:: Pirati. Culture e stili dal XV secolo a oggi, Matteo Guarnaccia (24 Ore Cultura, 2015) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2015 by
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Se c’è una figura che periodicamente torna nell’immaginario popolare è quella del pirata, tornato nei romanzi popolari, da Salgari in poi, nelle figurine, al cinema, nei fumetti, nei serial. I pirati dell’immaginario a volte ricalcano come erano davvero, in quanto a ferocia e violenza (o meglio come sono, visto che nel Sud del mondo esistono ancora, come insegnano le vicende di Paesi come la Somalia o l’India), altre volte sono un emblema di romanticismo e avventura oltre ogni limite, gente che si ribella ad una società ingiusta in nome della libertà.
Ai pirati è dedicata una delle proposte del Sole 24 ore Cultura, Pirati, un volumone illustrato più che scritto, che racconta appunto il mito dei pirati nelle arti figurative, mescolando copertine di dischi e di antichi libri, moda e travestimenti ispirati ai pirati (ritornato in auge con Jack Sparrow), cartoline e ritratti di pirati veri, immagini da film e incisioni dell’epoca della pirateria. Nei testi si citano canzoni, film, realtà storiche, anche se questo è un libro che parla per immagini, a differenza di altre pregevoli e interessanti storie della pirateria che sono uscite nel corso degli anni, presso vari editori nel corso degli anni.
D’altro canto qui si vuole parlare di come una figura è rimasta tra realtà e fantasia, e per farlo si lascia spazio all’arte visiva, tra alto e basso, cultura popolare e Storia, per un risultato curioso e interessante, dove convivono David Bowie, Vivien Westwood, Barba Nera, sir Walter Raleigh, il corsaro nero e Capitan Harlock. Un omaggio a come è stata interpretata la figura del pirata, ribelle con una causa e un codice d’onore, che magari lottava contro i pirati cattivi o più spesso contro dittatori, re e simili. Un immaginario spesso inventato ma molto efficace e duraturo.
Un libro per chi si è appassionato per le storie di pirati, magari fin da bambino, storie che sono cambiate ma hanno mantenuto lo spirito dell’avventura e della ribellione, magari combinandoli con ambientazioni fantastiche o per contro con un recupero della realtà storica. Ma anche un libro per chi ama le arti in tutte le loro forme, come testimoni della realtà in tutti i suoi aspetti e come capaci di reincarnare sogni, aspirazioni, immaginari.

Matteo Guarnaccia, classe 1954, ha dedicato la sua vita e il suo lavoro allo studio dell’arte e delle controculture mondiali, occupandosi di hippy e sciamanesimo, realizzando mostre, collaborando con il mondo della moda e con quello della musica, scrivendo libri e realizzando reportage. Tra le sue opere: Paradiso psichedelico, Amsterdam 1967 – 1974: La Mecca degli Hippies (AAA Edizioni), Magickal Mystery Book. Visioni esoteriche intorno ai Beatles (Apogeo – Urrà), Underground Italiana ( (Shake edizioni), Ribelli con stile. Un secolo di mode radicali (Shake edizioni).

Source: mandato materiale documentario in tema dalla casa editrice.

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:: Furto di Natale, Raffaella Ferrari

21 dicembre 2015 by

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Il disordine regnava sovrano nel grande salone dai pavimenti di marmo di Carrara. Il maresciallo Saverio Lo Giudice si guardò intorno. Le due poltrone Frau di pelle erano rovesciate, i tendaggi di broccato rosso risultavano malamente strappati, diversi soprammobili giacevano in terra rotti. Un tagliapizza era abbandonato sopra il prezioso tappeto persiano anch’esso ammucchiato in un angolo.
La contessa Bianca Maria De Mastri piagnucolava seduta sul divano bianco. “i miei preziosi quadri, i miei preziosi quadri, tutti scomparsi, rubati… Proprio la notte di Natale…” Ripeteva fra le lacrime come fosse una filastrocca senza senso, una nenia infantile.
Dalle pareti, infatti, pendevano diverse cornici prive di tela. Saverio le esaminò da vicino e si accorse che i dipinti erano stati asportati con  tagli netti. Facile e pulito, pensò. I ladri avevano portato via solo la tela: Probabilmente dopo averla recisa dalla cornice l’avevano arrotolata.  Avevano così potuto accaparrarsi diverse tele occupando poco spazio.
La grande vetrata che dava sulla scogliera a picco sul mare era frantumata. I vetri erano finiti tutti sugli scogli sottostanti.
Il brigadiere Sarrino, braccio destro del maresciallo, si rivolse al suo superiore con tono confidenziale. Collaboravano da anni ormai, nella piccola caserma rosa di Portovenere, e il loro rapporto travalicava quello di lavoro per rasentare quello di una vera amicizia.
“La situazione è chiara” disse  “mentre la contessa era alla messa di Natale i ladri si sono arrampicati su per la scogliera, che avranno raggiunto in barca, poi hanno sfondato il vetro della porta-finestra e sono entrati. Con quel tagliapizza hanno asportato le tele e sono scappati con il loro bottino da dove sono venuti…”
Saverio Lo Giudice guardò di nuovo il salone, dove l’enorme albero di Natale , rimasto clamorosamente intatto, sembrava ammiccare con le sue luci al led intermittenti.
Si voltò verso la contessa.
“I quadri erano assicurati?” Chiese.
“Certamente…”
“Chi altro vive nella villa?”
“Solo i domestici, ma, chiaramente, questa notte erano in libertà”
“Chi era a conoscenza dell’assicurazione sui dipinti?”
” Nessuno naturalmente! Non ho familiari  che risiedano vicino e non metto certo al corrente la servitù dei miei interessi!”
“Bene. Se le cose stanno così la dichiaro in arresto per frode dell’assicurazione…”
“Ma è impazzito?!” Protestò la donna rossa in volto per la rabbia “lo sa chi sono io?”
“Sì. Una bugiarda!”
Bianca Maria si alzò furente e minacciosa
“Spero che sappia quel che dice, maresciallo, e che abbia le prove! Altrimenti i suoi superiori saranno informati della sua sfacciata incompetenza” urlò rabbiosamente, agitando il bastone che portava sempre con sé.
“Certo, contessa. Lei é colpevole. E ora le dimostro anche perché.  Per cominciare i vetri rotti della finestra sono verso l’esterno. Questo significa che il colpo che ha infranto la vetrata è stato sferrato da qualcuno che si trovava in questo salone. In caso contrario, infatti, se chi ha rotto i vetri fosse stato all’esterno, in bilico sulla scogliera, i frammenti sarebbero stati qui, sul pavimento. E perché qualcuno che era già dentro avrebbe dovuto rompere la finestra se non per farci credere a un’effrazione che invece non c’è stata? E poi c’è la faccenda del tagliapizza. Nessun esperto di arte farebbe mai una cosa simile: Tagliare una preziosa tela con un aggeggio del genere equivarrebbe a danneggiarla irrimediabilmente. Invece i tagli sulle tele sono netti, perfetti. E lei come tutti sanno è un’esperta d’arte. Non avrebbe potuto sopportare che i suoi meravigliosi dipinti venissero danneggiati, neanche per riscuotere il premio dell’assicurazione. Però ha voluto lasciare il tagliapizza in bella mostra per convincerci che a rubare i quadri fosse stato qualcuno poco esperto, qualche ladro occasionale. E anche il disordine nella stanza è esagerato per dei ladruncoli che poi hanno portano via solo tele… Non ho dubbi contessa, confessi!”
“Che tu sia maledetto!” Urlò la contessa cerea in volto “non avrai mai una confessione da me!”
“Non ce ne sarà bisogno, mi dia il suo bastone da passeggio…”
“No…”
Il brigadiere, rispondendo ad un’occhiata di Lo Giudice, le strappò il bastone di mano e lo porse al maresciallo che, lesto, svitò il gommino sul fondo. Il bastone era vuoto all’interno e dalla cavità uscirono le quattro tele arrotolate.
Di fronte all’evidenza la contessa Bianca Maria De Mastri emise un grido animalesco e svenne fra le braccia dell’attonito brigadiere Toni Sarrino.

Raffaella Ferrari è nata a La Spezia e i gialli sono la sua passione. Dopo la laurea in Filosofia, ha partecipato a diversi premi letterari ottenendo buoni riconoscimenti. Al suo attivo ha la pubblicazione di diversi romanzi gialli, tutti ambientati nella Provincia della Spezia (da Sarzana, a Cadimare, alle Grazie e Portovenere. Numerose nel tempo anche le collaborazioni con riviste letterarie (fra le quali “Storia e Dossier – Giunti Editore”), web magazine (“Pensalibero.it” e “O Magazine”) e riviste locali (“La Spezia Oggi”, “Gazzetta della Spezia”, “I Ragazzi di Piazza Brin” e “Cadimare… sapori e colori del Golfo”). Ha inoltre condotto una trasmissione televisiva per una rete locale dal titolo “Sanremo Dossier”. Vive e lavora nella sua città natale, con suo marito, sua figlia Manuela e il piccolo persiano Teddy Bear.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Tom Clancy’s Full Force and Effect, Mark Greaney, (Putnam’s Sons, 2014) a cura di Stefano Di Marino

21 dicembre 2015 by

tomDa solo vale 5 Segretissimi, nel senso che le quasi 700 pagine raccolgono in realtà quattro o cinque storie che potrebbero stare in piedi da sole e invece sono unite da un solo filo conduttore: in questo caso un piano dei nordcoreani per lo sfruttamento minerario di una regione da adibire poi alla costruzione di missili intercontinentali. Dal Vietnam si passa all’Europa, al Messico , a una missione di infiltrazione in Corea con vari personaggi occupati in missioni differenti che si collegano. Un’altra ottima prova di Greaney che sa gestire azione, detection e fantapolitica con buon equilibrio. Di certo la sequenza migliore è l’attentato a Jack Ryan senoir. Devo dire che questi nuovi mi appassionano molto di più degli originali.

Mark Greaney. The Gray Man, il thriller con cui ha debuttato è diventato un bestseller nazionale, ed è stato nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Il seguito, On Target, è stato anche nominato per un premio Barry nella categoria Best Thriller. Ballistic, il terzo della serie ha ricevuto recensioni entusiastiche tra cui quella del New York Times. I libri di Mark sono pubblicati in varie lingue e sono disponibili in ebook e audiolibri anche. Mark ha una laurea in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche. Nelle sue ricerche per i soggetti di Gray Man e dei romanzi di Tom Clancy ha viaggiato in decine di paesi, ha visitato il Pentagono e molte agenzie di intelligence di Washington, ed è stato addestrato all’uso delle armi da fuoco insieme a militari e forze dell’ordine, alla medicina sul campo di battaglia, e  alle tecniche di combattimento ravvicinato. Mark vive a Memphis, Tennessee.

:: Lost in translation, Ella Frances Sanders (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

19 dicembre 2015 by
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Lost in translation è un gioiellino. Ai più distratti, magari, ricorderà il famoso film con Bill Murray e Scarlett Johansson del 2003.
Sempre di intraducibile si tratta, ma su un altro livello.
Ho avuto modo di prenderlo a Più Libri Più Liberi, ma già sapevo della pubblicazione di questo libro da novembre, ne avevo letto buone cose in giro su internet: edito da Marcos Y Marcos, con la traduzione di Ilaria Piperno e le splendide illustrazioni dell’autrice, la giovane Ella F. Sanders, scrittrice e disegnatrice cosmopolita. Chi meglio di lei, allora, poteva consegnarci questo prontuario emozionale della parola mancante, quell’insieme di fonemi che manca nella maggior parte delle lingue del mondo e, guarda caso, esiste e resiste in hindi, malese, gallese o persino in urdu.
Sapevate che i norvegesi usano una parola ben precisa per tutto, ma proprio tutto, quello che può essere contenuto tra due fette di pane? No? Ebbene, la risposta è “pålegg”. Oppure che “tiam” in farsi sta ad indicare quello scintillio negli occhi quando si incontra per la prima volta una persona che davvero ci piace. Poi c’è “waldeinsamkeit” che per i tedeschi indica quella piacevole sensazione di essere soli nel bosco. E ancora, per i tanti lettori forti assidui frequentatori di Liberi di Scrivere, dovete sapere che in giapponese esiste una parola per indicare la pila di libri ancora da leggere accatastati sul comodino, messi in attesa: si dice “tsundoku”. Esula tutte le unità di misura la parola araba “gurfa” che sta puntualmente ad indicare la quantità esatta di acqua che può essere contenuta nel palmo di una mano concavo, per abbeverarsi.
Le parole scovate, selezionate e illustrate dall’autrice sono cinquanta e io non voglio svelarvele tutte, quindi, se vi va, non vi resta che immergervi nella lettura. Restereste sicuro senza parole.
Illustrazioni di Ella Frances Sanders. Traduzione italiana di Ilaria Piperno.

Ella Frances Sanders è una scrittrice e illustratrice ventenne, o giù di lì, che per scelta vive un po’ ovunque, negli ultimi tempi in Marocco, Regno Unito e Svizzera. Ama realizzare libri fatti di vere pagine e disegnare per persone che le piacciono. Non le fanno paura le domande né gli orsi.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Ex voto, Marcello Fois (minimum fax, 2015) a cura di Federica Guglietta

18 dicembre 2015 by
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Questa short story è la mia prima lettura di Fois. Mi incuriosiva perché era in presentazione il secondo giorno a “Più Libri Più Liberi” e, fortunatamente, come tutti i libri presi alla cieca fino ad adesso, non mi ha deluso.
Eppure un po’ ero titubante, forse per l’argomento, che sentivo poco mio, per niente vicino al mio quotidiano.
Eppure, inaspettatamente, a fine lettura, ne sono uscita con un libro che merita, merita davvero.
Facciamo un passo indietro e lasciate che vi presenti Antonia “Tony”, Jenny e Mariarca che vivono ad Adelaide, in Australia, ma come tradisce il “nome parlante” della terza, sono di origini italiane. Adelaide, dopo Napoli, infatti, è il secondo luogo di culto della Madonna dell’Arco in tutto il mondo.
Tre personaggi femminili, tutte – ognuna a suo modo – protagoniste della storia, ognuna ha un suo peso.
Tony è figlia di Mariarca, Jenny è figlia di Tony. Tony è forte, ruvida e sfuggente, protegge Jenny col suo amore di madre, per non farla sentire più incompleta di quello che già non sia. Ha evidenti problemi di salute e di crescita, Jenny, quella figlia imprecisa per una madre imperfetta, ancora bambina in un corpo da adolescente. Mariarca è la madre colpevole, che è scappata lontana da Napoli e dall’Italia per arrivare in un continente terra di tutti e di nessuno, dove ricominciare tutto da capo. Lei, la “strega”, straordinariamente devota e attaccata alle proprie radici, nonostante tutto, è la nemesi perfetta di sua figlia Tony, che arriva a rinnegare persino il suo nome, per lasciarsi il passato alle spalle, per svecchiarsi, per essere una del posto. Non ricorda il vero motivo del loro trasferimento. O fa solo finta di non ricordarselo.
Fois ci catapulta con un ritmo incalzante e, per questo, mai noioso, in un tempo lontano che brucia più della ferita sullo zigomo alto di sua figlia e che stenta a rimarginarsi. Perché i miracoli non salvano mai del tutto e questo Tony, Mariarca e Jennifer, seppur inconsciamente, lo sanno.
In un atmosfera ovattata e non per questo meno altalenante si susseguono culti religiosi, immagini e persone del passato, presente e, forse, anche da un probabile futuro, in un romanzo breve che ha le sue basi nei saggi antropologici che hanno individuato il culto della Madonna dell’Arco ad Adelaide. Strano, ma vero.

Marcello Fois, classe 1960, è nato a Nuoro, ma vive da anni a Bologna. Laureato in Italianistica, è un autore prolifico, non solo in ambito letterario in senso stretto, ma anche per teatro, radio e fiction televisiva. Negli anni pubblica con Einaudi, Frassinelli, Marcos y Marcos e altri. Tra i suoi scritti ricordiamo: “Sempre caro” (Premio Scerbanenco – Einaudi, 1998); “Dura madre” (Einaudi, 2001); “Memoria del vuoto” (Premio Super Grinzane Cavour e Premio Volponi – Einaudi, 2007); “Nel tempo di mezzo” (finalista al Premio Strega – Einaudi, 2012); “Luce perfetta” (Einaudi, 2015). “Ex voto” è il primo suo romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, edito da minimum fax. Il suo sito è: http://www.marcellofois.it.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Nebbia – Massimiliano Franchetto

18 dicembre 2015 by
boldini

Boldini – Ritratto La Contessa Speranza

Era una di quelle grigie mattine di fine novembre, di quelle in cui la nebbia, che a Mantova fa parte dell’arredo urbano, non sembra avere nessuna intenzione di alzarsi. Un sole malato stentava a filtrare dalla coltre lattiginosa, mentre la città, come ogni giorno, iniziava i suoi riti fatti di caffè e di saracinesche che si alzano nella speranza che la Crisi, quella che si scrive con la “C” maiuscola di fronte alla quale gente con tre lauree ha dato prova di criminale incompetenza, passasse rapidamente.
Ero reduce dal turno di notte, tuttavia l’abitudine di fare due passi in centro dopo aver passato un paio d’ore a leggere, era più forte della stanchezza o delle condizioni metereologiche, per cui, barcamenandomi tra plotoni multietnici di studenti che si affrettavano per non arrivare in ritardo a scuola, commesse impomatate che sfilavano impeccabili per corso Umberto con gli occhi fissi sui loro smartphone e impiegati di banca che uscivano dai bar come se fossero stati impegnati a salvare il pianeta, mi avviai verso piazza Sordello, in modo da rispettare la regola autoimposta dei quattro chilometri quotidiani.
La adoravo, con quella leggera salita che conduce verso il Duomo e con le arcate quattrocentesche di Palazzo Ducale, sempre pronte a ricordare il passato glorioso della mia piccola città.
Ma il punto che forse più mi affascinava era il campanile del Duomo, un torrione romanico, non troppo alto con una nicchia ospitante una testa di donna, forse il frammento di un’antica statua romana: una sorta di rievocazione del mito della Grande Madre messa su quello che in epoca medievale era l’edificio più alto della città per sorvegliarla e proteggerla.
Mi piaceva fermarmi a fumare una sigaretta sotto alle arcate di Palazzo Ducale, osservando la piazza animarsi stancamente, tra stranieri diretti in questura e qualche sporadica comitiva di turisti.
Nonostante fossero ormai le nove passate, la nebbia non si era minimamente diradata, al punto che persino la sommità della Torre della Gabbia si distingueva a fatica e gli sporadici passanti assumevano i contorni di figure spettrali.
Oggi non vediamo il sole, mi dissi spegnendo stancamente il mozzicone.
In quel momento un brivido mi attraversò la schiena, uno di quei brividi che non hanno nulla a che fare con la temperatura. Mi voltai di scatto e notai due donne provenire dall’ex Mercato dei Bozzoli.
Una delle due catturò immediatamente la mia attenzione, forse per il fatto che era bellissima o perché sembrava emanare qualcosa di… speciale. Sembrava poco sotto la quarantina, capelli biondo scuro, viso affilato con due occhi che ricordavano il colore del cielo di quella mattina e parlava fittamente in russo con la sua amica, che invece aveva più l’aria della classica matrona dell’Est.
Tuttavia, mi parvero vestite in modo troppo elegante per essere semplici badanti, soprattutto la bionda, con i suoi immacolati jeans di marca, gli stivali e la borsetta griffata.
Avanzarono di buon passo verso l’arco che divideva la piazza da via Cavour, così, spinto da non so quale impulso, le seguii, tenendomi a debita distanza.
In piazza Broletto si salutarono e si divisero: fortunatamente la matrona si avviò verso via Ardigò, quasi come se il Destino, ironico come sempre, avesse voluto farmi credere di poter tentare un approccio con la più bella delle due che, senza sapere perché, soprannominai subito “la contessa”.
Spinto dalla fantasia iniziavo già a costruire ipotetiche storie su di lei. Forse era l’ex moglie di qualche miliardario e poteva permettersi di sperperare il suo assegno mensile venendo a fare shopping in Italia, mentre lui se ne stava a Londra, spaparanzato sul sedile posteriore di una Bentley, fingendo di vendere gas uzbeko dal suo IPad… Oppure era un’ex spogliarellista che aveva accalappiato qualche produttore di salumi della provincia ed aveva passato la notte in città a spassarsela con il suo amante, che certamente aveva dieci anni meno di lei…
Nella mia mente bacata tutto era possibile, anche se, tra tutte le ipotesi, comprese quelle apparentemente più strampalate, esclusi immediatamente che si trattasse di una escort: troppo avanti con gli anni, nonostante fosse bellissima.
Attraversò piazza Mantegna con un passo da bersagliere, si voltò di scatto e si infilò in un bar. Probabilmente si era accorta del sottoscritto.
Che fare? Tirare dritto e lasciar perdere tutto, mettendosi la sua immagine alle spalle con un sospiro o entrare per vedere la sua reazione, magari rimediando l’ennesima figura da imbecille con una donna?
Optai per questa soluzione, ripetendomi che al massimo mi sarei limitato a fingere di leggere i giornali lanciandole di tanto in tanto qualche occhiata, solo per imprimermi il suo volto nella memoria.
Entrai, senza riuscire a vederla tra gli avventori al bancone. Strano, non poteva essersi volatilizzata così, pensai, a meno che non sia andata alla toilette… Ormai ero lì, quindi ordinai un caffè e presi di mira la Gazzetta dello Sport su uno dei tavolini. Della Contessa nemmeno l’ombra, quindi terminai in fretta il mio caffè, pagai ed uscii, con la sensazione di dovermene tornare a casa con le pive nel sacco.
Accesi una sigaretta e mi avviai per corso Umberto Primo, cercando di distogliere i miei pensieri da quello strano incontro, quando, come per magia, me la ritrovai davanti, intenta a studiare la vetrina di un negozio d’abbigliamento.
Ora o mai più, mi dissi sperando che parlasse un inglese decente. Dovevo solo percorrere una trentina di metri con tutta calma, avvicinarmi e buttare lì una frase adatta alla situazione: una frase che fosse contemporaneamente garbata, ironica e originale, in modo da non apparirle né il classico molestatore all’ultima spiaggia, né un Dongiovanni da strapazzo e né tantomeno un potenziale spasimante. In fondo la mia attrazione per lei nasceva solamente dalle mie fantasticherie, dal personaggio che le avevo costruito sopra, indiscutibilmente alimentato dal suo fascino quasi rétro
In quel momento due corrieri indiani attraversarono la strada trainando i loro carretti stracarichi di scatoloni, che si rovesciarono rotolando fin quasi ai miei piedi, costringendomi ad effettuare una sorta di gimkana tra bestemmie in una lingua incomprensibile e pacchi sparsi ovunque.
Ovviamente la contessa era, nel frattempo, sparita dalla mia visuale.
Provai a gettare un’occhiata in via Oberdan: nulla.
Pazienza, mi dissi, si vede che doveva andare così.
Guardai l’ora: quasi le dieci, tanto valeva tornarsene a casa.
Alla fine di corso Umberto notai un negozietto di orologi usati e antiquariato, di cui non conoscevo l’esistenza. Probabilmente aveva appena aperto, dato che ormai, a causa della Crisi, i negozi del centro aprivano e chiudevano nel giro di sei mesi.
Diedi un’occhiata alla vetrina ed un oggetto colpì subito la mia attenzione: un Omega Speedmaster a carica manuale, come quello indossato dagli astronauti al tempo del primo sbarco sulla Luna.
Pur sapendo di non potermelo permettere, entrai per chiedere il prezzo.
-Buongiorno.- Mi accolse il titolare, un tizio un po’ effeminato con gli occhiali e l’aria di trovarsi lì per espiare chissà quale colpa.
-Salve, volevo sapere il prezzo dell’Omega in vetrina…- Mi bloccai di colpo.
Sulla parete di fianco al bancone avevo notato una fotografia in bianco e nero, incorniciata: un ritratto di donna dei primi del ‘900. Una donna che riconobbi subito, nonostante il vestito e l’acconciatura. La targhetta posticcia applicata alla cornice diceva “contessa Alexandra Petrovna Kyiviatna (1878-1918).
-Lo Speedmaster appartiene ad una serie celebrativa prodotta nel ’79, per il decennale dello sbarco sulla Luna…- Iniziò il titolare effeminato prendendo l’orologio dalla vetrina per mostrarmelo in ogni dettaglio.
Ma io non lo sentivo più, dato che stavo fissando la fotografia come se fossi stato ipnotizzato.
-Tutto bene?- Mi chiese, forse sconcertato dalla mia espressione.
-Sì.- Risposi tentando di riordinare le idee. – Ho solo visto un fantasma.-

(Mantova, Dicembre 2015)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.

:: Di impossibile non c’è niente, Andrea Vitali, (Salani 2015), a cura di Viviana Filippini

18 dicembre 2015 by
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Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali, edito da Salani, è un libro per bambini, ma anche per adulti che, grazie a questa divertente e curiosa storia, potranno recuperare quella spensieratezza fanciulla, troppo spesso dimenticata una volta diventati grandi. La vicenda, narrata dallo scrittore nato sul lago di Como, ha come sfondo una tranquilla, ma allo stesso tempo originale, casa di riposo per anziani, nota con il nome di Ospizio Vistalago. Qui si è ritirato Babbo Natale e, accanto a lui, ci sono i tanti altri amici e personaggi della tradizione: i Sette Nani, il Topolino dei Denti, la Cicogna che Porta i Bambini e la Befana. Perché sono in questo posto? Semplice. La vita delle persone si è trasformata a tal punto che, certe abitudini del passato sono cadute nel dimenticatoio per sempre. A smuovere Babbo Natale e i suoi compagni dall’armonioso, ma anche un po’ monotono, torpore della casa di riposo, è l’arrivo di una letterina. A scriverla il bambino Gelso, il quale chiede aiuto a Babbo Natale, perché lo stupendo boschetto davanti a casa sua rischia di essere abbattuto. Motivo? L’intento dei grandi è di eliminare il bosco fatto di alberi sui quali nascono fragoline meravigliose per costruirci case, altri palazzi e ancora case. Leggendo le parole del bambino Gelso, Babbo Natale sente rinascere in lui la voglia di agire e di fare il bene per il prossimo. Questa forza rinnovata, un poco alla volta, coinvolgerà anche tutti gli altri ospiti dell’ospizio, che metteranno da parte i loro acciacchi per aiutare il piccolo Gelso. Recuperando la vitalità di un tempo, Babbo Natale e i suoi amici, con le loro eroiche gesta, dimostreranno che bastano pochi, semplici gesti per rendere davvero felici i bambini. Andrea Vitali crea una favola per i piccoli lettori nella quale la magia e la fantasia faranno sognare i bambini, portandoli in un mondo nel quale tutto è possibile se lo si desidera con tenacia. Allo stesso tempo, l’intreccio narrativo creato dall’autore ha la potenza comunicativa tipica del romanzo per adulti, perché spinge il lettore (adulto o bambino che sia) a riflettere sul valore delle tradizioni e su quanto sia importante mantenerle vive, trasmettendole nel tempo. Di impossibile non c’è niente di Andrea Vitali è una storia di Natale dove ci si diverte e si ride in compagnia di Babbo Natale e dei suoi compagni ma, allo stesso tempo, il libro ci invita a non dimenticare quegli usi e costumi tramandati di generazione in generazione. Illustrazioni Fabiana Bocchi

Andrea Vitali da ragazzo voleva fare il giornalista, ma poi suo padre l’ha convinto e, dopo aver fatto lavoretti come andare a leggere i contatori dell’acqua, consegnare i certificati elettorali, lo scrutatore nei seggi elettorali e il contadino, ha finito per fare il medico. È nato a Bellano, sul Lago di Como, ed è proprio lì che, ispirato dal denso odore di spezie dell’acqua immobile e scura, ha cominciato a scrivere romanzi, e non si è più fermato. Ha scritto più di venti libri per adulti che hanno venduto oltre tre milioni di copie, ma è solo da qualche anno che ha cominciato a dedicarsi anche ai ragazzi, imparando a farsi amare da intere generazioni. Il successo però non gli ha dato alla testa e continua a vivere, sognare e scrivere nella sua Bellano, inebriato dall’aria del lago di cui profumano tutti i suoi romanzi. Il suo sito ufficiale è: www.andreavitali.info

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Salani.

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:: Sotto una buona stella, Richard Yates, (minimum fax, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2015 by
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Sotto una buona stella  (A Special Providence, 1965, 1969) è il mio primo Yates, il mio approccio con questo scrittore, che già di per sè dovrebbe far tremare le vene ai polsi a qualsiasi lettore abbia intenzione di approfondire la cosiddetta letteratura alta, poco commerciale, quasi per adepti. Forse è una scelta azzardata. Revolutionary Road, il suo libro più noto, sarebbe stata una scelta più canonica, e io mi sono rifiutata pure di vedere il film, almeno non prima di aver letto il libro. E questa occasione non si è mai presentata. Non l’ho mai cercata, è più corretto dire.
Sotto una buona stella è dunque una divinità minore nel pantheon yatesiano. Ma sempre di divinità si tratta. Critiche tiepide al suo apparire, poco calore dal pubblico (ricordiamo Yates è per adepti), un certo ripetersi di temi che sembrano totemici per questo autore, ripetuti senza vincoli di continuità, e espressi quasi in tono minore. Che dire Yates o lo si ama o lo si odia. E’ difficile dire ni, mi piaciucchia. E anche chi lo odia deve riconoscere che è uno scrittore notevole, forse solo i temi appunto che tratta possono scoraggiare o apparire indigesti.
La mia totale ignoranza sulle sue opere (è difficile non aver sentito parlare di Yates) mi impedisce di fare seri raffronti (anche solo nella mia testa) e mi spinge a usare la prefazione di Francesco Longo e i cenni biografici di Andreina Lombardi Bom (che è anche la sensibile traduttrice del testo) come due mappe astrali (restando in tema di stelle). L’ignoranza però non viene sempre per nuocere, anzi, in questo caso, mi permette uno sgurado scevro da scorie, preconcetti, o idiosincrasie.
Yates è un autore difficile, non perche sia particolarmente oscuro o contorto, (la sua scrittura è piuttosto limpida e lineare, classica se vogliamo), ma per i temi che affronta, altamente autobiografici (se non psicoanalitici). Il suo realismo, perchè di realismo si è parlato, non tende all’ autoassoluzione o alla catarsi. E’ spietato, essenziale, (alcuni ritengono abbia portato al minimalismo) e senza dubbio americano. Non disdegna le parti sgradevoli, spoglia i suoi personaggi e ce li presenta nella luce peggiore.
Non è un realismo moralista. Si tiene ben alla larga da giudizi di merito o condanne preventive. Forse è condannato e contaminato da una certa freddezza che rende difficile parteggiare per i suoi personaggi. Anche nel finale, che non anticipo, ma che dovrebebre essere il culmine della nostra empatia verso Alice Prentice (la madre) e quasi invece lo accogliamo come una sorta di liberazione.
Piacevoli però i corsi e ricorsi, e la struttura circolare. Inizia nel prologo con madre e figlio che vanno a cena (crocchette di pollo, faccio finta di ascoltarti, etc.) e si ripete quasi identica nell’epilogo con Alice e l'”amica” Natalie Crawford a parti invertite.
Sotto una buona stella è un romanzo senza eroe, dunque, e Robert Prentice (il figlio) se ne accorge suo malgrado (in guerra) di non averne la vocazione. Ma Alice Prentice al contrario è titanica nel suo fallimento, nelle sue aspirazioni tradite, nel suo coraggio sprecato, nel suo amore per il figlio. E’ un personaggio da tragedia greca a cui si perdona egoismo, grettezza, e superficialità, tanto il suo sogno e le sue illusioni sono alte e incontaminate.
La pochezza (di ambienti, destini, talento) che la circonda non la sfiora e non l’annienta. Ha una fiducia incondizionata nel futuro e nelle sue possibilità e quasi rimpiangiamo di non potere vedere la sua faccia e conoscere i suoi pensieri dopo l’ultima lettera, con vaglia accluso, del figlio. Ma se tanto ci da tanto, non accetterà come una sconfitta neanche quella ennesima beffa del destino. Se Yates è realista, Alice Prentice è l’irrealtà fatta donna, con buona pace del sogno americano.
Un gigante e soprattutto un maestro per generazioni di scrittori.

Richard Yates (1926-1992) dopo una vita avara di successi e diversi anni di ingiustificato oblio, è stato recentemente scoperto come una delle voci più significative della letteratura americana del Novecento: la sua scrittura cristallina e spietata ha anticipato il realismo di Raymond Carver e Richard Ford, e oggi viene ammirata da narratori come Nick Hornby, Michael Chabon e Zadie Smith. Yates è autore di nove libri, fra cui la raccolta di racconti “Undici solitudini” e i romanzi “Easter Parade” e “Disturbo alla quiete pubblica”, tutti editi in Italia da Minimum Fax, che sta ripubblicando la sua opera Omnia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

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:: I venerdì da Enrico’s, Don Carpenter (Frassinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 dicembre 2015 by
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Don Carpenter non ebbe in vita il successo che si sarebbe meritato, questo è un dato di fatto. Triste. Sì, molto triste se pensiamo che ancor oggi lo si cita  sempre partendo dalle cause della sua morte, cosa che non farò, perchè per me era e resta un autore starordinario che merita di essere ricordato più per i suoi romanzi, per i suoi racconti, per le sue sceneggiature (il suo incontro con Hollywood gli ha permesso di scrivere pagine  memorabili e inconsuete  sulla vita di scrittori, agenti, editori della Mecca del cinema, che già da sole meritano il prezzo del viaggio) che per il resto. Lasciò incompiuto un romanzo, Fridays at Enrico’s e solo grazie a Jonathan Lethem, che l’ha editato (sfoltendo qualche ripetizioni e giusto aggiungendo qualche pagina) e finito, è stato pubblicato nel 2014 da Counterpoint Press.  In italia è arrivato grazie a Frassinelli, nella traduzione lucida e asciutta di Stefano Bertolussi.  Mai una parola banale, mai un periodo privo di ripercussioni sul resto del testo e sull’animo del lettore, e molto è sicuramente merito di Lethem. Aveva un diamante ed è riuscito a tagliarlo alla perfezione. Quindi se di Carpenter non potremo leggere più nulla, di Lethem siamo ancora in tempo, e forse è questo il vero  splendido regalo postumo, che ci ha fatto generosamente Carpenter, oltre al suo libro. I venerdì da Enrico’s parla di scrittori, di libri, di carriere, di matrimoni, della scintillante stagione del Beat Generation vissuta a San Francisco ma non dalle star del movimento: Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Mailer.  No, i nostri eroi sono altri, scrittori che vedono il loro maggior momento di gloria vendendo un racconto a Playboy, scrittori che ci mettono anni a scrivere il Romanzo capace di vedere cambiare le sorti della letteratura, per poi non pubblicarlo mai, venendo in extremis rincorsi da Hollywood per progetti che mai si realizzeranno, scrittori dotati di talento non ostante si mantengano facendo i ladri d’appartamento, e la cui tappa obbligata sia il carcere, scrittori che riescono ad amare i propri cari solo scrivendone su libri che scalano le classifiche.  Scrittori che Carpenter ha conosciuto, o che gli permettono di parlare di sè. Di quanto scrivere a volte sia più una maledizione che un dono, perchè uno scrittore ha bisogno di spazio, di silenzio, di estraniarsi e non essere interrotto, e questo quasi mai si concilia con le dinamiche familiari. Non ostante le ombre però la comunità degli scrittori sembra davvero un mondo a parte e Carpenter ce lo fa sentire così vicino e luminoso, un mondo di persone eccezionali pur nelle loro debolezze e fragilità.  I venerdì da Enrico’s  è questo e molto altro: è la neve che cade in Oregon, è girare il mondo in barca a vela, è un’adolescente alta e bellissima che guarda i suoi genitori non più insieme, è un bar dove bere un Lemon Hart, è un appartamento arredato in modo monacale, è una piscina in cui nuotare e prendere il sole nudi sotto il sole di Hollywood.  E’ difficile non innamorarsi di Charlie e Jaime, non parteggiare Stan Winger, quando impara a memoria il suo primo romanzo nella sua cella di isolamento, non rattristarsi per Dick Dubonet quando il padre naturale viene a riprendersi il figlio e Linda McNeill lo abbandona.  Che dire I venerdì da Enrico’s è un libro scintillante come i festoni a Natale, che si rilegge anche volentieri quando già si sa che finirà da Enrico’s a bere e sbronzarsi in solitudine. Perchè si è soli, sembra dire Carpenter, nonostante i figli, le storie d’amore che sembrano mai finire anche quando sono finite, i personaggi immaginari dei propri libri. E nonostante  questa nota di tristezza non si riesce a non sorridere e a complimentarsi con il destino che ti ha fatto incontrare un libro simile.

Don Carpenter nacque a Berkeley, California, nel 1931. Durante la Guerra di Corea si arruolò in aviazione. Al ritorno in patria si stabilì a San Francisco. Autore di dieci romanzi e numerosi racconti, fu molto apprezzato dalla critica e dai colleghi scrittori ma non ottenne mai successo di pubblico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si guadagnò da vivere scrivendo per Hollywood. Segnato da gravi problemi di salute, morì suicida nel 1995. I venerdì da Enrico’s è il suo ultimo romanzo, incompiuto e inedito fino al 2014, quando Jonathan Lethem ha deciso di portarlo a termine e pubblicarlo. La critica lo definisce già un classico moderno. Come Stoner di John Edwards Williams.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Lucia dell’ Ufficio Stampa Frassinelli.

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:: Nonostante tutto, Francesca Vignali Albergotti, (Fazi 2015) a cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2015 by
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Nonostante tutto è il titolo del romanzo d’esordio di Francesca Vignali Albergotti, pubblicato da Fazi editore. La storia ha una trama che paragonerei ad un gustoso e sfizioso minestrone, perché quello che l’autrice mette sulla carta, non è una vicenda dove il protagonista è uno solo. Quello della scrittrice, originaria di Verona, è un romanzo corale. Dodici sono i personaggi che caratterizzano la dozzina di storie presenti in questo libro e, tutti, sono lo stereotipo, o forse sarebbe meglio dire, la “macchietta” dei tanti comportamenti che caratterizzano la nostra specie umana. Le diverse creature letterarie sembrano essere le une indipendenti dalle altre, invece, la Albergotti costruisce un impianto narrativo nel quale tutti i suoi personaggi, apparentemente slegati tra loro, diventano protagonisti di un’unica storia, nella quale sottili fili, quasi invisibili, informano noi lettori dei legami esistenti tra i vari attori narrativi. Tanto per farvi un esempio, il romanzo si apre con Susy, una donna di mezza età che si mantiene in forma e al passo con i tempi. Accanto a lei, il nuovo marito Carlo, un tipo che dimostra di essere infallibile con il gentil sesso. Quest’ultimo ha un figlio, Leonardo, depresso e abbattuto, pronto a guarire grazie all’aiuto di Paola, una psicologa professionista, innamorata persa del paziente omosessuale. Paola è sposata, ha due figli (Camilla e Gianmaria) che, all’apparenza, non dimostrano problemi e un marito, Edoardo, perfetto ingegnere. Potrei fermarmi qui, ma è giusto che vi faccia conoscere anche gli altri protagonisti. Così, Edoardo, non abbastanza soddisfatto della propria vita coniugale, ha un amante, Rebecca, ex fidanzata di Andrea, che si è già pentito di averla lasciata per Irina. La straniera Irina pensa con nostalgia a Peppe, un ricco imprenditore, pure lui sposato con Gloria. Più ci si addentra nella storia, più l’autrice porta chi legge dentro a vite che, dietro una superficie di luccicante perfezione, dimostrano una fragilità estrema e incombente. Si viene a sapere come certe donne di mezza età pensino più al botulino, che al marito (fardello) malato di demenza senile. Ci son adolescenti infelici di se stessi e del proprio fisico, pronti a tutto pur di raggiungere il peso perfetto. Vicino a loro, futuri padri pronti ad amare il proprio pargolo, ma pentiti di essersi innamorati di una donna che è pura forma e zero sostanza. E che dire dei furbetti che si sono arricchiti con giochetti loschi, senza rendersi conto che, come ricorda un noto detto popolare: “le bugie hanno le gambe corte”? Questo romanzo di vita si inoltra nella profondità dell’animo umano e ci spiazza mostrandoci le paure, le ossessioni, la voglia di riscatto da una vita non felice e la fragilità caratteriale che contrassegna tutti i diversi personaggi. I protagonisti sono “tipi” umani minati dalla solitudine, dall’incapacità di essere sinceri con se stessi e con il mondo che li circonda. Ognuno di loro è come bloccato e incapace, non si sa per colpa di chi o cosa, a comunicare e ad esternare il proprio malessere. In Nonostante tutto, le creature della Albergotti sono lontane tra loro e sono individui così strambi da sembrare quasi surreali, ma se provassimo a metterli in relazione alla nostra vita reale, ci renderemmo contro che, forse, nonostante tutto, tanto diversi da noi non sono.

Francesca Vignali Albergotti, nata a Verona, ha vissuto a Bologna e negli Stati Uniti prima di trasferirsi ad Arezzo, dove vive in una grande dimora-albergo risalente al 1100, dopo aver sposato un uomo che è anche un marchese. Amante della musica, legge molto e dorme poco, cucina e scrive ossessivamente.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Fazi.

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:: Benzine, Gino Pitaro (Ensemble, 2015) a cura di Valeria Gatti

13 dicembre 2015 by
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“ … c’è una teoria che dice che anche i più piccoli avvenimenti possano insegnarci qualcosa … magari ciò che ci riesce nella vita, anche le cose più piccole, hanno un senso nella nostra esistenza, se le sappiamo leggere senza superstizioni …”

Nel lontano 1929, pochi anni prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, a Sacile, ridente cittadina friulana incorniciata dalle acque del Livenza e divenuta Città decorata al Valor Militare per la Guerra di Liberazione per la sua fervida attività partigiana durante il conflitto bellico, Pier Paolo Pasolini non superò la prova di italiano necessaria per accedere al ginnasio. Chissà cosa pensò il giovane Pasolini vedendo in rosso, probabilmente, il suo nome nella tabella esposta sul vetro della scuola. Forse si sentì inadeguato al ruolo che egli voleva ricoprire, forse provò rabbia e dentro di lui nacque un sentimento di profonda ingiustizia verso chi non riconosceva il suo talento. Sicuramente non si fece abbattere da quell’ostacolo perché si presentò per l’esame una seconda volta e lo superò. Il resto divenne storia e lui e le sue opere, amate e odiate, osannate e condannate, formarono parte della nostra cultura.
E, il Pasolini della periferia di Roma, lui che si accontentava della sua passione, che sospettava dei neonati borghesi del dopoguerra, gli stessi perbenisti che puntavano il dito su lui e sulle sue opere, per molti aspetti, si incarna delicatamente in Luigi, il protagonista del nuovo romanzo di Gino Pitaro “Benzine” pubblicato dalla Edizione Ensemble.
Luigi è un ragazzo come tanti. Uno di quelli che non può contare sul conto in banca dei genitori per ottenere il dottorato. Uno di quelli si butta nella giungla dei precari con l’innocenza di un bambino. Uno che non si spaventa di fronte alla dura ed estenuante vita del pendolare che non sa quando partirà né tantomeno se e quando arriverà a destinazione. Uno che non smette di sognare e che, nonostante tutto, ha la capacità di accettare il suo non perfetto presente col sorriso.
Lo sfondo narrativo è quello della periferia romana moderna con i suoi palazzi fatiscenti in cui vige il divieto assoluto alla debolezza, nella quale anche il degrado diventa una solida abitudine, il tutto condito da una spiccata ironia che si respira nelle avventure del protagonista, nei brevi dialoghi e nei lunghi confronti che Luigi ha con gli amici che crede intimi e fidati, negli scambi di messaggi di circostanza tra lui e gli sconosciuti invisibili che appaiono sulla sua strada.
Un romanzo scritto da una penna calda, ironica, leggera e precisa che oltre ad aprirci le porte della Roma di periferia con i suoi tanti contrasti attraverso la voce di Luigi, offre numerosi spunti per osservare meglio la nostra società.
Un viaggio lungo attraverso il mondo dell’istruzione, nel quale è sempre più complesso dimostrare le proprie capacità:

… senta, tra noi assistenti se ci conosciamo ci vogliamo mangiare vivi, se non ci conosciamo ci ignoriamo … stiamo preparando un concorso, seguire voi che avete già il fiato sul collo su di noi e che anzi ci sopravanzate è un peso … non so se mi spiego …”

Una ricca e a tratti divertente analisi della vita lavorativa, precaria e logorante:

“ … la parola che apre le porte del primo articolo della Costituzione è CALL CENTER… una volta ho saputo di uno che offriva chiarimenti in merito alla Costituzione. Il top credo sia rispondere per venti centesimi a chiamata (lordi) a una persona che ti chieda delucidazioni riguardo all’articolo primo …”

E sotto la crosta delle vicende quotidiane, si celano altri importanti messaggi, diretti e sempre attuali, come quello dell’integrazione culturale e razziale : “… non sappiamo se la nostra bandiera sia verde, bianca e rossa o blu, gialla e rossa …”, dell’amicizia che tradisce i sentimenti “ … cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? …” dell’amore che nasce inaspettatamente “ … a proposito, adesso facciamo coppia …”.
La scelta stilistica di affidare il compito della narrazione al protagonista rende “Benzine” una sorta di diario speciale nel quale le riflessioni vengono trattate con impegno e semplicità e nel quale ogni pagina nasconde una semplice e grande verità.

Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia il 7 luglio 1970. Nel suo percorso svolgevarie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz. Benzine è il nuovo romanzo.

Source: omaggio dell’autore.

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:: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni, 2013) a cura di Federica Guglietta

12 dicembre 2015 by
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Chi mi legge da tempo su Liberi di Scrivere avrà notato che nelle mie letture tendo a prediligere le raccolte di racconti. A dire il vero, quasi tutto il 2015 è stato per me l’anno delle raccolte di racconti. Non solo, certo, ma in larga parte. Ecco, allora altro giro, altra raccolta, altra recensione.
Prima di parlarvi di “Un terribile intanchesimo e altri rattonchi”, però, vorrei fare una cosa che, di solito, non mi era mai capitata: presentarvi prima la casa editrice che lo ha pubblicato, Gorilla Sapiens Edizioni – piccola casa editrice indipendente romana che seguo da un anno e più tramite social e che ho avuto modo di apprezzare durante l’ultima edizione di Più Libri Più Liberi a Roma, evento a cui ho partecipato per il nostro blog collettivo, come già accennato qui, e che merita un articolo a parte, quindi direi che sì, sia proprio arrivato quel momento, provvederò. Gorilla Sapiens pubblica per lo più narrativa e tantissimi scrittori interessanti, innovativi e imprevedibili.
Pare sia proprio il caso di Carlo Sperduti che con la sua raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” ci offre 125 pagine da leggere in quelle giornate proprio no, in cui tutto sembra andare storto, quel maledetto giorno in cui persino il cane del portiere del condominio in cui vivete da trent’anni pare avercela con voi, sì, proprio quella mattina in cui l’unica cosa buona da fare sarebbe rinfilare la testa sotto quattro cuscini e dormire fino al giorno dopo. Ecco che, in emergenze come queste, subentra il libro di Sperduti o Loris D. Crepatu o Dr. Luce Spiratu o Ciro Del Raptus o Normanno Calvadòs.
Insomma, chiamatelo come più vi aggrada, ma aprite il suo libricino ed immergetevi nella lettura. Il vostro umore, sicuramente, ne gioverà. O ne uscirete più arrabbiati di prima e allora avrete tutto il sacrosanto diritto di prendervela prima con la sottoscritta e poi con l’autore, anche se difficilmente potremmo provvedere ai vostri danni morali, vi conviene fidarvi a scatola chiusa del consiglio di questa recensione.
Protagonisti dei racconti le più improbabili anime che potrebbero trovarsi su questa terra: una “Giorgia a caso” con una personalità davvero “a caso”, per esempio. Una cena a quattro “Nonostante Eleonora”, perché proprio quel “nonostante” sta a voi scoprirlo. Il mistero irrisolvibile di un “nano seduto”. La storia di un “turuttuttù nairananài” ossessivo compulsivo ripetuto nella testa di una donna e poi del suo dottore, e tante altre storie.
Un libro da leggere assolutamente per migliorarsi la giornata con sferzante ironia, pastiche letterari e paradossi inaspettati.

Carlo Sperduti, classe 1984, vive e scrive a Roma, dove si occupa di eventi e laboratori letterari. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili e Zero91.
Per Intermezzi Editore ha pubblicato “Caterina fu gettata” nel 2011, “Valentina controvento” nel 2013 e “Ti mettono in una scatola” nel 2014.
“Un terribile intachesimo e altri rattonchi” (dicembre 2013) è il suo primo libro edito da Gorilla Sapiens Edizioni. Sempre per Gorilla Sapiens pubblica “Lo Sturangoscia” (2015), romanzo scritto a quattro mani insieme a Davide Pedrosin.
Uscirà prossimamente il suo “Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario”.
Il suo blog è: http://carlosperduti.wordpress.com

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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