:: Le notti sull’isola, Robert Louis Stevenson (Bordeaux Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2016 by
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Se Robert Louis Stevenson è maggiormente conosciuto per i suoi romanzi (L’isola del tesoro, su tutti, ma anche Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Il signore di Ballantrae, La freccia nera, tra i tanti altri) non da meno scrisse una pregevole quantità di racconti, che ben testimoniano il suo talento più profondo: quello di narratore di storie.
E non a caso proprio questo titolo onorifico (quasi sacro e regale) si conquistò nelle isole dei Mari del Sud, tra le popolazioni native, che sulla sua tomba lasciarono una brevissima epigrafe: Tusitala.
Narratore di storie, appunto.
Parola magica che evoca brezze gentili, collane di fiori, profumi esotici. Per lui, proveniente dalle fredde brume scozzesi.
Che sia stato considerato (e lo sia ancora) un autore per l’infanzia è una faccenda piuttosto curiosa, che andrebbe approfondita, se non altro per la dimensione limitativa che questo ha comportato.
Il fantastico, l’immaginario, l’utopia, sono ancora dimensioni precluse agli adulti? Forti, razionali, prosaici. Gli adulti non leggono romanzi per ragazzi, questo è il subdolo messaggio, o meglio (o peggio) il fantastico è un genere relegato all’infanzia (non una metafora, anche morale, del nostro vivere comune).
Su questo ci sarebbe naturalmente da discutere, e certo questo non è il luogo nè il tempo adatto, ma quanto dico serva a introdurre un concetto molto semplice: incasellare la letteratura in generi e schemi rigidi e inviolabili, non è la scelta più saggia. Si perde molta parte della bellezza in cui la creatività spazia.
Non che ci sia niente di male ad essere uno scrittore per l’infanzia, sia chiaro, ma Stevenson non fu solo questo e la raccolta Island Nights’ Entertainments, sembra tornare a ricordarcelo con una certa urgenza e precisione. La stessa che Stevenson usava per scegliere le parole da incastonare nei suoi testi.
Tra le tante edizioni, Le notti sull’isola, questo il titolo scelto per le edizioni Bordeaux, ci portano in quelle isole che ospitarono gli ultimi anni della sua vita, e ci raccontano quei luoghi, quella gente, come ci raccontano la sensualità, le bassezze, le leggende, i tabù, e soprattutto la figura che fece l’uomo bianco, portatore di civiltà e di progresso (almeno nelle sue ambiziose e temerarie intenzioni). Temi, converrete con me, non esattamente adatti a bambini e ragazzi.
L’amore per il mare, i viaggi e l’avventura portò Stevenson sull’isola di Samoa (morì in un piccolo villaggio montuoso nel distretto di Tuamasaga dove aveva fatto costruire la sua casa), e questo amore e rispetto (profondo rispetto per gli indigeni) traspare dalle pagine che andrete a leggere se vi avventurerete in questo sottile libro, nella mia edizione curato da Dario Pontuale, con prefazione di Ernesto Ferrero.
Island Nights’ Entertainments raccoglie tre racconti (non concepiti per apparire in un unico volume, e ve ne accorgerete subito per quale motivo): uno lungo, La spiaggia di Falesà, (tradotto da Agnese Rollo) e due brevi, Il diavolo nella bottiglia e L’isola delle voci, (entrambi tradotti da Massimo Biondi).
La raccolta pubblicata a Londra per la prima volta nel 1893, per Scribner & Cassell, con illustrazioni di Gordon Browne e William Hatherell, è dunque un saggio dell’impegno (civile) che animò Stevenson, (per lo meno il primo racconto, il più, ai suoi tempi, osteggiato).
Sebbene ci parli di tabù, spiriti, e addirittura magia (principalmente negli ultimi due) è il realismo (puramente strumentale, non abbracciò mai tale scuola letteraria, o per lo meno non ne ebbe il tempo) a primeggiare, prima psicologico, poi paesaggistico e comportamentale.
Il primo racconto ci parla di una guerra privata, combattuta senza armi, da due mercanti inglesi: Mr Wiltshire, (voce narrante) che sogna di aprire un pub una volta tornato in Inghilterra, e Mr Case, infido, spietato, bieco (e decisamente razzista) emblema dell’uomo bianco prevaricatore (e la critica sociale qui è talmente incisiva e velenosa che ben si spiegano le titubanze del suo editore).
Quando Mr Wilshire incidentalmente mette gli occhi su Uma, bella e dolce indigena, Mr Case escogita il suo piano diabolico: organizza un matrimonio, fasullo come se stesso, con tanto di contratto, (tutta colpa dei missionari sono loro che hanno introdotto queste barbare usanze, prima l’uomo bianco prendeva quante donne indigene voleva e le lasciava a piacimento).
Mr Wilshire si sente un po’ in colpa a ingannare così Uma, (della quale nel frattempo si è sinceramente innamorato) ma prima di far pace con la sua coscienza (e rimediare) si accorge che qualcosa non va. Nessuno entra nel suo emporio, tutti lo isolano, come se fosse tabù.
Lascio a voi scoprire come continua, un briciolo di suspense non guasta, (e Stevenson la sa costruire bene), quello che mi preme raccontare, al di là della trama, è la delicatezza della penna di Stevenson, la sua leggerezza nel descrivere un amore autentico e innocente, (specchio del suo stesso amore per quella gente e forse per sua moglie Fanny) e condannare le autorità coloniali e mercantilistiche, corollario di quell’imperialismo rapace, di cui si fa nemico.
Se in La spiaggia di Falesà si parla di tabù, Il diavolo nella bottiglia, ha un taglio più fantastico. E’ un racconto di quelli da raccontare accanto al fuoco, la notte, sotto un cielo nero, splendete di stelle. Si parla di una maledizione, di una specie di lampada di Aladino che avvera i desideri ma in cambio esige l’anima di chi è tanto sprovveduto dal comprare la bottiglia (del titolo). Qui il taglio è realistico solo psicologicamente, mentre la bottiglia è davvero dotata di poteri magici. Quindi prevale quel senso del fantastico che ben si addice alla tradizione orale delle isole. Protagonista è Keawe, un abitante dell’isola di Hawaii. Per 50 dollari comprerà la bottiglia, e poi nel tentativo di salvare l’anima, sua ed di sua moglie, vivrà la sua avventura.
L’ultimo racconto, L’isola delle voci, ci riporta alle Hawaii, e come il secondo è narrato in terza persona ed ha un tono più spiccatamente fantastico. Qui maghi e cannibali si fronteggiano e un giovane, Keola, lotta per la vita.
Borges citando André Gide, dice di Stevenson: “Se la vita l’ubriaca, lo fa con uno champagne leggerissimo”, e sembra che lo champagne scorra a fiumi in questi racconti, critici, poetici, evocativi, magici. Se vi chiedete perché Stevenson sia piaciuto tanto a Borges, bene leggendoli avrete modo di scoprirlo.

Robert Louis Stevenson, nato a Edimburgo nel 1850, figlio unico di un ingegnere edile specializzato nella costruzione di fari, ha cominciato a viaggiare fin da giovanissimo, trasformando in scrittura le proprie esperienze filtrate dalla sua “leggendaria” fantasia evocativa e avventurosa. Da questa abilità sono nati alcuni capolavori indiscussi della moderna narrativa occidentale, come i romanzi L’isola del tesoro, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Catriona. È morto nel 1894 nelle Samoa Occidentali, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita immerso nelle atmosfere pure e incorrotte di quelle isole.

Dario Pontuale, studioso di letteratura dell’Otto-Novecento (Serra, Montale, Buzzati, Svevo, Pessoa, Salgàri e Stevenson) collabora con diverse riviste di critica letteraria. Ha pubblicato tre romanzi: La biblioteca delle idee morte (2007, secondo al premio Soldati), L’irreversibilità dell’uovo sodo (2009, vincitore del premio della critica Le Muse) e Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno (2013, secondo al premio letterario nazionale Mondolibro). È coautore del documentario indipendente su Pier Paolo Pasolini P.P.P. Profezia di un intellettuale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Erano due bravi ragazzi, Emiliano Scalia e Mattia Giuramento,(Newton Compton, 2016)

15 ottobre 2016 by
era

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Dopo Gomorra di Saviano, con le sue luci e le sue ombre, (romanzo ormai pubblicato nel lontano 2006 da Mondadori) e un certo sdoganamento di temi e argomenti che prima non si trattavano, la Camorra è diventato insomma un argomento al centro di fiction televisive e romanzi, anche di un certo valore, capaci di portare la cronaca che tutti i giorni ci assale dalle pagine dei quotidiani, o dalle notizie in loop delle tv dedicate all’informazione, all’attenzione del lettore, filtrata dalla fiction certo, ma attenta a riflessioni economiche, sociali, per certi versi politiche più profonde. Non sorprende quindi che proprio due giornalisti di Sky Tg24, abbiano attinto proprio dalla realtà della loro vita di redazione il materiale per il loro romanzo Erano due bravi ragazzi, edito da Newton Compton. Emiliano Scalia e Mattia Giuramento, hanno appunto scritto a quattro mani un romanzo che parla di Camorra, povertà, disagio giovanile, connessioni sempre più strette tra fenomeni mafiosi, e società civile, in cui i traffici economici sono un buon punto di svolta. La scelta di prendere una ragazzo della Napoli bene, e farne un camorrista, penso non sia priva di implicazioni critiche che trovano riscontro nella brutalità della cronaca di tutti i giorni. Se nel passato anche all’interno di codici mafiosi spietati, esistevano leggi e principi (non toccare donne e bambini, non commerciare in droga) oggi sono stati spazzati via e l’unica legge sembra essere il profitto e l’avidità. E la violenza è in un certo senso ormai priva di limitazioni. Si può uccidere chiunque, torturare chiunque, tradire, svicolare dai vecchi codici che definivano l’uomo d’onore. Tutto oggi è lecito, in quel sottomondo sempre più abbrutito e degradato. E questo ritratto sociale è ben rappresentato nel romanzo che andrete a leggere. La soppressione della moralità, o di ogni vincolo etico è totale. Il desiderio di conquista, di potere, l’eccitazione per una vita ai limiti sembra quasi collegarsi agli stessi fenomeni che spingono giovani europei, di prima o seconda generazioni ad abbracciare credi estremisti e usare il terrorismo come unica arma di affermazione. Fabrizio de Julio e Andrea Imbriani ben rappresentano questi giovani, incapaci di frapporre norme morali alle loro più feroci aspirazioni. E’ la società che ne crea le condizioni? Sono le famiglie che non ne immettono gli anticorpi? E la crisi economica, etica e culturale, la ragione ultima? Avessero scelta, intraprenderebbero nuove strade? Sono tutti interrogativi che incontriamo quando riflettiamo su questi argomenti. Come il principio che la società tutta si sta imbarbarendo, e la violenza non sia più l’unica discriminante tra società civile e società criminale. Anche la società civile si sta mafiosizzandosi, passatemi il termine? Naturalmente così non è, i giovani al centro di questo romanzo non sono destinati a trionfare, non sono destinati a conquistare il loro sogno disperato. C’è una morale naturalmente in questo, la violenza, l’illegalità non pagano, non trionfano. «Un viaggio all’inferno senza ritorno» chiosa Giancarlo De Cataldo e in effetti non c’è affermazione migliore per descrivere questo romanzo. Scritto bene, ben congegnato, interessante. Buona lettura.

Nota: Per un profilo dei personaggi vi rimando a questa tappa del blogtour che facemmo a settembre: qui.

Mattia Giuramento, pugliese di nascita e di elezione, vive a Bisceglie – dove abitano moglie e figli – ogni volta che può, ma lavora a Roma ogni volta che deve. Giornalista a Sky Tg24, legge da sempre moltissimo.

Emiliano Scalia, romano, legato a Napoli dall’amore. Sua moglie è del quartiere Chiaia, ma lavora con lui nella redazione di Sky Tg24. Giornalista, fotografo, quattro figli e tanti libri. Una vita impegnativa.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Liberi Junior – Ely e Bea. Il mistero a Pancake Court (Gallucci 2016) A cura di Viviana Filippini

15 ottobre 2016 by
coco

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Il mistero a Pancake Court è il decimo volume della serie di libri per ragazze creata dalla scrittrice americana Annie Barrows con protagoniste Ely e Bea. Le avventure delle due amiche per la pelle sono note al pubblico italiano grazie all’editore Gallucci, che ha stampato i volumi in questi anni. Come vuole la tradizione, nella trama le principali protagoniste saranno Ely, bionda, tranquilla e riflessiva che ama deliziarsi con la lettura di libri e, accanto a lei, la moretta Bea, più energica e pestifera dell’amica di sempre. Bea vive nel quartiere di Pancake Court e sua madre le permette di vedere due film a settimana, nei quali non devono comparire parolacce. Bea è attratta dalle avventure in bianco e nero dell’investigatore Al Seven. Ciò che la colpisce di Al è la sua abile capacità di addentrarsi in ogni singolo anfratto per scoprire i misteri che caratterizzano il mondo filmico del quale è protagonista. La piccola dai capelli scuri è così eccitata dalla visione dei vecchi film da mettersi in testa di essere l’investigatore di tutta Pancake Court e, assieme alla sua inseparabile amica Ely, sarà pronta a risolvere tutti i misteri che aleggiano nel suo luogo di residenza. Ancora una volta Annie Borrows riesce a creare una trama nella quale il divertimento, la suspense e la curiosità sono le caratteristiche che animano le vite di Ely e Bea, questa volte alla prese con atmosfere poliziesche nelle quali le due si immergono per gioco. Bea vuole però fare le cose in modo serio e riesce anche crearsi anche un ufficio con targhetta sulla porta e poltrona, recuperando l’occorrente nella vecchia cantina di casa. Le due amiche metteranno in campo tutta la loro astuzia per scoprire, per esempio, cosa si nasconde sotto il tombino in giardino, o perché il postino si è addormentato e la ciabattina è sparita. Ad un certo punto le due amiche dovranno capire perché una corda si allunga da sola e per trovare la soluzione, Ely e Bea coinvolgeranno gli amici dei caseggiati vicini. Le storie con protagoniste Ely e Bea sono di piacevole lettura grazie ad uno stile asciutto che porta l’attenzione sulle azioni delle due bambini, le quali coinvolgono amici e conoscenti, e noi lettori compresi, nelle loro mirabolanti avventure. A rendere ancor a più apprezzabile agli occhi del lettore la storia delle due amiche, le immagini lineari e ordinate dell’australiana Sophie Blackall. Traduzione Mazzarelli P.

Annie Barrows è un’editrice e scrittrice americana famosa per la serie di libri per bambini con protagoniste le due inseparabili amiche Ely+Bea (Ivy & Bean nella versione americana), ma è anche autrice di libri per adulti. La Barrows ha sempre avuto forte empatia con i libri tanto che ha lavorato in una biblioteca quando andava a scuola, ha studiato letteratura inglese all’università e poi è diventata editor. Ha cominciato a scrivere libri per bambini dopo la nascita delle sue due figlie e si è ispirata proprio a loro per creare i personaggi di Ely e Bea.

Sophie Blackall è australiana, ma vive ormai stabilmente a Brooklyn. Le sue illustrazioni hanno vinto diversi premi e sono apparse anche su vari giornali, tra cui il “New York Times”.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Marina Fanasca Ufficio stampa Gallucci.

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:: Pre-blogtour Recap “Cronache delle Giungle della Pioggia”, di Robin Hoob

15 ottobre 2016 by

Eccoci giunti alla quarta tappa del Recap dedicato questa volta alle Cronache delle Giungle della Pioggia di Robin Hoob. La serie comprende: Il custode del Drago, Il rifugio del Drago, La città dei draghi e il conlcusivo e inedito in Italia Blood of Dragons. Lascio la parola a Davide Mana che vi parlerà (senza spoiler) di questa interessante quadrilogia fantasy:

֎ Recap Cronache delle Giungle della Pioggia ֎

Il ciclo delle “Rains Wilds“, piovose terre selvagge che in italiano vennero tradotte come Giungle della Pioggia è costituito da quattro volumi scritti dall’autrice americana Robin Hobb (pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden, che ha anche pubblicato come Megan Lindholm), e pubblicati fra il 2009 e il 2013.
Ispirati vagamente al lavoro di Anne McCaffrey, i volumi si inseriscono nel Ciclo degli Elderlings, che la Hobb ha pubblicato lungo un periodo di oltre vent’anni, e che si compone di cinque sottocicli più o meno indipendenti, ambientati all’interno di uno stesso universo narrativo.
Il ciclo delle Giungle della Pioggia si configura come seguito diretto della trilogia dei Liveship Traders (in italiano, ahimè, “I Mercanti di Borgomago” – cinque volumi anzichè tre perchè noi valiamo).
Nella trilogia iniziale, l’azione ruota su una comunità  di mercanti che sono in qualche modo in sintonia con le proprie navi viventi.
Il mistero dell’origine delle navi viventi viene svelato alla fine della trilogia, e dà  l’avvio alla tetralogia delle Rain Wilds.
Nei quattro romanzi che compongono il ciclo – Dragon Keeper, Dragon Haven, City of Dragon City e Blood of Dragons – un cast tanto variegato quanto ben delineato (la Hobb è sempre magistrale nello sviluppare i propri personaggi) si ritrova invischiata nel tentativo di riportare all’antico splendore la stirpe dei draghi, la cui esistenza è strettamente legata alle navi viventi che sono indispensabili per il commercio.
Nel corso di quattro volumi, ci vengono offerti viaggi, esplorazioni, intrighi, tradimenti, antichi misteri e città  perdute.
In generale i volumi dispari della serie (Keeper e City) risultano più soddisfacenti, mentre i volumi pari tendono a rallentare, e l’azione lascia spazio a lunghe descrizioni e complicate vicende, rischiando forse di stancare, e alcuni critici hanno spesso visto nella serie una trilogia allungata a tetralogia più per motivi commerciali che per motivi narrativi.
Il giudizio del pubblico è stato comunque positivo, essendo la serie estremamente popolare – e di fronte alla popolarità , qualunque criterio critico passa in secondo piano.
La prosa della Hobb d’altra parte è scorrevole e piacevole, e tali e tanti sono i colpi di scena, i cambiamenti e le trasformazioni subiti dai personaggi, e gli eventi che vanno ad accumularsi, che è davvero difficile non lasciarsi trascinare dalla corrente, perdendosi in un mondo vividamente descritto.
Resta per i lettori italiani il disappunto per la mancata traduzione di Blood of Dragons, il volume conclusivo del ciclo (uscito in Italia per i tipi di Fanucci); è estremamente frustrante, avendo seguito il vasto labirinto di relazioni, inganni, scontri e confronti per oltre millecinquecento pagine, vedersi negare la conclusione, nella quale i nodi vengono al pettine, i segreti svelati.
Ma quello del rispetto per i lettori è un discorso che esula, naturalmente, da questa breve ricapitolazione.

 ֎  Il calendario del pre – blogtour ֎

recap

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste del pre-blogtour, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta, che uscirà per Sperling & Kupfer il 29 novembre. Che i draghi siano con voi!

:: Il turista, Massimo Carlotto, (Rizzoli, 2016) a cura di Federica Belleri

14 ottobre 2016 by
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Venezia è gremita di turisti. Percorrono ponti e vicoli, seguono i percorsi scelti appositamente per raggiungere Piazza San Marco e  il Canal Grande. Osservano, scattano foto, salgono su gondole e traghetti. Non sanno però che la città di laguna nasconde un serial killer, uno psicopatico che si mescola alla folla. Studia ogni mossa della vittima prescelta, si apposta e colpisce. È intelligente e curioso. Gode nel carpire i segreti della persona che ha ucciso. Può capitare però che qualcosa non funzioni, che un meccanismo ormai prevedibile si inceppi. In quel preciso istante il suo comportamento si altera e scatta la rabbia, così difficile da controllare. Lui è il Turista.
Un ex commissario di polizia, espulso per corruzione e abbandonato da moglie e figlia, è sempre sottoposto agli sguardi d’accusa di tutti, perché a Venezia conoscere i fatti degli altri non è poi così complicato. Entrerà in contatto con il Turista in modo particolare. Lui è Pietro Sambo.
Venezia diventerà il teatro di una guerra clandestina per scovare ex agenti segreti passati al soldo delle mafie. Gruppi paralleli e occultati alla vista. Fra ristoranti e botteghe artigiane si innescherà un gioco pericoloso. Il Turista è un personaggio cinico e un attore nato, difficile ingannarlo. Manipola a sua personale scelta chiunque si trovi di fronte. Utilizza ogni mezzo per ottenere ciò che desidera. Ha una faccia per ogni occasione.
Il vicequestore si attiva e tiene a bada i giornalisti con la solita storiella, ma si augura di uscire presto da questa vicenda. Nessuno viene risparmiato, anche gli innocenti diventano vittime da sacrificare per poter catturare il killer. Il rispetto viene raso al suolo. Una testa taglia l’altra, basta arrivare al dunque.
Il Turista. Una spirale di minacce, doppiogioco, violenza e frustrazione. Un assassino che segna nel profondo le persone che gli stanno attorno, abbandonandole poi a se stesse come palloncini bucati. Un killer che ha bisogno di uccidere e di essere notato, per sentirsi importante. Thriller dal ritmo fluido e costante. Una storia marcia e subdola, ambientata in una delle città più affascinanti del mondo.
Assolutamente consigliato.

Massimo Carlotto (Padova 1956) è uno dei più affermati autori italiani di noir. Ha esordito nel 1994 con Il fuggiasco, cui sono seguiti, tra gli altri, Le irregolari, Arrivederci amore ciao, L’oscura immensità della morte e la serie che ha per protagonista Marco Buratti detto “l’Alligatore”. È autore anche di testi per la radio e il teatro, di saggi, graphic novel, racconti, sceneggiature per il cinema e la tv.

Source: Acquisto personale.

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:: La lunga attesa è finità: Nobel per la Letteratura 2016

13 ottobre 2016 by

Fra meno di un’ ora sapremo chi a chi sarà attribuito quest’anno il Premio Nobel per la Letteratura 2016. Dalle 13, di oggi giovedì 13 ottobre, in diretta streaming sapremo finalmente il nome. Siete curiosi anche voi?

Io sono già in attesa: qui il link per la diretta streaming.

Il vincitore é: Bob Dylan

bob

Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
I’m not sleepy and there ain’t no place I’m going to
Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I’ll come following you

Ci sono rimasta male, a sentire il nome di Bob Dylan, pronunciato forse troppo sbrigativamente dalla poliglotta signora portavoce dell’Accademia svedese.
Mi aspettavo di tutto, ma non quel nome.
Mi aspettavo persino qualche ignoto scrittore africano, o mediorientale, o di qualche isola sperduta tra gli atolli della Polinesia.
Ma non Bob Dylan.
Ho provato sconcerto, delusione, dispiacere.
Bob Dylan è un musicista, cosa centra con la letteratura?
Bob Dylan è americano, per la legge delle distribuzioni territoriali, quando più premieranno Roth, DeLillo, McCarthy?
Per le leggi della fisica non si vive in eterno. McCarthy è del ’33, Roth è del ’33, DeLillo è del ‘36. Non per portare sfiga ma è una considerazione che faccio dato la clausola che il vincitore deve essere in vita.
A che gioco sta giocando l’Accademia Svedese?
Il mio favorito quest’anno era Ngũgĩ Wa Thiong’o, e per ragioni non solo letterarie. L’Africa è la terra del futuro. Quei soldi Ngũgĩ Wa Thiong’o li avrebbe usati bene. Ma invece hanno riguardato all’America, l’America delle elezioni presidenziali, del Trump contro Clinton. Scegliere Bob Dylan è un chiaro messaggio politico della colta e vecchia Europa? Da collegare al premio per la pace? Non l’Africa ma l’America, come continente al centro delle discussioni, dell’attenzione.
Tutte queste considerazioni al netto degli indiscutibili meriti di Dylan (lo ribadisco, perché c’è chi li nega in queste ore concitate). Dylan è un musicista vero, un poeta, autore di canzoni come Mr Tambourine Man, Blowin in the Wind, Desolation Row, Ballad of a Thin Man, di cui invito a riscoprire i testi, che a tutti gli effetti sono letteratura. Testi di un’ epoca in cui la musica era davvero al centro dei dibattiti politici, sociali, etici.
E così ho iniziato a rivedere le mie posizioni. Non sono una che si fossilizza, sono una che cambia idea, anche se sul momento parte in quarta.
Bob Dylan non è stato premiato come musicista o cantante, è stato premiato come poeta e scrittore. Dunque è un premio oggettivo, non dato a spiovere. La poliglotta portavoce dell’ Accademia l’ha accostato a Omero, a Saffo. Di questo hanno discusso in questa settimana aggiuntiva.
Dunque ben venga il Nobel dato a Dylan.

:: Vita e morte di due giornaliste a fumetti, a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2016 by

annabeccogialloL’editore Becco Giallo, da sempre attento a proporre fumetti di tematica sociale e attuale, presenta nel suo catalogo le biografie parallele di due giornaliste attente alla realtà e pronte a denunciare ingiustizie e a svelare misteri, morte entrambe in circostanze misteriose.

Le due giornaliste sono l’italiana Ilaria Alpi e la russa Anna Politkovskaja, che rivivono in due volumi in cui non si racconta solo la loro vicenda a fumetti, ma il tutto è contornato da documenti, interviste e testimonianze che raccontano due vicende diverse ma parallele, quelle di due donne di oggi, la prima impegnata a raccontare una delle tante guerre dimenticate degli anni Novanta nel Terzo Mondo ma da cui dipendono molti dei problemi attuali, la seconda a denunciare i metodi dittatoriali di un regime ancora in carica in Russia soprattutto in alcune zone cosiddette di frontiera come la Cecenia.

Entrambe sono state assassinate in maniera mai chiara, nascosta sotto fatti di cronaca nera, la prima perché aveva scoperto qualcosa di losco e la seconda perché considerata troppo scomoda. I due volumi non svelano colpi di scena imprevisti, si limitano a raccontare i fatti, e sono un’occasione per scoprire o riscoprire due figure dell’oggi che forse si sono un po’ rimosse, in questa turbolenza di eventi di questi ultimi anni.

ilIlaria Alpi il prezzo della verità sceneggiato da Marco Rizzo con i disegni di Francesco Ripoli racconta gli ultimi giorni di vita di Ilaria e Miran Hrovatin, mentre scoprivano inquietanti verità su traffico di armi e rifiuti tossici, ancora oggi non chiarite. Il racconto a fumetti, essenziale e efficace, è corredato da una prefazione di Giovanna Botteri, giornalista Rai e compagna di scuola di Ilaria, da un’intervista a Giovanna Mezzogiorno, che ha interpretato Ilaria Alpi al cinema, e da un intervento a Mariangela Gritta Grainer, che presiede la commissione parlamentare che ancora oggi indaga su queste due morti misteriose.

Anna Politkovskaja di Francesco Matteuzzi alla sceneggiatura e i disegni di Elisabetta Benfatto si concentra in generale sul lavoro della giornalista, sulla sua opposizione a Putin, sui suoi reportage dalla Cecenia, partendo da quello che era il suo motto: L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede. La prefazione del libro è affidata a Ottavia Piccolo, che ha dedicato ad Anna Politkovskaja un monologo teatrale.

Marco Rizzo, classe 1983, è fondatore del portale Comicus e della rivista Mono. Come autore di fumetti ha spaziato su vari generi, ma si è poi specializzato nel giornalismo a fumetti, occupandosi di immigrazione, lotta alla mafia e raccontando le storie di figure quali Mauro Rostagno, Peppino Impastato e Marco Pantani.

Francesco Ripoli, classe 1971, si divide tra l’attività di disegnatore di fumetti con quella di insegnante di Disegno Grafico. Ha collaborato con vari editori, tra le sue opere Nuove magie su Alda Merini e Senza sangue da Alessandro Baricco.

Francesco Matteuzzi, è docente di sceneggiatura alla Scuola di Comics di Padova, e lavora come giornalista, sceneggiatore e autore di libri per ragazzi. Tra i suoi lavori, ha collaborato a L’Insonne, Jonathan Steele e The Secret, ha creato Maisha e sceneggiato Don Peppe Diana, oltre che il volume su Philip K. Dick per BeccoGiallo.

Elisabetta Benfatto è docente di illustrazione alla Scuola di Comics di Padova e lavora come illustratrice, fumettista e grafica, collaborando con varie realtà culturali, tra cui la Coniglio editore con ANIMAls e Futuro Anteriore del Napoli Comicon e del Centro fumetto Andrea Pazienza.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

:: Stranimondi a Milano, a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2016 by

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Il 15 e 16 ottobre torna a Milano un appuntamento autunnale fisso, Stranimondi, il festival del libro fantastico, con presentazioni, convegni, mercatino di libri, tutto inerente un mondo i cui appassionati e stimatori non accennano a diminuire, anzi, ma è cresciuto come eventi, interesse e presenze.
L’evento si organizza, con varie modalità di accesso, su vari filoni, con la possibilità di confronto diretto con autori, autrici e professionisti.
In programma ci sono i Delos days, due giorni dedicati al meglio del fantastico di ieri e di oggi a cura della casa editrice Delos Books, specializzata in fantastico, che vuole fare il punto dello stato di un genere in Italia. Un genere che si articola su tanti mondi e immaginari.
Da non perdere il convegno Weirdiana, dedicato ad un filone eclettico del fantastico, quello del weird, che comprende strane storie in passati alternativi o con mescolanze di generi, con un approfondimento a cura di Paolo Bertetti sulle riviste pulp di fantastico partendo dalla collezione del Mufant di Torino appartenuta allo studioso Riccardo Valla.
Tra glli ospiti ci sono tra gli altri Franco Forte, Silvio Sosio, Danilo Arona, Silvia Treves, Tricia Sullivan, vincitrice dell’ultimo Hugo, Rampsey Campbell, Alan D. Alteri, Giuseppe Lippi, Dario Tonani, Alastair Reynolds, Massimo Polidoro.
Molti gli editori presenti, come Tabula Fati, Plesio, Nero Press, La Ponga, Watson, Imperium, Elara, con le loro novità e il loro catalogo, per scoprire vecchie e nuovi voci, spesso anche italiane del fantastico.
Stranimondi è alla UESM Casa dei Giochi, in via Sant’Uguzzone 8, raggiungibile con la metro rossa fermata Villa San Giovanni. Il sito web dell’evento, che non è solo una convention o una fiera dedicata al fantastico, ma un momento di incontro tra tutti, professionisti e appassionati, è sotto http://stranimondi.it/

:: I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, (Giunti, 2016)

12 ottobre 2016 by
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Non sono mai stata negli Stati Uniti. Due o tre volte ho rischiato di partire, una volta più seriamente delle altre, avevo già tutto organizzato per un corso di inglese estivo in un’ università della costa occidentale, ma l’aereo transoceanico non l’ho mai preso. Per me l’America è quella dei film noir, in bianco e nero, degli anni ’50, per lo più, o di alcuni film più recenti, di molti libri, documentari, telefilm, fumetti. Un’ America per lo più inventata, filtrata dall’estro artistico di qualcuno che presumibilmente la conosce bene e forse la ama. Non sono antiamericana di partito preso, sebbene sia molto critica con molte sue derive, e detesti quella sorta di egocentrismo muscolare che a volte l’affligge. Detto questo mi piacciono i motel sull’autostrada di notte, accesi da mille neon colorati, i Pancakes allo sciroppo d’acero, la auto anni 50 che ancora circolano, i ranch del Texas o della California, specie dove allevano cavalli, e potrei continuare per pagine e pagine a elencare cosa amo, con la memoria selettiva di chi omette cosa detesta. Amo anche i libri di viaggio, (come potrebbe essere diverso?), e ho amato (e molto) il libro reportage I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, una delle più apprezzate traduttrici dall’inglese, di autori che vanno da DeLillo a Cormac McCarthy, da Jonathan Franzen a Zadie Smith. Per un traduttore scrivere un libro suo non è un passaggio obbligato, certo alcuni lo fanno, ma per certi versi può anche essere un rischio. Il rischio di non trovare una propria voce, dopo aver filtrato la voce di altri scrittori, di cui si è ricostruito e ricreato i testi in un’altra lingua. I testi tradotti sono altri libri, come discutevo con un amico, in cui è imprigionata l’anima del traduttore. Dunque la Pareschi si è messa in gioco, e ha cercato la sua voce, che diventa veicolo letterario se riesce a entrare in comunione con il lettore. Vale per tutti i libri, i più riusciti, come i meno, tutto passando naturalmente attraverso i propri personali gusti letterari. A chi consiglierei questo libro? Innanzitutto a chi ama viaggiare sulla carta, è curioso di sapere e conoscere lati dell’America non consueti, ruspanti, come si potrebbe dire, apprezza l’ironia e l’umorismo e una patina di cinismo, ma mai cattivo, mai velenoso. La scrittura è spezzata in racconti, anche brevi, con buffi titoli, e vari punti di vista, alcuni sono in prima persona (dove è più immediata la voce dell’autrice, c’è solo una minima percentuale di fiction), altri sono in terza persona (un sé stesso mediato e visto dal di fuori, filtrato da come lo vedono gli altri). E non aspettatevi niente di agiografico (non ci risparmia povertà e sporcizia o perché no la puzza di una discarica), non aspettatevi dunque una celebrativa marcia trionfale, per intenderci, troverete capitoli capaci di sconcertarvi, (pensate solo a Il Palazzo del Porno), il più se vogliamo fuori dagli schemi, (il materasso infetto su cui gli attori facevano i provini, mi seguirà per un po’), capitoli capaci di commuovervi, di farvi riflettere, di farvi arrabbiare (il divario tra povertà e ricchezza sta diventando una voragine). Insomma la Pareschi ha talento, un talento coltivato da anni di buone frequentazioni, e una propria personalità capace di non fare diventare la sua scrittura la brutta copia, o per lo meno la copia annacquata di quella di un altro. Apre la raccolta di testi (che io mi ostino a chiamare racconti) Puma, raccontato in prima persona, (bellissima la descrizione della natura tra boschi e nebbia) con al centro l’ombra intravista di un puma, o per lo meno la sua coda. Lavanderia a gettoni, con il suo sogno ad occhi aperti a base di lanciafiamme dal sapore di solitudine, mi ha subito portato alla mente La lavanderia a gettoni di Angel, di Lucia Berlin, che apre la serie di racconti La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto per Bollati Boringhieri). Che come sottotitolo ha il piuttosto evocativo Storie vere, ma inventate. Come quelle di Alice Munro. Poi troviamo La scelta della religione, prima e seconda parte, dalla East Coast alla West Coast, spezzato in tanti sottoracconti. E poi Ganjia Yoga, con il suo surreale giro in autobus e un quartiere brutto e desolato, fatto di edifici industriali e stradini larghi e trafficati. E giusto a metà libro, Katrina, racconto di amici, realmente vissuto (tra buste paga e assegni non ancora versati) e filtrato dal ricordo e dal passare di voce in voce, dalla Pareschi portato sulla carta con sentita partecipazione. L’uragano Katrina e la sua distruzione di New Orleans (alla fine l’ 80% della città sarebbe finita sott’acqua), è ancora nell’immaginario americano una ferita aperta, una storia ancora da raccontare. Racconto spartiacque che ci porta alla seconda parte con Dimmi come mangi, Misofonia, e Il Dentista a i tempi del Super Bowl. E se volete saperne di più dei jeans del titolo, dovrete correre all’ultimo, che chiude la raccolta, dove tutto sarà spiegato, sebbene il mistero temo sia destinato a continuare. Non credo di aver trovato un racconto più bello degli altri, ogni volta che ne leggevo uno mi dicevo che era quello, (un po’ come al liceo mi capitava con la filosofia, l’ultimo autore studiato era sempre quello che aveva ragione). E non è detto che dobbiate seguire l’ordine voluto dall’autrice, potete aprire una pagina a caso e leggere dall’inizio quello. Tenere il libro sul comodino e centellinarlo, lasciando che vi tenga compagnia per giorni. Io ne ho fatto una lettura bulimica, ma solo per uso recensione (si sa i sacrifici di noi recensori sono tanti) ma mi riservo di tenerlo da parte, e rileggerlo per puro consumo privato ancora in futuro.

Silvia Pareschi è una delle più note e apprezzate traduttrici dall’inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata, insieme al marito, l’artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Notabili libici e Funzionari italiani: l’amministrazione coloniale in Tripolitania (1912-1919), Simona Berhe (Rubbettino,2015), a cura di Daniela Distefano

11 ottobre 2016 by
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Cosa rappresentò il colonialismo italiano per la popolazione libica e cosa prefigurò l’assoggettamento della Tripolitania per l’Italia?
Forse può aiutarci questo volume che compie una disamina della legislazione coloniale dal 1912 al 1919, la correda di biografie di coloro che operavano nell’amministrazione coloniale, ne indica le modalità di interazione, tenta anche un approccio di storia sociale fornendo una spiegazione di quel movimento di resistenza libico che tanta parte ebbe negli sviluppi successivi del Paese.
La Libia era (ed è) tormentata da un male: la povertà; tuttavia fu errato il convincimento italiano di trovarsi davanti ad una società immobile che avrebbe accettato supinamente la conquista.
Al contrario, la reazione dei tripolitani sorprese i colonizzatori, impreparati ad un braccio di ferro che si sarebbe rivelato sfiancante per entrambe le parti in conflitto. Quale fu allora il primo passo dei colonizzatori per domare il malcontento? La scelta di Pietro Bertolini, primo ministro delle colonie, di mantenere in vita lo scheletro del sistema istituzionale ottomano aveva permesso di posporre la questione delle strutture amministrative. Andava invece affrontato immediatamente il tema del personale coloniale che avrebbe operato a Roma e in Libia.
Di fatto, emerse un primo, irriducibile, diabolico, problema, vale a dire l’egemonia dei militari. Si impose la cosiddetta “Sindrome delle due teste”, una a Roma e l’altra a Tripoli: due universi distinti, quello militare e quello civile, che faticavano a collaborare, a riconoscersi. La storia seguente fu il tentativo di rendere conciliante il pensiero di questo Giano Bifronte. La coperta era troppo corta, di fatto finì per scontentare le due anime della potenza coloniale italiana. Si arrivò al 1919 quando

la Costituzione sembrava negare ogni principio sul quale si era retto l’ordinamento Bertolini: all’arbitrio si opponevano le libertà civili; il monopolio delle cariche da parte dei funzionari italiani era superato grazie a procedure che favorivano la presenza di libici all’interno dell’amministrazione; l’autorità delle cariche monocratiche era bilanciata dalle assemblee locali e dal parlamento di Tripoli.

La rivoluzione attecchì anche nei fondali della popolazione, la Tripolitania ripiombò ben presto nell’odioso clima di guerra, ancora un conflitto atroce, il fascismo di Mussolini, il resto è storia mondiale che appannò le vicende di questo Paese mai del tutto pacificato. L’autrice sembra a suo agio nel descrivere fatti, retroscena, testimonianze di quello che fu vissuto dal popolo libico come un boccone difficile da digerire. Mancò l’accortezza, la sensibilità nel maneggiare gangli della società civile in continuo stimolo rivoltoso. Ci si voleva liberare, prima dell’oppressore, poi della realtà di un paese ricco di gente povera.

Simona Berhe è storica dell’Università degli Studi di Milano. Fa parte del Laboratorio di Storia, Sociologia e Scienza delle Istituzioni MaTriX, già dottoressa di ricerca in Storia e comparazione delle istituzioni politiche e giuridiche europee (Università di Messina). E’ borsista dell’Istituto Storico Germanico di Roma.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

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:: Speciale Robin Hobb

10 ottobre 2016 by

recap

E’ conosciuta come la regina del Fantasy, apprezzata da George R. R. Martin, e da buona parte della stampa specializzata, oltre che dalle schiere di lettori. Insomma Robin Hobb è una delle autrici di culto del Fantasy contemporaneo e in suo onore alcuni blog, (Liber Arcanus, Bostonian Library, Le tazzine di Yoko, e Libri e Librai), che vi consiglio di visitare, tra i quali c’è anche il nostro, ospiteranno le tappe di numerosi eventi legati alla prossima uscita per Sperling & Kupfer del suo novo libro, il 29 novembre.

Questa settimana il primo evento, potete vedere su l’elenco delle tappe e dei libri di cui si parlerà. Noi ci occuperemo sabato 15 ottobre di Cronache delle Giungle della Pioggia, e la parola sarà data a Davide Mana appassionato e colto lettore di questo genere.

Seguirà a inizio novembre un evento dedicato a conoscere meglio l’autrice.
E per finire un vero e proprio blogtour (con ricchi premi) per l’uscita de La Vendetta!
Vi anticipo che saranno messi in palio due libri, e vi avverto già commentando tutte le tappe avrete la possibilità di vincerli.

Siete naturalmente tutti invitati.

Evento su FB: qui

Robin Hobb, nata in California nel 1952, è l’autrice di diverse popolarissime saghe, come la Trilogia dei Lungavista, I mercanti di Borgomago, la Trilogia dell’uomo ambrato, la Trilogia del figlio soldato e Le Cronache delle Giungle della Pioggia. Paragonata a J.R.R. Tolkien e a Ursula K. Le Guin, Robin Hobb ha antecedenti letterari ben più remoti. Dopo Il custode del drago, Il rifugio del dragoLe Cronache delle Giungle della Pioggia è in uscita La vendetta.

:: La colpa degli altri, Gila Lustiger (Neri Pozza, 2016) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2016 by
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La colpa degli altri (Die Schuld der andern, 2015) di Gila Lustiger, edito in Italia da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Susanne Kolb e Alessandra Baracchi, è un sofisticato ed elegante thriller investigativo, sorretto da una scrittura raffinata e decisamente anomala in un romanzo che vede al centro un cold case della Francia Mitterandiana. Dire che mi è piaciuto è poco, credo sia una delle letture più interessanti che ho fatto negli ultimi mesi, forse il mio thriller preferito del 2016.
Il mio entusiasmo credo sia giustificato dal fatto che è piuttosto insolito far luce su argomenti che si è davvero tentato di oscurare con una patina di dimenticanza. Ancora oggi qualcuno si ricorda dello scandalo del colosso chimico-farmaceutico Rhône-Poulenc, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta? Anche facendo ricerche su Google non è così immediato risalire ai fatti, in una specie di gioco di scatole cinesi. Negli anni le aziende si sono fuse, hanno cambiato nome, si sono trasferite all’estero, insomma risalire alla fonte diventa sempre più complicato.
Gila Lustiger, tedesca ma da anni in Francia, ispirandosi a quel caso ha costruito un thriller dal meccanismo perfetto: giusta suspense, ottimo disegno dei personaggi, anche minori, con l’aggiunta di un’ attenta analisi sociale, che si addentra nelle pieghe più nascoste della Francia di oggi, tra banlieue degradate, e ricchi arroccati nei loro fortini di lusso e indifferenza.
Marc Rappaport, il giornalista protagonista dell’indagine investigativa struttura portante del romanzo, è un’ anima divisa. Appartiene per nascita all’elite dei soldi e del potere, ma per scelta si ostina a indagare tra gli strati più bassi e violenti della società, per scoprire la verità, una verità che sente sua, perché lo riguarda molto da vicino.
Si può leggere questo romanzo insomma perché si ama seguire una pista investigativa e trovare un colpevole, o lo si può leggere per capire qualcosa di più della nostra società e delle nostre responsabilità, perché la conquista della ricchezza e del benessere ha sempre un prezzo, del quale non sempre siamo consapevoli. Scaricare poi molto spesso le colpe su gli altri è un gioco che alla fine può rivelarsi pericoloso, tanto quanto capire che quegli altri siamo noi.
Gila Lustiger costruisce dunque la sua storia approfondendo quel nucleo nero che aggrega scandali finanziari, salute, politica, compromessi e complicità, e lo fa senza marginali sbavature, con il piglio anch’essa del giornalista investigativo, sebbene la storia sia di finzione, e Emilie Thevenin non sia mai esistita. O forse sì, con un altro nome, con altre connotazioni caratteriali e sociali, qualcuno che sia morto cercando di dimostrare verità scomode ci sarà senz’altro. E questo dubbio rende reale e attuale tutto il romanzo, fin qui così abilmente costruito.
Siamo a Parigi nell’estate afosa del 2011. Gilles Neuhart, un insospettabile, di quelli i cui vicini assicurerebbero la totale onestà cadendo dalle nuvole, un impiegato di banca modello dalla vita regolare (e anche monotona) come un orologio, viene arrestato per l’omicidio di una prostituta diciannovenne d’alto bordo avvenuto 27 anni prima. Le nuove tecniche di indagine, l’analisi del DNA che allora non si faceva, portano dritto a lui.
Giustizia è fatta dopo così tanto tempo. Un miracolo si potrebbe pensare, se non fosse che Marc Rappaport cercando di ricostruire la vita della vittima per un suo articolo inizia a sentire puzza di bruciato. Qualcosa non torna, troppi elementi sono fuori fuoco. E se Gilles Neuhart fosse innocente e l’avessero incastrato? Così dopo tanto tempo, certo sembra assurdo, ma se le cose fossero proprio andate così?
Per scoprirlo, mettendo a repentaglio la sua fragile vita sentimentale e la sua relazione con Deborah, una donna bellissima con cui non sa bene se sta facendo sul serio o no, Rappaport inizia un’ indagine serrata, più personale che voluta dal suo giornale (anzi per certi versi decisamente ostacolata) e tra interrogatori di vecchi poliziotti amareggiati, prostitute asiatiche senza futuro, giunge a Charfeuil, una piccola cittadina di provincia dove tutto sembra essere iniziato. Se ne è parlato poco di questo romanzo, peccato. Leggetelo, non ve ne pentirete.

Gila Lustiger è nata a Francoforte, nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca e comparata a Gerusalemme. Dal 1987 vive e scrive a Parigi. Ha scritto diversi romanzi, tra cui So sind wir, finalista al prestigioso Deutscher Buchpreis del 2005.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio stampa Neri Pozza.

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