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“Diario spirituale segreto” di Don Giuseppe Tomaselli con prefazione e postfazione di Giuseppe Portale (Edizioni Segno) a cura di Daniela Distefano

2 ottobre 2025

Non so perché si guarda la tv oggi in Italia. Cosa si può bere nell’anima di quegli intrugli propinati per divertimenti, lazzi, svaghi. Non la guardo da 20 anni anche se mi tengo aggiornata con i quotidiani online, e qualche volta passo davanti al televisore acceso mentre c’è il telegiornale. E’ una pozzanghera che imbratta l’anima, lo spirito. Guerre, corruzione, malasanità, omicidi, terrorismo, femminicidi, violenze sessuali.. potrei andare avanti…. all’infinito… e poi arriva la parte finale del notiziario, la peggiore. Si vorrebbe concludere la carrellata di notizie con note piacevoli e invece arriva ogni giorno “la pugnalata al cristiano”, come la chiamo io: concerti oceanici con raduni al limite dell’idolatria; nozze gay di vip; sfilata di moda con modelle e modelli anoressici o bulimici, o bulimici-anoressici…… Star del cinema con figli fecondati in vitro e senza l’altro genitore. Coppie di omosessuali che vorrebbero adottare un bambino o che fosse fatto per loro su misura. Anche qui si va all’infinito dello sprofondare… per un cristiano. Infine c’è la pubblicità, e senza accorgene siamo risucchiati nel vortice dei peccati olfattivi, gustativi, visivi e degeneriamo desiderando quello che oggi nel nostro Paese possono permetterselo in pochi.

Faccio questo lungo preambolo alla mia recensione su Don padre Tomaselli perché ora più che mai sarebbe opportuno far conoscere alle nuove generazioni sacerdoti che sono davvero santi e non lontano toppo dai nostri tempi. Il Bene esiste, cari ragazzi. Leggete i libretti di Don Tomaselli, amate Gesù e la Santa Vergine Maria con lo stesso ardore suo, come lo ha amato questo siciliano anomalo, che parlava con la testa bassa, non guardava fisso negli occhi, aveva un concetto della purezza che è obbligatorio recuperare perché ormai siamo diventati come Sodoma e Gomorra e il dramma è che non ce ne curiamo più.

Don Giuseppe Tomaselli era nato a Biancavilla, in provincia di Catania, il 26 gennaio 1902, da una famiglia umile di robusta morale e dal profondo spirito cristiano. Scrive, infatti, nel suo Diario, che San Padre Pio, suo “Protettore particolare”, gli aveva assicurato che egli era: “Stato senza l’amicizia di Dio solo tre giorni, prima di ricevere il Battesimo”. Finite le scuole elementari, maturò in lui il desiderio di farsi sacedote. Frequentò per questo, sino alla quarta ginnasiale, le scuole nel Piccolo Seminario Arcivescovile del suo stesso paese natìo. Seguendo la luce di Don Bosco, l’8 luglio 1928, a 26 anni, fu consacrato sacerdote. Per tanti anni egli venne a contatto con la povera gente e con ragazzi borderline. Dal 1960 fino al giorno della sua morte, avvenuta nella notte tra l’8 ed il 9 maggio 1989, egli operò a Messina. Don Tomaselli non si concedeva riposo, svago o vacanze. La stessa domenica era per lui la giornata più faticosa, dedicata a conferenze religiose e alla diffusione della buona stampa. Partiva al mattino presto, dopo aver celebrato la messa, e tornava spesso a notte inoltrata: e questo anche quando era già ultra ottantenne. Ogni giorno poi, prima di andare a letto, andava in cappella, passava da Gesù Sacramentato e si fermava intere ore lì davanti, deponendo nel Cuore di Gesù tutte le pene che aveva ascoltato durante la giornata stando a contatto con le varie mierie umane. L’Eucaristia, infatti, fu sempre il fulcro della sua esistenza,  l’alimento della sua vita e l’anima del suo apostolato. Don Tomaselli viveva continuamente immerso in intima unione con Dio: “Non lascio passare un solo quarto d’ora senza che io elevi espressamente la mia mente a Lui”.

Il venerdì, poi, era un giorno speciale. La sua Messa, come quella di San Padre Pio a cui egli era particolarmente legato, era una vera e propria celebrazione del Signore morto e risorto per la salvezza dell’intera umanità. Le sue prediche coniugavano precisione di dottrina e semplicità evangelica, unita a zelo apostolico instancabile, e all’Amore di Dio che scendeva nei cuori e li orientava al Signore di ogni illuminazione e di ogni consolazione. Basti pensare che per poterlo ascoltare, tante persone venivano anche da molto lontano. Nel pomeriggio, vi era sempre la conferenza e l’incontro personale con le anime, anche religiose e sacerdotali, che si protraeva sino a tarda sera. Padre Tomaselli ha consacrato ogni palpito del suo cuore alla dilatazione del Regno di Dio.  Il segreto di tanta inesauribile e molteplice dedizione risiedeva in una profonda vita interiore, in un cammino di fervore e santità, fatto tenendo sempre ben in mente e nel cuore i tre amori bianchi di Don Bosco: l’amore a Gesù Eucaristico, alla Vergine Immacolata ed al Papa.

Raccontava spesso con piacere che, giovane chierico nella Casa Salesiana di Caltagirone, una volta cadde da una considerevole altezza e che la Vergine Santa, da lui prontamente invocata, lo liberò dalla morte.

Ebbe il ministero della Parola e quello della buona stampa. E sull’esempio di Don Bosco, egli consacrò tutta la propria vita a scrivere e a diffondere i suoi libretti religiosi, tutti studiati intelligentemente e scritti con stile semplice e comunicativo. Sono agili, avvincenti, appetitosi. Scrisse il primo libretto su santa Teresa di Lisieux , poi scrisse il secondo e così via.. per giungere a più di cento pubblicazioni. In lui vi era un’anima mistica, perciò la sua penna era spesso “rovente” e, talvolta, “tagliente”, con un linguaggio evangelico. Era innamorato di Dio, dell’Eucaristia, della Vergine Maria e della anime. Furono tratti peculiari della sua ascesi spirituale: la purezza e la poverà. “La purezza è il campo di battaglia di tutti” – soleva dire.  “Gesù e Padre Pio, mio Protettore particolare datomi da Dio, assicurano che mai ho commesso un peccato mortale”. La virtù della purezza, per la cui conquista per lungo tempo aveva portato il cilicio, si manifestava nel tratto delicato, in quel suo parlare e camminare con gli occhi bassi. Al suo santo patrono egli dedicò un libretto dal titolo: “La Verginità di san Giuseppe”. La sua povertà fu poi esemplare, eroica. Il suo più grande desiderio: farsi “tutto a tutti – come San Paolo – per guadagnare tutti a Cristo”. Per questo accettava, anzi cercava con l’uso del cilicio, sofferenze di ogni tipo, fisiche e morali, che lo accompagnassero per tutta la vita, anche se nulla traspariva dal suo volto sempre sereno e sorridente. Ecco pertanto cosa si legge nel suo Diario: “Per grazia di Dio, provo grande gioia e soddisfazione allorché prego per coloro che mi fanno soffrire. Penso che la preghiera per coloro che mi fanno soffire  è di gradimento a Gesù e come Gesù ha perdonato e perdona le mie miserie, così anch’io devo perdonare generosamente e pregare. Mi ricordo una battuta che può sembrare strana. Un amico diceva:

-Lei prega per me?

-A dire il vero, non prego mai espressamente per lei!

– E perché?

– Perché lei non mi dà mai un dispiacere. Prego molto, moltissimo per quelli che mi fanno soffrire, più mancano verso di me e più prego per loro”.

Fu bersaglio del demonio. La gente gli portava ammalati vittime del demonio, e lui con pazienza, forza, pietà e coraggio esercitava la sua esemplare missione di esorcista e sacerdote santo. La morte arrivò per lui a 87 anni.

Il giorno del suo 60esimo anno di sacerdozio, il Signore disse:“Ti faccio oggi gli auguri e così ti do le trentamila anime che in questi mesi mi hai chiesto e per le quali hai lavorato con l’apostolato, con sacrifici, con le preghiere e le Sante Messe applicate, ed il tutto per i meriti dei miei trentatrè anni che passai sulla terra”.

:: Domenico Catalfamo, Le parole e il tempo, (Pendragon, Bologna, 2025) a cura di Antonio Catalfamo

1 ottobre 2025

Domenico Catalfamo è nato a Bafìa di Castroreale (provincia di Messina) nel 1937. Si è laureato in Lettere moderne all’Università di Messina con una tesi in Storia sul pensiero economico dell’illuminista napoletano Giuseppe Palmieri. Ha insegnato per lunghi anni Italiano e Latino nei licei. Ha fatto parte, seppur con una posizione originale, del movimento letterario «Realismo lirico», raccolto intorno all’omonima rivista, pubblicata dalla prestigiosa casa editrice Ceschina di Firenze e al poeta e giornalista Aldo Capasso. Ha pubblicato poesie e articoli di critica sulla suddetta rivista, su «Artestampa», edita da Sabatelli Liguria, sotto gli auspici dello stesso Capasso, e su «Zootecnica e Vita», rivista accademica nata all’Università di Messina, per iniziativa di Nino Pino, scienziato e umanista, all’insegna del superamento della barriera preclusiva creata nella tradizione culturale italiana, d’impronta crociana, per separare artificialmente (e artificiosamente) sapere umanistico e sapere scientifico.

All’impegno culturale ha affiancato quello politico-amministrativo. Consigliere comunale a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) dal 1960 al 1962, a Castroreale dal 1962 al 1968. Assessore alla Cultura e vice-sindaco in quest’ultimo comune dal 1968 al 1987, anno in cui non ha ripresentato la sua candidatura, ritirandosi dalla politica attiva, ma rimanendo fedele alla sua ideologia, fortemente influenzata dal pensiero di Antonio Gramsci. Dirigente sindacale della C.G.I.L. e dell’Alleanza dei contadini. È stato, inoltre, Consigliere della Comunità montana, dando un valido contributo alla stesura dello Statuto costitutivo.

Vede ora la luce un volume antologico di poesie che risponde ad un progetto delineato dallo stesso autore, il quale ha raccolto in un quaderno scritto a mano una selezione delle poesie composte in vari periodi della sua vita, divise in tre sezioni, che corrispondono rispettivamente  al periodo di ritorno della vena poetica nella fase del pensionamento (1998-1999), al periodo giovanile (1957-1960), e, infine, alla fase che comprende gli anni  2000-2001, nei quali il poeta ritiene di dover prendere commiato dalla poesia e dalle persone care, cessando di scrivere versi, probabilmente perché pensa di aver detto tutto quello che aveva da dire.

La raccolta, che reca il titolo di Le parole e il tempo, è pubblicata dalle Edizioni Pendragon di Bologna ed è preceduta da un ampio studio introduttivo del figlio Antonio, docente universitario.

Domenico Catalfamo appartiene a quella vasta schiera di intellettuali del Sud che, lungo la scia segnata da Gramsci, hanno coniugato, nel secondo dopoguerra, impegno civile ed impegno culturale, per trasformare la «questione meridionale» in «questione nazionale» e realizzare un mutamento radicale dell’intero Paese.

Come Rocco Scotellaro, «sindaco-poeta» di Tricarico, egli offre al lettore una visione realistica del mondo contadino, basata sul rapporto dialettico tra passato, presente e futuro, nella quale l’angoscia esistenziale convive con la fiducia nel cambiamento. È questa la «dialettica dei tre presenti» di cui parla Concetto Marchesi, al quale Domenico Catalfamo si ispira. Ed è questa la caratteristica fondamentale del neorealismo in Italia. Le macerie, materiali e morali, della guerra sono ancora agli angoli delle strade e nella coscienza collettiva, determinano sofferenza, ma, nello stesso tempo, la drammatica esperienza vissuta spinge alla lotta per una società di liberi ed eguali. È il «sogno in avanti» di Ernst Bloch.

Elemento essenziale di questo rapporto dialettico è il dolore, che, al pari del Leopardi, viene proposto come elemento conoscitivo che, determinando consapevolezza, spinge all’azione.

Domenico Catalfamo, come Lucrezio, poeta a cui si sente molto legato, tanto da dedicargli una tesi presentata ad un corso abilitante, è consapevole che in natura ogni distruzione è accompagnata da una costruzione o ricostruzione su basi nuove. La vita umana è una continua lotta tra bene e male: anche quando provvisoriamente prevale il primo, il secondo è sempre in agguato, pronto ad emergere con la sua forza distruttiva. Per questo le conquiste rivoluzionarie non sono acquisite una volta per tutte, ma debbono essere continuamente difese e potenziate con l’azione politica organizzata.

Le parole sono usurate dal tempo, come la moneta di Mallarmé, ma bisogna continuamente rinnovarle, attribuire ad esse nuovi significati, anche rivoluzionari, ma, nello stesso tempo, recuperare la loro genuinità primigenia, tradita dall’uso spesso strumentale, retorico, demagogico.

Domenico Catalfamo ricostruisce la storia di miseria del mondo contadino in cui è nato ed è vissuto, in una Sicilia ancora semifeudale, che si intreccia con quella della sua famiglia. Rievoca con grande forza espressiva l’immagine del nonno pastore, che di questo stato di miseria è la drammatica personificazione: «Ti ricordo, nonno, / reduce dai monti, / il viso scavato / ed i capelli grigi, / i panni male asciugati / al focolare. / Sulla porta di casa / mi porgesti / il bianco pane / che a te stesso forse / e alla nonna / togliesti di bocca. / Pane prezioso, / in quegli amari tempi, / che custodivi tra le carni / e la camicia lisa / di pastore. / Dare non mi potesti / il vino del tuo sangue, / fatto acqua / nel corpo piagato. / Ora sei in me, / nonno, / col tuo cuore disperato, / di cristo bestemmiatore / senza peccato». È il Cristo «bestemmiatore» dei poveri, che ricorda quello di Ernesto Balducci, che giustifica le bestemmie del fabbro presso il quale faceva il garzone da bambino, le quali assumono un sapore rivoluzionario come sublimazione della sofferenza e come scatto di orgoglio contro un mondo che sembra immobile nei secoli e che pure bisogna far procedere in avanti.

Il nonno muore, nell’immediato secondo dopoguerra, per lo scoppio di una bomba, residuato bellico rimasto nascosto lungo una trazzera di campagna, occultato dalla macchia. Anche un bambino, amico del poeta, fa la stessa fine mentre gioca con ordigni. Il conflitto continua a mietere vittime innocenti, che funestano le giornate, anche quelle che potrebbero essere serene, assorbite dai riti della religiosità popolare, come le novene natalizie, che dovrebbero attrarre la fantasia e la sfera emotiva dei più piccoli: «Si usciva, / nei mattini di dicembre, / nelle strade ancora buie, / col nero senza stelle / del cielo. / Fasci di cannucce accese / ci facevano luce. / Chi saliva e chi scendeva / lungo i sentieri di capre. / Ci accoglieva in chiesa / il viso sanguigno / di un re pastore, / omerico suonatore / di ciaramella. / Festoni vivi di arance / e lume incerto di candele / per il rito / pagano-cristiano / della nascita. / Lì fuori era morto, / tra i poveri giochi di guerra, / il mio amico Natale».

Il poeta non ha nostalgia per i rapporti di lavoro che caratterizzavano il mondo contadino siciliano, ma per la sua sostanza umana, basata sulla solidarietà tra i poveri, e per quell’ambiente geografico ancora incontaminato, che con la componente umana costituisce un tutt’uno inscindibile, superando la distinzione tra mondo degli uomini, mondo animale, mondo vegetale. È questa «indistinzione», secondo Carlo Levi, che rappresenta lo spartiacque tra l’universo contadino e quello industriale. L’impegno, lo studio, consentiranno di conservare questa sostanza e, nel contempo, di proiettarla in avanti, verso nuovi rapporti economico-sociali e politici: «Il lunedì partivo / col mio zaino di studente / e mi inseguiva sulla provinciale / l’ansioso richiamo di mia madre. / Presa una strada fuori mano, / avanzavo prudente, / fra case operose / incassate tra i monti. / Il vocale / melodioso del merlo / dominava la valle, / in un duetto / perfetto / con l’usignuolo. / Di volata mi ritrovavo / sul greto di sassi. / E il mugnaio, / davanti il mulino, / col suo volto luciferino / mi salutava. / Poi, non visto, / salivo / i gironi del colle, / per riemergere ansante / nella gloria del sole, / nei coltivi un sorriso di viole / e negli occhi il colore / dei ciclamini. / E laggiù, / come nate dal mare, / le isole favolose del dio, / appena disegnate / nel tenero azzurro del cielo, / e il mio umile entrare / nelle strade di ieri, / aspettando, palpitante, / il domani».

La mente del poeta va ai compagni di un tempo, che sono morti nel fuoco della lotta, ma che ora sono stati traditi dal trasformismo politico, dall’abbandono degli ideali, e persino dei simboli, del comunismo: «Cari compagni vi scrivo / a un indirizzo che non so. / Mi avete lasciato andandovene / in questa terra straniera, / in questa grigia sera / dove le luci si spengono / ad una ad una. / Quando vi trovo al cimitero / mi sembra ancora di partecipare / alle nostre riunioni, / quelle del partito vero, / nelle stanze anguste / delle borgate, / nei magazzini di campagna, / nelle legnaie di montagna, / a dire la propria / e ad aspettare la parola / che aprisse la porta / dell’avvenire, / seduti stretti sulla panca / dopo la giornata stanca / di lavoro. / Compagni è finita, / non verrà quella vita / che avete sognato. / Le serpi pasciute / nel povero seno / hanno imparato l’arte, / l’hanno messa da parte, / trovando rifugio / nella casa ospitale / del capitale, / esperti di banca, / di economia, / hanno trovato la via / che li porta lontano, / nel fango dorato / della vergogna, / sepolcri imbiancati, / coi vestiti firmati, / che si sono comprati / coi trenta denari / del tradimento. / Addio compagni morti, / forse un giorno risorti / per la speranza».

Ma questi compagni traditi risorgono, alimentano in chi è ancora vivo la speranza del cambiamento, che si nutre della loro memoria, del loro esempio e della loro lotta, che stimola a continuare lungo la stessa via.

Ai figli Domenico Catalfamo non lascia in eredità beni materiali, ma se stesso e i propri ideali, affinché continuino la sua azione e li trasmettano agli altri: «Non vi lascio, miei amati, / estesi giardini, / con viali d’ombra e di sole, / neppure un orto vi lascio, / con fichi / e limoni nani. / Non una magione / con ampi saloni / e verdi verande fiorite, / e neanche una casetta / alla svolta del vicolo. / Non vi lascio / un grande nome da spendere / come un conto illimitato. / Solo uno smilzo me stesso / vi lascio / che la vostra memoria forse / cancellerà. / Ben altro avrei voluto lasciarvi, / dopo avervi cresciuto col fiato, / qualcosa più grande / del cielo e del mare, / una verità, / un bene per voi / e per tutti. / Ma non è stato possibile. / Vi lascio / quello che tutti i poveri / lasciano, / vi lascio voi stessi / e spero che le vostre mani / possano spingere il mondo / dove le mie / non hanno potuto. / È poco, lo so. / Ma che la speranza / possa avere la forza / per camminare».

Il poeta attribuisce una grande funzione alle mani, all’azione rivoluzionaria. Quelle mani che, secondo Marx, hanno distinto, con la loro possibilità di articolazione, l’uomo dagli animali, costituendo, attraverso l’idoneità al lavoro, oltre che lo strumento per il suo sfruttamento, anche quello per il suo riscatto: «Mani pazienti e accorte / il bimbo appena nato / consegnano alla madre, / all’abbraccio dolce e dolente / della datrice di vita. / Mani di fata che spargono / nuvole e rose / sulla tela faticosa. / S’intrecciano le dita / di donna innamorata / a quelle del suo sposo. / Mani tremanti per le carezze / di un amore segreto. / Passano i sogni per le mani / di tutti gli esseri umani. // Mani che accendono / i fili della tortura, / mani di mostri che strozzano / il grido del giusto, / mani di assassini, / mani viola di morti, / mani mozzate / che non possono più sbagliare / né correggersi, / che non possono più operare / per il dolore e la gioia. // Mani operaie che tagliano / e annodano fili, / che spingono carriole, / che costruiscono muri e bastioni / per la civiltà e la barbarie, / per il bene e il male del mondo. / Mani che scarne si tendono / a ricevere infine la morte. // Mani della pace, / di tutti i fratelli / e le sorelle del mondo, / strette nel patto / della comune felicità, / fermate per un momento la morte, / accendete per tutti /il sole della speranza».

Alle mani associa la parola libera, anch’essa strumento rivoluzionario, che trova nella poesia la sua sublimazione: «Togliete al poeta / la sua libera voce, / resterà come l’albero / senza frutti né fronde, / sarà come automa / che si muove / o che sta / nel regno comune / della necessità. / Più non lascia aquiloni / librarsi nel cielo, / non escono suoni / dalla cetra in disuso. /Rimane una cosa / che non vive / e non posa, / ma inerte si chiude / nel grembo di morte».

:: Devil’s Kitchen di Candice Fox (Marcos Y Marcos 2025) a cura di Patrizia Debicke

1 ottobre 2025

Candice Fox ci trascina in un territorio insidioso e moralmente ambiguo, dove la linea di confine tra l’eroismo e il crimine si assottiglia fino a sparire. L’idea di partire proprio dai vigili del fuoco di New York, simboli di coraggio, dedizione e sacrificio, soprattutto nell’immaginario collettivo post-11 settembre, e trasformarli in una banda di rapinatori spietati e geniali, già di per sé è una scelta  narrativa che destabilizza e incuriosisce. È come se Fox avesse deciso di ribaltare un mito per dimostrarci quanto fragile possa essere l’apparenza di integrità attribuita normalmente a certi ruoli.
I membri della Engine 99, squadra d’élite del FDNY, sono i protagonisti assoluti: quattro uomini abituati a guardare in faccia le fiamme, a calarsi nel cuore di un inferno fatto di calore, fumo e collasso strutturale. Ma qui quei quattro non sono dei salvatori. Sono piromani, rapinatori, assassini, capaci di sfruttare il proprio mestiere come copertura perfetta per milionarie rapine. Candice Fox, con una scelta narrativa quasi blasfema, li trasforma da eroi a predatori urbani, senza mai cadere nella caricatura: sono uomini veri, ma pieni di debolezze e contraddizioni e ciascuno  di loro detiene un bagaglio oscuro che li rende contemporaneamente affascinanti e pericolosi.
A incrinare la compattezza del gruppo arriverà Andy Nearland, investigatrice sotto copertura che si infiltrerà tra di loro fingendo di far parte della squadra. Andy è un personaggio che conquista subito: non è la solita eroina di maniera, ma una donna lucida, coriacea, in grado di rischiare tutto pur di portare a termine l’incarico. Il suo rapporto con l’FBI è opaco, il suo passato disseminato di ombre; ciò nondimeno ciò che la rende affascinante è la sua calcolata instabilità, quel suo muoversi sempre in bilico tra verità e menzogna, fedeltà e tradimento. La sua presenza romperà gli equilibri interni della Engine 99 e, nel contempo, sarà un punto di vista privilegiato per il lettore, che con lei entra e respira la tossica atmosfera di questa banda travestita da soccorritori.
L’autrice  costruisce il romanzo come un labirinto di crescenti tensioni. L’indagine per scoprire che fine abbiano fatto la compagna e il figlio di Ben, il più fragile e ambiguo tra i quattro pompieri, si intreccia con i colpi messi a segno dal gruppo, con i reciproci sospetti e la discesa in un abisso di violenza e avidità. La scrittura ha un respiro cinematografico: ogni scena pare pronta per essere trasposta sullo schermo: l’odore acre del fumo, i tunnel sotterranei di Manhattan usati come vie di fuga, le notti illuminate dai bagliori degli incendi che fungono da diversivo per le rapine.
C’è poi il tema delle doppie vite, che attraversa ogni pagina del romanzo. Questi pompieri celebrati come icone di sacrificio e dedizione, devono per forza essere insospettabili. Candice Fox si diverte a smascherare l’ipocrisia di una città che idolatra i suoi eroi senza domandarsi chi ci sia veramente dietro quella divisa. E lo fa senza compiacimenti, ma con una freddezza quasi documentaria, frutto di un lungo lavoro di ricerca: interviste a pompieri veri, colloqui con poliziotti sotto copertura, immersioni nei quartieri più oscuri di New York.
Non meno importante sarà poi  la riflessione sul lato umano dei personaggi: l’avidità, la paura, la lealtà distorta, i legami di fratellanza che si trasformano in catene. Ben è  dilaniato dalla perdita della famiglia e dal sospetto che i suoi stessi compagni possano esserne responsabili; Matt, il leader carismatico e oscuro,  incarna la sicurezza, la  fascinazione del potere; Engo, sempre brutale e imprevedibile; Jake, divorato dalla dipendenza dal gioco che lo rende vulnerabile. Nessuno è unidimensionale, nessuno è completamente vittima o carnefice: Candice Fox non prova a  giustificarli, ma li mette a nudo, mostrando quanto sottile sia il confine tra il gesto eroico e quello criminale.
La tensione cresce capitolo dopo capitolo in un ritmo serrato che non concede pause. Devil’s Kitchen è un thriller che non si accontenta di intrattenere, ma scava nella psicologia dei protagonisti, interroga il lettore sul concetto stesso di giustizia, sulla corruzione insita in ogni sistema, sul prezzo da pagare per la verità. È un romanzo che brucia dall’inizio alla fine, infuocato non solo negli scenari ma soprattutto nelle anime dei suoi personaggi.
Candice Fox dimostra ancora una volta la sua capacità di fondere ricerca scrupolosa, inventiva narrativa e talento nel delineare figure femminili al di fuori dagli schemi. Andy Nearland è l’antieroina perfetta per questo mondo distorto: fragile e forte, spietata e solidale, sempre pronta a oltrepassare i limiti per scoprire ciò che si nasconde.
In conclusione, Devil’s Kitchen è un romanzo che sorprende e cattura, perché osa demolire l’immagine più sacra dell’eroismo urbano e la ricostruisce come un palcoscenico di avidità, violenza e redenzione impossibile. È un libro che lascia addosso l’odore del fumo e l’eco delle sirene, e ci ricorda come dietro qualche  uniforme possa celarsi un bruciante segreto.

Candice Fox è nata a Sidney in una famiglia pronta ad accogliere non solo figli propri e altrui, ma anche un’ampia gamma di animali selvatici feriti. In questa comunità vivacissima ha coltivato la sua passione per il crimine, espressa felicemente in thriller che negli Stati Uniti hanno scalato le classifiche del New York Times. I romanzi di Candice Fox sono tradotti in tutto il mondo; in Australia è l’autrice di gialli più amata, l’unica ad aver vinto tre volte gli ambìti Ned Kelly Awards.

:: Antonio Catalfamo, Metamorfosi del mito, (Genesi editrice, Torino, 2024) a cura di Hala Radwan

28 settembre 2025

La raccolta Metamorfosi del mito di Antonio Catalfamo si presenta come un viaggio poetico in cui la memoria personale, il mito classico e l’impegno sociale si intrecciano in modo originale. Fin dalle prime pagine emerge chiaramente come il mito non venga trattato come un reperto museale, bensì come materia viva, capace di incarnarsi nel quotidiano e di illuminare esperienze comuni.

Nella poesia Sirena ho sentito fortemente la nostalgia dell’infanzia: la “sirena dello Stretto» che «rivive i sapori e gli odori / dell’infanzia perduta» mi è parsa una figura che appartiene a ciascuno di noi, perché tutti portiamo dentro una sirena capace di richiamarci al tempo perduto. Allo stesso modo, in Piccolo bar ho ritrovato il senso di una comunità che resiste al tempo: «Ora ragazze magnogreche, / sveve, normanne / […] regalano a tutti / un sorriso, che racchiude / la poesia della vita». Mi è sembrato di sedermi anch’io a quei tavolini e di ricevere la stessa dose di fiducia quotidiana.

Ciò che mi ha colpito, da lettrice, è proprio questa capacità di trasformare luoghi ordinari – un bar, una piazza, il ricordo di un’infanzia – in scenari epici. In Artemide Cinzia, ad esempio, l’apparizione della dea avviene in un bar di paese: il gesto semplice del bere diventa incontro con la divinità, rivelazione che spezza la routine. In questo modo Catalfamo rinnova il mito, rendendolo familiare e vicino, ma senza privarlo della sua forza archetipica.

Il richiamo alla tradizione letteraria è altrettanto evidente. In Schermaglie l’autore recupera con ironia il linguaggio della poesia cortese, inserendo versi in dialetto che ricordano la Scuola siciliana: «Scrivo versi rari / pir meu cori alligrari / e senza pretese / rinnovo la poesia cortese». Da studiosa non posso non notare il dialogo intertestuale con Cavalcanti, Jacopo da Lentini e persino Dante; ma come lettrice, ciò che percepisco è soprattutto la leggerezza e l’ironia con cui il passato letterario si innesta nel presente, diventando un gioco di riconoscimenti e sorprese.

Il testo Bafia mi ha emozionato in maniera particolare. Lì il mito incontra la memoria collettiva e la storia sociale: i satiri che si ribellano ai ciclopi incarnano i contadini che lottano contro i potenti. Analiticamente, si tratta di un’allegoria potente, che trasforma un episodio locale in simbolo universale; ma emotivamente, leggendo, ho sentito la voce di generazioni che non si arrendono e che resistono «cantando e bevendo / al suono delle cornamuse». È un passaggio che trascende la letteratura per diventare canto civile.

L’elemento autobiografico, infine, si intreccia con quello mitico, soprattutto nella dimensione dell’amore. In Sogno il poeta rievoca la figura femminile come ninfa addormentata: «Non ho osato sfiorarti, / interrompere il tuo sonno di ninfa, / adagiata su lenzuola di felci». L’immagine della donna amata si fonde con paesaggi naturali e richiami fiabeschi, in una visione che trasfigura la vita personale in mito universale.

In definitiva, Metamorfosi del mito è un’opera che unisce il rigore della cultura classica e letteraria alla freschezza di una voce personale. Catalfamo dimostra che il mito non è distante né astratto, ma continua a vivere accanto a noi: nelle piazze, nei ricordi d’infanzia, nelle passioni e nelle lotte quotidiane. Da un punto di vista critico, la raccolta si configura come una polifonia di registri e tradizioni; da un punto di vista personale, come una lettura che lascia il segno, perché insegna a vedere il divino nel quotidiano e l’universale nel frammento di vita.

:: Il Gargano tra storia e leggenda di Alfonso Chiaromonte (Edizioni del Poggio 2025) a cura di Giulia Marmugi

28 settembre 2025

Oggi parliamo della storia del Gargano, ovvero un promontorio montuoso situato in Puglia, che ha «l’aspetto di una ciambella rivolta verso il nord, separata a settentrione dal mare per mezzo dei laghi costieri di Lesina e di Varano». Questo libro, pubblicato da Edizione del Poggio nel 2025, può anche essere visto come una sorta di guida a uno dei luoghi più famosi del nostro paese, ma a cui spesso non diamo abbastanza importanza. Di fatto, oggi siamo abituati ad attraversare solo i luoghi più turistici, alla ricerca di uno o l’altro particolare, perdendoci però l’esperienza unica che ogni luogo o monumento ci può dare.

Anche per questo motivo le notizie riportare da Alfondo Chiaromonte sono molte e di diversa natura. Non a caso, non è solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo poiché l’autore ci fa fare un “viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere” che parte dalla storia antica fino ai giorni nostri.

Si tratta di una versa e propria divulgazione storica e sociale, che ci porta a riscoprire verità celate in vecchi documenti. Ad aiutarlo è sicuramente il suo mestiere di professore. È arrivato a consultare anche i testi degli autori latini.

Grazie a lui sappiamo proprio come veniva descritto il Gargano dai geografi romani: «Appulus Hadriacas exit Garganus in undas…» ovvero sembra che quasi esca, fuoriesca, dal mare.

Come sempre poi, tra le fonti certe e attendibili, sorgono anche le leggende. Un esempio è Il Culto delle Acque, che avveniva all’interno delle grotte presenti nel territorio. Una sorta di rito sacro che ha dato origine a svariati miti, la maggior parte legati all’idea dell’acqua come purificatrice e fonte di vita e nutrimento.

Le grotte, infatti, rappresentano gli elementi più significativi del paesaggio. Tra le più famose viene citata La Voragine di Campolato presso San Giovanni Rotondo, la più profonda della Puglia. Hanno così tanta importanza che l’autore intitola il capitolo in questo modo: “la storia della civiltà pugliese è scritta nelle grotte”.

Insomma, una guida non turistica all’insegna di una parte importante della nostra cara Italia. Adatto alle persone curiose, a chi vuole sapere di più sulla storia italiana. 

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:: Prima e dopo la stagione delle piogge di Kafu Nagai (Marsilio 2025) a cura di Giulietta Iannone

27 settembre 2025

Prima e dopo la stagione delle piogge (Tsuyu no atosaki, 1931) dello scrittore giapponese Nagai Kafū, edito in Italia da Marsilio a cura di Alberto Zanonato, racconta la storia di una ragazza, Kimie, scappata di casa dalla campagna per evitare il matrimonio con un campagnolo e giunta a Tokyo dall’amica geisha Kyōko che l’inizia alla prostituzione non per avidità di denaro ma per una forma di ricerca esistenziale e trasgressiva, espressione di una società in transizione, e anche segno della decadenza delle vecchie tradizioni dove ormai è comune da geisha diventare cameriera o viceversa. E le celebri accompagnatrici, dedite all’arte dell’intrattenimento colto, frequentano abitualmente le case di appuntamento e spesso poco le differenziano dalle semplici prostitute, anche non di rado facendolo abusivamente senza autorizzazzione. Kimie è diversa dalle altre ragazze, ha un talento innato per sedurre e affascinare gli uomini, e non cerca il grande amore, ma solo esperienze molteplici che la facciano sentire viva. Trova poi lavoro come cameriera nel caffè Don Juan a Ginza, luogo che le da l’opportunità di conoscere i diversi uomini con cui si intrattiene. Ma la sua libertà di costumi attira anche maldicenze e molestie tanto che all’inizio del romanzo si reca da un indovino per sapere chi possa essere ma la sua reticenza nel fare domande le da un responso alquanto generico che perde di importanza. Il romanzo, sensuale e crudele, esplora i temi della modernizzazione e di quanto l’Occidente abbia adulterato le vecchie tradizioni. Nagai Kafū (1879-1959), considerato un importante scrittore della letteratura moderna giapponese, apprezzato da Tanizaki, è un autore che si accosta al naturalismo francese, alla Zolà per intenderci, e lo filtra con il gusto tutto giapponese per l’amore della natura e della bellezza. Kimie e le sue esperienze nei quartieri di piacere diventano il filtro con cui l’autore guarda i danni che la modernizzazione ha portato nel paese più a livello spirituale che materiale. La solitudine, la vacuità di queste vite si intersecano con l’apprezzamento per le vecchie tradizioni, il rispetto e l’amore per la cultura e l’erudizione. Il personaggio soprattutto di Tsuruko, moglie del romanziere Kiyo’oka Susumu, un amante di Kimie, incarna tutta la positività dei valori tradizionali, la sobrietà, il buon garbo, la buona educazione. Kimie invece incarna un personaggio femminile decisamente moderno e indipendente, visto con occhio indulgente e caratterizzato con grande attenzione ai dettagli dell’abbigliamento, del trucco, del modo di porgersi e offrirsi senza reticenze o pudore. E che la sua troppa libertà sia un rischio e un pericolo subito si fa evidente e gela un po’ la sua eccessiva spontaneità. Ma in fondo Kimie è una ragazza di buon cuore, che prova compassione per il vecchio protettore dell’amica Kyoko, e gli dà gli ultimi attimi di gioia in un finale amaro e melanconico specchio di un mondo decadente in lenta dissoluzione. La traduzione è a cura di Alberto Zanonato che scrive anche un’interessante introduzione. Luisa Bienati cura La vita e le opere.

Kafu Nagai Poeta del passato, interprete di una tradizione messa in crisi dai valori della modernizzazione, Nagai Kafu- (1879-1959) è uno dei grandi nomi della letteratura giapponese moderna. Sensibile al fascino della cultura occidentale, si avvicina al naturalismo francese negli anni giovanili, ma della lezione di Zola gli resteranno solo la precisione per il dettaglio e un amore per la descrizione che diventa esercizio di raffinata e colta letteratura. In risposta al veloce avvicendarsi degli eventi e alla frenesia dei tempi, trova rifugio estetico nelle emozioni e nelle atmosfere dei quartieri di piacere, ultimo riverbero della cultura tradizionale. Il passato è rivissuto nel presente, ricercato negli antichi quartieri della sua Tokyo, e riproposto come modello di una nuova creatività: il passato come la sola «luce che può illuminare l’incerto cammino del presente…

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:: Il fiume infinito di Mathijs Deen (Iperborea 2025) a cura di Valentina Demelas

26 settembre 2025

Il Reno, in queste pagine, si trasforma da corso d’acqua in presenza primordiale: non un semplice fiume, ma un organismo vivente che scorre al di là del tempo, delle nazioni e delle mutazioni terrestri. L’autore, Mathijs Deen, ci accompagna lungo le sue sponde con una voce brillante, curiosa e profondamente consapevole. Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno, pubblicato da Iperborea con la brillante, esperta e sensibile traduzione di Chiara Nardo, è un’opera che si pone a metà strada tra saggio, racconto e reportage.

Deen apre l’opera scandagliando il tempo geologico: le montagne che emergono, i meccanismi tettonici, le alluvioni e gli spostamenti del suolo. In questa lunga “animazione” storica, il Reno non ha una sorgente definitiva, perché è composto dalle piogge, dai piccoli affluenti, dai rigagnoli: una visione che dissolve ogni punto d’origine e suggerisce che il fiume esista prima e dopo qualsiasi confine.

Ma non restiamo ai macro-fenomeni: l’autore intreccia storie, creature e uomini che popolano il fiume. Una femmina di salmone di tre milioni di anni tenta di riscoprire il percorso dei suoi avi, ma riconosce un corso d’acqua totalmente trasformato; la “ragazza di Steinheim” – tra i resti umani più antichi ritrovati lungo il Reno – ci parla di malattia, vita e migrazione umana lontana nel tempo; battaglie romane contro Frisi e Cauci, l’assalto al ponte di Remagen nel 1945 e l’emozione di due ex cittadini della DDR che finalmente approdano alla roccia della Lorelei diventano pietre miliari di un percorso che coniuga la Storia con le storie.

La cifra stilistica di Deen è quella di uno sguardo lieve e insieme profondamente informato, capace di oscillare tra scienza e immaginazione, senza che l’una oscuri l’altra. La prosa sa essere raffinata e sorprendente, ironica e solenne, visionaria e perturbante. In più, l’autore si colloca come testimone discreto: una piccola presenza accidentale di fronte all’immensità del fiume e del paesaggio.

Il pregio maggiore del libro è la capacità di fare del Reno un simbolo europeo: un filo d’acqua che connette valli, nazioni e culture. Nel raccontare le vicende delle sponde – naturali, storiche e, via via, politiche – Deen ci ricorda che il fiume è insieme confine e percorso, limite e incontro. Tuttavia, nel desiderio di includere molto – ere geologiche, migliaia di anni, migliaia di storie, spunti autobiografici – il testo può risultare a tratti irregolare nello slancio narrativo, senza comunque fare scemare l’interesse e la curiosità, che rimangono sempre vivi nel lettore.

Il fiume infinito funziona come un canto epico e meditativo: Deen non pretende di spiegare tutto, ma stimola una visione fluida, anamorfica, in cui ogni epoca risuona nel presente di tutti. È un libro da leggere a ritmo lento, da assaporare concedendosi soste e pause, per lasciarsi suggestionare dall’eterna corrente di un fiume che pare respirare.

Un’opera che non si limita a parlare del Reno, ma ne restituisce l’eco, la potenza e la presenza forte. Si tratta di un contributo originale e di valore, che ci restituisce i luoghi naturali come custodi di memoria ed evoluzione.

Mathijs Deen è uno scrittore e giornalista olandese, autore di reportage, documentari, programmi radiofonici, saggi narrativi, racconti e romanzi che gli sono valsi importanti riconoscimenti di pubblico e critica. Iperborea ha pubblicato inoltre Per antiche strade, che combina ricerca storica, diario di viaggio e racconto, e il romanzo La nave faro.

Source: libro gentilmente donato dall’editore dopo una presentazione tenuta al Salone del Libro di Torino. Ringraziamo Francesca ufficio stampa Iperborea per l’invito e l’autore per la graditissima dedica.

:: Anima risorta di Christopher Moore (Elliot Edizioni 2025) a cura di Valentina Demelas

24 settembre 2025

Anima risorta, pubblicato in Italia da Elliot Edizioni, è l’ennesima conferma della verve creativa di Christopher Moore, autore americano che ha costruito la sua fama sulla capacità di intrecciare generi e abbattere barriere narrative. Qui Moore osa ancora di più, mescolando realtà storica e invenzione fantastica in un romanzo che diverte, sorprende e stimola.

Siamo nel 1911 a Vienna, capitale culturale, crocevia di artisti, psicoanalisti e intellettuali. È qui che Gustav Klimt, il pittore simbolista più celebre dell’Impero Austro-Ungarico – protagonista della Belle Époque – scorge nel Danubio un corpo femminile nudo. Lo osserva galleggiare, tuttavia, invece di avvisare la polizia, cede alla tentazione artistica: prima vuole ritrarlo. E proprio mentre abbozza il disegno, un colpo di tosse lo sorprende: la donna è viva. L’artista la porta nel suo studio, dove, insieme alla sua modella e musa Wally, si prende cura di lei.

La ragazza appare selvaggia, priva di ricordi e incapace di spiegare come sia finita in acqua. Il pittore decide di chiamarla Judith, come una delle protagoniste dei suoi dipinti più celebri, e si impegna ad aiutarla a recuperare la memoria.

Per farlo si affida a Sigmund Freud e Carl Jung. Grazie alle loro sedute, Judith ricorda un passato incredibile: cento anni prima era stata rinchiusa in una cassa e abbandonata tra i ghiacci artici da un uomo di nome Victor Frankenstein. Non solo: racconta anche di un viaggio all’Inferno. Resta da capire come sia finita nelle acque del Danubio e perché in tanti le diano la caccia. Tra questi spicca Geoff, un enorme cane-diavolo del Nord con un’insolita passione per i croissant.

Con Anima risorta – già bestseller del New York Times, caldamente consigliato e definito in Italia da numerose voci autorevoli ed entusiaste ironico, dissacrante, spassoso, irresistibile – Christopher Moore firma uno dei suoi romanzi più folli ed esilaranti, dove arte, psicoanalisi e fantastico si mescolano in una trama imprevedibile.

Il romanzo scivola tra noir, fantasy e commedia, mantenendo però una logica interna coerente nella sua follia.

Il fascino di Anima risorta sta nella sua capacità di unire cultura e intrattenimento, e nei dialoghi superlativi. Moore alterna gag surreali a riflessioni sull’arte simbolista e sulla nascita della psicoterapia. Tra cameo di Egon Schiele, Oskar Kokoschka e Alma Mahler, la Vienna fin de siècle prende vita, in una tessitura sapiente di aspetti affascinanti e sorprendenti. Non mancano riflessioni più profonde: identità, memoria, conflitto tra Eros e Thanatos. È una comicità intelligente, acuta, che diverte, ma che non rinuncia alla sostanza.

Moore non elude nemmeno i lati oscuri dell’epoca: il sessismo dell’ambiente artistico, le ossessioni di Freud, la discutibile disinvoltura di Klimt e Schiele. Ma tutto viene filtrato dall’ironia, senza moralismi. Tra tutti i personaggi, senza dubbio spicca Wally Neuzil, ritratta come figura vivace e indipendente, che aggiunge al romanzo una nota quasi femminista.

Certo, la generosità narrativa può sembrare eccessiva: circa quattrocento pagine piene di colpi di scena, digressioni e trovate. Non è un libro per chi ama trame lineari e sobrie, ma una giostra impazzita dove l’incredulità va sospesa. Chi accetta il gioco si ritrova immerso in un luna park letterario adorabile e assolutamente originale.

Anima risorta è una scommessa vinta. Un romanzo raffinato e folle, colto e godibile, che conferma Moore come uno degli artisti più brillanti della narrativa contemporanea. La traduzione brillante ed esperta di Gianluca Testani restituisce ritmo e ironia, rendendo accessibile al lettore italiano la voce originale dell’autore. Un libro consigliato a chi cerca una lettura fuori dall’ordinario: un’avventura letteraria che ricorda quanto l’arte e l’umorismo siano antidoti indispensabili al peso del reale.

Christopher Moore,nato nel 1957 in Ohio, vive a San Francisco. È autore di sedici romanzi di grande successo internazionale, tutti editi da Elliot, e ha vinto per due volte di seguito il Quill Award.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampaElliot Edizioni.

:: La storia del calcio azzurro in 50 ritratti, Marino Bartoletti (Gallucci 2025) A cura di Viviana Filippini

24 settembre 2025

“La storia del calcio azzurro in 50 ritratti” è l’ultimo libro di Marino Bartoletti, edito da Gallucci, uscito poco tempo fa. Il tema è sì sportivo, perché il centro della narrazione è il calcio, ma Bartoletti lo racconta attraverso le biografie di 50 giocatori che hanno lasciato un segno nella storia del calcio Italiano. Ogni ritratto biografico raccontato a parole da Bartoletti presenta le illustrazioni a cura di Mauro Mazzara. In più, il libro ha tra le sue pagine anche un’intervista a Marcello Lippi che per anni è stato allenatore della nazionale. Il testo è ideale per tutti coloro che sono appassionati di calcio e che con questo volume potranno conoscere i calciatori non solo dal punto di vista calcistico, ma anche umano, visto che l’autore narra pure i dettagli e i particolari significativi della vita dei calciatori italiani che sono stati scelti per la realizzazione del libro. La cosa interessante è il fatto che oltre a far conoscere ai lettori i giocatori, si viaggia in lungo e in largo per l’Italia, a seconda di dove i protagonisti sono nati e crescitui calcisticamente, seguendo quindi le squadre dove hanno militato. In realtà, si fa un viaggio tra passato e presente, perché ci sono i giocatori degli albori come Adolfo Baloncieri o Amedeo Biavati, arrivando poi a quelli più noti e recenti, come se tra di loro ci fosse un continuo passarsi la palla per far conoscere a chi legge le loro vite. Da Andrea Pirlo, passando per Franco Baresi, salutando il grande Totò Schillaci, Francesco Totti, Roberto Baggio, il lettore si muove avanti e indietro nel tempo calcistico tra presente e passato. Nel libro ci sono anche le vite di alcuni giocatori di calcio  che furono padre e figlio, come Mazzola, o Jose Altafini che nonostante sia cresciuto all’estero, ha origini italiane. Un libro di calcio, ma anche un tomo che ci aiuta a capire gli uomini che fecero il calcio e quanto contribuirono a renderlo emozionante e spettacolare per lo spettatore adulto o bambino. “La storia del calcio azzurro in 50 ritratti” di Marino Bartoletti è un’emozionante viaggio tra le pagine di storia e calcio e in quell’essere umani dei protagonisti, non solo calciatori, ma essere umani a tutto tondo. I disegni presenti  non solo, sono ben fatti, ma permettono al lettore di conoscere il volto di questi professionisti del pallone. 

Marino Bartoletti (Forlì, 1949) è uno dei più celebri giornalisti italiani. Ha condotto e spesso ideato trasmissioni storiche come Il processo del lunedìLa Domenica Sportiva, PressingQuelli che il calcio. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport, oltre che delle testate sportive della Rai e di Mediaset. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazzi La squadra dei sogni. I suoi romanzi “adulti” hanno riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica, tanto che La cena degli dei si è aggiudicato i premi Selezione Bancarella, Invictus, Libri d’Ulisse e Samadi, Il ritorno degli dei ha vinto i premi Bancarella Sport e Città di Castello, mentre La discesa degli dei i premi Kerasion e Terre d’Agavi e La partita degli dei il premio Lorenzo D’Orsogna. L’ultimo romanzo, Il Festival degli dei, è dedicato a Sanremo e ha riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica. (fonte Gallucci)

Mauro Mazzara (Milano, 1980) è pittore e illustratore per la comunicazione, la moda e l’editoria. Vincitore di molti premi internazionali, disegna spesso per lo sport, che è una delle sue grandi passioni. (fonte Gallucci)

:: Bordell per nagott, Tanto rumore per nulla di Paola Varalli (Todaro 2025) a cura di Patrizia Debicke

22 settembre 2025

Una nuova indagine per gli investigatori del Bar William. L’idraulico Pino, il virile gommista Marietto, il barista Viliam, il di lui padre Socrate, la buttafuori Edmonda De Amicis (chiara dimostrazione di come dei genitori possano architettare il male dei figli)… una banda di “mal traa insema”, un manipolo di investigatori dilettanti che si sono autoproclamati i Quattro moschettieri, decisi a portare a casa il risultato a ogni costo. La Eddy è sotto ricatto! Ha un segreto ma che  l’avrà scoperto? E cosa vogliono da lei?
Mentre i nostri eroi, su richiesta della madre, indagano sulla morte sospetta di Rosolino Pochintesta, trovato cadavere nelle acque del Ticino dopo più di una settimana dalla sua scomparsa, ufficialmente un suicidio, un misterioso e forse temibile  personaggio  li trascina in una rocambolesca caccia al tesoro nella vivace Milano degli anni Ottanta. Socrate conosceva bene Rosolino : era il figlio della Ines, una cara amica che, per il dispiacere, è stata ricoverata in ospedale. La donna è certa che qualcuno lo abbia assassinato. Lui era sereno, aveva un buon lavoro e una bella fidanzata: perché mai avrebbe dovuto uccidersi?
Gli amici del Bar sono disposti a indagare, ma quella non sarà l’unica faccenda su cui dovranno far luce.
La procace rossa Albisa, entraîneuse del night BarLafus, dove lavora come buttafuori anche il quarto pilastro dei moschettieri Edmonda De Amicis, si presenta al Bar William preoccupata. Ultimamente Edmonda, la Eddy, non sembra più lei: è sempre sfuggente, silenziosa. Così Albisa preme sugli amici affinché la tengano d’occhio. E siccome anche loro non la vedono e la sentono da un po’ di giorni, decidono di andarla a cercare, o meglio, di convocarla per capire cosa stia succedendo.
Tra tira e molla, la Eddy si apre e confessa di aver ricevuto dei biglietti minatori. In un foglio appeso al suo motorino c’era addirittura scritto: “Se parli si saprà di Playboy, non ti conviene!”. Insomma, parrebbe un ricatto vero e proprio. Ma per cosa? Oddio… La Eddy, con il suo lavoro al BarLafus, una notte ha avuto modo di sentire frasi minacciose pronunciate da due figuri, due poco di buono o peggio. Gente che parlava di un “lavoretto pulito” … ma anche di qualcosa buttata nel fiume.
I biglietti minatori li hanno scritti loro? E se sì, a cosa si riferiscono? Chi ricatta la Eddy? E cosa intendono con quel “Playboy”?
Se inizialmente l’Edmonda pensava a uno scherzo, adesso è molto preoccupata e ha assolutamente bisogno del sostegno dei suoi amici.
Anche stavolta quindi ci sarà un mucchio di carne al fuoco per gli investigatori dilettanti del Bar William. Sarà l’avvio di una caccia al tesoro meneghina per sbrogliare una scherzosa serie d’indizi, magari anche in dialetto, sulle tracce di targhe commemorative. Una caccia che costringerà i nostri eroi a una passeggiata simil turistica per le strade cittadine a piedi, in tram, in metropolitana e con il motorino, senza contare le gite in macchina, per saperne di più sulla morte di Rosolino, verso Sesto Calende e il Lago Maggiore.
Tra colazioni, la cucina di Socrate che scalda il cuore e delizia lo stomaco, caffè e aperitivi, ecco un’altra divertente indagine di Paola Varalli che ci rimanda alla Milano da bere degli anni ’80. Ai tempi in cui tutti eravamo ancora spensierati, e potevamo sognare un domani migliore senza guerre e catastrofi disumane in giro per il mondo. Quando le maggiori preoccupazioni dei giovani riguardavano più avere un look con abiti all’ultima moda e un fisico scolpito in palestra che non i grandi problemi globali. Insomma, quando si sperava ancora che il futuro potesse essere solo rosa. Quando Milano era una metropoli immersa in eventi, innovazione e divertimenti, e forse si riusciva più facilmente a sorridere.

Paola Varalli architetto per la pagnotta e scrittrice per passione, Paola Varalli nasce sul lago Maggiore e vive tra Milano e il lago di Como. Ha pubblicato tre gialli con Fratelli Frilli editori, con le “squinzie” come protagoniste, due amiche con la propensione ad indagare e a ficcarsi nei guai.  Con Todaro editore è uscita con due racconti lunghi sulle antologie Quattro volte Natale e Odio l’estate, e nel maggio 2023 ha visto le stampe il suo ultimo lavoro dal bizzarro titolo di “Tira, mòlla e messèda” (le indagini del bar William), giallo che si svolge negli anni ottanta nella Milano da bere. Pino e Marietto, un idraulico e un gommista sui generis indagano nel “borgh di ortolan”, la zona di via Sarpi, Canonica, Piero della Francesca, ingollano bianchini spruzzati e forse riusciranno a salvare una persona in pericolo ecc. ecc.

:: Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale di Tania Branigan (Iperborea 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 settembre 2025

Per capire la Cina contemporanea di Xi Jinping non si può prescindere dal conoscere cosa successe in Cina dal 1966 al 1976, anno della morte di Mao Tse-tung. Un solo decennio in cui si attuò la cosidetta Rivoluzione Culturale, uno spartiacque traumatico e repentino che segnò per sempre un prima e un dopo nella tumultuosa storia cinese. La Cina sopravvisse e pose le basi dell’odierno miracolo economico che tanto impensierisce le nostre sempre più fragili democrazie occidentali da sempre tese a propugnare valori come la libertà, l’indipendenza, la giustizia, il democratico progresso condiviso. Se anche in Occidente abbiamo assistito a diverse rivoluzioni (altrettanto sanguinarie) come la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Inglese o quella Americana, per non parlare di quella Russa se vogliamo per esteso considerare anche la Russia Occidente, la Grande Rivoluzione culturale proletaria cinese ebbe caratteristiche sue proprie che segnarono per sempre nel profondo lo spirito e l’anima cinese. Fu un movimento che spazzò via le vecchie strutture tradizionali culturali, etiche, sociali e pose le basi di una nuova Cina che non ha mai smesso di evolversi e che ora conosciamo come potenza emergente nello scacchiere internazionale e desta grandi timori e un bricciolo di curiosità e forse anche ammirazione da parte nostra. Per fare luce su questo periodo controverso, e per molti versi ancora sconosciuto, della storia cinese, è sicuramente interessante leggere Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale della giornalista britannica Tania Branigan per sette anni in Cina come corrispondente di The Guardian. Edito in Italia da Iperborea e tradotto da Silvia Rota Sperti, Memoria Rossa più che un semplice saggio è un vero e proprio reportage che raccoglie le testimonianze dolorose e autentiche di chi partecipò alla Rivoluzione Culturale e ancora oggi ne conserva le cicatrici. Nessuno ne uscì innocente, vittime e carnefici si scambiarono i ruoli, in una lotta per la sopravvivenza in cui non era ben chiaro come si dovesse agire. Unico faro era il pensiero di Mao, che i giovani arruolati nel considetto grande esercito delle Guardie Rosse, seguivano con entusiasmo e autentica partecipazione. Non era facile rompere definitavemente con il passato, con la cultura tradizionale di stampo confuciano che perdurava da millenni. Fu uno spartiacque traumatico, come dicevamo prima, la delazione, la violenza, il sospetto erano diffuse, figli denunciavano i genitori, studenti uccidevano i propri professori, mogli e mariti si denunciavano a vicenda, e i campi di rieducazione erano veri e propri lager dove vigeva la tortura. I vecchi proprietari terrieri venivano assassinati passando a una collettivazione forzata delle terre che almeno nei primi tempi segno fame carestia, miseria diffuse, ma Mao ordinò di andare avanti e così i cinesi fecero verso un luminoso futuro che si intravedeva dalle ceneri e dalle rovine del passato. Si poteva cadere in disgrazia o essere riabilitati, tutto per un capriccio o una fortuita circostanza, gli eroi di ieri potevano diventare le vittime di domani, ma nonostante tutto questo la Cina conservò la sua anima. La Cina di oggi sembra destinata a fare i conti con questo ingombrante passato, sebbene il controllo sociale, oggi potenziato da tecnologia e software, sembra volerlo rimuovere. Ma la Cina di oggi è figlia della Cina di ieri, e il benessere economico ottenuto a caro prezzo da solo non basta a depurare dai fantasmi del passato e dalla necessità di conservare una coscienza, un’identità e valori condivisi in cui riconoscersi. Anche noi in Occidente abbiamo molto da imparare da queste esperienze, ora che per timore di guerre future si vuole fare abbattere il welfare per potenziare le spese belliche. Lo sgretolarsi dei capisaldi democratici è sempre più evidente ed è bene ricordare che fanno parte della nostra identità e della nostra anima, e che perdendoli, andrebbero persi per sempre.

Tania Branigan è una giornalista britannica. Tra le voci più importanti del Guardian per gli esteri, si è occupata a lungo di Cina, paese in cui ha vissuto sette anni come corrispondente. Suoi scritti sono apparsi anche sul Washington Post. Memoria rossa, finalista al Baillie Gifford Prize, è il suo primo libro.

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Leggi l’incipit

:: Scrivere di Marguerite Duras (NN editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

13 settembre 2025

Scrivere – una ragione di vita (Écrire, 1993) edito in Francia all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso da Gallimard, e ora edito in Italia da Enne Enne Editore, Milano, e tradotto da Chiara Manfrinato, che firma anche la postfazione, ovvero le Note della traduttrice, (da segnalare anche la prefazione di Gaia Manzini) è il testamento letterario, intimo, politico e morale di Marguerite Duras. 5 testi, di cui i primi due trascrizioni in forma narrativa di due interviste, in cui Marguerite Duras ci parla di scrittura, di amore, di morte, di politica militante, di arte, bellezza, guerra, solitudine e nostalgia. Dopo Écrire non scriverà, o meglio pubblicherà, più nulla, morirà tre anni dopo, nel marzo del 1996. Da non credente ci parla anche di Dio, molta della sua scrittura è attinente al sacro, a quella purezza che scaturisce dalla verità, eletta a cardine o meglio a lanterna con cui illuminare il suo amore per la vita, la scrittura, l’arte in senso lato. Nel suo rifugio di Neauphle scrive, non dorme molto, ospita gli amici, ascolta il silenzio del crepuscolo e osserva, sè stessa, il suo mondo interiore e ciò che la circonda, il suo giardino, il suo pianoforte, la morte di una mosca, simbolo di tutte le morti di cui è disseminata la sua vita, partendo da quella del fratello Paulo, che nel secondo testo La morte del giovane aviatore inglese, celebra, con il grido di disperazione, lo scandalo della morte di un ragazzo di soli vent’anni. L’inferno delle fabbriche, il sangue del proletariato, tutto sgorga nella sua scrittura militante, capace di indignarsi, commuoversi, protestare, urlare, col silenzio compresso della parola scritta. La Duras ci porta nel suo mondo, e non si capisce se scrive per se stessa o per il lettore, che un giorno leggerà queste pagine cariche di patos e sincera commozione. Nessuna volgarità, nessuna esibizione di bravura fine a se stessa, ma la sua scrittura stessa, con le sue cadenze, il suo ritmo sincopato, la sua capacità di trasmettere emozioni e forza d’animo. Un testo cardine per comprendere il mondo interiore della Duras e cosa per lei fosse la scrittura, l’importanza etica, morale politica che per lei aveva. Da leggere, rileggere e conservare.

Marguerite Duras (Saigon, 1914-Parigi, 1996) ha vissuto in Vietnam fino ai diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del Partito Comunista Francese, da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950. È autrice di romanzi e sceneggiature, come quella di Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais, e ha diretto numerosi film, tra cui India Song (1974) e Les enfants (1984). Con L’amante ha vinto il Premio Goncourt nel 1984.

Source: inviato dll’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Enne Enne Editore.

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