:: Un’ intervista ad Antonio Zoppetti a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2018 by

antonio-zoppetti-etichettario-anglicismiBentornato Antonio su Liberi di scrivere, è passato circa un anno dalla nostra ultima intervista e ti ritrovo per l’uscita del tuo nuovo libro L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi per Cesati Editore. Diciamo un volume complementare a Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, un manuale dei sinonimi ma con un taglio più divertente, scanzonato, forse rivolto a un pubblico di lettori più giovane. Come è nata l’idea di scriverlo?

R: In Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare e a quantificare, con numeri e statistiche, l’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua. Negli ultimi trent’anni il fenomeno ha oggettivamente superato i livelli di guardia, anche se la mia denuncia è un po’ in controtendenza rispetto al pensiero di molti studiosi che continuano a negare che ci sia un problema. Il pensiero dominante, però, è ormai sempre più in crisi: anche studiosi del calibro del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini o di Luca Serianni hanno espresso le loro preoccupazioni e nel 2015, in seno alla Crusca, è sorto il Gruppo incipit con lo scopo di proporre alternative italiane agli anglicismi incipienti, prima che si radichino definitivamente. In questo scenario, in Italia mancava un lavoro organico che quantificasse e catalogasse tutte le parole inglesi che circolano sulla stampa e nel linguaggio comune ed è per questo che ho provato a colmare questa lacuna. A settembre ho pubblicato in Rete il più grande lavoro di raccolta e classificazione attualmente esistente, il dizionario AAA, cioè delle Alternative Agli Anglicismi, che raccoglie ormai più di 3.600 parole inglesi. Da questo immane lavoro è nato l’Etichettario, un dizionario cartaceo dal taglio sbarazzino e divulgativo in cui ho scelto le 1.800 parole inglesi “imprescindibili”, cioè quelle più frequenti e che a tutti noi capita di usare o di sentire e leggere nella vita di tutti i giorni, volenti o nolenti. In questa selezione sono stati volutamente omessi i termini privi di alternative, come quark o rock, così come i tecnicismi o le parole troppo settoriali. Non c’è infatti alcuna pretesa di proporre sostitutivi in modo puristico, o di inventare parole che non siano in circolazione come il guardabimbi di Arrigo Castellani al posto di baby sitter. Accanto alle spiegazioni dei significati sono raccolte solo le alternative in uso o possibili. È insomma un manuale pratico, utile sia per capire le parole inglesi non sempre comprensibili a tutti (spin-off, quantitative easing) sia per ricordare gli equivalenti italiani che tendono a regredire davanti all’inglese anche quando esistono, per esempio competitor, che si può dire benissimo anche competitore, rivale, avversario

Quanto tempo hai dedicato alla stesura di questo libro? Quanto ti hanno impegnato le ricerche?

R: Le ricerche sono il frutto di due anni di lavoro. La stesura del libro è stata invece relativamente veloce: partendo dal mio mastodontico archivio, in un paio di mesi ho selezionato le parole più comuni, ho lavorato sulle definizioni e sulle alternative per renderle più affilate e incisive e ho consegnato tutto all’editore che ha fatto un meraviglioso lavoro di illustrazione, ricerca iconografica e impaginazione, per rendere il libro divertente e bello anche da guardare e da sfogliare.

Per spiegare in breve ai nostri lettori come è strutturato il libro che parole useresti?

R: È semplicemente un dizionario strutturato in ordine alfabetico per rintracciare una parola inglese di cui non si conosce il significato o di cui si cerca un sinonimo italiano. Ma il valore aggiunto sta nelle illustrazioni. Oltre a utile, le parole che meglio lo definiscono sono illuminante: i marshmallow nelle strisce di Charlie Brown erano tradotte con toffolette, e qualcuno le chiama anche cotone dolce, ma se accanto c’è l’immagine tutto diventa più comprensibile e immediato. Evocativo: non disclosure agreement è semplicemente una clausola di riservatezza, ma se è accostata a Stanlio e Olio che con il dito sulle labbra fanno shhh… ha tutto un altro impatto. Divertente: la vendita door to door non è altro che il porta a porta, ma se l’espressione è affiancata da Bruno Vespa nell’omonima trasmissione è impossibile non sorridere.

Leggendolo un dubbio mi ha attraversato la mente: ma conosciamo davvero il reale significato degli anglicismi che spesso usiamo anche a sproposito? Spesso sono addirittura delle storpiature, delle parole inventate non utilizzate nei paesi anglofoni. Questa improvvisazione non pregiudica anche la comunicazione? Non lo percepisci come un vero pericolo?

R: Spesso si ricorre all’inglese proprio per mascherare volutamente il reale significato delle parole, pensiamo a voluntary disclosure che suona bene rispetto a un più onesto ma meno funzionale condono, oppure a jobs act, a proposito di pseudoanglicismi, che poi ha rappresentato l’abolizione dell’articolo 18, dietro la manipolazione delle parole. Questo è il pericolo, ma c’è anche il ridicolo, per esempio nell’aumento della frequenza di parole come volley che sta soppiantando pallavolo. Crediamo di essere moderni o internazionali? Falso: in inglese si dice volleyball. E quando facciamo outing? Crediamo di elevare il registro rispetto a uscire allo scoperto o fare pubbliche ammissioni? Peccato che in inglese significhi rivelare l’omosessualità altrui, e senza il suo consenso. Così come testimonial in inglese non è un patrocinatore o sostenitore (dunque un padrino o una madrina) famoso, ma è un promotore comune, cioè un testimone; i personaggi noti che prestano la loro immagine sono endorser! La cosa importante sembra non che sia inglese, ma che “suoni” inglese per darci un tono, ciò ricorda l’alberto-sordità di Un americano a Roma, anche se fuori dal cinema c’è poco da ridere e tanto da vergognarci…

Quali anglicismi hai trovato più divertenti se non ridicoli durante le tue ricerche?

R: Quando abbreviamo spending review (che poi sarebbe semplicemente il taglio della spesa) in spending stiamo dicendo esattamente il contrario di quello che vorremmo esprimere. Per decurtare dovremmo dire semmai review, cioè revisione, se invece diciamo “la spending” stiamo indicando “la spesa”, non la sua riduzione! Ciò è divertente o ridicolo? Se fosse un caso isolato sarebbe divertente, ma poiché il ricorso all’inglese è diventato una strategia comunicativa che riguarda ormai il 50% dei neologismi del nuovo Millennio (dai dati di Zingarelli e Devoto Oli), mi pare poco divertente. Anzi, credo che puntare sulla ridicolizzazione di chi usa questo tipo di linguaggio sia l’arma più potente per cambiare la rotta e far riflettere sulle conseguenze del nostro complesso d’inferiorità che ci porta a dire le cose in inglese: stiamo facendo regredire la nostra lingua e stiamo andando verso l’itanglese. Che senso ha in ambito aziendale fregiarsi di dire mission e vision invece di missione e visione? Che senso ha dire influencer invece di influenti o hater invece di odiatori? Trovo ridicolo pensare che dirlo in inglese sia più tecnico o più evocativo, è solo da provinciali e un po’ stupido.

Quali anglicismi invece reputi indispensabili usare anche in italiano?

R: Non esistono parole “intraducibili”, “necessarie” o “indispensabili”. Questa è la più grande menzogna linguistica in circolazione. Usare le vecchie categorie ingenue di prestiti di lusso e di necessità significa non comprendere cosa sta accadendo oggi, è un falso storico e logico. Davanti a una parola che non c’è, oltre a ricorrere ai forestierismi è possibile anche tradurre, adattare o coniare nuove parole. Basta volerlo. Bisogna premettere che le lingue evolvono da sempre anche per l’influsso delle parole straniere e ciò è un bene, ma se si adattano. Non c’è nulla di male anche a importare forestierismi non adattati, sia chiaro, a patto che il loro numero non sia tale da stravolgere il nostro idioma, i nostri suoni, le nostre regole grammaticali. Gli anglicismi hanno superato abbondantemente ogni ragionevole possibilità di sopportazione di queste cose, non si possono trattare come gli altri forestierismi che non incidono sulla nostra lingua. Dalle marche del Devoto Oli, per esempio, la metà dei termini informatici è in inglese. È indispensabile e normale tutto ciò o è una moda deleteria che porta alla colonizzazione lessicale? All’estero non è così. Forse dovremmo riflettere sulle cosiddette parole indispensabili: l’italiano ha perso la capacità di esprimere l’informatica con parole proprie, con buona pace dell’Olivetti, considerata l’azienda pioniera del personal computer (ma non lo chiamava di certo così) o di Roberto Busa, che con i suoi lavori ha creato gli ipertesti 30 anni prima che Ted Nelson ne teorizzasse il concetto. E allora la domanda che poni va ben precisata. Poiché è l’uso che fa la lingua, gli anglicismi “indispensabili” sono quelli che, a posteriori, si sono affermati senza alternative: jeans, per esempio, anche se nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi (visto che deriva da Genova per mediazione del francese che chiamava questa città Gênes). Ma non è una parola indispensabile e necessaria in sé, e infatti in Spagna si dice vaqueros, semplicemente noi abbiamo preferito dirla in inglese. Mouse è necessario? Certo, visto che nessuno dice topo. Ma tutti i nostri vicini lo chiamano topo: souris in francese, ratón in spagnolo, rato in portoghese, Maus in tedesco, e chi ricorre all’inglese lo adatta al proprio sistema, di solito, dallo svedese mus al giapponese mausu. Ciò che è “indispensabile” (come sport, in spagnolo deporte, film, che inizialmente era “la film” perché vuol dire solo pellicola o bar) è il frutto di ragioni storiche, di mancati adattamenti, di mancate traduzioni. Il problema non è estromettere anglicismi ormai storici, ma fermare quello che sta accadendo oggi e che accadrà domani. In gioco c’è l’italiano o l’itanglese del futuro. Ogni anglicismo non è “innocente”, le radici inglesi stanno formando una rete che si espande nel nostro lessico come un cancro: dopo fast food (1982) è arrivato il food design (l’arte dell’impiattare), lo street food (cibo di strada) il junk food (cibo spazzatura) e oggi food indica il settore dell’alimentazione. Questa ricombinazione si allarga sempre più. C’è il pet food (cibo per animali) perché c’è anche il pet sitter, che insieme al cat sitter e al dog sitter esistono senza traduzioni perché a loro volta si sono innestati su baby sitter… Molte parole inglesi, inoltre, diventano “prestiti sterminatori” che fanno morire le parole italiane: computer ha ucciso calcolatore ed elaboratore come si diceva fino agli anni Ottanta, serial killer ha simbolicamente ucciso pluriomicida o assassino seriale, pusher sta soppiantando spacciatore… e il problema che le parole italiane sono sempre meno utilizzabili e tutto ciò che è nuovo si dice in inglese. Queste cose emergano finalmente in modo chiaro nell’Etichettario: gli anglicismi non sono semplici “prestiti”, sono l’assimilazione e l’importazione dell’inglese che diventa un modello virale. La maggior parte degli studiosi si ferma al concetto di “prestito” e non comprende che qui siamo di fronte a un fenomeno ben più ampio che ho chiamato la “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità, che consideravano evidentemente una cultura superiore, fino a scomparire.

Nel periodo fascista si italianizzava tutto, finanche i nomi propri nelle pellicole cinematografiche straniere o nei libri. Ora linguisticamente non viviamo un’autarchia al contrario?

R: A dire il vero l’italianizzazione delle parole straniere non appartiene al fascismo e non è intrinseca ad alcuna ideologia. Ecco l’ennesimo falso stereotipo che molti ripetono in modo superficiale o tendenzioso. Adattare è un fenomeno naturale e storico che c’è sempre stato, e che appartiene ancora oggi a tutte le lingue sane. Revolver? Il popolo ha già deciso per rivoltella, recitava un vecchio dizionario di fine Ottocento. In francese, oggi, anglicismi come football e camping sono tra i pochi molto più diffusi che in Italia, ma li pronunciano alla francese non all’inglese, così come wi-fi. Noi al contrario cerchiamo di pronunciare tutto in inglese, persino francesismi come stage, che in inglese significa palcoscenico, non tirocinio. Il fascismo ha scatenato una guerra ai forestierismi soprattutto ideologica e patriottica, con modalità sbagliate. Ma avere una politica linguistica, e l’Italia non ce l’ha dai tempi del fascismo, non significa ripercorrere quella politica linguistica. Significa guardare cosa avviene oggi in Francia, in Spagna e persino in Cina. Significa vedere cosa avviene all’estero nei Paesi civili che si pongono il problema della lingua come identità nazionale di fronte alla globalizzazione. La Svizzera ha politiche linguistiche e un’attenzione per la lingua italiana superiore alla nostra, lì il question time parlamentare si dice l’ora delle domande. Da noi invece c’è l’inglese talvolta emulato per darci un tono, e spesso imposto dall’espansione delle multinazionali, dalle pubblicità, dalla nostra classe dirigente, dal mondo del lavoro, dall’informatica, dai giornali. E così si diffonde e si impone senza alternative e colonizza ogni ambito e settore. Difendere la nostra lingua non ha nulla a che vedere con il fascismo, viceversa è la resistenza alla dittatura del’inglese e ha che fare con la libertà di scelta delle parole nostrane.

Riflettevo anche solo per una mera questione estetica certe parole sono davvero brutte tipo appetizer, molto meglio il suo omologo italiano stuzzichino o antipasto. Non è quindi una questione di sonorità, armonia, o piacevolezza.

R: Il concetto di bello e brutto non esiste in linguistica. Cito Leopardi: “L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.” La questione vera è allora quella che chiami la sonorità più che la bellezza o l’estetica: le parole inglesi violano le nostre regole ortografiche e i nostri suoni. Per alcune fasce della popolazione, purtroppo quelle che fanno la lingua, dai giornali alle tecno-scienze, dal mondo del lavoro alla pubblicità, questi “corpi estranei” sono preferiti; e la gente che altro può fare se non ripeterli, se le alternative non si fanno circolare? Ma questa rinuncia all’italiano, diventata una regola, sta portando a un italiano ibrido. Bello o brutto dipende dai gusti e dall’assuefazione, per dirla con Leopardi. Siamo sempre più assuefatti e sedotti dai suoni inglesi e ci vergogniamo sempre più di usare la nostra lingua che facciamo morire.

Che tipo di reazioni provochi quando inviti le persone a utilizzare meno anglicismi e più parole italiane? Tra i giovani soprattutto.

R: A dire il vero io non “invito” di solito, ognuno parla come vuole. Cerco semplicemente di fare riflettere sulla questione, di denunciare quel che sta accadendo, e molto spesso questo basta per far cambiare l’atteggiamento e per acquisire un po’ di consapevolezza che poi ci fa decidere su come sia il caso di parlare. Poi c’è anche una schiera di persone convinta che l’inglese sia preferibile. Gli anglomani sono tanti e si annidano soprattutto nella classe dirigente, nei fautori del nuovo aziendalese che usano l’inglese per distinguersi dalle masse ed elevarsi, molto meno nella “popolazione”, che subisce. Tra i giovani mi sono trovato a volte a discutere con ragazzi dei centri sociali che mi guardavano con sospetto come se le mie posizioni fossero “fasciste”; ma dopo il confronto se ne andavano con la consapevolezza che la difesa della lingua davanti alla globalizzazione è qualcosa di “sinistra”, e che non è tanto diversa da difendere la biodiversità davanti agli organismi geneticamente modificati. Insomma, il problema è che sulla questione degli anglicismi girano un sacco di luoghi comuni, di stereotipi e di falsità. E molti linguisti, anche importanti, sono colpevoli della diffusione di queste sciocchezze. Con il dialogo, con i dati e i numeri, i miei argomenti risultano di solito vincenti e persuasivi anche tra i giovani, perché fanno cadere le bufale che circolano e spingono alla consapevolezza.

L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri ho scritto nella mia recensione al tuo libro, concordi?

R: Concordo. Ai tempi di Dante ragionare e parlare erano sinonimi, perché parlare significa prima pensare (almeno in teoria). Senza la circolazione di alternative italiane tendiamo a ripetere ciò che sentiamo dai mezzi di informazione, dagli addetti ai lavori e dalle aziende multinazionali e perdiamo la capacità di pensare in italiano. Siamo convinti che parole come touch screen sia intraducibile solo perché nessuno dice più schermo tattile… e per dire stanziamento o tetto di spesa al posto di budget dobbiamo ormai pensarci un po’: l’italiano non ci esce più naturale e spontaneo, dobbiamo sforzarci. E questo è grave e triste.

Attualmente stai tenendo corsi nelle scuole? Ti piace lavorare coi ragazzi, anche delle elementari? È vero che hai ricevuto il premio Alberto Manzi?

R: Paradossalmente ho appena terminato un corso di “italiano di professione” e scrittura all’interno di un corso di storytelling in una scuola di digital art and communication e ho provato a far riflettere tutti sull’anglicizzazione imperante anche nell’ambito della scuola e della formazione. Tra gli studenti ho registrato più successo che non tra i professori e dirigenti scolastici, anglomani schierati e convinti della superiorità dell’inglese. In nome del mito (spesso falso) dell’internazionalità parlano volutamente di homework invece che di compiti, e i corsi di recitazione si trasformano in acting. Comunque mi piace insegnare, e sono molto legato alla figura di Alberto Manzi, che con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi negli anni Sessanta ha contribuito all’affermazione della lingua italiana negli strati sociali meno alfabetizzati. Il ruolo della RAI nell’unificazione linguistica è ormai noto, anche se oggi i mezzi di informazione stanno distruggendo con l’abuso dell’inglese ciò che un tempo avevano unificato. Manzi fu anche un grande pedagogista, e proprio per i miei laboratori, ispirati ai suoi criteri, fatti con i bambini delle elementari, nel 2004 ho vinto la prima edizione del premio a lui dedicato, per la comunicazione educativa nell’editoria tradizionale e multimediale. Mi premiarono assieme a Piero Angela e Federico Taddia.

Progetti per il futuro?

R: Sopravvivere nel mondo del lavoro, continuare a insegnare, scrivere, pubblicare… Non è così scontato nel mondo della cultura, di questi tempi. Se ci riuscirò, mi piacerebbe provare a raccogliere attorno alle mie iniziative sugli anglicismi tutti coloro che non ne possono più dell’abuso dell’inglese. Per il momento la partecipazione è ampia, e vorrei convogliarla in un gruppo di pressione che sia in grado di farsi ascoltare dalla politica, dai giornali, dalle aziende. Come consumatori e cittadini, possiamo forse ancora cambiare il vento che ci sta portando verso l’itanglese. Con le mie pubblicazioni e i miei dizionari ho fatto tutto quello che potevo fare da solo. Ma per continuare questa battaglia non posso più contare sulle mie forze e i miei contributi personali, devo riuscire ad aggregare un’ampia massa critica di persone, per passare dalla denuncia all’azione collettiva. Non è facile, ma vorrei almeno provarci.

:: Noir all’improvviso di Cecilia Lavopa (I Buoni Cugini 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 dicembre 2018 by
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15 racconti compongono l’antologia Noir all’improvviso di Cecilia Lavopa, edita da I Buoni Cugini, con prefazione di Marilù Oliva.
15 racconti noir che hanno la peculiarità di concentrare tutta la carica destabilizzante e perturbante nel finale, scelta stilistica singolare che denota una precisa consecutio narrativa non frutto di improvvisazione.
In un primo tempo conosciamo la realtà di tutti giorni, quasi prosaica, normale, tranquillizzante, anche se i germi di una sottile inquietudine in realtà vengono gettati, ma con parsimonia, sottopelle. Poi il finale ribalta tutto, la calma apparente, le prospettive, la placida quotidianità, e proprio all’improvviso entriamo nel cuore nero della vicenda.
Cecilia Lavopa ha una proprietà narrativa notevole, attenta ai dettagli, alle sfumature, con grande immedesimazione, quando parla di soldatini in miniatura lo fa come un collezionista, quando ci descrive i lati più crudi del mestiere di poliziotto lo fa senza perifrasi, quando delinea le psicologie dei personaggi, lo fa con pochi tratti ma essenziali, netti, taglienti.
L’ho ammirata molto per questo, e sono sincera, scrivendo anche io racconti ho apprezzato la competenza con cui tratta temi diversi con naturalezza mettendo a frutto la sua grande esperienza di lettrice di argomenti i più vari, senza parole superflue, (si sa l’arte del racconto si gioca tutta nella brevità, nella mancanza, nella sottrazione). E ogni racconto diventa come un iceberg (la lezione di Hemingway sembra risuoni sottotraccia), il sommerso è più profondo e reale del visibile.
Un’ altra caratteristica che mi ha colpito è l’utilizzo del dialetto, di più dialetti, con competenza e certosina attenzione, frasi e parole intarsiate nella narrazione in lingua italiana, che rendono la lingua viva, dinamica, duttile.
Insomma Cecilia Lavopa è brava, la sua autentica passione per il genere filtra dalle pagine lasciando a volte sensazioni di reale disagio quando tratta della follia, della malattia, della solitudine, delle perversioni, o della semplice sfortuna di un ragazzo che si fa un tatuaggio.
Il mondo è noir, c’è poco da dire, descriverlo dopo tutto è solo un esercizio realistico di osservazione, analisi e interpretazione come Luigi Bernardi anche lui appassionato del genere aveva bene sintetizzato.
Se conoscete più Cecilia come fondatrice di “Contorni di noir” e animatrice culturale, beh avrete una gradita sorpresa. Da segnalare i disegni di Michele Finelli. Buona lettura!

Cecilia Lavopa, milanese d’adozione e tedesca di nascita, lavora in una compagnia di assicurazioni ed è blogger per passione.
Moderatrice per quattro anni del forum di Qlibri, ha fondato “Contorni di noir”, sito nel quale scrive recensioni di romanzi noir, thriller e gialli e realizza interviste.
Ha intervistato dal vivo autori come Tess Gerritsen, Lee Child, Glenn Cooper, Joe R.Lansdale, Massimo Carlotto, Jonathan Coe.
Ho partecipata a BookCity Milano come presentatrice di autori come: Alan Altieri, Marco Malvaldi e Charlotte Link.
Ha co-presentato (insieme al curatore Riccardo Sedini) Lomellina in Giallo 2012.
Ha presentato al NebbiaGialla 2018 (curatore Paolo Roversi) autori nazionali e internazionali.
Appassionata di gatti, se poi sono neri ancora di più. Ama tanto viaggiare, soprattutto con la fantasia.
“Noir all’improvviso” è la sua prima antologia di racconti.
La trovate su http://www.contornidinoir.it

Source: pdf inviato dall’autrice.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Qualche riflessione su Open

19 dicembre 2018 by

open

Ieri c’è stato il lancio in grande stile e la messa online di “Open” il quotidiano interamente digitale fortemente voluto, finanziato, ideato da Enrico Mentana, giornalista e conduttore televisivo, “front-men” e direttore del TG di La7. Mi dicono dalla regia che è difficile trovare su Google il link di accesso, noi di Liberi con i nostri potenti mezzi pubblicitari e finanziari l’abbiamo trovato, eccolo: https://www.open.online.

Al netto delle critiche, perché ce ne sono sempre quando uno esce dal coro e ha un’ idea un po’ diversa dal solito e la vuol mettere in pratica, l’idea è nuova nel giornalismo italiano che fa ancora fatica ad adeguarsi al “Mondo Nuovo”.

Allora Open è un quotidiano scritto da giovani giornalisti (per giunta retribuiti, cosa incredibile) per intercettare un pubblico di lettori della stessa età, (questa scelta ha sicuramente creato malcontento tra i giornalisti over, che si sono visti esclusi dal progetto, e poi c’è proprio gente che Mentana non lo sopporta), ed è fatto proprio strutturalmente per essere letto sullo smartphone, da computer è piuttosto bruttino, sfondo nero, caratteri bianchi, piuttosto semplice, in blocchi (ci sono due o una colonna) alternati dai banner pubblicitari. Tutto molto basilare ed essenziale.

È gratuito per i lettori, senza sezioni a pagamento, ed è interamente finanziato dalla pubblicità di grossi gruppi e da Mentana stesso che ci ha investito di suo parecchi soldini.

Sulla sinistra dove ci sono quelle due righine bianche, cliccandoci sopra si apre una finestra, (spiego per i matusa come me) possiamo scegliere la modalità compact o classico, insomma o due colonne o una, poi c’è l’indice: Primo Piano, Le Nostre Storie, La Cronaca L’Economia, Suoni e Visioni Lo Sport, I Cookie, La Privacy, e infine l’Info dove dice che Mentana è il fondatore, c’è il nome del direttore responsabile Massimo Concione, l’indirizzo della redazione a Milano e anche una mail redazione@open.online e poi i dati societari.

Molti si augurano che sia un flop colossale, (ma anche su Liberi all’inizio non ci avrebbero scommesso due lire) altri sono più possibilisti, le aspettative sono comunque ambiziose. Qua sembra che per i giovani nessuno faccia niente e dato che sono loro che dovranno pagare le pensioni di chi ora è nel mondo produttivo, ben venga Open, e tutte le iniziative similari se ce ne saranno. Escludere i giornalisti con più esperienza è stata una scelta un po’ radicale, e non tanto felice, ma appunto è un po’ come dire ragazzi freschi di master in giornalismo vediamo che sapete fare.

Sulla linea editoriale non mi pronuncio, ma è indubbio che ce ne è una.

Certo non si può assumere tutti, ma la percezione di qualcosa di elitario un po’ disturba. Che sia un canale informativo dei poteri forti, ne dubito, dovremo però vedere come gestiranno la loro indipendenza dagli sponsor, (non statali, dallo Stato non ricevono niente).

Un po’ di sana invidia c’è, ma comunque le leggi del mercato editoriale sono spietate, quindi anche Open potrebbe essere stritolato dal sistema, vedremo se i giornalisti assunti e il loro gruppo dirigente avranno le palle per resistere.

Dare consigli a Mentana mi sembra un pelino supponente e presuntuoso, ma per quanto vale ciò che penso e dico, per rendere davvero partecipativo il progetto inserirei una pagina dei lettori. E poi non si parla di libri! Suoni e visioni okey, mettiamo anche un po’ di letteratura, di giornalisti culturali ce ne sono parecchi. Suoni, libri e visioni!

Per il resto, largo ai giovani, noi cinquantenni forse non lo siamo più molto, forse in spirito.

Lettori, se avete opinioni in merito esprimetele nei commenti, sempre nei limiti della buona educazione, grazie!

:: La lettera di Pippo Cutrera di Adriano Fischer

18 dicembre 2018 by

anselm-kieferwal

Tonia mi aveva svalvolato i cabasisi con questa storia che l’unico modo per vincere il blocco dello scrittore fosse di avere un figlio. Stavamo sorseggiando due mojito al café de mar, ad Acitrezza, un luogo non adatto a gente come noi anzi come me, che per due faraglioni, rum, menta e lime, ti fanno pagare un’enormità.
Era sera, il cielo era polverato di stelle, il raduno di coppiette sul lungomare, le lampare solcavano l’acqua, ambulanti che vendevano bastoni selfie, miscele d’odori gas di scarico e pepata di cozze, faraglioni pigramente immobili.
«Pensaci bene!»
Non mi doveva convincere perché la decisione era ormai già stata presa qualche anno prima al motto “impegniamoci”; e infatti, fino a due giorni prima, c’eravamo andati giù di brutto. Che poi “giù di brutto” non è mica vero!
Degli operai del sesso.
Quando si ha come obiettivo un figlio, quando questo diventa un’ossessione, il sesso perde il suo selvaggio appetito, la voracità animalesca che rende ciechi ai primi contatti, l’istinto della trasgressione, il perdersi dei sensi nell’avvinghiamento che ha un climax galoppante ed euforico. Ecco, sembravamo più due persone che ingegneristicamente, in una catena di produzione industriale, stavano nella fase del montaggio, mettiti così, rimani così, non ti muovere, non troppo, bene, ottimo, perfetto. Andiamo! Non ti fermare, il tempo, il tempo, avanti, tempo, pianooo, pianooo, pianooo, su, su, ci siamo, ok, grande, fatto.
«Ci devo pensare bene?»
Annuisce soddisfatta.
Che cosa voleva dire, cosa c’era di sotteso, e perché doveva farmi sentire un idiota quel pensaci bene!?
Qualcosa mi balenò in testa in quel momento. C’era una vecchia scuola di pensiero, che condividevo interamente, secondo la quale il letto, dopo tanti anni, era il posto peggiore in cui fare sesso e che, anzi, impigriva gli spermatozoi che non sembrerebbero tanto invogliati a lavorare. Ci vorrebbe vivacità, ecco, allegrezza. La stessa che si viveva i primi giorni, i primi mesi di rapporto, quando sesso si faceva in macchina, sia dentro che sul cofano, quando, certo, la macchina ha un cofano, in spiaggia, in acqua, sugli scogli.
Ad esempio – qui arriva il punto della questione – a Tonia e a me eccitava tantissimo farlo nei bagni dei ristoranti, più il ristorante era caro e fighetto, più la sfida diventava stimolante. Il vincerla poi ci restituiva un senso di orgoglio che non si riusciva a spiegare. C’erano tanti ostacoli e tabù da infrangere e, soprattutto, era consigliabile attivarsi quando non si era né troppo pieni, dopo l’antipasto sarebbe stato perfetto, né troppo ubriachi, il rischio era la degenerazione, perdere il controllo, cioè anche il sesso è una cosa seria.
«Hai capito quello che voglio dire?»
«Forse ma…»
Forse ma, cosa? Non ero così sicuro. Tonia negli anni è cambiata, è diventata donna, non che prima fosse un uomo, o uno scimpanzé, ma le donne, è vero, con gli anni abbandonano molto più facilmente il bambino che è dentro ognuno di noi. Adesso, al di fuori di ogni metafora, la prole è qualcosa di altro, qualcosa tipo una propaggine, ecco. L’uomo, al contrario, qualunque obiettivo abbia da raggiungere, si fa accompagnare da una sua versione nana, ingenua, innocente, puerile, che vuole sorprendersi, e questo per attutire meglio i colpi inferti dalla vita, perché è un bambino che riesce a ridurre tutto in un gioco.
«Vuoi andare in bagno, magari?» domando a bruciapelo.
Tonia scrolla le spalle
«In bagno?»
«Sì, in bagno, capisci a me!»
«Io non devo andare in bagno»
«Sei sicura?»
«Perché credi debba andare in bagno?»
«Anch’io! Verrei con te»
«Anche tu devi andare in bagno?»
«No, io non devo andare in bagno»
«Allora perché vuoi che ci vada io?»
«Io, io non è che voglio che tu vada in bagno, ti ho detto se… ecco, vuoi chiuderti un po’ in bagno».
«Mi stai dando della pazza, forse?»
«Noooo! Se fossi pazza non ti direi di chiuderti in bagno, ma in una clinica»
«Quindi chiudermi in bagno, sarebbe il tuo modo per dirmi di chiudermi in una clinica?»
Ecco, con tutto l’amore possibile, un uomo e una donna non hanno bisogno di un figlio ma di un arbitro.
«Lasciamo stare, Tonia».
Certe volte, questa era una di quelle, quando discutevo con Tonia mi sentivo la testa pulsare, la sensazione era che se non facevo qualcosa mi sarebbe scoppiata tra le mani. Bisogna capire quand’è il momento di cambiare il discorso, di battere in ritirata. Era evidente che Tonia aveva rimosso i primi mesi di relazione. Non avrei dovuto stupirmi, era una cosa assolutamente naturale e che aveva investito tanti altri aspetti della nostra relazione.
«Non credo allora di avere capito, Tonia»
Tonia si avvicina la sedia al tavolo, felice che io non avessi capito e soprattuttofelice che, adesso, potessi pendere dalle sue labbra.
«Me l’ha detto la dottoressa Messina Galli Mazzese, e mi ha illuminato…»
«Chi è questo codice fiscale vivente?»
«La mia dottoressa»
«La tua dottoressa?»
«Sì, la ginecologa, possiamo continuare?»
«Ma non si chiamava Troina, cos’è, era troppo corto il cognome?»
«No, l’ho cambiata, troppo antica»
«Tonia, ma è la sesta. Vuoi forse aprire un reparto ginecologico, per Dio?»
«Vuoi ascoltarmi, per piacere?»
Annuisco sì ma con un cerchio d’irritazione sulla testa.
«Alla dottoressa Messina Galli Mazzese chiaramente ho spiegato tutto, capisci? tutto tutto tutto…»
«No, tutto! cosa vuoi dire con tutto?»
«Tutto, Fil, tutti i tuoi problemi»
«quando mi chiami Fil c’è qualcosa di cui vuoi farti perdonare. Cosa precisamente?»
«Non mi devo fare perdonare nulla. Per i tuoi problemi alludo al blocco dello scrittore, chi non riesce a scrivere da tanti anni e…»
«Due, che tanti!»
«Vabbè uguale»
«Non è uguale»
«Ok, e comunque abbiamo parlato del tuo blocco dello scrittore e…»
«Con la dottoressa?»
«Sì, scusa chi più di lei!»
«Non so, a me verrebbe da dire, così la sparo, uno psicologo!»
«Io ti pregherei di attenerti alla questione principale che è di particolare importanza… sei d’accordo?»
Annuisco ma sempre controvoglia.
Avevo notato, forse sarà stata la solita suggestione, che attorno a noi diverse coppie si fossero azzittite per ascoltare la nostra discussione. Non soffro di manie persecutorie ma simulavano malissimo indifferenza e poi… sì, e poi non avevano figli appresso.
«Ascoltami bene! da quanto tempo hai questo benedetto blocco?»
«Perché sarebbe benedetto, vuoi dire che è un bene che abbia il blocco, vuoi dire… »
«Era solo un modo di dire. Da quanto tempo, Fil?»
«Due anni, ti ho appena detto»
«Bene, molto bene, e da quanto tempo è che proviamo ad avere un figlio?»
«Tre almeno!»
«E No, No, Pippo! Scusa eh! Sono esattamente due, due anni»
Si abbandona sulla sedia, allarga le braccia con quel suo modo insopportabile di fare quando crede di sentire scempiaggini.
«Ma non è vero!»
«Ah no?Non è vero? E, secondo te, da quando decorrerebbero i nostri tentativi di rimanere incinti?»
«Incinti? Cioè se ci proviamo, siamo in due, se ci riusciamo sei da sola? Sintesi perfetta del rapporto fra uomo e donna!»
«Blablabla! Non hai risposto alla mia osservazione»
«Forse perché alle osservazioni non c’è bisogno di rispondere. Penso ad ogni modo che il momento decorra da quando abbiamo deciso di provarci».
«Bello lui, vedi, sbagliato! Bello lui, quelle sono parole! occorrono i fatti come dice la dottoressa Messina Galli Mazzese, fatti…»
«Un tempo si faceva sesso ed era un fatto, se poi se ne faceva tanto, erano tanti fatti. E noi abbiamo fatto tanti fatti!»
«Non è così!»
«No? Ebbè un tempo si faceva così»
«Quando le cose non vanno come devono andare, una persona si deve fare aiutare»
«Io te l’ho sempre detto che ti devi fare aiutare da qualcuno!»
«Da uno specialista!»
«E sì, certo, da uno specialista»
«Parlo del tuo urologo»
«Oddio, dottor Ivo Giarrusso, il boia dei cazzi!»
«Esatto! Quindi, ci abbiamo provato concretamente nel momento in cui ti sei operato al varicocele, da lì! Pertanto due anni»
«Ah, un po’ forzata come datazione. Allora potremmo anticipare di qualche mese, quando mi hai costretto a fare lo spermiogramma. Esperienza terribile. Mai fatta una sega a comando!
Il cameriere, vuoi la coincidenza, ci si para davanti sulla frase sega a comando. Io lo guardo solo per accertarmi se ha sentito le mie parole, cioè non sono pudico, né bacchettone ma come potevo spiegare che non era a lui che mi stavo rivolgendo, che non era da lui che volevo quello che lui rischiava di aver capito?
«Signori» ci domanda, raccogliendo nel frattempo i bicchieri vuoti «desiderate altro?»
«Io bisso»
«Io no» esita Tonia «non si sa mai»
«Benissimo, un mojito allora».
«Non si sa mai perché?» chiedo quando vedo il cameriere allontanarsi.
«Beh, vorrei rimanere lucida, già sono eccitata. Ascoltami, la dottoressa Messina Galli Mazzese mi ha aperto gli occhi. E ti confesso, dice che dipende da te»
«In che senso dipende da me? Questa donna ti ha illuminato perché la butta in culo a me?»
«Ecco qui il mojito, signori» Il cameriere poggia il bicchiere. Sprofondiamo in un silenzio mortificante. Quell’uomo, da quando ci ha visto entrare, ci ha sentito dire esclusivamente: buonasera, sega a comando e in culo a me.
«Spiegami, per piacere, il ragionamento di questa luminare».
«Certamente. La dottoressa Messina Gal…»
«Di nome come fa?»
«Maria Antonietta, perché?»
«Maria Antonietta Messina Galli Mazzese?»
«Sì, la conosci?»
«No… continua»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che quello che occorre per essere genitori è la felicità, no? Il vedere il mondo con occhi diversi, cercare altre prospettive, capisci?»
«La felicità, prospettive?»
«Sì, ecco,la realtà non è quella che il mondo ti restituisce, è quella che tu riesci a creare, a costruire, quella cui tu decidi di credere».
«Sì, certo, sono belle parole, un po’ troppo teoriche».
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che il calo demografico non è dipeso dalla disoccupazione, dall’insicurezza, dall’ Isis o che so io, ma perché nessuno vede più un futuro, capisci? Siamo diventati consumatori dell’esistenza come se questa ci stesse scivolando via irrimediabilmente. Come se non ci fosse un domani, solo un oggi da inghiottire in un boccone. E invece esiste, esiste, capisci che esiste?».
«Esiste, cioè, cosa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che figli se ne facevano anche durante la prima e la seconda guerra mondiale. Anzi, il tasso di natalità lì era altissimo, e la gente era poverissima, ci si arrangiava insomma. Eppure, vorrà dire qualcosa?»
«Sì, che la dottoressa Messina Vattelapesca è un’esaltata! Sono cose fuori dal mondo ma poi, insomma, da me cosa vuole questa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese sostiene che se hai il cervello bloccato, avrai bloccato anche il pisello».
«Un linguaggio clinico, assolutamente»
«No, sono io che ti sto facendo il sunto»
«Ma, per Dio, Tonia, io non ho il pisello bloccato».
Adesso, il cameriere con la guantiera sotto braccio si ripresenta anche lui imbarazzato per la circostanza. Non è colpa sua, è il suo lavoro passare per i tavoli, e soprattutto se il locale è di un certo tipo. Tira un sospirone e ci lascia il conto.
«40 euro…»leggo «ma cosa abbiamo mangiato?».
«Nulla, abbiamo bevuto solamente»
«E poi parliamo di felicità, e di prospettive! Quindi, la luminare immagino ti abbia detto cosa fare, come dovrei comportarmi?»
Tonia si alza, mi ghermisce un polso e mi trascina fuori sul lungomare. Mi tiene ancora e non capisco, forse pensa che scappi. Mi lascia sul muretto, mi dice di sedermi e io obbedisco come ipnotizzato. Mi dice di girarmi verso il mare, così fa pure lei, c’è un orizzonte nerissimo, i faraglioni hanno un’aureola lunare e c’è ancora quella lampara che solca il mare, si vede solo quella specchiarsi sull’acqua, come una lucciola narcisa.
«Cosa vuol dire?»
«Un figlio è creazione, è la natura che si fa arte, è gioia, è la tua eredità, è la testimonianza che tu nel tuo piccolo puoi fare camminare il mondo. Tu allora diventi mondo, e sei vita, e sei vita che crea, che si moltiplica, che perpetua una speranza, e tu sei il creatore di questa speranza».
Io l’ascoltavo, e non distoglievo però lo sguardo da quella striscia, quella retta perfetta che mi tagliava il mondo in due. E le sue parole? Mi irretivano e mi seducevano al tempo. Dopo un tempo che mi parve infinito, ma era appena un minuto, in un intingolo dell’eternità,
«Scrivi a tuo figlio allora, scrivigli una lettera. Liberati. Usa la finzione per comunicare i tuoi desideri, la tua attesa, le tue lotte».
«Una lettera?»
«Una lettera!».

Adriano Fischer, 40 anni, vive a Catania.
Autore di romanzi e insegnante di diritto, ma soprattuto avido lettore.
E come da testo, parco di parole.

:: La vedova Couderc di Georges Simenon (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

18 dicembre 2018 by
cs

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La vedova Couderc è un romanzo di Georges Simenon uscito nel 1942.
André Gide entusiasta lo accostò allo Straniero di Albert Camus aggiungendo che il romanzo di Simenon si spingeva «molto oltre, quasi inconsapevolmente».
Adesso Adelphi lo ripropone (traduzione di Edgardo Franzosini).
Un romanzo duro, anzi durissimo, in cui il grande scrittore belga scende nell’abisso dell’animo umano.
C’è una finezza straordinaria dell’indagine psicologica, una discesa meticolosa nell’abisso di due esistenze.
Con una scrittura limpida e sintetica Simenon racconta, senza mai rinunciare a un ritmo incessante, una storia in cui l’angoscia e il disagio non concedono alcuna via di scampo.
Jean è un giovane appena uscito dal carcere e vaga senza una meta. Su un autobus che scorrazza per la campagna francese incontra la vedova Couderc. Lui finisce per fare il garzone nella fattoria di questa donna. Trai due si stabilisce uno strano rapporto. Lei gli si concede sessualmente senza alcuna complicazione sentimentale.
Jean vive in simbiosi con il nuovo ambiente. La vedova Couderc è una donna sola, odiata dai suoi parenti con cui ingaggia una guerra. Tra questi c’è la giovane nipote di cui Jean si innamora.
Jean comincia a abituarsi alle regole di quel rozzo mondo rurale nel quale è capitato per caso. Simenon è grande nelle descrizioni di questa strana campagna francese dove il progresso non è arrivato e i rapporti umani sono duri e difficili.
La vedova Couderc (Tati nel romanzo) è possessiva, Jean non riesce a sottrarsi al fascino della nipote.
Simenon entra nei dettagli dello squallore di queste esistenze disagiate che non riusciranno a sottrarsi al loro destino.
Jean, lo straniero che improvvisamente si trova coinvolto in un microcosmo di passioni di famiglia perverso e depravato, sarà travolto dagli eventi fino a essere coinvolto in un finale tragico che sarà la sua condanna definitiva.
La vedova Couderc è uno dei capolavori di Georges Simenon. Un romanzo sociale dalle intense tinte noir, uno spaccato della condizione umana dove troviamo ancora una volta i suoi personaggi: uomini e donne che si portano dentro inconsapevolmente un male di vivere che li annienterà.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: E per Natale regalate un libro – 2018 🎄

18 dicembre 2018 by

regali-nataleCome tradizione ho chiesto ai collaboratori di Liberi di Scrivere di elencarmi 5 libri da regalare a Natale. Ce ne è per tutti i gusti dalle ultime uscite ai classici, regalando un libro non si sbaglia mai. E si spende relativamente poco, certo se non ci si orienta sui libri rari. Con questi libri, garantito, farete un figurone. E se comprate dai nostri link di acquisto in partnership con Libreria Universitaria, supportate il blog! Infine naturalmente cogliamo l’occasione per farvi gli auguri di Buone Feste!

Nicola Vacca

L’amore –Maurizio Maggiani – Feltrinelli
Pierpaolo Vettori – Lanterne per illusionisti –Bompiani
Angela Nese – Del tempo e dell’esistenza – L’ArgoLibro editore
Peter Cameron –Gli inconvenienti della vita –Adelphi
Lawrence Osborne – La ballata di un piccolo giocatore -Adelphi

Fabio Orrico

  • Città sola di Olivia Laing (Il Saggiatore). Memoir, autofiction o come preferite. Il punto focale della riflessione è la solitudine intesa come esperienza personale, condizione esistenziale e fantasma urbano, indagata attraverso le biografie di Edward Hopper, Andy Warhol, Henry Darger e David Wojnarowicz. Narrativa, saggio, poesia ma anche e soprattutto un canto solenne e tristissimo a New York.
  • Difficult men di Brett Martin (Minimum fax). Saggio su alcune delle maggiori serie della tv contemporanea (I Soprano, The wire, Madmen, tra le altre) partendo dalla ricerca sul campo e puntando dritto al cuore dell’ispirazione degli autori. Aneddoti dal set, interviste, curiosità e analisi critiche di grande acume.
  • Napoli mon amour di Alessio Forgione (NN Editore). Esordio arrabiato, tenero, dolcissimo e accorato. L’amore e il lavoro al tempo del precariato. Romanzo verissimo e sincero.
  • C’era una volta il cinema di Sergio Leone (Il Saggiatore). Le interviste del redattore dei Cahiers Noel Simsolo al padre del western all’italiana. Libro fondamentale se si ama Leone, prodigo di considerazioni sul suo lavoro e sul senso profondo del suo cinema (l’apprendistato con la Hollywood sul tevere, i progetti non realizzati, la battaglia ventennale per portare sullo schermo il torrenziale gangster-movie C’era una volta in America nonché le irrinunciabili notizie sul mai realizzato Leningrado, il film cui il cineasta romano stava lavorando prima di morire).
  • – La dimensione della perdita di Enzo Lamartora (Crocetti Editore). Raccolta di poesie datata 2016 di cui, colpevolmente, ignoravo l’esistenza. Versi lunghi, dal tono colloquiale e dall’intenzione narrativa con lancinanti aperture visionarie. Per quanto mi riguarda una delle grandi scoperte poetiche degli ultimi anni.

Daniela Distefano

“Resta con me. Un’incredibile storia vera. 41 giorni dispersi nel Pacifico” (HarperCollins) di Tami Oldham Ashcraft.
“Autobiografia” (Rubbettino) di Friedrich August von Hayek.
“Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale (Marsilio) di Erika Fatland.
“Cargo” (Adelphi) di Georges Simenon.
“Del camminare e altre distrazioni. Antologia per viandanti e sognatori” (Ediciclo) a cura di Francesca Cosi e Alessandra Repossi.

Ippolita Luzzo

Dopo il diluvio di Leonardo Malaguti Exorma edizioni
Un’altra cena di Simone Lisi Effequ edizioni
Tu che eri ogni ragazza di Emanuela Cocco edizione Wojtek
La stanza dei lumini Rossi di Mimmo Conoscenti edizione Il Palindromo
Pantarei di Ezio Sinigaglia di TerraRossa Edizioni

Ilaria Mainardi

EUREKA STREET, di Robert McLiam Wilson, Fazi
AMY E ISABELLE, di Elizabeth Strout, Fazi
COLPISCI E SCAPPA, Doug Johnstone, CasaSirio
IL TENENTE DI INISHMORE (testo teatrale), di Martin McDonagh, Il Nuovo Melangolo
LA META’ DI NIENTE, Catherine Dunne, Guanda

Maria Anna Cingolo

I miserabili, Victor Hugo; (Garzanti)
Federico il grande, Alessandro Barbero (Sellerio 2017);
Il sogno della macchina da cucire, Bianca Pitzorno (Bompiani 2018);
Il tramonto birmano, Inge Sargent (addEditore 2016);
Grammatica della fantasia, Gianni Rodari (Einaudi 2013)

Giulietta Iannone

– La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio), traduzione di Luigi Sanvito. Per chi ama la storia, i romanzi introspettivi, le ricostruzioni minuziose di fatti e ambienti.
– L’ultimo respiro del drago di Qiu Xiaolong (Marsilio), traduzione di Fabio Zucchella. Per chi ha una forte coscienza ambientalista, ama l’Oriente e la Cina, cerca in un giallo una metafora per indagare sui mali della società.
– I racconti di Pietroburgo di Gogol (Marcos Y Marcos), traduzione di Paolo Nori. Per chi ama i classici, la Russia ottocentesca, l’umorismo burocratico e le storie bizzarre.
– La libertà è una lotta costante di Angela Davis (Ponte Alle Grazie), traduzione di Valentina Salvati. Per chi intende il femminismo come libertà e difesa della propria identità, per chi è pronto a combattere ogni giorno in quello in cui crede.
– Scambiare i lupi per i cani di Hervé Le Corre (Edizioni EO), traduzione di Alberto Bracci Testasecca. Per chi ama il noir francese, la provincia, la realtà così come me è, anche in contesti disagiati.

Lorenzo Mazzoni

Babbitt di Sinclair Lewis Mattioli 1885
Runners Christian Caielli BAT Edizioni
Come ombra che declina Antonio Munoz Molina 66thand2nd
L’ultima Londra Iain Sinclair Il Saggiatore
Il lago Bianca Bellova Miraggi Edizioni

Irma Loredana Galgano

– “La conoscenza e i suoi nemici” Tom Nichols (Luiss University Press, 2018)
– “Le Trattative” Antonio Ingroia / Pietro Orsatti (Imprimatur, 2018)
– “Contro la democrazia” Jason Brennan (Luiss University Press, 2018)
– “Le ragioni del Buddha” Diego Infante (Meltemi, 2018)
– “Lo schianto” Adam Tooze (Mondadori, 2018)

Federica Belleri

I cercatori di pace, di Laura Costantini Dei Merangoli Editrice
Una ragazza cattiva, di Alberto Beruffi Newton Compton
-Il pranzo della domenica, di Paolo Panzacchi Laurana Editore
Attesa, antologia di Brunella Caputo Homo Scrivens
Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore DeA Planeta Libri

Eva Dei

Le case del malcontento, S. Naspini, E/O Editore.
L’educazione, T. Westover, Feltrinelli.
Resto qui, M. Balzano, Einaudi.
Storia di Ásta, K. Stefánsson, Iperborea.
Come una famiglia, G. Simi, Sellerio.

Elena Romanello

321 cose intelligenti da sapere prima di diventare grandi di Mathilda Masters e Louise Perdieus (Rizzoli, 2018)
Il castello delle stelle di Alex Alice (Mondadori, 2017)
Giappomania, Rizzoli
Il futuro è adesso di Carmine Treanni, Homo Scrivens
Guida ai narratori italiani del fantastico di Odoya editore

Viviana Filippini

Al mattino stringi forte i desideri, Natascha Lusenti, Garzanti
La manutenzione dei sensi, Franco Faggiani, Fazi
Dove nasce il vento, Nicola Attadio, Bompiani
Fiabe Faoresi, Iperborea
Il suono della vita, Hans Josef- Ortheil, Keller

:: Follia di Patrick McGrath (Gli Adelphi, 1998) a cura di Elisa Napoli

17 dicembre 2018 by

folliaHo deciso di acquistare Follia dopo aver letto diverse recensioni positive elogianti questo romanzo, definito dai più come un viaggio psicologico in grado di tenere inchiodato il lettore in un susseguirsi di suspense e morbosa curiosità. Inutile negarlo, siamo tutti dei voyeurs, ci piace curiosare nella vita degli altri soprattutto se annega nell’ossessione, nella disperazione e nella violenza. Io stessa ho proseguito la lettura per vedere come terminavano le vicende di Edgar e Stella, la protagonista indiscussa del romanzo, ma anche la regina delle vite di tutti gli attori coinvolti. Moglie, amante, amica e madre, Stella recita con chiunque un copione diverso: è, al contempo, una donna affranta ed infelice, voracemente appassionata, talvolta approssimativa e da una vita procrastinatrice. Tutto inizia quando questa figura camaleontica (e per nulla risolta, oserei dire) conosce Edgar Starck, un paziente in cura nel manicomio in cui lavora suo marito Max, un brillante psichiatra. Fin da subito compie una scelta che, per quanto cerchi di negare a se stessa, sarà indicativa della noia nella quale versa la sua vita domestica, ma soprattutto sentimentale.

<<…avrebbe dovuto sapere che l’inganno corrode l’integrità di un matrimonio, e tenerne conto, ma non lo fece. Scelse di non farlo, e da questa scelta di comodo seguì tutto il resto>>.

Profondamente diverso da suo marito, Edgar (un uxoricida che non solo ha ucciso e decapitato la moglie ma l’ha anche enucleata) conosce Stella ad un ballo che si svolge all’interno del manicomio e i due, sotto gli occhi di tutti, danzano e chiacchierano. Si rivedranno poco dopo nel giardino dei Raphael e, da lì in poi, intrecceranno una relazione morbosa e ossessionante che culminerà nella distruzione. Ciò che mi ha profondamente colpito è come tutti, psichiatri e non, desiderino in qualche modo possedere questa donna bellissima, ben lontani dalla consapevolezza che sotto il mantello sacrificale dimori invece un animale assetato e astuto. Edgar è il solo ad averlo intuito ma è anche l’unica persona in grado di farle davvero del male, visto il suo passato. E, se tutto inizia da un ballo, lì si conclude: con lo stesso identico abito usato un anno prima, Stella, sfida gli sguardi del mondo psichiatrico celando nel suo cuore il peso di una scelta che la renderà finalmente libera, e non più prigioniera.

Patrick McGrath è cresciuto in Inghilterra e vive tra Londra e New York. Di lui sono apparsi presso Adelphi Il morbo di Haggard (1999) e Grottesco (2000). Follia è stato pubblicato per la prima volta nel 1996.

Source Acquisto personale.

:: Il Golem, Gustav Meyrink (Skira 2018) a cura di Viviana Filippini

17 dicembre 2018 by

Meyrink Il Golem“Il golem” è un romanzo di Gustav Meyrink pubblicato a puntate su una rivista fra il 1913 e il 1914 e poi in volume nel 1915. Da poco Skira editore lo ha ripubblicato con “Vampiri”, per dare il via alla sua nuova collana Gotika, che indaga il mondo dell’Occulto attraverso una nuova edizione dei classici della letteratura internazionale. “Il Golem” è uno dei più noti esempi di letteratura espressionista degli anni Venti del ‘900. Quello scritto da Meyrink è però un golem nuovo, poiché nelle pagine del romanzo la creatura è un’entità sì presente ma non definita, anzi è una presenza sfuggente che agisce seminando panico e terrore. Il golem di Meyrink non è quindi il classico mostro in materia grezza obbediente e devoto e ben radicato nella cultura tradizionale ebraica, la sua creatura letteraria è in un certo senso l’incarnazione del male, della maniacalità e della depravazione umana. La storia ha al centro la figura di Athasius Pernath, un intagliatore di pietre preziose ebreo. Un giorno Pernath si trova nel duomo di Praga e davanti a lui gli si para un individuo con il quale scambia il proprio cappello. Questo gesto, che potrebbe sembrare semplice e banale, catapulterà l’intagliatore a rivivere in una sorta di surreale sogno-visione la sua vita all’interno dell’antico ghetto ebraico di Praga. Pernath non è l’unico a sperimentare questa strana situazione dove accadono eventi drammatici in serie. Con lui ci sono il vecchio rigattiere Aaron Wassertrum, il quale per come agisce e per come si esprime è la rappresentazione del male incarnato. A fargli da contraltare nella raffigurazione del genio del bene c’è, invece, la figura di Hillel, un impiegato al municipio ebraico. Accanto a loro ci sono Miriam, la figlia di Hillel e Charousek, uno studente di medicina con un carattere sfaccettato e da scoprire. Il tutto prende forma in una Praga del passato, una città un po’ cupa, oscura e misteriosa, nella quale oltre alla fede, alla cabala, permane attorno ad ogni persona e cosa un’inquietante sensazione di mistero e pericolo incombente. Con “Il golem” Meyrink attua una vera e propria analisi della psiche dei diversi personaggi che agiscono nella trama narrativa, tutti profondamente tormentati e afflitti da conflittualità interiori e, per questo, coinvolti in una doppia lotta, una con il mondo e l’altra con il proprio io. Leggendo “Il golem” di Meyrink si ha come la sensazione che ognuna delle creature letterarie incarni le ossessioni e le paure di un animo umano incapace di affrontare le proprie angosce e il golem che alleggia sempre attorno a loro senza essere visto in modo chiaro e netto ne è la metaforica rappresentazione. Traduzione Carlo Mainoldi.

Gustav Meyrink (1868-1932), pseudonimo di Gustav Meyer, era figlio illegittimo del baroneKarl von Varnbüler, ministro del Württemberg, e di Marie Mayer. Dopo un’iniziale carriera di banchiere, si dedicò alla letteratura, all’occultismo, all’esoterismo, alla magia e allo spiritismo. Il Golem (1915) è il suo romanzo più importante e di maggior successo.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a Letizia Castiello e alla staff dell’ufficio stampa SKIRA.

:: Attualità in ordine alla scelta tra legalità ed illegalità, Vanni Spada (Autopubblicazione, 2018) a cura di Daniela Distefano

17 dicembre 2018 by

Legalità ed illegalitàNella Presentazione di questo agile opuscoletto – affidata ad Osvaldo Terranova (Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana) – sono racchiuse le linee guida per comprendere l’analisi e l’indagine critica svolte da Vanni Spada, “un volto non associabile ad alcun egoismo, interesse privato di partito o di corrente”. Oggetto della sua dissetarzione, l’attuale crisi economica ed etica che caldeggia riflessioni sulle antinomie tra legalità ed illegalità. Inoltre, il libretto sprona i giovani desiderosi di armonie sociali. I temi sono molti, tutti di scottante attualità: “reati nei rapporti con la pubblica amministrazione”; “delitti informatici e trattamento illecito di dati”; “delitti di criminalità organizzata”; ” reati di concussione e corruzione” etc.. L’autore si premura di far conoscere, anche in modo dettagliato, i settori economici in cui opera la criminalità: pizzerie, alberghi, ristoranti, commercio ed altro. Emerge la consepevolezza di una coesistenza di economia legale ed illegale, laddove è oltremodo auspicabile una prevalenza della legalità sull’illegalità, ma su basi democratiche per un rinnovamento morale, economico e culturale del tessuto sociale. Scendendo nei particolari, si esaminano i vari reati come quelli cosiddetti “spia”: l’autoriciclaggio, le false fatturazioni, i reati ambientali, l’estorsione e l’usura. Una realtà affiora in superficie: l’economia criminale presidia di norma attività semplici come mercati economici in cui è richiesta una bassa tecnologia e compretenze esecutive. Insomma, tutto quello che sfugge ai radar degli organi di controllo, e che si mimetizza acutamente nell’economia sana. Il metodo violento però non tarda ad materializzarsi. Per quanto riguarda il riciclaggio di denaro, è ormai noto che bar e pizzerie sono un’ottima base per accumulare denaro di origine illegale. I bar sono punti di ritrovo. Niente che abbia a che fare con la scoperta dell’acqua calda, però l’autore giustamente fa notare come “ gruppi criminali puntano ad ottenere dei vantaggi di sistema”. Quello che ne viene fuori è un girone infernale alimentato dalla corruzione e dalle regole di potere. Importante sottolineare che il crimine in economia è molto presente al Sud del nostro Paese. Il libro è prezioso anche per questo voler offrire su un vassoio di decreti, articoli e commi, la fotografia, o forse è meglio dire radiografia, delle nostre piaghe sociali, quelle che ci trasciniamo strutturalmente da decenni, e quelle dovute alla contingente marea recessiva.

Vanni Spada è Dottore Commercialista, Revisore Contabile, nonché docente di ruolo di Scienze Economico-Aziendali; da sempre studioso del dibattito sulla scelta tra legalità ed illegalità.

Source: Libro inviato dall’Autore. Ringraziamo Paola Liotta per l’affettuosa mediazione.

:: 都市漫步者 – 漫步巴黎的艺术

15 dicembre 2018 by

FlaneurPer i nostri lettori di lingua cinese (siete tanti) vi segnalo che Lo spirito della flânerie: Flâneur: L’arte di vagabondare per Parigi di Federico Castigliano ha la sua edizione in lingua cinese per il prestigioso editore “Chinese Academy of Social Sciences”.

Questa è la bella copertina. E questo l’annuncio che ha fatto l’autore proprio oggi:

Today I have the big pleasure to announce the publication of 都市漫步者 – 漫步巴黎的艺术, the Chinese translation of my “Flâneur”, published by the Chinese Academy of Social Sciences. The book is available in all bookstores around China and in the biggest Chinese on line stores (Taobao, Jingdong, DangDang, Amazon.cn etc..), for example following this link: https://item.jd.com/39399077950.html

It has been a long and exciting work. I would like to thank all those who have supported and assisted me for the publication of the Chinese version of this book. Thanks to Professor Liu Xuehui, Vice Dean of the Beijing International Studies University; Professor Zhang Ke; Professor Fang Youzhong; Bai Yan, General Secretary of the Communist Party of China at the Beijing International Studies University; Professor Li Yanming; Professor Wang Jing and Professor Chen Weigong, Chief of the Research Department of Western European Cultures and Languages. Thanks to Mrs. Zhang Ping, editor of the Chinese Academy of Social Sciences Publishing House, and Mrs. Wang Hongjie, copyright manager.

A big thanks to my colleague, Mrs. Sun Shuang, for her Chinese translation of my book and to Professor Cao Shengchao, for his help in the translation. Thanks to my colleagues and students of the Beijing International Studies University and of the Beijing Foreign Studies University: their enthusiasm and optimism have had a profound impact on me. In addiction, thanks to photographers Tang Lijun, Ji Ji, Wang Jiao, Chaeyoung Hwang and Thomas Gourmelon for taking the photos included in my book.

A special thank you go to Mr. Thierry Lasserre, General Director of the Alliance Française in the People’s Republic of China and Mongolia, and to Mrs. Zhang Ying, Head of Cultural Affairs of the Beijing French Cultural Institute.

Super Ottant’anni del primo super eroe da Nembo Kid a Superman di Filippo Rossi (Runa edizioni, 2018) a cura di Elena Romanello

15 dicembre 2018 by

la-copertina-di-super-saggio-analitico-scritto-da-filippo-rossi-e-disegnata-dallautore-stesso-e-colorata-da-stefano-vimercati-maxw-327Ottant’anni fa veniva pubblicato negli Stati Uniti il numero d’esordio di Action Comics, che introduceva il primo super eroe dei fumetti americani: Superman.
A questa icona dell’immaginario contemporaneo, ancora amatissima oggi, lo studioso e cultore nerd Filippo Rossi dedica il saggio Super, Ottant’anni di Superman, il primo supereroe. Il dio, l’uomo e la meraviglia… Superman, Batman, Wonder Woman: la saga dei supereroi DC, uscito per la padovana Runa Editrice con la prefazione di Paolo Gulisano, altro esperto di cultura del fantastico.
Superman nacque per iniziativa dei due ebrei statunitensi Jerry Siegel e Joe Shuster, che vollero introdurre il tema dell’eroe che lotta per giustizia e libertà e che si nasconde dietro ad un’identità fittizia, quella del giornalista Clark Kent. Volando nei cieli di Metropolis Superman, l’alieno Kar-El del pianeta Krypton, riprende e modernizza l’archetipo classico dell’eroe, e in questi ottant’anni il suo percorso è continuato, grazie ai corsi e ricorsi e al ritorno di fiamma ottenuto grazie a cinema e serie TV.
Il libro non parla solo di Superman, cita anche le altre icone DC Comics, come Batman, Wonder Woman e Aquaman, un universo in continua crescita e che nei prossimi anni avranno nuove incarnazioni al cinema e non solo. Filippo Rossi porta il suo lettore nel mondo dei super eroi, presentando la DC Comics, come Superman e soci hanno reintepretato i miti antichi e ricordando per esempio le quattro ere espressive dell’universo in questione, da quella aurea degli anni Trenta a quella attuale, dove sono subentrati dubbi e nuove tematiche. Il personaggio Superman è seguito in tutti i suoi ottant’anni di vita, ricordando anche che in Italia fu pubblicato all’inizio con il titolo di Nembo Kid, con tutti i vari luoghi e le sue vicende, oltre che per la fondamentale importanza avuta dal cinema nella costruzione dell’universo DC, dai serial degli anni Quaranta alle pellicole di Christopher Nolan e Zach Snyder passando per il Superman del compianto Christopher Reeve anni Settanta e per il Batman di Tim Burton.
Zach Snyder è oggetto di uno studio approfondito, così come agli ultimi film, in particolare Dawn of justice, ma anche Suicide Squad, in cui gli eroi diventano i cattivi, Wonder Woman Justice League. Non mancano anche richiami alle varie serie TV, anch’esse iniziate negli anni Cinquanta e continuate fino ad oggi, con le ultime incarnazioni di SupergirlGotham Arrow.
Un libro interessante e importante per raccontare una vicenda che non è stata e non è solo robetta da ragazzini, ma un’icona che ha cresciuto e sorretto più generazioni e che continua a riflettere il mondo di oggi, la ricerca di giustizia, ma anche i suoi problemi.  Super è un libro per appassionati e cultori, ma anche per curiosi e per chiunque pensi che non esistono arti superiori alle altre, ma solo storie belle e appassionanti da raccontare in tanti modi.

Provenienza: omaggio della casa editrice che ringraziamo.

Filippo Rossi, detto “Jedifil”, è nato domenica 14 febbraio 1971 a Rovigo, alle 14.40, e vive a Trieste. Si occupa di telecomunicazioni digitali, fumetto, illustrazione, grafica e scrittura. È uno dei massimi esperti di Star Wars; ha pubblicato nell’ottobre 2017, presso Áncora Editrice (Milano), il volume La Forza sia con voi – Storia, simboli e significati della saga di Star Wars, scritto con l’esperto Paolo Gulisano. Oltre a essere ideatore e co-fondatore di Yavin 4 (il fan club italiano di Star Wars, del Fantastico e della Fantascienza – http://www.yavinquattro.net) ha realizzato l’organo Living Force Magazine, vincitore dei Premi Italia 2013 e 2016 come miglior fanzine italiana di science fiction. Per Oscar Mondadori ha supervisionato la riedizione 2015 dei tre romanzi tratti dalla Trilogia Classica di Guerre Stellari e si occupa di tutti gli attuali romanzi ufficiali Star Wars (Lucasfilm). Fa parte del gruppo tolkieniano Éndore.

:: Il bambino che non poteva sorridere di Laura Stenico e illustrato da Kara Lafayette: un racconto per bambini il cui ricavato va a in beneficenza

14 dicembre 2018 by

1Davide è un bambino di otto anni che fa fatica a esprimere le sue emozioni con le parole. Jumper, invece, sa farlo ma non può permettersi di viverle. Dall’incontro di questi due mondi nascerà un’amicizia unica e formidabile.

Un racconto breve adatto ai bambini dai 4 anni in su (ma dagli 8 anni in su se il bambino o bambina leggerà in autonomia) che cerca di evidenziare l’importanza di saper comprendere e comunicare le proprie emozioni.

Il ricavato dalle vendite di questo libro effettuate da novembre 2018 a gennaio 2019 saranno devoluti a Save the Children per un progetto “Together- costruiamo insieme il futuro”, dedicato all’educazione ed inserimento lavorativo di profughi minori non accompagnati nelle città di Roma, Catania e Torino.

Il racconto in versione cartacea è disponibile su Amazon a questo link: qui