:: What book are you reading at the moment? – Cosa leggono gli scrittori a Capodanno

31 dicembre 2018 by

James-Joyce

Dunque spero di aver definitivamente sfatato la diceria che chi scrive non legge, anzi chi scrive legge moltissimo e per giunta libri interessanti. Nella precedente edizione di What book are you reading at the moment? che vi consiglio di recuperare, avevo chiesto ad alcuni scrittori cosa stessero leggendo. L’ho rifatto e queste sono le loro risposte. Le posto in puro ordine di ricevimento. Bene buona lettura e Buon Anno!

Nicola Vacca: Racconti parigini a cura di Corrado Augias Einaudi, Fabio Stassi Con in bocca il sapore del mondo Minimum fax.

Lucia Patrizi: The Devil and the Deep: Horror Stories of the Sea (English Edition) di Ellen Datlow.

Davide Mana: Sto leggendo “Night over the Solomons“, una collezione di racconti d’avventura di Louis L’Amour, e “The Roman Empire and the Silk Routes“, un saggio storico di Raoul McLaughlin sui rapporti diplomatici, commerciali e culturali fra l’Impero Romano e l’Impero Cinese.

Eva Clesis: Sto leggendo i Diari Segreti di Wittgenstein.

Elena Bibolotti: Tutti i racconti di Katherine Mansfield (1888-1923) Nuova Zelanda/ Francia. Mondadori, a cura di Franca Cavagnoli che ci regala una bellissima introduzione. Una scrittura originalissima e moderna, quella di Mansfield anche nella struttura del racconto, per lo più incursioni senza preavviso nelle esistenze dei personaggi, brevi ritratti, descrizioni giustamente sovrabbondanti della natura neozelandese a propria volta ricchissima di piante e fiori straordinari. Un incontro fortunato dovuto a un’altra lettura, ossia La Corsara di Sandra Petrignani, dove la Mansfield è caldamente raccomandata da Natalia Ginzburg che ne parla come di una lettura imprescindibile, assieme a Cechov, per chiunque voglia misurarsi con la scrittura di racconti.

Kara Lafayette: Adesso La faccia che deve morire di Ramsey Campbel.

Roberto Saporito: Arcadia” di Lauren Groff (Codice Edizioni).

Danila Comastri Montanari: Saggistica.

Elisa Elisele Guidelli: solo saggi di storia antica, ma ho letto anche STILICHO L’ULTIMO GENERALE, non male, romanzo storico di quelli belli pregni.

Paola Ronco: In questo preciso istante sto divorando Il morso della reclusa della Vargas. È fantastico.

Barbara Baraldi: Sto leggendo la trilogia di Grouse County di Tom Drury.
Sono a metà del secondo.

Matteo Di Giulio: Sechs Koffer di Maxim Biller. Un romanzo in tedesco.

Germano Hell Greco: Devo iniziare Una stanza piena di gente.

Lorenzo Mazzoni: L’ultima Londra Iain Sinclair.

Lucia Guglielminetti: The outsider di Stephen King.

Fabrizio Borgio: Ho appena iniziato Il Soccombente di Thomas Bernhard.

Francesca Battistella: Allora, nelle ultime due settimane ho letto La vergogna di Annie Ernaux, Luna di miele di Giorgio Scerbanenco – sconvolgente nella sua modernità e profondità psicologica – , Ninfee nere di Michel Bussi – non lo conoscevo e questo mi è piaciuto parecchio – Fiori sopra l’inferno di Ilaria Tutti – chapeau! – e ho iniziato Mato Grosso di Ian Manook, un filo eccessivo in dialoghi e descrizioni, ma interessante. Vedremo il seguito.

Laura Costantini: Sara al tramonto di Maurizio De Giovanni, Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo, E Il buio addosso di Rebecca Panei. Ho appena finito Le visionarie. Raccolta di autrici del fantastico e fantascienza.

Giorgio Ballario: In questi giorni sto leggendo “La paura nell’anima” di Valerio Varesi; ho appena finito un romanzo storico-noir sulla guerra civile spagnola, “Perros que duermen” di Juan Madrid; ho in previsione la lettura di due regali natalizi: “La lupa” di Piernicola Silvis e “L’ultima carta è la morte” di Perez Reverte. E anche “Luna di miele” di Scerbanenco (fra le letture imminenti).

Stefano Di Marino: Le sang di bourreau di Danielle Thiery.

Rocco Ballacchino: Sto leggendo POLVERE di Enrico Pandiani.

Davide Schito: Furland di Tullio Avoledo.

Veronica Tomassini: La sostanza di Nino Marino, vecchissima edizione Rizzoli.

Giancarlo Vitagliano: Appena finiti Erri De Luca Il giro dell’oca, bello e ben scritto (anche se non proprio del mio genere).

Raffaella Ferrari: Sto leggendo “Non è stagione” di Manzini. Amo i gialli, leggerli, oltre che scriverli.

Giusy De Nicolo: Il tribunale delle anime di Donato Carrisi.

Loredana Lipperini: L’assassinio del commendatore di Murakami, perché sono in ritardo, Chilografia di Domitilla Pirro, ho finito Lucia Berlin, Sera in paradiso, bellissimo.

Luca Poldelmengo: Ho finito oggi L’uomo esterno di Altieri.

Nicola Lagioia: In questo preciso momento, per l’ennesima volta, “Aurore d’autunno” di Wallace Stevens. Fino a qualche settimana fa, ancora una volta, “Conversazione ne la Catedral” di Mario Vargas Llosa. Momento di riletture. Lettura interessantissima di quest’anno (andiamo sulle cose più recenti) “Superintelligenza” di Nick Bostrom.

Alessandro Zannoni: Gillyan Flynn, Shirley Jackson, Luigi Bernardi.

Claudio Marinaccio:  adesso sto leggendo “Tutti i racconti” di Flannery O’Connor. Bellissimi.

Fabio Novel: La bellezza di Aliya Whiteley. Shan di Eric Van Lustbader. Di China Mieville: Perdido Street station. Su Kobo Zappa e Spada, e mi appresto a iniziare di Wu Ming Proletkult a cui darò priorità, visto che è un regalo di Natale di mio figlio.

Giulia Ciarapica: io sto leggendo “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson.

Gilda Policastro: Jean Santeuil di Marcel Proust.

Franco Limardi: Jim Thompson “Un uomo da niente”.

Stefania Auci: Sto centellinando la saga dei Cazalet e la alterno con quella di BlackFriars di Virginia de Winter, che in verità è una rilettura.

Giuseppe Merico: 22/11/`63 di Stephen King.

Nicola Manuppelli: L’autobiografia di Michelle Obama “Becoming“, “Il cervello di Alberto Sordi” di Tatti Sanguinetti, rileggendo “L’amico americano” di Patricia Highsmith e in audio book il primo Harry Potter letto da Pannolino.

Piersandro Pallavicini: Jonathan Coe, Middle England, ho il libro in mano in questo momento!

Wlodek Goldkorn: Rileggo Philip Roth.

Patrizia Debicke: Appena finito Mukherjee. Bello! E Frascella divertente.

Giordano Tedoldi: Sto rileggendo un capolavoro della letteratura americana del Novecento, credo però inedito in Italia (lo sto leggendo in americano): “Narrow rooms” di James Purdy. L’avevo già letto molti anni fa ma poiché l’editore americano che lo ripubblica mi ha chiesto di scrivere un’introduzione, lo sto rileggendo, e lo sto trovando addirittura migliore di come lo ricordavo. Un romanzo implacabile e profondissimo che ricorda una tragedia di Eschilo.

Remo Bassini: Notti e nebbie, Carlo Castellaneta, Interlinea finito questo ho tre letture-riletture: I promessi sposi, Tarass Bulba, I ragazzi della via Paal. Sarà come leggerli la prima volta (anche se conosco la trama).

Alessandro Bastasi: Lo straniero di Camus.

Helena Janeczek: I Promessi sposi.

Mirko Zilahi de Gyurgyokai: Calvino, Gli amori impossibili. E l’ultimo di King.

Alessio Filisdeo: Al momento sto leggendo “Buona apocalisse a tutti!” di Neil Gaiman e Terry Pratchett.

Maurizio de Giovanni: Saggistica sul linguaggio non verbale. Per Sara.

Diego Di Dio: Formicae di Piernicola Silvis.

Patrizia Calamia: Una donna di troppo di Enrico Pandiani e Kingdom of Ash di Sarah Maas (si, lo ammetto: in genere leggo due libri contemporaneamente).

Martino Sgobba: Addio fantasmi di Nadia Terranova.

Monica Bartolini: Non ci crederai ma sto leggendo alcuni racconti di Sherlock Holmes (quindi Conan Doyle, Three stories of detection) in lingua originale! È un pò come “sciacquare la lingua” nel Tamigi! Atmosfera, suspance, deduzioni, la totale assenza di mezzi scientifici, insomma l’abc del giallo classico dopo aver scritto una recensione tanto tecnica sul libro AMNESIE, dalla strage di Erba al delitto di Cogne.

Marilù Oliva: Sto rileggendo Le nozze di Cadmo e Armonia, perché è uno dei miei libri preferiti e ogni tanto sento il bisogno di rileggerlo.

Antonio Paolacci: The Outsider, di Stephen King.

Enrico Pandiani: L’unica storia, di Barnes, Proletkult, di Wu Ming, Tra due mondi, di Olivier Norek e Inviata speciale di Jean Echenoz.

Enrico Remmert: Thom Jones – Sonny Liston era mio amico.

Cristiana Astori: Sto leggendo In fondo è una palude di Seba Pezzani su Joe Lansdale.

Paola Rambaldi: Léo Malet – Nestor Burma e il mostro. Non avevo mai letto niente di suo, lo conoscevo solo di nome. Mi piace. Sul retro di copertina qualcuno ha scritto “Meglio di Simenon”. Malet mi piace, ma Simenon continua a piacermi di più.

Luigi Romolo Carrino: Cristiano Galbiati, Le entità oscure, Feltrinelli.

Giuseppe Culicchia: Filippo Ceccarelli, Invano.

Igiaba Scego: Il fucile da caccia di Inoue Yasushi – Adelphi Edizioni, l’ho finito ieri.

:: Arma infero 1: Il maestro di forgia di Fabio Carta (Inspired Digital Publishing, 2015) a cura di Fabio Orrico

29 dicembre 2018 by

Arma inferoL’interessante libro di Fabio Carta ha forse il solo torto di chiudere con un finale decisamente aperto ma è un torto molto relativo, nel senso che appare tale solo a chi non ha dimestichezza con le saghe fantasy, quasi sempre declinate in trilogie se non in serie di volumi ancora più corposi (chi scrive, ahimé, appartiene alla categoria). A parte questo, ci troviamo di fronte a un perfetto meccanismo narrativo e spettacolare, ponderoso nella sostanza e austero nella forma.
Arma infero 1: Il maestro di forgia è il primo di tre volumi. Gli altri due si intitolano I cieli di Muareb e Il risveglio del Pagan. La polarità entro cui si muove il libro di Carta è data da un lato dalla fantascienza e dall’altra dall’heroic fantasy. Generi che non di rado si dimostrano complementari anche se forse non è così automatico che avvenga. Forse solo Ursula Le Guin e, in parte il Frank Herbert di Dune, si sono mossi con successo su questa strada e non è un caso che Fabio Carta indichi Herbert tra i suoi maestri riconosciuti.
La vicenda si svolge su Muareb, pianeta anticamente colonizzato dall’uomo e ora in rovina (come, d’altra parte, molte cose toccate dalle magnifiche sorti e progressive degli esseri umani). La storia è narrata in prima persona dall’anziano Karan che, in un panorama di macerie, rivive la sua giovinezza accanto al guerriero Lakon, la cui formazione umana e militare lo porterà, occupando il filone narrativo principale, a diventare maestro di forgia, cioè tecnocrate e guerriero. Un procedimento retorico che ricorda Conan il barbaro di John Milius, film che pur essendo tratto da uno dei padri nobili (ma anche tra i più scapestrati e originali) del fantasy e cioè Robert E. Howard, si riconnetteva con questo espediente retorico a Joseph Conrad e alle sue narrazioni coloniali. In fondo anche quello di Fabio Carta è un viaggio nel cuore di tenebra di una civiltà. Nel descrivere Muareb, i suoi eserciti e le sue guerre, la sua tecnologia insieme rudimentale e sosfisticatissima, spesso basata sulla fusione di umano e meccanico, è in fondo sempre del conflitto dell’uomo contro l’uomo che si parla. Posizione di accorato umanesimo che però non chiude gli occhi di fronte ai soprusi e alle brutture.
Arma infero 1: Il maestro di forgia è un libro torrenziale e stratificato dove l’azione e l’avventura non mancano. Ad appesantirlo, a tratti, c’è forse la necessità di descrivere compiutamente il mondo che Carta va via via tessendo sotto i nostri occhi. Mi chiedo se la stessa vividezza sarebbe stata possibile chiedendo un atto di fede al lettore relativamente alla possibilità di immaginare la realtà raccontata e lavorando in modo più spregiudicato sull’ellisse. In ogni caso, i pezzi di bravura disseminati nelle oltre seicento pagine, non sono pochi e la voce di Karan, mediata dal tempo perduto, è capace di far risuonare un epos oscuro e coinvolgente, carico di una disperazione saggia ma mai arresa.

:: Da grande di Jami Attenberg (Giuntina 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 dicembre 2018 by
Da grande

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Titolo originale All Grown Up, Da grande di Jami Attenberg, tradotto per Giuntina da Viola Di Grado, ci porta nella Grande Mela a conoscere Andrea Bern quarantenne single, in analisi, ebrea, artista mancata, con un lavoro che non ama che comunque le dà una relativa indipendenza economica, una collezione di uomini sbagliati, una madre presente ma complicata, un fratello amatissimo con una figlia piccola malata dalla nascita, e il fantasma del padre musicista tossicodipendente morto di overdose.
Jami Attenberg ci parla di Andrea in prima persona (tranne il primo racconto L’appartamento in cui usa il tu) e ci racconta la sua vita utilizzando una tecnica frammentaria tra il flusso di coscienza, la parodia e il memoir, in un collage di racconti brevi, senza continuità temporale, mischiando passato e presente, con lei sempre protagonista e gli altri personaggi dalla migliore amica, alla madre, alla cognata, al fratello, ai suoi vari ex sullo sfondo un po’ defilati ma sempre necessari per la costruzione della sua identità.
Crescere, diventare grande, (perché tutti cresciamo) sembra per Andrea un’esperienza più complicata e difficile che per gli altri, che necessita più tempo, dilatando le consuete tappe di passaggio, rifiutando le convenzioni sociali, (presenti pure nella libera e emancipata New York), e se tutti diventano grandi conquistando un lavoro, sposandosi, mettendo al mondo dei figli, Andrea diventa grande non mettendo più al centro di tutto sé stessa, ma imparando ad amare e a perdere chi ama, come nel catartico e commovente finale, in cui troviamo un’ Andrea finalmente adulta e pronta ad affrontare il resto della sua vita.
Quasi ritratto generazionale, in molte si riconosceranno in Andrea Bern, Jami Attenberg ci porta a provare empatia per un personaggio in realtà ben poco amabile, un collage di difetti, di egoismo, di superficialità perlomeno sentimentale, un concentrato di incapacità: incapace di combattere per realizzare il suo vero io, incapace di mettere a frutto il suo talento artistico, incapace di perdonare la madre, ma soprattutto incapace di perdonare sé stessa.
Con la sua penna affilata, anche quando si concede attimi di tenerezza, Jami Attenberg costruisce un personaggio femminile incredibilmente realistico e sfaccettato, giocando molto con il doppio legame tra autore e personaggio, ovvero con l’illusione che l’autrice parli di sé quando ci parla di Andrea.
L’immedesimazione sembra quasi totale, per poi invece dare ad Andrea un’ identità tutta propria, unica se vogliamo. Tutto in un gioco di specchi altamente sofisticato che prende a piene mani dai sogni e le illusioni della sua generazione, apparentemente ribelle e ostile a vincoli e tradizioni, ma in realtà proiettata verso un’ effimera e fragile felicità, comune a tutte le generazioni.

Jami Attenberg (1971) è autrice di cinque romanzi. Laureata alla John Hopkins University, collabora con riviste e giornali tra cui il New York Times e Nerve. Dei Middlestein (Giuntina, 2014) Jonathan Franzen ha scritto: “I Middlestein mi hanno conquistato fin dalle prime pagine, e una volta giunto alle ultime ho ammirato la compassione di Jami Attenberg e la sua maestria nel saper raccontare una storia”.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Chiara di Casa Editrice Giuntina.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Mariagrazia Villa, autrice di Professione Food Writer, a cura di Giulietta Iannone

26 dicembre 2018 by

copertina_M.Villa_Benvenuta Mariagrazia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso professionale.

R: Ho una formazione scolastica e professionale che, apparentemente, sembra incongruente, ma se mi volto indietro, posso unire i puntini e vedere un’immagine di me del tutto coerente con chi sono ora. Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa: la laurea in architettura mi ha trasmesso l’attitudine a vedere ogni attività come un progetto; la collaborazione ventennale, come giornalista culturale, con Gazzetta di Parma e altre testate locali e nazionali, mi ha preparato al valore della parola scritta; la pratica, come foodwriter, per uno dei più importanti gruppi alimentari italiani, mi ha permesso di approfondire la creatività e la passione per l’enogastronomia; la docenza universitaria in etica della comunicazione allo IUSVE mi consente ogni giorno di riflettere sulle responsabilità che abbiamo, ogni volta in cui entriamo in relazione con gli altri.

È l’autrice di Professione Food Writer: Ricettario di scrittura con esercizi sodi strapazzati e a la coque, edito da Dario Flaccovio Editore, il primo manuale italiano dedicato appositamente al food writing. Ci parli di come è nata l’idea di scrivere questo libro.

R: Da qualche anno, desideravo mettere nero su bianco quanto ho imparato nella mia lunga esperienza di scrittrice enogastronomica e di docente al master Food & Wine 4.0 – Web marketing and Digital communication dello IUSVE, dove non insegno solo Sostenibilità agroalimentare e conscious eating, ma conduco anche un laboratorio di Food Writing and Web Content Management. L’obiettivo del volume è fare in modo che chiunque voglia diventare food writer o desideri migliorare la propria professione, sotto l’aspetto della cura dei testi, possa trovare tanti utili suggerimenti e consigli testati sul campo. Ragiono come uno chef, infatti: quando scrivo un manuale, non propongo una ricetta, se prima non l’ho realizzata di persona e non mi sono accertata che effettivamente funzioni.

Perché secondo lei questo ritardo in lingua italiana? Prima erano presenti manuali similari adatti perlopiù al mondo statunitense, o perlomeno di lingua inglese. La realtà italiana è particolare e le sue indicazioni e i suoi consigli sono pertinenti proprio alla nostra terra, patria dopotutto della cucina mediterranea.

R: Credo che, paradossalmente, il motivo stia proprio nel fatto che la nostra terra è la patria della cucina mediterranea. Come ha osservato Maria Pia Favaretto, la pubblicitaria ed esperta di communication strategy, durante la presentazione del mio libro a Venezia, il ritardo di un manuale come il mio in Italia è forse da attribuirsi al fatto che chi è completamente immerso in un contesto ritiene di conoscerlo a menadito e di saperlo anche raccontare alla perfezione. Pertanto, può essere che nel nostro Paese non si sia sentita finora l’esigenza di migliorare la scrittura enogastronomica, nell’illusione di non averne necessità. In realtà, penso ce ne sia un gran bisogno. Come spesso accade, essere troppo dentro una situazione ci rende ciechi e talvolta incapaci di evolvere.

Non solo un manuale di cultura enogastronomica, ma proprio un manuale di scrittura, che può essere usato trasversalmente da tutti coloro che scrivono per lavoro. Ci sono indicazioni ed esercizi pratici con i tempi di esecuzione. La sua dimensione di insegnante ha prevalso?

R: Essere un’insegnante ha senz’altro condizionato la struttura di questo volume, che prevede anche una quarantina di esercizi di scrittura creativa e logico-razionale per approfondire la propria scrittura, dallo stile al metodo. È un vero e proprio manuale, che può servire, come lei giustamente osserva, a chiunque scriva di mestiere. La food writing è una delle molte scritture professionali che caratterizzano il nostro tempo, ma le indicazioni e gli esercizi proposti nel libro possono essere declinati ad ambiti differenti da quello enogastronomico ed essere ugualmente utili.

Grazie al digitale ormai le professioni legate al food writing sono innumerevoli, e occupano per la gran parte donne, in che misura pensa questo filone abbia aiutato a svilupparsi il lavoro femminile?

R: Dall’avvento dei blog ai social network, effettivamente le donne hanno assunto un peso via via maggiore nella creazione e nel mantenimento di un proprio personal brand in rete. È interessante notare che, se ancora oggi la maggior parte degli chef è di sesso maschile, la maggior parte dei food blogger, dei food writer e dei food influencer è donna. Non so se questo corrisponda a un maggior sviluppo del lavoro femminile, in termini di retribuzione economica e di riconoscimento sociale, ma sul piano dell’autoaffermazione certamente sì. A patto, naturalmente, che scrivere di cibo sul web non diventi una sorta di uncinetto 2.0, ma una reale professione, per la quale curare la scrittura è fondamentale.

Scrivere in modo professionale implica tante competenze, che consigli darebbe a chi ha ancora una approccio diciamo amatoriale ma vorrebbe accostarsi al professionismo?

R: Consiglio di studiare, studiare, studiare. Che significa leggere buoni libri, seguire le conferenze o i corsi di autori capaci, confrontarsi con scrittori già affermati. E, soprattutto, ricordarsi del Nulla dies sine linea, massima attribuita da Plinio il Vecchio al pittore Apelle, quel figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo eccetera eccetera, ossia di non far trascorrere nemmeno un giorno senza scrivere: l’allenamento quotidiano è fondamentale! Anche se dobbiamo preparare la lista della spesa, cerchiamo di scriverla bene e, perché no, con un guizzo creativo.

Utilizza un approccio informale e anche divertente, se pur rigoroso. Perché questa scelta? Pensa che l’umorismo aiuti di più a veicolare concetti anche seri?

R: L’umorismo è vitale e, soprattutto in un campo come l’enogastronomia, tradizionalmente legato alla gioia dei sensi, non deve mai essere dimenticato. In generale, comunque, ritengo che l’ironia sia una grande maestra: ci permette di vedere il mondo da altri punti di vista e di rovesciare pregiudizi e falsificazioni. Non è un caso che, nella cultura dei nativi americani, il Sacro Buffone, l’Heyoka, sia colui che permette al ricercatore spirituale di arrivare più velocemente alla verità.

Nell’ultimo capitolo Tiramisù perbene con peccato di gola, dà voce alla dimensione etica di questo affascinante mestiere. Insomma il cibo non è solo gusto, nutrimento materiale, al massimo golosità, ma ha una dimensione realmente spirituale, perlomeno rituale. Ha inoltre un valore culturale, e anche religioso. Come sintetizza tutta questa complessità?

R: Il cibo ci sostiene, e non sostiene solamente il nostro corpo, ma anche la nostra anima. È una constatazione a cui sono arrivate tutte le tradizioni spirituali del mondo. Non a caso, l’atto del nutrirsi è un atto rituale in tutte le culture. Solo la nostra, sempre più mondana, ha confinato il momento del pasto a una mera attività pratica, più o meno gaudente, senza rintracciarne più alcun significato simbolico e interiore. Poiché il cibo è anche nutrimento per lo spirito, la sua costituzionale dimensione etica risulta fondamentale e inalienabile. La stessa affermazione vale per la comunicazione che non può non essere moralmente qualificata e, come ho messo in luce nel mio manuale “Il giornalista digitale uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”, edito da Dario Flaccovio Editore nel 2018, deve utilizzare le opportunità della rete per migliorare.

Siamo quello che mangiamo, molte malattie dipendono da ciò che mangiamo, pensa anche lei che i cibi bio dovrebbero essere i solo commercializzabili o è un idea troppo estremista?

R: Credo che prima o poi dovremo tutti ritornare al cibo prodotto dalla terra. Siamo invasi da cibi di produzione industriale, ottenuti da un’agricoltura convenzionale che non rispetta la natura e da una zootecnia intensiva che non rispetta il benessere degli animali. Ci stiamo nutrendo di un cibo vuoto e abbiamo bisogno di ritornare a un cibo pieno. La scelta dell’agricoltura biologica è senz’altro la strada che ci permetterà di rimettere contenuti nutrizionali, organolettici e anche spirituali nel nostro cibo quotidiano.

La coscienza ecologica ovvero l’attenzione per l’ambiente quanto gioca in queste professioni legate al food & beverage?

R: Oggi è impensabile essere dei food writer senza una coscienza ecologica. La sostenibilità economica, sociale e ambientale del cibo è la base da cui partire per raccontare l’enogastronomia. Non serve più valutare se un piatto è buono oppure no, se le materie prime sono fresche e di qualità oppure no, se uno chef è sperimentatore oppure no; serve indagare il perché profondo di un piatto: la sua storia, la sua preparazione, la sua influenza sulla nostra salute e su quella del pianeta. Il cibo è in relazione con tutti gli esseri viventi, e chi si occupa di food writing non deve mai dimenticarsene.

La fame nel mondo è ancora lontana da essere debellata, e ormai la denutrizione si sta diffondendo anche nei paesi così detti del primo mondo. Ormai cibarsi sta diventando quasi un privilegio: poter mangiare tre pasti al giorno, poter mangiare cibi sani, acqua pulita non contaminata da plastiche o additivi vari. Cosa può fare un food writer a questo proposito?

R: Un food writer può contribuire a rendere le persone più consapevoli che l’atto alimentare non è più – semmai lo è stato – un atto privato, ma un atto pubblico. Ogni volta in cui scegliamo di mangiare un determinato cibo, influiamo direttamente sui sistemi di produzione, di commercializzazione e di comunicazione di quel cibo. Abbiamo un grande potere, anche grazie alle nuove tecnologie digitali che ci permettono di comunicare con le aziende, e dovremmo esercitarlo, proprio per migliorare la qualità di vita nel mondo. In particolare, di quello in cui non si mangia a sufficienza o non si ha ancora accesso a cibi nutrienti e salutari.

Per concludere, ringraziandola del suo tempo e della sua disponibilità, vorrei che mi elencasse quali sono le tre doti principali che dovrebbe avere un food writer, e cosa pensa i giovani stiano apportando a questo mondo vasto e variegato.

R: Sono io che ringrazio Liberi di scrivere per questa bella intervista! Di doti, il food writer ne deve possedere tante, proprio perché il cibo coinvolge un universo amplissimo. Per rimanere sul piano della scrittura: non utilizzare troppi aggettivi, che considero il vero crack della food writing; non adottare un linguaggio generico, ma cercarne uno specifico, come qualsiasi scrittore professionale dovrebbe fare; essere onesto e trasparente con se stesso e con gli altri perché senza una missione etica non potrà mai andare da nessuna parte, anche se dovesse avere molto successo. Per quanto riguarda i giovani, da quest’anno insegno Giornalismo enogastronomico all’Università di Parma e posso dire che i ragazzi stanno apportando a questa professione molto entusiasmo; confido che siano anche in grado di convogliarlo in una scrittura innovativa, efficace ed eticamente sostenibile.

C’è infine un indirizzo che vuole segnalare dove i suoi lettori la possano contattare?

R: Curiosamente, non ho un blog personale perché non avrei il tempo di seguirlo come vorrei. È possibile, però, trovarmi su Facebook, su Instagram e su LinkedIn e all’indirizzo: gdigiornalismo@gmail.com. Con i miei tempi, confesso non sempre rapidi, riesco a dare risposta a tutti. E sono felice di aiutare, per quel che posso, chiunque voglia chiedermi suggerimenti o consigli di scrittura. Che si tratti di scrittura enogastronomica o di scrittura tout court.

:: Cosa l’amore può fare, Louisa May Alcott, (Einaudi Ragazzi, 2018) a cura di Viviana Filippini

26 dicembre 2018 by

s“A Natale sono tutti più buoni” così si dice e nel libro “Cosa l’amore può fare” di Louisa May Alcott edito da Einaudi Ragazzi, si trova conferma di quello che è diventato un dire comune. Protagoniste della storia due sorelline -Dolly e Grace- che vivono in condizioni economiche precarie. Sono orfane di padre, la madre lavora e loro due, con le loro manine bambine, hanno cucito tante camicie per racimolare qualche soldino e comprare cibo ai fratellini. Le ragazzine, nel loro lettino, prima di dormire, parlano delle loro preoccupazioni senza accorgersi che le pareti tra un appartamento e l’altro non sono poi così spesse. Le chiacchiere delle bambine vengono udite da Miss Kent, una vicina di casa che non esiterà a fare qualcosa per Dolly e Grace. Il libro della Alcott è una bella storia di Natale, dove la solidarietà e l’aiuto reciproco scorrono tra tutti i vicini di casa delle due bambine, i quali non esiteranno ad unire le loro forze per rendere speciale il Natale delle sorelle. Ogni persona che conosce Dolly e Grace compirà piccoli gesti solidali, facendo regali di Natale utili, dolci e squisiti e mettendo da parte le differenze sociali in nome della solidarietà verso il prossimo meno fortunato. Il libro della Alcott è sì una storia per bambini, ma è ideale anche per gli adulti per riscoprire nei nostri cuori i buoni sentimenti. In “Cosa l’amore può fare” Louisa May Alcott, nella nuova traduzione di Viviane Lamarque, con illustrazioni di Sara Not, ci invita riscoprire il valore del bene, a guardarci attorno per comprendere quali sono i veri sentimenti delle persone, per capire quali sono i loro bisogni ai quali, anche con piccoli gesti, provare a porre rimedio. Dai 7 anni.

Louisa May Alcott (1832-1888), scrittrice statunitense, era figlia del filosofo e pedagogista Amos Bronson Alcott, e allieva di H. D. Thoreau e di R. W. Emerson.
Per Einaudi è stato pubblicato il romanzo Piccole Donne (2011) e, in un unico volume, I quattro libri delle piccole donne (ultima edizione, ET Biblioteca 2017).

Source inviato dall’editore al recensore. Grazie a Anna De Giovanni dell’ufficio stampa.

:: L’amica del cuore di Sarah Pinborough (Piemme 2018) a cura di Federica Belleri

24 dicembre 2018 by

44Dopo il bestseller “Dietro i suoi occhi” torna l’autrice inglese Sarah Pinborough con un nuovo thriller magnetico. Torna con una storia di donne, di amore e dolore, verità e bugie. Donne protagoniste come Lisa che non ama apparire in foto e non ha un profilo social; Lisa che vuole proteggere sua figlia e desidera per lei un futuro bello e luminoso ma ha paura e si ritrova a controllarla ogni volta che può; fatica a lasciarla crescere, a permetterle di andarsene.
Donne come Ava, che ha appena compiuto sedici anni e ha bisogno di sentirsi come le amiche del gruppo delle “Stronzette”; Ava, che vuole essere indipendente da sua madre e scoprire il mondo, che adora i social ma non sa farne un uso corretto.
Donne come Marylin, amica fidata e sensibile, in grado di portare equilibrio dove non c’è; legata a Lisa anche dal punto di vista professionale e con una pazza voglia di vedere la sua migliore amica sorridere, una buona volta.
In questo thriller si entra fin dall’inizio senza possibilità di uscirne. Si viene catturati dalla forza e dalla debolezza delle protagoniste, si prova immediata empatia per ciò che rappresentano. Provano affetto e amore, ma allo stesso tempo ne sono terrorizzate perché hanno ricevuto in cambio solo schiaffi. Morali e materiali. Hanno voglia di fare l’amore, ma hanno paura del sesso. Faticano a dare il giusto valore a ciò che possiedono e si guardano spesso alle spalle…
La storia creata dall’autrice permette ai personaggi di parlare di sé, al presente e al passato. Fra delusioni e vittorie, sorrisi e lacrime.
L’amica del cuore trascina il lettore in una spirale di parole in bilico tra ciò che è vero e ciò che è folle, tra il passato e il presente. È una storia di rabbia e di difesa a causa di chi non rivela la propria identità. È la mancanza di una famiglia, che brucia nel petto più del fuoco. Perché la reputazione di una persona è importante e riuscire a mantenerla integra è uno stato mentale in grado di devastare l’anima. Perché gli occhi degli altri vedono soltanto ciò che è semplice e comodo. Perché credere a un articolo di giornale o a un servizio in tv è molto facile.
L’amica del cuore, storia di un mondo sommerso …
Splendido. Buona lettura.

Sarah Pinborough Dietro i suoi occhi è il suo primo thriller psicologico, in corso di pubblicazione in venticinque Paesi e rappresentato dagli stessi agenti di Paula Hawkins. Uscito in Inghilterra a inizio 2017, ha raggiunto immediatamente il primo posto assoluto della classifica del Sunday Times, e a seguire è stato un bestseller in America, diventando a tutti gli effetti il fenomeno letterario dell’anno e facendo della sua autrice la nuova maestra del thriller psicologico anglosassone. Sarah scrive molto anche per la tv ed è autrice di diversi, pluripremiati romanzi YA tra cui Thirteen Minutes – Tredici minuti, che diventerà una serie tv per Netflix. Vive a Londra.
Con Piemme ha pubblicato Dietro i suoi occhi (2017), L’amica del cuore (2018).

Fonte: acquisto personale.

Giappomania di Marco Reggiani con le illustrazioni di Sabrina Ferrero (Rizzoli, 2018) a cura di Elena Romanello

24 dicembre 2018 by

image003Da molti anni ormai nel nostro Paese c’è un interesse in costante crescita per il Giappone, Paese lontano da noi geograficamente e linguisticamente, ma che esercita un sicuro fascino sia per i suoi aspetti più tradizionali, dalle arti marziali all’ikebana, sia per quelli più moderni, dai videogiochi ai manga.
Giappomania, libro illustrato su testi di Marco Reggiani si pone in maniera un po’ diversa rispetto ad altri studi in tema, presentando un viaggio in vari aspetti del Paese del Sol levante, con tavole colorate schematiche che raccontano un mondo, come futura guida per visitarlo ma anche come utile e colorato compendio per conoscerlo meglio.
Tra le pagine si viene trasportati nelle vie di Tokyo, si scoprono alcune regole fondamentali dell’etichetta giapponese, si parla di cibo, che ha altre specialità oltre il celeberrimo sushi, si scoprono le feste tradizionali giapponesi, tantissime e anche molto curiose perché derivano da varie tradizioni, ci si confronta con la lingua, complessa ma che attira sempre più studiosi, si parla delle varie arti tipiche e degli oggetti, antichi e modernissimi, dai kimono al kawai, dagli origami ai manga.
Non manca un itinerario in alcuni luoghi iconici dell’arcipelago, come il monte Fuji, la foresta di Ise, il lago Biwa, la città gioiello Kyoto, Nara con i suoi cervi, la caotica Osaka e la città martire Hiroshima, di modo da potersi già costruire un percorso per un futuro viaggio.
Giappomania, colorato e simpatico, è un libro per chiunque ami il Giappone, sia perché ci è stato sia perché sogna di andarsi, in qualunque modo abbia scoperto questo mondo fantastico, tanto lontano e tanto vicino a noi, ma è anche un libro per chi vuole sapere di più, in maniera divertente e originale, su un Paese che da decenni influenza il nostro immaginario, e che tra l’altro ama molto il nostro di Paese.
Un libro per un pubblico vario e curioso, per giovani e non solo, con tante suggestioni, scoperte e spunti su cui costruire o consolidare la propria passione.

Marco Reggiani, nato a Modena, si è laureato in Architettura e Ingegneria Edile all’Università di Bologna. Dopo aver ottenuto una scholarship dal MEXT (Ministero dell’Istruzione, della Scienza, dello Sport e della Cultura giapponese), nel 2014 è partito alla volta del Giappone dove ha conseguito un dottorato in Architettura all’Università di Tokyo (2018). Appassionato di luoghi e identità urbane, la sua attività didattica e di ricerca si concentra sull’analisi dello spazio urbano di Tokyo alla scoperta della mutevole e contraddittoria natura della capitale del Sol Levante.

Sabrina Ferrero, nata a Torino nel 1981, da dieci anni vive a Perugia. Lavora come graphic designer e illustratrice ed è autrice del blog Burabacio (in torinese “scarabocchio”). Ha illustrato e impaginato libri per bambini e ragazzi. Per Mondadori Electa ha illustrato La mia Milano, Conosciamoci meglio, Senza filtri e 100 racconti per bambini coraggiosi.

Provenienza: pdf inviato dall’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Ora dimmi di te. Lettera a Matilda di Andrea Cammilleri (Bompiani, 2018) a cura di Daniela Distefano

24 dicembre 2018 by

ANDREA CAMMILLERI - Ora dimmi di teÈ Natale, e la fine dell’anno. Tempo di bilanci come quelli che fa in questo libro lo scrittore Andrea Camilleri. Rivolgendosi alla nipotina, il papà del commissario Montalbano traccia una parabola della propria esistenza, senza recriminazioni o troppi rimorsi.

Ma perché sento il bisogno impellente di scriverti? Rispondo alla mia stessa domanda con una certa amarezza: perché ho piena coscienza, per raggiunti limiti di età, che mi sarà negato il piacere di vederti maturare di giorno in giorno, di ascoltare i tuoi primi ragionamenti, di seguire la crescita del tuo cervello. Insomma, mi sarà impossibile parlare e dialogare con te. Allora queste mie righe vogliono essere una povera sostituzione di quel dialogo che mai avverrà tra di noi. Perciò, prima di tutto, credo sia necessario che io ti dica qualcosa di me”.

Tra gioie e dolori, buona parte della sua clessidra, che tutti abbiamo a disposizione in questo mondo, è trascorsa bypassando le dannazioni irrimediabili.

Non vorrei che ti facessi di me un’idea errata. Anche io ho commesso errori, anche io ho sbagliato, ma ho sbagliato, credimi, non sapendo di sbagliare. Certe volte ho avuto torto, però quando me ne sono reso conto, ho domandato scusa. Anche io, soprattutto nel periodo della giovinezza, ho detto delle menzogne. Menzogne, attenzione, non falsità. Poi ho smesso e ho detto sempre la verità, non per un fatto etico ma perché avevo potuto sperimentare che dire la verità era il modo più comodo per uscire da certe situazioni incresciose. La menzogna, per poterla sostenere nel tempo, comporta la necessità di dire altre menzogne e ci fa entrare così in un labirinto tortuoso che sembra non avere vie di uscita. La verità invece è come un punto fermo. Oltre non si può andare. Può produrre situazioni di rottura, può produrre la fine magari di un’amicizia o di un rapporto di lavoro ma comunque non può avere un seguito. La verità è sempre una”.

Forse il cammino è stato pieno di buche ma anche di salti stellari, ed è arrivato il successo a coronamento di una crescita interiore, non solo materiale.

Altra idea errata che tu potresti farti leggendo queste mie parole non è che l’età mi abbia reso alquanto pessimista. Non è così, io non patisco dell’ ”umore nero del tramonto” di cui scriveva Alfieri. Credo di non avere nessun rimpianto per il tempo passato, non ho mai detto la frase che è sulla bocca di molte persone di età avanzata, quella che comincia con “Ai miei tempi…”, anzi credo che la vecchiaia mi stia dando un certo ottimismo. Il fatto è che io credo nell’umanità, io ho fiducia nell’uomo”.

Cosa dire ai ragazzi del pianeta?

Ai molto giovani, che mi vengono a trovare in questi ultimi tempi domandando consigli, io rispondo che hanno un preciso dovere: quello di fare tabula rasa di noi. Noi oggi siamo dei morti che camminano. Morti nel senso che le nostre convinzioni appartengono a un tempo che non ha futuro, quindi “lasciate che i morti seppelliscano i morti. I giovani hanno in loro la capacità di far questa tabula rasa e di ridare alla politica la sua etica perduta. Sono certo che questa mia fiducia non sarà tradita”.

Questo volumetto ci spiega la strada che ha percorso un uomo dal destino speciale; ognuno tragga le conclusioni che più ritiene idonee, più giuste per imparare a cogliere i preziosi suggerimenti impliciti. Da vero affabulatore dei nostri giorni, Camilleri incanta con le sue storie, ed invita a riflettere con beffarda bonarietà, a sperare, a non abbandonarsi alla viltà delle sconfitte, anche queste sono pietre che consentono di attraversare il personale fiume della vita.

Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925. Padre del Commissario Montalbano e di innumerevoli altri personaggi e racconti, tradotto in tutto il mondo, dopo una vita dedicata al teatro è diventato il più amato scrittore italiano.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Bompiani”.

Il futuro è adesso, il grande libro della fantascienza di Carmine Treanni (Homo Scrivens, 2018) a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2018 by

255_treanniLa fantascienza continua a piacere e ad affascinare, anche se negli anni è profondamente cambiata, raccontando nuove storie spesso metafora dell’attualità  e conquistando le nuove generazioni con eroi e vicende nuove, usando tutti i mezzi disponibili, da quelli più antichi come la parola scritta a quelli più moderni come il videogioco, per raccontare storie.
A questo genere che continua ad avere molto da dire e che si rinnova in continuazione è dedicato il bel saggio dell’esperto Carmine Treanni uscito per Homo Scrivens, Il futuro è adesso, il grande libro della fantascienza, con uno strillo in copertina che racconta che all’interno ci sono 500 schede di romanzi, film, fumetti, serie TV, cartoni animati, videogiochi, musica e siti Internet, dalle origini ad oggi.
Effettivamente è davvero interessante e gratificante immergersi in queste pagine, avvincenti e divertenti, organizzate per percorsi tematici e all’interno di ciascuno cronologici, per scoprire davvero l’evoluzione di vari universi che dall’Ottocento ad oggi hanno accompagnato le vite degli appassionati, con particolare enfasi a quello che è giunto dai Paesi anglosassoni e in tempi più recenti dal Giappone, due mondi emblematici ancora oggi per la costruzione di un universo fantastico. Come sempre succede con questo tipo di libri, si scoprono nuovi titoli, che siano romanzi, antologie, racconti, film, fumetti, e si dà ordine ad una passione iniziata magari da ragazzini e sempre in cerca di nuovi spunti.
Tra l’altro, quello che rende il lavoro di Carmine Treanni prezioso e unico è l’aver messo insieme per quello che riguarda la letteratura romanzi, antologie e singoli racconti, spesso dei veri gioielli, oltre che di aver parlato di programmi radio, di canzoni e album musicali e di videoclip: cose magari meno note, soprattutto al grande pubblico ma sulle quali si fanno davvero scoperte interessanti.
Un libro curioso e ampio, in cui ogni appassionato troverà i suoi eroi e ne scoprirà di nuovi, in un percorso che invita a fare nuove ricerche, perché la voglia di giungere dove nessuno è arrivato prima c’è sempre negli appassionati di fantascienza. Il futuro è adesso si rivolge a varie generazioni di appassionati, parlando di opere ormai entrate nell’immaginario, anche molto recenti come i vari cinecomic dei super eroi, sia di titoli da riscoprire, soprattutto in ambito letterario e cinematografico ed è al momento nel nostro Paese uno dei libri più completi, se non il più completo, sull’argomento.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Carmine Treanni è giornalista e saggista, studia storia e forme della cultura di massa: dalla letteratura di genere al fumetto, fino alla televisione.
È da oltre dieci anni il curatore della rivista online di fantascienza “Delos Science Fiction” e dal 2012 è il direttore editoriale della casa editrice Cento Autori.

Armada di Ernest Cline (De Agostini 2018) a cura di Elena Romanello

21 dicembre 2018 by

4e978cad-813f-43fc-85f5-8b72db0f19c1Dopo il grande successo di Ready Player One torna in libreria Ernest Cline con un nuovo romanzo in cui si omaggia la cultura geek e nerd, Armada, con toni simili a quelli del libro precedente, ma con alcune novità, a cominciare dall’ambientazione contemporanea e non in un futuro distopico, anche se poi eventi fantastici irrompono in un tran tran abbastanza monotono.
Zack ha diciotto anni, vive una vita senza storia con la mamma infermiera, dopo la morte del padre, suo coetaneo all’epoca, quando aveva pochi mesi in un tragico incidente sul lavoro, con tanto di compagni bulli ed ex fidanzatina che gli ha preferito un altro. Le sue più grandi passioni sono i videogiochi e la fantascienza, ereditate da questo padre adolescente che non ha mai davvero conosciuto ma di cui ha venerato la memoria.
Un giorno però viene buttato in mezzo ad una di quelle avventure che sogna da sempre quando scopre, insieme a molti altri suoi coetanei, che l’immaginario fantascientifico e in particolare il videogame Armada sono stati usati per preparare i giovani terrestri ad un’invasione aliena, che sta arrivando ad ondate, con conseguenze disastrose e che bisogna ovviamente fermare, come avviene nei migliori videogames, film e telefilm.
Zack si troverà quindi catapultato in un nuovo mondo, diventando lui stesso protagonista e scoprendo novità che potrebbero sconvolgere la sua vita, anche perché gli alieni sembrano tutto tranne che pacifici.
L’immaginario dei videogiochi e della fantascienza ha accompagnato ormai più generazioni ed è giusto che si cominci a rifletterci sopra, e con la saggistica e con la narrativa: Ernest Cline sceglie una strada di meta narrazione, raccontando storie fantastiche che attingono in pieno a varie icone del passato e del presente, che è divertente scovare, a cominciare da due serie di culto come The X-Files Spazio: 1999. Tutto per raccontare una storia sull’archetipo dell’invasione aliena, presente nel fantastico dai primordi, con Wells, ma che funziona sempre, tanto che l’immaginario continua a proporlo periodicamente, forse perché dietro si nascondono tante nostre paure e la metafora della nuova Storia e della nostra condizione.
Armada è un libro da regalare ai ragazzi, certo, tra l’altro il suo stile è molto moderno ed immediato, ma piacerà anche ai ragazzi di ieri, come già succedeva a Ready Player One che sono cresciuti con un universo di storie che oggi è diventato moda e tendenza.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Ernest Cline è uno scrittore bestseller di fama internazionale, sceneggiatore, padre, e geek a tempo pieno. È autore di Ready Player One e co-sceneggiatore dell’adattamento cinematografico diretto da Steven Spielberg. I suoi romanzi sono pubblicati in oltre 50 Paesi e sono rimasti per 100 settimane nella classifica dei libri più venduti sul New York Times. Vive a Austin, Texas, con la sua famiglia, una DeLorean in grado di viaggiare nel tempo e una sterminata collezione di videogiochi vintage.

:: Respiro dello sciamano di Giuseppe Battaglia (Manni 2018) a cura di Nicola Vacca

21 dicembre 2018 by

gbGiuseppe Battaglia è uno psicanalista prestato alla poesia. In questi anni ha pubblicato alcune raccolte dedicandosi con cura alle parole.
Battaglia è un poeta che ama prendersi cura di quello che scrive. A lui interessa fare una poesia senza maschere.
Quello che apprezzo molto della sua poesia è l’autentica vocazione al dire senza mai nascondersi.
In questi giorni è uscito per Manni editori Respiro dello sciamano. Questo è senza dubbio il libro della maturità.
Il poeta sotto l’ira dell’inchiostro rovente si presenta nudo davanti alle parole. Egli scava per trovare una profondità nella parola aspra che sta sulla radura spoglia del tempo.
La vita è un mistero, compito del poeta (che è allo stesso tempo sciamano e veggente) è attraversare tutte le sue architetture contorte, insinuarsi nelle crepe del suo quotidiano equilibrio precario senza mai chiedere ragione al tempo del suo scorrere.

«Conoscersi / è il viaggio del poeta / irrequieto / per nascita o / per destino incerto».

Battaglia dà voce alle visioni annegate, come un filosofo insonne va per le strada con le sue ferite.
Incollato alla propria coscienza dalle sue stesse parole, il poeta scrive per non tacere davanti a tutto il fango che sporca l’esistenza.
Giuseppe Battaglia è un poeta della consapevolezza.
Davanti alla miseria del nulla non arretra.
Il vuoto ogni giorno avanza e comanda.
Il poeta davanti all’orrore del vuoto è lucido, rinuncia a posizioni nichiliste e si mette a scrivere poesie davanti alle fiamme che si propagano minacciose.
Respiro dello sciamano è il libro di un poeta che non ha paura di bere il vino amaro del suo tempo in cui si affacciano i mostri della coscienza. Ogni suo verso ci fa sentire addosso i brividi di un freddo che ci appartiene.
Giuseppe Battaglia apre il cassetto delle parole. Quelle parole, che hanno la volontà di potenza dei chiodi, sono diventate le poesie di questo libro.
Lascerà un segno la poesia senza maschere di un poeta che ha deciso di non tacere e di lottare contro i minuti di una civiltà impazzita.

:: Un’ intervista ad Antonio Zoppetti a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2018 by

antonio-zoppetti-etichettario-anglicismiBentornato Antonio su Liberi di scrivere, è passato circa un anno dalla nostra ultima intervista e ti ritrovo per l’uscita del tuo nuovo libro L’Etichettario – Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi per Cesati Editore. Diciamo un volume complementare a Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, un manuale dei sinonimi ma con un taglio più divertente, scanzonato, forse rivolto a un pubblico di lettori più giovane. Come è nata l’idea di scriverlo?

R: In Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare e a quantificare, con numeri e statistiche, l’anglicizzazione selvaggia della nostra lingua. Negli ultimi trent’anni il fenomeno ha oggettivamente superato i livelli di guardia, anche se la mia denuncia è un po’ in controtendenza rispetto al pensiero di molti studiosi che continuano a negare che ci sia un problema. Il pensiero dominante, però, è ormai sempre più in crisi: anche studiosi del calibro del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini o di Luca Serianni hanno espresso le loro preoccupazioni e nel 2015, in seno alla Crusca, è sorto il Gruppo incipit con lo scopo di proporre alternative italiane agli anglicismi incipienti, prima che si radichino definitivamente. In questo scenario, in Italia mancava un lavoro organico che quantificasse e catalogasse tutte le parole inglesi che circolano sulla stampa e nel linguaggio comune ed è per questo che ho provato a colmare questa lacuna. A settembre ho pubblicato in Rete il più grande lavoro di raccolta e classificazione attualmente esistente, il dizionario AAA, cioè delle Alternative Agli Anglicismi, che raccoglie ormai più di 3.600 parole inglesi. Da questo immane lavoro è nato l’Etichettario, un dizionario cartaceo dal taglio sbarazzino e divulgativo in cui ho scelto le 1.800 parole inglesi “imprescindibili”, cioè quelle più frequenti e che a tutti noi capita di usare o di sentire e leggere nella vita di tutti i giorni, volenti o nolenti. In questa selezione sono stati volutamente omessi i termini privi di alternative, come quark o rock, così come i tecnicismi o le parole troppo settoriali. Non c’è infatti alcuna pretesa di proporre sostitutivi in modo puristico, o di inventare parole che non siano in circolazione come il guardabimbi di Arrigo Castellani al posto di baby sitter. Accanto alle spiegazioni dei significati sono raccolte solo le alternative in uso o possibili. È insomma un manuale pratico, utile sia per capire le parole inglesi non sempre comprensibili a tutti (spin-off, quantitative easing) sia per ricordare gli equivalenti italiani che tendono a regredire davanti all’inglese anche quando esistono, per esempio competitor, che si può dire benissimo anche competitore, rivale, avversario

Quanto tempo hai dedicato alla stesura di questo libro? Quanto ti hanno impegnato le ricerche?

R: Le ricerche sono il frutto di due anni di lavoro. La stesura del libro è stata invece relativamente veloce: partendo dal mio mastodontico archivio, in un paio di mesi ho selezionato le parole più comuni, ho lavorato sulle definizioni e sulle alternative per renderle più affilate e incisive e ho consegnato tutto all’editore che ha fatto un meraviglioso lavoro di illustrazione, ricerca iconografica e impaginazione, per rendere il libro divertente e bello anche da guardare e da sfogliare.

Per spiegare in breve ai nostri lettori come è strutturato il libro che parole useresti?

R: È semplicemente un dizionario strutturato in ordine alfabetico per rintracciare una parola inglese di cui non si conosce il significato o di cui si cerca un sinonimo italiano. Ma il valore aggiunto sta nelle illustrazioni. Oltre a utile, le parole che meglio lo definiscono sono illuminante: i marshmallow nelle strisce di Charlie Brown erano tradotte con toffolette, e qualcuno le chiama anche cotone dolce, ma se accanto c’è l’immagine tutto diventa più comprensibile e immediato. Evocativo: non disclosure agreement è semplicemente una clausola di riservatezza, ma se è accostata a Stanlio e Olio che con il dito sulle labbra fanno shhh… ha tutto un altro impatto. Divertente: la vendita door to door non è altro che il porta a porta, ma se l’espressione è affiancata da Bruno Vespa nell’omonima trasmissione è impossibile non sorridere.

Leggendolo un dubbio mi ha attraversato la mente: ma conosciamo davvero il reale significato degli anglicismi che spesso usiamo anche a sproposito? Spesso sono addirittura delle storpiature, delle parole inventate non utilizzate nei paesi anglofoni. Questa improvvisazione non pregiudica anche la comunicazione? Non lo percepisci come un vero pericolo?

R: Spesso si ricorre all’inglese proprio per mascherare volutamente il reale significato delle parole, pensiamo a voluntary disclosure che suona bene rispetto a un più onesto ma meno funzionale condono, oppure a jobs act, a proposito di pseudoanglicismi, che poi ha rappresentato l’abolizione dell’articolo 18, dietro la manipolazione delle parole. Questo è il pericolo, ma c’è anche il ridicolo, per esempio nell’aumento della frequenza di parole come volley che sta soppiantando pallavolo. Crediamo di essere moderni o internazionali? Falso: in inglese si dice volleyball. E quando facciamo outing? Crediamo di elevare il registro rispetto a uscire allo scoperto o fare pubbliche ammissioni? Peccato che in inglese significhi rivelare l’omosessualità altrui, e senza il suo consenso. Così come testimonial in inglese non è un patrocinatore o sostenitore (dunque un padrino o una madrina) famoso, ma è un promotore comune, cioè un testimone; i personaggi noti che prestano la loro immagine sono endorser! La cosa importante sembra non che sia inglese, ma che “suoni” inglese per darci un tono, ciò ricorda l’alberto-sordità di Un americano a Roma, anche se fuori dal cinema c’è poco da ridere e tanto da vergognarci…

Quali anglicismi hai trovato più divertenti se non ridicoli durante le tue ricerche?

R: Quando abbreviamo spending review (che poi sarebbe semplicemente il taglio della spesa) in spending stiamo dicendo esattamente il contrario di quello che vorremmo esprimere. Per decurtare dovremmo dire semmai review, cioè revisione, se invece diciamo “la spending” stiamo indicando “la spesa”, non la sua riduzione! Ciò è divertente o ridicolo? Se fosse un caso isolato sarebbe divertente, ma poiché il ricorso all’inglese è diventato una strategia comunicativa che riguarda ormai il 50% dei neologismi del nuovo Millennio (dai dati di Zingarelli e Devoto Oli), mi pare poco divertente. Anzi, credo che puntare sulla ridicolizzazione di chi usa questo tipo di linguaggio sia l’arma più potente per cambiare la rotta e far riflettere sulle conseguenze del nostro complesso d’inferiorità che ci porta a dire le cose in inglese: stiamo facendo regredire la nostra lingua e stiamo andando verso l’itanglese. Che senso ha in ambito aziendale fregiarsi di dire mission e vision invece di missione e visione? Che senso ha dire influencer invece di influenti o hater invece di odiatori? Trovo ridicolo pensare che dirlo in inglese sia più tecnico o più evocativo, è solo da provinciali e un po’ stupido.

Quali anglicismi invece reputi indispensabili usare anche in italiano?

R: Non esistono parole “intraducibili”, “necessarie” o “indispensabili”. Questa è la più grande menzogna linguistica in circolazione. Usare le vecchie categorie ingenue di prestiti di lusso e di necessità significa non comprendere cosa sta accadendo oggi, è un falso storico e logico. Davanti a una parola che non c’è, oltre a ricorrere ai forestierismi è possibile anche tradurre, adattare o coniare nuove parole. Basta volerlo. Bisogna premettere che le lingue evolvono da sempre anche per l’influsso delle parole straniere e ciò è un bene, ma se si adattano. Non c’è nulla di male anche a importare forestierismi non adattati, sia chiaro, a patto che il loro numero non sia tale da stravolgere il nostro idioma, i nostri suoni, le nostre regole grammaticali. Gli anglicismi hanno superato abbondantemente ogni ragionevole possibilità di sopportazione di queste cose, non si possono trattare come gli altri forestierismi che non incidono sulla nostra lingua. Dalle marche del Devoto Oli, per esempio, la metà dei termini informatici è in inglese. È indispensabile e normale tutto ciò o è una moda deleteria che porta alla colonizzazione lessicale? All’estero non è così. Forse dovremmo riflettere sulle cosiddette parole indispensabili: l’italiano ha perso la capacità di esprimere l’informatica con parole proprie, con buona pace dell’Olivetti, considerata l’azienda pioniera del personal computer (ma non lo chiamava di certo così) o di Roberto Busa, che con i suoi lavori ha creato gli ipertesti 30 anni prima che Ted Nelson ne teorizzasse il concetto. E allora la domanda che poni va ben precisata. Poiché è l’uso che fa la lingua, gli anglicismi “indispensabili” sono quelli che, a posteriori, si sono affermati senza alternative: jeans, per esempio, anche se nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi (visto che deriva da Genova per mediazione del francese che chiamava questa città Gênes). Ma non è una parola indispensabile e necessaria in sé, e infatti in Spagna si dice vaqueros, semplicemente noi abbiamo preferito dirla in inglese. Mouse è necessario? Certo, visto che nessuno dice topo. Ma tutti i nostri vicini lo chiamano topo: souris in francese, ratón in spagnolo, rato in portoghese, Maus in tedesco, e chi ricorre all’inglese lo adatta al proprio sistema, di solito, dallo svedese mus al giapponese mausu. Ciò che è “indispensabile” (come sport, in spagnolo deporte, film, che inizialmente era “la film” perché vuol dire solo pellicola o bar) è il frutto di ragioni storiche, di mancati adattamenti, di mancate traduzioni. Il problema non è estromettere anglicismi ormai storici, ma fermare quello che sta accadendo oggi e che accadrà domani. In gioco c’è l’italiano o l’itanglese del futuro. Ogni anglicismo non è “innocente”, le radici inglesi stanno formando una rete che si espande nel nostro lessico come un cancro: dopo fast food (1982) è arrivato il food design (l’arte dell’impiattare), lo street food (cibo di strada) il junk food (cibo spazzatura) e oggi food indica il settore dell’alimentazione. Questa ricombinazione si allarga sempre più. C’è il pet food (cibo per animali) perché c’è anche il pet sitter, che insieme al cat sitter e al dog sitter esistono senza traduzioni perché a loro volta si sono innestati su baby sitter… Molte parole inglesi, inoltre, diventano “prestiti sterminatori” che fanno morire le parole italiane: computer ha ucciso calcolatore ed elaboratore come si diceva fino agli anni Ottanta, serial killer ha simbolicamente ucciso pluriomicida o assassino seriale, pusher sta soppiantando spacciatore… e il problema che le parole italiane sono sempre meno utilizzabili e tutto ciò che è nuovo si dice in inglese. Queste cose emergano finalmente in modo chiaro nell’Etichettario: gli anglicismi non sono semplici “prestiti”, sono l’assimilazione e l’importazione dell’inglese che diventa un modello virale. La maggior parte degli studiosi si ferma al concetto di “prestito” e non comprende che qui siamo di fronte a un fenomeno ben più ampio che ho chiamato la “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità, che consideravano evidentemente una cultura superiore, fino a scomparire.

Nel periodo fascista si italianizzava tutto, finanche i nomi propri nelle pellicole cinematografiche straniere o nei libri. Ora linguisticamente non viviamo un’autarchia al contrario?

R: A dire il vero l’italianizzazione delle parole straniere non appartiene al fascismo e non è intrinseca ad alcuna ideologia. Ecco l’ennesimo falso stereotipo che molti ripetono in modo superficiale o tendenzioso. Adattare è un fenomeno naturale e storico che c’è sempre stato, e che appartiene ancora oggi a tutte le lingue sane. Revolver? Il popolo ha già deciso per rivoltella, recitava un vecchio dizionario di fine Ottocento. In francese, oggi, anglicismi come football e camping sono tra i pochi molto più diffusi che in Italia, ma li pronunciano alla francese non all’inglese, così come wi-fi. Noi al contrario cerchiamo di pronunciare tutto in inglese, persino francesismi come stage, che in inglese significa palcoscenico, non tirocinio. Il fascismo ha scatenato una guerra ai forestierismi soprattutto ideologica e patriottica, con modalità sbagliate. Ma avere una politica linguistica, e l’Italia non ce l’ha dai tempi del fascismo, non significa ripercorrere quella politica linguistica. Significa guardare cosa avviene oggi in Francia, in Spagna e persino in Cina. Significa vedere cosa avviene all’estero nei Paesi civili che si pongono il problema della lingua come identità nazionale di fronte alla globalizzazione. La Svizzera ha politiche linguistiche e un’attenzione per la lingua italiana superiore alla nostra, lì il question time parlamentare si dice l’ora delle domande. Da noi invece c’è l’inglese talvolta emulato per darci un tono, e spesso imposto dall’espansione delle multinazionali, dalle pubblicità, dalla nostra classe dirigente, dal mondo del lavoro, dall’informatica, dai giornali. E così si diffonde e si impone senza alternative e colonizza ogni ambito e settore. Difendere la nostra lingua non ha nulla a che vedere con il fascismo, viceversa è la resistenza alla dittatura del’inglese e ha che fare con la libertà di scelta delle parole nostrane.

Riflettevo anche solo per una mera questione estetica certe parole sono davvero brutte tipo appetizer, molto meglio il suo omologo italiano stuzzichino o antipasto. Non è quindi una questione di sonorità, armonia, o piacevolezza.

R: Il concetto di bello e brutto non esiste in linguistica. Cito Leopardi: “L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.” La questione vera è allora quella che chiami la sonorità più che la bellezza o l’estetica: le parole inglesi violano le nostre regole ortografiche e i nostri suoni. Per alcune fasce della popolazione, purtroppo quelle che fanno la lingua, dai giornali alle tecno-scienze, dal mondo del lavoro alla pubblicità, questi “corpi estranei” sono preferiti; e la gente che altro può fare se non ripeterli, se le alternative non si fanno circolare? Ma questa rinuncia all’italiano, diventata una regola, sta portando a un italiano ibrido. Bello o brutto dipende dai gusti e dall’assuefazione, per dirla con Leopardi. Siamo sempre più assuefatti e sedotti dai suoni inglesi e ci vergogniamo sempre più di usare la nostra lingua che facciamo morire.

Che tipo di reazioni provochi quando inviti le persone a utilizzare meno anglicismi e più parole italiane? Tra i giovani soprattutto.

R: A dire il vero io non “invito” di solito, ognuno parla come vuole. Cerco semplicemente di fare riflettere sulla questione, di denunciare quel che sta accadendo, e molto spesso questo basta per far cambiare l’atteggiamento e per acquisire un po’ di consapevolezza che poi ci fa decidere su come sia il caso di parlare. Poi c’è anche una schiera di persone convinta che l’inglese sia preferibile. Gli anglomani sono tanti e si annidano soprattutto nella classe dirigente, nei fautori del nuovo aziendalese che usano l’inglese per distinguersi dalle masse ed elevarsi, molto meno nella “popolazione”, che subisce. Tra i giovani mi sono trovato a volte a discutere con ragazzi dei centri sociali che mi guardavano con sospetto come se le mie posizioni fossero “fasciste”; ma dopo il confronto se ne andavano con la consapevolezza che la difesa della lingua davanti alla globalizzazione è qualcosa di “sinistra”, e che non è tanto diversa da difendere la biodiversità davanti agli organismi geneticamente modificati. Insomma, il problema è che sulla questione degli anglicismi girano un sacco di luoghi comuni, di stereotipi e di falsità. E molti linguisti, anche importanti, sono colpevoli della diffusione di queste sciocchezze. Con il dialogo, con i dati e i numeri, i miei argomenti risultano di solito vincenti e persuasivi anche tra i giovani, perché fanno cadere le bufale che circolano e spingono alla consapevolezza.

L’utilizzo di sinonimi arricchisce il nostro lessico e il nostro linguaggio, e più pensiamo bene, più parliamo bene, più scriviamo bene migliorando le nostre capacità intellettive e di interazione con gli altri ho scritto nella mia recensione al tuo libro, concordi?

R: Concordo. Ai tempi di Dante ragionare e parlare erano sinonimi, perché parlare significa prima pensare (almeno in teoria). Senza la circolazione di alternative italiane tendiamo a ripetere ciò che sentiamo dai mezzi di informazione, dagli addetti ai lavori e dalle aziende multinazionali e perdiamo la capacità di pensare in italiano. Siamo convinti che parole come touch screen sia intraducibile solo perché nessuno dice più schermo tattile… e per dire stanziamento o tetto di spesa al posto di budget dobbiamo ormai pensarci un po’: l’italiano non ci esce più naturale e spontaneo, dobbiamo sforzarci. E questo è grave e triste.

Attualmente stai tenendo corsi nelle scuole? Ti piace lavorare coi ragazzi, anche delle elementari? È vero che hai ricevuto il premio Alberto Manzi?

R: Paradossalmente ho appena terminato un corso di “italiano di professione” e scrittura all’interno di un corso di storytelling in una scuola di digital art and communication e ho provato a far riflettere tutti sull’anglicizzazione imperante anche nell’ambito della scuola e della formazione. Tra gli studenti ho registrato più successo che non tra i professori e dirigenti scolastici, anglomani schierati e convinti della superiorità dell’inglese. In nome del mito (spesso falso) dell’internazionalità parlano volutamente di homework invece che di compiti, e i corsi di recitazione si trasformano in acting. Comunque mi piace insegnare, e sono molto legato alla figura di Alberto Manzi, che con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi negli anni Sessanta ha contribuito all’affermazione della lingua italiana negli strati sociali meno alfabetizzati. Il ruolo della RAI nell’unificazione linguistica è ormai noto, anche se oggi i mezzi di informazione stanno distruggendo con l’abuso dell’inglese ciò che un tempo avevano unificato. Manzi fu anche un grande pedagogista, e proprio per i miei laboratori, ispirati ai suoi criteri, fatti con i bambini delle elementari, nel 2004 ho vinto la prima edizione del premio a lui dedicato, per la comunicazione educativa nell’editoria tradizionale e multimediale. Mi premiarono assieme a Piero Angela e Federico Taddia.

Progetti per il futuro?

R: Sopravvivere nel mondo del lavoro, continuare a insegnare, scrivere, pubblicare… Non è così scontato nel mondo della cultura, di questi tempi. Se ci riuscirò, mi piacerebbe provare a raccogliere attorno alle mie iniziative sugli anglicismi tutti coloro che non ne possono più dell’abuso dell’inglese. Per il momento la partecipazione è ampia, e vorrei convogliarla in un gruppo di pressione che sia in grado di farsi ascoltare dalla politica, dai giornali, dalle aziende. Come consumatori e cittadini, possiamo forse ancora cambiare il vento che ci sta portando verso l’itanglese. Con le mie pubblicazioni e i miei dizionari ho fatto tutto quello che potevo fare da solo. Ma per continuare questa battaglia non posso più contare sulle mie forze e i miei contributi personali, devo riuscire ad aggregare un’ampia massa critica di persone, per passare dalla denuncia all’azione collettiva. Non è facile, ma vorrei almeno provarci.