:: La lettera di Pippo Cutrera di Adriano Fischer

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anselm-kieferwal

Tonia mi aveva svalvolato i cabasisi con questa storia che l’unico modo per vincere il blocco dello scrittore fosse di avere un figlio. Stavamo sorseggiando due mojito al café de mar, ad Acitrezza, un luogo non adatto a gente come noi anzi come me, che per due faraglioni, rum, menta e lime, ti fanno pagare un’enormità.
Era sera, il cielo era polverato di stelle, il raduno di coppiette sul lungomare, le lampare solcavano l’acqua, ambulanti che vendevano bastoni selfie, miscele d’odori gas di scarico e pepata di cozze, faraglioni pigramente immobili.
«Pensaci bene!»
Non mi doveva convincere perché la decisione era ormai già stata presa qualche anno prima al motto “impegniamoci”; e infatti, fino a due giorni prima, c’eravamo andati giù di brutto. Che poi “giù di brutto” non è mica vero!
Degli operai del sesso.
Quando si ha come obiettivo un figlio, quando questo diventa un’ossessione, il sesso perde il suo selvaggio appetito, la voracità animalesca che rende ciechi ai primi contatti, l’istinto della trasgressione, il perdersi dei sensi nell’avvinghiamento che ha un climax galoppante ed euforico. Ecco, sembravamo più due persone che ingegneristicamente, in una catena di produzione industriale, stavano nella fase del montaggio, mettiti così, rimani così, non ti muovere, non troppo, bene, ottimo, perfetto. Andiamo! Non ti fermare, il tempo, il tempo, avanti, tempo, pianooo, pianooo, pianooo, su, su, ci siamo, ok, grande, fatto.
«Ci devo pensare bene?»
Annuisce soddisfatta.
Che cosa voleva dire, cosa c’era di sotteso, e perché doveva farmi sentire un idiota quel pensaci bene!?
Qualcosa mi balenò in testa in quel momento. C’era una vecchia scuola di pensiero, che condividevo interamente, secondo la quale il letto, dopo tanti anni, era il posto peggiore in cui fare sesso e che, anzi, impigriva gli spermatozoi che non sembrerebbero tanto invogliati a lavorare. Ci vorrebbe vivacità, ecco, allegrezza. La stessa che si viveva i primi giorni, i primi mesi di rapporto, quando sesso si faceva in macchina, sia dentro che sul cofano, quando, certo, la macchina ha un cofano, in spiaggia, in acqua, sugli scogli.
Ad esempio – qui arriva il punto della questione – a Tonia e a me eccitava tantissimo farlo nei bagni dei ristoranti, più il ristorante era caro e fighetto, più la sfida diventava stimolante. Il vincerla poi ci restituiva un senso di orgoglio che non si riusciva a spiegare. C’erano tanti ostacoli e tabù da infrangere e, soprattutto, era consigliabile attivarsi quando non si era né troppo pieni, dopo l’antipasto sarebbe stato perfetto, né troppo ubriachi, il rischio era la degenerazione, perdere il controllo, cioè anche il sesso è una cosa seria.
«Hai capito quello che voglio dire?»
«Forse ma…»
Forse ma, cosa? Non ero così sicuro. Tonia negli anni è cambiata, è diventata donna, non che prima fosse un uomo, o uno scimpanzé, ma le donne, è vero, con gli anni abbandonano molto più facilmente il bambino che è dentro ognuno di noi. Adesso, al di fuori di ogni metafora, la prole è qualcosa di altro, qualcosa tipo una propaggine, ecco. L’uomo, al contrario, qualunque obiettivo abbia da raggiungere, si fa accompagnare da una sua versione nana, ingenua, innocente, puerile, che vuole sorprendersi, e questo per attutire meglio i colpi inferti dalla vita, perché è un bambino che riesce a ridurre tutto in un gioco.
«Vuoi andare in bagno, magari?» domando a bruciapelo.
Tonia scrolla le spalle
«In bagno?»
«Sì, in bagno, capisci a me!»
«Io non devo andare in bagno»
«Sei sicura?»
«Perché credi debba andare in bagno?»
«Anch’io! Verrei con te»
«Anche tu devi andare in bagno?»
«No, io non devo andare in bagno»
«Allora perché vuoi che ci vada io?»
«Io, io non è che voglio che tu vada in bagno, ti ho detto se… ecco, vuoi chiuderti un po’ in bagno».
«Mi stai dando della pazza, forse?»
«Noooo! Se fossi pazza non ti direi di chiuderti in bagno, ma in una clinica»
«Quindi chiudermi in bagno, sarebbe il tuo modo per dirmi di chiudermi in una clinica?»
Ecco, con tutto l’amore possibile, un uomo e una donna non hanno bisogno di un figlio ma di un arbitro.
«Lasciamo stare, Tonia».
Certe volte, questa era una di quelle, quando discutevo con Tonia mi sentivo la testa pulsare, la sensazione era che se non facevo qualcosa mi sarebbe scoppiata tra le mani. Bisogna capire quand’è il momento di cambiare il discorso, di battere in ritirata. Era evidente che Tonia aveva rimosso i primi mesi di relazione. Non avrei dovuto stupirmi, era una cosa assolutamente naturale e che aveva investito tanti altri aspetti della nostra relazione.
«Non credo allora di avere capito, Tonia»
Tonia si avvicina la sedia al tavolo, felice che io non avessi capito e soprattuttofelice che, adesso, potessi pendere dalle sue labbra.
«Me l’ha detto la dottoressa Messina Galli Mazzese, e mi ha illuminato…»
«Chi è questo codice fiscale vivente?»
«La mia dottoressa»
«La tua dottoressa?»
«Sì, la ginecologa, possiamo continuare?»
«Ma non si chiamava Troina, cos’è, era troppo corto il cognome?»
«No, l’ho cambiata, troppo antica»
«Tonia, ma è la sesta. Vuoi forse aprire un reparto ginecologico, per Dio?»
«Vuoi ascoltarmi, per piacere?»
Annuisco sì ma con un cerchio d’irritazione sulla testa.
«Alla dottoressa Messina Galli Mazzese chiaramente ho spiegato tutto, capisci? tutto tutto tutto…»
«No, tutto! cosa vuoi dire con tutto?»
«Tutto, Fil, tutti i tuoi problemi»
«quando mi chiami Fil c’è qualcosa di cui vuoi farti perdonare. Cosa precisamente?»
«Non mi devo fare perdonare nulla. Per i tuoi problemi alludo al blocco dello scrittore, chi non riesce a scrivere da tanti anni e…»
«Due, che tanti!»
«Vabbè uguale»
«Non è uguale»
«Ok, e comunque abbiamo parlato del tuo blocco dello scrittore e…»
«Con la dottoressa?»
«Sì, scusa chi più di lei!»
«Non so, a me verrebbe da dire, così la sparo, uno psicologo!»
«Io ti pregherei di attenerti alla questione principale che è di particolare importanza… sei d’accordo?»
Annuisco ma sempre controvoglia.
Avevo notato, forse sarà stata la solita suggestione, che attorno a noi diverse coppie si fossero azzittite per ascoltare la nostra discussione. Non soffro di manie persecutorie ma simulavano malissimo indifferenza e poi… sì, e poi non avevano figli appresso.
«Ascoltami bene! da quanto tempo hai questo benedetto blocco?»
«Perché sarebbe benedetto, vuoi dire che è un bene che abbia il blocco, vuoi dire… »
«Era solo un modo di dire. Da quanto tempo, Fil?»
«Due anni, ti ho appena detto»
«Bene, molto bene, e da quanto tempo è che proviamo ad avere un figlio?»
«Tre almeno!»
«E No, No, Pippo! Scusa eh! Sono esattamente due, due anni»
Si abbandona sulla sedia, allarga le braccia con quel suo modo insopportabile di fare quando crede di sentire scempiaggini.
«Ma non è vero!»
«Ah no?Non è vero? E, secondo te, da quando decorrerebbero i nostri tentativi di rimanere incinti?»
«Incinti? Cioè se ci proviamo, siamo in due, se ci riusciamo sei da sola? Sintesi perfetta del rapporto fra uomo e donna!»
«Blablabla! Non hai risposto alla mia osservazione»
«Forse perché alle osservazioni non c’è bisogno di rispondere. Penso ad ogni modo che il momento decorra da quando abbiamo deciso di provarci».
«Bello lui, vedi, sbagliato! Bello lui, quelle sono parole! occorrono i fatti come dice la dottoressa Messina Galli Mazzese, fatti…»
«Un tempo si faceva sesso ed era un fatto, se poi se ne faceva tanto, erano tanti fatti. E noi abbiamo fatto tanti fatti!»
«Non è così!»
«No? Ebbè un tempo si faceva così»
«Quando le cose non vanno come devono andare, una persona si deve fare aiutare»
«Io te l’ho sempre detto che ti devi fare aiutare da qualcuno!»
«Da uno specialista!»
«E sì, certo, da uno specialista»
«Parlo del tuo urologo»
«Oddio, dottor Ivo Giarrusso, il boia dei cazzi!»
«Esatto! Quindi, ci abbiamo provato concretamente nel momento in cui ti sei operato al varicocele, da lì! Pertanto due anni»
«Ah, un po’ forzata come datazione. Allora potremmo anticipare di qualche mese, quando mi hai costretto a fare lo spermiogramma. Esperienza terribile. Mai fatta una sega a comando!
Il cameriere, vuoi la coincidenza, ci si para davanti sulla frase sega a comando. Io lo guardo solo per accertarmi se ha sentito le mie parole, cioè non sono pudico, né bacchettone ma come potevo spiegare che non era a lui che mi stavo rivolgendo, che non era da lui che volevo quello che lui rischiava di aver capito?
«Signori» ci domanda, raccogliendo nel frattempo i bicchieri vuoti «desiderate altro?»
«Io bisso»
«Io no» esita Tonia «non si sa mai»
«Benissimo, un mojito allora».
«Non si sa mai perché?» chiedo quando vedo il cameriere allontanarsi.
«Beh, vorrei rimanere lucida, già sono eccitata. Ascoltami, la dottoressa Messina Galli Mazzese mi ha aperto gli occhi. E ti confesso, dice che dipende da te»
«In che senso dipende da me? Questa donna ti ha illuminato perché la butta in culo a me?»
«Ecco qui il mojito, signori» Il cameriere poggia il bicchiere. Sprofondiamo in un silenzio mortificante. Quell’uomo, da quando ci ha visto entrare, ci ha sentito dire esclusivamente: buonasera, sega a comando e in culo a me.
«Spiegami, per piacere, il ragionamento di questa luminare».
«Certamente. La dottoressa Messina Gal…»
«Di nome come fa?»
«Maria Antonietta, perché?»
«Maria Antonietta Messina Galli Mazzese?»
«Sì, la conosci?»
«No… continua»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che quello che occorre per essere genitori è la felicità, no? Il vedere il mondo con occhi diversi, cercare altre prospettive, capisci?»
«La felicità, prospettive?»
«Sì, ecco,la realtà non è quella che il mondo ti restituisce, è quella che tu riesci a creare, a costruire, quella cui tu decidi di credere».
«Sì, certo, sono belle parole, un po’ troppo teoriche».
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che il calo demografico non è dipeso dalla disoccupazione, dall’insicurezza, dall’ Isis o che so io, ma perché nessuno vede più un futuro, capisci? Siamo diventati consumatori dell’esistenza come se questa ci stesse scivolando via irrimediabilmente. Come se non ci fosse un domani, solo un oggi da inghiottire in un boccone. E invece esiste, esiste, capisci che esiste?».
«Esiste, cioè, cosa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che figli se ne facevano anche durante la prima e la seconda guerra mondiale. Anzi, il tasso di natalità lì era altissimo, e la gente era poverissima, ci si arrangiava insomma. Eppure, vorrà dire qualcosa?»
«Sì, che la dottoressa Messina Vattelapesca è un’esaltata! Sono cose fuori dal mondo ma poi, insomma, da me cosa vuole questa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese sostiene che se hai il cervello bloccato, avrai bloccato anche il pisello».
«Un linguaggio clinico, assolutamente»
«No, sono io che ti sto facendo il sunto»
«Ma, per Dio, Tonia, io non ho il pisello bloccato».
Adesso, il cameriere con la guantiera sotto braccio si ripresenta anche lui imbarazzato per la circostanza. Non è colpa sua, è il suo lavoro passare per i tavoli, e soprattutto se il locale è di un certo tipo. Tira un sospirone e ci lascia il conto.
«40 euro…»leggo «ma cosa abbiamo mangiato?».
«Nulla, abbiamo bevuto solamente»
«E poi parliamo di felicità, e di prospettive! Quindi, la luminare immagino ti abbia detto cosa fare, come dovrei comportarmi?»
Tonia si alza, mi ghermisce un polso e mi trascina fuori sul lungomare. Mi tiene ancora e non capisco, forse pensa che scappi. Mi lascia sul muretto, mi dice di sedermi e io obbedisco come ipnotizzato. Mi dice di girarmi verso il mare, così fa pure lei, c’è un orizzonte nerissimo, i faraglioni hanno un’aureola lunare e c’è ancora quella lampara che solca il mare, si vede solo quella specchiarsi sull’acqua, come una lucciola narcisa.
«Cosa vuol dire?»
«Un figlio è creazione, è la natura che si fa arte, è gioia, è la tua eredità, è la testimonianza che tu nel tuo piccolo puoi fare camminare il mondo. Tu allora diventi mondo, e sei vita, e sei vita che crea, che si moltiplica, che perpetua una speranza, e tu sei il creatore di questa speranza».
Io l’ascoltavo, e non distoglievo però lo sguardo da quella striscia, quella retta perfetta che mi tagliava il mondo in due. E le sue parole? Mi irretivano e mi seducevano al tempo. Dopo un tempo che mi parve infinito, ma era appena un minuto, in un intingolo dell’eternità,
«Scrivi a tuo figlio allora, scrivigli una lettera. Liberati. Usa la finzione per comunicare i tuoi desideri, la tua attesa, le tue lotte».
«Una lettera?»
«Una lettera!».

Adriano Fischer, 40 anni, vive a Catania.
Autore di romanzi e insegnante di diritto, ma soprattuto avido lettore.
E come da testo, parco di parole.

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