:: La legge dell’oblio, Luca Simioni (Limana Umanìta Edizioni, 2015) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2016 by
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Nella Marca Occidentale di un impero di un mondo alternativo, con echi sia medievali che della società europea prenindustriale, vive il popolo dei Wadi, un’etnia guerriera con gli occhi rossi e la capacità di vedere durante la notte. La loro comunità, dove vivono anche persone di etnie diverse, viene attaccata da un misterioso nemico che arriva dal deserto che si stende poco lontano dalla marca. Un fatto inaudito, visto che il deserto è un luogo disabitato secondo le mappe, dove ci sono solo resti di civiltà scomparse. Mado, uno dei Wadi, con una lunga esperienza come soldato alle spalle, viene incaricato di pattugliare il deserto per capire cosa c’è dietro queste nuove minacce, con un gruppo di cinque individui, molto diversi tra di loro come estrazione sociale e appartenenza etnica.
Insieme scopriranno quanto di falso è stato loro detto, e che là fuori ci sono insidie e una guerra possibile, su pensiero e stili di vita, che può schiacciare la vita di un mondo che per generazioni aveva vissuto in maniera tranquilla e autosufficiente.
Curioso e originale: questi sono i primi due aggettivi che possono venire in mente leggendo le pagine di un libro che si pone nella tradizione del fantasy epico, anche se è molto diverso e molto lontano da autori come Tolkien, Terry Brooks, Terry Goodkind, George R.R. Martin. Se si vuole trovare qualcosa di simile nel mercato straniero, il nome che viene in mente è quello di Joe Abercrombie, da cui Luca Simioni riprende ambientazioni e toni, compreso il tema della ricerca e del viaggio, più da western che da fantasy, al centro per esempio di Red Country dell’autore statunitense.
Nel mondo fantasy scelto da Luca Simioni ci sono comunque anche echi del genere steampunk, ma tutto l’insieme è insolito, un universo fantastico formato da tante suggestioni, e non tutte di stampo irreale e fuori dal mondo.
Attuale: questo è l’altro aggettivo che richiamano le pagine del libro. Perché, certo, la storia raccontata è irreale, certo ci troviamo nei territori del fantasy epico e steam, ma ci sono forti echi del mondo di oggi e delle sue contraddizioni e problemi. La storia de La legge dell’oblio parla di incontro tra diversità, a livello globale nella vicenda narrata ma anche a livello individuale con la squadra di Mado che va in cerca di una possibile salvezza per il loro modo di vivere, facendo i conti con problemi di comprensione spesso insormontabili. Senza contare poi i giochi di potere e lo scontro di civiltà che c’è sotto tutta la storia, molto realistico e molto metaforico dell’oggi, con il deserto visto come non luogo ma anche luogo universale, un po’ come sono i deserti nel mondo reale.
La legge dell’oblio, pubblicato dalla casa editrice indipendente Limana Umanìta che ha inaugurato così una collana dedicata ai romanzi di genere, è quindi una storia avvincente di genere fantastico che piace e piacerà ai cultori del genere, soprattutto a chi cerca vicende insolite e non ripetizione trita e ritrita di modelli noti. Ma è anche uno specchio deformante di tanta attualità, dalla convivenza tra persone diverse all’incontro tra mondi opposti passando per il desiderio di imporre uniche ideologie. Un libro quindi con più livelli di lettura che rivela una nuova voce di casa nostra.

Luca Simioni, originario di Cittadella, in provincia di Padova, è laureato in Storia dove si è specializzato in nazionalismi e movimenti di massa. Ha scritto vari racconti, uscite in antologie edite da Limania Umania, come Time Warp e I mondi del fantasy. Nel 2014 ha fatto uscire il suo primo romanzo E ora, con l’aiuto del sole. La legge dell’oblio è la sua seconda prova letteraria a lungo raggio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Le ateniesi, Alessandro Barbero (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

13 gennaio 2016 by
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Atene, 411 a.C.: la cittadinanza si appresta ad assistere alla nuova commedia di Aristofane, Lisistrata, che racconta una ribellione di donne contro il potere patriarcale degli uomini che pensa solo a fare la guerra. In parallelo, nelle campagne vicine alla città, le due giovanissime Charis e Glicera sognano una vita diversa che quella di lavoratrici indefesse nelle piccole fattorie dei rispettivi padri, una vita che per loro sembra rappresentata dal ricco coetaneo Cimone, figlio di Eubolo, che sta tramando con altri qualcosa contro la democrazia di Atene. Mentre in città gli abitanti di Atene assistono alla presa in giro graffiante, scurrile ma molto realistica di Aristofane, Charis e Glicera in campagna vanno da Cimone per concludere la vendita dei fichi coltivati dai padri, senza immaginare che conseguenze tragiche potrà avere la loro azione.
Alessandro Barbero ci porta in un’antica Grecia ritratta in uno dei suoi momenti e luoghi di massimo splendore, la classicità di Atene, per raccontare una storia eterna e molto attuale, di violenza contro le donne e soprusi classisti. Una violenza derisa ma denunciata da Aristofane, che sconvolge i benpensanti ateniesi convinti di essere al centro del mondo, mettendoli davanti ai propri vizi e limiti, ma una violenza vissuta e subita da due ragazzine troppo curiose, in un’escalation brutale, restituita dall’autore con uno stile sobrio da cronista che però non risparmia niente al lettore, senza gratuità.
Una Grecia metafora del presente, visto che classismo e maschilismo continuano ad essere prerogativa dell’oggi: Alessandro Barbero, oltre a omaggiare Aristofane, ha dichiarato con questo libro di aver voluto ricordare uno dei fatti italiani di violenza contro le donne più gravi e orrendi, il delitto del Circeo, dove due ragazze di estrazione modesta furono sequestrate, torturate, stuprate e una uccisa da tre rampolli di famiglie bene. Un fatto vergognoso, che ha segnato la generazione di chi, come l’autore, era adolescente al momento dei fatti, ma che è rimasto come eco anche anni dopo, simbolo, nella realtà e anche nel libro, di sopraffazione verso le donne ma anche di oppressione classista verso chi è più povero, supportata da ideologie estremiste che sono sempre uguali.
La donna che rappresenta di più la sopraffazione è Aglaia, fatta schiava a Melos, evento vergognoso della guerra tra Atene e Sparta che non appare nei libri di scuola, costretta a diventare schiava con il nome di Andromaca. Da lei viene la soluzione della vicenda e un messaggio di ribellione, ieri come oggi, contro ogni forma di oppressione, violenza e prevaricazione. Un libro duro, questo di Alessandro Barbero, durissimo, forse non indicato per parlare di Grecia ai giovanissimi, ma su cui leggere e meditare comunque se si ha qualche anno in più.

Alessandro Barbero, torinese, classe 1959, è docente universitario di Storia medievale presso l’Università del Piemonte orientale. Collabora con la Rai, dove è un volto noto e popolare di Rai storia e della trasmissione Il tempo e la storia. Ha scritto sia libri di saggistica che di narrativa: tra i suoi maggiori successi nell’uno e nell’altro campo ricordiamo Lepanto. La battaglia dei tre imperi (Laterza, 2010), Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medievali (Laterza 2012), Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo (Mondadori, 1995, vincitore del premio Strega 1996) e Gli occhi di Venezia (Mondadori, 2011).

Source: prestito in biblioteca SBAM.

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:: L’eredità medicea, Patrizia Debicke Van Der Noot (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

12 gennaio 2016 by
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Alessandro de’ Medici, duca di Firenze, è appena stato assassinato da Lorenzino de’ Medici, detto il filosofo, lasciando vedova Margareta d’Austria. L’assassinio era stato messo in atto per una voglia da parte del filosofo di salire al potere al posto del parente, ma dopo aver compiuto l’omicidio ed essersi vantato in lungo e in largo, preso da un attacco di codardia consono alla sua natura, scappa da Firenze lasciando il seggio vuoto. I fiorentini vogliono come successore assolutamente uno di loro, non accetteranno nessun altro candidato come nuovo duca, così il consiglio dei Quarantotto decide di nominare Cosimo de’ Medici, ragazzo molto giovane con i suoi 17 anni, ritenendolo facilmente malleabile e manovrabile, ma con il passare del tempo dimostrerà lo stesso spirito e la stessa forza d’animo del padre, Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere, e della nonna, Caterina Sforza.
Appena arrivato a Firenze Cosimo si innamora subito di Margherita D’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, e cerca in tutti i modi di sposarla, ma l’imperatore, padre di lei, ha altri piani per la figlia e con la scusa che la figlia deve rispettare il lutto temporeggia fino a quando Cosimo non decide di sposarsi con Eleonora di Toledo.
Durante il regno di Cosimo grandi forze si muovono nell’ombra, a partire da un personaggio sconosciuto e misterioso che si fa chiamare appunto L’Ombra, fino ad arrivare alla Chiesa Cattolica nelle veci del Papa, alle famiglie rivali dei de Medici che vogliono a tutti i costi spodestare Cosimo per conquistarsi tutto il potere.
Un romanzo storico che sa unire fatti reali a narrazioni di fantasia unendo così storia e sentimento.
Una narrazione che pur partendo molto avvincente e briosa con l’omicidio di Alessandro de’ Medici e la fuga di Lorenzino de’ Medici, rallenta purtroppo in maniera drastica, bloccandosi con lunghe descrizioni di piatti cucinati, pasti luculliani e vestiti sfarzosi, perdendo così l’attenzione del lettore che deve aspettare di arrivare almeno a metà romanzo prima di ritrovare un po’ di azione che riesca a riassorbirlo nella lettura, azione che questa volta riesce però a tenerlo legato fino alla fine del romanzo facendogli provare emozioni contrastanti e coinvolgendolo al punto che si ritroverà a incitare i suoi personaggi preferiti, mentre combatterà con loro per difendere la vita di Cosimo.
I personaggi sono molto ben caratterizzati, sia a livello fisico che a livello emotivo, tant’è vero che si riesce a percepire l’amore di Alessandro Vitelli per Angela, la frustrazione di Bianca quando Cosimo parte per Firenze e pensa che pur essendo incinta di lui non lo potrà più avere tutto per sé, i sentimenti prima contrastanti e poi sempre più profondi di Margherita d’Austria…
Un modo tutto nuovo e alla fine molto piacevole di riscoprire fatti di storia, un romanzo che, nonostante il suo andamento altalenante, sa rapire il lettore ed entrargli nel cuore e nell’animo, trasportandolo in un bellissimo viaggio nell’Italia del 1500.

Patrizia Debicke Van Der Noot è nata a Firenze nel 1942.
Nipote del segretario storico del famoso premio letterario fiorentino L’Antico Fattore, Candido Vanni, ha trascorso molti anni della sua vita a viaggiare, vivendo così sia in Italia che all’estero.
Bilingue, grazie anche alla nonna alsaziana, ha lavorato sempre come scrittrice.
Grazie al primo marito, il principe Alessandro Ruspoli, ha frequentato gli ambienti dell’aristocrazia degli anni ’60 e ’70.
Tra le sue pubblicazioni ci sono vari racconti e antologie, ebook con MilanoNera e Delos Digital. Con Corbaccio ha pubblicato L’oro dei Medici, La gemma del cardinale e L’uomo dagli occhi glauchi.
Nel 2010 ha vinto il secondo premio assoluto al VI Festival Mediterraneo del giallo e del noir con L’uomo dagli occhi glauchi.
Nel 2012 premio letterario alla carriera al IX Premio Europa di Pisa.
Nel 2013 ha pubblicato La sentinella del Papa con Todaro.
Tra i suoi impegni anche molte conferenze storiche per il FAI, circoli di lettura e corsi di scrittura.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: La nonna vuota il sacco, Irene Dische,(Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2016 by
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La nonna vuota il sacco di Irene Dische è un romanzo allegro e davvero coinvolgente. La voce narrante è quella di Elisabeth, una donna tedesca di fede cattolica che narra la vicenda della sua famiglia, dal suo matrimonio fino alla nascita dei suoi nipoti e pure pronipoti. La nonna vuota il sacco non è un vero e proprio diario ma, il carattere della narrazione biografica e memorialistica gli calzano alla perfezione. Elisabeth ci porta dentro al suo mondo privato e noi lettori scopriamo che lei -capelli castani, naso fine, occhi azzurri e labbra perfettamente delineate- è una giovane donna corrispondente al 100% ai canoni della bellezza germanica. Il marito, Carl Rother, ha un naso adunco, occhi profondi e neri, è medico ed è il figlio di un ferramenta ebreo dell’Alta Slesia. Siamo tra gli anni Venti e Trenta del Novecento e le differenti religioni, per ora, non impediscono a Elisabeth e Carl di sposarsi. Tutto però si complica con la salita al potere dei nazisti. La loro violenza, e politica repressiva, andranno a colpire ogni ebreo, compresi coloro che hanno sposato tedeschi puri. Mentre i fratelli di Elisabeth diventeranno gerarchi nazisti, lei e il marito, sentendo incombere il pericolo, decideranno di scappare in America, nel New Jersey, con la figlia Renate. Qui, nel Paese dove tutto sembra essere possibile, l’inserimento dei fuggitivi non sarà proprio facile, ma un po’ alla volta, superati i diversi ostacoli e pregiudizi, la famiglia riuscirà a trovare un’adeguata stabilità. Il tutto durerà fino a quando Renate sposerà lo scienziato Dische, un uomo intelligente sì, ma pieno di manie comportamentali e la situazione sembrerà sfuggire al controllo completo, di tutto e tutti, quando arriverà Irene, la loro figlia. Il libro della Dische narra la vita di una famiglia, mostrandone le gioie, i dolori, le incomprensioni (il rapporto tra Elisabeth e Renate sarà sempre un po’ teso), gli improvvisi colpi di testa (Irene da adolescente dimostrerà una instabilità del vivere che la porterà a cambiare più scuole e ad intraprendere viaggi senza mete e obiettivi precisi) che condurranno i personaggi protagonisti a compiere scelte a volte stravaganti, ma per loro fattibili e importanti. Il romanzo della Dische è un vero e proprio viaggio nella memoria che riunisce tre diverse generazioni di donne appartenenti ad un unico nucleo familiare. Elisabeth, Renate e Irene sono rispettivamente una nonna, una madre e una figlia. I caratteri sono tra loro diversi, ma ciò che unisce queste tre figure femminili, oltre al legame di sangue, è il legame madre figlia che attraversa i tempi, è una sorta di senso di protezione sempre presente, nonostante i contrasti. Il linguaggio schietto e l’ottima traduzione di Riccardo Cravero permettono al lettore di entrare nel mondo privato di Elisabeth, nel quale la quotidianità è velata di ironia e da situazioni che commuovono e fanno riflettere chi sta fuori dal libro. Leggere La nonna vuota il sacco di Irene Dische è stato appassionante, è stato come essere a fianco della narratrice stessa e si percepisce in Elisabeth (e anche in Irene Dische stessa) la volontà di condividere con i lettori, i legami affettivi e una vita ricca di colpi di scena che ricordano emozionanti film ma, in questo caso, sono realtà vera e vissuta.

Irene Dische è nata a New York e vive a Berlino. È giornalista, scrittrice di libri per adulti e per ragazzi. Ha pubblicato anche Pietose bugie (Feltrinelli, 1991), Un accordo drammatico (Feltrinelli, 1995), Esterhazy. Storia di un coniglio, scritto con Hans Magnus Enzensberger (Einaudi, 2002), e La nonna vuota il sacco (Neri Pozza, 2006). Le lettere del sabato, con cui Dische ha vinto il Deutsche Jugendliteraturpreis, il più autorevole riconoscimento alla letteratura per ragazzi in Germania, è stato pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1999.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Beat.

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:: Oversight, Charlie Fletcher (Fanucci, 2014) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2016 by
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Nella Londra vittoriana, luogo iconico per tante storie che non cessa di affascinare anche se è ormai distante decenni, la società segreta Oversight ha come compito quello di proteggere gli esseri umani dalle scorribande delle creature fatate, che non sono certo benevole. Per motivi vari, non ultimo il crescente scetticismo della società ottocentesca, alla Oversight sono rimasti solo in cinque, in mezzo a problemi che aumentano, anche perché uno dei loro compiti più difficili è quello di proteggere la Chiave, un oggetto magico che mantiene l’equilibrio tra le dimensioni e i tempi diversi.
Oversight è il primo romanzo rivolto ad un pubblico adulto di Charlie Fletcher, autore di diversi romanzi di genere fantasy per ragazzi, con cui l’autore ha iniziato una saga di cui è già uscito in lingua originale il seguito, Paradox. Per questa sua fatica, l’autore si è rivolto alla grande tradizione narrativa dell’Ottocento inglese, formata da autori come Charles Dickens, Charlotte Bronte, Elizabeth Gaskell, Thomas Hardy, Willie Collins. Ovviamente il suo stile è più moderno, ma il fascino di quella narrativa e di quella Londra cupa e dove entrava il gotico e il paranormale c’è tutto.
L’universo fantastico messo al centro di tutto non è formato dalle creature classiche del gotico, a cominciare dagli un po’ troppo inflazionati vampiri, ma è legato al Piccolo Popolo, le cosiddette Faeries che non vanno rese in italiano come Fate, ma sono creature maligne e temibili, presenti per secoli nella cultura irlandese e celtica a cui l’autore si ispira.
Un libro quindi che parte da molto lontano, da un folklore remoto e dalla letteratura ottocentesca, ma con echi anche di romanzi, film e telefilm attuali, da Neil Gaiman a Susanna Clarke, senza dimenticare Penny Dreadful, ma anche un Torchwood o un X-Files in salsa vittoriana: il risultato è un romanzo complesso e affascinante, originale in tempi in cui il gotico è diventato sinonimo di storielle d’amore per quindicenni amanti di vampiri luccicanti, pronto a far riscoprire o scoprire, in chiave moderna, una tradizione fondamentale per l’immaginario non solo fantastico.
Il tutto con al centro una lotta tra bene e male che non si può esaurire in 600 pagine dense e nella migliore tradizione del romanzo a capitoli capaci di avvincere pagina dopo pagina: un libro per gli amanti del genere fantastico ma anche per chi cerca storie avvincenti, con dietro tradizioni antiche ma sempre valide.

Charlie Fletcher, classe 1960, è laureato in letteratura inglese e ha iniziato la sua carriera lavorando come sceneggiatore alla BBC. Si è poi trasferito in California dove ha collaborato con case cinematografiche come Tri-Star, MGM, Paramount e Warner Bros, ma ha svolto anche attività di giornalista di vario genere, dallo sport all’enogastronomia. Autore della serie Stoneheart, sta ora lavorando alla saga iniziata con Oversight e vive con la sua famiglia a Edimburgo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Forse non tutti sanno che a Firenze… (Newton Compton, 2015) di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni a cura di Irma Loredana Galgano

11 gennaio 2016 by
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A ottobre 2015 è uscito nella collana Quest’Italia di Newton Compton Forse non tutti sanno che a Firenze… di Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni.
Un tentativo di mostrare a turisti e fiorentini tutto ciò, del capoluogo toscano, che ben resta celato a uno sguardo distratto, sfuggente o frettoloso.
La storia di una delle tante eccellenti città d’arte italiane ricostruita assemblando piccoli tasselli apparentemente disgiunti fra loro.
Un testo, quello di D’Isa e Salimbeni, nel quale vengono armonizzati storia, arte e tradizione orale. Racconti, poco più che leggende, si uniscono a testimonianze storiche grazie alla presenza ‘fisica’ dell’arte, elementi che rendono, per gli autori, la città “magica”.

« Accanto all’Arno, scorre un secondo fiume, fatto di riflessi quasi impercettibili che solo una particolare inclinazione dello sguardo può essere in grado di cogliere.»

Il lavoro svolto dagli autori per Firenze ricorda, nelle intenzioni, quello condotto da Palumbo e Ponticelli per Napoli e diventato un libro edito sempre da Newton Compton nel 2014, Il giro di Napoli in 501 luoghi. «La città come non l’avete mai vista» è il sottotitolo del libro che racconta i luoghi, i misteri e gli “incredibili tesori artistici” del capoluogo campano.
Una dichiarata volontà da parte di tutti di far conoscere a quante più persone possibili i segreti che stanno alla base del fascino delle rispettive città, una bellezza che non va ricercata nelle mode e nella eccessiva modernità, bensì in una riscoperta del passato e della tradizione, veri pilastri in grado di sorreggere questi ‘colossi’ di arte, storia e cultura.
Il balcone al contrario, le buchette del vino, la finestra sempre aperta, la donna pietrificata, la sfilata della Venere senza braccia… curiosità e misteri sconosciuti ai più, «lampi d’identità che sono più che stranezze o note a margine alla storia ufficiale», sono fasci di luce che illuminano una città dalla tradizione mista e composita.

Francesco D’Isa, classe 1980, fiorentino, è un artista visuale. Laureato in Filosofia, si avvicina come autodidatta all’arte visiva. Dopo l’esordio con disegni e racconti sulle pagine della rivista d’arte e letteratura “Mostro”, di cui era redattore e co-fondatore, le sue opere vengono pubblicate in libri e riviste in Italia ed all’estero. Dal 2001 ad oggi le sue opere d’arte visiva hanno vinto vari premi in Italia ed all’estero e sono state esposte in gallerie d’arte in Europa, USA, Giappone, Russia e Sud America. Dal 2010 affianca all’attività artistica quella di scrittore e giornalista, collaborando al quotidiano online “il Post” e “Orwell” (Pubblico Giornale). Nel 2011 il suo romanzo illustrato, “I.”, viene pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (Roma, Italia) e alcuni suoi racconti in antologie di narrativa, come Selezione Naturale (effequ 2013), Toscani Maledetti (Piano B edizioni, 2013). “Ultimo piano (o porno totale)” è il suo ultimo lavoro, pubblicato quest’anno da Imprimatur.

Matteo Salimbeni cresce a Firenze e vive a Milano. Si è diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. È drammaturgo e autore di varie opere teatrali di prosa e lirica rappresentate in giro per l’Italia e all’estero. Ha scritto romanzi (L’ascensione di Roberto Baggio, con Vanni Santoni, Mattioli 2011), sceneggiature (Bathrooms di Lorenzo Bechi) e racconti per numerose riviste.

Source: ebook inviato da uno dei due autori, ringraziamo Francesco D’Isa per la disponibilità.

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:: Dalle rovine, Luciano Funetta (Tunué, 2015) a cura di Federica Guglietta

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Di Luciano Funetta dicono tutti sia un esordiente. Vero, ma neanche troppo. Ha troppa dimestichezza con l’intreccio narrativo per essere al suo primo romanzo pubblicato. Impegnato da anni in diversi progetti, fa parte di collettivi, ha sempre scritto racconti. Ho voluto presentarvelo così, di getto, fin dal primo rigo di questa recensione, senza fare un minimo accenno neanche alla trama, ma andiamo con ordine.
In una città tanto moderna quanto desolata, in un tempo passato più che mai assimilabile col nostro presente vive Rivera, un ex giornalista che molla tutto per prendersi cura delle creature che più gli stanno a cuore: alleva serpenti velenosi, li cura come fossero dei figli.
L’attenzione (e l’attrazione) nei loro confronti è tale da spingerlo, all’inizio del tutto inconsciamente, ad inscenare un numero con loro. Permette, infatti, alle sue trenta creature di strisciare sul suo corpo nudo e riprende il tutto con una telecamera.
Da questo gioco ingenuo all’ascesa tra le file del cinema porno d’autore il passaggio sarà inaspettatamente breve, da derelitto e solo che era, Rivera diventerà l’uomo che tutti vogliono. Entra nel mondo del cinema porno come se fosse un fantasma.
Avvicinandosi ad un ambiente a lui del tutto oscuro, avrà modo di conoscere produttori (Birmania e Traum) che, a loro modo, hanno fatto di questo genere un’arte e sono acclamati da un pubblico invisibile, ma sempre presente; registi (Laudata) la cui unica preoccupazione è arrivare a premi e riconoscimenti, in una parola al successo; giovani attrici francesi un po’ smarrite e un po’ sfuggenti; sceneggiatori fuggitivi, in crisi d’identità e con un passato per niente roseo alle spalle (l’argentino Tapia).

“Quello che gli proponevano non aveva niente a che fare con nessuna delle pellicole pornografiche che Rivera aveva visto fino a quel momento. Più che altro davano l’impressione di aver scelto di partecipare a un gioco senza regolamento preciso, un’impresa del cui esito disastroso nessuno si preoccupava, perché ogni esito è in sé una catastrofe verso la quale Birmania e Laudata si dirigevano con entusiasmo.”

Attirati dallo scintillio della ribalta o meno, tutti i personaggi del romanzo interiorizzano i propri demoni nei modi più diversi e questo non li aiuterà di certo a risalire la vetta del loro personalissimo monte Parnaso.
L’autore riesce a mescolare luoghi, a partire dall’immaginaria e arida Fortezza e da una Barcellona sfrenata e piena di sorprese e due tempi, presente e passato, che si annodano tra loro, seguendo un ritmo allucinato e strisciante. Proprio come le bestiole tanto care a Rivera. Nel mezzo troviamo, non a caso, rimandi a Tod Browning, il regista di Freaks, film scandalo del 1932.
Quella di Dalle rovine è una scrittura d’impatto che diventa metacinema: ciò che viene raccontato si percepisce, è visibile e chiaro, nella sua sfatta straordinarietà.

“Avevamo incontrato Rivera per caso, durante una tetra notte di squallore in cui anche noi vagavamo tra le ombre, e ci era sembrata la creatura più diffidente della terra. Ne eravamo rimasti colpiti e abbiamo iniziato a seguirlo.”

Fin dall’inizio della lettura colpisce lo specifico ruolo che Funetta affida al punto di vista: un narratore esterno ed onnisciente, che conosce il protagonista e lo segue in tutti i suoi movimenti, una voce polifonica che diventa sempre più presente e vivida, seppure invisibile, una terza persona plurale che rappresenta tutto e niente, che si allontana e poi ritorna.
Un romanzo consigliato a chi ha paura dell’ignoto, ma non dei fantasmi della mente.

Luciano Funetta, classe 1986, è nato in provincia di Bari. Dopo sette anni a Bologna, nel 2012 si è trasferito a Roma dove è entrato a far parte del collettivo TerraNullius e della direzione artistica del Flep! – Festival delle letterature popolari.
Finora ha pubblicato: Noi stessi abbiamo dimenticato, «Watt» 0; Certe informazioni, «Costola» 1; Gli occhi della montagna su Cosa si scrive quando si scrive in Italia, Granta Italia; Strappacuore su «Prospektiva» 55; alcuni contributi per archiviobolano.it oltre a numerosi racconti e saggi su TerraNullius.
Dalle rovine è il suo primo romanzo, pubblicato nella collana romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni.

Source: libro ricevuto in regalo.

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:: La bambina e il sognatore, Dacia Maraini (Rizzoli, 2015) a cura di Elena Romanello

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Nani Sapienza, maestro in mutua, rimasto solo dopo la morte per leucemia della sua bambina Martina e l’abbandono della moglie che non ha retto al dolore, fa uno strano sogno in cui vede una bambina con un cappottino rosso che somiglia alla sua morta. Una volta sveglio, sente al notiziario che è sparita una piccola nel suo sonnolento paesino della provincia italiana, la piccola Lucia, che tra l’altro frequenta la scuola dove lui insegna, anche se in un’altra classe.
Nani non si rassegnerà a chi dà Lucia scomparsa per sempre, i suoi genitori in testa, e cercherà di capire cosa è successo veramente, in mezzo ad allievi entusiasti dei suoi metodi educativi non convenzionali, superiori che lo criticano, difficili rapporti tra etnie, altre bambine che spariscono, poliziotti che cominciano a sospettare di lui, misteri che vengono svelati.
Il nuovo libro di Dacia Maraini si presenta e può essere letto come un giallo, in fondo c’è un enigma da risolvere, legato ad uno dei fatti più devastanti che possono accadere, la scomparsa di una persona senza motivo, ancora più tragica quando si tratta di una bambina o bambino. Ma a questo, come avveniva anche già in un altro suo libro degli anni Novanta che si presentava come un giallo, Voci, si aggiunge molto altro, riflessioni sulla vita e sulla nostra società.
La bambina e il sognatore parla di lutto, di perdita, di cosa succede dopo che è morto qualcuno di caro, magari troppo giovane come era la piccola Martina, ma parla anche di non rassegnazione, di ricerca della verità, di proposta, soprattutto ai più giovani, di ideali diversi e anche non conformi a quello che si vuole che si dica.
La violenza contro le donne e soprattutto contro chi è più fragile, le bambine, è al centro del libro, che sia una scomparsa dettata dall’ossessione di chi ha una psiche malata (ma non anticipiamo lo svolgimento) o il traffico di bambine per i bordelli che c’è in certi Paesi, che emerge da un episodio collaterale in cui si trova coinvolto anche Nani nella sua ricerca di Lucia e di un nuovo senso alla sua vita, o ancora le bambine di etnie diverse a cui anche qui in Occidente vengono negati diritti come l’istruzione in vista di un ruolo sottomesso all’uomo.
Tra le pagine del libro si parla di anticonformismo ma anche di radicalizzazione integralista, di discriminazione e convivenza e Dacia Maraini fa centro ancora una volta tracciando un quadro universale della nostra società, usando il filtro popolare e molto amato da varie generazioni di lettori e lettrici del racconto di indagine poliziesca, comunque condotto in maniera originale e non trita e ritrita.
Interessante che, dopo anni di protagoniste donne, stavolta sia protagonista un uomo, con fragilità e difetti, un eroe moderno in cerca della sua verità e che crede ad un mondo migliore, aiutato tra l’altro da un suo allievo, per certi versi emarginato come lui, che nella ricerca di Lucia forse troverà un modo per migliorare una vita che sembra già condannata da schemi sociali sbagliati.
La bambina e il sognatore, storia avvincente che si fa leggere tutta d’un fiato, contiene tanto su oggi, su noi, sulle cose per cui bisogna lottare: Dacia Maraini non ha certo bisogno di conferme per il suo talento, ma la sua è una di quelle storie di cui comunque si ha un gran bisogno, oggi più che mai.

Dacia Maraini, classe 1936, figlia dell’orientalista Fosco, è considerata una delle più grandi autrici italiane viventi. Nei suoi romanzi e racconti ha raccontato storie autobiografiche e non, di donne e non solo. Oltre all’attività di scrittrice Dacia Maraini è anche poetessa, drammaturga e articolista. Tra i suoi libri ricordiamo L’età del malessere (1963), Memorie di una ladra (1972), La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), Voci (1994), Colomba (2004), Il treno dell’ultima notte (2008), Chiara d’Assisi. Elogio della disobbedienza (2013).

Source: letto in prestito presso la Biblioteca di Torino Villa Amoretti, in vista del gruppo di lettura del progetto Leggermente.

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:: Olga di carta. Il viaggio straordinario di Elisabetta Gnone (Salani, 2015) a cura di Viviana Filippini

4 gennaio 2016 by
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Lo scorso anno ho viaggiato tra le storie di tanti libri, ma scegliendone uno su tutti, il migliore del 2015 senza dubbio è Olga di carta. Il viaggio straordinario, di Elisabetta Gnone, edito da Salani. Chi è la strana ragazzina? Olga Papel, questo il nome della bambina minuta come un ramoscello, ha una particolare dote che le permette di distinguersi dai tanti personaggi che la circondano. Lei è abile a raccontare storie e, queste vicende mirabolanti, Olga afferma di averle vissute davvero. Il problema sta nel fatto che qualcuno le crede, mentre altri son molto sospettosi, perché a loro sembra impossibile che una bambina, così esile e fragile, possa aver fatto quelle cose che racconta. Tra le tante storie, Olga ne narra una davvero speciale all’amico Bruco, nella quale una bambina fatta di carta che compie un avventuroso viaggio per raggiungere l’isola dove abita la maga Ausolia e chiederle di trasformarla in una bambina in carne ed ossa come tutti gli altri. Bruco ascolta rapito la voce di Olga, ma attorno a lui si riuniscono tutti i compaesani della piccola protagonista che, incuriositi, vogliono scoprire il destino della bambina di carta. La protagonista narratrice racconta quindi la vicenda di Olga e dei tanti personaggi, più o meno strambi, che lei incontrò nel suo avventuroso cammino: dalla bambina diventata di pietra, passando per il ragazzino della mongolfiera, fino agli acrobati che si staccavano le teste, appartenenti ad un bizzarro circo che accolse la bambina. In Olga di carta, La Gnone crea un vortice di situazioni fantastiche che stupiscono il lettore, adulto e bambino, per gli imprevedibili e inaspettati colpi di scena presenti fino alla fine quando, finalmente, l’eroina protagonista della vicenda raccontata da Olga arriva davanti alla maga. Il romanzo edito da Salani è appassionante, perché ha la capacità di stupire e, allo stesso tempo, di fare riflettere. Leggendolo scatta il richiamo ad altri importanti libri per ragazzi che hanno al centro il tema della crescita e del disagio che la diversità dagli altri può creare. Olga mi ha ricordato Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol (vedi il riferimento al bosco e agli strampalati personaggi che lo abitano) il collodiano Pinocchio e, anche il più recente, Gaspare Torrente di Una barca nel bosco, di Paola Mastrocola. Olga di carta è un perfetto romanzo di formazione e ogni avventura, narrata e vissuta dalla protagonista, può essere identificata con le prove (tipi che del Bildungsroman) che ogni ragazzino/na in fase di crescita deve affrontare per trovare il proprio posto e ruolo nel mondo. Olga arriva alla fine del suo viaggio tutta stropicciata e rappezzata, perché la carta che la compone si è più volte rovinata e più volte è stata da lei stessa rattoppata con carte diverse. Certo è che le avventure narrate in Olga di carta di Elisabetta Gnone, sono importanti per la piccola Olga, per i suoi amici e anche per noi lettori, perché ci aiutano a capire quanto sia importante essere unici.
A rendere ancora più coinvolgente la storia ci son le immagini fatte da Linda Toigo con la tecnica del paper cut. Immagini di carta che ci fanno sentire Olga ancora più vicina.

Elisabetta Gnone è nata a Genova e vive sulle colline del Monferrato. È stata direttore responsabile delle riviste femminili e prescolari della Walt Disney, per la quale nel 2001 ha creato la serie a fumetti W.I.T.C.H., destinata a un successo mondiale. Nel 2004 ha pubblicato il primo libro della fortunatissima saga di Fairy Oak, che ha conquistato il cuore di milioni di giovani lettori nel mondo. Negli ultimi anni Elisabetta si è dedicata alla scrittura del suo nuovo romanzo Olga di carta,una storia sull’importanza di raccontare le storie, che fra risate, commozione e tenerezza affronta i temi della fragilità, della vulnerabilità e dell’imperfezione che ci rendono umani.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberidiscrivere Award sesta edizione – Le votazioni

1 gennaio 2016 by

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Eccoci giunti alla sesta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di  votare il migliore libro edito in Italia nel 2015, italiano o straniero, senza preclusione di generi o forme di pubblicazione [Sono solo esclusi editori a pagamento e a doppio binario].

La votazione è diretta, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog,  potete segnalare il vostro libro preferito, rigorosamente edito nel 2015, qui sotto nei commenti.

Verrà data anche menzione per il miglior traduttore, scelto considerando il libro straniero tradotto più votato.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di venerdì 15 gennaio.

Mi raccomando Vale un voto solo e lasciate un solo commento, mi aiutate così nella verifica dei conteggi.

Che altro, il regolamento è molto semplice, i voti verranno controllati dal nostro “notaio”. Dunque, buon divertimento!

I traduttori

Stefano Bortolussi

Marco Pensante

Martina Testa

I libri finora votati

I venerdí da Enrico´s, Don Carpenter, Frassinelli, trad. Stefano Bortolussi VOTI 1

La buona legge di Maria Sole, Luigi Romolo Carrino, E/O VOTI 1

Guarda come si uccide, Ivo Tiberio Ginevra, I buoni cugini VOTI 10

Il fiume ti porta via, Giuliano Pasini, Mondadori VOTI 1

Olga di carta, Elisabetta Gnone, Salani VOTI 1

Quando le chitarre facevano l’amore, Lorenzo Mazzoni, Edizioni Spartaco VOTI 72

1980, David Peace, Il Saggiatore, trad. Marco Pensante VOTI 27

Più sporco della neve, Enrico Pandiani, Rizzoli VOTI 27

Carne viva, Merritt Tierce, edizioni SUR, trad. Martina Testa VOTI 5

Il silenzio del lottatore, Rossella Milone, minimum fax VOTI 1

Le belle Cece, Andrea Vitali, Garzanti VOTI 3

Panorama, Tommaso Pincio, NN Editore VOTI 1

:: SEI V, Paola Preziati Scaglione

30 dicembre 2015 by

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Un silenzio rarefatto, freddo, circondava ogni cosa nella baita.
Uno zaino aperto buttato sul pavimento di legno, pantaloni camicia e giacca consumati dal lavoro, i resti della cena sparpagliati tra tavolo e acquaio, tutto era avvolto da una leggera patina di brina che luccicava ai raggi del sole appena sorto.
Come facesse la luce a superare le settimane, forse gli anni, di polvere, unto e chissà cos’altro che appannavano i vetri per bene, Pietro se lo domandò, mentre si stiracchiava nel letto.
Sbadigliò, tossicchiò e si mise seduto, trovandosi a fissare le impronte che un topo aveva lasciato sul comodino, tra la polvere e le briciole di biscotti. Gli scappò un mezzo sorriso.
Strani coinquilini, i topi, era il caso di ammetterlo. Non riusciva mai né a vederli né tanto meno a prenderli, però sembrava ci tenessero a marcare tutto con tracce evidenti del loro passaggio, quasi a prendersi gioco di lui e della sua battaglia persa contro la loro infestazione della baita.
Sbadigliò un’altra volta, stropicciandosi a lungo gli occhi ancora pieni di sonno.
Forse era il caso di alzarsi. Il faggio malato al di là del grande prato lo stava aspettando perché gli desse una degna fine a colpi di ascia ben assestati, così come le vacche da mungere e la scrofa incinta da controllare.
Pietro fece una smorfia.
Che andassero tutti all’inferno, topi, faggi, vacche e scrofa.
Non aveva più il fisico nemmeno per quella vita solitaria che si era scelto per scappare dalle luci di una ribalta che non aveva mai desiderato. O no?
Interessante domanda. Davvero.

— Tenente, dannazione, no! Prima di fare qualsiasi cosa mi aspetti, sono stato chiaro? Niente colpi di testa, Dal Molin o le spacco la faccia a mani nude, mi sono spiegato?
— Ma Capitano, la soffiata parlava chiaro. Hanno la roba e…
— Dal Molin! Gli ordini li do io, punto e basta. Tenga il sedere appiccicato al sedile della sua macchina fino a che non vedrà la mia faccia contro il suo finestrino. Mi ha capito?
Pietro lanciò con rabbia il microfono della radio sul sedile libero alla sua sinistra, bestemmiando.
“Niente sirena, niente sirena” si ripeteva, mentre affrontava i corsi del centro di Sanremo a tutta velocità.
Il cretino che aveva deciso di chiamare così quelle specie di viuzze, troppo simili ai carruggi della sua Genova per meritarsi un tale appellativo altisonante, andava premiato con una salva di schiaffi di intensità pari all’incazzatura che il capitano Pietro Parodi sentiva mordergli lo stomaco.
Il tenente Oscar Dal Molin era un demente, un vero demente.
Il testosterone che gli riempiva gli attributi di germe inutile e gli butterava la faccia di acne, gli doveva essere passato pure al cervello, tutto in un colpo solo, mandandogli in vacca quei pochi neuroni presunto-intelligenti che aveva.
Di certo non aveva voluto capire il peso politico dei i tipi con cui avrebbe avuto a che fare. Mica i soliti spacciatori di secondo piano con cui si era confrontato quando era in servizio in Val Bormida. No, questa volta si sarebbe trattato dei capi in persona, camorristi campani che avevano appena rilevato il giro della prostituzione e della droga di tutto il litorale ligure, infilandosi pure nella gestione oscura del Casinò.
E per farlo, per non avere più problemi, non avevano lesinato proiettili e bombe a tutti coloro che pensavano fossero di impaccio, da colleghi malviventi a magistrati e membri delle forze dell’Ordine più scomodi.
Ecco perché si era liberato un posto nella Caserma di San Remo, perché un gran bravo tenente era stato ucciso sotto casa, mentre portava fuori il cane.
Il sapore del sangue invase la bocca di Pietro.
— Questa è gente che ammazza anche solo perché il rumore dei tuoi denti mentre mastichi gli ha dato fastidio! — esclamò arrabbiato nero, seguendo il filo dei propri pensieri a voce alta.
E poi, porca miseria, chi aveva valutato l’attendibilità della soffiata? Nessuno, a parte Dal Molin. Con la scusa che in quel momento era il più alto in grado in servizio, era partito in tromba, organizzando tutto e facendolo chiamare dalla centrale a operazione avviata. Ma perché, dannazione, perché gli avevano mandato un ragazzino tutto ormoni e Chuck Norris in sostituzione di un gioiello come era stata la buonanima di Petrazzelli?
— Capitano… — gracchiò la radio.
— Non adesso, Dal Molin! — gli urlò Pietro, senza attivare la risposta.
Guidare facendo lo slalom tra le altre macchine, cercando di evitare pure i passanti, i tombini e i cani a passeggio brado, era impresa da campione del mondo di rally, ci voleva assoluta concentrazione e una dose di fortuna quantomeno grande come lo stadio di Marassi.
— Capitano! — esclamò la radio, ancora una volta. La voce del tenente sembrava in preda a una eccitazione davvero incontenibile. — Il Cobra sta uscendo con tutta la sua cricca, non possiamo più aspettare!
— Dal Molin, stia in macchina, quelli non si faranno intimidire da un…
— Alt, Carabinieri! — la voce del tenente gli arrivò nitida dalla radio, ancora accesa, così come la raffica di colpi in risposta.
— Belin! — esclamò Pietro, pigiando ancora di più sull’acceleratore.
Arrivò che il conflitto a fuoco era nel pieno del delirio.
Una cacofonia fatta di urla da entrambe le fazioni, colpi di pistola e raffiche delle armi a ripetizione lo raggiunse anche prima dell’odore degli spari e della paura, bloccandogli lo stomaco in una contrazione dolorosa. In più, la pioggia aveva preso a cadere fitta, picchiando sonoramente contro vetri, carrozzerie metalliche, asfalto, giubbotti anti-proiettile e qualsiasi cosa avesse potuto produrre un rumore fastidioso. Insomma, era finito in un casino di proporzioni bibliche.
Se avesse avuto il tempo di pensarci, gli sarebbe parso di essere nel pieno di una sparatoria stile vecchi film di gangster americani, con i suoi uomini — i buoni — asserragliati dietro le macchine di servizio ad aspettare il momento giusto per scaricare i propri colpi e il boss con la sua banda — i cattivi — a cercare riparo dietro i cancelli in legno massiccio semi aperti della villa e le portiere di un vecchio Maggiolone verde della Volkswagen parcheggiato lì davanti.
Prese la radio e ringhiò la richiesta di supporto armato alla centrale, prima di buttarsi a sua volta fuori dalla macchina e strisciare verso i colleghi.
Fucilò Dal Molin con un’occhiata che voleva dire “provati a fiatare che ti sparo in fronte”. L’altro abbassò lo sguardo.
— I rinforzi stanno arrivando? — chiese il tenente, a mezza voce, respirando a singhiozzi, che se non avesse saputo leggere le labbra, Pietro manco si sarebbe accorto che gli aveva parlato.
“L’adrenalina di scorta non te la sei portata eh, deficiente che non sei altro?”, si domandò il capitano, rispondendogli solo con un cenno della testa.
— Quanti sono? — urlò nell’orecchio di Dal Molin.
— Penso una quindicina…
— Come penso?
— Ci hanno sorpresi con la loro reazione, non ho fatto in tempo a contare né a rendermi conto di dove fossero piazzati esattamente.
“Perfetto, l’imboscata l’hanno fatta loro a noi, altro che bellezza”, pensò Pietro, sconsolato.
— Che facciamo? — domandò ancora il tenente, a voce ancor più bassa.
— Vediamo di non farci ammazzare, punto. Di più, in queste condizioni, non possiamo proprio fare.
Poi si tirò su giusto per cercare qualcuno contro cui far fuoco, e sparò.

Il gorgogliare del caffè lo risvegliò dai ricordi in cui era affondato. Si grattò la pelata, sbadigliò per la millesima volta e si riempì una tazzina sbeccata, ingoiando tutto in un unico sorso, bollente.
Meglio vivere come un eremita nascosto tra i faggi della Riserva dell’Adelasia, a munger vacche a cui non era nemmeno simpatico, o meglio la vita di prima?
Guardò il proprio riflesso nello specchio sopra il lavatoio.
Le rughe raccontavano sia i quarantacinque anni della sua vita che le migliaia di dolori attraverso cui era passata.
Ce n’era una per la morte di sua mamma, quando ancora non aveva compiuto cinque anni, che gli correva tra le sopracciglia e che si arrossava ogniqualvolta la tensione gli montava sulle spalle.
Poi, una serie di rughette profonde gli disegnavano il contorno degli occhi per la fatica fatta a guadagnarsi i gradi di Capitano, grazie alle settimane di appostamenti sull’Aspromonte, da solo, patendo fame e freddo, in attesa che il boss di turno mettesse la testa fuori dalla masseria che si era scelto come ultimo rifugio da latitante.
Una ancora, sottile e lunga sotto il labbro, gli faceva sembrare il sorriso sbavato come quello dell’ultimo Joker di Batman; era comparsa subito dopo che Patrizia gli aveva comunicato per sms che ne aveva le scatole piene di non sapere mai se fosse vivo o morto.
Insieme ad altre mille, tatuavano la pelle del suo viso con la sua storia e, nonostante tutto, aveva imparato ad apprezzarle perché erano la testimonianza che era riuscito a superare tutti i dolori che ognuna di esse rappresentava.
A parte una.
Compariva quando voleva lei, e seguiva da vicino la ruga tra le sopracciglia, divergendone quel poco da disegnare sulla sua fronte una V rosso fuoco. Adesso era lì a fissarlo, non invitata ma riflessa sorniona nello specchio. Un marchio: V come vittoria. No, V come verità.

Tutto d’un tratto la baraonda di suoni cessò. Solo il rombo di una macchina che si allontanava accelerando a più non posso nascose il ticchettio nervoso della pioggia, che si era sfogata come la sparatoria.
Pietro rimase fermo, con la pistola stretta tra le mani, le braccia tese appoggiate sul cofano della macchina. Gli ci volle qualche secondo per realizzare che l’inferno era finito, e che era ancora vivo.
— Belin! — esclamò sollevato, voltandosi e lasciandosi cadere seduto sull’asfalto. In momenti come quelli sapeva che Dio esisteva davvero, e gli venne spontaneo ringraziarlo silenziosamente.
— Capitano, è finita? — domandò Dal Molin.
Pietro non gli badò.
— Bonacina, Erboli, Massaccesi, Di Luca! — urlò.
— Qui capitano!
— Sono qua!
— Presente!
— Eccomi! — gli risposero i quattro, due brigadieri e due carabinieri scelti, facendosi vedere.
— Che fortuna, tenente. Sembra che la sua squadra sia tutta intera. — disse, sarcastico, guardando Oscar Dal Molin di nuovo diritto negli occhi.
Il tenente abbozzò un mezzo sorriso che Pietro gli spense sulle labbra con l’ennesima occhiataccia.
— Vediamo come stanno i cattivi — gli mormorò, alzandosi e uscendo allo scoperto.
Piano, sempre tenendo la pistola pronta, si avvicinò al Maggiolone crivellato di colpi, gli girò intorno e le parole gli morirono tra le labbra.
Il cadavere dei boss dei boss, il Cobra Matteo Montemarano, giaceva a terra in una pozza di sangue e pioggia, con un buco nel centro preciso della fronte. Accanto a lui, suo cugino Luigi e il suo braccio destro Antonio Abbate erano riversi l’uno sull’altro, immobili.
Pietro toccò tutti e tre i corpi con un piede. Abbate gemette.
— Capitano? — disse Dal Molin, avvicinandosi.
— Chiami la centrale, tenente e dica che è tutto risolto, poi l’ambulanza e il medico legale di turno — gli ordinò, apparentemente calmo e controllato.
Ma non lo era per un nulla, dentro gli ribolliva tutto il possibile e l’immaginabile.
— Che botta di culo immensa! — esclamò il tenente, guardando il corpo senza vita di Montemarano.
— Già… — mormorò Pietro, appoggiandosi con tutto il proprio peso al Maggiolone e cominciando solo in quel momento a respirare di nuovo cosciente di farlo. — N’a vea botta de cû da no credde [I].
La fronte tra le sopracciglia prese a bruciargli come se qualcuno l’avesse marcato a fuoco vivo.

Strizzò gli occhi per cancellare quel ricordo dalla mente e si stropicciò la faccia con violenza, usando entrambe le mani.
Ma a chi diavolo voleva raccontarla?
La vita dopo quella sera gli era piaciuta, eccome.
Quando il confronto tra il proiettile che aveva ammazzato Montemarano e quelli sparati dalla sua pistola aveva dato esito positivo, era diventato un eroe nazionale. Riconoscimenti dall’Arma dei Carabinieri, dal Presidente della Repubblica, da vari comitati antimafia sparsi per tutto il territorio nazionale gli erano piovuti addosso manco fosse la stagione dei monsoni e le televisioni e i giornali avevano fatto a gara per accaparrarsi una sua intervista o una comparsata in programmi più o meno degni.
E lui, il Capitano Pietro Massimiliano Parodi non si era tirato indietro.
Aveva dispensato storie di vita vissuta dalla D’Urso e da Giletti, racconti di guerriglia urbana da Fazio — in un “one man show” che aveva eclissato quelli di Roberto Saviano — arrivando ad alimentare un confronto serrato e dai toni accesi con nientemeno che il Presidente del Consiglio in una puntata di Ballarò dall’ascolto record.
Poi quel suo aspetto vissuto, l’aria da uomo vero che le rughe contribuivano a regalargli, lo aveva fatto salire prepotentemente nella lista degli uomini più desiderati d’Italia, addirittura davanti a Raul Bova e al tronista di turno.
Una vita perfetta.
Pietro sì guardò di nuovo nello specchio.
Mi nu gh’a fasso ciù, a vedde a têu sorridente faccia grande comme o cù — canticchiò, cancellando il proprio riflesso con due ditate di dentifricio sullo specchio. — Anche se ti t’arröxenti pè un meize, ti restiè quello gran succido che t’ei. Ti me intendi se t’ou diggo anche in zeneize, la gh’è a porta, vanni a da via o cù! [II]
Come a fargli da coro, la brigata muggente si fece sentire con prepotenza. Rosina, Pinetta, Bianca e Mezzaluna erano là fuori che lo aspettavano impazienti, inutile rimandare.
Sospirò.
Poteva anche non lavarsi e non radersi, alle vacche andava bene pure ispido e puzzolente, bastava solo che strizzasse loro le tette per bene ogni santo giorno dell’anno.
E lui era bravo a strapazzare capezzoli turgidi.

— Cos’è questa ruga? Sembra che tu abbia una v rossa marchiata in mezzo alla fronte! — trillò Eleonora, ricadendo da sopra di lui tra le lenzuola di seta, sfatte.
— V come Visitors! — ridacchiò Pietro, spostandosi verso il ventre della ragazza. — Ti ricordi chi erano, vero?
Gli occhi verde bottiglia di lei si spalancarono, maliziosi.
— No, non sono vecchia come te! — disse, con una vocina che era tutto uno sberleffo.
Pietro le aprì le ginocchia, spingendosi tra le sue cosce.
— I Visitors erano degli alieni a forma di rettile con la lingua lunga lunga lunga — rispose, altrettanto allusivo, guardandola di traverso.
— Ah sì? E a cosa gli serviva questa lingua tanto lunga? — mormorò Eleonora, mordicchiandosi un labbro.
Pietro sorrise, facendo l’occhiolino.
Stava per darle una dimostrazione pratica di quello che entrambi avevano in mente, quando il cellulare squillò, odioso.
— Non rispondere — civettò la ragazza, allargando ancor di più le cosce.
— Potrebbe essere importante… — rispose Pietro, alzandosi.
Mancare la chiamata di un giornalista famoso o del produttore televisivo di turno non era stupido, solo poco redditizio. E Pietro aveva imparato che i soldi sì non fanno la felicità, ma aiutano di molto ad avvicinarla.
— Pronto — rispose, senza nemmeno controllare da chi arrivasse la chiamata.
— Allora, quando mi paghi?
La voce di Oscar Dal Molin lo colse di sorpresa. Istintivamente portò la mano alla bocca.
— Ti ho detto di non chiamarmi, t’æ abelinôu [III]? Mi faccio vivo io! — mormorò, a denti stretti, chiudendosi in bagno.
— Chi è? — gli urlò dietro Eleonora, con disappunto.
— Dammi cinque minuti, cara! — le gridò in risposta.
— Pagami o racconto a tutti quello che è successo davvero quella sera — ringhiò Dal Molin.
— Ok, ok. Lo faccio, te l’ho già detto, ma poi non mi rompi più, d’accordo?
— Certo, super carabiniere dei miei stivali.
Pietro sbuffò, mettendosi a sedere sulla water. Il respiro del tenente, al cellulare, era più nervoso del suo.
— Oscar, ragiona — provò a rabbonirlo. — Comunque quell’appostamento era una cazzata disumana, te ne rendi conto? Non è il caso che tu ne parl…
— Sì, capitano, ma era la mia cazzata disumana, non la tua botta di culo, dannazione! — lo interruppe l’altro, rabbioso.
A Pietro sembrava di essere nel peggiore degli incubi, ricattato da un deficiente ingestibile.
— Cosa? Vuoi che tutti sappiano che hai agito senza l’ok del tuo supervisore? Per rovinarti la carriera? — provò a rispondergli.
— Se non mi paghi, sì. Piuttosto che far passare te come l’eroe della situazione, mi accollo le mie responsabilità e lascio l’Arma. Ma che tu viva di gloria riflessa mi fa incazzare come poche altre cose!
Pietro sentì la rabbia montargli dentro.
— Gloria riflessa? Ma di che stronzata parli, idiota — sibilò, trattenendo a stento le urla. — Il proiettile che ha ammazzato Montemarano era il mio, porca miseria, non il tuo! E se non ci fossi stato io, quella sera, col cavolo che ne venivate fuori vivi, tanto per essere chiari!
— Sì, dopo, a sparatoria quasi finita. Ma tu dov’eri, prode capitano, mentre noi pigliavamo freddo ad aspettare il boss e i suoi? — gli urlò l’altro, nell’orecchio. — A puttane, ecco dove eri!
Pietro sbiancò come la prima volta che aveva sentito Dal Molin dirgli che sapeva tutto.
— Ok, ok. Va bene — farfugliò, dimenticando il resto della frase.
— Cretino, sono un carabiniere — gli rispose Oscar, gelido. E ribadì la tiritera con cui lo ricattava da un po’:
— Credi che abbia davvero fatto molta fatica a rintracciare le due che hai chiavato quella notte? Micaela Galmoz e Serena Cavallotti, ti dicono ancora niente questi nomi? — Dal Molin scoppiò in una sonora risata. — O se ti dico i loro nomi di battaglia, Moira e Jessica di Triora, te le ricordi meglio? Guarda che hanno intenzione di venire a batter cassa pure loro, ti avverto collega. Vedi di pagarmi in fretta, mona — disse, prima di interrompere la comunicazione.
— Dai! Voglio che mi lecchi tutta! — urlò Eleonora dalla camera da letto.
Pietro trasalì e il cellulare gli cadde dalle mani, nel water.
— Merda — sospirò sconsolato. E chi aveva più voglia di far sesso?

Da quanto tempo non faceva l’amore? Con le tette enormi della Rosina tra le mani, un pensiero come quello non poté che farlo ridere.
A volte si domandava pure se, messo nella situazione giusta, si sarebbe ricordato come fare.
— È come andare in bicicletta — gli diceva suo cugino Paolo quando ne parlavano da ragazzini, nascosti in cameretta con il catalogo del Postal Market aperto sulle pagine di biancheria intima osé. — Fatto una volta, lo sai fare per sempre.
Peccato non gli avesse detto che al primo tentativo si correva il rischio imbarazzante di finir tutto nelle mutande, magari mentre lei — com’è che si chiamava? Mirella? Stella? non se lo ricordava più — si stava solo slacciando il reggiseno.
Che figuraccia che era stata. Il suo ego di maschio italico ne era rimasto così suggestionato che, da quella défaillance, aveva sempre voluto avere la situazione sotto controllo. Forse era per quello che le manette gli piacevano più per gli utilizzi che ne aveva fatto in camera da letto che in servizio.
Insieme a un bel seno sodo come quelle della Rosina, nessun ricordo brutto gli avrebbe colonizzato la mente, di questo era dannatamente certo. In fondo aveva sempre usato le donne come scaccia pensieri, perché non farlo anche questa volta?
Già, ma con chi?
La Teresa della Cascina Miera era un donnone sulla quarantina che lo guardava come fanno le femmine in caccia, quando vogliono far capire a un uomo che ci stanno. Le avrebbe portato il latte appena munto per la cucina del Rifugio e le avrebbe fatto l’occhiolino. Poi avrebbe lasciato tutto nelle mani del destino. Un’altra volta.

— Scendi dalla macchina e prosegui a piedi fino al bivio per la Chiesetta di San Giovanni.
La voce di Oscar Dal Molin gli menava ordini al cellulare da quando Pietro era uscito dalla Torino-Savona al casello di Altare e l’uomo sperò che quello fosse l’ultimo. Non gli piaceva il tono arrogante e al contempo canzonatorio del collega, né ricevere istruzioni alla non particolareggiate.
Accanto a lui, sul sedile, era appoggiata la borsa con i soldi. Ci aveva rimesso un ulteriore bel po’ di quattrini — finiti direttamente nelle tasche del direttore della sua banca — ma il prelievo sarebbe stato camuffato in una ventina di altre operazioni, in modo che nessuno potesse collegare il numero di serie di quelle banconote a lui. Magari la sua era stata un’eccessiva ricerca di precauzioni, ma, in quei lunghi anni di servizio aveva imparato a non contare mai troppo sulla fortuna. Era meglio mettere sempre il sedere al caldo, anche se per farlo si doveva pagare qualche migliaio di euro in più del preventivato.
Pietro sbuffò, prese la borsa, accese una torcia e uscì dalla macchina, incamminandosi per una salita buia e decisamente stronca-gambe.
Mezz’ora al massimo e tutto sarebbe finito. Il disgraziato gli aveva fatto girare mezza Liguria, spedendolo fino in Val Bormida in una frazione del comune di Carcare che sembrava disabitata.
— Ma quanto ci stai mettendo? — ringhiò Dal Molin al cellulare.
— Il tempo necessario. Ché, hai fretta?
— Fai meno lo spiritoso e datti una mossa. Quando sei al bivio, prendi la stradina sulla destra.
Pietro seguì le indicazioni, arrivando fino a un essiccatoio diroccato.
− Spegni la torcia − gli gridò Oscar, uscendo da dietro le rovine con la pistola in una mano e un’altra torcia nell’altra.
− Ma che cazz… Abbassa quella pistola, idiota! − balbettò Pietro, mezzo accecato dalla luce.
− E tu metti giù la sacca con i soldi.
− Ve bene, va bene, ma non fare stronzate – gli rispose, abbassando lo sguardo e alzando nel medesimo istante le mani verso l’alto.
Sentì i passi del tenente avvicinarsi.
Un brivido freddo gli corse veloce lungo la schiena mentre una vocina in testa gli fece presente, se mai non se ne fosse ancora accorto, che si era cacciato in un gran bel casino.
− Adesso la pianterai di rompere, vero? − domandò a Oscar, titubante.
− Certo, certo. Sono un carabiniere, per sempre fedele, no?
− No, dai, non fare il cretino. Stiamo bene così o no? − chiese ancora, sentendo la canna fredda della pistola di Dal Molin premergli alla base del collo.
Il fiato gli si gelò nei polmoni.
− Hai paura, capitano, eh? Fa male sentirsi presi per le palle, vero? Anche la Micaela e la Serena tremavano nello stesso modo, quando le ho accoppate. Un bel centro nella fronte di tutte e due. Ti ricorda qualcosa, super caramba dei miei stivali?
− O… Oscar… − balbettò Pietro, − non ti conviene ammazzarmi. Non puoi giustificarti in alcun modo…
− E a chi servono le giustificazioni? La pistola che ho in mano è un’arma che scotta, la scheda telefonica che ho usato pure. I nostri cari colleghi dell’Arma penseranno a un regolamento di conti della Camorra. D’altronde lo sa il mondo intero che ne hai ucciso uno degli uomini di spicco… Ah, per la cronaca, pure il tuo direttore di banca è uno di loro, quindi il tuo conto è stato rimpinguato dell’esatta cifra che c’è in quella borsa e le operazioni che avevi preventivato con lui non risultano mai essere state fatte − sghignazzò Oscar, spostandogli la canna della pistola contro una guancia.
La vocina in testa gridò trionfante un “te l’avevo detto!” che era tutto un programma. Si sentì le gambe diventare molli.
− Idiota. Con chi diavolo ti sei messo per cercare di fregarmi? − ringhiò, provando a ritrovare il controllo, mentre i jeans gli si inzuppavano di urina bollente.
− Abbate. Anche a lui non stai per nulla simpatico, eh?
Pietro scosse la testa.
− Pure lui è uno che non dimentica, sai? − continuò Oscar. − Essere sopravvissuto alla sparatoria in cui il suo capo è morto lo ha resto quel tanto incazzato verso chi l’ha fatto finire in una cella di due metri per tre molto prima di quanto avesse preventivato. E quel qualcuno sei tu, capitano Pietro Massimiliano Parodi. Vederti alla televisione e su tutti quei giornali gli ha fatto venire l’ulcera.
− Così sei andato da lui per vendicarti?
− Certo! E stai tranquillo, nemmeno il nostro colloquio risulta essere mai avvenuto. Sai, quando gli ho detto che sei arrivato alla villa a sparatoria iniziata perché eri a troie e che hai sparato un unico, fortunatissimo colpo, quasi gli è venuto un infarto dalla rabbia.
Gli occhi di Pietro si riempirono di lacrime.
− Per quattro soldi che ho guadagnato? Oscar, te li do tutti, per Dio, tutti fino all’ultimo fottutissimo centesimo, ma abbassa quella pistola, dai, abbassala! − piagnucolò, cadendo in ginocchio.
− Avresti dovuto pensarci prima, capitano − rispose Oscar, freddo, premendo il grilletto con tutta la rabbia che aveva in corpo.
Ma la pistola restò muta.
− Che cazz… − esclamò Dal Molin, attonito.
La vocetta strepitò “adesso o mai più” nella testa di un altrettanto sbalordito Pietro, che, rialzandosi, colpì il collega con una ginocchiata ben assestata sugli attrbuti.
Oscar gemette, perdendo la presa sulla pistola e chinandosi su se stesso.
Pietro non si lasciò scappare l’occasione per stordirlo con un colpo a due mani alla base del collo.
Dal Molin si accasciò a terra, sbattendo con violenza la fronte e restando immobile tra le foglie di castagno.
“Che culo, che culo, che culo!” urlò la vocina, ancora una volta. Pietro si sedette accanto al collega, cercando di respirare. Dio come se l’era vista brutta. E non aveva manco un paio di manette per bloccare i polsi di quell’idiota patentato. Va se per vendicarsi di un torto che vedeva solo lui doveva essersi alleato con la Camorra!
Ti t’æ abelinôu, Oscar, ti t’æ abelinôu [V]— mormorò, asciugandosi le lacrime dagli occhi e prendendo la pistola.

Pietro accarezzò il manto morbido e caldo della Rosina, rialzandosi dallo sgabello e prendendo il secchio con il latte appena munto. Ne rovesciò il contenuto in una contenitore in alluminio e lo chiuse.
— Missione latte, fase due — mormorò, sollevandolo.
L’aria fuori dalla stalla era frizzante e carica dei profumi della primavera appena arrivata. La jeep lo aspettava, parcheggiata davanti alla baita. Mise il contenitore nel bagagliaio, accanto agli altri cinque già pieni, poi sbuffò, grattandosi ancora una volta la pelata sudata.
Quanto era rimasto seduto accanto al cadavere di Dal Molin? Gli era sembrata un’eternità. Non si ricordava nemmeno quando si era accorto che il collega non era svenuto ma morto e neanche di aver chiamato il 112.
Però doveva averlo fatto perché il faccione del maresciallo della Stazione di Cairo Montenotte era uno dei pochi dettagli nitidi di quel resto sbiadito di notte. Così come la borsa con i soldi messa nel bagagliaio della macchina di Dal Molin.
Per giustificare le sue impronte aveva raccontato che il tenente l’aveva costretto a contarli mentre gli puntava la pistola alla testa, ma il maresciallo non aveva voluto sentire altre spiegazioni. Gli aveva messo una coperta sulle spalle e l’aveva accompagnato sull’ambulanza fino al San Paolo, a Savona, tenendogli la mano per tutto il tempo.
Era finito di nuovo sui giornali. Non è notizia di tutti i giorni scampare a un agguato della Camorra, ancor più quando ti viene teso da un collega carabiniere corrotto.
Solo che questa volta non aveva voluto partecipare a nessuna trasmissione televisiva, nessuno speciale sull’eroe che aveva sconfitto il clan Montemarano per ben due volte.
I medici gli avevano diagnosticato una situazione di stress post traumatico, ma lui sapeva bene cosa gli rodeva dentro. Gli bastava specchiarsi, per averlo davanti agli occhi, in bella vista in mezzo alle sopracciglia
Un crampo improvviso allo stomaco gli fece quasi rimettere la colazione.
Doveva trovare un modo per non pensare più a quella storiaccia.
Credeva di esserci riuscito quando aveva accettato di andare sotto protezione, cambiando identità, connotati facciali — i soldi, alla fine, erano serviti davvero a qualcosa — e nascondendosi a tutto e tutti in quella baita isolata nella Riserva dell’Adelasia, a munger vacche, abbattere faggi malati e lottare contro i topi.
Ma no, la fronte non aveva smesso di bruciargli nemmeno lì.
Prima aveva pensato che quella V fosse sinonimo di vittoria, adesso sapeva che era V come vigliacco, verace vizioso vecchio vigliacco vivo e vegeto. Sei V.
— Devo farmele tatuare da qualche parte — mormorò, saltando sulla jeep e mettendo in moto.

Ringraziamenti.
Ringrazio sentitamente Andrea Bonazzi per la squisita consulenza sui modi di dire in dialetto genovese, mi ha salvato da un bel impiccio!

[I]              Una vera botta di culo, da non credere.
[II]             Io non ce la faccio più a vedere la tua sorridente faccia grande come un culo. Anche se tu ti lavi per un mese, resterai quel gran sudicio che sei. Mi capisci se te lo dico anche in genovese, là c’è la porta, vai a dar via il culo. — da “Rumenta”, dei Buio Pesto — http://www.buiopesto.it/
[III]            Ti sei rincoglionito?
[IV]             Cretino in veneziano.
[V]              Sei un coglione Oscar, sei un coglione

Paola Preziati Scaglione, classe ’68, è tecnico di laboratorio biomedico e lavora per alcuni anni presso alcuni laboratori di ricerca. Successivamente entra a far parte di un team universitario per la creazione di corsi di aggiornamento professionale per docenti della secondaria di secondo grado. Attualmente si occupa a tempo pieno di tutoring scolastico in area scientifica per gli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado. Ad ottobre 2007 si presenta per la prima volta sul forum di Edizioni XII, grazie al quale entra in contatto con la redazione, svolgendo prima incarichi di aggiornamento della sezione news del portale poi di lettrice e selezionatrice, fino alla chiusura della casa editrice stessa.
Collabora in qualità di gestore della sezione Serial Killer con il sito LaTela Nera fino al 2010 e svolge alcuni lavori di web design per il gestore del sito stesso. Come scrittrice, collabora con il portale di fantascienza WebTrek Italia, pubblicando online alcuni racconti e partecipando al progetto benefico Wakati Ujao – Futuro Africano, antologia i cui proventi vengono destinati ad AMREF Italia. Viene selezionata per l’antologia N.A.S.F. 4 Rosa-Noir con il racconto “Anche noi due” e pubblicata da Delos nel numero monografico 116 di Delos Science Fiction – dedicato alle scrittrici di fantascienza italiane – con il racconto “Il Sorriso di Alo”. Altri suoi scritti sono pubblicati da quotidiani nazionali e ancora online.  Come grafico, collabora con Il Mondo Digitale, realizzando la copertina delle antologie Mistero – di cui cura anche le immagini descrittive interne di ogni singolo racconto – e Fratelli di Razza, nonché le copertine di Inchiostro di Reporter del giornalista Diego Cimara e di Schegge di Futuro di Nicola Roserba. Disegna anche la copertina dell’ebook La regina di cuori, sempre di Nicola Roserba.  Come web-designer collabora per un breve periodo con Cluster Informatica, realizzando piccoli siti web pubblicitari per i clienti della società.

 

:: Un’intervista con Silvia Ziche, la “mamma” di Lucrezia a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2015 by

22Ciao Silvia è un vero piacere avere la “mamma” di Lucrezia sul nostro blog. Prima di parlare del tuo lavoro di disegnatrice di fumetti, mi piacerebbe sapere qualcosa di te. Dove sei nata? Che studi hai fatto? Che infanzia hai avuto?

Piacere mio! Sono nata a Thiene, in provincia di Vicenza, nel millennio scorso. Ho fatto studi artistici, ma non specifici per il lavoro che poi avrei intrapreso. Prima una scuola d’arte, indirizzo ceramica. Poi un corso di grafica editoriale.
Ho avuto un’infanzia… antica. Sono cresciuta in provincia, in anni in cui il traffico non era ancora un problema insormontabile, si guardava poca televisione, i computer e gli smartphone non c’erano, e i genitori erano più fiduciosi e fatalisti nei confronti del mondo. Quindi noi bambini eravamo molto più indipendenti. Ci dovevamo organizzare il tempo, inventare i giochi, affrontare la noia. Credo che la mia fantasia, che ora è parte fondamentale del mio lavoro, arrivi da quelle giornate lontane.
Lucrezia la vedo più come una sorella fastidiosa, con un carattere orribile, che vive con me. Spesso, quando mi trovo in situazioni complicate, mando avanti lei, e vedo che cosa combina. Poi lo racconto.

Quando è iniziata la tua collaborazione con Disney Italia? Come donna hai trovato particolari difficoltà ad affermarti, o il talento è l’unico discrimine?

In un lavoro come il mio l’unico discrimine è il talento, non può essere altrimenti. Non possono esserci raccomandazioni o favoritismi, i lettori li punirebbero. Soprattutto adesso che possono commentare, sul web tutto quanto in tempo reale.
Sono arrivata alla redazione di “Topolino” a fine anni ottanta. Ho dovuto fare un bel po’ di gavetta, imparare bene il lavoro, prima che mi affidassero una vera sceneggiatura da disegnare. La mia prima storia è uscita nella primavera del ’91.

Parlaci dei tuoi lavori extra-Disney. Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Ho trovato parecchie persone che mi hanno aiutata con consigli e insegnamenti. Quello che mi ha indicato la strada è stato Giorgio Cavazzano, un grandissimo disegnatore. Mi ha spiegato i primi rudimenti del lavoro, mi ha sostenuta e consigliato di scrivermi le storie. Per la mia carriera professionale, lui è stato assolutamente fondamentale. Sia per il lavoro Disney che per quello non disneyano. Anche se poi quello ha seguito una sua strada parallela a quello per “Topolino”, a partire da “Linus”, passando per varie riviste, fino ad arrivare a “Donna Moderna”. E a vari libri.

E ora parliamo di Lucrezia, personaggio che adoro e in cui mi riconosco, come credo molte donne single ormai non più giovanissime. Dal 2006 su “Donna Moderna” appaiono le sue strisce. Come è nato il personaggio? A chi ti sei ispirata? Ti senti vicina alla fumettista francese Claire Bretecher autrice di Agrippina?

Lucrezia è nata nel 2004, per un libro che si intitolava “Amore mio”. Volevo raccontare i cortocircuiti delle relazioni umane che passiamo spesso sotto la voce “amore”, ma che amore non sono: i piccoli ricatti affettivi, la pretesa che sia un’altra persona a renderci felici e a risolverci la vita. Per raccontarli mi serviva quindi un personaggio. Doveva essere una donna, perché mi è più facile assumerre un punto di vista femminile, e non doveva essere perfetta, perché l’autocritica è l’unica posizione che ti permette di estendere le critiche ad altri. Ho provato a fare degli schizzi, per delineare un personaggio. Ed è arrivata subito lei, Lucrezia, pronta a farmi da alter ego per gli anni a venire.
Le allora direttrici di “Donna Moderna” hanno visto il libro, e mi hanno chiesto di provare a fare la vignetta settimanale. Non è stato facile, all’inizio, ma poi la collaborazione ha funzionato.
Claire Bretecher è uno dei miei miti. Ho letto tutte le sue cose, è stata l’autrice che mi ha fatto capire che con i fumetti si potevano raccontare anche la società e le relazioni tra le persone. E’ stata fondamentale per aiutarmi a trovare la mia voce e il mio punto di vista. Prima di Agrippine c’erano I frustrati: sono stati loro che mi hanno illuminata.

Progetti per il futuro?

Sì, parecchi, ma ancora poco definiti. Nell’anno appena concluso ho lavorato tantissimo. Ora sto cercando di riposarmi per poi raccogliere le idee e passare ai prossimi progetti. Al momento però sono ancora così vaghi e labili, che non riuscirei a descriverli. E poi son un pochino scaramantica, per cui fino a che un’idea non è solida e strutturata, preferisco non raccontarla. 🙂