:: 2016 Edgar Allan Poe Awards: i vincitori

29 aprile 2016 by

Mystery Writers of America is proud to announce, as we celebrate the 207th anniversary of the birth of Edgar Allan Poe, the Nominees for the 2016 Edgar Allan Poe Awards, honoring the best in mystery fiction, non-fiction and television published or produced in 2015. The Edgar® Awards will be presented to the winners at our 70th Gala Banquet, April 28, 2016 at the Grand Hyatt Hotel, New York City.

Rullo di tamburi, ecco l’annuncio ufficiale. Siete curiosi? L’Edgar è forse il premio più importante e interessante per gli amanti della Mystery fiction. Quest’anno c’erano diversi libri che conoscevo, per cui è stato anche più interessante seguire la premiazione. Megan Abbott non ha vinto con il suo “The Little Man” per la categoria racconti, piccola delusione, ma in compenso ha vinto King con il suo “Obits” – tratto da Bazaar of Bad Dreams, quindi non dite che King è un autore trascurato, snobbato dalla critica e gne gne, vince, vince sempre fuori e dentro le classifiche, e a proposito sto leggendo il suo libro e riserva davvero molte sorprese. Nella categoria miglior romanzo, haimè non vince Duane Swierczynski con il suo Canary (non ho proprio azzeccato un pronostico) ma Let Me Die in His Footsteps di Lori Roy. Ma bando alle ciance, andiamo alla lista completa dei premiati:

Best Novel
Let Me Die in His Footsteps by Lori Roy (Penguin Random House – Dutton)

Best First Novel
The Sympathizer by Viet Thanh Nguyen (Grove Atlantic – Grove Press)

Best Paperback Original
The Long and Faraway Gone by Lou Berney (HarperCollins Publishers – William Morrow) Leggi il seguito di questo post »

:: La Forma Fragile Del silenzio, di Fabio Ivan Pigola (Edizioni della Sera, 2016) a cura di Gabriella Volpini

28 aprile 2016 by
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Ho un figlio di quindici anni, al quale una cugina insegnante consiglia le letture. E’ stata lei a segnalarmi questo romanzo. “Pensa al Giovane Holden” mi dice, “ma più verosimile. Cioè gli togli i lunghi monologhi e gli innesti l’umorismo“. Il mondo che disegna l’autore, infatti, è un mondo di cui l’intima fragilità splende anche di fronte alla durezza degli uomini.

«Nel mio mondo di mali inferiori, non faccio in tempo a trovare le risposte che già cambiano le domande. L’ultima l’ho sentita gridare a vocali stracciate da Tea, mia sorella, ed era una sola parola: perché. Con i perché riempi l’infanzia, o spezzi la vita agli adulti».

Il protagonista del romanzo ha sedici anni, un mattino scopre che l’udito si riduce e non c’è modo di tornare indietro. Allora che fa? Si adopera per vedere la perdita di uno dei sensi non come una tragedia ma come un cambio d’uso. Sullo sfondo ci sono interni familiari e uno splendido lirismo urbano, situazioni plausibili e una scrittura così bella da mettere in imbarazzo. Su tutto pesa la consapevolezza che i suoni spariranno, eppure non c’è traccia di resa. C’è piuttosto la robusta volontà di trasformare il guaio in qualcosa che guaio non è. E poi la scuola, gli amici, la chitarra, i dispetti, la solitudine, la scoperta dell’amore, consegnate senza stereotipi, senza addobbi e inutili dettagli, perché il dettaglio lo mette la fantasia del lettore catturato in una grande storia. Una storia di conoscenza e di ricerca interiore del sé attraverso un handicap che non è dolore, ma forza ribelle.

Storie di dolore ne leggiamo ogni due per tre, storie di zucchero per aspiranti diabetici anche; qui invece è tutto diverso, nuovo, visto con uno sguardo chiaro e pulito, che porta con sé i suoni insieme ai colori, alle sensazioni, all’animo degli uomini. Ho dato il libro a mio figlio che all’inizio non voleva saperne. “Hai una band,” gli ho detto, “anche qui ce n’è una” e forse un po’ l’ho incuriosito. Mentre leggeva ho pensato a Ingmar Bergman, al senso della felicità presente nei suoi primi lavori da regista. L’allegria si muoveva tra disastri e conflitti, e case calde e accoglienti sembravano dire che la felicità si può portare addosso anche in mezzo al nulla, e ricordarla, registrarla, per non perderla mai. L’adolescenza è l’età in cui lo scopri davvero, per quanto complessi ed ambigui possano essere i rapporti con gli adulti (nel libro non mancano confronti, imbarazzi, metafore esilaranti e sonore pernacchie). Ebbene, nonostante ciò, la loro scoperta nell’opera di Pigola non è cupa né grave. La vicenda ha i toni di un’alba, perché fino a quando credi in un sogno il giorno è tutto da vivere, gli occhi hanno sguardi di stupore e mai di congedo.
A fine lettura, mio figlio è venuto a cercarmi. “Mamma” ha detto, “è bello come un film“. Poi mi ha abbracciata. L’ho stretto forte e lui ha ricambiato, dandomi tutta la forza che non so mai di avere. Con la mente cono andata a pagina 82:
«L’abbraccio è un nodo che stringi a braccia intorno alla vita di una persona, è un dialogo di cuori che battono l’uno nel petto dell’altro, è uno scambio di protezione dato coi visceri, di muscolo. L’abbraccio è quando cadi dal mondo e qualcuno ti tiene saldo sui piedi, fermando l’equilibrio sul sentimento (…). Per questo la Terra è una sfera bislunga, con milioni di nuvole per la testa: molti l’hanno abbracciata sul serio. L’abbondanza di falsi non l’ha ingannata né scalfita, si è lasciata plasmare dalla verità. Con un abbraccio puoi esprimere il trionfo o gettarti tranquillo nel sonno, là dove gli incubi sono vinti dall’unione, perché la paura è codarda e teme chi la affronta in maggioranza». 

Ci sono romanzi che cambiano la vita. Questo è uno dei pochi.

Fabio Ivan Pigola a Milano, è responsabile di “kultural.eu” e ghost writer letterario. Studioso di scienze sociali, politiche e storiche, ha pubblicato i saggi Emancipazione della Ragione (Eclettica Edizioni, 2015), e Lo Spazio Spirituale (Solfanelli, 2015).

Source: acquisto del lettore, dopo segnalazione dell’insegnante.

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:: Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, Cees Nootboom, (Iperborea, 2016), a cura di Viviana Filippini

28 aprile 2016 by
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«La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Questo è uno degli insegnamenti di Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, scritto dall’olandese Cees Nooteboom e pubblicato in Italia da Iperborea. Il libro dello scrittore olandese è una sorta di lungo pellegrinaggio alla scoperta e al mantenimento vivo della memoria di poeti, scrittori e pensatori di diverse epoche storiche, attraverso la visita alle loro sepolture. Quello che Tumbas consente a noi lettori, è di esplorare attraverso l’esperienza personale dell’autore i luoghi di sepoltura delle personalità letterarie e culturali, narrate nelle pagine del libro. Le lapidi che lo scrittore incontra sul suo cammino non solo portano all’occhio di chi legge i dati anagrafici dell’intellettuale sepolto, ma le parole su di esse incise aiutano a conoscere lo scrittore defunto e un po’ di quello che fece in vita. Queste pietre sepolcrali sono come dei libri che Nooteboom “sfoglia”, per portarci a leggere e conoscere la tomba di Marcel Proust al Père Laschaise, o a camminare nella verde natura dell’isola di Samoa per visitare la tomba di R.L. Stevenson. Solitaria e raminga è la tomba di Italo Calvino, mentre quella di Leopardi è lì da secoli su una collinetta sopra Napoli. Tumbas parte dalle sepolture fisiche di questi uomini e donne di cultura, che l’autore stesso è andato a cercare, girando per il mondo. Ogni sepoltura, visitata e raccontata, trascina i lettori dentro gli universi intellettuali di persone che con il loro lavoro di penna, lettere e carta hanno influenzato e, in certi casi, cambiato la cultura e la società. Quello che emerge non è solo la scoperta dei luoghi, dove persone come Melville, Ezra Puond, Gregory Corso, Nabokov o Shelley e Keats sono sepolti. Il percorso compiuto da Cees Nooteboom è quello che permette a questi defunti letterati di rivivere non solo nei loro testi (poesie, romanzi, saggi scritti), ma anche nel ricordo di chi volendo, dopo la lettura del libro, potrebbe andare a rendere loro omaggio. L’autore non si limita a mostrarci e indicarci dove i sepolcri si trovano. No. Ogni tomba visitata scatena nello scrittore olandese pensieri, riflessioni e ed emozioni che ci fanno capire quanto importati sono stati per lui questi intellettuali. I corpi fisici dei tanti scrittori raggruppati nel libro di Nooteboom oggi non ci son più, ma la loro memoria rivive nelle loro eterne case di pietra e nelle opere che li hanno consacrati nella grande memoria del mondo. Tumbas di Cees Nooteboom è un libro che ci stuzzica ad andare a rileggere i testi dei vari scrittori protagonisti ma, allo stesso tempo, ci invita a mantenere viva la foscoliana corrispondenza di amorosi sensi con coloro che abbiamo amato o incontrato nel nostro cammino di vita. Intense e molto funzionali alla resa del libro e alla sua efficacia sono le foto fatte alle tombe da Simone Sassen. Traduzione Fulvio Ferrari.

Cees Nooteboom autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» (The New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di numerosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. Nato all’Aia ed eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le ultime sue opere pubblicate da Iperborea, Le volpi vengono di notteAvevo mille vite e ne ho preso una sola e Tumbas.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Intervista a Mimmo Oliva e Peppe Sorrentino per “Mi chiamo Thiago”, a cura di Irma Loredana Galgano

28 aprile 2016 by

thiago: Mimmo Oliva

Thiago è un personaggio dalle mille sfaccettature che compie il suo “viaggio” in Sud America. Perché avete scelto delle caratterizzazioni di stile al limite del caotico-confusionario?

Non vi è alcun dubbio che Thiago sia un personaggio dalle tante sfaccettature, e la provocazione del “caotico-confusionario” l’accetto ben volentieri. Noi abbiamo più volte sottolineato delle tante vite che raccontiamo, e nel farlo ci siamo resi conto che ognuna di queste è per forza di cose “non lineare”. Inoltre abbiamo provato a raccontare fenomeni di una società complessa, dove la linearità della trattazione avrebbe prodotto un effetto immedesimazione troppo limitativo. Abbiamo perciò scelto di risolvere la trama in modo decisamente insolito, dal disegno complesso, in modo da provare a sollecitare il lettore, cedendogli in cambio spazi in cui poter ricostruire antefatti, sviluppi, interconnessioni che, in questo modo, non sono presenti nel testo, ma compaiono alla fine della lettura. Proprio perché la struttura narrativa lo consente e, allo stesso modo, lo impone.

«Il viaggio di Thiago è soprattutto un percorso interiore, un percorso circolare di nascita, morte e rinascita.» Thiago lo possiamo metaforicamente vedere come l’incarnazione del “quarto stato”?

Bella domanda. E’ sicuramente un percorso tutto dentro se stessi ma lo sviluppo progressivo di ciò che viene fuori dal libro è quello di una nascita di cui non si può fare a meno (primordiale), una morte presunta e di una rinascita non scontata e che non sempre avviene. Il libro vive molto di metafore e quindi anche questa c’è, sottile a dir la verità e difficile da cogliere se non  a chi ha scritto il libro. Io personalmente mi sono immaginato un “quarto stato” che gira le spalle al Sistema, incurante di tutto, e non il contrario come ci si aspetterebbe. E questo non mi piace.

Nel capitolo Durango si alternano passi che parlano di cattedrali ad altri che narrano di fabbriche. Cosa accomuna e cosa divide queste due “istituzioni” della società moderna?

Durango è il capitolo che in qualche modo  raffigura un mondo, quello del lavoro, che in un certo qual modo, nell’immaginario collettivo, si svolge, o per dirla meglio, si svolgeva nella fabbrica. Alcuni decenni fa la fabbrica era considerato il luogo “del lavoro” per eccellenza, invalicabile per chi ne rimaneva fuori e per questo ambito e ciò che lì dentro succedeva spesso rimaneva un mistero, per omertà spesso ma per ragioni in parte diverse dall’oggi. Potremmo definirle “il grande ventre” che tutto inghiotte. Hanno avuto un destino comune, ma le cattedrali in senso lato sono archetipo del Sistema, e dunque le fabbriche sono state esse stesse cattedrali – è chiaro il richiamo – ed inevitabilmente sono state “dismesse”.

Mi chiamo Thiago è l’esordio narrativo della Polis Sa Edizioni. Qual è la vostra mission?

Riteniamo sia un momento particolare della nostra Storia, intriso di confusione e lotte di vertice che lasciano poco spazio alla vita reale delle persone e alla realizzazione non solo dei bisogni, ma anche delle idee – quelle poche che ci sono in giro – che soggetti “contrari” potrebbero portare in dote. Ma l’esigenza di far uscire le menti dalla clandestinità, valorizzare le eccellenze, è forte e costante. Il tentativo è creare uno spazio comune da poter “abitare” con libertà e magari in un futuro vivere in autonomia. Questa determinazione forte ha fatto sì che nascesse il magazine, il progetto editoriale, la rete diffusa. E’ difficile e complicato ma non proibitivo.

: Peppe Sorrentino

«Mi è pesata la non dimenticanza. Ricordare tutto, nel bene e nel male, attimo per attimo, è un peso insopportabile.» Si sente dire spesso che “gli italiani hanno la memoria corta”. È d’accordo con questa affermazione?

Dico di più: di corto hanno anche la vista. E mi pare pure che queste due caratteristiche, che assumono via via dimensioni sempre più importanti, siano correlate. Ma ho il timore che non sia solo un tratto nazionale.

Cos’è e cosa rappresenta realmente questo “Sistema” che incombe sul protagonista e sulla storia?

Il Sistema è la rappresentanzione incarnata di quelle contraddizioni che portano inesorabilmente al fallimento ogni progetto sociale, il cui primo e più pericoloso effetto è l’omologazione, la costruzione di catene, false verità nelle quali si vincola l’uomo. Necessità passate, presenti e future hanno imposto di costruire società sempre più complesse di individui, ma questa cosa – che stiamo provando a fare da lungo tempo – inevitabilmente, si trasforma in un fallimento: la costruzione, l’oppressione, la crisi economica ed occupazionale, finanche l’inquinamento e la distruzione dell’ecosistema sono alcuni dei fallimenti affrontati dal protagonista in questo suo viaggio a ritroso.

Lo Scuro, Il Biondo, Il Vecchio, Il Sorcio… sono personaggi secondari, ma soprattutto sono simboli. Di cosa?

Innanzitutto, il tratto comune è che i personaggi sono appena accennati nel flusso di memoria che accompagna il protagonista per tutta la durata del viaggio. Solamente uno di loro parla, mentre a tutti gli altri, che incessantemente compaiono, non è attribuito il diritto di parola. Questo perché, con le loro azioni, hanno deciso di essere ingranaggi del “Sistema”, ed in quanto espressione di altro le loro parole non possono trovarsi nel bagaglio che il protagonista vuole conservare e preservare, ma sono parte di quel ciarpame da cui deve liberarsi per poter a sua volta essere libero, ed il viaggio è proprio metafora di questa epurazione. Da qui si comprende che quegli stessi personaggi diventano simboli degli ingranaggi che garantiscono le dinamiche del Sistema, dinamiche familiari a chiunque e che chiunque può dire: quello lì lo conosco, si chiama…

Perché ha scelto di partecipare al progetto editoriale dell’associazione Polis Sa?

Il progetto editoriale nasce da molto lontano… sono passati esattamente dieci anni da quando con Mimmo ci siamo trovati a parlare di cose che, purtroppo, oggi sono molto più attuali di quanto non fossero allora. Nel frattempo le nostre strade si sono separate, pur rimanendo “correlate”. Quando ci siamo visti, un anno fa, avevamo fatto esperienze diverse, eppure molto simili. Abbiamo sentito un’esigenza comune, e da quel momento è nata la collaborazione con Polis Sviluppo e Azione: l’Associazione ha incubato alcune di quelle idee di cui parlavamo all’epoca e – tra le altre cose – il progetto editoriale di comunità, che è stato la culla di Thiago. E Thiago è la prima palestra di un’idea che ci accompagna da 10 anni.

:: IN POCHE PAROLE – Dal 13 maggio in libreria il nuovo progetto di Einaudi Ragazzi, a cura di Viviana Filippini

28 aprile 2016 by

freQuante volte noi lettori avremmo voluto leggere uno dei romanzi considerati classici della letteratura mondiale, ma tra una cosa e l’altra non ci siamo mai avvicinati alle loro pagine? A me è successo alcune volte, ma oggi, per avvicinare ai classici letterari i giovani lettori e anche gli adulti, la casa editrice Einaudi Ragazzi ha creato l’interessante progetto IN POCHE PAROLE”, una nuova collana di libri che con una modalità inedita aiuterà il lettore ad avvicinarsi ai grandi nomi e alla letteratura dei classici. La collana metterà radici nelle librerie il 13 maggio, lo stesso giorno in cui sarà presentata la Salone del libro di Torino, e permetterà a tutti coloro che non si sentono “forti lettori” di conoscere e scoprire i testi inseriti nell’ olimpo della letteratura mondiale. I libri della collana “IN POCHE PAROLE” saranno il mezzo ideale per apprendere in modo immediato e semplice opere memorabili come: Delitto e castigo, Orgoglio e pregiudizio, Il fu Mattia Pascal. Attenzione, la nuova collana della Einaudi Ragazzi non è una raccolta di riduzioni, di estratti o riscritture dei testi originari. No. Il progetto della Einaudi Ragazzi mette in atto un’accurata operazione di racconto dei classici, affidata alla scrittura di autori come Pierdomenico Baccalario, Davide Morosinotto, Paola Capriolo, Guido Sgardoli. L’intento della collana “IN POCHE PAROLE” non è quello di sostituire l’esperienza della lettura dei testi originali, ma di incentivarla, per far sì che i classici diventino opere letterarie davvero alla portata di tutti. Il lettore potrà quindi avvicinarsi ai personaggi e agli immortali intrecci narrativi, grazie ad un percorso di lettura che aiuterà il fruitore ad avere un approccio morbido con le eventuali asperità del testo originale. Un piccolo dettaglio tecnico tutti i libri in uscita hanno 112 pagine ed un costo di 8 euro.
Tra le prossime uscite:  Il fu Mattia Pascal, Davide Morosinotto (da Luigi Pirandello) Orgoglio e pregiudizio, Sabina Colloredo (da Jane Austen), Il ritratto di Dorian Gray, Guido Sgardoli (da Oscar Wilde).

Grazie ad Anna De Giovanni ufficio stampa Edizioni EL – Einaudi Ragazzi – Emme Edizioni.

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Les Temps Sauvages (Éditions Albin Michel, 2015)

27 aprile 2016 by

tempsYeruldelgger regardait avec horreur ce que sa Mongolie pouvait devenir. Dans les forêts dépecées, il voyait ses steppes lardées de mines à ciel ouvert. Dans les quartiers d’isbas de mauvais bois où se résignait un sous-prolétariat désœuvré, il reconnaissait ceux des yourtes à Oulan-Bator où se desséchaient les vieilles grands-mères pendant que les vieux nomades s’imbibaient de vodka chinoise de contrebande. Et les mêmes immeubles à la soviétique qui se délitaient entre des route précaires et des rues défoncées. Il sentit son âme enfler d’un terrible découragement.

Tra i tanti libri che non arrivano da noi, ma sono nel resto del mondo successi planetari, quasi per caso ho scoperto Les temps sauvages (Éditions Albin Michel, 2015) di un autore, Ian Manook, mai sentito prima, ma che sono certa incuriosirà qualche scout di buona volontà. E’ un vero peccato non potere leggere questo libro in traduzione, ma armata di vocabolari vari (online e cartacei), e santa pazienza, mi sono lanciata nell’impresa di leggerlo in francese.
Prima di parlare del libro qualche accenno sull’ autore e sul suo primo libro Yeruldelgger che l’ha fatto conoscere a livello internazionale. Les temps sauvages è infatti il secondo volume di una serie, che tranquillamente potete leggere come volume unico, anche se a dire il vero ci sono parecchi rimandi al libro precedente.
Ian Manook è uno pseudonimo, il suo vero nome è Patrick Manoukian, classe 1949, nato in una famiglia di origini armene. Credo che la sua vita sia altrettanto interessante quanto i suoi romanzi che nascono forse dal suo essere un viaggiatore, prima che uno scrittore, un giornalista, un editore, un pubblicitario. Dall’età di 18 anni ha percorso gli Stati Uniti e il Canada, in lungo e in largo, in autostop e si narra che sia l’unico beatnick ad aver attraversato l’est e l’ovest degli Stati Uniti in tre giorni per partecipare al festival di Woostock. Di aneddoti così ne avrà a bizzeffe da raccontare accanto al camino nei lunghi inverni. Un tipo da conoscere, insomma.
Nel 2013 se ne uscì con un polar che aveva la peculiarità di essere ambientato in Mongolia. Fu un successo straordinario, premi a non finire dal Prix des lectrices de ELLE, al Prix SNCF du polar, al Prix Quai du Polar.
Credo che il segreto di questi libri risieda principalmente nell’ambientazione insolita, il fatto che la storia si svolgesse in Mongolia fu la stessa ragione per cui lo notai tra i tanti libri nel depliant pubblicitario. Ma non solo, unisce tre generi e lo fa in modo originale e insolito: in primo luogo il classico romanzo di avventura, ampi spazi, cieli incontaminati (ciels bleus comme des laques percés), neve, ghiaccio, steppe; il romanzo poliziesco, con poliziotti, un’ inchiesta e i più avveniristici strumenti tecnologici ( e sì Internet c’è anche in Mongolia); e infine il sano e vecchio thriller, ogni pagina un colpo al cuore, adrenalina pura. In più, i personaggi hanno profondità, la storia coerenza narrativa, c’è critica sociale (si parla per esempio delle conseguenze della disgregazione dell’URSS sulle popolazioni locali, di corruzione, di inquinamento), un certo spirito ambientalista, riflessioni filosofiche, descrizioni dettagliate di luoghi, usi e costumi e termini così lontani da noi, che piano piano diventano familiari. In parte Les temps sauvages mi ha ricordato Il senso di Smilla per la neve, almeno i suoi lati migliori.
L’inizio è canonico, viene rinvenuto un cadavere:

Le cadavre d’une femelle yack eventrée sur la carogne fracassée d’ un cheval, par moins vingt-cinq de grés à cinq cent kilometres d’ Oulan- Bator, ce n’etait pas vraiment une enquete pour la criminelle.

Ma le sorprese non sono finite, oltre al cavallo c’è anche cosa resta del suo cavaliere:

la jambe bottée, le pied encore dans l’étrier qui dépassait entre le dos gelé du cheval mort et la panse vitrifiée du yack.

Nello stesso momento, nella zona del massiccio del Otgontenger, Yeruldelgger è stato chiamato da un ornitologo che ha trovato un pezzo di femore umano.

– Une scene de crime? Tu veux dire que…
– Que c’est un os humain, parfatement. Un bout de fémur humain, pour etre précis. Très certainment un femur gauche, d’ailleurs.

E questo è solo l’inizio di una intricatissima indagine che vede coinvolti i servizi segreti, i militari, per non parlare di lotte intestine all’interno della polizia. Insomma c’è di tutto, tutto il necessario per tenere desta l’attenzione del lettore. Un bel libro insomma, forse solo un po’ brutale in alcune parti.
Concludo col dire che Les temps sauvages è finalista al Prix Tenebris 2016, per il miglior romanzo poliziesco di lingua francese distribuito in Quebec, assieme ad altri quattro libri: Du sang sur les lèvres di Isabelle Gagnon (Héliotrope); L’affaire Myosotis di Luc Chartrand (Québec Amérique); La pieuvre di Jacques Saussey (Du Toucan); e Faims di Patrick Senécal (Alire). Il vincitore sarà proclamato il 22 maggio durante il festival “Les Printemps meurtriers de Knowlton” .

Ian Manook è giornalista, editore, pubblicitario e romanziere. Yeruldelgger è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2013 per l’Éditions Albin Michel. Les Temps sauvages è il secondo volume della serie di Yeruldelgger, personaggio che conduce il lettore sulle steppe della Mongolia ai confini con la Russia e la Cina.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Aurore dell’Ufficio Stampa Michel Albin.

:: I pregiudizi di Dio, Luca Poldelmengo (EO, 2016)

26 aprile 2016 by
bhy

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Bene e male sono i pregiudizi di Dio” disse il serpente nel Paradiso terrestre, secondo Friedrich Nietzsche. E da questo aforisma al sapore di arsenico, per la precisione tratto dalla Gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft, 1882), Luca Poldelmengo ha tratto il titolo del suo nuovo libro, I pregiudizi di Dio, edito nella collana Sabotage di EO.
Un noir, sotto le mentite spoglie di un poliziesco. Un noir che appunto si trova a manifestare un sano scetticismo su dove si trovi il reale confine tra bene e male, tra un buon poliziotto e uno cattivo, un buon marito e uno cattivo. Insomma ci sono soglie oltre le quali nulla è più lo stesso, oltre le quali non si torna indietro. Ed è inutile chiedersi se abbia un senso innalzare steccati, credersi al sicuro. A volte il male è inevitabile, non lo si va a cercare. Si compiono cattive azioni per un senso di giustizia più alta, che sconfina pericolosamente con la vendetta. Si può uccidere per legittima difesa. Una vita in cambio di un’altra. Si può uccidere per difendere un amico, un collega, una persona amata. Sempre una vita in cambio di un’altra. Tragica verità nella sua essenzialità, semplicità.
Uccidere è male, forse la forma più estrema di praticare il male. Un male senza ritorno e i protagonisti di questo romanzo ci avranno a che fare. Dovranno mettere in gioco se stessi, con i loro sensi di colpa, le loro fragilità, la poca voglia di fare i conti col destino, con un amore non ricambiato, con una malattia improvvisa, con una donna che abbandona figlio e marito. Sono infondo cose che capitano, nella vita di tutti, più probabili che incontrare un serial killer e non meno dolorose.
Quando alla stazione di polizia di un piccolo centro non lontano da Tivoli arriva un uomo disperato che denuncia la scomparsa della moglie, ad accoglierlo ci sono due poliziotti che il caso o il destino ha messo insieme. Due poliziotti che non si possono vedere, non sempre i colleghi sono come vorremmo che fossero. Quando scompare qualcuno, un famigliare, o peggio un bambino inizia tutta una trafila che va da “Chi l’ha visto” alla denuncia alla polizia, a tappezzare la zona della scomparsa con manifesti e volantini.
Poldelmengo non lascia troppo spazio a questa ricerca, subito la donna scomparsa viene trovata in un fosso, morta, seviziata. E il marito non è certo un personaggio che desta simpatia, anzi non pochi pensano sia lui il colpevole, (non sono sempre i mariti a uccidere le mogli, dice il senso comune). Che poi anche se non fosse il colpevole, alcuni pensano che non è un vero innocente, anche se magari non l’ha uccisa, stare chiuso in prigione potrebbe essere solo ciò che si merita.
Ma un colpevole ci vuole, ci deve essere, Margherita qualcuno l’ha uccisa (la scena del ritrovamento del cadavere è simile a tante scene del crimine, impersonale nei suoi particolari più ripugnanti). E da Roma arriva in supporto un altro commissario, una donna, una donna presente nel passato di uno dei due protagonisti.
Abbiamo così tre poliziotti, un omicidio e la giostra dei mass media. L’odore di uova marce delle acque termali. La polvere di travertino. La periferia. Il raccordo anulare. Le fabbriche, ormai scheletri industriali come tanti cadaveri al sole. I capannoni, i camion che corrono in una cacofonia di suoni.
Chi ha letto L’uomo nero, ritroverà alcuni personaggi, per meglio dire alcune situazioni di quel romanzo, ma I pregiudizi di Dio non è un seguito, ha una struttura narrativa unica, compatta. Capitoli brevi, alcuni brevissimi, fulminanti. E lo stile di Poldelmengo, severo, venato di una calda umanità. Pochi tratti, personaggi, ambientazione, trama, tutto funzionale alla storia che deve essere narrata. E un finale devastante nella sua banalità e indifferenza. La banalità del male, diceva qualcuno.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco. Nel 2014 pubblica Nel posto sbagliato per le Edizioni E/O, anch’esso finalista al Premio Scerbanenco.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Colomba direttrice collana Sabotage.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Quando leggere diventa gustoso: i #bookbreakfast di Petunia Ollister – Intervista a cura di Viviana Filippini

26 aprile 2016 by
Il Bambino magico. Petunia Ollister

© Petunia Ollister #bookbreakfast

Una mattina, navigando nel caotico e iper-affollato mondo di FaceBook, mi sono imbattuta in una foto dove compariva un libro (La versione di Barney di Mordecay Richler) in compagnia di una sfogliatina alle mele e di una tazza con del cappuccino. La cosa che mi ha colpito dello scatto fotografico è stata la perfetta corrispondenza cromatica tra la copertina del romanzo e il piattino con bevanda e spuntino messi lì a fianco. Poi, l’occhio si è spostato sulla foto del profilo: Petunia Ollister. Da quel giorno non ho mai smesso di seguire i suoi #bookbreakfast, un ottimo momento di relax per condividere nuove letture e colazioni. Per scoprirne di più ne parliamo con Petunia Ollister.

V: Chi è Petunia Ollister e cosa fa?

P: Petunia Ollister nasce dalle menti brillanti di un paio di amici, che anni fa hanno inventato questo personaggio. Ormai ha soppiantato la mia persona anagrafica, tanto che molto spesso mi capita di presentarmi con il mio vero nome e osservando la reazione sconfortata aggiungo timidamente Petunia suscitando il sollievo generale.

V: Come e quando è nato il progetto fotografico delle #bookbreakfast? Perché proprio la colazione?

P: Una mattina nel gennaio del 2014 mi sono resa conto che la copertina del libro che stavo sfogliando, Daily Dishonesty della graphic designer Lauren Hom, era dello stesso colore della tazza dalla quale stavo bevendo il mio caffè. L’istinto di fotografarli dalla cima di una scala, perfettamente a piombo, è stato immediato. Ho cominciato a condividere le mie letture a colazione su Instagram accompagnate da una tazza di caffè lungo, qualcosa – di solito dolce – da mangiare. Un’ossessione per i colori delle tazze e dei piatti, che richiamano rigorosamente i toni delle copertine e la maniacalità per le disposizioni simmetriche completano il quadro. Riassumendo in modo sufficientemente autoironico la mia mania per gli accostamenti cromatici, il rigore millimetrico e simmetrico e l’ossessione per lo scatto perfettamente perpendicolare da un’altezza fissa, è nato questo format diventato un apputamento fisso sul mio profilo Intagram per più di settemila appassionati di lettura.

V: Finalità del progetto e quanta visibilità hai riscontrato da quando hai iniziato?

P: Il progetto è nato in modo del tutto involontario, ma fin da subito ha avuto parecchio successo e mi sono resa conto, grazie ai commenti su Instagram, Facebook e Twitter – su cui ricondivido sempre gli scatti -, che era un modo leggero e semplice per avvicinare ai libri anche persone che non entrano mai in una libreria o tanto meno in una biblioteca. Il libro è un vettore di storie, forse reso un po’ troppo sacro da un certo radicalismo chic, il calarlo in un contesto molto quotidiano e divertente è un modo per dissacrare l’oggetto e rendere quotidiano e divertente il gesto di leggere.

V: In base a cosa scegli la colazione, l’agenda, la penna per gli appunti e la tovaglietta da abbinare a libro?

P: Quel che regola tutto sono lo stile e i colori della grafica di copertina. Per anni mi sono occupata di conservazione dei beni culturali – fotografie prima e libri poi – durante i quali ho maturato un certo interesse per le grafiche editoriali. In seconda battuta il tema del libro, grazie al qual scelgo gli altri oggetti ritratti negli scatti.

V: I libri gli scegli tu o sono proposti da editori?

P: La scelta è sempre insindacabilmente mia. Ho contatti con moltissimi uffici stampa che mi propongono nuove uscite, mi mandano schede, copertine e copie staffetta, ma sono sempre io che dopo attenta valutazione decido o meno se quel libro è adatto o meno al mio progetto.

V: Come e dove realizzi i tuoi scatti fotografici? (fai da sola, ti aiuta qualcuno, che mezzi usi e dove posti immagini)

P: Faccio tutto da sola, allestendo il set fotografico sul tavolo della mia cucina e poi salendo su una scala, da cui ad altezza fissa, scatto con il mio smartphone una trentina di scatti a piombo. Procedo poi a un minimo di correzione di colore, contrasti e ombre, per poi postare su Instagram e ripostare su Facebook e Twitter.

V: A colazione, con o senza libri, cosa mangia Petunia Ollister?

P: Mangio quel che vedete nelle mie foto, ossia di tutto. Biscotti, torte, pancake, bagel, yogurt, muesli, brioche, krapfen, panini. Compro tutto la sera prima, la mattina dopo scatto e, una volta scesa dalla scala, mangio, bevendo il mio caffè – conscia che i puristi dell’espresso stanno per inorridire – lungo americano con un po’ di latte freddo.

V: Quale è il libro più bello che hai letto, o al quale tieni di più, e quale colazione gli abbineresti e perché?

P: Non ho un libro preferito, o meglio ne ho tanti, ma forse il mio preferito ancora non l’ho letto o, più probabilmente, ancora non è stato scritto.
La mia colazione ideale è comunque salata, magari della sardenara – una pizza rossa, con capperi, olive e acciughe, tipica del ponente ligureoppure un club sandwich. Quindi spero che il mio libro venga pubblicato con una grafica di copertina adeguata.

V: Hai mai pensato di raccogliere tutte le foto dei #bookbreakfast in un libro?

P: Molti amici continuano a dirmi che dovrei farlo e io inizio a pensarci sul serio. Certo dovrei prima trovare un editore interessato a confezionare un libro piccolo e quadrato. Sto pensando di realizzare il merchandising dei #bookbreakfast, sempre su suggerimento di chi mi segue sui social. Vedremo.

V: Petunia legge libri cartacei o ebook?

P: Io leggo prettamente su carta. Preferisco il gesto, vedere la progressione delle pagine che diminuiscono. Sono abitudinaria e pigra, ma ultimamente mi sposto moltissimo e quindi ho ripreso in mano il mio eReader, esattamente come ho sempre fatto per i libri troppo voluminosi per venire in giro con me.

:: Un’ intervista con Sophie Littlefield

25 aprile 2016 by

LiBuongiorno signora Littlefield. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta sul blog Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Sophie Littlefield? Punti di forza e di debolezza.

Sono una madre single di due figli ormai adulti. Vivo a Oakland, in California, in una zona meravigliosa piena di idee, di vita, d’arte e di ristoranti. Il mio fidanzato ormai di vecchia data è un ufficiale di polizia – e sì, lo ho usato parecchio durante le ricerche per il libro! Abbiamo appena acquistato un cucciolo di labrador nero, che richiede molte cure. Suppongo che la mia forza sia il mio profondo, appassionato impegno verso i miei figli, la mia famiglia, gli amici, e, naturalmente, il mio lavoro. Lavoro molto duramente e cerco di essere collaborativa e incoraggio spesso i miei colleghi. Per quanto riguarda i punti deboli, quando sto lavorando, spesso trascuro il resto della mia vita. Vorrei riuscire a conquistare un migliore equilibrio!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una piccola città del Missouri, nel Midwest degli Stati Uniti. Mia madre era un’ artista e mio padre era un professore, e mio fratello, mia sorella ed io eravamo tutti grandi lettori. La sera l’intera famiglia prendeva un libro e leggeva fino all’ora di dormire. Siamo stati anche fortunati a vivere in una zona dove era sicuro stare fuori tutto il giorno e giocare, e abbiamo trascorso le nostre estati facendo campeggio e escursioni.

Che lavori hai fatto in passato prima di diventare una scrittrice a tempo pieno? Cosa ci puoi dire di queste esperienze?

Ho studiato informatica all’Università e ho lavorato come programmatrice per un grande studio professionale per diversi anni. La verità è che non sono mai stata molto brava con i computer, per cui sono stata molto contenta di lasciare questo lavoro quando sono nati i miei figli! Dopo di che, ho fatto il genitore che resta a casa fino a quando i miei ragazzi sono diventati adolescenti, dopo sono tornata a scrivere a tempo pieno. Ho scritto nove romanzi prima di trovare un agente e un editore.

The Missing Place, ora uscito in Italia per la Sperling con il titolo Non torna nessuno, è basato su una storia vera? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

C’era un articolo sulla rivista People sui “man camps” – le abitazioni temporanee per i lavoratori dei campo petroliferi – che ha attirato la mia attenzione. Ero molto intrigata dall’idea di tutti questi uomini che lasciavano le loro case e le loro famiglie, alcune delle quali a migliaia di miglia di distanza, per lavorare in queste condizioni così massacranti.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Due giovani uomini trovano impiego nei campi petroliferi del Nord Dakota, ma scompaiono dopo parecchi mesi. Il libro racconta la storia degli sforzi frenetici delle loro madri per ritrovarli, e come queste donne imparino a lavorare insieme nonostante le loro grandi differenze.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Non torna nessuno?

Dalle ricerche alla stesura finale, ci sono voluti circa otto mesi.

I capitoli iniziali presentano le due protagoniste: Colleen e Shay. Puoi dire ai lettori che cosa succede?

Colleen è volata dal Massachusetts, dove vive, nel Nord Dakota per la ricerca del figlio scomparso. L’unica sistemazione che riesce a trovare è con l’altra madre, che lei trova volgare e fastidiosa. Le autorità non vogliono parlare con le donne, che in un modo o nell’altro sono costrette a mettere in comune le proprie risorse per la ricerca di indizi.

Le piattaforme petrolifere del North Dakota sono un’ ambientazione strana e insolita per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario?

C’è una bellezza tranquilla in quella zona del North Dakota, ma in inverno è abbastanza crudele. Le città del boom del petrolio sono affollate di lavoratori che cercano luoghi di soggiorno e le provviste per sopravvivere, e le strade sono congestionate con i camion che trasportano i lavoratori e le attrezzature. Soffiano venti gelidi, neve e nevischio, e le strade sono lastre di ghiaccio. Le piattaforme petrolifere possono essere viste punteggiare ovunque l’orizzonte ovunque ti giri, come grandi strutture aliene che sembrano allo stesso tempo minacciose e imponenti.

Quale è o sono le tue scene preferite nel romanzo?

Sono più legata alle scene che descrivono le interazioni tra le due donne. L’amicizia è complicata, e l’ansia e la tensione della situazione fa sì che debbano lavorare parecchio per creare un clima di fiducia o anche solo una sorta di dialogo.

Se Hollywood chiamasse, quali attrici vedresti bene per le parti di Colleen e Shay?

Vorrei poterti dare una risposta, ma guardo pochissimo la televisione e non so chi siano le attrici migliori per le parti! Sarei entusiasta, naturalmente, ma dovrei lasciare tutto nelle mani degli esperti.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Ho letto ogni giorno della mia vita, e le mie ore più piacevoli sono spesso trascorse con un libro. Ho tanti favoriti in quasi ogni genere ma posso rispondere solo dei miei preferiti al momento … ho appena letto Maestra della nuova autrice Hilton e sono rimasta profondamente colpita. Sono stata influenzata da molti scrittori di racconti americani – mi piace lo stile e la forma – e da scrittori di thriller sia degli Stati Uniti e che in traduzione. Mi viene in mente Herman Koch. Mi piace la Grit Lit o il genere noir del sud, di cui Daniel Woodrell è sicuramente il boss.

Che cosa stai leggendo in questo momento? Puoi farci i nomi di alcuni thriller americani interessanti?

Ah! Vedo che ho anticipato la tua domanda, anche se Lisa Hilton è del Regno Unito, non americana. Luckiest Girl Alive di Jessica Knoll è un grande debutto. Megan Abbott è spettacolare, naturalmente.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Adoro fare tour, anche se preferisco farli con gli amici (i miei migliori amici sono le autrici Juliet Blackwell e Rachael Herron). Spesso ci intervistiamo a vicenda e mi piace sempre vedere se riesco a mettere una domanda inaspettata di nascosto per spiazzarle (sorride). Siamo state tutte in tour abbastanza a lungo che abbiamo amici in tutto il paese, quindi è bello incontrarci per una birra dopo. A volte i lettori si fanno avanti e mi piace chiedere loro della loro vita, per cambiare le carte in tavola, e un po’ per scoprire ciò che stanno leggendo e cosa possono condividere con me.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Provo a rispondere a tutte le e-mail che ricevo, ma, come hai notato, sono spesso lenta a rispondere quando mi trovo assorbita dalla scrittura di un libro – che è quasi sempre! Vi prego abbiate pazienza, lo dico a tutti i lettori che sono così gentile da mettersi in contatto con me.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Sarebbe il mio più grande desiderio e spero di essere in grado di farlo in futuro!

Infine, concluderei questa intervista chiedendoti: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena completato un progetto di un nuovo romanzo ambientato nel quartiere della moda di New York City dopo la seconda guerra mondiale. E ‘stato affascinante conoscere questo mondo.

Grazie mille per avermi invitato!

:: Mr. Bennett & Mrs. Brown di Virginia Woolf (Rogas Edizioni, 2015) a cura di Lucilla Parisi

25 aprile 2016 by
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Virginia Woolf ci parla ancora di scrittura e lo fa schierando, per l’occasione, nomi come D.H. Lawrence, James Joyce, T.S. Eliot e E.M. Forster (solo alcuni) per i Georgiani e H.G. Wells e Arnold Bennett in rappresentanza dei romanzieri inglesi di epoca edoardiana. Due fazioni, due modi di leggere la realtà e di intendere la scrittura. Le loro opere hanno segnato un’epoca, esercitato influenze, aperto strade e affermato regole.

Più di tutto hanno insegnato a creare personaggi. Sul punto, la Woolf non ha dubbi. Tutto parte da lì, dalla donna che ci siede di fronte in treno e dalla capacità di renderla credibile nella descrizione che ne diamo. Mrs. Brown è il pretesto, l’esempio di scuola, il tema su cui lavorare e iniziare a raccontare. Il difficile è saper coglierne l’essenza e renderla reale.

Pensate a quanto poco conosciamo del carattere – pensate a quanto poco sappiamo dell’arte.

Con questo breve scritto sulla scrittura (pubblicato nel 1924 come saggio inaugurale della nascente collana della casa editrice creata dalla Woolf e dal marito Leonard, la Hogart Press), nato probabilmente nella casa di Rodmell, ove visse per anni, e scritto nella stanza “tutta per sé” (aggiunta nel 1929 alla casa), la Woolf scomoda la tradizione letteraria inglese per riflettere e far riflettere, in realtà, sulle condizioni del romanzo del Novecento, evidenziandone le carenze e i fallimenti. Soprattutto ci spiega come le convenzioni, sociali e letterarie, abbiamo nel tempo modificato il punto di vista dello scrittore e il modo di narrare, creando esempi di scrittura profondamente diversi, a volte troppo lontani dalla sensibilità del lettore.

Mr. Bennett è il vecchio modo di narrare, da cui trarre spunti di riflessione e di discussione, con le sue “superate” descrizioni (ed esercizi di stile) dagli autori che vennero dopo, più attenti alla “natura” del personaggio, al carattere, alla Mrs. Brown nello scompartimento del treno, ma ancora troppo presi a scardinare le vecchie convenzioni per poterne teorizzare di nuove. Ciò che appare chiaro alla Woolf sono la fine della stagione dei grandi romanzieri (da Tolstoj a Flaubert, dalla Austen a Thomas Hardy) e il vuoto lasciato dalle epoche successive.

Perciò, osservate, lo scrittore georgiano ha dovuto iniziare sbarazzandosi del metodo in auge al momento. E’ stato lasciato solo, faccia a faccia con Mrs Brown, senza alcun metodo per raccontarla al lettore. Ma questo non è esatto. Lo scrittore non è mai solo. Con lui c’è sempre il pubblico – se non nello stesso posto, almeno nello scompartimento vicino.

La sfida che la Woolf lancia è proprio questa, riuscire a condurre Mrs. Brown e la sua storia fuori dallo scompartimento del treno (che da Richmond è diretto a Waterloo) per arrivare quindi al lettore. Ma perché ciò accada è necessario che lo scrittore veda Mrs Brown con i suoi piedi, chiusi in lindi stivaletti che a malapena sfiorano il suolo, che sappia cogliere la sua aria di sofferenza, di apprensione e che, soprattutto, sappia renderla reale.

In Le tre ghinee, Diario di una scrittrice e Una stanza tutta per sé, la Woolf ha affrontato il tema del mestiere di scrivere, con un occhio particolare alla scrittura femminile e alle oggettive difficoltà di esprimere la propria creatività in una società sorda alle esigenze delle donne e della loro arte.

Qui la scrittura sembra cercare nuovi padri a cui ispirarsi, luoghi familiari a cui tornare e regole sui cui modellarsi, senza tuttavia perdere di vista le Mrs. Brown, le signore dell’angolo di fronte.

Una convenzione in scrittura non è tanto differente da una convenzione nelle maniere. Sia nella vita che in letteratura è necessario possedere i mezzi per colmare il distacco tra la padrona di casa e il suo sconosciuto ospite da un lato, e tra lo scrittore e il suo ignoto lettore dall’altro.

Testo a fronte.
Traduzione di Adalgisa Marrocco.

Virginia Adeline Woolf (Londra 1882 – Rodmell, East Sussex, 1941), autrice di alcuni fra i più importanti romanzi inglesi del Novecento, frequentò da giovanissima i maggiori artisti e letterati dell’età vittoriana. Agli inizi del XX secolo diede vita con la sorella Vanessa e intellettuali quali E.M. Forster e J.M. Keynes al gruppo Bloomsbury, destinato a dominare per oltre un trentennio il panorama culturale inglese. Tra le sue opere principali ricordiamo La stanza di Jacob (1922), La signora Dalloway (1925), Al Faro (1927) e Orlando (1928).

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Rogas edizioni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Viviana Filippini racconta “Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città”

25 aprile 2016 by
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Di solito mi occupo dei libri di altri scrittori, perché mi piace raccontare quello che le storie lette scatenano durante la lettura, per condividerlo con altri lettori e, magari stuzzicare la loro voglia di leggere. Questa volta su Libri di scrivere, e sarà più strano del solito farlo, vi parlerò del mio libro Brescia segreta. Luoghi storie e personaggi della città, pubblicato da Historica edizioni. Brescia segreta è un testo dedicato alla città lombarda di Brescia e ammetto che poterlo scrivere è stato un onore e un omaggio alla città nota anche come Leonessa d’Italia e per le dieci giornate di resistenza, tra marzo e aprile del 1849, dei cittadini bresciani contro gli austriaci presenti nel castello della città. Parlando di Brescia segreta, credo di poterlo identificare come una sorta di saggio romanzato nel quale propongo la conoscenza di Brixia (come la chiamavano ai tempi della dominazione romana) attraverso la Storia, le storie umane dei personaggi che vi sono nati e che vi hanno vissuto, la storia dell’arte e anche una buona dose di ricordi personali legati alla città. Brescia la conosco perché abito da sempre nella sua provincia, l’ho più volte esplorata a passo umano e per tale ragione ho costruito una narrazione pensando a 6 ideali passeggiate che i turisti e i cittadini potranno fare a piedi nel cuore di Brescia. Non è stato facile scegliere cosa mettere nel libro e ho dovuto selezionare in modo mirato quello che in tutti questi anni mi ha sempre colpito e affascinato. Il tutto per far compiere al lettore un vero e proprio pellegrinaggio con il fine di far riscoprire la vita dei palazzi, strade chiese e monumenti che da secoli caratterizzano il volto cittadino, perché, come scrivo in relazione al cimitero monumentale del Vantiniano: “Spesso e volentieri mi sono resa conto, sperimentandolo in prima persona, che guardiamo quello che ci circonda e lo accettiamo per quello che è senza stare lì tanto a chiederci il perché e il per come delle cose. Se però provassimo a soffermarci di più davanti ad una basilica, ad un museo, ad una statua, ad un dipinto e in questo caso ad un cimitero ci renderemmo conto che dietro la facciata di perfezione si nasconde un lungo lavoro di preparazione e realizzazione.” Con Brescia segreta vorrei invitare le persone a riscoprire questa città che ha tanto da raccontare e donare. Brescia è luogo nel quale, nei percorsi narrati, convivono epoche storiche diverse e lontane tra loro. Per esempio, partendo da Piazza della Vittoria, il lettore si trova nel pieno Novecento, in quell’area che fu costruita tra il 1927 e il 1932, a conseguenza di un piano regolatore che cambiò per sempre il volto di quella parte di Brescia, facendo sparire un antico quartiere di epoca medievale dove, prima del rifacimento, vivevano 2.500 persone. Arrivando a Piazza della Loggia, attaccata alla precedente, ci troviamo nel pieno Rinascimento di dominazione veneziana e se ci spostiamo in Piazza del Duomo (Piazza Paolo VI) si possono vedere monumenti di epoca barocca, come il Duomo Nuovo, e di epoca medievale e romanica come il Duomo Vecchio, o Rotonda, e il Broletto sede degli amministratori cittadini durante il tempo dei Comuni. Percorrendo via Musei, dove si trova il Museo di Santa Giulia (ex San Salvatore), patrimonio mondiale dell’Unesco, fatto costruire da re Desiderio, ancora una volta si attraversano diverse ere che vanno dal Rinascimento, al Barocco grazie alla presenza di chiese e palazzi appartenuti ad importanti famiglie della nobiltà bresciana. Poi si incorra Piazza del Foro dominata dai resti di epoca romana e da quelli preistorici dei Cenòmani. Secoli di Storia accumunati dal fatto che tutte queste aree furono, nelle diverse epoche, luoghi di sviluppo della vita sociale, politica, amministrativa e religiosa dei bresciani. A dire il vero nel libro ci sono tanti posti che da secoli animano la città, ma che non tutti sembrano conoscere. Troviamo il Museo diocesano dove c’è una delle più grandi collezioni di pianete (abiti da prete) presente in Italia, il Museo degli strumenti Musicali di via Trieste, l’arco del Granarolo con i quattro medaglioni dedicati a Moretto, Agostino Gallo, Niccolò Tartaglia e Giammaria Mazzuchelli. Per non dimenticare le leggende popolari come quella del Bue d’oro e della Tomba del Cane. In conclusione per Brescia Segreta vorrei usare queste parole dell’introduzione: “Brescia per me non è solo una città, ma è una sorta di immensa biblioteca a cielo aperto, e ogni monumento in esso presente è un libro che aspetta di essere aperto per raccontarsi agli occhi del lettore visitatore. Quello che vi chiedo ora, se vi va, è di mettere scarpe comode, di potervi prendere per mano e di accompagnarvi in questa camminata nel cuore cittadino”.

Viviana Filippini è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I e II) per Historica edizioni, 2015 Cesena. Questo è il suo secondo libro. Ha scritto la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, progetto realizzato da Radio Basilica di Verolanuova e Parrocchia di Verolanuova, ebm edizioni, Manerbio 2015. Marzo 2016 Premio “Veronica Gambara” per le donne impegnate nell’ambito della valorizzazione e della promozione culturale a Brescia. Museo degli strumenti musicali Presidenza del Consiglio di Brescia, Università Cattolica di Brescia, Fondazione C.a.b. Rotary Club “V. Gambara”.

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:: Il violinista del diavolo, Marco Conti (AmicoLibro, 2016) a cura di Federica Belleri

25 aprile 2016 by
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Il violinista del diavolo” è una breve raccolta di racconti. L’autore, Marco Conti, ci prende per mano, accompagnandoci a conoscere il mondo dei personaggi che ha creato. Uomini e donne che soffrono, per malattia o solitudine, per scelta o per la crudeltà di qualcuno. Persone alla ricerca di una soluzione, non sempre a lieto fine. Individui che fuggono dalla propria immagine riflessa allo specchio o dalla rete internet, che li intrappola nella vergogna. Sono vittime di se stesse o della violenza. Subiscono giudizi legati all’apparenza e sono costretti a fare i conti con la vita vissuta e presente, in attesa di una telefonata. Hanno perso tutto, ma non la dignità.  In nome di un Dio, o chi per lui, che in qualche modo li osserva. Ovunque si trovi.
Nove racconti dal ritmo definito e, a tratti, veloce. Parole dolci, che feriscono. Immagini chiare agli occhi e pugni che levano il respiro. Emozioni trasmesse con metodo.

Vi invito a leggerlo.

Source: libro del recensore.

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