:: La filosofia di Charlie Brown, Charles M. Schulz (Magazzini Salani, Anno 2015), a cura di Daniela Distefano

11 luglio 2016 by
6528768_1078057

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dopo “Peanuts. E’ dura nascondersi dietro qualcuno che è verticale quando tu sei orizzontale” (2014) e “La filosofia di Snoopy. Era una notte buia e tempestosa” (2014), “La filosofia di Charlie Brown” (2015) è il terzo evento letterario di una trilogia che consacra la maestria di Charles M. Schulz nel far sorridere il lettore di ogni età convergendo la sua simpatia nei confronti di un “adorabile perdente”.
Apparso per la prima volta il 2 ottobre 1950, il buon vecchio Charlie Brown è capitano della peggiore squadra di baseball al mondo, non riesce a trovare il coraggio per parlare con la ragazzina dai capelli rossi, ma continua a sperarci, non si preoccupa mai di come comincia la giornata, è come andrà a finire che lo turba. Se la vita è come un gioco.. a volte si vince, a volte si perde, Charlie Brown sarebbe contento anche di pareggiare. Ecco due perle della sua scalmanata saggezza:

Battuti di nuovo, sono così stanco che non riesco a muovermi, sono perfino troppo stanco per piangere, se mi mettessi a piangere, le lacrime non mi correrebbero giù, scenderebbero camminando.

Una volta cercavo di prendere ogni giorno come veniva.. sai, vivere alla giornata.. la mia filosofia è cambiata… mi sono ridotto a vivere alla mezza giornata!

E’ un universo colorato quello di Charlie Brown, eroe incompreso persino dal suo cane. Vorrebbe trovare il coraggio di esorcizzare  le sue paure, ma  dirige una squadra che lo boicotta ad ogni partita. Il suo personaggio è sempre fedele a se stesso, vive di grandi slanci di amicizia, è pessimista creativo, si allena nella palestra del pensiero come antidoto ai malesseri della sua età. Il segreto del suo perenne successo? La tenacia nell’accettare le sconfitte.

Charles M. Schulz nasce a Minneapolis, nel Minnesota, il 26 novembre 1922. Schulz disegna Snoopy e la sua banda per 50 anni senza interruzione. Muore nel 2000, il giorno prima della pubblicazione della sua ultima striscia, dopo aver realizzato 17.897 strisce quotidiane e tavole domenicali.

Source: inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La vita a rovescio, Simona Baldelli (Giunti, 2016) a cura di Elena Romanello

11 luglio 2016 by
la

Clicca sulla cover per l’acquisto

Un paio d’anni fa lo storico Marzio Barbagli ha scritto un interessante e scorrevole saggio, Storia di Caterina che per ott’anni vestì abiti da uomo, che raccontava la vita di Caterina Vizzani, vissuta nel Settecento in Italia centrale, ragazza travestitasi da uomo per poter esercitare un mestiere che le permettesse di vivere ma anche per poter assecondare il suo amore per le altre donne, cosa allora messa sullo stesso piano della stregoneria.
Tra le persone rimaste colpite dal libro di Barbagli c’è Simona Baldelli, che ha scelto nel romanzo La vita a rovescio di raccontare la storia di Caterina come in un romanzo: del resto, di materia ce ne era, in questa epopea tragica e picaresca, da un’infanzia segnata dal vaiolo e dal desiderio di essere diversa fino alla prematura morte in un duello per seduzione, tra luci, abbastanza poche, e tante ombre del Secolo dei Lumi, un mondo comunque dominato dai maschi e dove le donne, ancora più di oggi, erano viste solo in funzione del potere patriarcale.
La vita a rovescio è quindi un romanzo storico, che racconta la vita materiale, anche nei dettagli più allucinanti come le abitudini igieniche, di chi per secoli non è comparso nei libri di scuola, sia perché appartenente ad una classe sociale non agiata, sia perché donna e per lo più lesbica, qualcosa di cui per secoli si è negata la stessa esistenza. Una vita materiale descritta con vivacità e spietatezza, scavando anche nell’intimità di donne oppresse da regole arcaiche ma capaci di cercare, sia pure di nascosto, una sorta di felicità.
C’è anche molto femminismo nella storia di Caterina, deturpata dal vaiolo, da sempre attratta da ruoli non certo consoni ai pochi offerti alle donne, che fa i conti anche con la condizione subordinata delle sue amanti, prostitute, cameriere, ragazze di buona famiglia, nobildonne, monache, ereditiere, tutte alle prese con i limiti del loro sesso che lei riesce a evitare grazie al suo travestimento. Poi ovviamente c’è anche la tematica omosessuale, e fa piacere vedere come anche in Italia, in un momento cruciale per i diritti, stiano uscendo tanti romanzi in tema, mentre in fondo si capisce come ancora oggi, in tempi di riproposta di ruoli di sottomissione per la donna e di stereotipi eterosessisti, certi discorsi siano attualissimi.
Caterina del resto è modernissima, un’eroina di romanzo storico non stupida e sottomessa al desiderio maschile come è stato per decenni, ma una ragazza in cerca di amore, desiderio, libertà e felicità, con il suo lavoro, con la sua intelligenza e il suo desiderio di amare chi incontra. E la cosa importante è che è esistita davvero.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito con Evelina e le fate, finalista al Premio Calvino e vincitore del premio John Fante opera prima. A questo hanno fatto seguito Il tempo bambino e La vita a rovescio, tutti e due per Giunti.

Source: inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: In che direzione stiamo andando

10 luglio 2016 by

Blogging-WordCloud

Ricevo a cadenza fissa una quantità interessante di cv di laureate in Lettere (alcune specializzate in Editoria) che vogliono collaborare con il blog. La cosa è sicuramente positiva, mi fa piacere, significa che il blog è conosciuto ed è stimato il nostro lavoro. Specifico che sono un blog, non ci sarà nessuna retribuzione, perché nessuno di noi è retribuito. Gli editori non ci pagano, si limitano a mandarci i libri (alcune volte, non sempre). Non penso sia giusto, ma è un’altra questione. Solo se riuscissi a rendere produttivo il blog, potrei direttamente io retribuire i collaboratori. Ma nonostante i miei sforzi (e le ho provate davvero tutte) questo non si è ancora verificato.
Dicevo tante ragazze (sono per lo più ragazze) preparate, brillanti, amanti dei libri si rivolgono a me e per alcuni versi non so se la strada intrapresa sia quella giusta o meno. L’idea che il mio blog sia collettivo, mi piace, mi piace la pluralità di voci, ognuna ha il suo stile, la sua particolare propensione per un genere o un altro, insomma credo che anche per i lettori sia arricchente, o per lo meno interessante.
Dirigere la baracca non è semplicissimo, e non sono poche le volte in cui la fatica mi fa dire: ma ne vale davvero la pena? Negli anni mi è stato detto che il blogging (specialmente letterario) è un hobby, si fa per passione. Ma non credo sia vero del tutto, si impara anche molto, si allacciano relazioni, si impara a gestire lo stress, per un futuro in cui si potrà mettere tutte queste skill a servizio di un lavoro vero nell’ambito editoriale, remunerato. Per cui sono sempre felice, anzi incoraggio i collaboratori a cercare una dimensione lavorativa, e non sono triste quando ci lasciano.
Insomma il blogging è come una palestra, una forma di volontariato letterario, per me addirittura una vocazione, se ha senso definirla tale. A ondate crescono fenomeni di sensibilizzazione riguardo al fatto che il lavoro editoriale vada retribuito, che lavorare gratis non sia giusto (se vuoi fare volontariato fallo per gli anziani, per i bambini, per le fasce disagiate, per i malati mi è stato detto) ma il lavoro del blogger non viene quasi mai considerato lavoro gratuito. E’ un hobby appunto, non che non esistano blogger professionali che tengono in piedi siti aziendali, scrivano articoli retribuiti, pubblichino saggi etc… con partita IVA, insomma veri professionisti.
Ma cosa permette di fare questo salto? e poi è un salto davvero voluto da tutti? Molti blogger preferiscono essere amatoriali, non avere impegni, ne rapporti regolati da contratti, pagamenti, tasse da pagare. Scelta legittima di solito praticata da chi un lavoro ufficiale già ce l’ha. E il blogging è appunto un hobby, da fare nei ritagli di tempo, la sera tardi, o la mattina presto. Insomma senza scadenze, impegni, aspettative. E sono tante le blogger animate da questo spirito, di solito lavorando per un blog personale, con pubblicazioni aperiodiche e un po’ anarchiche.
Il mio blog non è più amatoriale (da molto) e non ancora professionale. Viviamo come in un limbo e l’unica cosa positiva è il flusso ininterrotto di lettori. Non tantissimi, ma fedeli, costanti, sia che aggiorniamo che no. Per lo più lettori italiani, al secondo posto americani. Poi molti dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, dalla Russia, in misura minore dai restanti stati del mondo libero. Insomma senza di loro il blog morirebbe. Dicevo è una nicchia piccolissima di gente a cui interessa conoscere la nostra opinione.
Quanti di questi lettori si trasformino in compratori di libri, non lo so, e avendo una collaborazione con un negozio online come Libreria universitaria, candidamente posso dire che mi piacerebbe se comprassero dai nostri link. Ancora lo fanno in pochi. I rapporti con gli editori sono buoni, civili in alcuni casi anche cordiali. Ci inviano le loro segnalazioni, ci invitano a fiere, eventi, presentazioni in Casa editrice, se vogliamo intervistare un autore si fanno in quattro mettendo a nostra disposizione anche i loro traduttori (è successo, continua a succedere). Fiere come il Salone del Libro di Torino hanno elevato anche i blogger al rango di operatori professionali.
Insomma non tutto va male dal nostro versante, ci sono spiragli di schiarita. Solo che bisogna avere tanta pazienza, e umiltà.
Perché ho scritto questo post? Per fare chiarezza, soprattutto con me stessa. Per fare il punto. Per capire in che direzione stiamo andando. E se vale ancora la pena lottare. Ecco forse ho più domande che risposte, ma so che è quello che amo fare, è quello che mi arricchisce come persona e mi da l’opportunità di conoscere gente interessante, che se fossi stata chiusa nel mio guscio non avrei mai incontrato. Ecco in conclusione penso che questi 8 anni e 11 mesi non siano stati perduti.

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: I racconti di Shanmei (Amazon Media, 2015)

9 luglio 2016 by

copertina ShanmeiC’è chi dice che dietro ogni blogger si nasconda uno scrittore (mancato), penso sia vero, nel mio caso uno scrittore problematico. Ho iniziato a scrivere eoni prima di diventare blogger, e non con l’idea di pubblicare, anzi proprio convinta che non avrei fatto mai leggere niente a nessuno. Lo so è un atteggiamento malsano, forse nasconde qualche trauma infantile, che so un brutto voto preso alle elementari, la paura del confronto. Poi mi regalarono un computer, e una connessione a internet e mi si aprì un mondo. Entrai in una comunità di scrittori online, (che ora non esiste più) nacquero delle amicizie, e della sana competizione. Non credete, gli scrittori sono degli amiconi, e amano la convivialità, anche un po’ boccaccesca, goliardica. E’ una vecchia tradizione. Così aprii un blog e ci misi su i miei racconti.

shanmei2Piacquero, o almeno così mi dissero. Poi smisi, smisi proprio di scrivere, scegliendo molto nobilmente di dedicarmi ai libri degli altri, scrivendo recensioni. Ma dato che di recensioni non si campa, ho deciso di autopubblicarmi, sì con la segreta speranza di farne un lavoro. Sì, lo so manco di scrittura si campa molto probabilmente in italia, figuriamoci nell’arduo sentiero della pubblicazione. Ma insomma perché non provare. Perché non mettersi in gioco. Queste che vedete nel post sono le prime copertine degli ebook che raccoglieranno i miei vecchi racconti. Cliccandogli su andrete direttamente allo store di vendita. Il primo resterà per sempre a 99 cent, gli altri costano tutti 1. 50 E. Credo solo su Amazon siano cifre, è difficile comprarci altro al mondo d’oggi.

poNon avrei fatto niente senza l’aiuto e l’incoraggiamento di diversi amici che qui ringrazio. Senza di loro non avrei mai trovato il coraggio o la forza di intraprendere questa strada. Per ora ho pubblicato i primi 4 volumi, 5000 parole l’uno. Racconti brevi, very short fiction, ironici, grotteschi un po’ noir, qualcuno anche di fantascienza.  Vedrò se continuare e se pubblicare anche storie più lunghe, anche se la pirateria un po’ mi inquieta. E a volte mi fa dire non ne vale la pena. attualmente sto lavorando a un romanzo un poliziesco ambientato nell’America degli anni ’60. al tempo che lo scrissi mi sembrava bellissimo, ora temo dovrò fare numerose correzioni. Ho già la copertina molto bella, vedremo cosa ne verrà fuori. Che dire, penso sia sufficiente. Spero i racconti vi piacciano.

tre3E spero anche vogliate lasciare traccia delle vostre letture e dei vostri giudizi su amazon o sui vostri siti, o mandandomi commenti anche in privato.  Anche con critiche perchè no? Ditemi cosa non vi piace, cosa migliorereste. si impara molto dalle critiche. Parlare dei libri deglia ltri è molto più facile che parlare dei propri. si ha sempre l’idea di disturbare. Spero in questo caso di non averlo fatto. Ah, dimenticavo oltre alla serie di racconti ho pubblicato anche un racconto un po’ più lungo a sè, Il castello di sabbia, anche quello ha un suo perché. Buona lettura!

Nota: acquistabili solo su Amazon.

:: Presunto innocente, Scott Turow (Mondadori, 1991) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2016 by

presunto

Clicca sulla cover per l’acquisto

Alla fine degli anni ’80 un giovane avvocato di Chicago, allora trentottenne, esordì con un romanzo destinato a diventare una pietra miliare del legal thriller, un sottogenere piuttosto felice all’interno del thriller, specialmente statunitense. Si intitolava Presunto innocente (Presumed innocent, 1987), e l’autore avvocato era l’allora sconosciuto Scott Turow.
Probabilmente, (anzi è quasi certo) manco Turow era del tutto consapevole della portata che avrebbe avuto il suo libro, mentre lo stava scrivendo sul treno dei pendolari che lo portava ogni giorno in ufficio (un’ abitudine, quella di scrivere in treno, che portò avanti per decenni).
Non che prima di allora non esistessero casi di polizieschi o noir ambientati nelle aule di tribunale, nel vasto panorama della letteratura nordamericana, pensiamo al bellissimo Anatomia di un omicidio di Robert Traver (era il 1958) o addirittura ai polizieschi di Erle Stanley Gardner, scritti ancora prima, fin dagli inizi degli anni ’30, e c’è chi si arrischia, andando ancora più indietro nel tempo, pure a fare il nome di Wilkie Collins (se siete interessanti a una breve storia del legal thriller è disponibile online: qui), ma dopo Presunto innocente le cose non furono più le stesse.
Sicuramente nessuno prima di Turow aveva messo mai una tale tensione, tra contenuti sessualmente espliciti, paura e violenza, in un thriller a sfondo legale, forte di una struttura narrativa prettamente letteraria. Insomma sdoganò un genere e il successo che travolse l’autore resta per certi versi ancora misterioso, pensiamo solo che per ben 45 settimane restò nella lista dei best seller del NY Times. Un piccolo miracolo, se vogliamo.
Neanche Turow riuscì a scrivere niente di simile dopo, niente perlomeno di così innovativo, estremo, disperato. Quello che è certo il legal thriller esplose letteralmente grazie a questo romanzo. Schiere di avvocati di giorno, scrittori di notte, si lanciarono a emularlo, con alterne fortune, ma sempre avendo ben chiaro che la materia legale, seppur apparentemente caotica, se non proprio complessamente noiosa, si prestava invece inaspettatamente a diventare un humus narrativo di prim’ordine per mettere in luce dissidi etici, scrupoli morali, impegno sociale e civile.
La storia del vice procuratore capo della contea immaginaria di Kindle, Rozat “Rusty” Sabich, della bella e sexy collega Carolyn Polhemus, di Nico della Guardia, Sandy Stern, Tommy Molto, è difficile che non la conosciate, il film diretto da Alan J. Pakula, interpretato da Harrison Ford e Greta Scacchi, ha abbondantemente colmato ogni lacuna. Ciò non toglie che è un piacere rileggere questo libro, (dopo anni) pure se si conosce la storia, pure se già si sa il nome dell’assassino, le sue motivazioni, la sua rabbia. La bravura dell’autore è così manifesta nel costruire una trama perfetta, e perfettamente plausibile, oltre che psicologicamente inattaccabile, che è decisamente un piacere vedere la sua arte di “stratega” e costruttore di indizi, falsi indizi, prove presunte, all’opera.
Scott Turow non aveva grandi successi recenti con cui competere, per cui andò decisamente a mano libera e piazzò il funerale della Polhemus subito all’inizio (scelta interessante) dopo un breve preambolo (di una pagina, fronte retro) in cui rifletteva sul “mestiere” di pubblico accusatore (lo stesso che svolgeva nella vita l’autore nell’ambito della pratica legale) e sul sistema giudiziario nel suo insieme.
Veniamo così a conoscere le modalità della morte della donna (Law & order – Unità vittime speciali, non era ancora di moda, non si era soliti parlare di dettagliati referti ginecologici, quindi l’effetto era ancora più destabilizzante), come era considerata dai colleghi e che era l’amante di Rusty Sabich, a cui rovinò il matrimonio per poi lasciarlo per il suo superiore, (movente più che plausibile per fargli vincere il posto di presunto colpevole, data l’ossessione che l’uomo aveva per questa donna) a cui viene affidato il caso come pubblica accusa.
Scelta anche coraggiosa se vogliamo, che innesca una serie di spiegazioni a ritroso, filtrate dalle sedute con Robinson, lo psichiatra da cui Rusty andò quando tutto finì, capaci di generare la giusta suspense. Pian piano, (subito dopo l’elezioni che incoronano Della Guardia nuovo procuratore distrettuale) Rusty Sabich (di padre serbo, figlio della periferia, senza privilegi) viene incriminato, (accusato di stupro e omicidio), ed è a questo punto che le dinamiche interne della procura saltano, vendette, inimicizie, invidie, fanno da detonatore a una storia che molto deve alla personalità carismatica della morta (e alla sua disinvolta vita sessuale).
A questo punto tutto si giocava sull’ambiguità (morale) del personaggio, “mi augurai disperatamente che fosse morta” e di tutti i comprimari che ha intorno.
Essere accusati di un delitto non commesso, (specie in America in cui in alcuni stati si rischia tranquillamente la pena di morte) è sicuramente una paura concreta, ancora più per un avvocato che sulla vita e sulla morte di colpevoli e innocenti basa la sua carriera e la sua credibilità. Per non parlare dell’ aspetto mediatico di un processo (Il mio caso è uno di quelli che fanno parlare i giornali scandalistici venduti nei supermercati) e delle falle di un sistema penale (tema molto caro a Grisham e perché no, anche a Connelly) fatto anche di errori e troppo burocratizzato. Questa parte è dannatamente realistica, e cosciente. Insomma Turow sa di cosa parla.
Rusty Sabich per dimostrare la sua innocenza (ma è davvero innocente?, o è un inguaribile bugiardo che ci ha preso in giro per tutto il romanzo?) deve scoprire a tutti i costi come sono andate le cose, perché alcuni particolari proprio non tornano, (l’indizio del bicchiere viene posto in bella mostra già nei primi capitoli, senza alcuna enfasi, come si sa le cose in piena luce sono le cose a cui si dà minore o nessuna importanza), chi c’è dietro a quella apparentemente perfetta macchinazione (ai suoi danni?). I sensi di colpa non giocano a suo favore, (verso il figlio, verso la moglie, verso Carolyn stessa) ma anche i meccanismi più perfetti hanno falle e punti deboli, e l’assassino non è così freddo e infallibile come può sembrare. Per chi non conosce ancora la sua identità, scoprirla è sicuramente spiazzante, e in un certo senso il punto più riuscito del romanzo.
Oltre al meccanismo giallo, Turow è straordinario nel delineare caratteri, il capitolo in cui il giovane Marty parla della madre, o la descrizione della sensibilità della vittima nel trattare con i bambini, sono di una sottigliezza e lucidità disarmanti. Turow scava nelle motivazioni, anche le più banali. Evita digressioni superflue e rende necessaria quasi ogni frase. Insomma non può che lasciare ammirati e stupiti per la sua bravura.
Turow ci riprovò anni dopo con Innocent a dare un seguito al romanzo (ne fecero pure un film), non l’ ho letto quindi non do giudizi, ma credo questo sì, che una cosa perfetta vada lasciata così com’è. E Presunto innocente ha davvero il fascino delle cose perfette, o per lo meno delle cose che pericolosamente vi si avvicinano a questa chimerica perfezione. Ogni scrittore penso si meriti uno stato di grazia, almeno una volta nella vita, che gli permetta di scrivere un libro davvero riuscito. A Scott Turow è capitata questa fortuna.
Traduzione di Roberta Rambelli.

Scott Turow è autore di nove dei maggiori best seller di fiction, tra cui Presunto innocente, La legge dei padri, Prova d’appello, Innocente e L’onere della prova, tutti pubblicati da Mondadori. Si è cimentato anche con la saggistica in Harvard, facoltà di legge, incentrato sulla sua esperienza di studente universitario. I suoi libri sono stati tradotti in oltre venticinque lingue, hanno venduto più di trenta milioni di copie nel mondo e hanno fornito spunto per film e produzioni televisive. L’autore pubblica saggi e articoli su “The New York Times”, “The Washington Post”, “Vanity Fair”, “The New Yorker” e “The Atlantic”. Sito web: www.ScottTurow.com

Source: acqusito personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il pozzo, Catherine Chanter (Marsilio, 2016) a cura di Elena Romanello

9 luglio 2016 by

g

Clicca sulla cover per l’acquisto

In un’Inghilterra di un futuro prossimo vittima di una siccità senza fine, Ruth si trasferisce con il suo compagno vicino all’unico pozzo d’acqua nel raggio di chilometri, suscitando invidie e gelosie che sfociano nell’accusa, reale o presunta, di aver ucciso il nipote di soli cinque anni.
Raccontato come flash back dalla protagonista, che si trova imprigionata nella sua stessa casa, Il pozzo è un romanzo d’esordio interessante e non facile da classificare come genere, con tante suggestioni.
Innanzitutto ci sono molti elementi del thriller, perché in fondo si parla di un’indagine su un omicidio, raccontata dalla principale indagata, che non ricorda fino in fondo come sono andate le cose e pian piano andrà lei in cerca di una verità che può rivelarsi terribile. Poi ci sono richiami ai romanzi al femminile e alle saghe familiari, la protagonista è una donna, tra l’altro non giovanissima, già nonna, con un rapporto non facile con la figlia Angie, che vede il proprio universo spiazzato completamente. Gli elementi preponderanti sono però quelli della fantascienza distopica, una società futura dove tutto è andato nel peggiore dei modi possibili, con al centro una catastrofe ambientale, non del tutto spiegato ma presente in tanti romanzi degli ultimi decenni, da La morte dell’erba di John Christopher al recente Deserto americano di Claire Vaye Watkins. Il tutto èi visto di nuovo in un microcosmo in cui si riflettono i cambiamenti sociali, tra cui la nascita di una religione tutta al femminile, le Sorelle della Rosa di Jericho, non certo priva di integralismo e dove come in tutti i futuri negativi esce fuori il peggio dell’animo umano.
Per questi motivi Il pozzo è un libro che può piacere a pubblici anche diversi, una metafora del nostro tempo attraverso l’immaginario, una ricerca di se stessi partendo dagli abissi in cui si può cadere, proprio come nel pozzo del titolo, simbolo di invidia sociale ma anche luogo dove si può scatenare il peggio. Si può restare catturati dal voler scoprire la verità su cosa ha fatto Ruth e nello stesso tempo seguire l’evoluzione di una società futuribile ma con dentro tante delle storture del nostro tempo, in un’opera prima in ogni caso interessante che fa ben sperare che si sia affacciata una nuova voce alla letteratura di genere e non solo contemporanea.

Catherine Chanter è originaria della zona a Sud Ovest dell’Inghilterra e ha ottenuto un master in scrittura creativa alla Oxford Brookes University. Ha già scritto vari racconti con cui ha ottenuto anche premi, Il pozzo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Sondaggio del sabato #3

9 luglio 2016 by

Vince, piuttosto a sorpresa, “Denaro nero” di Ross Macdonald, con 18 voti su 34.

E continuando questo giochino dell’ estate mi sono ingegnata e ho scelto tre nuovi libri, tutti bellissimi. Buon voto.

:: Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, Franco Matteucci (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016 by

index

Clicca sulla cover per l’acquisto

La prima vittima sulle montagne di Valdiluce è un’orsa, sorta di simbolo e mascotte della zona, orrendamente uccisa e non per caso, ma che riesce a lasciare sulla scena del crimine un segno che può incriminare il suo assassino. Poi, altri delitti vengono commessi ai danni di esseri umani o tentati, come un avvelenamento di massa sventato per caso in un rifugio da poco inaugurato.
C’è quindi da fare per l’ispettore Marzio Santoni, non al suo primo caso in quella ridente vallata dove pensava di avere una vita piuttosto noiosa, ma forse alle prese con un lavoro molto pericoloso, con tante implicazioni che arriveranno a toccarlo anche di persona prima della conclusione della vicenda.
Il genere giallo in tutte le sue sfumature ha il dono non comune di essere sempre piuttosto convincente, e anche la serie dell’ispettore Santoni di Matteucci non scappa a questa regola, con titoli tra l’altro godibili anche singolarmente e non organizzati, come usa sempre di più anche nel genere, da Larsson in poi, sotto forma di ciclo.
I gialli nascono come ambiente loro naturale nelle città, ma in realtà possono funzionare anche altrove, come nelle incantevoli montagne dell’immaginaria Valdiluce, un po’ Dolomiti, un po’ Alpi piemontesi, perfetto scenario per commettere delitti aiutati anche dalla conformazione del luogo, che permette gesti che altrove sarebbero impensabili.
Interessante anche il discorso animalista, con la morte dell’orsa all’inizio, di sinistra attualità pensando al caso di Daniza, uccisa per giochi di interessi più grandi di ogni altra considerazione, per ricordare che comunque spesso la crudeltà sugli animali è tirocinio di quella sugli esseri umani. Ma nelle pagine de Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco ci sono tanti riferimenti all’attualità, speculazione edilizia, degrado ambientale, consumo del territorio, presenza umana invasiva, per cui in una qualunque località montana delle nostre Alpi si potrà trovare qualcosa della storia raccontata nel libro.
Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco è ovviamente un libro per tutti gli amanti del giallo, thriller e noir che dir si voglia e testimonia la grande versatilità e presenza anche degli autori di casa nostra. Detto questo, è anche un libro con altri livelli di lettura, una storia di attualità, come capita nei gialli migliori, da consigliare a chi si interessa di certe tematiche e come punto di partenza per discussioni e approfondimenti.

Franco Matteucci è autore e regista televisivo e vive e lavora a Roma. Insegna Tecniche di produzione televisiva e cinematografica presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il testamento del conte Inverardi, Luigi Valloncini Landi (Salani, 2016) a cura di Micol Borzatta

8 luglio 2016 by

index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Luigi Valloncini Landi, figlio di Monia e Mario, rispettivamente la cuoca e il maggiordomo di casa Mandolossa di proprietà dei conti Inverardi, è cresciuto dentro quella casa mentre i genitori erano a servizio, come a loro volta i loro genitori.
Arrivato all’età scolare viene spronato dal conte, che si accollò tutte le spese, a proseguire gli studi fino a laurearsi. Cosa che fece, diventò medico e passò tutta la sua vita a Settepassi come dottore dei conti e del paese.
Grazie alla sua posizione prima di figlio dei domestici e dopo di medico, Valloncini ha potuto raccogliere ricordi diretti e indiretti della dinastia Inverardi della Pieve. Ricordi che decise di raccontare, partendo dal nonno del conte Gilberto fino ad arrivare a raccontare del figliastro, della vedova e dei nipoti del conte.
Una storia lunga quattro generazioni fatta di dolori, sofferenze, perdite, scelte difficili spinte dalla regola in uso noblesse oblige e altre motivate solo dalla cattiveria, dall’egoismo e dall’ingordigia, ma alcune, anche se poche, anche dall’amore.
Quando alla morte del conte Gilberto, grazie al suo testamento, sembrerebbe che le situazioni si potessero sistemare, ecco che la cupidigia risorge e nuovi complotti nascono sottobanco.
Pur trattandosi di una biografia inerente a una casata nobiliare, il romanzo non appare noioso come si potrebbe temere a un primo impatto, ma anzi risulta essere molto coinvolgente e appassionante, sia per il fatto che è raccontata da un diretto interessato, essendo l’autore un discendente dei domestici e cresciuto a contatto con la famiglia in questione, ma anche perché lo stile narrativo è molto scorrevole e porta il lettore a vivere in prima persona le vicende dei vari personaggi, prendendoli talmente a cuore che a volte vorrebbe intervenire per svelare quei segreti che chi li conosce tiene ermeticamente nascosti e chi non li conosce li cerca come se fossero ossigeno.
Le descrizioni degli ambienti e dei periodi storici sono fatte fin nei minimi particolari, così che anche il lettore più all’oscuro riesce ad ambientarsi e muoversi tra le pagine e gli avvenimenti come se fosse stato presente senza nessuna fatica, così da potersi concentrare sui drammi familiari e sulle varie personalità dei personaggi, che vengono descritti tramite i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro azioni, molto più che fisicamente, proprio perché l’autore vuole dare molta più importanze al lato spirituale della famiglia piuttosto che ai tratti fisici e materiali in sé.
Un romanzo nato, come dice l’autore, “per descrivere un mondo che conosco bene ma non mi appartiene e per lasciare un segno di me.”

Luigi Valloncini Landi nasce a Settepassi nel 1929.
Nel 1954 si laure in Medicina e Chirurgia e per cinquant’anno fa il medico condotto.
Nel 2004, dopo essere andato in pensione, si dedica alla scrittura raccogliendo tutti i suoi ricordi di una vita.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Matteo dell’ Ufficio Stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Sarai per sempre mia amica, M. O. Walsh (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

8 luglio 2016 by

Sa

Clicca sulla cover per l’acquisto

Anni Ottanta: in un quartiere residenziale di Baton Rouge, Louisiana, una sera viene aggredita e stuprata la quindicenne Lindy, oggetto del desiderio di vari suoi vicini di casa, tra cui la voce narrante del libro, che a distanza di anni rievoca quei fatti ormai lontani, con l’ossessione di un amore acerbo e forse anche le sue colpe in un fatto che distrusse fiducia e senso di vicinanza in quella comunità. Il protagonista rivive un periodo che ha cambiato la sua vita, aprendogli le porte dell’età adulta, in cui ha cercato anche lui, con l’istinto di giustizia proprio della giovinezza, di proteggere e fare giustizia. Ma crescere è anche capire che certe cose non si possono cambiare.
Da decenni ci sono stati libri, film, telefilm, che hanno raccontato il lato oscuro della provincia, soprattutto di quella statunitense, e dei suoi quartieri bene, dove si nascondono, e tutto il mondo è paese, basti pensare alla cronaca italiana, drammi e delitti di vario tipo. Il tema però non stanca, soprattutto in una storia come questa, dove è accompagnato da una storia adolescenziale di formazione, non sappiamo quanto autobiografica per l’autore, ma struggente nel suo incanto e anche nella sua crudezza.
In ogni caso Sarai per sempre mia amica è più vicino a Il buio oltre la siepe che non a Peyton Place o Desperate Housewives, presentando un mondo e una situazione visti dagli occhi di un quattordicenne sognatore, un po’ schiavo degli ormoni, impotente di fronte alle brutture della realtà, capace ancora di soffrire dopo anni per quello che successe, perché con quello perse tanto di se stesso e delle sue certezze.
La struttura del libro è comunque quella di un thriller, visto che in ogni caso si indaga su un delitto, con un ricordo a distanza di anni: ma in fondo la storia parla della fine delle illusioni, della struggevolezza del primo amore, del rimpianto per ogni occasione persa e di quello che ci si lascia indietro senza possibilità di tornare indietro anche se lo si vorrebbe più di ogni cosa al mondo.
Sarai per sempre mia amica è un libro che si legge tutto d’un fiato, come un thriller appunto, ma che lascia con un groppo al gola: perché se magari, e per fortuna, non tutti sperimentano quello che è raccontato in queste pagine per quello che riguarda il crimine che avviene, tutti ricordano con rimpianto quello che non sono più e quello che se ne è andato per sempre.

O. Walsh vive a New Orleans, dove è il direttore del laboratorio di scrittura creativa dell’Università. Ha già scritto vari racconti, usciti su periodici e riviste letterarie. Sarai per sempre mia amica è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Bianca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La strada delle ombre, Mikel Santiago (Nord, 2016) a cura di Micol Bozatta

7 luglio 2016 by

bn

Clicca sulla cover per l’acquisto

Bert Amandale e Chucks Basil sono amici fin da ragazzi. Cresciuti insieme hanno mantenuto un legame quasi fraterno anche quando le loro strade si sono divise per seguire le rispettive carriere, Bert scrittore e Chucks musicista. Un legame talmente forte che quando Bert si trasferisce in Francia per cercare di sistemare il suo matrimonio si trasferisce anche Chucks.
Una sera, dopo essere usciti a bere, durante il ritorno a casa, Chucks investe un uomo. All’inizio scappa spaventato, ma poi torna indietro per soccorrerlo, ma il cadavere è sparito. Nei giorni seguenti nessuna notizia dell’incidente e quando è andato a costituirsi nessuno gli ha creduto.
All’inizio nemmeno Bert gli crede, ma quando pochi giorni dopo leggono sul giornale della morte di Daniel Someres, Chucks riconosce in lui il tizio investito, ma l’articolo dice che è morto giorni dopo e a 100 km di distanza.
Chucks inizia così a indagare, e quando la figli di Bert lo trova morto, sarà Bert stesso a prendere in mano le indagini, e le scoperte che farà saranno spaventose. Ombre nascoste così bene da sembrare raggi di luce.
Romanzo molto interessante, con un inizio un po’ lento per quanto riguarda il ritmo di narrazione, ma comunque molto coinvolgente essendo incentrato sulla capacità di Bert di capire cosa stia passando Chucks.
Descrizioni molto contraddittorie e frastagliate degli avvenimenti trasmettono al lettore la situazione di confusione mentale sia di Chucks, che crede di impazzire, trasmettendo anche la descrizione della trasandezza fisica in cui cade, che di Bert, che cade in una totale confusione perché da una parte crede all’amico, ma dall’altra teme che sia ricaduto nella paranoia e nella pazzia.
Dopo una prima parte lenta, che come spiegato sembra quasi un lungo prologo, si arriva alla morte di Chucks e al vero libro. Da questo momento infatti il ritmo dello stile narrativo cambia, diventando più veloce, come più veloci diventano i pensieri di Bert, che si ritrova a dover indagare sulla morte dell’amico perché è l’unico a non credere al suicidio. Il cambio di ritmo serve anche per trasmettere meglio al lettore il senso di angoscia di Bert, angoscia che effettivamente verrà provata fino alla fine della lettura, quando con uno spettacolare colpo di scena verranno alla luce tutti i segreti, o come dice anche il titolo, tutte le ombre.
Un romanzo che sa davvero come portare il lettore su una montagna russa continuativa, infatti come le montagne russe inizia piano per diventare sempre più travolgente e quasi spaventoso, dando continue scariche adrenaliniche inducendo così il lettore a non staccarsi mai.

Mikel Santiago nasce a Portugalete, nei Paesi bachi, nel 1975.
Chitarrista in una band rock vive per dieci tra la Spagna e l’Irlanda.
La scrittura è entrata nella sua vita quasi per gioco, ma in breve tempo si è ritrovato ai vertici delle classifiche spagnole e americane con il suo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Editrice Nord.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Luciano Gallino (Einaudi, 2015) a cura di Daniela Distefano

7 luglio 2016 by

index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quel che vorrei provare a raccontarvi nelle pagine che seguono, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea.
(..) Abbiamo visto scomparire l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità(..) Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa.

Luciano Gallino, sociologo di chiara fama, è scomparso lo scorso novembre 2015  a 88 anni. Prima di salire in Cielo, ha lasciato al mondo il suo ultimo lavoro, un testamento in forma di saggio, lungimirante, acuto, senza concessioni alla retorica o al nichilismo. I tempi in cui viviamo lasciano poche porte d’uscita dalla crisi, dilaga la rabbia, il senso diffuso di una discesa inarrestabile, l’età dell’oro vive nei lustrini di una speranza che scema di giorno in giorno. Eppure c’è un rimedio che lo studioso propone, una maggiore analisi, una speculare riflessione su ciò che è stato il capitalismo e che non è più.
Il primo aspetto della crisi del capitalismo riguarda la pauperizzazione del consumatore, vale a dire la condizione di povertà relativa in cui la crisi ha spinto milioni di persone delle classi medie e della classe operaia.
La crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Usa e Ue, e la successiva crisi del debito pubblico nel 2010 nei paesi europei, sono soltanto effetti collaterali di una profonda crisi strutturale dell’intero sistema.
A farne le spese è una figura sociale che tanta parte ha giocato nel campo del mondo capitalistico: il consumatore. Una delle cause di questa decadenza è la compressione generale dei salari reali in atto negli Stati Uniti e in Europa sin dagli anni Settanta. Si è inaugurata altresì l’età in cui la maggior parte delle forze di lavoro appare destinata a essere trasformata in esubero.
Come e perché si è arrivati a questo punto dell’evoluzione umana?                                                 <<La tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge>>.
Questa affermazione ha cessato di essere vera a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In quel periodo ha cominciato ad affermarsi nella produzione di beni e servizi a opera dell’impresa capitalistica un elemento rivoluzionario: la microelettronica abbinata all’informatica. Essa ha permesso di automatizzare  la produzione industriale. Il risultato è stato la riduzione della forza lavoro. Siamo entrati nella terza rivoluzione industriale, e ci siamo ancora dentro.
Paghiamo con la bassa occupazione il privilegio di vedere progredito di un passo consistente il cammino dell’uomo.
Basta leggere le pagine infervorate e insieme analitiche del Capitale di Marx per comprendere il salto storico che abbiamo compiuto degradando lo svilimento di un operaio costretto a massacrarsi di lavoro in nome di uno sfruttamento legale e comunemente accettato. Le sue braccia sono state sostituite da macchine efficienti e non deperibili, eppure sono questi gli effetti paralleli di una esplosione tecnologica non regolata e selvaggia.
La retrocessione è stata portata avanti dal vento di una  finanziarizzazione che contribuisce alla crisi ecologica. Si è cercato di tamponare il disastro, ma
le politiche di austerità si sono rivelate un fallimento.
In un articolo del 2009,  Matthew Richardson e Nouriel Roubini sostenevano l’esigenza di una << distruzione creatrice>>, secondo la ben nota definizione di Joseph Schumpeter. E’ quello che vediamo oggi ancora in modo offuscato e miope.
Il maggior timore di Schumpeter era che la creatività distruttiva portasse all’implosione del capitalismo, con la società incapace di gestire il caos. Aveva ragione ad avere questi timori – sostengono i due esperti.
Luciano Gallino non parla di distruzione creatrice, però lancia un allarme per le nuove generazioni: il declino oramai non solo economico minaccia la civiltà di cui siamo intrisi e tuttora indispensabile per andare avanti.

Luciano Gallino è stato professore emerito, nonché ordinario di Sociologia, all’Università di Torino. Si è occupato per lungo tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.