:: Il matrimonio di mio fratello, Enrico Brizzi (Mondadori, 2015) a cura di Massimo Ricciuti

29 dicembre 2015 by
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Il matrimonio di mio fratello è una saga familiare, quella dei Lombardi, lunga quarant’anni. Protagonisti sono i due fratelli Max e Teo, cui fanno da contorno i genitori e Sofia, la sorella più piccola. Mentre è di ritorno a Bologna da una trasferta di lavoro al Sud, Teo viene avvertito della sparizione del fratello. Pur controvoglia, decide di recarsi presso lo sperduto paesino delle Dolomiti in cui Max vive. Approfittando del lungo viaggio Teo rievoca in prima persona la storia della sua famiglia a partire dalla fine degli anni ‘70. A ciò si affiancano le vicende dell’Italia, dalla prosperità degli anni ’80 a Tangentopoli, dalle stragi di mafia alla discesa in campo di Berlusconi per poi arrivare, in mezzo a tanti stravolgimenti politici e sociali, ai giorni nostri. Ciò che resta centrale nelle 500 pagine del romanzo è, però, la storia dei Lombardi, famiglia del ceto medio-alto bolognese, in cui entrambi i genitori lavorano e possono permettersi più di qualche sfizio. Nel racconto emergono nette le differenze fra il 42enne Max e il 39enne Teo. Il primo si ribella presto ai genitori e, terminate le scuole, decide di seguire la sua grande passione, l’alpinismo. Inoltre si sposa con Giulia dalla quale ha due figli. Teo, invece, almeno in apparenza più pacato, si laurea e va a lavorare presso la Vortex, la ditta di motociclette di cui il padre è dirigente. Max fallisce la scalata di uno dei monti più alti del mondo, il Nanga Parbat, con conseguenze drammatiche che lo segneranno per sempre. La sua vita lavorativa e personale va in pezzi e, nonostante i tentativi d’aiuto del fratello, si chiude in se stesso fino a sparire in un luogo difficile da raggiungere. Dal canto proprio Teo porta avanti un’esistenza da scapolo incallito, passando da una donna all’altra senza alcuna intenzione di mettere su famiglia. La terzogenita Sofia resta un po’ sullo sfondo, anche se talvolta è proprio lei, con le sue sagge parole, a risolvere intricate situazioni. Come ha dichiarato lo stesso Brizzi, il romanzo è incentrato sul rapporto dei personaggi con i momenti chiave della vita, in particolare il matrimonio e il legame con i figli. Siamo lontani, in tutto e per tutto, dal Brizzi di Jack Frusciante e non potrebbe essere altrimenti. L’autore è cresciuto e maturato, il linguaggio utilizzato è privo dello slang giovanilistico che contraddistingueva il suo esordio narrativo. Qui ci sono due quarantenni alle prese con le difficoltà che riserva l’esistenza e che ciascuno affronta in maniera diversa. Consci che alla fine il loro rapporto resisterà sempre e comunque, così come quello con i genitori e la sorella. Se dovessi individuare una “pecca” nel romanzo, la indicherei nella prolissità di alcune descrizioni che rallentano un po’ il ritmo. Nel complesso, però, la lettura resta piacevole e mi sento comunque di consigliarla.

Enrico Brizzi è nato a Bologna nel 1974 e ha esordito a vent’anni con il romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, al quale hanno fatto seguito Bastogne (1996), Tre ragazzi immaginari (1998) ed Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile (1999). Dalla passione per i viaggi a piedi ‘ che l’ha portato a percorrere la Via Francigena fra Canterbury e Roma e l’antico itinerario dalla Città eterna a Gerusalemme ‘ Brizzi ha tratto ispirazione per Nessuno lo saprà (2005) e Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (2007). Gli Psicoatleti (2011) è invece frutto di un cammino di oltre 2100 chilometri fra Alto Adige e Sicilia in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale. Compongono la trilogia dell'”Epopea fantastorica italiana” i romanzi L’inattesa piega degli eventi (2008), La nostra guerra (2009) e Lorenzo Pellegrini e le donne (2012). Tra i suoi ultimi titoli L’arte di stare al mondo (2013), In piedi sui pedali (2014) e il libro scritto con l’asso del ciclismo Vincenzo Nibali Di furore e lealtà (2014).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.

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:: La scomparsa di De Paoli. Un caso di Petri e Miceli, Gianni Simoni, (Tea 2015) a cura di Viviana Filippini

29 dicembre 2015 by
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Nono appuntamento per Petri e Miceli con un nuovo caso di morte misteriosa da risolvere, in La scomparsa di De Paoli. Un caso di Petri e Miceli, scritto dall’ex magistrato Gianni Simoni. Il libro, edito da Tea, è ambientato a Brescia e l’incipit conquista da subito il lettore portandolo ad assistere al ritrovamento di un cadavere, abbandonato in un fosso, lungo una delle stradi provinciali sulle quali si muove il traffico in entrata e in uscita dalla città. Da subito la polizia riscontra evidenti problemi nell’attuare il riconoscimento del corpo a causa dell’avanzato stato di decomposizione. A determinare gli imprevisti il lavorio dell’acqua, delle intemperie e dei vari animaletti che si aggirano nelle campagne. L’ex giudice Petri vorrebbe restare fuori dall’indagine per lasciare campo libero a Grazia Bruni, il nuovo commissario, ma non può rimanere estraneo al caso, quando si scopre chi è la vittima. Il corpo senza vita appartiene al medico Emilio De Paoli, amico e medico di Petri, scomparso da casa da qualche giorno. Il caso sconvolge molto la città, e Petri stesso che, dopo un iniziale senso di spaesamento, si getta a capofitto nell’indagine. Il suo intento è preciso: scoprire chi e perché ha determinato la morte del medico molto conosciuto e rispettato da tutti. Ancora una volta Gianni Simoni riesce a orchestrare una trama avvincente nella quale, accanto all’indagine (nella quale ad un certo punto ci si rende conto che forse certe verità è meglio non emergano) presenta ai lettori un vero e proprio viaggio, o meglio, un’ indagine psicologica nelle menti dei diversi personaggi protagonisti. In questo modo chi legge può conoscere alcune delle creature letterarie nate dalla penna di Simoni. Petri è un giudice che agisce sempre con coraggio, ha ben chiaro cosa fare e come muoversi sulla scena del delitto per ottenere le informazioni di cui ha bisogno. Vicino a lui troviamo Grazia Bruni che, fin dal suo arrivo, si dimostra una donna forte, decisa, tutta d’un pezzo, anche lei con l’obiettivo ben preciso di trovare la verità. Accanto a loro ci sono gli aiutanti di sempre come l’esperto Maccari, l’abile Esposito, la coppia inseparabile di Grasso e Tondelli, il procuratore Martinelli e il e nuovo vice ispettore Armiento. In realtà, dentro alla narrazione, Simoni dà maggiore spazio anche a personaggi che potrebbero sembrare semplici figure secondarie, ma in realtà, nel corso nella storia, con le loro azioni e parole, dimostreranno di avere una precisa personalità. Tra di loro è interessante Anna, la moglie di Petri, perché lei e il marito sono la dimostrazione che esistono ancora persone che, dopo tanti anni di matrimonio, si amano come fosse il primo giorno. Curiosa è la figura di Eleonora, all’apparenza la tipica segretaria svampita, la quale dimostrerà di avere una personalità tenace e forte. E che dire di Roberta, la domestica del medico De Paoli. Leggendo la sua vicenda capiremo quanto sia stato importante per lei l’incontro con il dottore. La trama narrativa è molto cupa, ma l’ironia usata da Simoni riesce a rendere meno gravosa e opprimente la cappa di tenebre presente nell’intreccio. Il nuovo libro di Gianni Simoni è un giallo avvincente, caratterizzato da un linguaggio scorrevole, nel quale non c’è solo la ricerca del colpevole, perché in La scomparsa di De Paoli. Un caso di Petri e Miceli, l’autore spinge i vari personaggi, e un po’ anche a noi lettori, a riflettere sul rapporto con gli altri e al fatto che non sempre la realtà è quello che sembra.

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Con Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone. Nelle edizioni TEA son pubblicati I casi di Petri e Miceli e Le indagini del commissario Lucchesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa TEA.

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:: Panorama, Tommaso Pincio (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

28 dicembre 2015 by
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I libri che ho in lettura o che ho intenzione di iniziare durante questi ultimi giorni di 2015 presumo, per forza di cose e per mole, saranno gli stessi che mi accompagneranno per la prima fetta di nuovo anno. Si tratta di pubblicazioni che, ognuno a suo modo, meritano assolutamente di essere spizzate, sfogliate, iniziate, sottolineate, interiorizzate per essere terminate in un giorno o riprese al bisogno.
Sto parlando di diversi libri, tutti romanzi, ad esclusione di uno, e tutti nati dal complesso anno che ci stiamo lasciando alle spalle: Panorama, Tommaso Pincio (NN Editore), Dalle rovine, Luciano Funetta (Tunué), Il paradiso degli animali, D. J. Poissant (NN Editore), I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos) e Gli anni, Annie Ernaux (L’orma editore).
Tutti e cinque conosciuti in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria che, anche quest’anno, si è svolta a Roma a cavallo tra la prima e la seconda settimana di dicembre.
Tutti, all’infuori di uno, presi in occasione della fiera… come poteva essere altrimenti, verrebbe spontaneo da dire.
Chiudiamo parentesi, oggi è il turno di Panorama: romanzo diretto e nostalgico, scritto da un autore, che è Tommaso Pincio, capace di farsi a sua volta onnisciente e carico di metaletteratura per prendere il suo primo personaggio, Ottavio Tondi, per il bavero della giacca e strattonarlo fuori dai confini di una letteratura di cui persistono solo le ceneri e in cui nulla ha a che fare con l’habitat a cui lui stesso era abituato.

“Il minuscolo mondo letterario per il quale aveva vissuto, una comunità dalla spropositata considerazione di sé benché ignorata dai più, aveva meritato di soccombere, spazzata via dall’arroganza di credersi testimone del mondo, custode di valori millenari, cuore dell’umanità. […] mancavano di qualunque minimo senso del ridicolo. Per troppo tempo, a lui e alle persone come lui, era sfuggita una verità più in bella vista di una lettera in un posacarte. Ebbe dunque la seguente illuminazione: non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati.”,

ma andiamo per gradi. Ottavio Tondi è un lettore. Sì, avete letto bene. Non uno scrittore, proprio un lettore, colui che legge e divora compulsivamente ciò che gli altri scrivono. La scrittura, in realtà, gli interessa poco o nulla, almeno fin quando la sua idea di letteratura ha modo di esistere. Leggere è ciò che fa abitualmente, ciò che gli riesce meglio. Ogni casa editrice se ne serve, ogni autore ne desidera uno fidato in cui specchiarsi. Il lettore perfetto, quello che serve ad ogni autore per rendere viva e reale la propria opera. Il libro esiste perché viene letto così come viene letto perché esisto. Aveva letto tutti i libri di Ligeia Tissot, ma non l’aveva mai incontrata.
Si scrivono per anni su Panorama, un social. Si scambiavano foto, messaggi e commenti che Tondi conservava come fossero reliquie, cullando il suo sentimento e tenendolo per sé.

“Anche questo è pacifico: i messaggi che Tondi e Ligeia si scambiarono su Panorama in quattro anni di amore inespresso rappresentano uno tra i più appassionanti racconti sentimentali mai esistiti. Esistesse ancora un mondo dei libri, una comunità letteraria o qualcosa che le somigli, esistessimo ancora noi come eravamo un tempo, con la nostra ingenua e arida fede nella letteratura, oggi quei messaggi sarebbero oggetto di studio, di riflessione.”,

questo perché, al tempo del racconto, in un futuro prossimo imprecisato, ma comunque poco lontano dal nostro presente si vive una condizione assurda per quanto concerne il mondo strettamente editoriale, da
Un lettore realista, ecco come potremmo definirlo: conosceva i suoi limiti e sapeva di dover rimanere coi piedi per terra, sapeva di non poter volere la luna. Quello che faceva quotidianamente era restare in osservazione e leggere. Un lettore puro, senza alcuna velleità letteraria, come già si è accennato in precedenza.
Eppure, nella sua storia, c’è un però, un limite che va oltrepassato: Tondi rimarrà lontano dalla scrittura nel periodo prima della sua conoscenza con la tanto amata Ligeia e la sua fruizione di Panorama come mezzo non solo di comunicazione e di espressione personale e culturale. Vivrà una brutta esperienza e, nel mentre, sempre più persone smetteranno di leggere, causando un’irreparabile crisi dell’editoria tutta.
Meglio di altri Pincio riesce a trasportare il lettore, non solo Tondi, ossia il lettore perfetto, ideale e attento, ma tutto l’insieme di lettori possibili, probabili e fruitori di Panorama (il libro, non il social) in atmosfera in cui tutto è certo e tutto è sfumato, dove la letteratura non esiste più, ma permane l’espressione personale di ognuno, anche e soprattutto telematicamente. In poche parole: ci racconta i nostri tempi senza farlo direttamente.
Una lettura consigliatissima a chi non crede in una ripresa dell’editoria (e sbaglia) e a chi, invece, ci crede e ci spera tanto.

Tommaso Pincio, classe 1963, scrittore e ritrattista. Vive e lavora a Roma.
All’anagrafe è Marco Colapietro, ma ha scelto lo pseudonimo letterario di Tommaso Pincio in quanto forma italianizzata di Thomas Pynchon, scrittore postmoderno americano.
Ha pubblicato M. (Cronopio, 1999), Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), La ragazza che non era lei (Einaudi, 2005), Gli alieni (Fazi, 2006), Cinacittà (Einaudi, 2008), Lo spazio sfinito (minimum fax, 2010), Hotel a zero stelle (Laterza, 2011), Pulp Roma (Il Saggiatore, 2012).
Collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone, alle pagine culturali del manifesto e con il Venerdì di Repubblica. Sospeso tra infiniti universi paralleli, declina il suo linguaggio nella traduzione del romanzo del sogno americano per eccellenza: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald per minimum fax, oltre che di autori quali Jack Kerouac (Il libro del risveglio, Mondadori), Philip K. Dick (Mary e il gigante, Fanucci).
Con Panorama (NN Editore, 2015) si è aggiudicato il primo Premio degli Editori Indipendenti SINBAD, premio della città di Bari.
Il suo sito è tommasopincio.net.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Il gatto che aggiustava i cuori, Rachel Wells (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

28 dicembre 2015 by
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Di libri dedicati ai migliori amici degli esseri umani, cani e gatti, ce ne sono ormai tanti, e per lo più sono storie agrodolci di convivenza dal punto di vista dei bipedi, con finale non sempre lieto, per abbracciare una vita più o meno lunga in comune con fine sempre triste.
Il gatto che aggiustava i cuori, libro d’esordio della gattofila Rachel Wells, racconta una fiaba perfetta per il Natale che arriva e non solo, quella di Alfie, gatto speciale di un’anziana signora, che un giorno la vede sparire per sempre. Trascurato dagli eredi che vorrebbero metterlo in un gattile, Alfie intraprende un viaggio tra i sobborghi di Londra, tra mille peripezie, in cerca di qualcuno di cui prendersi cura, desideroso di non limitarsi ad una sola persona, ma di cercare più persone da amare in modo da non ritrovarsi solo un domani.
In Edgar Road Alfie conoscerà Claire, abbandonata dal marito e in cerca di una nuova vita nella capitale britannica, Jonathan, rimasto disoccupato dopo aver vissuto in capo al mondo, Polly, in preda alla depressione dopo la nascita del primo bambino, Franzishka con la sua famiglia, arrivati dalla Polonia e alle prese con difficoltà e discriminazioni. E tra mille problemi forse Alfie riuscirà a trovare una sua cuccia dove stare di nuovo al caldo, tra fughe tra una casa e l’altra per dividersi e moltiplicare il suo amore e la sua presenza.
Una fiaba gattofila, certo, ma mai stucchevole e melensa, senza le facili commozioni e i facili drammi di tanta narrativa in tema, pronta a parlare non solo del rapporto tra gli esseri umani e i gatti, ma di tante questioni di oggi, l’immigrazione, il crescere, i tradimenti, il reinventarsi, le relazioni violente e altro ancora. Il tutto in maniera leggera e non retorica, visto dagli occhi di un gatto ironico e in cerca di affetto, che vede il mondo umano dalla sua prospettiva, con pregi e difetti, e che non sa smettere comunque di amare questi strani bipedi che millenni fa avvicinarono uno degli animali più liberi e indipendenti, che diventò uno dei più affezionati.
Un libro che scorre in maniera facile senza essere banale, per amanti dei felini quindi ma non solo, con un microcosmo di umanità nella via in cui Alfie sceglie di vivere che diventa simbolica di tutto un genere umano che si relaziona con i gatti. E chi non ama i gatti in questo libro fa una figura pessima e viene giustamente castigato da chi preferirà il piccolo Alfie a imposizioni e violenze di persone sbagliate.
Se si cerca un libro da regalare a un gattofilo, senz’altro Il gatto che aggiustava i cuori può essere il titolo giusto, sempre che uno non ce l’abbia già, i gattofili sono simili ai cani da tartufo in quanto a stanare le novità editoriali. E se si è gattofili, questo libro non può mancare, su uno scaffale che comprenda guide al comportamento e alla psicologia felina, altre storie di gatti tra realtà e fantasia, leggende e libri illustrati.

Rachel Wells, che ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici, è riuscita a combinare queste due passioni nel suo romanzo d’esordio. Vive nel Devon con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Nell’orizzonte degli eventi, David Valentini (Nulla Die Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

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Daniele ha 22 anni quando viene coinvolto in un incidente stradale, un sabato alle due di notte, mentre sotto pressione della madre andava a cercare la sorella diciassettenne che era andata a una festa a casa di alcuni amici, invece di passare la notte a casa di un’amica come aveva detto alla madre.
Inizia così un periodo nero che coinvolge tre famiglie: la famiglia di Daniele, colpita dal dolore della perdita e dal senso di colpa del padre perché non aveva fatto sistemare i freni della macchina, delle accuse che la sorellina rivolge alla madre perché lo aveva fatto uscire a quell’ora tarda senza preoccuparsi che poteva essere stanco, e il vuoto provato dalla madre che non accetta la perdita del figlio e men che meno le razioni del marito e della figlia; la famiglia di Giorgia, fidanzata di Daniele, che il suo ultimo ricordo di lui è la litigata che hanno avuto qualche ora prima che lui morisse a causa del trasferimento di lei a Londra per sei mesi per studio e la gelosia gratuita di lui; e la famiglia di colui che crede di essere il colpevole dell’incidente perché trovando la macchina incidentata e non ricordandosi nulla della sera prima a causa del troppo alcol bevuto, arriva alla conclusione più facile.
Un romanzo che sa strappare il cuore al lettore con le sue descrizioni forti relative alle emozioni e ai pensieri dei vari protagonisti che narrano il loro punto di vista di tutta la vicenda, coinvolgendo così il lettore nella vita del personaggio principale, personaggio assente a causa del suo decesso ma non per questo inesistente, anzi molto presente e intorno al quale gira tutto il libro.
Un finale sconvolgente poi non manca di lasciare il lettore talmente scioccato da dare l’impressione di essere rimasto senza nessuna emozione, dopo essere stato travolto dall’odio, dal dolore e dalla rabbia del padre di Daniele fino a provarne il senso di vuoto definitivo dopo lo sfogo violento.
Un romanzo che tratta un argomento purtroppo odierno nel modo più duro possibile ma contemporaneamente con una finezza e una sottigliezza che penetra nel mente e nel suore come un bisturi talmente affilato che quasi non ci si accorge di nulla.
Da leggere assolutamente perché si denota tutta la bravura dell’autore.

David Valentini nasce a Roma nel 1987.
Dopo aver conseguito una laurea magistrale in filosofia inizia a lavorare come scrittore, redattore e traduttore.
Coltiva la sua grande passione scrivendo poesie e romanzi.

Source: ebook inviato dall’autore.

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:: Gli ipocriti, Eleonora Mazzoni (Chiarelettere, 2015) a cura di Elena Romanello

26 dicembre 2015 by
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Oltre tre anni dopo il suo romanzo d’esordio, Le difettose, che trattava l’argomento attuale della ricerca della maternità che non arriva, Eleonora Mazzoni torna con un nuovo romanzo, Gli ipocriti, usciti presso Chiarelettere.
Anche stavolta si tratta di una storia al femminile, ma con una protagonista molto diversa: Manu, un’adolescente che si trova non bella e un po’ sfigata, divisa tra una famiglia ultra religiosa e i suoi coetanei che vede a scuola, molto diversi e che le suggeriscono che c’è un mondo fuori dalle imposizioni che ha in casa.
Un giorno Manu apre un cassetto di suo padre e trova una scatola di preservativi, proprio da parte di una persona che le ha inculcato una visione assolutamente rigida sul sesso, motivo del suo isolamento dalle compagne di classe. Da quel momento Manu inizia a spiare i genitori anche con una videocamera, scoprendo i loro sotterfugi, le loro bugie, la loro ipocrisia, e in parallelo rivede il suo rapporto con il prete, don Ettore, stringe amicizia con Linda, tenta l’amore o meglio il sesso con Sam, si confronta con la sorella Valeria.
Due sono quindi i temi di questo romanzo, scritto con un linguaggio diretto, che a qualcuno potrà anche ricordare un ormai classico che fece scalpore come Porci con le ali: la ricerca di sé tipica di un’adolescente e l’ipocrisia del mondo adulto e soprattutto di certo mondo adulto.
Il ricercare se stessi e saper andare oltre ai paletti imposti da famiglia, coetanei, scuola e società è un tema eterno e presente in ogni epoca, oltre che un processo senza il quale non si superano certi problemi nemmeno in età adulta: questa parte è quella meglio trattata dall’autrice, che si mette nei panni di questa ragazza di oggi, che cercherà ancora una sua strada di compromesso tra due mondi inconciliabili ma che le appartengono entrambi.
L’ipocrisia del mondo adulto non è nuovo come tema, qui riguarda tra l’altro alcuni gruppi su cui si parla poco, tranne quando contestano innovazioni sociali con un integralismo religioso non diverso da quello di altre etnie: qui forse sarebbe stato bello approfondire un problema che c’è e che soprattutto per chi lo vive suo malgrado come Manu non è proprio una passeggiata. Il tutto poi senza contare l’ipocrisia che regna sovrana in certi ambienti, che farà da molla per la nostra protagonista per reagire e provare a crescere malgrado tutto e anche sbagliando.
Gli ipocriti è un libro per giovanissimi senza peli sulla lingua ma anche per meno giovani per raccontare situazioni che alla fine si ripetono, sia pure con qualche cambiamento.

Eleonora Mazzoni è scrittrice e attrice. Nel 2012 ha esordito per Einaudi con il romanzo Le difettose, messo in scena da Serena Sinigaglia al Festival della Mente di Sarzana nel 2014 e attualmente in tournée nei teatri di tutta Italia. Come attrice ha lavorato in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio (Festival di Venezia, 1996). Diretta da Maselli ha recitato anche ne Il compagno (1999). È nel cast, tra gli altri, di Tutta la conoscenza del mondo di Eros Puglielli (Festival di Berlino, 2001), Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio (Festival di Venezia, 2004) e L’uomo che verrà di Giorgio Diritti (Festival di Roma, 2009 e vincitore del David di Donatello come miglior film, 2010).

Source: copia fornita al recensore dall’autrice.

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:: Il complotto delle statue di cera, Riccardo Borgogno (Eris Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

23 dicembre 2015 by
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Milo è un insegnante che purtroppo rimane senza lavoro a causa di una litigata con il direttore della scuola in cui lavorava. Da quel momento inizia a fare lavori saltuari fino a quando non incontra Eric a un mercatino di libri usati.
Eric è un ragazzo strano, di buona famiglia, ma molto solo. Milo si accorge subito che è inseguito così lo fa salire sul suo motorino e lo porta a casa di amici e intanto cerca di informarsi di lui.
Qualche giorno dopo Milo viene contattato da Roberto Vastano, il padre di Eric, che lo assume come insegnante di supporto per il figlio. Le cose sembrano procedere bene se non fosse che di punto in bianco Roberto Vastano decide di licenziare Milo, a quella scelta susseguono vari eventi catastrofici che coinvolgono Eric portando così Milo ad avere a che fare con sette segrete e misteri che durano da migliaia di anni.
Un romanzo interessante anche se molto lungo che parte molto lentamente, senza quello sprint che sa rapire il lettore fin dalle prime pagine convincendolo a leggere tutto il libro, ma se si ha la pazienza di andare avanti si trova una trama avvincente, piena di mistero e colpi di scena che sanno come conquistare il lettore e trasportarlo in un mondo di mistero e magia.
Le descrizioni che sono presenti sono davvero realizzate nel migliore dei modi, infatti sono minuziose ma leggere, così che il lettore può immaginarsi perfettamente sia gli ambienti che i personaggi senza però rallentare la lettura.
Unica pecca sono i salti temporali che risultano non legati alla storia a parte solo un paio che spiega eventi magici e inspiegabili, ma gli altri tendono a rallentare la lettura senza dare informazioni importanti.
Nel complesso comunque un buon romanzo che si legge volentieri, specialmente vicino a un camino con una buona cioccolata calda.

Riccardo Borgogno nasce a Torino nel 1954. Dopo aver conseguito la laurea ha iniziato a lavorare nel settore socio-educativo con soggetti disabili e psichiatrici. Finito il lavoro scrive per la rivista Fumo di china e cura un programma radiofonico di scrittura creativa su Radio Black Out di Torino. Nel 1998 e nel 2000 è stato finalista del Premio Nazionale di Letteratura Fantastica di Courmayeur. Dal 1980 si diletta nella scrittura di sceneggiature per fumetti per Sergio Bonelli Editore, Walt Disney, L’Intrepido, e altri.

Source: omaggio dell’autore.

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:: Ombre Elettriche, Davide Mana (8PiecePress, 2015)

23 dicembre 2015 by

4Davide Mana legge molto, soprattutto in inglese e non solo romanzi. E’ uno scienziato, uno scienziato vero di quelli che sanno tante cose difficilissime, oscure ai più. E nonostante tutto ciò ha una spiccata passione per l’Estremo Oriente e la letteratura fantastica. Per alcuni questo è un difetto, per alcuni la letteratura fantastica, in tutte le sue forme, non è vera letteratura. Noi ce ne preoccupiamo? Certo che no, il lettore è sovrano. Il lettore può sperimentare, attraversare steccati, leggere cose che se non gli sono vietate, gli sono sconsigliate da chi di letteratura ne sa. E facendo così può imbattersi in interessanti scoperte. Può scoprire un piccolissimo ebook dal titolo Ombre elettriche, venduto dal nostro concorrente (che non nomino) al prezzo più che simbolico di 0,99 centesimi. Amo gli ebook solo perché rendono facile la copia delle citazioni (tranne i dannati ebook che non te lo permettono), rendendo più facile il lavoro del recensore, e ormai tutti mi dicono questo è il futuro. Armati di ebook reader e sii giovane. Con calma, per ora leggo a computer e con i testi brevi, di racconti me la cavo, per i romanzi è un altro discorso. Ma fortunatamente Ombre elettriche è un testo breve (lunghezza stampa 33 pagine). Di cosa parla? Di fantasmi, ma scordatevi il lenzuolo bianco e le catene dell’iconografia ottocentesca. I nostri sono ben più tecnologici e organizzati. E’ un racconto horror? Forse. Anzi io direi di sì. Suscita un orrore ben reale (per i meccanismi perversi della propaganda, per esempio) anche se è difficile che faccia davvero paura. A meno non crediate ai fantasmi, certo. Allora sì potreste farvi inquietanti interrogativi. Ma noi non crediamo ai fantasmi, non crediamo che i morti di Tiananmén vogliano e possano vendicarsi. E’ una storia di fantasia, che diamine. Non vi anticipo in che consiste la vendetta, vi toglierei il gusto della lettura, ma qualcosa posso dirlo. Non credo la censura cinese lo lascerebbe circolare liberamente. Strano destino quindi vedere questo racconto tradotto malamente in cinese, circolare clandestino. Ma chissà, magari è proprio quello che sta succedendo. Pensateci mentre lo leggerete.

Davide Mana, classe 1967, è un paleontologo, blogger, traduttore e autore freelance.  Ha pubblicato racconti, articoli e scenari per giochi di ruolo in Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone. Dal 2013, affianca alle sue pubblicazioni tradizionali, racconti e saggi autoprodotti in formato elettronico. Fra i suoi lavori, la serie di racconti autoconclusivi Gli Orrori della Valle Belbo, e il ciclo di avventure sword & sourcery Aculeo & Amunet. Il suo primo romanzo The Mynistry of Thunder è stato pubblicato nel 2014 da Acheron Books.

Source: acquisto personale.

:: Buone Feste!

23 dicembre 2015 by

Christmas (790)Gentili lettori,

e così siamo giunti a Natale, un anno sta volgendo al termine e un nuovo anno si profila all’orizzonte. Voglio prendere questo tempo per ringraziare tutti coloro che hanno dato un (piccolo) concreto aiuto al nostro blog acquistando dai nostri link di Libreria Universitaria i loro libri. Per noi è importante, è l’unica fonte di sostentamento e un concreto segnale che apprezzate il nostro lavoro e in qualche modo ce lo volete dimostrare. Ringrazio soprattutto chi ha acquistato Morte di un commesso viaggiatore, Arthur Miller è un grande, non rimarrà deluso. Che dire, grazie. E’ un grazie vero, sincero, non detto tanto per dire. Siamo ancora lontani dall’essere autosufficienti ma è uno sprone a continuare.  Venerdì 1 gennaio inizieranno le votazioni per il nostro sesto Liberi di scrivere Award, come privato non posso mettere premi in palio, incorrereri in no so bene che multa, anche se avevamo trovato lo sponsor. Resterà un premio simbolico per scoprire quale libro del 2015 avete apprezzato di più. Votate numerosi e soprattutto lealmente. Non c’è gusto se no. A tutti, Buone Feste!

:: Quel fantastico peggior anno della mia vita, Jesse Andrew (Einaudi, 2015) a cura di Elena Romanello

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Greg Gaines è all’ultimo anno di liceo ed è quello che a varie latitudini è considerato lo sfigato della classe, con la passione per il cinema amatoriale e autoprodotto, un nerd però nemmeno tanto brillante a differenza di altri. Il suo migliore nonché unico amico è Earl, un ragazzo afroamericano con alle spalle una famiglia molto più modesta e problematica di Greg, che lo aiuta nei suoi sogni di regista in erba.
Greg vorrebbe solo starsene il più tranquillo possibile, visto che a scuola non è un massimo e bisogna scansare gli scherzi degli altri ragazzi e che trovare una ragazza è una missione impossibile, ma sua madre ha altri progetti per lui e gli chiede di tenere compagnia a Rachel, una sua compagna di scuola che sta lottando contro la leucemia. Greg accetta e con l’aiuto di Earl chiede alla ragazza di poter realizzare un film sulla sua vita, che verrà fuori folle, sconclusionato, ma che sarà alla fine un atto di affetto per una persona che non potrà godersi la vita e fare progetti, che sia finire al college o andare a lavorare.
Il filone con al centro storie di giovanissimi affetti da mali incurabili sembra essere tornato in auge, dopo una prima affermazione quarant’anni fa con Love story, ma Quel fantastico peggior anno della mia vita ha diverse carte a suo favore da giocare, che lo mettono decisamente al di sopra di altri titoli. Innanzitutto, non è patetico e frignone a tutti i costi e non esiste nemmeno il ricatto di far nascere una storia d’amore tra i due protagonisti con tanto di strazianti e allucinanti addii al capezzale.
Greg, Earl e Rachel sono ragazzi reali, con le loro paranoie, il loro essere politicamente scorretti, le loro vite da adolescenti di oggi ma alla fine di sempre, non sono eroi, santini, martiri, e la storia raccontata del libro alla fine non è edificante o noiosamente moralistica, è solo il ritratto di cosa succede quando ti devi confrontare con la morte e sei troppo giovane, non ci pensavi e reagisci con gli strumenti che hai in mano in quel momento, fosse anche un film amatoriale. Uno spaccato di vita di liceo negli Stati Uniti oggi, con le sue pecularietà, alcune descrizioni e interazioni gustose e molto tipiche del luogo (i vari gruppi etnici e culturali, le varie attività), che senz’altro piace ai coetanei, ma che non è sgradevole nemmeno per chi ha vissuto la sua adolescenza qualche anno fa, e che qui può ritrovare qualcosa. E il merito di Jesse Andrews è quello di parlare di giovani e malattia senza sbavature e piagnistei e di raccontare una storia toccante senza far frignare tre volte in una pagina. Una cosa non da poco.
Da Quel fantastico peggior anno della mia vita è stato tratto l’omonimo film diretto da Alfonso Gomez-Rejon vincitore del Premio della Giuria e del Premio del Pubblico al Sundance Film Festival, sceneggiato dallo stesso Jesse Andrews. Traduttore: A. Sarchi.

Jesse Andrews ha qualche anno in più dei protagonisti della sua storia, ha lavorato a lungo come sceneggiatore anche per conto di altri e sta scrivendo il suo secondo romanzo. Nato a Pittsburgh, ha frequentato la Schenley High School e l’Università di Harvard. Abita a Boston. Il suo sito ufficiale è http://www.jesseandrews.com/

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cafè Julien, Dawn Powell (Fazi, 2015) a cura di Federica Spinelli

22 dicembre 2015 by
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Accade qualche volta che il libro giusto ti capiti tra le mani quando meno te lo aspetti. Un po’ come succede, dicono, con i grandi amori. Cafè Julien è forse uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi tempi. È fondamentalmente e prima di tutto un libro divertente. Di quelli che rallegrano, un po’ come quelle vecchie commedie anni 80 con sceneggiature solide e battute rimaste nella storia. Il divertimento di questo libro deriva dalla costruzione quasi millesimale di personaggi a tutto tondo appartenenti a un mondo mitico come la New York degli anni 50 e da un intreccio che non risparmia niente all’ironia, disegnato da un dialoghi arguti e immediati. Il Cafè Julien è il punto di ritrovo della società artistica di un’America uscita dalla Seconda Guerra mondiale e con una gran voglia di ricominciare, ma soprattutto è il teatro delle vicende di artisti, ereditiere sfiorite, mecenati e attrici. In un’atmosfera che ricorda gli anni Venti ma anticipa anche quella ventata di voglia di tornare a vivere che anima tutto il dopoguerra americano, gli incantevoli personaggi si alternano in un continuo andirivieni intorno al Cafè, incontrandosi, lasciandosi, riprendendosi e cercandosi. Elleonora, aspirante fotografa innamorata di Ricky, giovane di bell’aspetto che la insegue per anni senza mai riuscire a raggiungerla, Cinthia, mecenate ed ereditiera e Dalzell, pittore squattrinato insieme con Edith e Jerry, due giovani donne alleatesi per entrare nella buona società di New York: questi sono i personaggi che si rincorrono nel carosello di scene descritto con mirabile maestria da Dawn Powell. Forte di alcune influenze che ricordano Parigi è una festa mobile di Hemingway, Dawn Powell ritrae con ironia e leggerezza un mondo brillante e patinato quanto pieno di contraddizioni attraverso un intreccio dal ritmo veloce e coinvolgente. Il Cafè Julien, teatro di numerose avventure, destinato a essere tristemente demolito e sostituito da un orribile condominio, è non solo il silente scenario del romanzo, ma anche il porto di approdo di speranze e delusioni di una nicchia di artisti in cerca dell’amore, del riscatto o della sopravvivenza e in fuga dai propri fantasmi.

Dawn Powell (1896-1965) È nata in una piccola cittadina dell’Ohio e si è trasferita a New York giovanissima. Riscoperta negli ultimi anni grazie a Edmund Wilson e Gore Vidal, è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane del Novecento. È stata accolta nella Library of America, insieme a Ralph Waldo Emerson e Edith Wharton, e nel giugno 2015 è entrata a far parte della New York State Writers Hall of Fame, al fianco di scrittori del calibro di Henry James e Herman Melville.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Fazi.

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:: Etica dell’acquario, Ilaria Gaspari (Voland, 2015) a cura di Federica Guglietta

22 dicembre 2015 by
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Viviamo in un tempo in cui è sempre più difficile che scrittori giovani, anche giovanissimi, si distacchino da quella che è la generazione di cui fanno parte. Sembra impossibile non far coincidere narrazione e vissuto personale, romanzato o meno che sia. Alcuni ce la fanno, altri decisamente no.
Ilaria Gaspari, alla sua prima prova con un romanzo, “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per la casa editrice romana Voland, ci è decisamente riuscita.
Un libro diretto e intenso per una storia che si svolge quasi tutta al passato, dieci anni prima. La protagonista, Gaia, era entrata alla Normale e aveva vissuto appieno la vita della Scuola, scoprendo fin da subito quanto si trattasse di uno spazio di studio e di crescita poco propenso alla socializzazione e ai rapporti umani, quanto più alla competizione e al voler primeggiare sugli altri. A tutti i costi. I compagni, più che sodali, erano nemici, avversari. Il collegio più che una casa era una caserma, un luogo invivibile e ostile, un ecosistema a sé… Un acquario.

“Matteo era scomparso da poco e io, il giorno che mi fermai a fissare lo stagno, capivo finalmente tutto. Nella vasca di cemento in cui i pesci per sopravvivere sviluppavano quei caratteri mostruosi, l’acqua ristagnava, si faceva verde e muscosa; e io vedevo all’improvviso che stare alla Scuola era proprio come essere dentro a un acquario. Ecco perché quel senso di esilio in un luogo innaturale, che a tratti sapeva farsi più selvaggio, più violento del mondo di fuori.”

L’infelicità, le sopraffazioni e i ricordi degli anni universitari, che fanno di “Etica dell’acquario” un romanzo generazionale, sfociano, però, da subito nei toni del noir: Gaia, infatti, rievoca la sua storia in occasione del suo ritorno a Pisa. Non per piacere o per nostalgia, tutt’altro. Una sua vecchia compagna di studi, Virginia, è scomparsa e loro ex alunni vengono convocati tutti insieme per essere interrogati.
Quello che ne esce è sicuramente un’opera matura per una scrittrice alla sua prima prova editoriale, capace di creare un congegno narrativo ben riuscito tra emotività e thriller e anche di oggettivare i sentimenti negativi in un viaggio di ritorno non voluto, ma necessario.
Etica dell’acquario” ha vinto il Premio Vittoriano Esposito 2015.

Ilaria Gaspari, classe 1986, è nata a Milano e ha studiato Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. “Etica dell’acquario”, uscito a novembre per Voland nella collana “Amazzoni” è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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