzioni in cui cambiavano il loro ruolo da vittima a carnefice, e vissero vite tranquille per decenni, nascosti dietro a lavori normali. Se in Sud America fu molto difficile se non impossibile ottenere estradizioni e per incastrare Eichmann ci fu bisogno di rapirlo, negli Stati Uniti, all’apparenza più democratici, non fu più facile, e anche se negli anni ci furono comitati di cittadini, investigazioni e giornalisti che cercarono di far venire alla luce la verità e di far punire i colpevoli, furono molto poche le condanne. Tra le pagine del libro, un saggio appassionante come un thriller, emergono varie storie, quelle dei molti criminali che trovarono rifugio sotto la bandiera americana, come Ivan Demjanuk, meglio noto ai sopravvissuti del campo di concentramento di Sobibor come Ivan il Terribile, Otto von Bolschwing, già ufficiale delle SS e stretto collaboratore di Adolf Eichmann, Jakob Reimer, noto per aver partecipato alla «liquidazione» del ghetto di Varsavia, ma anche altre, spesso incredibili. Come quella di Joe Eszterhas, sceneggiatore di origini ungherese di Music Box di Costa Gavras, uno dei pochi film a trattare la questione, che scoprì di avere un padre criminale come quello dell’eroina della sua storia o quelle di chi negli anni non si è mai arreso per trovare giustizia, non vendetta.
Un libro di Storia degli ultimi anni, che racconta la ricerca della verità e di giustizia e le contraddizioni anche delle democrazie, svelando, mai troppo tardi, come sono andati certi fatti e come per una delle massime tragedie dell’era moderna troppi la fecero franca. Da leggere per gli amanti di Storia e per chi vuole comunque conoscere e riflettere.

Eric Lichtblau è un giornalista investigativo e lavora nella sede di Washington del New York Times. Nel 2006 ha vinto il premio Pulitzer grazie a una serie di articoli dedicati alle registrazioni telefoniche illegali autorizzate da George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Ha lavorato per il «Los Angeles Times», ed è autore di Bush’s Law. The Remaking of American Justice. Per la scrittura di questo libro , che è il primo dell’autore tradotto in italiano, è stato Professore ospite presso lo United States Holocaust Museum di Washington.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Bollati Boringhieri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La pianista di Vienna, Mona Golabek e Lee Cohen (Sperling & Kupfer, 2016)

27 gennaio 2016 by
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Tra i libri, soprattutto romanzi (e quest’anno sono davvero tanti) usciti in occasione del Giorno della memoria, che si celebra oggi per commemorare e onorare le vittime della Shoah, vorrei segnalare alla vostra attenzione un libro bellissimo uscito il 19 gennaio per Sperling & Kupfer, La pianista di Vienna, (The Children of Willesden Lane, 2002) tradotto da una traduttrice di grande esperienza come Anna Carbone e scritto da Mona Golabek e Lee Cohen. Un caso editoriale, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2002 e da allora ripubblicato e letto con costante interesse.
Bellissimo, dicevo per diversi motivi: innanzitutto perché è scritto (e tradotto) con cristallina limpidezza, mi ha ricordato per certi versi lo stile e la semplicità di Natalia Ginzburg; perché sebbene sia una lettura per adulti, lo consiglio particolarmente alle giovani lettrici per delicatezza e capacità di far riflettere su temi anche dolorosi con commovente naturalezza e empatia; perché ci parla di un programma di soccorso denominato Kindertransport, forse da molti non conosciuto, che si adoperò di salvare migliaia di bambini (10 000 nella sola Inghilterra), prevalentemente ebrei, dalla persecuzione nazista; e soprattutto perché è un tributo sincero e appassionato di una figlia alla propria madre e questo amore traspare in tutte le pagine.
La pianista di Vienna ci narra la vita di Lisa Jura, ebrea austriaca nata e vissuta a Vienna prima della Seconda Guerra Mondiale. Una ragazzina coi capelli rossi e un dono, un talento per la musica coltivato prima dagli insegnamenti della madre Malka, e poi da quelli del valente professor Isseles, che aveva avuto come professore uno studente di Franz Liszt.
Il romanzo inizia con una scelta straziante che i suoi genitori devono compiere un po’ come ne La scelta di Sophie: quale delle tre figlie salvare e mandare in Inghilterra con il Kindertransport. La scelta si riduce alle due figlie più piccole, le sole che rientrano nel programma, e i genitori scelgono Lisa perché è la più forte e ha la sua musica come difesa. Così Lisa Jura parte con una sola valigia, il solo bagaglio consentito dai nazisti che occupavano l’Austria, e arriva a Londra come profuga in compagnia di altri bambini come lei.
Chi non trova famiglie di parenti o amici che si occupino di loro viene smistato in centri di accoglienza o mandato a servizio in qualche casa, perché ogni bambino deve pagare il suo mantenimento col lavoro, e così capita a Lisa che finisce nella casa di campagna di un colonnello.
Ma la sua idea di futuro non è quella di diventare una cameriera e così compra una bicicletta e torna a Londra. Sarà inviata proprio a Willesden Lane (del titolo) e da questo momento in poi con lo scoppio della guerra tra i bombardamenti e le difficoltà di restare in contatto con i suoi a Vienna, avrà la sua musica come amica, come le aveva consigliato sua madre. Ho pianto leggendo questo libro, non mi capita spesso di farmi coinvolgere così intimamente, ma nel complesso è stata un’esperienza positiva, che è stata capace di arricchirmi. Sì, è un bellissimo libro, come dicevo all’inizio, e sono sicura che apprezzerete anche voi. Buona lettura.

Mona Golabek vive a Los Angeles. Pianista di fama internazionale, ha trasmesso ai suoi figli – anche loro musicisti – la passione per la musica, quella che lei stessa ha ereditato dalla madre, Lisa Jura, protagonista di questo libro.

Lee Cohen è giornalista, sceneggiatore e poeta. Vive a Los Angeles.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La ragazza con la bicicletta rossa di Monica Hesse (Piemme, 2016) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016 by
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Hanneke non ha nemmeno diciott’anni, ma ha dovuto crescere in fretta nella Amsterdam sotto l’occupazione nazista: dopo aver visto morire il suo piccolo grande amore, Bas, arruolatosi volontario e spazzato via dall’invasore, mantiene la sua famiglia procurando oggetti al mercato nero e girando per la sua città in bici per rivenderli. Si sente dura e mille volte più vecchia, ma un giorno una delle sue clienti, la signora Janssen, la supplica di trovarle qualcosa di un po’ diverso a profumi, calze di nylon, caffè: Mirjam, una ragazzina ebrea che si nascondeva da lei dopo il massacro della sua famiglia, che è misteriosamente sparita.
Hanneke, non molto convinta, comincia a cercare, scoprendo un mondo che ignorava, quello dei giovani impegnati nella Resistenza ma anche quello degli ebrei ammassati in attesa della deportazione, dei troppi orrori nascosti ma anche di chi continua a vivere, a sperare, a essere umano.
L’argomento non è nuovo ma senz’altro è sempre meglio ribadire, tra l’altro su Amsterdam durante la guerra, tolto un classico come il Diario di Anna Frank non c’è poi moltissimo. Gli appassionati troveranno echi di Storia di una ladra di libri e di La chiave di Sarah, ma soprattutto si può conoscere un personaggio come Hanneke, ragazza disillusa e cinica, indurita dalla vita e dalla guerra, capace però di rischiare per un qualcosa di più importante e di ritrovare se stessa scoprendo che si può sempre avere una seconda possibilità, anche quando la tua vita sembra finita, tra grande amore morto, genitori assenti, migliore amica che ha sposato un invasore nazista.
Il libro è raccontato in prima persona e al presente dalla voce di Hanneke, immergendo bene nell’atmosfera dell’epoca, con una storia dove non ci sono gratuità e patetismi, ma solo una cronaca reale e anche avventurosa di una ricerca di una persona ma alla fine di un ritrovare se stessi. I personaggi della storia sono inventati, ma l’autrice si è basata su molti fatti reali, dalle retate degli ebrei alla Resistenza olandese, e vite come quelle della nostra eroina, che faceva contrabbando nonostante la giovanissima età o anche aiutata da quello erano molto comuni.
La ragazza con la bicicletta rossa è un libro per tutte le generazioni, per chi non si stanca di sapere, per chi vuole sapere, per chi pensa che comunque, in ogni tempo e luogo, l’importante è restare umani.

Monica Hesse è americana e questo è il suo primo romanzo, in corso di pubblicazione in tutti i principali paesi; in Olanda, dove l’autrice ha ambientato la storia, è uscito in anteprima mondiale. Monica scrive anche per il Washington Post, occupandosi di quasi tutto – dai matrimoni reali alle campagne politiche alla cerimonia degli Oscar. È originaria dell’Illinois, ma vive a Washington, DC.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

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:: La libreria dei sogni che si avverano, Christel Noir (Corbaccio, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 gennaio 2016 by
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Cosa proveremmo se un giorno, svegliandoci, dovessimo trovare una figura ai piedi del letto che dice di essere il nostro angelo custode? E se, superato lo shock iniziale, dovesse dirci che si è manifestato andando contro al regolamento e che entrambi subiremo le conseguenze di quest’azione, perché siamo legati?
Sinceramente non lo so, però ho scoperto le reazioni di Marie.
Marie è una libraia, o meglio lo è diventata dopo la morte di suo nonno Samuel, quando ha preso in consegna la libreria che lui le ha lasciato in eredità. Lavora da sola, con la sola compagnia di Émile, un vecchietto amico del nonno che passa le sue giornate in un angolo della libreria a leggere uno dopo l’altro tutti i libri presenti. Fuori dal lavoro Marie ha come amica Noémie, una ragazzina un po’ fuori dagli schemi, che spesso passa del tempo a casa sua e che l’ha adottata come una sorella maggiore e cerca in tutti i modi di convincere Marie a vivere i suoi 38 anni in modo più libero, spingendola a lasciarsi andare, specialmente dopo l’incontro con Josh.
Josh è uno sceneggiatore vedovo che Marie ha incontrato un weekend al Bed&Breakfast di Margaux, un’amica di vecchia data, quando ci si è recata per la festa di compleanno di quest’ultima.
Tra Josh e Marie scatta subito qualcosa, ma entrambi lo nascondono in fondo a se stessi, lei perché molto timida e spaventata ad affrontare tutto ciò che vada fuori dal suo mondo, la libreria, e lui perché vedovo da poco e ancora con il dolore nel cuore e la sensazione che, se dovesse andare avanti con la sua vita, ogni nuova conoscenza gli farebbe dimenticare la moglie morta, cosa che porterebbe alla sparizione totale di lei dal mondo.
Sarà proprio questo incontro, e questo stato di negazione dei sentimenti, che porterà Éloïse, l’angelo custode di Marie, a contravvenire a tutte le regole e a manifestarsi alla sua protetta per spingerla a guardare dentro se stessa e a iniziare a vivere.
Un romanzo travolgente che sa come coinvolgere il lettore, portandolo a fare un viaggio interiore anche in se stesso e trasmettendo, con descrizioni molto profonde ma leggere per quanto riguarda la lettura, sentimenti ed emozioni molto forti provate dai protagonisti, sia quando si parla del dolore provato da Josh, del senso di colpa per non essere arrivato in tempo in ospedale, e nello stesso tempo le sensazioni di apertura che gli fa provare Marie, quei piccoli movimenti interni come se qualcosa si stesse ribaltando e capovolgendo dentro di lui, che le sensazioni di smarrimento, di calore, di confusione provate da Marie quando incontra Josh, le sensazioni di spavento e incredulità quando incontra per la prima volta Éloïse, e la voglia mista a timore di lasciarsi andare a questo nuovo sentimento che l’avvolge.
Un romanzo delicato e profondo nello stesso tempo, scritto con uno stile leggero, ma non superficiale, che riesce a raggiungere l’animo di qualsiasi lettore, facendolo sognare nella calma della libreria di Marie, ma nello stesso accompagnandolo in un viaggio interiore che lo porta a interrogarsi sulla propria vita, su i propri sentimenti e sul proprio stile di vita.
Un romanzo che sa coinvolgere a 360 gradi e che sa far sognare, ricordandoci che la capacità di sognare e di amare non la dobbiamo mai perdere.

Christel Noir, oltre a romanziera, è sceneggiatrice e pittrice.
La libreria dei sogni che si avverano è il suo secondo romanzo, ma per ora unico a essere tradotto in italiano. Il suo primo romanzo La confession des anges ha avuto una trasposizione cinematografica per la televisione.

Source: epub inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Bar, Andrea Scattolini

25 gennaio 2016 by

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Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma non del tutto. Il freddo pungente sembrava l’esalazione di un sole anemico, che di lì a poco avrebbe iniziato a nascondersi per lasciar spazio al buio di una sera di febbraio.
La strada era insolitamente deserta, come se un dittatore capriccioso avesse impedito a tutti di uscire o come se ci fosse qualcosa da temere uscendo di casa.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma dentro si potevano vedere i lividi di una festa che era finita da poco. Cadaveri di bottiglie erano accatastati un po’ ovunque, anche sul pavimento lercio tappezzato di impronte di ogni tipo, carriarmati di scarpe invernali da uomo e linee più affusolate di scarpe da donna, eleganti suole di scarpe inglesi e gli indecifrabili ornamenti di antiestetiche sneakers. Tutte queste scarpe avevano lasciato il segno della loro presenza in eredità all’asfalto dei marciapiedi, dove goccie di pioggia si erano sfracellate per tutto il pomeriggio, come kamikaze senza un dio o uno scopo.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma l’umidità, per il momento, restava fuori. Abbottonati in soprabiti e giacche a vento, gli avventori della festa se n’erano andati tutti insieme, gettandosi tra le gelide braccia del vento figlio di un temporale appena passato, come se il bar fosse solamente un rifugio in cui ripararsi da qualcosa di inaffrontabile, procrastinando all’infinito il momento di una terribile rivelazione. Le fluorescenze in lontananza dei negozi, dei lampioni e delle case erano pallide attrazioni che tutti ignoravano, un tetro lunapark senza visitatori.
Brutto tempo, strade vuote, silenzio senza fine. La grande città, sempre attenta a mostrarsi viva, sembrava implodere nel suo silenzio, nella foschia di una serata come tante altre, dove è il momento di tornare a casa per concentrarsi sulle proprie angosce.

Nel bar senza insegna la saracinesca era abbassata, ma la luce era ancora accesa. Il locale odorava ancora di presenza umana, di profumo di donna e di dopobarba, di resti di cibo che giacevano nei piatti usati insieme alle posate sporche che avevano infilzato salumi, quadrati di pasta al forno e verdure crude da pinzimonio. Su una sedia, in un angolo, qualcuno aveva dimenticato una meravigliosa sciarpa di un indaco fulgido, che lì da sola sembrava una ragazza che riflette da sola, avviluppata nei suoi dubbi, dopo una lite.
Vino di Bordeaux, recitava una delle bottiglie vuote. Chissà se chi l’ha aperta gli ha dato la giusta areazione e il giusto calore per volatilizzare l’aroma, emanando il suo bouquet nella stanza colma di stronzi e stronze troppo distratti per avvertirlo. Rapporti usa e getta, la fretta di conoscersi e la rapidità di congedarsi tra un cin cin e una sigaretta, tra un’osservazione acuta e una frecciatina.
Da sola, poco sedotta ma molto abbandonata, una carota di un arancione acceso oltre ogni immaginazione faceva capolino da un piattino da buffet.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma nessuno veniva a chiuderla del tutto. Alcune luci dei palazzi circostanti morivano in un silenzio raro per la quotidianità di quella via: nel dubbio è meglio sentirli, i rumori, almeno si crede di essere meno soli.
Silenzio e indecisione, inquietudine e foschia, molta nebbia e poca vita.
All’interno del bar, un palloncino rosso sembrava deciso a uscire dal soffitto, batteva la testa verso l’alto in un’apparente e irreplicabile cocciutaggine, quando invece è l’unico movimento che gli è possibile compiere. Sembra un foruncolo prossimo all’esplosione, scarlatto nel suo stadio terminale, sa che esplodendo causa solo rumore e nessun dolore, eppure proseguiva nel suo intento, deciso ma discreto, adeguandosi all’invincibile sonnolenza che circondava la zona, in attesa delle luci dell’indomani per risorgere.
Il vago riverbero dei lampioni si rifletteva nel Naviglio, dormiente nella sua lercia immobilità. Visto così, disadorno dalle orde di giovani in cerca di alcol e divertimento, sembrava un grosso topo morto che agonizzava nel’umido grigiore di una città sul punto di implodere dalla stanchezza.
In mezzo a una strada, adagiato sull’asfalto, un vaso di violette appassite era l’incauto regalo di chi aveva deciso di lasciare un po’ di colore sotto gli pneumatici di qualche auto che sarebbe passata di lì.

Nel bar senza insegna, la saracinesca era abbassata, ma i tavoli non erano stati riordinati: i clienti li avevano avvicinati e avevano distribuito due o tre sedie per ciascuno in modo da isolarsi in piccoli gruppetti di conversazione. La sedia con la sciarpa era l’unica in disparte, senza un motivo apparente: sullo schienale, molto tempo prima, qualcuno aveva applicato un piccolo adesivo giallo raffigurante uno smile talmente stilizzato da inquietare, era forse qualcuno si era spaventato.
Passavo di lì rintanato nel mio cappotto umido di pioggia e, nonostante la voglia di essere a casa, osservavo il bar e il suo interno da una buona decina di minuti, aiutato dalla saracinesca non del tutto abbassata. Mi accorsi che uno dei miei guanti blu di lana aveva il buco sul palmo della mano che si era considerevolmente allargato, così li gettai entrambi, anche quello buono.
Nel palazzo a fianco del bar, da un grande vaso di pietra a un lato del portone spuntava una pianta dal verde intensissimo, travolgente, l’unica che sembrava felice di quel clima. Sputai nel terriccio come a volerla concimare di una piccola parte di me, e il rumore secco della saliva che mi usciva dalla bocca fu il primo a palesarsi nitido da quando ero arrivato lì.
Poi mi sembrò di sentire il pianto di un neonato, un suono che mi giungeva lontano e ovattato ma che sembrava comprimere tutto il resto al punto da farmi paura: senza nessun motivo, immaginai i mostri delle paludi, quelli dei film anni 70, uscire dalle oscurità del Naviglio per venire da me.
Affrettai il passo e lasciai il palloncino, la carota, l’adesivo con lo smile, la pianta, i guanti, il vaso di fiori e la sciarpa. Così come una nuvola, che non deve per forza stare in un paesaggio per essere vista come tale, quel giorno, paradossalmente, il mio piccolo arcobaleno lo vidi, anche se non nel cielo di Milano.

Andrea Scattolini è di Mantova, ha una Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e Internazionale conseguita all’Università Cattolica e vive e lavora a Milano: fa il redattore in ambito editoria scolastica in un’agenzia di servizi editoriali, dove si occupa anche di alcuni aspetti digitali legati ad alcuni progetti che portano avanti per grandi gruppi editoriali. E’ un avido lettore di narrativa (i suoi “maestri” sono Don DeLillo Ian McEwan) e si tiene continuamente aggiornato su tutte le casi editrici italiane, sia a livello di pubblicazioni che di iniziative.

:: È così che si uccide, Mirko Zilahy (Longanesi, 2016)

25 gennaio 2016 by
e così

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In una Roma crepuscolare, sotto una pioggia incessante che ricorda per molti versi scenari postindustriali alla Blade runner, è ambientato il romanzo di esordio di Mirko Zilahy, editor, traduttore e professore di lingua e letteratura italiana al prestigioso Trinity College di Dublino. Insomma non ostante la relativa giovane età (classe 1974) una vita nel mondo dei libri e della lingua italiana nonostante il cognome Zilahi de Gyurgyokai faccia pensare a un misterioso nobile ungherese.
Le origini ungheresi sono indiscusse ma Mirko Zilahy è italiano a tutti gli effetti, anzi romano, e la sua conoscenza della città si riflette nel taglio dark che le ha dato, fatto di ruggine, pioggia (radioattiva), scheletri di acciaio (come il Gazometro presso via Ostiense). Non dunque la Roma da cartolina venduta ai turisti, ma uno scenario che riflette l’anima noir del protagonista il commissario Enrico Mancini, una specializzazione a Quantico come profiler.
E questo ci porta al filo conduttore di È così che si uccide, edito da Longanesi: il crimine seriale. Alcuni pensano che questo particolare tipo di devianza appartenga solo agli scenari americani (ci vogliono ampi spazi, differenti giurisdizioni per rimanere impuniti) ma i fatti di cronaca anche recenti ci ricordano che è presente anche da noi. E in questo romanzo ci troviamo di fronte a un autentico serial killer, anche se con caratteristiche sue proprie: ha un piano in mente, una vendetta. Ciò non toglie che deve essere fermato, e Mancini e la sua squadra farà di tutto per raggiungere lo scopo.
Un taglio classico insomma, niente di eccessivamente innovativo o non visto in molti romanzi americani a partire da Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris che in un certo senso ne racchiude tutti gli archetipi. La particolarità di questo romanzo è il movente degli omicidi che riporta a chi davvero si appresta a diventare il maggior serial killer della storia contemporanea. Non una persona, ma una malattia che si sta diffondendo nel tessuto sociale quasi come una psicosi.
Essendo un thriller forse è meglio non addentrarsi troppo nella descrizione della trama, ma senz’altro in questa ultima caratteristica il romanzo si discosta da tutti gli altri thriller letti in questi ultimi mesi, infrangendo quasi un tabù e ponendosi come possibile capostipite di molti altri libri.
Insomma un thriller per palati forti retto da uno stile narrativo colto, e pieno di rimandi e riferimenti alle indagini scientifiche della polizia, come ogni procedural che si rispetti. L’analisi dei personaggi dal tormentato protagonista, allo stesso killer (a cui sono dedicati interi capitoli che si alternano alla narrazione), sono realistiche e approfondite e riflettono i veri sentimenti e le reazioni emotive di chi ha veramente dovuto affrontare drammi simili nella sua vita reale, caratteristica che forse può apparire disturbante per i più sensibili. Motivo per cui non ostante sia un romanzo accolto come un successo, che si appresta ad essere tradotto in molte lingue, non lo consiglierei a tutti, sebbene la funzione catartica dei libri è reale, e capace davvero di esorcizzare il male.

Mirko Zilahi è nato a Roma nel 1974. Laureato in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un PhD in Italian presso il Dipartimento di Italianistica del Trinity College di Dublino dove ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. È cultore di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha pubblicato saggi su autori irlandesi, interventi su scrittori italiani contemporanei, è traduttore letterario dall’inglese (Peter Murphy, Bram Stoker, Roger Boylan, Michael Dahlie, Donna Tartt) ha collaborato con varie case editrici italiane e al momento è editor della narrativa straniera per minimum fax. Nel 2014 ha tradotto per Rizzoli il premio Pulitzer Il Cardellino di Donna Tartt.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Cinzia dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Marco Pensante a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2016 by

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Benvenuto, Marco, su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla sesta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di 1980, di David Peace, Il Saggiatore. Che altri premi hai ricevuto nella tua carriera? Ti sono stati utili nel tuo lavoro?

Questo è il primo. Se mi sarà utile festeggeremo insieme.

Vivi e lavori a Brescia. Dove sei nato? Che studi hai fatto? Da che lingue traduci? Come ti sei perfezionato per diventare traduttore? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono nato a Brescia, ma ho vissuto a Parma e a Milano per anni. A Parma mi sono laureato in Economia e Commercio. Traduco dall’inglese. Mi sono perfezionato sul campo, con la lettura continua e la pratica della conversazione in lingua. Il mio approccio è sempre stato pragmatico, nel senso che prima ho appreso la lingua per poter leggere i testi che mi interessavano, poi ho approfondito le conoscenze sui testi. In questo senso non so consigliare scuole di formazione professionale perché non ne ho esperienza. Il mio percorso si è svolto tutto con l’apprendimento personale e i rapporti diretti con le case editrici, iniziati quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Il Sole Non Tramonta.

Hai pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Non li ho letti ma mi hanno detto che eri un eccellente autore di fantascienza. Questi libri riverranno pubblicati? Hai in programma di riprendere a scrivere, o non hai mai smesso?

Ponte di Mezzo è stato vittima del trapasso della casa editrice, Interno Giallo, acquistata da Mondadori. Nel portfolio autori di Interno Giallo c’erano molti nomi appetibili, ma il mio non era fra quelli. Di conseguenza, il mio romanzo è rimasto nelle librerie pochi mesi per poi scomparire. Pur non potendo essere un libro di successo, rappresentava un incrocio fra il romanzo generazionale – considerando l’importanza di Pier Vittorio Tondelli per quasi tutti i giovani autori dell’epoca, me compreso – e il genere emergente del noir metropolitano, oggi divenuto un cliché ma che allora respirava aria nuova ed entusiasmante grazie alla linea editoriale di Interno Giallo, soprattutto con gli autori italiani: solo per fare un esempio, il primo romanzo di Giancarlo De Cataldo è uscito per Interno Giallo. Ponte di Mezzo poteva acquisire un suo pubblico nel lungo periodo, ma non ne ha avuto il tempo. Il Sole Non Tramonta, che ho visto con piacere riemergere nei siti di bookcrossing, era un’opera giovanile, con tutto ciò che la qualifica comporta. Ci sono state critiche sulla sua derivazione da Frank Herbert, che era innegabile e senz’altro dovuta a un eccesso di entusiasmo adolescenziale; ma evidentemente l’Editrice Nord – che non si poteva certo definire all’oscuro dell’opera di Herbert – l’aveva considerata una variazione sul tema degna di pubblicazione. Ma se riguardo a questo aspetto posso capire le critiche, altri si sono inventati – suppongo pur di creare uno scandalo qualsiasi, senza neppure consultare le persone che ci hanno lavorato all’epoca – un mio presunto ruolo da “giovane scrittore confezionato a tavolino” pianificato al fine di rilanciare la casa editrice, cosa assolutamente falsa. In seguito, per anni ho tradotto e collaborato con riviste come Pulp, pubblicando racconti, recensioni e articoli. Miei racconti sono apparsi su Bresciaoggi e Il Manifesto. In quel periodo trascuravo la scrittura perché credevo di avere una famiglia, poi un giorno ho scoperto che non avevo niente. Appurato ciò, ho studiato il pianoforte e ho scritto un romanzo che sto cercando di pubblicare, un noir che si sforza di evitare la classica dualità del genere, in cui protagonista è l’ispettore o il criminale. Nell’attesa, per divertirmi, sto scrivendo un romanzo di fantascienza.

Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale. Leggi prevalentemente in lingua originale o leggi anche traduzioni per vedere il lavoro dei tuoi colleghi?

Tutte le opere in lingua inglese le leggo in inglese. Leggere i colleghi può essere interessante per trovare ispirazione riguardo ai modi per tradurre certe espressioni, perché davanti a un testo tradotto dall’inglese mi è quasi sempre chiaro cosa dica l’originale. Alla lunga però lo trovo un esercizio un po’ sterile, per il fatto che fra traduttore e opera c’è quasi sempre un rapporto personale molto stretto e preferisco dare fiducia al traduttore limitandomi a leggere il libro, più che interrogarmi sul suo metodo. Per mio svago personale tendo a preferire gli anglosassoni perché non ritengono disdicevole intrattenere. Douglas Coupland, per esempio, sa mantenere una leggerezza e un’ironia che a volte nascondono la profondità con cui sa indagare i rapporti amicali e sentimentali. Don DeLillo ha scritto una satira geniale sulla controcultura hippie, Great Jones Street, mettendo in scena le rime infantili della rockstar come prova della dissoluzione della lingua. Stephen Baxter, il mio autore di fantascienza preferito, possiede una fantasia sconfinata, rivolta alla creazione di avventure che spaziano non solo ad altri pianeti, ma all’intero universo, esponendo in forma romanzata interi trattati di astronomia e cosmologia.

Come è andata all’inizio, hai mandato il tuo curriculum nelle case editrici? Sei stato chiamato direttamente dagli editori? Quando ancora non si ha un portfolio di traduzioni, come si fa a farsi notare?

Credo che il mio sia stato un caso particolare, come tutti. Dopo avere pubblicato Il Sole Non Tramonta, quindi molto giovane e incosciente, tramite amicizie comuni ho avuto la fortuna di incontrare persone a cui ho chiesto lavoro e che mi hanno dato fiducia. In particolare Marco Tropea e Laura Grimaldi, recentemente scomparsa, due giganti dell’editoria italiana, conosciuti assolutamente per caso durante la loro permanenza alla direzione di Urania e con i quali ho stabilito negli anni una collaborazione e un’amicizia che considero fra le mie grandi fortune. Naturalmente ho lavorato con grande impegno per ricambiare la loro fiducia; i risultati, come si dice, sono in strada. Direi che si è trattato di un misto fra ambizione, passione per la letteratura avventurosa, ansia di uscire di casa e prontezza di riflessi nello sfruttare le occasioni.

La tua carriera di traduttore è iniziata nel 1987, da allora hai tradotto importanti autori come James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, e altri. Quale è stato il più difficile da tradurre, quello che ti ha richiesto più impegno, più fatica?

In realtà gli autori più difficili da tradurre sono quelli che scrivono male. Periodi involuti e incomprensibili, nessuna coerenza, dialoghi ridicoli di cui è un’impresa capire il senso. Per fortuna questi autori si dimenticano in fretta. Gli altri che hai citato, e che mi onoro di avere trascritto nella nostra lingua, hanno una cifra stilistica così precisa e personale che il problema è solo assorbire la loro scrittura e trovare la voce giusta per renderla, dopo di che la traduzione segue un percorso praticamente obbligato. Il traduttore spesso è ignorato o maltrattato, ma l’estremo opposto è il traduttore che si ritiene coautore, in diritto di sovrapporre il proprio stile a quello del testo originale. Un traduttore è al servizio del libro. Il dovere del traduttore è ricopiare nella propria lingua le stesse parole dette dall’autore, non una di più e non una di meno.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

La conoscenza personale con l’autore non entra in gioco quasi mai, anche perché gli autori raramente si legano a un unico editore per le traduzioni. Tranne Andrew Vachss e David Peace, non ho mai conosciuto i miei autori. Quello che per me è contato è stato mettere in campo le mie passioni e i miei interessi: la modernità, i fenomeni urbani come il punk o il rap californiano, la cultura e l’arte pop, la musica in ogni sua declinazione. Dopo un certo numero di traduzioni assegnate più o meno a caso, diventa chiara la linea narrativa che il traduttore vuole seguire, e l’editore – se è abile nel riconoscere le sensibilità – sa accoppiarlo agli autori. Uno dei libri più emozionanti e divertenti che ho tradotto, La Grande Occasione di Marcel Montecino, raccontava di un pianista in fuga dalla mafia di New Orleans. È stato un lavoro impegnativo ma di grande soddisfazione. Credo che qualcuno, negli uffici direzionali di Interno Giallo, lo abbia visto e abbia detto: “Questo lo diamo a Pensante”.

Come pianifichi il tuo lavoro? Ogni libro è un caso a parte o hai un metodo che utilizzi ogni volta? Leggi prima il romanzo per intero in lingua originale, o traduci pagina per pagina senza sapere dove la storia porta? Usi vocabolari cartacei, o ti affidi a vocabolari online? C’è un sito di sinonimi, slang, modi di dire che ti è particolarmente utile?

Di solito mi basta leggere qualche pagina e conoscere un minimo l’autore per capire se posso tradurre senza leggere il resto. Per David Peace questo non è possibile, perché ogni suo libro rimanda a tutti gli altri, in un intreccio di cicli e metacicli narrativi. Prima di tradurre un romanzo di David Peace, bisogna avere letto tutti i precedenti. I vocabolari che utilizzo sono di due tipi: quelli necessari al lavoro quotidiano, che per fortuna non sono più cartacei ma a disposizione in qualsiasi momento sul telefono cellulare, e i monolingue impraticabili ma da leggere per il piacere delle parole, come l’Oxford, da consultare con la lente di ingrandimento incorporata. Se dovessi consigliare un sito sarebbe Urban Dictionary, ma ogni voce va interpretata e messa a fuoco depurandola dai meme estemporanei. Ma più che trovare una definizione su un dizionario, per me è fondamentale visualizzare e contestualizzare. Ricordo uno scambio di fax con Douglas Coupland, nei primi anni Novanta, in cui domandavo chiarimenti su certi passaggi di Generazione X che richiedevano la conoscenza dei pranzi precotti americani degli anni Cinquanta. Oggi l’intera Internet è il vocabolario del traduttore, cosa per cui non sarò mai abbastanza riconoscente. Nel campo della cultura pop, le tanto decantate ricerche in biblioteca dei tempi andati sono un pio desiderio.

Parliamo  della traduzione di 1980, di David Peace, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Raccontaci la storia di questa traduzione. Conoscevi già David Peace, avevi già tradotto sue opere? E’ un autore impegnativo? Che tipo di stile utilizza? Una volta finita la traduzione, ti sei sentito soddisfatto?

1980 è stato il mio primo contatto con David Peace. Come tutti i primi contatti con un autore, servono molte pagine prima di raggiungere un’intimità che porti a un’interpretazione fedele ed efficace. Il mio metodo di lavoro prevede una rapida trascrizione del libro seguita da una lunga revisione, dopo che la scrittura ha avuto il tempo di sedimentarsi ed è possibile esaminarla evitando il coinvolgimento della stesura viva. Lo stile di Peace si basa su due tecniche che rimandano una all’altra: la ripetizione e la narrazione inaffidabile. La ripetizione è il periodico ritorno di certi temi, spesso onirici, che uniscono i romanzi della serie fra loro e ogni singolo romanzo al proprio interno. La narrazione inaffidabile è un’influenza di Ryunosuke Akutagawa: tutti i protagonisti hanno partecipato agli eventi, e ognuno li descrive secondo la propria esperienza, ma queste esperienze divergono in certi dettagli essenziali, quindi non possono essere tutte vere. Per il lettore rimane sempre una quota di incognito non eliminabile, come nella sparatoria allo Strafford Pub, descritta in 1974 e analizzata nei romanzi successivi senza che si riesca mai ad arrivare alla verità. La tecnica della ripetizione, inoltre, è utilizzata in un modo simile a quello della ambient music: a ogni ripetizione varia qualche dettaglio minuscolo, ma dopo un certo numero di ripetizioni il senso è cambiato senza che ce ne siamo accorti. L’impegno per tradurre Peace è altissimo anche per la precisione dei dettagli: per ogni suo libro occorre una ricerca storica, tecnica, letteraria. Per tradurre GB84 ho studiato lo sciopero dei minatori inglesi sotto il governo Thatcher e ricostruito dalle riprese video la Battaglia di Orgreave; per tradurre Città Occupata ho studiato la vicenda dell’unità segreta 731 dell’esercito giapponese per la guerra batteriologica. La soddisfazione è alta quando uno scrittore ti obbliga ad approfondire eventi che altrimenti non avresti conosciuto.

La crisi generale che si è fatta sentire anche nel mondo dell’editoria, ha toccato anche il campo delle traduzioni.  Traduttori che non vengono pagati, case editrici che si avvalgono di traduttori semiprofessionali per pagarli meno, case editrici che non propongono neanche un contratto di traduzione. Cosa consiglieresti a un traduttore che volesse tutelarsi? Il sindacato traduttori difende la vostra categoria efficacemente?

Sì, ho notato questo cambiamento. Si tende sempre di più a gestire le traduzioni internamente, magari sovraccaricando di lavoro redattori già impegnati a organizzare le uscite dei libri; oppure, come dici, ad affidare il lavoro a chi capita, purché costi poco o zero. In questo, purtroppo, non vedo molte differenze con il mercato del lavoro in generale negli ultimi anni. Il traduttore, però, non è – o non dovrebbe essere – manodopera indifferenziata. La traduzione richiede competenze linguistiche e capacità di scrittura che non si possono ridurre al minimo comune denominatore, anzi, forse dovrebbero essere ancora più specialistiche di quanto non lo siano ora. La figura del traduttore è stata molto rivalutata negli ultimi anni, com’era giusto, ma rischia comunque di soffocare nel fiume di uscite necessarie per rendere redditizia la gestione di una casa editrice. Non ho rapporti col sindacato traduttori, quindi non posso dire nulla al riguardo. A un traduttore principiante consiglierei di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i compromessi, che pure saranno inevitabili. Quindi, informarsi con molta chiarezza sulla linea editoriale delle varie case editrici, proporsi con cognizione di causa senza aspettative di guadagni irrealistici, accettare che l’idea di vivere solo traducendo è nel migliore dei casi un’utopia; ma anche rifiutarsi di lavorare senza contratto e assolutamente mai gratis.

Soprattutto per il genere fantastico, all’estero ci sono tante opere meravigliose che qua in Italia non arrivano e temo non arriveranno mai.  Se potessi scegliere liberamente senza vincoli di diritti o di costi, quali titoli faresti tradurre?

Un omnibus di Rudy Rucker, con una prelazione per la traduzione di Spaceland.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto aspettando la pubblicazione del terzo volume della trilogia di Tokyo di David Peace, dopo Tokyo Anno Zero e Città Occupata.

Grazie della tua disponibilità, a presto.

Tutto andrà bene.

:: Un’ intervista con Enrico Pandiani

23 gennaio 2016 by

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Bentornato Enrico su Liberi di Scrivere in occasione del Liberi di scrivere Award. Numerosi lettori hanno votato per il tuo Più sporco della neve, edito da Rizzoli che è arrivato secondo a parimerito con 1980 di David Peace. Cioè sei in buona compagnia. Mi dicono che sei arrivato anche sesto allo Scerbanenco, certo i due premi non si possono equiparare, noi abbiamo mezzi molto più limitati, ma come vivi queste ludiche manifestazioni? Trovi positiva la formula che adottiamo noi di dare solo ai lettori l’ultima parola?

Ciao Giulietta, francamente non saprei che dirti. Ho l’impressione che i lettori vadano un po’ spinti, perché abbiano voglia di votare e io questo lo faccio mal volentieri. Per questo, il sesto posto allo Scerbanenco e il secondo, pur pari merito, al Liberi di scrivere Award mi hanno molto sorpreso. Nel senso che non mi sarei aspettato né l’uno, né l’altro. Sorpreso piacevolmente, voglio dire. Significa che Più sporco della neve è stato davvero apprezzato dai lettori, quasi a mia insaputa, e questo mi fa piacere perché trovo che sia un romanzo che ha un suo perché e per scrivere il quale mi sono impegnato parecchio.

L’ultima volta che ti ho intervistato era il 2013, ne sono successe di cose da allora. Cosa ti ha più sorpreso?

Sono successe tante cose, ho scritto altri romanzi, ho iniziato una nuova serie, quella di Zara, sono andato molto in giro a presentare i miei libri e ho presentato quelli di altri autori che in linea di massima sono diventati miei amici. Ho conosciuto tanta gente straordinaria. La cosa che mi ha sorpreso di più, mi chiedi? Credo che sia stata la tenacia con la quale i librai italiani fanno il loro mestiere in maniera impeccabile, senza lasciarsi piegare dalle avversità e trovando in continuazione nuovi modi per fare il loro mestiere. E questo nonostante tutto quanto sia contro di loro, i giochi dell’editoria, la gente che non legge e, a volte, anche l’antipatia di certi autori. Penso che per fare il libraio, oggi, ci voglia davvero una grande determinazione.

Parlaci di Più sporco della neve, la tua ultima indagine di Zara Bosdaves edita in Italia con Rizzoli. Ci sarà presto un seguito?

Sono l’ultima persona che dovrebbe dire questa cosa, ma mi sembra che quest’ultimo romanzo di Zara mi sia venuto fuori particolarmente bene. Mi piace la storia, mi sono ritrovato alla perfezione con i personaggi e credo di essere riuscito a mettere insieme una trama che si chiude poco alla volta su un finale inaspettato. Rispetto al romanzo precedente, La donna di troppo, i protagonisti si svelano maggiormente, mostrano le proprie debolezze, la loro vulnerabilità, ma anche una forza d’animo che li aiuta a stringere i denti e ad andare avanti, a conservare ciò che di buono sono riusciti a conquistare. Il terzetto di cattivi, poi, mi ha divertito tantissimo. Disegnare Carmelo Filingeri e i suoi compari è stato un lavoro divertente e che mi ha coinvolto. Ne è venuta fuori una storia interessante, anche per gli argomenti trattati, la crisi che ci colpisce ormai da tempo e l’immigrazione extracomunitaria che in questo momento preoccupa tanto l’Europa. Per ora non ho ancora in mente un seguito. A maggio uscirà la quinta avventura di Mordenti e non vedo l’ora che sia in libreria. Per il resto sto lavorando su due progetti molto diversi che non c’entrano con les italiens e nemmeno con Zara.

Intanto sei arrivato a Parigi, la patria del polar. Un po’ come la “Série noire” di Gallimard, la collana poliziesca di Le Livre de Poche, l’editore con cui pubblichi, è un marchio storico dell’editoria francese e finalmente Les Italiens parla francese. Chi è il tuo traduttore? Hai avuto modo di leggere il tuo libro tradotto? Che effetto ti ha fatto?

È stata la realizzazione di un desiderio. È stato pubblicato a settembre il secondo romanzo e stiamo parlando del terzo. In più, come dicevi, quando è uscito Trop de plomb, Les italiens è stato pubblicato nella collane Le Livre de Poche e questa è una soddisfazione immensa. La traduttrice è Catherine Beaunier, che oltre ad aver tradotto i miei libri mi ha anche insegnato il francese. Questa avventura parigina l’abbiamo vissuta insieme e io ho potuto seguire in prima persona le traduzioni. E ci puoi scommetterci che li ho letti! Sentire Mordenti che parla francese è un godimento monumentale.

Si parla di uno sceneggiato o una serie televisiva. Che c’è di vero? Sarà una produzione italiana o francese? Se potessi dare consigli (ti ci vedo girare con la tua pipa per gli studios, più parigino dei parigini, a supervisionare) chi vedresti alla regia, quali attori per i protagonisti?

Riguardo a questa vicenda, tutto ciò che posso fare è tenere le dita incrociate e aspettare che gli eventi prendano forma. Dopo il comunicato stampa della IIF del produttore Fulvio Lucisano che annunciava l’accordo firmato con la Space Rocket Nation di Nicholas Winding Refn per girare otto-dieci episodi tratti dal romanzo Les italiens, non ho più avuto notizie. Immagino che si stia lavorando in quel senso e che sarà una produzione internazionale. Winding Refn è un regista di culto, ha vinto Cannes con Drive ed è un mostro sacro, quindi immagino che, nel caso la serie diventi una realtà, la regia toccherà a lui. Per quanto riguarda gli attori non ho proprio la più pallida idea di chi potrebbe interpretare i miei personaggi e per scaramanzia non mi provo nemmeno a ventilare delle ipotesi. Tanto per cominciare speriamo che la cosa vada in porto.

Dopo la Francia, in quali altri paesi porterai i tuoi romanzi? Cosa dice il tuo agente?

Mi sembra che ci sia un certo interesse da parte della Turchia, ma per ora non c’è nulla di concreto. per il resto non ho altre notizie. Se si facesse la serie televisiva, credo che potrebbe smuovere le acque.

Cosa stai leggendo in questo momento, quale è il libro (o sono) sul tuo comodino?

Ho letto l’ultimo romanzo di Marías, Così ha inizio il male, L’impostore, di Cercas, Zona d’interesse, di Martin Amis, Cattivi, di Torchio, un paio di romanzi di Perec che ancora non avevo letto. Poi, Kassel non invita alla logica, di Vila-Matas e Incidente notturno, di Modiano, tutti libri che mi sono piaciuti molto. Adesso ho attaccato Le notti di Tokyo, di Mo Hayder, consigliatomi da un’amica, e devo dire che mi intriga. Sul comodino ho Il potere del cane di Whinslow, Chirù della Murgia, l’ultimo De Giovanni e l’ultimo di Fred Vargas. Insomma, le letture non mi mancano.

C’è un esordiente italiano che ti ha particolarmente colpito? Se sì, che augurio gli fai? Quale è la cosa di cui avrà maggior bisogno negli anni a venire?

Tempo fa ho letto Nero Dostoevskij, di Antonio Mesisca, e devo dire che la sua scrittura mi è molto piaciuta. Il suo romanzo si discosta piuttosto dal classico noir Italiano con commissari, agenti tonti, amici carissimi e donnine compiacenti. Guizza ed è molto personale. E, soprattutto, Antonio riesce a mescolare alle sue storie quei due ingredienti che io ritengo fondamentali nel noir: l’ironia e lo humour.

La situazione dell’editoria in Italia non è rosea: calo dei lettori, stili e storie sempre più omologate, poco coraggio forse, autori che meriterebbero più attenzione quasi emarginati. Non hai la sensazione anche tu che non sia una crisi solo economica? Che ci sono precise responsabilità se la gente sta lontana dai libri?

Si potrebbe pensare che un paese di ignoranti sia più facile da controllare, come dire, panem et circenses, e che per questo chi ci governa abbia tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però io sono convinto che molta gente non abbia voglia di fare sforzi, che pensi che leggere sia una fatica, un compito arduo e difficile. Non sanno che non è così, che i libri sono un piacere. C’è un bombardamento di proposte per portare la gente alla lettura, ma io sono convinto che non servano a nulla. Per la maggior parte si riducono a iniziative che vanno a toccare persone che già amano la lettura. Non ho idea di cosa si potrebbe fare per convincere chi non lo fa che leggere è una conquista che può aprirti grandi orizzonti e che ti può portare in uno stato di grazia. Anche perché è evidente che alla maggioranza delle persone è sufficiente chattare con il telefonino o il tablet e questi sono spesso nemici della lettura. Salendo su un treno o sulla metropolitana ci si rende conto di quale sia lo stato delle cose: hanno tutti il telefono in mano e non si vede un libro all’orizzonte.

Ci siamo conosciuti anni fa al Circolo dei lettori a una tua presentazione, ti moderava Luigi Bernardi. Sei una delle poche persone legate ai libri che mi ha visto di persona. Se dovessi mettermi in un tuo romanzo, che personaggio sarei?

Una che trama nell’ombra? Mi auguro che il fatto che ti abbia conosciuta di persona non ti costringa prima o poi a dovermi eliminare…

Molti pensano che il noir abbia più un passato che un futuro. Condividi questa affermazione? C’è al contrario qualche scrittore contemporaneo italiano o straniero che incarna l’anima vera del noir in questi anni complessi?

Non so se qualche scrittore, oggi, incarni la vera anima del noir più di altri. Diventa sempre più difficile inventare qualcosa di nuovo o trovare una nuova maniera di raccontare cose già dette. Certo, farsi largo diventa sempre più difficile, perché anche i lettori tendono ad adagiarsi su ciò che conoscono ed è loro familiare piuttosto che avventurarsi su terreni sconosciuti proposti da autori che cercano di proporre qualcosa di nuovo o di diverso. Certamente il noir ha un grande passato, ma io sono sicuro che ci sia ancora un futuro per questo genere letterario. Continua a capitarmi di leggere autori come Antonin Varenne in Francia, Jan Costin Wagner in Germania, o Giampaolo Simi in Italia che con i loro romanzi e la loro scrittura mi hanno fatto capire che c’è ancora molto spazio per l’immaginazione di uno scrittore.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Come dicevo prima, a maggio uscirà la quinta avventura de les italiens di cui ancora non è chiaro il titolo. È un romanzo che si svolge tra Parigi e il centro della Francia. Questa volta Mordenti dovrà correre su e giù per la Francia alla ricerca di una madre scappata di casa con il figlio di sette anni. L’inghippo è piuttosto complesso e pericoloso e, come sempre, ci sono momenti di grande ilarità e altri di passione. Per il resto, sto lavorando a due romanzi molto differenti tra loro che non hanno nessun legame con i miei precedenti personaggi. Uno è un noir molto duro, torinese, e l’altro è un romanzo non di genere. Vediamo dove andremo a finire, cosa tutt’altro che chiara.

:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2016 by
sarta

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Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era in fondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e in fondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015) a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2016 by
Copertina Ben pastor

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Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista, emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine) con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia, in cambio di denaro, denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi, pronto ad essere catturato e ucciso, per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.