:: Marcio su Roma di Andrea Colombo (Cairo, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

5 luglio 2016 by
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È uscito a maggio 2016 per Cairo editore Marcio su Roma, il saggio di Andrea Colombo che vuole raccontare di una città «insanguinata dalla guerriglia strisciante delle organizzazioni criminali in lotta tra loro, con alle spalle l’ombra di una mafia di tipo nuovo, non meno pericolosa».
In realtà si parla di una mafia molto più pericolosa di quella tradizionale perché si muove, si insinua e prolifera nei palazzi istituzionali e cresce non all’ombra ma a fianco dello Stato. Una mafia che  ha portato, secondo l’autore, Roma al declino in soli dieci anni.
Per Colombo tutto è iniziato con la seconda vittoria di Walter Veltroni nel 2006 ed è precipitato con la “defenestrazione” di Ignazio Marino nell’ottobre 2015. Ed è proprio con questa affermazione che l’autore sembra cadere in contraddizione considerando che alla pagina seguente del libro riporta egli stesso i riferimenti a un articolo di Manlio Cancogni apparso su «Espresso» nel dicembre 1955 intitolato “Capitale corrotta, nazione infetta”. In esso Cancogni parlava della corruzione edilizia della Capitale e, secondo Colombo, «a scriverlo oggi bisognerebbe cambiare giusto qualche virgola».
D’altronde non è plausibile che tutto il “marcio” emerso con gli scandali esplosi nella Capitale siano frutto di attività recenti. Più lecito supporre siano intrecci maturati negli anni, soprattutto del boom economico ed edilizio.
Sono i mafiosi delle criminalità organizzate che hanno rovinato Roma oppure a farlo è stata la politica corrotta insieme ai «poteri economici che da sempre dominano l’Urbe»? Se lo chiede Colombo al pari degli italiani e, come tutti, giunge alla conclusione che «è stata la politica, non la criminalità organizzata, a mettere in ginocchio Roma». Lo stesso processo denominato Mafia Capitale ha attestato che i «guai della Capitale sarebbero stati identici anche senza la mafia».
Sottolinea Colombo in Marcio su Roma come in realtà lo scandalo Mafia Capitale sia presto diventato un vero e proprio “spettacolo” e come tale trattato anche dai media. Una situazione paradossale, al limite dell’assurdo, quella venutasi a creare dinanzi al palazzo di giustizia con curiosi, cronisti, avvocati, celebrità, associazioni e gruppi… tutti in cerca di visibilità. Una giostra vorticosa che rischia di far passare in secondo piano anche la gravità dei fatti, delle imputazioni, degli indagati.
Un’inchiesta dalla mole enorme, con migliaia e migliaia di pagine solo per le richieste di rinvio a giudizio. Il vero scandalo però non risiede nella quantità di indagati o nel fatto che sia l’ennesimo malaffare su grossi appalti. La «”roba forte” va cercata nel capo d’accusa: associazione di tipo mafioso, art. 416 bis del codice penale».
Una mafia diversa, che cerca di evitare il ricorso alla violenza, non ammazza ma corrompe, fa i soldi con gli appalti e preferisce «la mazzetta alla lupara, ma è anche pronta, se del caso, alle maniere forti». Una mafia che non bisogna più sottovalutare o cercare di nascondere perché la sua paura sembra essere rimasta proprio quella di essere da tutti riconosciuta come tale.

Andrea Colombo: Romano, redattore de «Il Manifesto» e «Gli Altri», ha collaborato con varie testate, tra cui «Liberazione». È autore di diversi libri e saggi e di alcuni volumi collettivi tra cui L’orda d’oro (Feltrinelli, 1997) e Giusva. La vera storia di Valerio Fioravanti (Sperling & Kupfer, 2011).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Cairo Editore.

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:: Mediorientarsi – Ultimo giro al Guapa,Saleem Haddad (E/O, 2016) a cura di Matillde Zubani

4 luglio 2016 by
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La storia che Saleem Haddad ci racconta attraverso gli occhi del protagonista, il giovane Rasa, è una storia personale, intima e allo stesso tempo collettiva. Rasa è un giovane interprete alle prese con due rivoluzioni: una interiore, che coinvolge la difficile  accettazione della sua identità di arabo e di omosessuale, e una esteriore, la lotta di piazza contro un regime spietato.
Gli eventi del racconto si svolgono in luoghi diversi di una brulicante città mediorientale di cui non viene mai rivelato il nome, ma che capiamo essere scossa da un tumulto sociale e politico: sullo sfondo compaiono manifestazioni, proteste, pestaggi, campi profughi e giornalisti inviati dalla stampa internazionale. Il Guapa, locale underground e luogo di ritrovo dei “deviati”e degli esclusi, diventa il cuore stesso della città di Rasa, il simbolo della strada e della sua ribellione.
Le vicende del romanzo si dispongono su due livelli, presente e passato. Il primo livello si sviluppa nell’arco di trentasei ore a partire dalla notte in cui la nonna Teta sorprende il nipote in compagnia dell’amato Taymour. In seguito a questa scioccante scoperta Rasa trascorre momenti di puro tormento, segnati dalla paura che l’amato possa decidere di tirarsi indietro. La storia così fa un balzo nel passato: Rasa ripercorre le tappe importanti della sua vita e compie un simbolico viaggio alla ricerca di sé stesso.
Rasa racconta della sua infanzia, del suo essersi trovato a fare i conti con la doppia natura della società in cui vive, spettatore di un contrasto esistenziale interno alla sua stessa famiglia. Da un lato ci sono le regole imposte dalla tradizione, incarnate dalla nonna Teta, autoritaria e inflessibile, che fanno leva sul concetto di vergogna: ‘eib‘; dall’altro c’è la voglia di rompere questi schemi, rappresentata dalla madre artista e pittrice, che trova ispirazione negli “ultimi”. Sarà il mondo di Teta da avere la meglio, dopo l’allontanamento della madre e la morte del padre. L’opportunità di partire per frequentare l’università in America rappresenterà per Rasa un tentativo di fuga dal Paese e dalle sue costrizioni, nella speranza di trovare un luogo in cui poter essere finalmente sé stesso. Convinto che avrebbe smesso di interpretare un personaggio, si troverà invece costretto a misurarsi con il suo essere arabo negli Stati Uniti di inizio millennio.
Taymour si sposerà con una ragazza di buona famiglia (nell’estremo tentativo di proteggere la loro storia d’amore?), rinnegando sé stesso e i suoi sentimenti, piegandosi al volere sociale. La ricerca di identità del protagonista si intreccia con quella di una collettività agitata dal desiderio di cambiare. Parallelamente, l’autore s’interroga anche sulla breve e intensa stagione delle proteste di piazza prima che la repressione del regime e la conseguente estremizzazione degli scontri portassero all’emergere del fondamentalismo islamico: “Per un attimo abbiamo avuto tra le mani l’intero Paese. Ma poi ci siamo tirati indietro. E adesso il potere della strada è stato abbattuto, gli è stato spezzato il cuore. Abbiamo spinto a calci il cadavere della rivoluzione fino al cordolo dei marciapiedi e abbiamo cercato di allontanarci, senza renderci conto che nel farlo avevamo seppellito noi stessi. E dopo che un uomo viene ucciso, e poi un altro e un altro ancora, le morti diventano così tante che una singola vita non importa più a nessuno.”
Ultimo giro al Guapa è un romanzo intenso e coinvolgente sul piano emotivo, ma anche molto interessante dal punto di vista sociale e politico. L’autore trascina i lettori nel turbinio angoscioso di una storia dolorosa, che lascia però intravedere nel finale una speranza per cui si può ancora combattere:

“Forse dovremo andare a manifestare!”. “Si, si, è una splendida idea. Andiamo a manifestare. Contro chi?” “Contro tutti. Contro tutti.”

Assolutamente consigliato!
Traduzione dall’inglese di Silvia Castoldi.

Saleem Haddad è nato in Kuwait nel 1983 da madre iracheno-tedesca e padre palestinese-libanese. È cresciuto in Giordania, Canada e Gran Bretagna. Ha lavorato per Medici Senza Frontiere in Yemen, Siria e Iraq. Ha collaborato con il Centro di Studi Strategici dell’Università della Giordania. Attualmente vive a Londra dove lavora per conto di Safeworld come Conflict and Security Advisor per le aree del Medio Oriente e del Nord Africa. Ultimo giro al Guapa è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulio dell’ Ufficio stampa E/O.

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Sondaggio del sabato

2 luglio 2016 by

Abbiamo un vincitore per la settimana scorsa: Presunto innocente di Scott Turow, con 25 voti su 53. Presto sarà letto e recensito.

Questa settimana i candidati sono tre, e tutti agguerriti. Buon voto!

 

:: Da qualche parte c’è un briciolo di felicità, Svenja Leiber (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

1 luglio 2016 by
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Ruven Preuk è il protagonista del romanzo Da qualche parte c’è un briciolo di felicità della scrittrice Svenja Leiber. Il libro, pubblicato in Italia da Keller editore per la collana Passi, ha per protagonista il ragazzino Ruven, residente in un piccolo villaggio campagnolo, dislocato a Nord della Germania. Ad un certo punto tutta la comunità si accorge della forte propensione alla musica di Ruven e, per tale ragione, il giovane abbandona il suo villaggetto di campagna con un fine preciso: raggiungere il suo insegnante di violino Golbaum, residente nel ghetto ebraico di Amburgo, e diventare un grande musicista. Con l’anziano maestro, Ruven trova quell’empatia che lo porta a credere di poter avere un futuro e un successo certi e sicuri in ambito musicale. Tutto questo a Ruven sembra una qualcosa di fattibile, perché a dargli forza c’è l’amore per la bella Rahel. Peccato che la vita e le cose non sempre vadano come noi vorremmo e lo stesso Ruven dovrà fare i conti con risvolti esistenziali ben diversi da quello che aveva pensato per sé. L’imprevedibile destino separerà l’aspirante violinista dalla sua amata e, pagina dopo pagina, la Leiber ci conduce dentro alla vita di un giovane diventato uomo che sposerà una donna, forse, mai amata fino in fondo. Ruven, una volta diventato marito, soldato e padre sembrerà del tutto incapace di assolvere alle funzioni familiari, lavorative e sociali, come se fosse travolto da un male di vivere che gli impedisce di trovare la felicità. Il tutto è ambientato in una Europa tra gli anni Dieci e l’immediato periodo del Secondo dopoguerra. Uno scenario narrativo che permette al lettore di comprendere quanto geograficamente la nostra Europa sia cambiata all’inizio del XX secolo e quanto gli eventi che in essa sono accaduti (due guerre mondiali e la ricostruzione poste bellica) abbiano influenzato anche la vite delle persone che ci hanno vissuto. Da qualche parte c’è un briciolo di felicità dimostra che oltre al variare dei confini quello che si verifica nella vita del protagonista è la presa di coscienza del fatto che tutti gli uomini, spesso e volentieri, trascorrono la loro esistenza cercando la felicità, senza rendersi sempre conto che la vera gratificazione sta anche, o forse soprattutto, nelle piccole cose del quotidiano. Traduzione dal tedesco Elisa Leonzio.

Svenja Leiber è nata a Amburgo nel 1975 ed è cresciuta nella Germania settentrionale. Ha vissuto per breve tempo in Arabia Saudita. Ora vive a Berlino insieme al marito e ai loro due figli. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di racconti, Büchsenlicht, e nel 2010 il romanzo Schipino. Ha potuto godere di diverse borse per scrittori finanziate da importanti fondazioni culturali tedesche e ha vinto numerosi premi letterari, tra cui il Werner-Bergengruen-Preis e l’Arno-Reinfrank-Literaturpreis. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Source: Keller editore. Grazie a Silvia Turato dell’ufficio stampa.

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:: La guerra dei nostri nonni, Aldo Cazzullo (Mondadori, 2014) a cura di Natalina Saporito

1 luglio 2016 by

de“Abbiamo fatto tutti la guerra senza amarla, ma anche senza far storie”

Prendo in prestito la frase del racconto “L’ultimo fante” contenuta in questa meravigliosa raccolta di testimonianze e la declino restituendole un significato diverso, forse l’unico possibile che occhi “distanti” come i miei potrebbero attribuirgli.

I nostri nonni e bisnonni hanno fatto la guerra senza amarla è verissimo così come è vero che non hanno fatto storie e tenuto il broncio per tutte le perdite e il sangue versato ma l’insieme delle loro storie hanno fatto la grande STORIA, e leggere le loro vite non è mai abbastanza…non è mai abbastanza per recuperare quel senso d’identità che eventi di portata mondiale come la Grande Guerra e il secondo conflitto hanno cercato di annientare. Aldo Cazzullo è riuscito, con il suo prezioso lavoro, a farci avvicinare alla forza morale e fisica, al dolore e ai sentimenti della guerra in guerra che i nostri nonni hanno provato sulla e nella loro pelle di cui tutti noi, ancora, portiamo e porteremo, nelle nostre esistenze, i segni. Straordinario.

Aldo Cazzullo: Giornalista italiano. Dopo quindici anni a “La Stampa” di Torino, dal 2003 è inviato speciale ed editorialista del “Corriere della Sera”. Ha raccontato le Olimpiadi di Atene e di Pechino, gli attentati dell’11 settembre, il G8 di Genova, gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi ad opera delle Brigate Rosse. Tra i suoi libri, pubblicati da Mondadori e incentrati in gran parte sul tema dell’identità nazionale, ricordiamo: Ragazzi di via Po (1997), I ragazzi che volevano fare la rivoluzione (1998), Il caso Sofri (2004), I grandi vecchi (2006), Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita (2007), L’Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali (2009), Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione (2010), La mia anima è ovunque tu sia (2011), L’Italia s’è ridesta. Viaggio nel paese che resiste e rinasce (2012), Basta piangere! Storie di un’Italia che non si lamentava (2013) e La guerra dei nostri nonni (Mondadori, 2014). Ricordiamo anche I torinesi da Cavour a oggi, edito nel 2004 per Laterza.

:: Anime di seconda mano di Christopher Moore (Elliot, 2016) a cura di Giulia Gabrielli

30 giugno 2016 by
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Un piccolo avvertimento: Anime di seconda mano è in realtà il secondo libro che Moore dedica alle assolutamente folli vicende della vita di Charlie Asher.
Il  che comunque non impedisce di cominciare a leggere senza sapere nulla del libro precedente, Un lavoro sporco (Elliot, 2007), esattamente come ho fatto anche io.

Tra i due libri infatti sono passati alcuni anni e l’autore stesso sembra rendersene ben conto, agevolandoci con delle rapide sintesi degli eventi accaduti:
Charlie Asher era un mercante di morte, incaricato, lui come molti altri, di raccogliere le anime dei defunti e custodirle fino al loro passaggio in un nuovo essere vivente. Fortuna ha voluto poi che sua figlia di sette anni, Sophie,  fosse l’incarnazione in terra della Grande Morte in persona. Cosa che comunque gli è tornata molto utile quando le Morrigan, delle antiche divinità celtiche divoratrici di anime e assetate di sangue, si sono liberate dalle Tenebre per piombare su San Francisco. Sophie è riuscita a vaporizzare le tre donne-corvo, ma non prima che uccidessero suo padre Charlie.
O meglio: ora sappiamo che solo il corpo di Charlie è andato perduto, perché la sua anima in realtà è stata salvata e messa in una creaturina artificiale, un recipiente a forma di bizzarro coccodrillo di trenta centimetri dotato di piccole zampette artigliate, una tunica da mago e un gigantesco pene. Ed in questa forma assolutamente disagevole Charlie si trova a dover affrontare il ritorno delle Tenebre, attirate in città dall’enorme quantità di anime e fantasmi che sono rimasti in giro dopo che lui e gli altri mercanti di morte hanno smesso di fare il loro lavoro.
Il testo di Moore è divertente, pieno di guizzi linguistici, giochi di parole e battute che ti fulminano mentre leggi; è un libro pieno di inventiva, straripante di idee e trovate buffe, un po’ freak, e che all’improvviso vira violentemente verso il grottesco e l’inquietante. Dove il motore della storia è la fantasia dell’autore, che si diverte a mettere insieme dei personaggi improbabili e tutti dalla caratterizzazione fortissima, alle prese con vicende cosmiche e un pantheon di dei altrettanto variegato che mette insieme celti e antichi egizi, cristianesimo e buddismo.
Il vero punto di forza del libro sono proprio, almeno secondo me, i suoi personaggi, particolari fino all’inverosimile e impossibili da scordare: c’è l’Imperatore di San Francisco, un vagabondo senza tetto con i suoi due cani, ex-mastini infernali, che parla in sogno coi fantasmi; Menta Fresca, afroamericano di due metri che veste solo di sfumature di verde menta, mercante di morte anche lui; Audrey, monaca direttrice di un centro buddista con dei capelli cotonati da drag queen, capace di proiettare l’anima di un defunto nei pupazzi creati da lei; e la mia preferita in assoluto, Jane, la sorella di Charlie Asher che dopo la “morte” di lui gli ha rubato tutti i migliori completi dall’armadio e che con la sua compagna è diventata la tutrice della piccola Sophie alla quale è stata capace di insegnare parolacce veramente molto fantasiose.
E in tutto questo si trova coinvolto e sballottolato Charlie Asher, “maschio beta”, naturalmente remissivo e anonimo, alla ricerca di un po’ di equilibrio nella sua vita, di un corpo nuovo e di un modo per evitare la fine del mondo.
Si potrebbe dire insomma che questo libro è costruito un po’ come lo sono alcuni dei suoi personaggi, ovvero le creaturine artificiali del Popolo degli scoiattoli, realizzate dalla monaca buddista Audrey a partire da pezzi di animali e prosciutto per contenere le anime da salvare: tanti personaggi diversissimi tra loro formano un’unica storia, così come le tante parti di animali formano un unico essere vivente; mentre tanti stili diversi (specie nei racconti che i fantasmi fanno in prima persona delle loro vite) sono i tanti materiali diversi che compongono il Popolo degli scoiattoli.

Christopher Moore, nato in Ohio nel 1957, è autore di quindici romanzi, inclusi alcuni come Il vangelo secondo Biff, amico d’infanzia di Gesù o Un Lavoro sporco che hanno avuto un successo internazionale. Prima di pubblicare l suo primo romanzo nel 1992, La commedia degli orrori, ha lavorato come cameriere, fotografo, DJ, portiere di notte, commesso di drogheria e riparatore di tetti, tutte occupazioni che svolgono anche i personaggi di alcuni suoi romanzi.
Al momento vive a San Francisco col la moglie e quando non scrive si rilassa con il kayak o la fotografia.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulia dell’ ufficio stampa Elliot Edizioni .

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:: Alla prossima

30 giugno 2016 by

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Tre mesi fa lanciai l’ iniziativa, Il pozzo di San Patrizio. Questi erano i mesi, il tempo che mi ero data per vedere se sarebbe stata accolta dai lettori. In caso contrario l’avrei chiusa. Senza drammi. Certo un po’ mi dispiace. L’idea di raccogliere fondi per donare libri mi sembrava bella, ma così è. Ringrazio l’unico sottoscrittore a parte me, e speriamo di potere riproporre il tutto in tempi più felici.

Totale raccolto: 27 Euro

Libri acquistati:

Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück il campo di concentramento nazista per sole donne.

L’ età dell’innocenza. Ediz. integrale (rilegato) di Edith Wharton – Newton Compton – 2015

Gita al faro. Ediz. integrale (rilegato) di Virginia Woolf – Newton Compton- 2015

Libri donati:

Associazione: Biblioteca Comunale Peppino Impastato, di Poggio Mirteto (RI) *

Titolo: L’ età dell’innocenza. Ediz. integrale (rilegato) di Edith Wharton – Newton Compton

Associazione: Spazio donna di Cascinaroccafranca di Torino

Titolo: Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück il campo di concentramento nazista per sole donne.

Associazione: Spazio donna di Cascinaroccafranca di Torino

Titolo: Gita al faro. Ediz. integrale (rilegato) di Virginia Woolf – Newton Compton- 2015

:: La ragazza del treno, Paula Hawkins, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

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In vista del film in preparazione con la brava Emily Blunt nel ruolo della protagonista, merita senz’altro di recuperare se non lo si ha ancora letto un bel thriller di qualche mese fa, La ragazza del treno di Paula Hawkins, una storia on the road in maniera però abbastanza insolita.
Dopo il divorzio, la vita di Rachel ha preso una brutta piega: tutte le mattine prende un treno che la porta dal sobborgo fuori Londra in cui vive al lavoro non certo esaltante in centro, in un tran tran senza prospettive di miglioramento in cui lei si è ripiegata con non poca depressione. L’unica consolazione di Rachel è guardare dal treno le strade e le case fuori dal finestrino nei quartieri benestanti, case in cui lei non si potrà mai permettere di vivere, con i suoi abitanti, come quella coppia che vede tutte le mattine fare colazione e che per lei è diventata simbolo di una vita perfetta. Ma un giorno su quella veranda da sogno Rachel vede qualcosa che non doveva vedere, qualcosa di legato alla sua precedente vita, che sconvolgerà le sue certezze e che potrebbe anche metterla in pericolo, perché presto ci sarà un crimine su cui la polizia deve indagare.
Già Alfred Hitchcock aveva raccontato il guardare le vite altrui, ne La finestra sul cortile, dove un reporter immobilizzato per un incidente spiava in un mondo senza social network il suo vicinato finché non scopriva un crimine all’apparenza inesistente. La ragazza del treno ricorda in qualcosa questa trovata geniale, spostandola però dalla relativa tranquillità dei propri vicini di casa al mondo che si vede da un treno, non luogo della contemporaneità, preso oggi da milioni di persone nei Paesi occidentali, Italia compresa, da cui si può vedere di tutto ma dove si può approfondire ancora meno che dalla finestra di casa propria e dove forse si può lavorare ancora di più di fantasia prima che la realtà colpisca con la sua durezza.
Volendo, si potrebbe citare anche un altro film, sia pure in un contesto ancora più diverso, Le vite degli altri di Henckel, dove un agente della Stasi nella Germania dell’Est a forza di spiare gli altri non aveva più una vita sua. Però è quello che succede alla fine a Rachel, immersa in una sorta di abulia senza prospettive, capace solo di sognare dietro a vite irraggiungibili e delle quali alla fine non sa niente, finché non arriva la scossa.
Dietro a questo romanzo, dedicato dall’autrice a tutti i pendolari che si muovono nella zona di Londra, una città nella città, ci sono quindi tante cose, oltre ad un’avvincente storia thriller: la solitudine, l’inadeguatezza di cui si sentono vittime tante persone, il non riuscire a cambiare la propria vita, il sognare come antidoto ad una realtà, il non doversi fermare alle apparenze. Un libro piacevole da leggere ma che lascia non poche cose importanti dietro di sé.

Paula Hawkins ha lavorato come giornalista prima di mettersi a scrivere. La ragazza del treno è il suo primo romanzo, già in corso di trasposizione cinematografica, e uno dei maggiori successi degli ultimi anni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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:: Grandi momenti, Franz Krauspenhaar (Neo Edizioni, 2016)

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E’ uscito qualche mese fa, l’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar. Dal titolo quanto mai evocativo, e amaramente beffardo, Grandi momenti. Quali sono i grandi momenti di una vita? La vita ha davvero grandi momenti? Il titolo mi richiama alla mente Great Expectations di Dickens, anche forse non ci sono altri punti di contatto. Grandi momenti e un romanzo autobiografico, (non lo sono tutti i romanzi di Krauspenhaar?) in una misura abbastanza singolare (la chiamano autofiction, mi pare). Franz Krauspenhaar prende parti della sua vita e le scompone e trasfigura nell’arte. L’arte di narrare una storia, con quella irritazione, e quella selvatica forza che non punta a rassicurare o compiacere il lettore. Ha senso contaminare l’arte con la vita o viceversa? Per Franz Krauspenhaar sì, è il suo tratto distintivo, il suo marchio di fabbrica. Se poi per il lettore ha senso invece scoprire se davvero Franco Scelsit è l’alterego narrativo di Franz Krauspenhaar, fedele in ogni sua piega, in ogni suo pur minimo dettaglio, è un’altra questione. A chi scrive non interessa granché, ogni scrittore svela o nasconde quello che vuole, guidato dal talento di cui più o meno è dotato. Vivisezionare o psicanalizzare Franz Krauspenhaar non mi interessa, già un po’ di più mi incuriosisce analizzare e sondare il personaggio Franco Scelsit voce narrante di questo romanzo a tratti oscuro, a tratti allegro, a tratti comico, a tratti melanconico. Ciò non toglie che Krauspenhaar è un autore davvero capace di esporsi fino a scorticarsi, perché certe cose non si inventano, o le si prova, e le si vive, o non vengono proprio in mente. Franz Krauspenhaar possiede questa sorta di generosità ostinata, e scontrosa che impone al lettore di mettere dei paletti, quasi per pudore, e non accettare tutti gli inviti, anzi eluderli proprio. Leggo prevalentemente la sera, finché il sonno non mi fa desistere, e certe sere allontonavo il libro e dicevo basta, non me la sento di affronatare un testo così. Non è un libro leggero, non è intrattenimento puro, ti costringe a pensare, a fare i conti anche con la tua vita. Franco Scelsit, il protagonsita voce narrante è uno scrittore, che si trova a dibattersi tra scrivere ciò che la sua arte gli impone (ed essere letto da tre persone) o scrivere romanzi più commerciali (da autogril), e guadagnarsi una certa sicurezza economica e una relativa tranquillità. Vive con la madre (il colonnello della sussistenza) e un fratello, ama le auto veloci (la meravigliosa Jaguar E Type – anno di fabbricazione 1967, color oro brunito e sedili in pelle nera), le donne, e tra gli inciampi del vivere si trova a sopravvivere a un infarto. La sua vita cambia, (diremmo in meglio) c’è la riablitazione, nuovi amici (compagni di sventura, naufraghi), c’è una strana rielaborazione del lutto (mancato). Franz Krauspenhaar è uno scrittore onesto. Un artista eccentrico se vogliamo, ma dotato davvero del dono di inannellare parole. Nel panorama italiano ha una sua nicchia una sua posizione che difficielmente lo fa paragonare ad altri. Segue la sua poetica fino alle conseguenze più estreme e inaspettate. E sembra divertirsi. Martin Amis (non leggo nulla di contemporaneo che non sia scritto da me, a parte forse, martin Amis), William Faulkner e Jean Cocteou, compaiono nell’ epigrafe. E poi Thomas Mann, Antony Burgess, e Godard, Truffaut, Scorzese. E Gigi Riva e Renato Rachel e le lavanderie di Cindy Lauper. E il fantasma di suo padre, come quello di Amleto (lo vedo passare e lui è una cazzo di lepre). E il fratello in una sorta di epifania gli dice a proposito: “Tu hai le visioni di un animale, un mostro. E’ il prodotto della tua paura di vivevre. La stessa paura che temi e che fomenti”. Paura di vivere, paura di morire, aspettative, conti da saldare con il passato e il presente. Per progettare un futuro, che ancora si spera di poter avere. Un libro bellissimo, dolorosamente bellssimo.

Franz Krauspenhaar (1960, Milano) scrittore, poeta e compositore, ha pubblicato quasi 20 libri tra narrativa e poesia. Ricordiamo i romanzi Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Era mio padre (Fazi, 2008), Le monetine del Raphael (Gaffi, 2011). In poesia, i libri Effekappa (Zona, 2010), Biscotti selvaggi (Marco Saya, 2012) e il poema Le belle stagioni (Marco Saya, 2014). L’unico saggio è Un viaggio con Francis Bacon (Zona Novevolt, 2010). È stato redattore di “Nazione Indiana” e attualmente è redattore della rivista letteraria “Achab” coordinata da Sara Calderoni e diretta da Nando Vitali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Neo Edizioni.

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:: Verità sepolte, Allen Eskens,(Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

30 giugno 2016 by
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Tempo d’estate e tempo di gialli, tra i quali Beat edizioni propone l’edizione tascabile dello struggente cold case Verità sepolte, ricerca di una verità ma anche di un’umanità perduta, di un saper vedere oltre le cose e i luoghi comuni, partendo da un incontro che potrebbe a prima vista ricordare quello di un ormai classico del genere, Il silenzio degli innocenti, tra un’investigatrice alle prime armi e un pericoloso serial killer. Ma qui le carte in tavola sono ben diverse, come si scopre man mano.
Joe Talbert, studente universitario alle prese con i deliri di una madre incapace di badare a se stessa e pronta a dilapidare i soldi che lui ha messo da parte per studiare, decide di incontrare e intervistare uno degli uomini più odiati d’America, Carl Iverson, da anni in galera con l’accusa di aver stuprato, ucciso e bruciato una ragazzina di soli 14 anni decenni prima. Di fronte al mostro, Joe ascolta il racconto della sua vita di reduce del Vietnam, ma pian piano comincia a capire un’altra realtà, qualcosa che può cambiare una vita per cui sembra non esserci più tempo.
Un thriller che scava nell’animo umano, mettendo a confronto due solitudini, quella di un carcerato con un’accusa infamante che l’ha bollato a vita e quella di un ragazzo che cerca di riscattarsi con lo studio da una vita triste, ma anche una lucida denuncia degli errori giudiziari e un invito al riscatto, anche se in extremis, perché non sempre ci possono essere lieti fini, anzi nella vita reale quasi mai, ma va fatta giustizia e va ristabilita la verità.
Verità sepolte si inserisce nel filone dei Cold case, dall’omonima e ormai conclusa serie televisiva, cioè delle storie in cui si riprendono delitti irrisolti o risolti nella maniera sbagliata per scoprire cosa è successo veramente. Un filone sfruttato in letteratura, cinema e tv, ma presente anche nella vita reale, soprattutto da quando le indagini della polizia scientifica hanno reso possibile il recupero di prove che si credevano perdute e nuovi metodi di analisi su quelle esistenti. In questo caso di metodi di indagine scientifica ce ne sono pochi, c’è più un entrare dentro la psiche umana, dentro drammi sociali all’apparenza rimossi, come quello dei reduci del Vietnam, ma ancora ben presenti nella vita quotidiana negli Stati Uniti, visto che i dati su crimine e emarginazione sociale parlano purtroppo chiaro.
Un romanzo giallo, anzi thriller, appassionante fino alla conclusione che non manca di lasciare un groppo in gola, ma che fa pensare sulla nostra società, su come si giudicano troppo frettolosamente certe persone, sull’importanza almeno di dire le cose come stanno per dare pace a chi la merita perché ha già sofferto troppo nella vita. Il tutto, comunque, senza moralismo e retorica.

Allen Eskens è stato avvocato difensore per vent’anni. Ha affinato le sue abilità di scrittura creativa nella Minnesota State University, nel Iowa Writing Festival e nel Loft Literary Center di Minneapolis. Con Neri Pozza ha pubblicato anche Al posto di un altro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Neri Pozza.

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:: Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia, a cura di Enrica Matricoti (Zambon, 2015)

29 giugno 2016 by
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Ernesto Guevara de la Serna morì il 9 ottobre del 1967, nella giungla boliviana, per un colpo di pistola al cuore. Ricordo le foto del cadavere, in bianco e nero, che vidi su un giornale illustrato, di quelli che comprava mia nonna e ligiamente conservò, probabilmente era “Gente”. Esposto come un trofeo, esibito in una maniera quanto mai oscena, profanato, credo sia il termine esatto. Mi mise una grande tristezza, mista a rabbia. Credo che il rispetto per i morti, anche se nemici, vada mantenuto.
Questo rispetto al Che non fu tributato. La danza macabra sul nemico sconfitto fu danzata. Anche se una prova materiale della sua morte, come strumento di propaganda, rientra nell’annoso diritto di cronaca. Anche del cadavere di Gheddafi se ne fece un simile barbaro utilizzo. Tanto per dire che sono passati quasi 50 anni e non molto è cambiato.
Presto nacque il mito di questo Cristo rivoluzionario, di questo martire della rivoluzione comunista. La profanazione del suo cadavere scalfì ben poco la leggenda, più che altro offuscò la memoria di coloro che l’uccisero. Se mai ce ne fosse stato bisogno.
E sempre di memoria si tratta a proposito di Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia (Zambon) un documento storico, un saggio che contiene le interviste ai discendenti dei guerriglieri che combatterono con il Che in Bolivia, più quelle ad alcuni dei rarissimi superstiti. Interviste fatte dunque a figli, mogli, nipoti raccolte da Enrica Matricoti tra il 2008 e il 2009, nel corso delle riprese di un documentario.
Della dittatura militare in atto in Bolivia dal 1964 fino agli inizi degli anni ’80 si sa poco, quindi è un’ occasione, la lettura di questo libro, per venire a contatto con testimonianze dirette di quel periodo, grazie alle lettere, i diari e le foto che i guerriglieri inviarono ai loro parenti a casa. La separazione, la lontananza, i disagi contingenti (la fame, la sete, il non potersi lavare, le malattie) sono tutte cose che incisero sullo spirito di questi uomini, e di un’ unica donna, che seguirono il Che in questa sua lotta di liberazione che dalla Bolivia avrebbe dovuto diffondersi in tutto il Sudamerica.
Sappiamo come è andata, ciò non toglie che questa gente ci credeva davvero in quello che faceva, e avrebbe seguito il Che ovunque (tanto era il suo carismatico potere), si abbracci o non abbracci la ribellione armata come strumento di lotta. In un’ intervista chiedono a un parente se anche lui abbia mai pensato di imbracciare le armi e diventare guerrigliero. Questi, un medico, risponde di no, che la sua guerra è sul fronte di salvare vite, e ringrazia suo padre, con il suo sacrificio, di avergli permesso questa libertà di scelta.
Ecco molte risposte sono appunto così, intime, personali, hanno un valore di testimonianza familiare, anche se la storia scorre in sottofondo. Alcune affermazioni forse suonano enfatiche, persino celebrative, ma credo rientrino nella dimensione domestica che rappresentano. Si testimoniano affetti, amori, speranze, cioè è difficile farne una cronaca asettica, ligia solo alla obiettività storica.
Comunque per coloro che apprezzano maggiormente questa dimensione storica, è presente nel testo una sezione di approfondimento con schede storiche, dati biografici dei guerriglieri, un’ Appendice, la Bibliografia e l’Indice dei documenti e delle fotografie. Insomma se servisse come testo di riferimento per la stesura di una tesi, è salvo l’approccio scientifico.
Chi invece lo volesse leggere come puro testo divulgativo, per approfondire un’ epoca, un periodo storico, avrà modo grazie alla forma-intervista, di trovare un testo chiaro e diretto, facilmente avvicinabile.
Le foto sono numerose, a colori o in bianco e nero, utili a dare una dimensione visiva e reale, di quanto narrato. Alcune foto sono di oggi, altre di ieri, tra cui quella del matrimonio del Che.

Enrica Matricoti (Bari 1977). Cresciuta a Bologna, si laurea in Filosofia e si diploma come cantante-attrice presso la Bernstein School of Musical Theater. Studiosa di Storia Latino-americana, è membro del comitato di redazione internazionale della Fondazione Guevara in Italia. A Bologna, nel 2007, porta in scena il monologo teatrale Es Sudamerica mi voz; lo spettacolo verrà rappresentato nel 2009 presso l’Unión de Escritores y Artistas de Cuba a L’Avana, nell’ambito dei festeggiamenti per il 50° anniversario della vittoria della Rivoluzione. Sempre a L’Avana nello stesso anno, riceve il riconoscimento dell’Università dell’Adulto Mayor e del Museo della Fragua Martiana «per il suo contributo all’approfondimento delle idee di José Martí». Attualmente Enrica Matricoti vive a Cuba dove lavora come redattrice e reporter per l’emittente “Radio Havana Cuba”. Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia è la sua prima pubblicazione d’interazione testo-immagine.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’ Ufficio stampa Zambon.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: L’uomo di Berlino. La prima indagine di Gregor Reinhardt, Luke McCallin (Baldini&Castoldi, 2016) a cura di Daniela Distefano

29 giugno 2016 by
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Sarajevo nel 1943 non era la “Miss Sarajevo” cantata dagli U2 nel 1995 come protesta contro la guerra in Bosnia ed Erzegovina, ma anche allora, soprattutto allora, era un centro perenne di conflitti armati.
Qualche anno prima, nel 1941, i Nazisti avevano conquistato il Regno di Jugoslavia sia per scongiurare un allineamento a favore degli Alleati,  sia per non venir meno a quel bisogno di Lebensraum che pareva realizzarsi sotto gli occhi del mondo.
Di fatto, l’intera regione bosniaca fu legata mani e piedi alle potenze dell’Asse, divenne Stato Indipendente di Croazia guidato dal fascista ustacia Ante Pavelic.
La brutalità degli ustacia (contro la popolazione serba e ebrea) fu tale che molti serbi furono costretti ad imbracciare le armi contro le forze di occupazione.
Il popolo ebreo e rom originario della Bosnia venne quasi interamente annientato.
Dal 1941, i comunisti jugoslavi di Josip Broz Tito si allargarono a macchia d’olio sviluppando la loro resistenza armata.
Il resto fu barbarie dalle eco medievali.
Questo è l’acquario storico all’interno del quale nuota, respira, si nutre, il racconto sodo di un’indagine contorta;  un caso di doppio omicidio affidato a Gregor Reinhardt, capitano dei servizi segreti militari, già detective della polizia di Berlino.
Perché proprio Reinhardt?
Un giocatore in panchina può far comodo se non si vogliono risultati imprevisti.

Sorseggiando il caffè, Reinhardt tornò ancora una volta col pensiero alla fine del 1938, nei giorni in cui si rimise al servizio della nazione e intraprese quel viaggio che, facendo prima tappa in Norvegia, Francia, Jugoslavia e Nord Africa, lo aveva condotto fin lì.
Reinhardt sapeva di essere stato un bravo poliziotto e il fatto di essere tagliato per quel lavoro, senza contare la tranquillità e il rispetto che questo gli aveva procurato dopo gli anni amari e tumultuosi in coda alla guerra, fu per lui una rivelazione inaspettata(..).
Ma ben presto era uscito dalle grazie dei nazisti, soprattutto dopo il suo duplice rifiuto a un trasferimento nella Gestapo in seguito ai ripetuti attriti con le nuove leve piazzate forzosamente in polizia, ma più spesso con i suoi colleghi di vecchia data che, tutt’a un tratto, dal giorno alla notte, si mettevano a sbandierare la propria simpatia nei confronti di Hitler e dei suoi ideali.

Fu così che questo sbattuto Odisseo venne estromesso dalla Omicidi poi spedito in periferia finché non si ridusse a indagare su miseri casi di persone scomparse, cioè a raschiare il fondo del barile.
Però niente dura in eterno, sul suo cammino una deviazione lo porta a prendere coscienza del suo ruolo nella casella del destino.

Sapeva di essere solo e, alle volte, in quella condizione ci sguazzava pure. Sapeva anche che da lungo tempo aveva smesso di essere sincero, realmente sincero, con se stesso.

Prende fiato Reinhardt e comincia ad indagare sulla morte binaria di una giornalista ben ammanicata e di un ufficiale tedesco:entrambi sono stati trovati senza vita nell’appartamento della donna ad Illidza.
Marija Vukic era  croata bosniaca (ustacia), non solo giornalista, ma anche regista e fotografa, di fatto un’ape regina dentro l’alveare del Male.
Aveva un debole per i soldati, quasi sempre alti ufficiali più vecchi di lei.
Chi aveva interesse a vederla in Cielo se stava così bene in quell’Inferno?
C’è un sospettato che muore. Ci sono bobine, un filmato che potrebbe rivelare la mano che ha lanciato il sasso nello stagno.
Chiunque abbia preso la pellicola preziosa proveniente dalla casa della Vukic ha fatto in modo di distruggerla.
E di questa prova vuole ora impossessarsi la Feldgendarmerie.
Buoni e cattivi si mescolano senza confondersi mai in un romanzo dall’atmosfera decadente, non esistenzialista, infiammabile come un liquido che ha aspettato solo il vento su un cerino per invadere il pozzo dalla bassa acqua del Tempo.
Le pagine si sorseggiano come bibita gradita in una giornata d’estate, forse manca un tocco sull’anima, il personaggio della Vukic si rivela marcatamente disegnato (femmina perduta nel formicaio degli usurpatori etc.), quello di Reinhardt bonariamente smart, però è un thriller solido e di questo ne diamo atto.

Luke McCallin, originario di Oxford, classe 1972, ha vissuto in Africa, ma ha girato il mondo prestando servizio come operatore umanitario e mediatore di pace per conto delle Nazione Unite.
Vive in Francia con moglie e figli, ha una laurea in Scienze politiche e parla francese, spagnolo e un po’ di russo.

Nota: Il libro riporta nella sua parte iniziale una “Tabella comparativa dei gradi militari delle SS, dell’Esercito tedesco e dell’Esercito italiano”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Baldini&Castoldi.

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