:: Auschwitz. Ero il numero 220543, Denis Avey, Rob Broomby (Newton Compton, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2016 by
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In questi giorni di Brexit mi è capitato di leggere un libro del 2011, preso (o forse salvato) in un mercatino dei libri usati. Chi mi segue sa che li frequento spesso, un po’ perché i libri costano poco, (e si sa i blogger son tutti squattrinati) un po’ perché stranamente la gente ha la tendenza di disfarsi di libri che a me interessano davvero. Non immaginerete che cosa ho trovato da DeLillo a Bulgakov, da Paul Auster a Virginia Woolf, passando per tanta letteratura di genere fino ad arrivare a Il manuale di cucina di Nero Wolfe di Rex Stout, trovato nel sottopasso della stazione di Alassio (che invito a visitare, le offerte per i libri sono libere e vanno per un ente che si occupa dei malati di cancro). Il libro di cui parlo oggi è Auschwitz, ero il numero 220543 (The Man who Broke into Auschwitz, 2011) di Denis Avey scritto in collaborazione con Rob Broomby, e tradotto per Newton Compton da Elena Cantoni. Direte voi che c’entra Auschwitz, l’Olocausto con la Brexit. C’entra, ma andiamo per gradi. Auschwitz. Ero il numero 220543 raccoglie le memorie in forma romanzata di un reduce di guerra britannico, scampato al campo di prigionia di Auschwitz, e protagonista di un avventura che i più direbbero folle. Chi si toglierebbe la sua uniforme di soldato, prigioniero tutelato dalla Convenzione di Ginevra, per indossare la casacca di un giovane ebreo olandese (di lui sappiamo solo il nome: Hans)? Denis Avey lo fece. Per incoscienza, curiosità, generosità? Forse un miscuglio delle tre. L’Europa che oggi conosciamo, se è come oggi la conosciamo, con i suoi valori, le sue leggi, il suo spirito comunitario, molto lo deve all’Inghilterra di Churchill e di Giorgio VI, padre della regina Elisabetta. Senza, probabilmente Hitler avrebbe fatto un’Europa diversa. La storia avrebbe avuto un corso diverso. Leggendo questo libro mi sono immaginata un’ Europa nazista, e ho riflettuto che per alcuni non è un incubo, ma un reale piano politico. Per questo al voto referendario di uscita dell’ Inghilterra dall’ Unione ho sofferto. Se ne andava un pezzo di storia, se ne andava un tassello fondamentale dell’Europa Unita sognata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann. Probabilmente il cuore dell’Europa è davvero Londra. E né le reazioni isteriche di Juncker o della Merkel, né l’egoismo nazionalista che ha ottenebrato gli animi di chi ha così deciso sono all’altezza di comprendere la gravità di cosa è realmente successo. Lo diranno i nostri posteri, forse solo loro avranno la lucidità e l’indipendenza di giudizio per capire la reale entità di questo danno. Spazzare con un colpo di spugna il voto referendario non credo sia la soluzione. Hanno commesso errori e li stanno ancora commettendo, sia dentro che fuori la Unione, e ridurre tutto a solo una dimensione economica credo pecchi di grande miopia. Chi ha pensato che l’Europa Unita sarebbe colata a picco, e il Regno Unito si sarebbe salvato nel suo splendido isolamento, non ha fatto i conti con la storia, con il passato, e con il presente globalizzato. Il gesto di Denis Avey mi ha portato alla mente quanto coraggio è stato necessario, e quanta comunitaria identità di intenti e di ideali c’era tra il giovane olandese, e il giovane britannico. Quando si sono scambiati le vesti hanno posto in essere il fatto che erano uguali. Che solo la follia nazista vedeva in uno un non uomo e nell’altro un prigioniero di guerra. Non permettiamo che questa follia ritorni, con altri nomi, con altre forme.

Denis Avey è un ex militare, ingegnere e autore britannico.
Prigioniero durante la Seconda guerra mondiale, lavorò come ingegnere all’IG Farben presso il Campo di lavoro di Monowitz. Durante questi giorni, conobbe l’ebreo olandese Hans e con lui decise di avviare uno scambio di abiti per entrare all’interno del Campo di concentramento di Auschwitz e vivere da vicino gli orrori perpetrati dall’esercito nazista. Conobbe anche l’altro prigioniero ebreo, Enrst Lobethal, a cui salverà la vita grazie al contrabbando di alcune sigarette, fatte arrivare apposta da lui. Per questo, nel 2010, ha ottenuto la Medal of Honor dall’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown. A testimonianza di ciò che ha visto, ha realizzato, insieme al giornalista della BBC Rob Broomby, il memoriale Auschwitz. Ero il numero 220543 che è stato pubblicato nel 2011.

Source: acquisto personale in un mercatino dell’usato.

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:: Un’ intervista con Enrico Pandiani, a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2016 by

indexBentornato Enrico sul nostro blog. E’ uscito da poco un nuovo libro de Les italiens, di nuovo per Rizzoli, dal titolo Una pistola come la tua. Non sei proprio stanco di Mordenti?

Buongiorno Giulia, come si fa a essere stanchi di Mordenti? Per me, ormai, è come un fratello. Insieme ne abbiamo passate tante e ci siamo divertiti. Siamo caracollati su e giù per la Francia, abbiamo gironzolato per Parigi, in pratica mi ha aiutato a realizzare un po’ di sogni che avevo da parte e a togliermi qualche sassolino dalle scarpe. Anche se tenta sempre di mettermi in difficoltà, lasciandomi di fronte a imprevisti che poi mi toccherà affrontare, lui, e di conseguenza i suoi colleghi, sono legati a me a filo doppio. La scommessa è quella di resistere, di continuare a divertire i lettori senza perdere colpi e senza annoiare.

Dicci tutto di Nicolas Winding Refn, hai visto il suo nuovo film? Pensi ti chiamerà a scrivere la sceneggiatura della serie tv? Non è che poi scappi a Hollywood?

Quando Fulvio Lucisano mi ha invitato a Roma per conoscermi, mi ha detto che era loro intenzione domandare a Winding Refn di girare i primi due episodi della serie televisiva su Les italiens che intendevano produrre. Io non credevo alle mie orecchie, perché non ti capita tutti i giorni che qualcuno ti dica che vuole fare una serie dai tuoi romanzi, ma ancora meno che ti dicano che la vogliono far girare a uno dei registi più famosi del mondo. Ho visto Drive, certamente, un film che mi è piaciuto molto perché al di là della violenza estrema, aveva una bella storia di relazioni umane, molto sentimentale. Dai primi contatti, e dopo aver letto il pitch, Refn ha deciso di produrre la serie al cinquanta per cento con la Space Rocket Nation, la sua casa di produzione, e di diventarne lo showrunner. Questo è straordinario perché, se davvero il progetto dovesse andare in porto, sono certo che sarebbe un lavoro eccezionale. Non so se avrò qualche ruolo nella sceneggiatura. Certo, imparare da dei professionisti non mi dispiacerebbe.

Forse avrei preferito Olivier Marchal, in un certo senso una scelta come dire più ovvia, cosa pensi privilegerà invece Nicolas Winding Refn, non hai un po’ paura?

Marchal non mi dispiace, anche se l’atmosfera dei suoi film non mi fa impazzire. È troppo legata alla figura del poliziotto depresso, alcolista, che ce l’ha con tutto il mondo e al quale Mordenti, che è proprio il contrario, dedica una frase ironica nel nuovo romanzo. Penso che Refn ci darebbe dentro con la violenza, ma sono certo che saprebbe conservare quel coté ironico e l’umorismo senza i quali i miei personaggi perdono buona parte del loro carattere.

Come stai vivendo questa esperienza dell’autore famoso? Tua moglie che dice?

Il giorno che diventerò un autore famoso te lo saprò dire. Per ora sono soltanto uno dei tanti scrittori di genere che fanno i salti mortali per vendere qualche copia in più dei loro libri e per farsi conoscere dal pubblico dei lettori. Quelli famosi sono ben altri. Mia moglie, per l’appunto, dice che non sarebbe male se vendessi qualche copia in più e se portassi a casa la pagnotta. Al mio livello, si conta molto sul passaparola di coloro ai quali sono piaciuti i romanzi e sul fatto che i librai apprezzino il tuo lavoro e ti facciano scoprire ai loro clienti. Il libraio è la figura chiave.

Che tipo di accoglienza hai ricevuto in Francia? E’ vero, come dicono, che il noir italiano è da loro molto apprezzato?

In Francia l’accoglienza è stata buona. Lì vai a sgrugnarti con la storia del noir e, soprattutto, con quelli che sono i miei mostri sacri. Il mio editore francese dice che gli piacciono i miei romanzi perché c’è molta ironia e si ride, cosa che oggi succede raramente, nel noir d’oltralpe. All’inizio del 2017 uscirà in Francia Lezioni di Tenebra, il terzo romanzo di Mordenti. Spero che sarà accompagnato dalla notizia che la serie si farà sul serio. Quello potrebbe davvero cambiare le cose.

Hai ancora tempo per leggere? Quali sono le tue letture in questo momento, e se c’è facci qualche nome di giovani promesse.

In questo momento sto leggendo molto, ma pochissimi romanzi di genere. Ho letto Marías, Amis, Franzen, Dumas, Giono, Wilder, Tonani, molto Cercas, la Murgia, la Sagan, la Despentes. Per quanto riguarda il noir, invece, tre autori interessanti che mi è capitato di leggere sono Darien Levani, che per Spartaco edizioni ha scritto un bel romanzo, Toringrad, Antonio Mesisca che per Scrittura e Scritture ha pubblicato Nero Dostoevskij e Stefano Trinchero che è uscito con La coppia infedele per i tipi di 66th&2nd. Io trovo che il panorama noir italiano sia bello vivo e interessante, con romanzi che raccontano molto bene i problemi e le contraddizioni della nostra società.

Un uccellino mi ha detto che l’altro giorno eri a Chieri a una presentazione. Come è andata? Ti diverti a presentare i tuoi libri in sale gremite di gente, o sei un timido? L’episodio più bizzarro successo durante una presentazione.

Le sale “gremite” di gente sono una rarità, però qualche volta ancora succede. A Chieri è successo e la presentazione è andata molto bene, grazie anche a Carlo De Filippis, l’autore de Le molliche del commissario, che mi ha messo sotto con grande humour e simpatia. Fare le presentazioni è un’attività che mi diverte molto. Ti dà la possibilità di conoscere i tuoi lettori e di conquistarne di nuovi e ti permette di viaggiare. Quando capita che ci sia poco pubblico non me la prendo, in linea di massima la colpa è solo mia e della mia piccola fama. Quelle persone sono venute ad ascoltare me e quindi si meritano tutto il mio rispetto. In genere, quando capita, ci si siede attorno a un tavolo, si apre una bottiglia di vino e si fa una bella chiacchierata. L’episodio più bizzarro mi è successo qualche tempo fa; dovevo presentare Simone Sarasso, appena uscito con il suo romanzo sulla storia della mafia americana e ho portato con me un mitragliatore Thompson, quello con la ruota che si vede nei film di gangsters. Era finto, ma la gente che passava fuori dalla libreria non lo sapeva e vedere le loro facce è stato divertente. Una signora è entrata in libreria, ha visto Simone con il mitra ed è uscita come se niente fosse, ma molto alla svelta.

Come procede Torinoir, mi è giunta voce che l’altro giorno uno di voi si è sposato. Avrete ancora il tempo di riunirvi nelle piole a tirar tardi?

Torinoir è sempre viva e vegeta e i soci non disdegnano il ritrovarsi a chiacchierare bevendo vino e mangiando le torte di Patrizia Durante, la sola donna del gruppo e, di conseguenza, la testa pensante. Abbiamo in corso diversi progetti e nelle prossime settimane se ne vedranno delle belle.

Parliamo di scrittura. Come si fa a far vivere a lungo un personaggio seriale? Quali sono gli errori da non commettere e i piccoli segreti da non divulgare?

I piccoli segreti da non divulgare non te li dico, così non li divulghiamo. Penso che ogni autore abbia un suo modo di gestire un personaggio seriale. Per prima cosa devi decidere se invecchia; io ho già un piede nella fossa e se faccio invecchiare Mordenti, nel giro di qualche anno finiamo entrambi in seggiola a rotelle e addio indagini. Quindi ho deciso che lui invecchia al contrario dei cani: un anno ogni sette. Questo significa che deve cambiare utilizando altri parametri. Ogni romanzo ci svela qualcosa di sé che prima non si sapeva, o qualche lato del suo carattere. Man mano che si va avanti i protagonisti si raccontano al lettore, si svelano, coltivano un’intimità con lui sempre più stretta. Penso che sia questo il vero segreto, fare in modo che la curiosità non sia mai del tutto soddisfatta.

Si ride nei tuoi noir. Perché questa scelta?  È la lezione di Dard?

Senza dubbio e a mia insaputa, Frédéric Dard, con il suo San-Antonio, è stato molto importante nella mia formazione e mi ha immensamente divertito. Ancora continua a farlo. Mi ha svelato l’importanza dell’ironia, anche l’auto-ironia, e dell’umorismo nel romanzo di genere. Tutti i grandi che hanno utilizzato questi due ingredienti mi sono piaciuti più di quelli che si prendevano troppo sul serio. Ironia e umorismo aiutano a stemperare la violenza, possono rendere paradossale una scena che viceversa sarebbe banale, senza però farla diventare inverosimile. Io non posso farne a meno, forse è dovuto al fatto che trovo che per sopravvivere nel mondo di oggi c’è bisogno di tanta ironia e di una buona dose di humour. Altrimenti, ti butti dalla finestra.

Cosa consiglieresti a un giovane scrittore, con un discreto talento, che non sa che pesci pigliare e non ha amici nell’ambiente. L’autopubblicazione è una strada, o la sconsigli?

Gli consiglierei di aprire un ristorante e di dimenticarsi la scrittura. Tanto, nessuno ti dà retta.

Leggi anche ebook, o solo libri di carta e inchiostro?

Leggo essenzialmente volumi di carta. E “volumi” non è una parola usata a casaccio, perché si fa in fretta a riempire una casa. Però non posso farne a meno. Non ho un lettore Kindle o similare e non ho sostanzialmente nulla contro l’ebook. Io li leggo sul telefono e sono in genere romanzi in lingua originale, francese e inglese. In questo modo faccio prima a trovarli e me li leggo quando sono in coda alle poste o dal dentista.

Pensi che il digitale abbia costretto a chiudere molte librerie o i problemi sono altrove?

No, credo che il digitale c’entri poco. Cosa mette in ginocchio i miei amici librai è il fatto che in questo paese il settanta per cento della gente non legge un solo libro all’anno. E poi ci sono i giganti come Amazon e simili, che penso portino via la fetta più grossa di venduto. Quello che è certo, è che in questo paese non esiste uno straccio di politica che vada incontro ai librai, né da parte del governo, né da parte dell’editoria. Vedere le librerie che chiudono è una sensazione molto dolorosa, appena appena ripagata dal vederne ogni tanto qualcuna che apre. Quelli sì che sono dei pazzi, ma coraggiosi.

In un’ intervista ho letto che hai molto imparato da un libro autobiografico di una donna che è stata a capo del Quai des Orfèvres, mi piacerebbe saperne di più.

Dici il giusto, donna bianca. In effetti, anni fa la mia amica e mia traduttrice in francese, Catherine, mi ha regalato l’autobiografia di Martine Monteil, la prima donna commissario francese. Madame Monteil ha fatto carriera all’interno della polizia giudiziaria. Era bella come un’attrice, un tipo tosto, a occhio e croce. Lei ha diretto tutte le brigate della PJ, comprese la brigata per la repressione del banditismo e la celebre Crim’, la brigata criminale. Ha seguito casi molto importanti, come quello delle bombe sul metrò a Parigi, l’arresto di Françoise Sagan, e il suicidio di Jean Seberg, che le ultime settimane di vita passava spesso al Quai des Orfèvres. Era Martine Monteil che comandava la brigata criminale durante l’indagine più difficile e delicata, la morte di Lady Diana nel tunnel dell’Alma. Madame è poi diventata prefetto e, una volta in pensione, ha scritto la sua autobiografia che è una vera fonte enciclopedica di termini, tecniche e luoghi. Merci Martine!

E adesso parlaci di cosa stai scrivendo. Zara tornerà presto?

Al momento sto scrivendo un romanzo a sé stante, un noir che si svolge a Torino e il cui personaggio non è un poliziotto, o, per lo meno, non lo è più. Mi piace come sta venendo ma ci devo sputar sangue. Nel frattempo sto cercando di mettere insieme un nuovo romanzo di Zara e, per ovvi motivi, uno di Mordenti. Estote parati…

E adesso un saluto, e ricordati che mi devi un autografo, dopo Refn quando ti piglio più.

Un saluto a te e un abbraccio forte. E non ti preoccupare, dovesse esserci un dopo Refn, mi ripigli esattamente come prima. Son troppo vecchio per metttermi a fare il prezioso.

:: Vita spericolata di Albert Spaggiari, Giorgio Ballario (Idrovolante Editore, 2016)

28 giugno 2016 by
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Non avevo mai sentito nominare Albert Spaggiari. E come me credo molti altri, qui in Italia. A riportarlo agli onori della cronaca ci pensa Giorgio Ballario, giornalista de La Stampa e autore di raffinati noir sia coloniali che contemporanei. La sua passione per la cronaca nera, un po’ vintage, l’ha portato a riscoprire le gesta di un uomo (un avventuriero, non uno scassinatore) il cui motto era Sans arme, ni haine, ni violence. Insomma tutto un programma, per un criminale, che è difficile definire tale, per alcuni versi, ma che tuttavia rapinò una banca, fu arrestato, evase, si prese l’ergastolo e visse in latitanza per il resto della sua vita.
Ma andiamo con ordine. Chi era Albert Spaggiari? Bert, per gli amici, nacque a Laragne, un comune di una manciata di abitanti situato nel dipartimento delle Alte Alpi della regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, nel dicembre del 1932, in una famiglia di origini italiane. Rimasto orfano in giovane età, a diciassette anni entrò nei paracadutisti e partì per l’Indocina. Fu ferito due volte, una volta decorato. Per una brutta storia di un furto in un bordello di Hanoi, venne condannato a cinque anni di lavori forzati e tornato in Francia non si orientò a una vita più tranquilla.
Fu combattente dell’ Organisation armée secrète, un organizzazione terroristica colonialista, che si opponeva al ritiro francese dall’Algeria e soprattutto leggendo un giallo di un autore inglese, ebbe l’idea che nel bene e nel male condizionò e cambiò tutto il resto della sua vita: rapinare una banca e passare dalle fogne. E non un banca qualsiasi, ma anzi la Fort Knox delle banche francesi, (così, almeno diceva il pomposo slogan pubblicitario). La Société Générale, banca fondata a metà del XIX secolo dalla famiglia Rothschild. Scelse la filiale di Nizza di Avenue Medicin, proprio a fianco delle Galeries Lafayette, e poiché non era uno scassinatore di professione si affiancò a una banda di marsigliesi.
Scelta inevitabile, che gli costò anche amare riflessioni alla fine della sua vita del tenore: se ti metti in società con criminali e il meno che ti possa capitare se poi ti prendono parte del bottino. Comunque l’idea, l’organizzazione militare del colpo, fu sua (tentarono anche di metterlo in dubbio, e Ballario lo narra in alcuni capitoli molto ironici e vivaci). Anche la compagna di Spaggiari, Emilia De Sacco lo conferma.
Che dire astenendosi da giudizi morali di sorta, (sembra che abbia avuto rapporti con l’eversione nera, e di certo non nascondeva le sue simpatie per l’estrema destra), la sua vita fu davvero eccezionale, e ho apprezzato quanto fa Ballario non cercando di presentarcelo come una sorta di Robin Hood o di Zorro (lo dice anche in un’ intervista).
Albert Spaggiari fu un avventuriero, fece quello che fece per amore dell’avventura, per combattere la noia della vita di provincia, per i soldi, forse marginalmente (comunque ricordiamoci che furono sempre 30 milioni di Euro di oggi). Lui stesso non sapeva se alla fine era stato un genio o solo un povero coglione. Riflessione abbastanza onesta e sincera, ma certo dissacrante e anarchica, come fu la sua vita. Farne un eroe è sicuramente perlomeno ingenuo, e come detto Ballario non lo proclama tale, ma resta il fatto che una certa simpatia l’ ispira. E Ballario è bravo in questo, con il suo stile classico e sempre corretto, con il suo umorismo garbato e mai sopra le righe.
Vita spericolata di Albert Spaggiari, è una biografia equilibrata e misurata, su un personaggio difficile da definire, difficile da inquadrare. Uno che probabilmente prese sempre in giro tutto e tutti e non prese mai la vita molto seriamente. Non mancano alcune riflessioni graffianti di Ballario sia sul periodo storico, che sulla vita in genere, che rendono bene questo contrasto. Albert Spaggiari fece nella sua vita ciò che volle, ma finì in esilio, malato (cancro ai polmoni), anche amareggiato, con la sola luce della sua compagna. Da lei comunque seppe farsi amare, e questo nel bilancio di una vita credo sia più che sufficiente.
Se vi ho in qualche modo incuriosito, leggetelo, Ballario scrive bene. Anche se non avete simpatie per l’estrema destra, il quadro è interessante, è un pezzo della nostra storia e della nostra società di cui non se ne parla spesso. Idrovolante edizioni diretta da Roberto Alfatti Appetiti, appartiene al Gruppo Editoriale Historica.

Giorgio Ballario, (Torino, 1964) è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir. È stato finalista nella sezione romanzo storico al Premio Acqui Storia, nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. È fondatore e presidente dell’associazione di scrittori Torinoir.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo il direttore editoriale di Idrovolante Editore.

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:: Bookteen – Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach (Edizioni BUR, 1977) a cura di Lucrezia Romussi

27 giugno 2016 by
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Montesquieu, filosofo, giurista, storico e pensatore francese, riteneva che la libertà fosse quel bene che ti facesse godere di ogni altro bene. Questo aforisma è espresso al meglio dall’ opera di Richad Bach “Il gabbiano Jonathan Livingston”. Lo scrittore nasce ad Oak Park , un sobborgo di Chicago, il 23 giugno 1936. E’ pilota per l’U.S. Air Force, l’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America, aviatore acrobatico e, data la passione per la letteratura, decide di dedicarsi alla narrativa.   Scrive per varie riviste inglesi specializzate, soprattutto in aviazione, realizza anche vari romanzi come “Biplano”, “Illusioni”, “Nessun luogo è lontano” e “Niente per caso”. Richard Bach è padre di sei figli avuti dalla prima moglie Bette, da cui ha divorziato nel 1970. Durante le riprese del film, tratto dal suo romanzo più famoso, ‘’Il gabbiano Jonathan Livingston’’ conosce l’attrice Leslie Parrish, che diventerà, nel 1977, la seconda sposa. Nel 1999, Bach si è separato pure dalla seconda moglie, per risposarsi, nell’aprile dello stesso anno, con Sabryna Nelson-Alexopoulos. Nell’opera “Il gabbiano Jonathan Livingston” il protagonista è Jonathan un gabbiano particolare, diverso dagli altri: non si accontenta di vivere tranquillamente nel suo stormo Buonappetito utilizzando le ali solo per procurarsi il cibo dal peschereccio più vicino, senza far troppa fatica, Jonathan aspira, invece, alla perfezione e vuole utilizzare le ali per volare più velocemente. Così, i allena di giorno in disparte dal gruppo per riuscire a svolgere acrobazie e movimenti alari straordinari di una infinita bellezza. Soprattutto all’inizio, spesso, perde l’equilibrio sia fisicamente che moralmente, infatti, frequentemente tenta di comportarsi come gli altri, però, Bach, a proposito di ciò nel libro scrive ‘’ Ma il gabbiano Jonathan Livingston che faccia tosta, eccola là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo’’.
Propongo questo libro perché ritengo sia un esempio di libertà intesa non solo come atteggiamento personale adottato dal singolo senza influenze comportamentali esterne, ma anche come mezzo per raggiungere un ideale di perfetta realizzazione. Consiglio tale opera a tutti coloro che hanno nell’anima un vero “Gabbiano Jonathan‘’ soprattutto ai ragazzi, i quali nel complicato e turbolento periodo dell’adolescenza cercano continuamente esempi da cui attingere e imparare elementi necessari e indispensabili per la crescita. Traduzione a cura di Pier Francesco Paolini.

Richard Bach, ex pilota dell’aviazione militare americana, pilota itinerante e meccanico aeronautico, guida idrovolanti nel Nordovest degli Stati Uniti. Ha iniziato la carriera di scrittore con tre racconti di aviazione e ha scritto venti libri, tra cui Illusioni, Uno e Un ponte sull’eternità. Con Il gabbiano Jonathan Livingston ha ottenuto uno straordinario successo in tutto il mondo. I suoi libri sono tutti disponibili in BUR. Il sito dell’autore è richardbach.com.

Source: dono personale ricevuto dal recensore da un amico.

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:: E’ arrivata l’estate

27 giugno 2016 by

n_a0d7f91174E’ inutile negarlo, l’estate è iniziata. E anche Liberi si mette i sandali e i bermuda a fiori. Le scelte sono due: o prendersi una lunga lunga vacanza, e dire che so “arrivederci a settembre”, o inventarsi qualcosa: giochi, rubriche, sondaggi, curiosità, giveaway (se solo si potessero fare, non l’ho ancora capito). Lo so fa caldo. La gente (tra cui i lettori), è fuori in spiaggia, a passeggiare in montagna, a mangiare gelati, non incollata a un computer. Le visite calano, i post acchiappa click trovano il tempo che trovano e noi blogger, con il ventilatore a palla, ci chiediamo che pesci pigliare. Gettonatissimo è il “dieci libri per l’estate” come se i libri fossero stagionali, come se Guerra e pace non lo si potesse leggere a Ferragosto. Comunque forse la cosa non è così peregrina. Forse in spiaggia si ha davvero voglia di leggere un libro su gli impianti balneari della Versilia, o un bel thriller dove i protagonisti sono persi in mezzo al Pacifico. Sole, mare, e cibo di qualità, forse sono cose che non dovrebbero mancare a un “libro per l’estate”. E così mi son detta quali libri consiglierei ai fortunati che sono in vacanza. Sono andata a guardare le classifiche, e tra i titoli be’ io leggerei La ragazza nel parco di Alafair Burke, La strategia di Bosch di Michael Connelly, Il giovane Holden di J. D. Salinger, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, La via del male di Robert Galbraith, e mi incuriosisce La vedova di Fiona Barton. Poi senz’altro leggerei a occhi chiusi l’ultimo de Giovanni, in libreria dal 28, cioè domani, Notturno per il commissario Ricciardi, l’ultimo di Pandiani Una pistola come la tua, Incubo di Wulf Dorn, Il cormorano di Stephen Gregory, e naturalmente I sei giorni del Condor, trovo che le spy story siano molto estive, come i libri di avventura, o i classici di fantascienza. E voi che libri consigliate questa estate?

:: Cascina smorta, Antonio Zamberletti (Runa editore, 2016) a cura di Micol Borzatta

27 giugno 2016 by
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Un gruppo di ragazzini ha l’abitudine, dopo la scuola, di incontrarsi in un vecchio cascinale chiamato Cascina smorta. È il loro luogo sicuro in cui possono fumare di nascosto e parlare di tutto, soprattutto lontano dai bulli che li prendono sempre di mira a scuola. L’unica regola che hanno è quella di non andare nella brughiera.
Dopo vent’anni uno di questi ragazzi, Andrea Modica, torna nel suo vecchio paese, diventando il capo della Squadra Mobile locale.
Deve ancora iniziare ufficialmente, previsto per la mattina successiva, quando squilla il cellulare e viene chiamato a indagare sul ritrovamento di un corpo nei pressi di Cascina smorta.
Tutto il suo passato ritorna a galla, la sua adolescenza, i suoi amici, e le indagini per scoprire il killer lo trasporteranno ancora più in profondità dei suoi ricordi.
Un romanzo giallo completamento diverso dai soliti gialli, con una trama avvincente che sa penetrare nel cervello del lettore trasportandolo in torbidi segreti.
Da bravo sceneggiatore l’autore riesce a descrivere le scene molto approfonditamente, sia a livello visivo, come se si trattasse di un film, ma anche a livello psicologico, puntando molto sui pensieri e i ricordi dei personaggi.
Purtroppo questo lo porta ogni tanto a entrare un po’ troppo nello specifico, specialmente quando parla delle armi che arriva a precisare perfino la specifica delle munizioni che distingue due proiettili dello stesso calibro. Specifiche che la maggior parte dei lettori non sanno cogliere perché relative a un argomento non da tutti i giorni.
Per il resto non si può criticare niente.
Gli ambienti sanno essere freddi e tetri al punto giusto per trasmettere quella sensazione di paura e mistero che portano il lettore a voler approfondire sempre di più i fatti, grazie anche a un continuo saltare avanti e indietro nel tempo (un capitolo nel presente e uno nel passato) che raccontano di volta in volta piccoli particolari dei vari ragazzi e delle vicende che danno sempre nuove informazioni e svelano di volta in volta un nuovo segreto.
Un romanzo che sa come farsi leggere tutto d’un fiato.

Antonio Zamberletti nasce a Varese nel 1963. Dopo gli studi presta servizio per alcuni anni in un reparto operativo della Polizia di Stato e successivamente consulente della security aziendale e personale. Dal 2011 collabora come sceneggiatore e soggettista con la Sergio Bonelli Editore per le testate Zagor, Dampyr e Nathan Never. Con Todaro Editore ha pubblicato I morti non pagano, i duri non piangono che è arrivato tra i primi dieci semifinalisti al Premio Scerbanenco, e Silenziosi nella notte, oltre al racconto Buono da morire. Nel 2015 ha pubblicato con Mondadori il giallo Codice Tunguska e con Runa il seguente: Cascina smorta.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Fabio dell’ufficio stampa Runa Editore.

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:: Intervista a Rosalia Messina, a cura di Milena Vallero

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Lia per locandinaCiao Rosalia e grazie di aver accettato di partecipare a questa breve intervista.

Grazie a te, Milena, per l’interesse nei confronti della mia scrittura.

Per prima cosa, mi piacerebbe conoscere qualcosa di te. Come sei approdata al mondo della scrittura?

Scrivo da sempre ma solo dal 2005 ho cominciato a farlo con l’intenzione di pubblicare. È venuto un momento in cui scrivere non mi è sembrato più sufficiente, in cui ho sentito il bisogno di essere letta. Scrivere è comunicare. Se nessuno ti legge, scrivere è un esercizio senza scopo. La mia prima pubblicazione, una raccolta di racconti, è arrivata nel 2010, quando ho vinto una selezione indetta dall’editore Perrone che premiava l’opera vincitrice con la pubblicazione. In quei cinque anni ho abbozzato diverse opere che poi ho ripreso e rivisto e infine, man mano che ultimavo il lavoro di completamento e revisione, ho pubblicato.

La tua storia personale ha mai fatto da sfondo alle tue opere?

A questa domanda non posso rispondere con un secco sì o un secco no, perché merita una risposta articolata. I romanzi sono tutti ambientati in Sicilia, a Catania, la città in cui fino a qualche tempo fa abitavo e quindi lo sfondo, per riprendere l’espressione da te usata, è uno sfondo quanto mai reale e appartenente al mio vissuto. Le storie narrate sono tutte inventate, però i personaggi a volte mutuano un tratto somatico o del carattere, un vezzo verbale, un tic, un dettaglio, a persone che mi è accaduto di conoscere. A volte su uno spunto reale ho costruito una storia che si è man mano sempre più allontanata dal punto di partenza per assumere una fisionomia tutta sua. E questa è una prima risposta, che resta in superficie. Se vogliamo andare più a fondo, allora devo dire che nelle storie che si scrivono c’è sempre anche chi le scrive, c’è la sua sensibilità, il suo sguardo sul mondo, gusti e disgusti, passioni e idiosincrasie, emozioni agite e negate. Non nel senso che chi scrive una storia racconta tutto questo di sé, ma nel senso che il modo di narrare è fortemente influenzato da tutte queste cose. Sul rapporto tra l’esperienza dello scrittore, il suo modo di essere e le storie che narra ci sono capitoli molto interessanti in un saggio che sto leggendo, “L’arte della psicoterapia e la psicologia dell’arte”, di Luca Casadio, psicoterapeuta e scrittore.

La tua scrittura è molto eterogenea: hai scritto romanzi, racconti e persino un libro di fiabe per bambini. Come ti trovi a gestire stili così diversi tra loro, e in quale di essi ti senti più «a casa»?

Mi sento a casa nel racconto e nella favola, nel romanzo sono una turista. Amo molto la dimensione del racconto, anche da lettrice. Un racconto non è un romanzo incompiuto, un aborto di romanzo, non è qualcosa di meno, è un modo diverso di raccontare la vita, cogliendola in un istante, in un episodio, in un periodo breve; il passato dei protagonisti può essere condensato in un flashback di poche righe, può fare capolino nei dialoghi mentre viene messo a fuoco un preciso segmento di esistenza. Un amico con il quale ci scambiamo impressioni di lettura ha già letto “Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout, scrittrice che entrambi amiamo molto. Io ancora no, è uno dei libri che desidero leggere a breve. Una delle cose che il mio amico ha messo in luce è che con poche pennellate questa gigantessa della letteratura contemporanea informa il lettore di tutto quello che occorre sapere del “prima” e dell’ “intorno” della storia. Ecco, questo mi piace del racconto, questo affacciarsi sul fluire di un’esistenza e isolarne un frammento, metterlo a fuoco, ingrandirlo, coglierne il significato e l’importanza. E questo per quanto riguarda il mio gusto, poi va detto che, come sappiamo tutti, gli editori italiani non sono in genere entusiasti dei racconti, forse perché il romanzo (soprattutto il romanzone di diverse centinaia di pagine) può essere venduto a un prezzo decisamente più alto. Se Alice Munro e Raymond Carver fossero nati in Italia per loro le cose sarebbero andate diversamente da come sono andate, immagino.

Parliamo ora del tuo ultimo romanzo. “Morivamo di Freddo” è un libro intenso e intimista, dove i sentimenti e la psicologia la fanno da padrone. È un’opera di pura fantasia o hai invece attinto da qualche esperienza reale per scriverlo?

Devo l’ispirazione iniziale di “Morivamo di freddo” a un episodio di cronaca (un anziano in stato di alterazione psichica che, sulla soglia della sua casa, in cu si era barricato da giorni, uccise un ufficiale), ma poi la storia si è sviluppata in modo del tutto autonomo, è stata riscritta, ha cambiato titolo ed è stata sottoposta a diversi editing e riletture. Prima della pubblicazione, è stata anche esaminata da due psicoterapeuti (che infatti cito nei ringraziamenti) che ne hanno saggiato la credibilità dal punto di vista psicologico-psicoterapeutico e hanno dato un prezioso apporto sotto questo profilo; esame e apporto necessari, visto che nella storia di Enrico, uno dei protagonisti, il percorso psicoterapeutico ha un certo peso e non come espediente narrativo per raccontare la storia anche dal suo punta di vista ma come strumento per mettere ordine nel suo personale caos. La depressione di Mauro, la personalità di Guido, le dinamiche familiari, il lato oscuro dei sentimenti, gli attacchi di panico di Enrico sono tutte pure invenzioni.

Da quello che si può evincere dal suo ruolo all’interno del romanzo, la famiglia sembra avere una grande importanza per te, vero?

Le relazioni familiari sono il terreno dal quale possono nascere piante rigogliose di ogni tipo, anche velenose. È l’argomento che trovo più interessante, fonte inesauribile di ispirazione, come del resto testimoniano le innumerevoli opere letterarie, teatrali, cinematografiche che in un modo o nell’altro ruotano intorno a un conflitto familiare. Ovviamente le famiglie felici non sono interessanti e nemmeno possono essere raccontate, tant’è che “L’ultima famiglia felice” di Simone Giorgi, giovane autore segnalato premio Calvino 2104, narra di una famiglia che felice è solo in apparenza. Perché non è detto che l’assenza di conflitti evidenti sia sintomo di “buona salute” dei rapporti. Nei romanzi e anche nei racconti che ho scritto, non soltanto in “Morivamo di freddo”, la protagonista in fondo è sempre la famiglia.

I personaggi principali del romanzo hanno tutti delle debolezze, più o meno marcate; non ci sono eroi in questo microcosmo, semmai sono tutti antieroi. Sembra una visione un po’ pessimistica della società…

A me piacciono sia gli eroi sia gli antieroi. Scrivo anche favole proprio per poter recuperare ogni tanto una maggiore pulizia di linguaggio e di andamento narrativo, per concedermi il lusso del lieto fine e del trionfo dei giusti. Nella scrittura non destinata ai bambini la visione del mondo dell’autore entra in modo meno filtrato che nelle favole, com’è ovvio. Siamo tutti antieroi, no? Siamo tutti capaci di grandezze e miserie. La vita non premia sempre la correttezza, l’onestà, i valori da libro Cuore che fanno sorridere (perché? Come osservava qualche tempo fa Raul Montanari in un social, non sono i valori nei quali affermiamo di credere?), quindi diciamo che per me questa visione delle cose più che pessimistica è realistica, perché poi credo – e si vede nelle mie storie − nella possibilità dell’individuo di migliorarsi, di raggiungere obiettivi positivi per se stesso e per il contesto sociale in cui è inserito. Però non credo (e come potrei, come potrebbe chiunque?) al bianco e nero, ai buoni e ai cattivi tutti d’un pezzo. A questo proposito, come emblematico del confine sottile tra bene e male anche dentro ciascun essere umano, cito il personaggio che nel film “Crash”, di Haggis, è interpretato da Matt Dillon, un poliziotto che può usare la divisa per commettere un abuso odioso su una donna (per sfogare frustrazioni facilmente intuibili, perché lei è ricca e gioiosa mentre lui si occupa di un padre invalido e l’assistenza pubblica gli nega ottusamente ciò cui ritiene di avere diritto) e poche ore dopo salvare la stessa donna, coinvolta in un incidente, trattandola con incredibile delicatezza e rassicurandola. Un vero antieroe.

Morivamo di freddo è uscito solamente in versione digitale. Cosa ne pensi della «lotta» tra ebook e cartaceo?

Colgo l’occasione per dire che sono molto soddisfatta della mia esperienza con la casa editrice Durango, perché ho visto nascere il libro a poco a poco e ho mantenuto un contatto costante con il direttore editoriale Massimo Giuliani e con l’editore Felice Di Lernia per tutto il processo dal quale alla fine è scaturito il prodotto finito, chiamiamolo così, e anche dopo. Un’esperienza divertente e creativa anche nella fase di trasformazione del manoscritto in ebook. Detto questo, come lettrice leggo ormai quasi esclusivamente in digitale. Premesso che un libro non si identifica con il suo contenitore, premesso che i materiali scrittori hanno avuto tutti il loro ciclo vitale (la pietra, la tavoletta cerata, la pergamena), premesso che non mi sdilinquisco per la carta e per il suo (inesistente) profumo (la carta non cresce sugli alberi o nei prati!), naturalmente ho una casa piena di libri, essendo cresciuta con i libri di carta, ma questi occupano moltissimo spazio e si riempiono di polvere. E di spazio non ne ho più. I vantaggi del digitale che apprezzo sono la possibilità di portare con sé più libri e la facilità di acquisto. Dal punto di vista degli autori, poi, soprattutto se esordienti (e chi non pubblica con le case editrici importanti resta esordiente a vita) la visibilità che può assicurare il digitale è sicuramente maggiore. Il digitale, last but not least, costa meno e non tutti hanno la possibilità e la voglia di spendere cifre che cominciano a essere rilevanti in un momento di crisi e disoccupazione.

Infine, questa domanda è d’obbligo: che progetti hai per il futuro?

Ho ultimato un’altra favola e sto revisionando un altro romanzo breve. Inoltre ho pronta da tempo una seconda raccolta di racconti, sto cercando un editore.

:: Kobane calling, Zerocalcare (Bao Publishing, 2016) a cura di Elena Romanello

27 giugno 2016 by
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Leggi fumetti, i fumetti sono stupidi, i fumetti sono dequalificanti, i fumetti sono un mero passatempo: alzi la mano chi, tra i cultori delle nuvole disegnate, non si è sentito dire almeno una volta una di queste frasi! Praticamente tutti e tutte, anche se va detto che per fortuna le cose stanno cambiando, complici anche i titoli di indubbia qualità e sperimentazione artistica che stanno uscendo da tempo in Italia, provenienti da autori di varie parti del mondo.
Alcuni di questi titoli raggiungono ottimi risultati di vendita, rivaleggiando con i best-seller del momento, come è capitato con Kobane Calling, ultima fatica di Zerocalcare, uscito prima a puntate come vignette sul settimanale Internazionale e poi in volume per Bao Publishing.
L’autore racconta con il suo stile umoristico, dissacrante e toccante la sua esperienza di vita in aiuto dei curdi, tra Turchia, Siria e Iran, un’avventura nata per scopi umanitari e di aiuto, oltre che per conoscenza dall’Italia di alcune persone, donne in particolare, originarie di quelle terre, poi impegnate in quella guerra e poi diventata una sorta di missione in difesa di un ideale che l’autore ha abbracciato, quello di lotta contro un oppressore, certo, ma anche di ricerca di una società migliore.
Sono anni che si sente parlare di curdi, Medio Oriente, Isis, Siria: Zerocalcare, usando il linguaggio delle vignette e mantenendo i toni apparentemente sullo scherzoso, riesce ad entrare in un dramma di oggi, uno dei più grandi, ma nello stesso tempo a raccontare una delle poche vicende di vero eroismo non solo contemporaneo, ma risalendo indietro anche di decenni, quello della regione del Rojana, roccaforte curda contro gli integralisti islamici ma anche posto dove si vuole sperimentare un nuovo modello di società laico, egualitario, democratico.
Una storia non retorica, comunque, che informa senza annoiare, raccontando un’epopea che lascia con un groppo in gola, una storia che c’è in questo mondo e che in queste pagine trova una trattazione migliore di quanto non succeda in reportage giornalistici e televisivi. Un’opera per chi ama la buona narrativa, disegnata e non, per chi crede che i fumetti non siano inferiori a niente e che esista solo un criterio di qualità di storie raccontate, un’opera per sorridere e commuoversi, per indignarsi e ricordare l’oggi. Ma anche un’opera da consigliare per chiunque vuole capire qualcosa di più su cosa sta succedendo in un luogo da cui dipenderà la vita e la Storia di tutti nei prossimi decenni.

Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, classe 1983 è originario di Arezzo, è cresciuto in Francia, e ha debuttato come fumettista raccontando a modo suo i giorni del G8 di Genova. In seguito, ha svolto anche attività di illustratore, per copertine di libri e dischi, ha collaborato con Liberazione, Repubblica XL, Carta e Liberazione. Cura un suo sito zerocalcare.it ed ha pubblicato varie graphic novel, come La profezia dell’armadillo, Un polpo alla gola, Dimentica il mio nome, tutte basate su sue esperienze di vita tra passato e presente.

Source: dono dell’editore al recensore al Salone del libro.

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Sondaggio del sabato

25 giugno 2016 by

Ecco il primo sondaggio di una serie, spero numerosa. Vorrei coinvolgere i lettori nella scelta dei libri da recensire. Metterò più che altro classici, vecchi libri che ho nella mia biblioteca, alcuni già letti, altri ancora da leggere. Ma insomma libri interessanti. Il sondaggio dura una settimana e vedrò se ripeterlo. Dunque votate, sono molto curiosa.

:: Chanbara – La via del samurai, Roberto Recchioni e Andrea Accardi ( BAO Publishing, 2015) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2016 by
Chanbara

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Chanbara o chambara sono in Giappone le storie, essenzialmente i film di cappa e spada ambientati tra Medio Evo e Settecento, dove si raccontano le storie di samurai in lotta tra di loro o con signorotti. Un genere molto presente nei film di Akira Kurosawa e noto anche a chi legge i manga, anche se da noi in Italia si sono preferite altre storie da tradurre, ma che ha sedotto anche due autori italiani come Roberto Recchioni e Andrea Accardi.
Bao Publishing ha unito in un unico volume due storie di ambientazione giapponese del duo uscite in precedenza per l’editore Bonelli, La redenzione del samurai e I fiori del massacro, con una nuova impaginazione, colorazione e una veste grafica sontuosa e raffinata, che richiama la cultura nipponica classica.
Il risultato è davvero molto interessante, un tuffo in un mondo che ormai ha affascinato più di una generazione, lontano ma incredibilmente suggestivo, restituito da tavole che uniscono il gusto dei maestri occidentali (volevamo fare un Tex giapponese, hanno detto gli autori) alle stampe e alle atmosfere giapponesi, tra crudeltà e incanto.
Le storie raccontate, che non sfigurerebbero nelle pellicole di Kurosawa (che tra gli altri ha ispirato Sergio Leone e George Lucas), sono entrambe di vendetta, la prima su un samurai che ha visto morire il suo signore, la seconda sulla figlia di un nobile che diventerà guerriera per distruggere chi ha ucciso la sua famiglia. Due storie senza tempo, spietate ma affascinanti, che raccontano il mondo del Giappone feudale, lontano ma simile al feudalesimo europeo, tra katane, ciliegi in fiore, duelli, viaggi.
Chanbara è un’opera che si rivolge innanzitutto a chi mette sullo stesso piano la narrativa scritta con quella disegnata, come possibilità di ricreare un mondo che stravolge e avvince e da cui è davvero difficile staccarsi. Poi è per tutti coloro che amano il Giappone, Paese incredibile, dalla cultura millenaria ma capace di proporsi come uno dei più efficaci inventori di immaginario pop, soprattutto per chi del Paese del Sol levante ama gli aspetti storici e classici. Ma è anche un’opera per capire come il fumetto sia un linguaggio universale, con rimandi culturali e tematici, che ha una scuola di tutto rispetto anche in Italia, senza nulla togliere a successi e opere stranieri.

Roberto Recchioni, romano, ha alle spalle una carriera ultra ventennale come fumettista: per la Bonelli ha sceneggiato vari numeri di Dylan Dog e Tex e nel suo curriculum ci sono anche partecipazioni a Orfani, a Joe Dante, a Diabolik, alle Cronache del mondo emerso dal romanzo di Licia Troisi e a Topolino.

Andrea Accardi, palermitano, ha iniziato la sua carriera a fine anni Ottanta collaborando alla Granata Press, la casa editrice che portò i manga in Italia, per poi passare a Kappa edizioni e partecipando alla nuova edizione di Lupin III all’inizio del Duemila. Da tempo è un disegnatore Bonelli.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Le sorelle, di Claire Douglas (Editrice Nord, 2016) a cura di Micol Borzatta

25 giugno 2016 by
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Abi ha perso la sorella gemella Lucy a causa di un incidente in auto. Incidente causato da lei che guidava, fuori il temporale impazzava e in macchina Abi urlava ferocemente contro la sorella Lucy. Non riesce a darsi pace, pur essendo stata assolta dal tribunale, Abi continua ad accusarsi della morte di Lucy.
Per cercare di rifarsi una nuova vita Abi lascia Londra e si trasferisce a Bath. Qui incontra Beatrice Price, una ragazza vivace e fisicamente assomiglia tantissimo a Lucy. Abi si affeziona molto alla ragazza, un sentimento che sembra reciproco, tant’è che Beatrice invita Abi ad andare a vivere a casa sua, casa che divide con altre due ragazze e il fratello gemello, Ben.
Tra Abi e Ben scocca subito il colpo di fulmine, basta solo uno sguardo e il sentimento diventa sempre più forte giorno dopo giorno.
La vita di Abi sembra diventata perfetta, ha un nuovo fidanzato, una nuova amica ma il comportamento di Beatrice cambia, inizia a diventare fredda nei suoi confronti e ad avere atteggiamenti duri ei distaccati. Abi non capisce se è perché Beatrice è gelosa del fratello o se hanno scoperto il suo segreto.
Un romanzo spettacolare che sa conquistare il lettore fin dalle prime pagine.
La narrazione in prima persona, insieme alle descrizioni dettagliate fatte dalla Douglas, aiutano il lettore a immedesimarsi nelle due protagoniste, Abe e Beatrice, che raccontano la loro vita, il loro stato d’animo e le loro sensazioni, capitolo dopo capitolo intervallandosi, permettendo di avere una visione completa degli avvenimenti, quasi come se fossero raccontati da una voce fuori campo onnipresente, ma nello stesso tempo fanno entrare il lettore nelle vicende come se le vivesse lui stesso.
I giochi mentali che vengono effettuati in tutto il romanzo riescono a essere debilitanti anche per il lettore, che si ritrova a non riuscire più a credere a nessuno, come se davvero si trovasse in un mondo di pazzi, fino al colpo di scena finale che lo spiazza, che lo colpisce come un pugno allo stomaco, lasciandolo senza fiato e con la voglia di urlare sia ad Abi che a Beatrice di scappare.
Un romanzo che sa davvero come colpire e catturare il lettore come un tornado che lo risucchia dentro di sé.

Claire Douglas da quindici anni lavora come giornalista sia per quotidiani che per riviste femminili. La sua passione per la narrativa risale fin dai tempi della sua infanzia e ha sempre sognato di scrivere libri, Le sorelle è il suo romanzo di debutto con cui si è anche aggiudicata il Marie Claire Debut Novel award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Editrice Nord.

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:: La collera di Napoli, Diego Lama (Mondadori, 2016) a cura di Diego Di Dio

24 giugno 2016 by
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Napoli, settembre 1884. Un’epidemia di colera provoca migliaia di vittime in appena due settimane.Veneruso, un commissario di polizia depresso e irritabile, indaga sul ritrovamento dei cadaveri di alcune giovani orfane mutilate su una spiaggia vicino al porto. Le ragazze provengono tutte dallo stesso convento di monache di clausura. Le ricerche di Veneruso e dei suoi scalcagnati agenti riveleranno presto passioni segrete, vizi inconfessabili e relazioni pericolose tra le religiose. All’indagine principale si aggiungono altri casi paralleli, altri omicidi, altri assassini.

La collera di Napoli è il primo romanzo che leggo di Diego Lama.
Il fatto che sia risultato vincitore al Tedeschi mi ha incuriosito parecchio e, ovviamente, ha aumentato a dismisura le mie aspettative. Spesso accade che, leggendo un libro che si è affermato in un premio importante come questo, le pretese rimangano in parte deluse, ma non è questo il caso.
La collera di Napoli non solo introduce nel panorama del giallo storico un personaggio unico, irritabile, nervoso e a suo modo divertente come il commissario Veneruso, ma innesta questo personaggio su uno sfondo storico ben descritto, accurato e definito. Eppure, nonostante la potenza narrativa del protagonista, la cosa che mi ha colpito di più del romanzo non è né lui, né la storia principale, tessuta in maniera sapiente e accorta. No.
La cosa che mi ha colpito di più sono le storie, le piccole vicende collaterali che affluiscono nel fiume della vicenda principale, i piccoli aneddoti, i piccoli gialli che arricchiscono un quadro umano variegato, disperato e bellissimo. C’è qualcosa di geniale in questa scelta dell’autore di non limitarsi a narrare la vicenda principale o le storie a essa funzionali, ma di arricchire il romanzo con uno sguardo traversale indirizzato alle piccole storie di vita e di paese, ai personaggi curiosi e affamati, al popolo napoletano piegato dalla malattia e dalla povertà, ai gesti disperati e alle parole indimenticabili di personaggi ai limiti della società, falegnami, prostitute, preti e suore.
Diego Lama, con La collera di Napoli, irrompe nel panorama editoriale italiano come uno dei più promettenti scrittori gialli contemporanei, congegnando un romanzo che denuncia non solo un potente talento narrativo, ma anche una affinata capacità di gestire trame e sottotrame, di costruire personaggi e dialoghi credibili, di dare vita a tanti piccoli universi letterari.

Diego Lama Napoli 1964. Architetto e giornalista, ha pubblicato diversi romanzi e racconti. Pubblica nel 2013 La collera di Napoli con protagonista il commissario Veneruso con cui è stato vincitore del Premio Tedeschi 2015, pubblicato nel Giallo Mondadori n. 3136 nel mese di ottobre 2015. Il romanzo viene ristampato nel giugno del 2016 negli Oscar Mondadori.

Source: libro del recensore.

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