:: Il forte della vendetta, Gordon D. Shirreffs (Corriere della Sera, 2016)

22 ottobre 2016 by

gftCredo che il più famoso scrittore di westerm (della letteratura, almeno) fu Holly Martins, personaggio non secondario de Il terzo uomo, e suo malgrado al centro di una piccola e divertita diatriba letteraria (un inside joke di Greene) che poneva la letteratura alta (di cui Holly Martins ne sapeva poco o niente) accanto alla letteratura di genere (di cui a tutti gli effetti il genere western, o più in senso lato il genere avventuroso, fanno parte). Holly Martins era un mediocre scrittorucolo senza ambizioni certo, ma è divertente vederlo scambiare per un autore di prestigio da una platea di sconcertati lettori convenuti per un reading. Che molta letteratura western sia dozzinale e standardizzata e soprattutto veicoli un immaginario forse superato e per certi versi reazionario (ci ha pensato la cinematografia degli anni 70 in poi a dare giusta dignità agli indiani per esempio e un giusto contesto storico, sempre più realistico) è pur vero, ciò non toglie che anche la peggiore è divertente e rilassante, insomma capace di intrattenere senza troppe fisime o snobistiche pretese intellettualistiche. Quando ho voglia di rilassarmi, e non riflettere sui massimi sistemi, insomma un buon western fa al caso mio, con buona pace di chi la ritiene letteratura spazzatura. Ed è così che quando mi è giunto tra le mani Il forte della vendetta (Fort Vengeance, 1957) di Gordon D. Shirreffs, tradotto da Alda Carrer, in una edizione speciale per Corriere della Sera, su licenza di Meridiano Zero di Odoya, l’ho letto con piacere. Lo stile è semplice, scorrevole, quasi ipnotico, i personaggi simpatici, l’ambientazione tipicamente western: l’Arizona selvaggia tra pini messicani, robinie e fichi d’india, fiumi e altipiani del 1870. (Non dimentichiamoci che Shirreffs scrisse anche il celebre Rio Bravo (1956), e per la sua vasta produzione è considerato a tutti gli effetti uno dei maestri del genere). Sarà che per me il western cinematografico ha il faccione sornione di John Wayne, mi è difficile non dare ai personaggi del romanzo le sembianze dei tipici attori western hollywoddiani anni ’50, ma lascio a ognuno di voi di sceglierli, se diverte anche voi questo gioco. Il forte della vendetta ha per protagonista il maggiore Dan Fayes, inviato quasi per punizione (ha un passato alquanto turbolento) a Fort Costain, uno sperduto avamposto della Frontiera, in cui i soldati invece di vivere in un regime di ordine e severa disciplina si lasciano andare alle più estreme (per l’epoca) dissipatezze: alcool, donne e gioco d’azzardo. Mettere un barlume di ordine è insomma il suo compito principale, e Dan Fayes lo prende molto seriamente, anche se diventa subito l’oggetto delle avance della seducente Melva sorella del medico militare. Anche Harriett, la figlia del padrone dello spaccio vicino al Forte, è molto gentile ed educata, insomma beato tra le donne si direbbe. Ma invece il nostro insospettito dal comportamento di alcuni soldati ha altro a cui pensare, e pian piano inizia a sospettare che ci sia davvero qualcosa di losco sotto. Infatti gli Apache di Vento Nero sono troppo aggressivi, muniti di troppe armi. Forse qualcuno all’interno del Forte li rifornisce? Dan con l’aiuto di una guida indiana, e dopo molte peripezie, (come di pragmatica), scopre cosa c’è sotto. Dunque una trama semplice e lineare, per un onesto romanzo di avventura. Buona lettura.

Gordon D. Shirreffs (Chicago 1914 – Granada Hills, Los Angeles 1996) È uno dei più celebri scrittori western, con oltre 100 romanzi all’attivo, spesso trasposti in pellicola, oltre che autore di polizieschi e romanzi di avventura per ragazzi che in qualche caso firma con diversi pseudonimi. La sua passione per il genere si sviluppò mentre militava nell’esercito, di stanza a Fort Bliss. Ben 60 dei suoi lavori trovano ambientazione nell’assolato Sudovest. Per Meridiano Zero ha pubblicato anche Troppo duro per morire (2015).

Source: acquisto personale.

:: La famiglia Fang, di Kevin Wilson, (Fazi editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

22 ottobre 2016 by
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«È solo una bambina», rispose Camille.
«È un’artista, proprio come noi; solo che non lo sa ancora».
«È una bambina, Caleb».
«È una Fang» rispose lui. «Questo viene prima di qualunque altra cosa».

Chi sono davvero i Fang? Una famiglia strampalata o degli abili performer che hanno fatto dell’arte la loro linfa vitale?  Lo racconta lo scrittore americano Kevin Wilson, in La famiglia Fang, edito da Fazi.  Caleb e Camilla, sono marito e moglie e si guadagnano da vivere facendo performance artistiche coinvolgendo i due figli Annie e Buster, da loro chiamati semplicemente A e B. I ragazzini, loro malgrado, diventano parte integrante di scenette, più o meno comiche o drammatiche, nelle quali vengono ribaltati in modo completo i cardini della normalità. Il tutto ha il fine di stupire e scuotere le persone comuni e la loro quotidianità. Per capire l’irriverenza e la volontà di mettere in crisi le regole da parte di Caleb e Camille, basta leggere il primo episodio (Delitto e Castigo 1985), per scoprire come un centro commerciale e un negozio di dolci colmo di colorate caramelle possano diventare per i Fang una forma d’arte irriverente. La narrazione è costruita con repentini salti temporali tra presente e passato, utili al lettore per ricostruire le esistenze di tutti e quattro i componenti di questa istrionica famiglia che vive di arte e per l’arte. Crescendo Annie comincia a capire che il mondo del cinema e fare l’attrice sono la sua vera aspirazione, mentre Buster, giornalista un po’ imbranato, si rende conto che scrivere e insegnare agli altri a farlo, è un’attività che gli dà soddisfazione. Proprio quando i due ragazzi sembrano avere compreso ciò che vogliono dalla e nella vita, i loro genitori spariscono. Per i figli, quel lasso di tempo troppo ampio del silenzio della madre e del padre è una tremenda preoccupazione, tanto che ad un certo punto A e B, credono che i genitori siano morti. Poi, però, esasperati dal modo in cui i mamma e papà li hanno cresciuti e “usati” per i loro teatrini artistici, i due fratelli cominciano a sospettare che, forse, Caleb e Camille hanno davvero inventato l’ennesima messa in scena. Con la Famiglia Fang, Wilson realizza un romanzo familiare e, allo stesso tempo, psicologico, dove si analizza il complicato rapporto tra genitori e figli. La cosa interessante che si riscontra durante la lettura del libro di Wilson è che Annie (A) e Buster (B) quando diventano adulti decidono di seguire quello che più preferiscono per avere una vita stabile e con quelle certezze esistenziali che non hanno mai avuto. I loro genitori interpretano tale gesto come una sorta di affronto e di rifiuto della loro esistenza incentrata sull’arte e sulle performance. Per tale ragione decidono di compiere un gesto dimostrativo nei confronti dei figli. Caleb e Camille, da questo punto di vista dimostrano un’immaturità egoistica nei confronti di Annie e Buster, perché non accettano che i figli vogliano vivere in modo diverso da come hanno sempre fatto. Kevin Wilson ne La Famiglia Fang, non si limita ad indagare le vite dei quattro personaggi o i conflitti generazionali, l’autore americano analizza quanto a volte il confine tra vita vera e arte sia labile a tal punto da impedire a chi vive tra arte e realtà (Caleb e Camille) di  individuare la linea di demarcazione che separa nettamente la dimensione famigliare da quella artistica. Traduzione Silvia Castoldi.

Kevin Wilson è nato e cresciuto nel Tennesse. Ha esordito nel 2009 con la raccolta di racconti Tunneling to the Center of the Earth, tra i migliori dieci libri dell’anno, mentre l’uscita del suo primo romanzo, La famiglia Fang, è stata accolta come un evento letterario da tutta la critica americana. Nicole Kidman ne ha opzionato i diritti cinematografici.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa Fazi.

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:: Il gioco del male, Angela Marsons (Newton Compton, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 ottobre 2016 by
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Prima di parlare della trama e dei personaggi di Il gioco del male (Evil Games, 2015), secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, di Angela Marsons, (tradotto dall’ inglese da Erica Farsetti e Angela Ricci), con estimatori entusiasti e vagamente insospettabili, come Antonio D’Orrico che dalle pagine della Lettura arriva a definire la Marsons diretta erede di Patricia Cornwell (di cui comunque continua a rimpiangere i tailleur), volevo spendere qualche parola sull’ambientazione, e su quanto incide sul mood di tutto il romanzo. La Black Country, area delle Midlands Occidentali, (che per intenderci va da Birmingham a Wolverhampton) merita qualche riflessione. Innanzitutto partiamo dal nome, erede e vestigia di un tempo in cui la zona era davvero la culla della Rivoluzione industriale, (c’erano concentrate così tante fabbriche, che l’aria aveva una consistenza quasi solida, per i vapori esalati dalle ciminiere, tra il nerofumo e la polvere di carbone). La ricchezza del periodo d’oro finì di colpo alla fine degli anni 70, quando iniziò l’era postindustriale,  e gli scontri vivacissimi (a base di scioperi e rappresaglie) tra Margaret Thatcher (fu leader del Partito conservatore britannico, dal 1975 al 1990) e i sindacati affatto entusiasti della riforma del diritto del lavoro da lei voluta (drammatici gli scontri tra la polizia a cavallo britannica e i minatori). Di queste lotte sociali, danni ambientali e povertà ormai diffusa, la Marsons fa trasparire le conseguenze.

La Black Country era la terza zona del paese con la concentrazione più alta di disoccupazione, non si era mai veramente ripresa dal declino dell’industria del carbone e dell’acciaio che aveva attraversato il suo momento di gloria nel periodo vittoriano. Le fonderie e le acciaierie erano state demolite per fare spazio a grandi complessi industriali e residenziali.

Conseguenze che si riflettono sugli umori della gente, gente dura, povera, abituata a vivere con gli assegni sociali, a entrare e uscire di galera, ad essere assistita da assistenti sociali e poliziotti sottopagati, sempre più oberati di lavoro tra violenze domestiche, violenze sui minori, e veri casi di omicidio. Disoccupazione, povertà, violenza, malattie mentali, sembrano lo scenario perfetto per un thriller e infatti da questo contesto sociale esce il personaggio della detective ispettore Kim Stone, anche lei entrata negli ingranaggi del sistema fin da piccola, separata dalla madre schizofrenica e data in custodia a una serie di famiglie affidatarie, che in fin dei conti non hanno fatto un cattivo lavoro crescendola così com’è. Se il passato e i traumi infantili sono un pesante bagaglio per le spalle della Stone, (anaffettiva, introversa, quasi asociale), non da meno lo sono per il suo esatto opposto la psichiatra Alex Thorne, ricca, bella, affermata, inserita nel contesto sociale come un membro autorevole e rispettato. Angela Marsons rende chiaro fin da subito che lo scontro tra le due sarà il filo conduttore del romanzo. E qui entrano in gioco le sfumature, le sottotracce, la capacità dell’autrice di giocare sull’ambiguità e l’oscurità che entrambi i personaggi si portano dentro. Uno scontro impari, venato di attrazione e di odio, tra un ligio tutore dell’ordine e una sociopatica (del tutto priva di coscienza e di sensi di colpa), di cui la Marsons declina tutte le fasi della sua sociopatologia. Non c’è redenzione per la psichiatra Alex Thorne, che fino all’ultimo userà la sua abilità per manipolare, ferire, distruggere tutte le persone che il suo capriccio le pone davanti. Due casi paralleli percorrono la trama. Il caso di un pedofilo, Leonard Dunn, che abusava delle sue figlie, senza che la moglie si fosse accorta di niente, e il caso di una ragazza, vittima di stupro, che accoltella a morte il suo stupratore. Due casi diversi, separati, che non porteranno a sovrapposizioni come molto spesso accade nei thriller, ma non privi entrambi di colpi di scena e effetti imprevedibili. Il libro inizia infatti con l’irruzione in casa di Leonard Dunn (da parte di Kim Stone della sua squadra) e il suo conseguente arresto. Ma soprattutto una seconda persona sembra essere stata presente agli abusi. Trovarla sarà compito della squadra (e dell’intuizione di Kim Stone). Il secondo caso è invece più corposo, e ricco di implicazioni. E non sarà il primo, ma tutta rientrerà nel piano di una mente manipolativa che vuole dimostrare che la mancanza di coscienza e sensi di colpa è una dimensione naturale dell’essere umano. La Marsons si è ben documentata da un punto di vista psichiatrico, tra sociopatologia, sindromi post-parto e schizofrenia, il tutto venato da una sottile diffidenza verso la reale possibilità di effettuare diagnosi e dispensare cure, quando anche coloro che sono preposti a farlo sono spesso vittime di traumi e debolezze psicologiche. Bello il personaggio di Dougie, l’ospite autistico di Hardwick House, che intuisce quanto Alex Thorne sia pericolosa, prima di tutti gli altri. Buona lettura.

Angela Marsons ha debuttato nel thriller con Urla nel silenzio arrivando a vendere un milione e mezzo di copie nel mondo. In Italia è arrivato ai primi posti delle classifiche. Urla nel silenzio è il primo, fortunato capitolo della serie che vede protagonista la detective Kim Stone, che prosegue con Il gioco del male. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: www.angelamarsons-books.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Kill the Granny 2.0. Finché morte non li separi, di Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora, (Dentiblu, 2016) a cura di Elena Romanello

21 ottobre 2016 by
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Dentiblù edizioni, che da alcuni anni si è fatto conoscere come editore di fumetti spassosi e dissacranti, riprende una vecchia storia precedentemente uscita altrove in un nuovo formato e quasi come antefatto con Kill the granny 2.0 Finché morte non li separi di Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora.
I due autori, noti nell’ambiente fumettistico come I Tatini, raccontano la storia di un gatto all’apparenza coccolone e simpatico, ma in realtà in preda ad un furore vendicativo perché la sua anziana padrona l’ha fatto castrare. Per questo motivo il micio stringe un patto con il diavolo, per riavere i suoi attributi ucciderà la sua convivente umana Evelina, venendo rifornito di nove vite per portare a termine la sua missione.
Le cose non andranno come aveva pensato, perché Evelina si dimostrerà un osso decisamente duro e saprà sopravvivere ad attentati e pericoli, man mano le vite del gatto verranno meno e ci sarà anche un diabolico colpo di scena finale.
Tra humour nero e satira, Kill the granny 2.0 si distingue come un fumetto che non lascia indifferenti, realizzato con tavole in colori pastello con richiami alla grande tradizione di illustratori anglosassoni e qualcosa dei manga nella caratterizzazione coccolona dei gatti. Il tema del doppio, buono e cattivo nello stesso personaggio, è al centro della storia, così come quello del patto con il diavolo, topos della narrativa romantica da Goethe a Wilde qui riletto in chiave felina.
Il risultato è una storia dissacrante e abbastanza irresistibile, autoconclusiva ma ci potrebbero essere anche altri sviluppi, sul rapporto tra gatti e umani e in particolare tra gatti e donne non più giovanissimi, ma non solo, con un forte elemento fantastico ma anche tante gag che richiamano l’età d’oro dei Looney Tunes in animazione. Un modo per rileggere in un nuovo formato un fumetto che aveva convinto già qualche anno fa ma che poi purtroppo era diventato di difficile reperibilità.

Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora si conoscono alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, dove si diplomano. I loro lavori si basano su una totale intesa creativa: sebbene Francesca si concentri principalmente su storie e colori e Giovanni sui disegni, ogni fase dei loro progetti è sviluppata a quattro mani.
Il concept di Kill the Granny, presentato nel 2006 all’esame di fine corso della scuola di fumetto, colpisce l’editore Vittorio Pavesio e diventa la loro prima graphic novel. Al primo seguono altri quattro volumi e numerose presentazioni alle principali fiere con un numero crescente di fan in Italia e Francia.
In seguito collaborano come coloristi con Ankama Editions, RCS (Corriere della Sera), Progetto Radium e come character designers con Kinder Ferrero. Nel 2012 intraprendono il percorso dell’insegnamento, dando vita a due corsi di fumetto per il comune di Prato, mentre dal 2015 tengono workshops alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze.
Oggi Francesca e Giovanni sono disegnatori e coloristi per Disney Italia, Disney America e Dupuis, ma coltivano alcuni progetti personali che presto vedranno la luce.
Recentemente hanno ripreso in mano il loro primo progetto, reinterpretandolo e concentrandosi sui suoi punti di forza, per dar vita a Kill the Granny 2.0.

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: L’imperfetta meraviglia, Andrea De Carlo (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

21 ottobre 2016 by
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Circoscrizione di Fayence, dipartimento del Var, regione Provence-Alpes-Cote D’Azur.
Mercoledì 18 novembre 2015. Un blackout colpisce tutta la circoscrizione creando gravi danni a tutti i negozianti. Una di loro è Milena Migliari, proprietaria di La Merveille Imparfaite in rue Saint-Clair.
Milena è di origine italiane, ma da quando ha conosciuto Viviane, la sua compagna, ha deciso subito di lasciare tutto per seguirla in Francia, dove lei fa la massaggiatrice e sta scrivendo un libro, e di aprire una gelateria. Viviane l’ha sempre supportata molto, ma ultimamente sembra non credere più alla passione di Milena, sminuendolo a un semplice hobby.
Milena infatti non è una semplice gelataia, la sua passione per la creazione dei gelati le arriva dall’anima, le piace creare nuovi gusti e sempre con prodotti di stagione e freschi e tutti i sui gusti sono artigianali, portandola a passare molto tempo fuori casa.
Milena è in ansia, questa mancanza di corrente porterà i suoi gelati a perdere la giusta consistenza, il giusto sapore, ma per fortuna le arriva un ordine improvviso di dieci chili.
L’ordine arriva dalla casa di Nick Cruickshank, un musicista famosissimo, ma per Milena è un semplice sconosciuto. È questo che lo colpisce subito, il fatto che lei non lo tratti come una star, non si mette a tremare o ballare sul posto per l’eccitazione, ma gli parla come a una persona normale.
Proprio dopo quell’incontro e aver assaggiato il suo gelato a Nick iniziano a sorgere moltissimi dubbi inerenti alla sua vita. Infatti ha due matrimoni falliti alle spalle e il terzo, che dovrebbe iniziare a breve, non sembra molto diverso dagli altri, infatti Aileen è identica alle sue ex mogli.
Anche Milena inizia a farsi delle domande. Il suo rapporto con Viviane si è raffreddato, e la sua imminente voglia di maternità le fa aumentare ancora di più i dubbi. E poi c’è quella cosa che sente quando parla con Nick, non ha mai provato quelle sensazioni, né quando frequentava i suoi ex ragazzi e nemmeno quando ha iniziato la sua storia con Viviane.
A complicare tutto c’è anche la passione di Nick per il lavoro di Milena, l’unico a capire realmente la passione che lei ci mette, a riconoscere tutti i gusti e a capire perfettamente l’amore che lei mette in ogni sua creazione.
Cosa stanno facendo delle loro vite? Davvero stanno realizzando i loro sogni costruendo qualcosa nella loro vita?
Un romanzo introspettivo e profondo che sonda a fondo i sentimenti più puri e veri dei protagonisti. Pensieri sulle loro relazioni e sulle loro vite. Valutazioni sulle proprie realizzazioni e sui propri fallimenti.
Un romanzo romantico, riflessivo e stravolgente che porta il lettore a pensare seriamente alla propria vita facendogli fare un approfondito esame di coscienza.
Il tutto condito da descrizioni minuziose di ambienti spettacolari e poetici che fanno da sfondo alla storia più incredibile che si sia mai raccontata.

Andrea De Carlo nasce a Milano nel 1952.
Laureatosi in storia contemporanea decide di iniziare a viaggiare per l’Europa, finendo poi a vivere per lunghi periodi negli Stati Uniti e successivamente in Australia.
Il suo primo romanzo, Treno di panna è stato pubblicato con un’introduzione di Italo Calvino.
Scrittore e musicista ha pubblicato sia vari romanzi che inciso cd di successo.
I suoi romanzi sono tradotti in ventisei paesi.

Source: ebook inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Mr. Tambourine Man non risponde

20 ottobre 2016 by

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People are crazy and times are strange
I’m locked in tight, I’m out of range
I used to care, but things have changed

Dunque, ricapitoliamo.
In questi giorni, dopo l’annuncio del conferimento del Nobel per la letteratura 2016 dato a Dylan, è successo letteralmente di tutto.
Beh, forse di tutto no, ma insomma più del solito.
Nessun Nobel per la letteratura è mai del tutto indolore, nessun Nobel per la letteratura trova tutti concordi.
Già, comunque è divertente che in questo ambito abbiano tutti voce in capitolo, diritto di parola, quando già l’Accademia di Stoccolma è un’entità misteriosa, (dopo 50 anni sono rese pubbliche le carte dei dibattiti che hanno portato alla scelta) e di solito i premiati sono geni, (sì anche Dylan lo è, si accetti o meno la pertinenza e l’opportunità del premio a lui dato).
Noi che parliamo geni non siamo, almeno io per certo so di non esserlo, quindi dicevo è abbastanza divertente tutto quello che sta succedendo.
Oltre alla gente comune che dibatte sui social network, anche personaggi più o meno illustri, più o meno competenti (e su questo argomento ci torneremo) si sono schierati pro o contro.
Insomma il corollario delle polemiche è come dire parte del pacchetto completo, ma quest’anno c’è altro. Intanto le polemiche non si placano, né tra i fan accaniti di Dylan e suoi detrattori, (che esistessero detrattori di Dylan infatti è per me una novità quasi assoluta, ma ci sono, e trovano legittimità per il semplice fatto che c’è diritto di parola per tutti, almeno nel mondo libero e democratico che sogniamo essere quello della letteratura e dell’arte. Un universo e un mondo molto migliore di quello reale), né nel versante più istituzionale che vede fallire i tentativi dell’Accademia di Stoccolma di parlare con Dylan, direttamente e avere da lui una sorta di grazie.
Esatto Dylan si nega, parla tramite i suoi collaboratori (educatissimi). Ma lui di persona, tace. Tace ai concerti, tace con la stampa, tace pure con gli amici. (E se non tace con gli amici, non sapremo mai bene cosa si dicono).
Tacerei anche io, al suo posto.
Anche se a questo silenzio si sono date miriadi di interpretazione.
Non è Dylan ad avere bisogno del Nobel, ma è il Nobel ad avere bisogno di Dylan. Le polemiche l’hanno offeso, e per non insultare pesantemente Norman Mailer, Irvine Welsh, Jason Pinter, e compagnia bella preferisce tacere. Perché Dylan è al di sopra delle polemiche. Lui è Dylan. Perché semplicemente non gli interessa, né il Nobel, né la gloria e la fama (il destino l’ha già servito), né ricevere una medaglia dal re di Svezia. O forse, dato che qualche sorrisino l’ha fatto e l’abbiamo visto tutti, la cosa l’ha immensamente divertito, giudicandola un simpatico scherzo.
Detto fra noi, per me il 10 dicembre Dylan ci andrà a Stoccolma, vestito di nero, elegantissimo, con il volto truce, non si perderà l’occasione di dire al mondo della cultura la sua. L’ha capito persino Obama come è fatto, come giudica tutto quello che gli capita e capita nel mondo.
Finiranno le polemiche?
Non credo proprio ma intanto in queste ore, in questi giorni, molti si stanno avvicinando alla sua musica, alle sue canzoni. E ce ne sono così tante che sfido io qualcuno le conosca tutte. Neanche i saggi dell’Accademia, presumo. E qui torniamo al punto cruciale di chi detiene la competenza necessaria non dico per criticarlo, ma anche solo per giudicarlo. Forse solo i fan, che antepongono il sentimento alla logica. Il suo pubblico insomma. Che gli ha permesso di non cantare le sue infinite canzoni in pub fumosi, o per quattro ubriachi nel buio di una stazione ferroviaria.
Lui che ha iniziato con pochi cent in tasca, senza uno straccio di prospettiva, come molti eroi delle sue canzoni. Sì se non hai niente hai davvero niente da perdere.
C’ero anche io tra coloro che ci sono rimasti male alla notizia del Nobel a Dylan, ma è durata poco. E soprattutto mi ha permesso di riscoprire e riavvicinarmi a questo artista, di conoscere canzoni che prima non conoscevo, di studiare le fasi della sua carriera piuttosto tormentata, tra varie morti e rinascite, e poi ormai “Things Have Changed” non mi esce più dalla mente.
E c’è ancora molto da scoprire.
Ecco quello è davvero il bello, vada o non vada a Stoccolma il 10 dicembre.
Se il compito del Nobel è avvicinare la gente, anche comune, non solo gli intellettuali, ai libri, alla poesia, alla letteratura, beh il Nobel, quest’anno, lo merita proprio l’Accademia.

:: Bookteen – Un’ intervista con Giorgio Fontana, a cura di Lucrezia Romussi

20 ottobre 2016 by

ghjGiorgio Fontana, l’autore di best seller come ‘’Babele 56’’ o ‘’Morte di un uomo felice’’, il vincitore di svariati concorsi letterari tra i quali il premio Racalmare – Leonardo Sciascia 2012 e il trofeo Campiello 2014, lo scrittore di articoli su diverse testate nazionali ed internazionali fra cui “Il manifesto’’ e “Wired”, il codirettore dal 2005 al 2010 del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”, lo sceneggiatore di storie per il settimanale “Topolino”, l’insegnate di scrittura creativa, il collaboratore de “IL”, “TuttoLibri”, il domenicale del “Sole 24 ore” ma soprattutto l’uomo che funge da esempio pratico a tutti i giovani che credono nella scrittura e nel potere che essa cela e custodisce in sé si è prestato gentilmente a rispondere alle domande che seguono.

Nel mondo di oggi nel quale ci sono gravi difficoltà economiche, culturali e sociali secondo te la scrittura e la lettura che ruolo hanno? Possono agevolare l’individuo?

La lettura e la scrittura aiutano a pensare meglio. Educare a entrambe mi sembra importantissimo; un’alfabetizzazione pienamente funzionale è l’unico modo per fronteggiare e decifrare una società così complessa, e così basata sulla parola scritta. Questo in generale. Ma tali considerazioni non dovrebbero farci dimenticare che la lettura è anche e innanzitutto un piacere.

Qual è il tuo libro preferito tra quelli che hai scritto? E tra quelli che hai letto?

Fra quelli che ho scritto: credo “Morte di un uomo felice“. Fra quelli che ho letto: uno solo? E’ davvero difficilissimo rispondere a questa domanda. Il mio scrittore preferito è Kafka, ma se devo scegliere un singolo romanzo allora forse direi “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov. C’è dentro tutto.

Quali tra i tuoi libri consiglieresti ai ragazzi? Perché?

Forse “Babele 56“. E’ un po’ datato (2008), ma ancora abbastanza attuale.

Potresti, per favore, descriverne brevemente la trama?

Sono otto storie vere di persone immigrate a Milano da paesi diversi (Ucraina, Tunisia, Cina…): raccontano com’è cambiata la mia città, e quali sono le loro aspettative o i loro sogni. Probabilmente per i ragazzi più giovani la multietnicità della società è un dato acquisito – o almeno così spero: ma forse queste storie possono ancora essere interessanti.

Mario Vargas LLosa diceva ‘’uno scrittore non sceglie i suoi argomenti, sono questi ultimi a sceglierlo’’ cosa ne pensi al riguardo?

Capisco cosa intende Vargas Llosa, e in un certo senso sono pienamente d’accordo: quando una storia si impone è quella, e quella soltanto. Ma messa così può sembrare che da parte dell’autore ci sia un controllo quasi nullo sulla materia. Non è così.

Che consigli ti senti di donare a persone che vorrebbero fare il tuo stesso lavoro?

Leggete tanto e con attenzione. Imparate a buttare ciò che non vi soddisfa e soprattutto a riscrivere. Sviluppate rapidamente una buona capacità autocritica. Imparate ad accettare i rifiuti e i fallimenti. Sopportate la solitudine. Perseverate. E soprattutto: scrivete quel che vi pare, quel che vi dà gioia, quel che vi sembra necessario; non quello che pensate vi porterà alla pubblicazione.

Ringraziando ancora una volta Giorgio Fontana per la disponibilità sempre dimostrata concludo questo articolo con un aforisma del Grande e Immenso Umberto Eco il quale recita: ‘’Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’ indietro.’’

:: Il rumore della pioggia, Gigi Paoli (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

20 ottobre 2016 by
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Firenze, giorni nostri. Via Maggio. In un negozio di antiquariato di proprietà dell’economato della Curia viene trovato il cadavere del commesso, Vittorio Stefani anni 68, da Padre bruno Martelli, capo economato.
Il generale Nigro chiama subito il migliore a indagare, così anche se normalmente il colonnello Lion non si occupa di omicidi, deve fare uno strappo alla regola e ubbidire agli ordini.
Anche un’altra persona si troverà a fare un’eccezione ai suoi normali incarichi, il giornalista Carlo marchi, incaricato normalmente della cronaca giudiziaria, che dovrà seguire da molto vicino tutte le indagini.
Iniziano così le investigazioni a 360°, arrivando ai massoni, antiche sette sataniche, gruppi omosessuali e Curia compresa, ma i misteri e i segreti sono più torbidi di quanto Lion e Marchi possano mai immaginare. E molto più pericolosi di quello che sembrano.
Un romanzo tutto all’italiana, coinvolgente, che sa far ambientare il lettore, anche non conoscendo la città grazie alle descrizioni ben fatte e molto minuziose, sempre dal punto di vista della voce narrante, che è in prima persona, così che il lettore abbia l’impressione di vedere lui direttamente la scena che ha davanti.
La storia sa perfettamente tenere l’adrenalina sempre al culmine e l’attenzione sempre attiva, con una narrazione piena di effetti e colpi di scena che non calano nemmeno alla fine del romanzo dove l’ultimo colpo di scena sarà quello che stordirà il lettore completamente.
Il personaggio principale, Carlo Marchi, sembra molto la impersonificazione dell’autore, infatti per tutto il romanzo si ha la certezza che chi scrive lo faccia perfettamente con cognizione di causa, maturata non solo grazie a ricerche e studi sul campo, ma proprio da anni di servizio.
Grande spazio lo trovano anche i sentimenti, specialmente quando si parla del rapporto padre-figlia, molto travagliato a causa degli orari di lavoro di lui e delle classiche crisi adolescenziali causate dalla giovane età di lei.
Un romanzo che sa come conquistare e un nuovo personaggio di cui innamorarsi e di cui seguire gli sviluppi nelle prossime narrazioni.

Gigi Paoli nasce a Firenze nel 1971, giornalista.
Dal 2001, per 15 anni, ha ricoperto il ruolo di responsabile della cronaca giudiziaria della redazione fiorentina del giornale La Nazione.
Da marzo 2016 è diventato caposervizio della redazione di Empoli.
Vive a Prato con la figlia e una gatta e Il rumore della pioggia è il suo primo romanzo.

Source: ebook inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: L’enigma della zizzania. Il metodo Puglisi di fronte alle mafie, Vincenzo Bertolone, (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

19 ottobre 2016 by
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Scriveva Corrado Alvaro nel suo romanzo Ultimo diario che

<< la disperazione  più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile>>.

Il percorso di vita di Don Pino Puglisi – cristiano in combattimento – è stato indirizzato verso un superamento, una liberazione da questa invasata convinzione.
Cos’è la Mafia? Cos’è <<L’onorata società>>?

Un arcipelago dell’orrore organizzato, una multinazionale del crimine,  vera sterpaglia  cresciuta in mezzo al grano buono del Sud Italia.

Questo libro ricorda le ultime dolorose ore di Don Pino Puglisi, assassinato
in odium  fidei –  da un mafioso come da ordine della cupola di Palermo perché prete scomodo.
Quel giorno la vittima compiva cinquantasei anni.
Ci si sbatte la testa sui muri da molto tempo oramai, però un metodo efficace per  frantumare questa granitica iattura non è stato ancora elaborato.
Ma Don Pino Puglisi aveva escogitato un modus operandi contro la pula mafiosa, un sistema vincente anche  e soprattutto dopo il suo sacrificio.
Da dove cominciare? Forse dalla constatazione che la mala pianta non attecchisce da sola: non solo  deve essere seminata, ma deve trovare un terreno idoneo ed essere innaffiata dalle piogge e baciata dal sole.

Se la mafia non è un cancro proliferato  per caso su un tessuto sano, ma anzi vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, bisogna convincersi dell’esistenza di un terreno di coltura comune.

Intelligente, perforante, illuminante punto di partenza.
Per  “il martire della Chiesa”, occorre passare dalla denuncia alla proposta.
Se un ragazzo o un padre di famiglia non ha di che mangiare e soltanto la malavita offre qualcosa, che cosa farà?
Diamo fiducia al domani, mettiamoci nel canale di quello che di buono rimane, anche se ancora attaccato al fondo del bicchiere: rimescoliamo tutto, solo così la medicina avrà effetto sul male inguaribile di Cosa Nostra.
Don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, incrocia il suo sicario, Salvatore Grigoli, uno dei killer più spietati chiamato << il cacciatore>> che lo uccide e dopo inizierà un suo cammino di conversione nel ripensamento del gesto efferato.
Battaglia vinta dalla Mafia,  guerra trionfante per la vera Fede.
Spesso il mafioso si professa a parole credente, però porta nel cuore la negazione di Dio, è un pagano che si considera devoto del “Signuruzzu” .
Chi aderisce alle mafie non solo è da ritenersi un apostata, è un vero e proprio scomunicato.
Il malavitoso prende indebitamente in prestito dalla istituzione ecclesiastica le sue parole, le intorbida per fidelizzare gli adepti, per veicolare il messaggio subdolo di un capo che giudica e può anche condannare, << nel nome di Dio >>.
Siamo nel burrone del peccato che non ha contrappasso adeguato all’Inferno.
Don Pino Puglisi –  profeta e divulgatore degli insegnamenti del Vangelo  – criticava gli eccessi della ricchezza, denunciava i crimini,  lavorava  ogni giorno  perché migliorassero le condizioni  di vita dei fedeli, dei più giovani nel nome dell’obbedienza messianica  di Cristo.
Tra lui e chi lo ha eliminato dal mondo c’è un abisso che solo Gesù un giorno potrà spiegare: gli uomini non accettano la morte di un giusto per dimostrare che il Male può solo uccidere il corpo, dell’anima si fa carico Dio e la sua misericordia.

Nota: La prefazione è affidata a Santi Consolo; la postfazione a Enzo Bianchi.

Vincenzo Bertolone è arcivescovo di Catanzaro-Squillace dal 2011, postulatore della Causa di canonizzazione di Don Pino Puglisi.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

:: Le strisce di Little Norby, a cura di Elena Romanello

19 ottobre 2016 by

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Gli animali, più o meno antropomorfi, sono da decenni amati dagli autori di fumetti e di strisce disegnate: tra di loro, ha un ruolo fondamentale come icona il gatto, con personaggi ormai celebri come Isidoro, Garfield e il giapponese Michael, giusto per citarne solo alcuni.
La giovane ma già molto attiva casa editrice di fumetti e graphic novel ManFont ha ideato una sua icona felina, Norberto, gattone nero protagonista di storie tra realtà e fantasia, a cui si sono affiancati i due volumetti (per ora) delle strisce di Little Norby, che raccontano le avventure paradossali di Norberto da piccolo.
Keep calm and purr (letteralmente stai calmo e fai le fusa) racconta alcune esilaranti spaccati di vita quotidiana, mentre Quando il gatto è in vacanza è incentrato su una trasferta al mare di Norberto. Gli albi sono formati di tavole con vignette a colori, con storie autoconclusive quasi sempre di una pagina con due o quattro immagini, dove interagiscono fantasia e realtà, con le imprese di Norby che sembra che avvengano in chissà quale universo fantastico quando in realtà sta combinando guai e cose buffe proprio nella camera da letto della sua convivente umana.
Il richiamo a personaggi storici come Garfield e Isidoro c’è tutto, ma Norby non è un loro clone, e possiede una sua individualità, tra umanizzazione e aspetti caratteristici che chiunque ha un gatto sa riconoscere, con un disegno che mescola suggestioni occidentali a quelle dei manga giapponesi con una sua grande pecularietà e originalità.
I due volumi (e altri seguiranno) di Little Norby sono letture perfette per ogni età, immancabili e imperdibili per ogni felinofilo che si rispetti, storie sia per chi ha amato le strisce dei gattoni del fumetto classico sia per chi è giovane e conosce il disegno di oggi. Una testimonianza dell’interesse e dell’attivismo del fumetto indipendente e giovane in Italia, dove si sperimentano vari generi guardando ai classici ma sapendo inventare qualcosa di nuovo.

Marco Daeron Ventura, diplomato alla Scuola di Comics di Torino, lavora da diverso tempo nel settore dei fumetti, è autore di varie opere come Milite Ignoto, Sex and the thrones e Arcana Mater Apocrypha e cura anche incontri nelle scuole torinesi sui fumetti oltre ad essere una delle menti dietro alla Manfont.

Jessica Ferrero ha studiato al Liceo Artistico Bianchi di Cuneo e all’Accademia Pictor di Torino in illustrazione, fumetto e cinema d’animazione. Ha collaborato a varie pubblicazioni della Manfont e spazia su vari generi di illustrazione. Corre voce che Norby sia il suo gatto reale.

Liana Recchione lavora per la Scuola di Comics di Pescara e collabora a varie iniziative editoriali, alcune legate anche a fiere importanti come Lucca Comics. Per Norby si è occupata in particolare della colorazione.

Ai due volumi hanno anche collaborato Jolie Carbone, diplomata all’Accademia delle Belle Arti di Bologna e fondatrice dello studio di animazione NEM, Giulia Chiarle, grafica e impaginatrice, e Federica Zancato, editor e autrice del saggio Cartoon ladies, sulle donne del fumetto italiano.

Provenienza: acquisto del recensore. I libri di Little Norby e gli altri della ManFont sono ordinabili in fumetteria, reperibili alle fiere più importanti e acquistabili nel sito http://www.manfont.it

:: La donna della cabina numero 10, Ruth Ware (Corbaccio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2016 by
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Inizia piuttosto in sordina il nuovo claustrofobico thriller di Ruth Ware, (al secondo romanzo dopo L’invito, sempre edito da Corbaccio) dal titolo abbastanza neutro e inoffensivo, La donna della cabina numero 10. Subito la Ware ci presenta una donna, giovane, bella, inglese, single (con un compagno a dire il vero, ma sempre lontano per lavoro), in carriera (è una giornalista di viaggi), vittima di un’ aggressione in casa. Un ladro viola il suo spazio vitale, ferendola leggermente al volto. Più che fisicamente, comunque è l’aggressione psicologica che la destabilizza. Tanto da rimanere così scossa da vagare per Londra sotto la pioggia, sentendosi più al sicuro lì che in casa, e spaccare addirittura una lampada in faccia al fidanzato, scambiandolo per un intruso. Credo che questo preambolo londinese serva all’autrice per avvisarci dello stato dei nervi della protagonista (scopriremo un poco più avanti che fa largo uso di farmaci contro l’ansia, oltre a bere davvero troppo) e ispirarci l’atmosfera di tensione e inquietudine, che poi ci seguirà per tutto il resto del romanzo, ambientato quasi interamente su una nave da crociera, nel bel mezzo del Mare del Nord.
Dicevo claustrofobico, perché in effetti lo spazio chiuso di una nave è sicuramente un luogo, (non luogo) ideale per scatenare l’ansia e l’angoscia che la Ware è così brava a ispirarci. Il mare è di per sé una forza oscura, un ambiente ostile, l’isolamento è completo (specie se internet non funziona), è impossibile scappare, ancora di più quando non si sa di chi fidarsi e un presunto assassino si aggira per corridoi, sontuose suite e sale mensa, invisibile e indisturbato, soprattutto perché solo Lo, la nostra protagonista, crede alla sua esistenza.
Ma andiamo con ordine. Laura (Lo) Blacklock da una decina d’anni giornalista da copia e in colla per Velocity, giornale di viaggi, finalmente sembra ottenere l’occasione che aspettava da una vita, andare al posto del suo capo in crociera su una modernissima nave di lusso, di proprietà di un importante tycoon educato a Eton, Lord Richard, (anche lui ospite della nave, insieme a sua moglie, Anne, lei davvero ricchissima e molto malata). Si sa il modo migliore per entrare in contatto con gente importante, che le potrà essere utile una volta tornata a Londra. La gente si conosce, si scambia numeri di telefono, mail, si possono ricevere anche proposte di lavoro dalla concorrenza. Altre colleghe ucciderebbero per essere al suo posto. Il fatto che abbia i nervi a pezzi, non dorma da giorni, rischi da un momento all’altro crisi di panico (oltre a non essere ben certa se il suo fidanzato l’ha lasciata o meno) non deve influenzare in nessun modo la sua certezza che quel viaggio le sia necessario, un’ occasione che potrebbe insomma non più ripetersi.
La nave, anche se quasi in miniatura, è di per sé una meraviglia, perlomeno i piani alti dove risiedono le suite e gli ambienti degli ospiti (altra questione gli alloggi del personale di bordo, ma anche ai tempi del Titanic era così). Gli ospiti sono viziati in ogni modo, con hostess e steward scandinavi a loro disposizione giorno e notte, per soddisfare ogni loro minimo desiderio, ogni capriccio. Comodità, lusso, tecnologia, cibi sopraffini, spa, massaggi shiatsu, fanghi termali, insomma immaginatevi tutto quello che i soldi possono comprare per un parterre di vip sfaccendati e eccentrici, ben lontano dalle possibilità della gente comune e normale. Il Paradiso, certo cercando di ignorare che basterebbe una falla nello scafo per essere invasi dall’acqua e annegare in quella grigia e immensa massa d’acqua.
Comunque Lo ha da tessere i suoi rapporti sociali, cercando di ignorare la presenza a bordo di un ex fidanzato, Ben, (che in un’altra vita l’ha lasciata), e tanti altri piccoli dettagli fuori fuoco che messi insieme non sono così innocui come sembrano a prima vista. Poi prima della cena di inaugurazione si accorge che ha perso il rimmel, (era nella borsa che il ladro di cui ho parlato prima, le aveva portato via), fatto banale di per sé, ma che invece mette in moto tutta la storia. Bussa alla porta della suite accanto, e chiede alla ragazza che ci abita se glielo presta. La ragazza un po’ sbrigativamente glielo regala e Lo torna ignara di tutto alla sua cena.
Naturalmente è lei la donna misteriosa della cabina 10 del titolo, la donna che poi nella notte Lo si immagina (sente il tonfo in acqua e vede una traccia di sangue che poi scompare) sia uccisa e buttata in acqua. E’ l’inizio dell’incubo. Come in Il mistero della donna scomparsa, romanzo del 36 di Ethel Lina White, (ero quasi convinta fosse di Agatha Christie) portato sullo schermo finanche da Alfred Hitchcock, o più recentemente nel film con Jody Foster Flightplan – Mistero in volo, la ragazza della cabina 10 sembra non essere mai esistita, svanita nel nulla, e tutti gli indizi che portano a lei sembrano scomparire, uno dopo l’altro, come il mascara, la foto che la ritrae o la frase minacciosa scritta sulla condensa di uno specchio che ordina a Lo di farsi gli affaracci suoi.
Lo lo farà? Ma soprattutto perché nessuno sembra aver visto la ragazza? E perché nessuno le crede a partire dal capo della sicurezza della nave, (anche se Lord Richard sembra prenderla molto sul serio)? Lascio a voi naturalmente scoprire cosa succederà dopo. Cuore della suspense con cui è intessuto il libro. A me questo libro ha fatto passare ore piacevoli, forse certo non sarà un capolavoro del genere (diranno i puristi), ma il suo lavoro di tenerti incollata alla pagina chiedendoti dove l’autrice vuole andare a parare, lo fa e bene. Lo stile della Ware è semplice e diretto oltre che scorrevole e perché no piacevole, funzionale insomma a un romanzo di suspense che non necessita di digressioni poetiche. Forse la protagonista non è Miss Simpatia, ma dopo tutto non è strettamente necessario in un thriller, anzi a volte è quel particolare in più che da spessore alla trama. Molto spesso i personaggi antipatici, non so se avete notato, sono i meglio caratterizzati. Cos’altro dire di questo romanzo? Leggetelo e mi raccomando non andate a leggere subito l’ultima pagina. Tanto anche se lo faceste non capireste molto. Traduzione di Valeria Galassi.

Ruth Ware è il «nome de plume» di una scrittrice inglese, nata nel 1977 e cresciuta a Lewes, nel Sussex. Dopo essersi laureata all’Università di Manchester si è trasferita a Parigi, e quindi a Londra, dove attualmente vive con il marito e i suoi due figli. Ha lavorato come cameriera, libraia, insegnante di inglese e infine nell’ufficio stampa della Vintage Publishing. Dopo una giovinezza trascorsa a leggere Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Josephine Tey, non è sorprendente che abbia deciso di fare la scrittrice di gialli. Oltre alla «Donna della cabina numero 10», Corbaccio ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, «L’invito», che è entrato nei bestseller del «Sunday Times» e del «New York Times», e diventerà un film con Reese Witherspoon. Ruth Ware vive a Londra con la famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Il vento delle ore, Ángeles Mastretta (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

17 ottobre 2016 by
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Siamo a Puebla. Àngeles è ritornata nel paesino in cui è cresciuta e molti ricordi le risalgono alla mente.
Rivive molti momenti della sua infanzia. Partendo da quando sua madre litiga con la sorella, Zia Catita, per il suo lavoro. Catita infatti è una medium e prevede il futuro. Inizialmente lo faceva quasi per gioco per i vicini, poi piano piano ha iniziato a diventare sempre più famosa e farlo sempre più seriamente, fino a ricevere fra la sua clientela persone ricche e iniziare a ricevere dei compensi. La lite tra la madre e Zia Catita è causata dal fatto che la madre di Àngeles non crede affatto nel paranormale e quindi nelle capacità della sorella. Una lite fortissima che sconvolgerà molto Àngeles, e sarà uno degli eventi che marcheranno la sua crescita.
Un altro ricordo molto forte è la volontà di essere magra per poter essere normale, magra come le ragazze dei Beatles, questo è il suo continuo pensiero che per realizzarlo passava intere settimane senza mangiare assolutamente nulla, però poi cedeva e si riabbuffava di nuovo, per poi rincominciare tutto dall’inizio.
Il ricordo molto più doloroso però è quello della lite avuta con la madre a causa della sua scelta di andare a convivere invece di sposarsi. Sua madre, molto religiosa e tradizionalista, pretendeva che anche la figlia seguisse il volere del Supremo, e quindi rispettare i comandamenti e i sacramenti, e il fatto che la figlia non seguisse i suoi voleri non lo accettava.
Un romanzo particolarmente profondo che sviscera attraverso i ricordi i sentimenti e i dolori della Mastretta.
Con uno stile molto semplice e di facile lettura l’autrice si apre completamente con il lettore, toccando temi molto importanti per la crescita di una bambina, come l’amore, la perdita, l’odio, i primi disagi adolescenziali e il distacco dalla famiglia, pur mantenendo sempre vivi i valori insegnatole.
Argomenti che sono sempre molto odierni, perché come la Mastretta, anche oggi i bambini e le bambine vivono le stesse identiche situazioni, anzi oggi ancor più che allora, perché la società impone certe regole d’immagine ancora più esagerate.
Un romanzo che ha molto da insegnare e fa riflettere, arrivando subito al cuore del lettore che non deve necessariamente essere di un target adulto, ma sarebbe ideale anche per un target più giovane.

Àngeles Mastretta nasce a Puebla nel 1949. Dopo essersi laureata in Comunicazione presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali all’università Nazionale Autonoma del Messico, ha iniziato a alvorare come giornalista.
Nel 1974, grazie a una borsa di studio, frequenta il Centro Messicano Scrittori, dopo il quale pubblicherà una raccolta di poesie. Dopo la quale iniziò la sua carriera di scrittrice.
Nel 1977 vince il Premio Ròmulo Gallegos.

Source: ebook inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

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