Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Dottor Cannabis. La storia di un medico antiproibizionista, Fabrizio Cinquini (Dissensi edizione, 2016)

21 luglio 2016
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Non abbiamo scoperto tutto sul sistema cannabinoide, ma quel poco che sappiamo ci obbliga a restituire a questa sacra pianta il rispetto che pochi malfattori, per i loro biechi interessi, le hanno tolto, poiché libertà di terapia, di ricerca, di culto sembrano oggi in Italia parole prive di fondamento pragmatico.

Fra pochi giorni, lunedì prossimo 25 luglio, si discuterà in Parlamento la legge sulla legalizzazione della cannabis. Dopo il probabile sì della Camera, ci sarebbe solo più il voto del Senato, forse l’ostacolo più grande al varo della legge che prevedrebbe[1] la possibilità di coltivare cannabis a scopo personale (massimo 5 piante dietro comunicazione), la possibilità di detenere 5 grammi all’esterno e 15 in casa (esclusi i proventi della coltivazione autorizzata), la coltivazione collettiva sull’esempio dei Cannabis social club spagnoli e la produzione e vendita di cannabis sotto monopolio di stato. Divieto assoluto per i minorenni.
Il forte no della Comunità di San Patrignano[2], che teme l’esplosione di un nuovo problema sociale, al pari di quello che esploso dopo la legalizzazione del gioco d’azzardo, non è l’unica voce che si è levata. Esistono anche coloro che sono favorevoli alla legalizzazione come il chirurgo vascolare Fabrizio Cinquini, che partendo da una sofferta esperienza personale (contrasse l’ epatite C durante un’ opera di emergenza a bordo di un’ autoambulanza nel 1997) è arrivato alla convinzione che la cannabis per uso medico ha i suoi vantaggi, più che svantaggi. Insomma la cannabis non come porta verso l’eroina, ma come strumento di cura efficace, dal quale, svolto il suo utilizzo, si può facilmente disintossicarsi.
Fabrizio Cinquini nel suo libro Dottor Cannabis. La storia di un medico antiproibizionista, (2016, pp. 197, 12 euro) edito da Edizioni Dissensi, ci parla di questo. Un libro che consiglio di leggere, in qualsiasi modo la pensiate, per la forte passione che il dottor Cinquini ci mette a esporre le sue tesi, avendo vissuto sulla sua pelle il problema, subendo arresti, la detenzione domiciliare, il carcere e fin anche il ricovero in strutture psichiatriche.
Il fatto che sia un medico sicuramente è una garanzia di competenza, il giuramento che ha fatto gli impedirebbe in tutta coscienza di consigliare una cura che potesse danneggiare il paziente. Insomma Fabrizio Cinquini ci crede veramente, come ci credeva Marco Pannella, che molto fece nei suoi anni di attivismo per giungere a questa legge.
Togliere alla criminalità organizzata e al racket il monopolio della commercializzazione della cannabis e delle droghe leggere non è che una delle conseguenze positive del varo di questa legge che innescherebbe un iter virtuoso, più che un’ espansione dell’uso smodato di questa sostanza a mero scopo ricreativo. Essenzialmente è lo svincolare questa sostanza dalla leggenda nera che da anni la circonda, l’obiettivo primario. Insomma una rivoluzione di costume e di modo di pensare, arrivando a considerare e accettare gli effetti positivi di questa “droga”, che sarebbe più corretto definirla, pianta curativa.
E non si parla sicuramente solo di mere convinzioni, campate per aria e non suffragate da dati scientifici. Ma anzi la ricerca e lo studio (ancora in atto) degli effetti curativi di questa pianta hanno dimostrano quanto si riveli efficace nella cura di malattie come la sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica (SLA), cancro, leucemia, AIDS, fibromialgia,glaucoma, morbo di Chron, lesioni midollari, diabete, epilessia, depressione, osteoporosi, psoriasi, asma, ustioni, dolori cronici, insonnia. Come sempre sono le quantità e l’utilizzo sotto stretto controllo medico che fanno la differenza, dal semplice fai da te.
Introduzione di Gianluca Ferrara.
Postfazione di Matteo Provvidenza.

Fabrizio Cinquini (Viareggio 1963), medico-chirurgo, è noto a livello nazionale e internazionale nell’assistere i suoi pazienti attraverso cure alternative olistiche naturali. Ha partecipato a missioni in Rwanda, oltre che in zone dell’Europa, la Russia e gli Stati Uniti.
Ha prestato servizio militare nel Corpo Sanitario Aeronautico ed è stato per anni medico di bordo in equipaggi internazionali. Segue pazienti affetti da patologie legate sia alla sua specializzazione – la chirurgia cerebro-vascolare – sia da patologie neurologiche degenerative sia malati oncologici. Per le sue convinzioni, ha pagato con la carcerazione, gli arresti domiciliari e il manicomio criminale. Ideatore e animatore di svariate manifestazioni eco-tecnologiche sulla canapa medicale e industriale, da anni porta avanti il progetto per una produzione di canapa terapeutica attraverso le istituzioni militari, progetto in parte accolto dalla regione Toscana.
Vive a Pietrasanta ed esercita la professione tra Italia e Spagna.
Il 24 giugno 2016 Fabrizio Cinquini è stato assolto dal Gup di Lucca per coltivazione di 22 piante di canapa.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

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[1] http://www.cannabislegale.org/proposta-di-legge/

[2] http://www.vita.it/it/article/2016/07/18/cannabis-legale-san-patrignano-dice-no/140182/

:: La valle delle bambole, Jacqueline Susann (Sonzogno, 2016)

19 luglio 2016
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Be careful what you wish for sembra una verità fondamentale a cui attenersi specie quando si è una giovane e bella ragazza della provincia che si reca a New York (alla fine della Seconda Guerra Mondiale) in cerca di fama, amore, soldi e successo. Nessuna delle tre protagoniste di La valle delle bambole (Valley of the Dolls, 1966) di Jacqueline Susann, Anne, Jennifer e Neely, la seguì e con tragiche conseguenze, vedendo gli esiti delle loro vite. Raggiungere i loro sogni le portò solitudine, infelicità, dipendenza da alcool e droga, addirittura una delle tre arrivò al suicidio. Insomma assistiamo alla desacralizzazione del sogno americano, compiuta certo con gli strumenti e la verve che la simpatica Susann disponeva.
Se vogliamo la lettura di questo libro e il suo valore sono più necessari per il suo essere un documento di un’ epoca, che per il valore e le qualità letterarie (oltre all’indubbio coraggio) della Susann. Gore Vidal, Truman Copote insomma non si sbagliarono di tanto, e non devono essere considerati come dei meschini e invidiosi rosiconi, anche se esternarono i loro pareri con la loro consueta insolenza. Tuttavia la sua prosa la si legge con estrema facilità e i temi seri che tratta, quasi incappandoci per sbaglio, dall’emancipazione femminile, al maschilismo e al materialismo presenti nella società americana, all’aborto, al suicidio, alle malattie mentali, sono il ritratto fedele di un’ epoca che preferiva nascondere la polvere sotto il tappeto, in favore di un certo entusiasmo simulato e un allegria pop, da boom economico. La Susann ne tratteggia le ombre con vivace arguzia, e la sua forte personalità e il suo umorismo anche amaro, sono un collante sicuramente efficace, padroneggiato con indubbia abilità.
A cinquant’anni dalla pubblicazione l’effetto destabilizzante è senz’altro smorzato. Ormai si parla di sesso molto liberamente, anche nei romanzi, forse meno di cancro, malattie mentali e suicidio. Per cui se vogliamo il suo romanzo non appare così datato come appaiono opere di quel periodo lette oggi. Il suo linguaggio pepato, la sua mancanza di inibizioni quando si parla di sesso (evidenziando come lo percepivano le ragazze degli anni ’60), sono senz’altro parte del fascino di questo libro, che anche oggi, in un’ epoca di post-femminismo come la nostra, conserva le sue peculiarità.
Non fu facile pubblicare questo libro negli anni ’60, numerosi editori lo rifiutarono e solo Bernard Geis Associates lo pubblicò nel 1966. Che Jacqueline Susann parlasse di sé e vi fossero molti elementi autobiografici è indubbio, come è indubbio che molte storie e aneddoti furono tratti dalle vite (travagliate) di molte star di quei tempi, a partire da Judy Garland.
Non ostante l’aura di scandalo, da alcuni questo libro fu tranquillamente definito un soft porno, La valle delle bambole fu un successo immediato e travolgente. Restò per ben 65 settimane nella lista dei best seller del New York Times, grazie anche alla grandissima campagna promozione che organizzò il marito della Susann, il produttore Irving Mansfield.
Per togliere un’ equivoco, le “bambole” del titolo non sono le protagoniste, ma le magic candy, gli psicofarmaci di cui le stelle del cinema facevano abbondante uso, sonniferi, stimolanti, antidepressivi, anfetamine.
Ne fecero un film, diretto da Mark Robson, con Sharon Tate nella parte di Jennifer North, e Susan Hayward in quella di Helen Lawson, in cui in un cameo apparve la stessa Susann (che tuttavia usò termini molto dispregiativi per definirlo). Da anni si parla di un remake con protagoniste Madonna (Helen Lawson), Jennifer Lawrence, (Jennifer North) Anne Hathaway (Anne Welles) e Emmy Rossum (Neely O’Hara). Chissà, vediamo, certo molto dipenderà dal regista, ma non è difficile predire un indiscusso successo. Come il libro, tradotto in questa edizione da Mariapola Dettore. Postfazione di Irene Bignardi.

Jacqueline Susann (1918-1974) era originaria di Philadelphia. A diciott’anni si trasferì a New York, dove lavorò come attrice e, per ben quattro volte, fu premiata come la “Donna più elegante della televisione”. Ma fu il successo dei suoi tre romanzi, tutti bestseller mondiali – La valle delle bambole (1966), La macchina dell’amore (1969) e Una volta non basta (1973) -, a trasformarla nella leggenda che ancora oggi si ricorda. Sposò il produttore Irving Mansfield. Da La valle delle bambole, il suo libro più famoso, ristampato diverse volte anche in Italia, sono stati tratti un film e una serie televisiva.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Sonzogno.

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:: La lettera, Kathryn Hughes (Editrice Nord, 2016), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016
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500.000 copie, 4.000 pareri favorevoli, per 130 giorni in testa alle classifiche, diritti di traduzione in 16 Paesi, diritti cinematografici e un successo strepitoso in tutto il mondo.  Quale può essere il segreto del successo di un libro? Una buona combinazione di fluida lettura, lingua non contorta, facile assimilabilità della trama. Anche se parliamo di un libro d’esordio, riscontriamo in esso una maturità che lascia intravedere un lungo esercizio di limatura e propensione al imbastire aneddoti. Insomma, si capisce che la scrittrice si è molto divertita nel raccontare una storia godibile e struggente. Siamo in Inghilterra, una giovane donna è infelice per via dei maltrattamenti subiti. Non ha più la speranza di liberarsi, però ci prova. Va via di casa, il marito però le giura di essere cambiato, lei è sola, si illude che davvero sia una persona migliore. Non è così. Un giorno, trova una lettera ingiallita ed inizia la sua alternativa all’oppressione. E’ una lettera d’amore, scritta nel periodo del secondo conflitto mondiale. Questa protagonista ammaccata dalla vita diventa investigatrice. Vuole sapere perché è finita la storia d’amore tra due giovani. Forse per la guerra? Forse perché non si amavano più? Forse perché dispersi come chicchi di grano? Da brava cantastorie, l’autrice pone il lettore nel processo di immedesimazione, ci si lascia coinvolgere da un narrare denso, molto fresco, intrigante. Ogni pagina contiene una sorpresa, un idillio arcadico di felicità da conquistare. Nasce la gioia di accettare quello che il destino ha in serbo per noi. “Niente è per sempre”, cantano gli Afterhours, ed allora perché non mettere un punto alle sofferenze? La giovane coppia di innamorati, come Romeo e Giulietta, è punita dal fato, ma il loro amore resiste nel tempo, come quei segni sulle pareti delle grotte ultramillenarie. La nostra “investigatrice per caso” scoprirà che il Bene trionfa sempre e comunque e il suo dolore svanirà se avrà coraggio.

Kathryn Hughes è inglese, nata e tuttora residente nel Cheshire. Questo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Sassi vivi, Anna Rottensteiner, (Keller 2016), a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2016
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Sassi vivi di Anna Rottensteiner, edito da Keller, parte da un lungo flashback di Franz, uno dei protagonisti della trama, e conduce noi lettori alla scoperta del passato e della vite che i personaggi letterari vissero con tutti gli effetti e le conseguenze derivanti dalla Seconda guerra mondiale. Il romanzo della Rottensteiner è un viaggio tra i ricordi del passato e i dolori del presente. Negli anni Trenta/Quaranta del Novecento, teatro della narrazione è il Sudtirolo dove il giovane Franz vive con la madre che deve compiere un’importante decisione: aderire al Reich, mantenendo in questo modo la possibilità di continuare a seguire usi e costumi propri, o accettare l’annessione all’Italia, rinunciando però alle proprie radici culturali. La donna non accetterà nessuna delle due opzioni, trovandosi a vivere in una situazione nella quale lei e il figlio saranno guardati con dubbio e sospetto. Il tutto si complicherà ancora di più quando la madre di Franz deciderà di ospitare Armando, un professore romano, non ben visto dai sud tirolesi, perché sospettato di essere vicino al fascismo. Ad un cero punto, l’uomo verrà raggiunto da un certa Dora, la sua amata figlia, simpatica ed esuberante, che ha “perso la testa” (nel senso che lo ammira molto) per Mussolini. I destini di Franz e della ragazza si intrecceranno in modo indissolubile, quando lui, partito come soldato per il fronte, la ritroverà a Salò. Sassi vivi si addentra nei destini esistenziali dei due giovani, che finita la guerra si trasferiranno nei paesi nordici dove Dora comincerà a realizzare una serie di sculture – i sassi vivi- che la aiuteranno a fare memoria di tutto il male visto e vissuto durante il conflitto bellico. Il dolore e il senso di colpa che opprimono la donna saranno così gravi da impedirle di trovare la pace e la tranquillità esistenziale per vivere con Franz. Dora, schiacciata dal peso della sofferenza confesserà tutto il suo male esistenziale a Franz – e a noi lettori- per non aver mai compreso fino in fondo il padre Armando, non un fascista come tutti credevano, ma un partigiano che aveva sempre cercato di metterla in guardia dal suo ammaliamento per il regime. In questo piccolo romanzo la Rottensteiner mette nella trama non solo una storia d’amore, ma tutta una serie d’importanti tematiche ancora attuali al giorno di oggi. Tra le pagine ci sono il conflitto fra la generazione dei padri e quella dei figli; l’avversione verso coloro che non avendo scelto con chi schierarsi erano visti come dei traditori e come persone delle quali non fidarsi; il fatto che le guerre separano le persone impedendo loro di conoscersi realmente e, ancora, l’atmosfera di caos completo dell’Italia dopo il 1943. I sassi vivi realizzati da Dora sono opere d’arte, ma a lei permettono di dare forma alle individualità e al ricordo delle persone che ha conosciuto e, purtroppo, anche perso a causa della guerra e della incomprensioni. Sassi vivi di Anna Rottensteiner è una storia intensa, nella quale gli spettri del passato danno il tormento a Dora nel presente impegnata nella ricerca costante della pace persa. Traduzione Carla Festi

Anna Rottensteiner è nata nel 1962 a Bolzano, ha studiato letteratura tedesca e slava a Insbruck e ha poi lavorato per librerie e case editrici. Dal 2003 dirige il centro di letteratura LiteraturhausamInn. Sassi vivi è il suo primo romanzo. A febbraio 2016 è uscito il suo secondo libro NureinWimpernschlag.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Un ringraziamento a Silvia Turato dell’ufficio stampa Keller.

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:: L’arte del Rinascimento in Italia, Stephen J. Campbell, Michael W. Cole (Einaudi, 2015), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016
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Il Rinascimento vide l’origine dell’arte nella mente del  creatore. Quando Raffaello scriveva che cominciava a dipingere con una << certa idea>>, quando Michelangelo descriveva lo scultore come colui che insegue l’<<idea>> contenuta in un blocco di pietra, o quando Vasari riportava la pittura, la scultura e l’architettura al principio del << disegno>>, essi asserivano che il solo lavoro non era  meccanico, ma anche intellettuale, un lavoro di pensiero. L’artista del Rinascimento era spesso apprendista di bottega, nella quale raggiungeva abilità tecniche mirabili. La trattazione comincia nel 1400, è corredata da ben 817 illustrazioni, 703 a colori. Un lavoro immenso.
Questo volume punta alla completezza piuttosto che all’enciclopedismo, un focalizzare l’attenzione sui singoli oggetti e monumenti, sottolineando i limiti di un approccio meramente biografico. E’ una puntigliosa dimensione auto-riflessiva. Il Rinascimento fu una rigogliosa occasione per riprendere le fila di un percorso di contezza delle antichità classiche, un ulteriore declinazione dell’umanesimo che lanciava reti per pescare nel mare della perfezione artistica passata. Fu cerniera tra il presente ed il futuro, come se tutta la vastità di immaginazione greco-latina fosse divenuta il trampolino da cui tuffarsi per immergersi nel fiume della bellezza figurativa. La grandezza del sua eredità è frutto di un cammino intrapreso dai pionieri umanistici che hanno indossato l’armatura classica più congeniale, salvo poi spiccare il volo come rondini che migrano verso porzioni di cielo non contaminate dalla trivialità grottesca o da stereotipi soggetti di un’arte che aveva bisogno di liberarsi. Gli autori di questo poderoso volume sono esperti conoscitori delle vicende artistiche dell’Italia, ma si soffermano anche su influssi culturali esterni. Un libro da leggere, da sfogliare, da meditare, da gustarsi non solo perché parla dell’ orgoglio di una nazione, ma anche del  suo apporto alla civiltà dell’intero Occidente.

Stephen J. Campbell è docente di Storia dell’arte alla Johns Hopkins University

Michael W. Cole è ordinario di Storia dell’arte e archeologia alla Columbia University.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Raccontami dei fiori di gelso di Aline Ohanesian (Garzanti, 2016) a cura di Giulietta Iannone

14 luglio 2016
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“A volte mi domando se il nostro kismet è come questa lana e se Dio lo tinge arbitrariamente di un colore o di un altro”.

“Ti serve un nome turco. D’ora in poi risponderai al nome di Seda. Significa “eco”, così che tu possa ritrovare la tua voce”.

“Una tazza di caffè t’impegna a quarant’anni di amicizia” recita un proverbio turco.

Il genocidio armeno ha un triste primato: fu il primo genocidio del ventesimo secolo, anche se lo stesso termine genocidio, l’uso di questo termine, non è universalmente accettato. La Turchia non riconosce il Medz Yeghern come tale, la morte di un milione e mezzo di armeni rientra tra le vittime di guerra. C’era la Prima Guerra Mondiale, anche gli innocenti morivano. Seppure documenti e testimonianze attestino la peculiarità di questo sistematico sterminio, i turchi vivono ancora come un’offesa questi accenni. Paradossalmente il genocidio ebraico, fatto salvo per gli odiosi, ma sporadici, fenomeni di negazionismo, ha trovato minori ostacoli al suo riconoscimento. La Germania, come stato, entità politica, non ha mai negato la Shoah. La Turchia appunto sì. È illegale parlarne. Se fossi una blogger turca rischierei l’oscuramento del mio sito, se non l’arresto da sei mesi a due anni per vilipendio dell’identità nazionale, in base all’art. 301 del codice penale. Ecco, chiarito questo, è più che evidente il significato che assumono libri come quello di cui vi sto per parlare. Un’umile voce, un eco (il nome turco stesso della protagonista del romanzo a questo rimanda) di quello che successe, ostacolato da una cortina di silenzio. Sul nostro blog già se ne parlò trattando questo saggio che invito a riscoprire se interessati all’argomento.
Ma cos’è un genocidio? Un genocidio, dice il dizionario, è la metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Il suo riconoscimento ha due conseguenze dirette: una morale, l’altra materiale, legata a un eventuale risarcimento dei discendenti delle vittime. Probabilmente lo stato turco è a questa seconda circostanza che si oppone più fermamente. Sta di fatto che gli eventi più lontani nel tempo, rispetto per esempio alla Shoa, hanno minori moderne documentazioni, ed anche una foto sappiamo tutti è possibile alterarla, o distorcere dati, termini, circostanze. Chi si approccia a tutto ciò con uno spirito scientifico non può non tenerne conto, ma la difficoltà di poter pervenire a una comprovata verità storica, non deve frenarci dal continuare a cercarla. Senza trasformare la Turchia contemporanea in un mostro mitologico a due teste.
Leggere libri come Raccontami dei fiori di gelso (Orhan’s Inheritance, 2015), è dunque un preciso atto morale, etico, e politico, e come dice l’autrice stessa gli storici, gli studiosi e i giornalisti che si battono per la verità dimostrano quotidianamente che la penna è davvero più forte della spada. Dunque anche un romanzo può rientrare in questa giusta battaglia per la verità, quanto mai la letteratura si presta a questo scopo e lo fa con le sue armi, e la sua voce.
Il libro è ispirato ai ricordi della bisnonna dell’autrice, che aveva 3 anni nel 1915, quando assistette all’impiccagione pubblica di suo padre e in prima persona partecipò alla fuga dalla Turchia. Da questo nucleo di vita raccontata, per “non dimenticare mai”, Aline Ohaniesian ha tratto il personaggio immaginario di Seda e di coloro che compaiono in questo libro.
L’eredità di Orhan, dal titolo originale, è infatti il pretesto da cui parte il libro che pian piano da eredità materiale assume, durante la lettura, un valore sempre più simbolico e morale. Alla morte del nonno, Kemal Turkoglu, il giovane Orhan parte da Istanbul, dove dirige una ditta di tessuti, verso l’Anatolia interna, la quint’essenza dell’altra Turchia, e giunge a Karod, dove sorge la casa di famiglia, abitata da suo padre Mustafa e dalla zia Fatma. Siamo nel 1990, il presente storico se vogliamo del romanzo. Alla lettura del testamento in una clausola del tutto inaspettata, il nonno Kemal destina la casa di famiglia a una donna misteriosa: Seda Melkonian. Spetterà a Orhan ad andare in California, dove l’anziana donna vive in una casa di riposo, per tentare di convincerla ad accettare un giusto indennizzo in cambio della casa in cui sono sempre vissuti suo padre e sua zia.
Seda Melkonian, all’inizio è piuttosto refrattaria ad accogliere questo giovane turco che riporta in vita il passato, ma poi decide di raccontargli la sua storia.
Con un linguaggio poetico e delicato, screziato di termini turchi, profumi, odori orientali, Aline Ohanesian ci narra la sua storia, alternando presente, il 1990 appunto, e il passato, il 1925, e creando una storia in qualche modo di investigazione. All’inizio non sappiamo dove l’Ohanesian ci porterà, quali sono i legami e rapporti tra i personaggi. E questa curiosità se vogliamo accresce l’interesse con cui seguiamo il dipanarsi degli eventi in una sorta di Mille e una notte turca. L’Ohanesian ha una grande capacità affabulativa, legata alla tradizione orale, ed è un vero piacere leggere le sue pagine, sebbene narrino anche fatti tragici come le deportazioni o lo sterminio dei cristiani armeni da parte del governo turco musulmano.
Traduzione di Stefano Beretta.

Aline Ohanesian, nata in Kuwait, vive in California con il marito e i figli. Il suo romanzo, segnalato da tutte le classifiche dei librai americani e pubblicato in tutto il mondo, è stato selezionato per il Flaherty-Dunnan First Novel Prize e finalista del PEN/Bellwether Prize for Fiction.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Bianca dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: L’ultimo bicchiere di Klingsor, Torgny Lindgren, (Iperborea 2016) a cura di Viviana Filippini

13 luglio 2016
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Klingsor. Quando ho letto il nome nel titolo del libro L’ultimo bicchiere di Klingsor di Torgny Lindgren edito da Iperborea, ho cominciato ad avere un chiodo fisso in testa, perché mi ricordava qualcosa. A forza di scavare nella memoria mi sono ricordata che Klingsor è anche il protagonista del romanzo autobiografico di Herman Hesse (L’ultima estate di Klingsor), uscito nel 1920, con protagonista un pittore dalla vita appassionata e, ad un certo punto, in crisi. In realtà, anche il Klingsor di Lindgren è un artista, lui fa il pittore e chi leggerà il libro conoscerà la sua storia seguendo i passi e le ricerche che due critici stanno raccogliendo per farne un libro. La vicenda, ambientata nei paesi nordici, parte dal momento in cui il pittore Klingsor cammina nel bosco e trova su un ceppo di legno, ben saldo e ritto, un vecchio e antico bicchiere – l’ultimo- utilizzato da un suo lontano parente per sbronzarsi a Pentecoste. Quel bicchiere, rimasto intatto dopo un secolo, diventa per Klingsor una sorta di oracolo, dal quale il protagonista prende spunto per una propria riflessione personale – e molto particolare- sul senso della realtà. Klingsor afferma che ogni cosa esistente sulla faccia della terra è materia viva e pulsante, anche quando essa appartiene a quegli oggetti e cose che si ritengono inanimati. Per esprimere quella che per Klingsor è una vera e propria rivelazione, lui inizia a prendere lezioni di pittura per corrispondenza da una certa Fanny. Nella trama narrativa le loro lezioni a distanza diventeranno il mezzo per lo scambio di opinioni pittoriche ed esistenziali, e quando Klingsor comunicherà alla docente la sua sacra verità, lei si dimostrerà molto scettica. Lo additerà come un visionario e come un artista molto vicino agli uomini primitivi che veneravano gli oggetti o si creavano feticci. Klingsor non si farà intimorire da nulla e da nessuno, anzi reagirà con la sua ironia congenita, quell’arma che lo sostiene sempre, senza tradirlo mai, nella sua indagine esistenziale e filosofica. Il pittore non ascolta le critiche e gli attacchi, ma procede nel suo creare e cercare, facendo quadri su quadri, anche se in realtà le tele ritraggono solo oggetti e sempre gli stessi. La ricerca di Klingsor diventa per lui una vera e propria ossessione, e chiodo fisso è pure la indefinibile, ma squisita, zuppa ribollita più volte, che l’uomo usa come pasto dal quale recuperare energia e lo stimolo per continuare a cercare la sua verità. Questo impegno costante non impedirà al pittore di trovare moglie (la stessa Fanny) e di andare oltre la critiche di tutti coloro che non coprendono il suo bisogno di dipingere. Il personaggio creato dallo svedese Lindgren è un uomo originale, fuori dai canoni tradizionali, a tratti potrebbe sembrare folle e un individuo strambo da tenere ai margini della società ma, per Klingsor, protagonista di L’ultimo bicchiere di Klingsor i giudizi altrui sono irrilevanti, per lui dipingere non è solo un semplice mettere colori sulla tela. Per il pittore Klingsor muovere la mano sul quadro è un atto fisico ed emotivo, è un raccontare e sostenere il fatto che per lui non esiste confine tra la vita e la morte, perché la materia – anche se inanimata- è vita e la vita è materia. Traduzione Carmen Giorgetti Cima. Postfazione Lucio Morawetz.

Torgny Lindgren nato nel 1938 nel Västerbotten, nel nord della Svezia, è uno degli autori più originali ed eclettici per temi e scrittura della narrativa scandinava contemporanea. Accademico di Svezia, insignito dei più prestigiosi premi in patria e all’estero, dal Premio del Consiglio Nordico al Prix Fémina, e definito da Le Monde “tra i veramente grandi”, è noto anche in Italia per gli otto titoli già tradotti, tra cui Betsabea, Per amore della verità e La ricetta perfetta.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Tutta la verità su Gloria Ellis, Martyn Bedford (De Agostini, 2016) a cura di Micol Borzatta

13 luglio 2016
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Gloria è una ragazzina di soli quindici anni che odia la sua vita. Da quando il fratello maggiore Ivan è andato via di casa per frequentare il college, lei ha dovuto cambiare molto di se stessa per adeguarsi e conformarsi con la realtà che la circondava, ma sempre più spesso si ritrova a pensare che la sua vita è solo una menzogna, vorrebbe scappare, ma non ne ha il coraggio. Almeno fino a quando nella sua scuola non arriva Uman Padeem. Un ragazzo molto particolare che non ha paura di sfidare i professori o qualsiasi altra persona e non si lascia convincere a fare niente che non voglia.
Una sera Gloria dice a sua madre che dorme a casa di una sua amica, ma invece sparisce per due settimane.
I genitori sono distrutti e la polizia non smette di cercarla, quando compare come dal nulla.
La poliziotta Ryan è obbligata a interrogarla e Gloria racconterà tutto quello che le è capitato in quei quindici giorni, quello che ha pensato e perché lo ha fatto. È il momento della verità e soltanto la verità.
Un romanzo diverso da tutti i romanzi.
Già in partenza possiamo notare che Bedford ha voluto scegliere uno stile tutto particolare. Il romanzo infatti si apre con un interrogatorio, e per la precisione quello di Gloria Ellis, dando subito al lettore le informazioni di quella che sarà la protagonista del libro, che ci viene comunicato anche nel titolo, e del fatto che il mistero sottointeso è la sua sparizione per ben quindici giorni. Informazioni che invece di portare il lettore a distaccarsi dalla lettura, lo intrigano e lo coinvolgono perché rimangono in sospeso fino a quando dal secondo capitolo non sarà proprio Gloria a narrare in prima persona raccontandoci i suoi pensieri e quello che ha vissuto, seguendo quello che è il punto di vista di una bambina di quindici anni.
La trama, molto ben sviluppata, va a toccare tutti quegli argomenti caldi per un’adolescente, Gloria infatti racconta il suo sentirsi fuori luogo, il suo diventare convenzionale solo per uniformarsi con la società, il suo malessere emotivo causato da una famiglia che non la capisce fino in fondo e il suo primo amore.
Temi molto importanti che purtroppo colpiscono quotidianamente quasi ogni ragazzo e ogni ragazza e che spesso non hanno il coraggio di raccontare e di aprirsi. Il tutto farcito da eventi misteriosi che appaiono in un modo ma in realtà sono completamente l’opposto.

Martyn Bedford nasce a Croydon, nella zona sud di Londra, nel 1959.
Dopo aver ottenuto un Master of Arts in Scrittura creativa all’università dell’Anglia orientale lavora per 12 anni come giornalista.
Ha insegnato scrittura creativa all’Università di Manchester e all’Università di Leeds.
Nel 1996 pubblica Acts of Revision, nel 1997 Exit, Orange & Red, nel 1999 The Houdini Girl, nel 2000 Black Cat e The Virtual Disappearance of Miriam, nel 2006 The Island of Lost Souls, nel 2011 Flip – Scambio di persona, e nel 2016 Tutta la verità su Gloria Ellis.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’ Ufficio Stampa De Agostini.

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:: The Graveyard Book, Neil Gaiman, P. Craig Russell (NPE, 2015) a cura di Elena Romanello

13 luglio 2016
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Prima di scrivere vari romanzi, per adulti e ragazzi, Neil Gaiman nasce come fumettista, visto che è autore della monumentale saga di Sandman, e non c’è da stupirsi se è rimasto questo suo legame con il mondo delle nuvole parlanti, dove spesso torna per raccontare in un altro modo le sue storie scritte.
The graveyard book è una graphic novel, uscita in italiano per il piccolo ma interessante editore Nicola Pesce, ispirata al romanzo di Gaiman noto in italiano come Il figlio del cimitero (Mondadori) e con i disegni di P. Craig Russell. Anche in fumetto, la storia rispetta perfettamente la vicenda originale, un romanzo fantastico certo, ma anche una storia di formazione su modello dei grandi romanzi dell’Ottocento, Dickens in testa, con archetipi come il rapporto con la morte e il cimitero che è luogo di passaggio tra vivi e morti e anche quindi di confronto tra dimensioni diverse dell’esistere.
Un vecchio detto africano dice che c’è bisogno di un villaggio per crescere un bambino: per Nobody, piccolo sfuggito al massacro della sua famiglia, sarà il cimitero dove si rifugia a crescerlo, con l’ombra della morte a cavallo, fantasmi di varie epoche anche dimenticati, come una strega morta poco più grande di lui che il protagonista aiuterà a trovare pace, un vampiro che è l’unico aggancio con il mondo fuori. Gli anni passeranno per Nobody detto Bod, con incontri con l’universo dei vivi, il pericolo incombente che qualcuno torni e finisca il lavoro per un oscuro disegno esoterico e il desiderio di scoprire il mondo fuori e nello stesso tempo rimanere con quella che è la sua famiglia.
The graveyard book, metafora del crescere e del significato vasto di famiglia, funziona quindi anche in disegni, accurati e pronti a riflettere le atmosfere tra vita e morte dell’odissea di Nobody nella ricerca di se stesso. Uno stile grafico, quello di Russell, che in questo caso si avvicina alla tradizione di illustrazioni britanniche, quell’immaginario fantastico in cui Gaiman pone le sue radici, tra fiaba, mito, folklore, leggenda.
Un libro, compendio del romanzo ma anche godibile a se stante, che non può mancare se si ama Neil Gaiman, autore dai mille volti e dalle mille sperimentazioni, ma che può essere anche un primo approccio al suo mondo. Perché vale per tutti, anche se non cresci in un cimitero con un vampiro come mentore, il sapere che un giorno sul cavallo della morte si salirà comunque ma che prima c’è la vita, in cui bisogna entrare con gli occhi e il cuore spalancati.

Neil Gaiman, inglese di origine e statunitense di adozione, è fumettista e scrittore, autore di opere come Sandman, Death l’alto costo della vita, Stardust, American Gods, Coraline. Vincitore di numerosi premi è considerato uno dei più grandi autori del fantastico viventi.

Craig Russell, vive nell’Ohio e ha alle spalle una carriera quarantennale come disegnatore di fumetti e graphic novel. Nel suo curriculum figurano supereroi e adattamenti di opere classiche come le Fairy Tales di Oscar Wilde. Di Neil Gaiman ha già adattato Coraline e The Dream Hunters.

Source: acquisto del recensore al Salone del Libro di Torino.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux, 2016)

12 luglio 2016
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La battaglia da vincere affinché tanti giovani musulmani non si trasformino in “attentatori fai da te” pronti a fare strage nei paesi dove sono nati e cresciuti è soprattutto culturale. Per questo la guerra della comunicazione è tanto importante.
Spegnere gli account dei sostenitori dell’Isis, arrestare chi diffonde sulla rete i proclami del Califfato o replicare con gli stessi mezzi sembra insufficiente di fronte alla determinazione e alla spregiudicatezza dell’esercito dei tagliagole.
Forse sarebbe più efficace interrompere il flusso di denaro che sostiene le campagne militari e mediatiche dello Stato islamico. Indagare davvero su chi c’è dietro ai finanziamenti a questi estremisti, su chi fornisce loro le armi e le attrezzature video di ultima generazione, su chi li aiuta a montare e a diffondere i loro raccapriccianti filmati. Nello stesso tempo è utile smascherare le false informazioni che circolano in rete, perché il confine tra vero e verosimile sembra confondersi ogni giorno di più. I media e i professionisti dell’informazione dovrebbero valutare con maggior attenzione provenienza e attendibilità dei materiali prima di pubblicarli, soprattutto se presi dal web, soppesandone l’utilità informativa più che la logica di “cassetta” o il timore di “bucare” quello che appare in rete. Bombardati da tante immagini di violenza e notizie frutto di propaganda i cittadini rischiano di perdersi. L’asticella dell’indignazione dell’opinione pubblica si sta spostando di giorno in giorno sempre più in alto, come avviene nei programmi televisivi in cui la ripetitività richiede sempre nuovi colpi di scena per ridestare l’attenzione. Il rischio è quello dell’abitudine.

Oggi voglio presentare ai lettori di Liberi di scrivere un testo se vogliamo complesso, ma anche interessante e di stretta attualità, che potrà essere utile sia ai cosiddetti addetti ai lavori (studiosi, docenti, analisti, giornalisti) come ai semplici lettori, coscienti del mondo che li ci circonda, persone che si fanno domande, che cercano di analizzare e comprendere la realtà alla luce di un più serio approccio interpretativo. Insomma se non siete animati da questa curiosità, l’accostarsi a questo testo potrà sembrare decisamente ostico, ma se invece come avete familiarità con testi storici e di geopolitica, non potrete che trovarlo una lettura degna di attenzione e densa di spunti di approfondimento. Per coloro che non hanno questa familiarità cercherò comunque, nel mio modesto ruolo di cultore della materia, di fornire le più semplici chiavi interpretative per un’ agevole lettura.
Il testo si intitola Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 (Bordeaux, 2016) ed è il frutto del lavoro congiunto di numerosi esperti, – storici, analisti politici, analisti economici- , che hanno unito le loro forze nel tentativo immane di fare chiarezza, di evidenziare punti certi di analisi, di giungere a sicure conclusioni, per quanto la materia, quanto mai magmatica, lo permetta. Come è stato sottolineato in un dibattito viviamo in un mondo velocissimo, tutto ciò che si scrive è già parte del passato, per cui è bene sottolineare che questo testo, la cui pubblicazione ha una cadenza annuale, (esistono già due volumi riguardanti l’anno 2013 e 2014), è aggiornato al 31 ottobre 2015. Tenuto conto di questo, e partendo dal principio che attingendo alle radici storiche si può meglio capire l’attualità, e il presente, cercherò di darvi le informazioni basilari, anche piuttosto schematiche, per avvicinarvi al testo.
Innanzitutto la realizzazione della ricerca e della pubblicazione dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016 rientrano nell’ambito delle attività scientifiche dell’area di ricerca storico- politica dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma, in collaborazione con il CeSI (Centro Studi Internazionali). Responsabili scientifici e curatori dell’opera sono il professore associato di Storia contemporanea Andrea Ungari e il dottore in Storia d’Europa Francesco Anghelone. La prefazione è a cura di Antonio Iodice (presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V). L’ introduzione è di Andrea Margelletti (presidente del Centro Studi Internazionali (CESI). E la postfazione, dal titolo L’Europa e il Mediterraneo, è di Stefano Polli (vice direttore dell’Agenzia ANSA).
Il corpo del testo è composto da due brevi saggi introduttivi di approfondimento, Media e Social Media dalle primavere arabe allo Stato Islamico di Alfredo Macchi e Lo stato Islamico: nascita e ascesa del nuovo modello di riferimento del terrorismo globale di Gabriele Iacovino. Seguiti da undici schede paesi, composte da una parte storica e una parte contemporanea, cadenzata da un profilo politico, economico e sociale. Andrea Ungari si occupa del profilo storico di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Israele, e Autorità Nazionale Palestinese. Marco Di Liddo del profilo contemporaneo di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Turchia. Francesco Anghelone del profilo storico di Egitto, Libano, Siria, Giordania e Turchia. L’analista Francesca Manenti del profilo contemporaneo di Israele. Stefania Azzolina del profilo contemporaneo della Autorità Nazionale Palestinese, Libano e Giordania. E infine Francesco Tosato del profilo contemporaneo della Siria, se vogliamo il più scottante data la guerra in corso e l’occupazione di parte del suo territorio da parte dello Stato Islamico.
Come dicevo l’utilità di questo testo non si limita a interessare gli addetti ai lavori, (molto di quello di cui si parla è conosciuto, ma qui viene espresso in modo sistematico, organico e sintetico, rispettando naturalmente l’aspetto scientifico e i rimandi bibliografici puntuali ed esaurienti) ma si estende anche ai lettori comuni grazie all’agilità di consultazione.
Non è un testo da leggere dalla prima pagina all’ultima, per lo meno io non mi sono approcciata con queste modalità. Ho letto certo in ordine prefazione e introduzione, per farmi un’idea degli argomenti che sarebbero stato trattati, poi ho letto la postfazione. Inseguito i due saggi introduttivi, che focalizzano gli argomenti principali dell’edizione di quest’anno: il ruolo dei mass media e lo stato islamico come modello di riferimento del terrorismo globale, solo pochi anni fa rappresentato da Al-Qāʿida. Inseguito sono passata a leggere le schede paese, partendo dalla Siria, la Turchia e l’Egitto. Poi sono passata a studiare le due schede rispettivamente dedicate e Israele e Autorità Nazionale Palestinese, e poi via via tutte le altre, in ordine casuale. Insomma ho gestito lo studio del testo con un approccio molto libero, e il testo fortunatamente lo permette.
Se vogliamo focalizzare i principali punti che possono interessare più o meno tutti, direi innanzitutto di considerare quanto la guerra in atto compiuta dallo Stato Islamico, non è esclusivamente una guerra di conquista territoriale, ovvero svolta su piano militare, ma lo scontro avviene ad un piano più alto ed esteso, in prima analisi culturale, politico, economico e sociale. Sembra un’ ovvietà, ma non lo è affatto in quadro quanto mai complesso e vittima di disinformazione. A quest’ ultimo tema si ricollega l’interessante approfondimento di Alfredo Macchi, e per chi volesse approfondire ulteriormente anche l’ intervista da noi condotta a Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015). Un altro tema è il disimpegno statunitense, prima in un certo senso paladini e propugnatori delle varie primavere arabe con la collaterale democratizzazione del Medio Oriente e Nord Africa, e poi chiusi nelle loro questioni interne o se mai rivolti a guardare verso il Pacifico e la Cina. Altro tema è le colpe e il ruolo dell’ Unione Europea, quanto mai essenziale per la normalizzazione delle sponde Sud del Mediterraneo.
In conclusione una lettura davvero proficua, che forse non giunge a conclusioni inequivocabili, (come potrebbe) ma aiuta a far luce su questioni da molti affrontate con superficialità e pressappochismo. La difficoltà dei temi non le giustifica, e non le scusa. Non in un momento storico così difficile e delicato.

In memoria di Nahel

Francesco Anghelone Coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, è dottore di ricerca in Storia d’Europa presso la “Sapienza” di Roma e collabora con «Aspenia online». È autore di numerose pubblicazioni su Grecia, Turchia, Cipro e l’intero Mediterraneo sud-orientale.

Andrea Ungari Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e docente di Teoria e Storia dei Partiti e dei Movimenti politici presso l’Università Luiss-Guido Carli. I suoi studi si sono concentrati sulla storia politica dell’Italia liberale e di quella repubblicana e sulla storia militare, con una particolare attenzione al ruolo dell’Esercito e dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale. Recentemente, ha collaborato con lo Stato Maggiore dell’Esercito all’elaborazione del volume Prospecta, sulle linee evolutive dell’Esercito italiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

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:: Il Settimino, Fabrizio Borgio (Acheron Books, 2016) a cura di Micol Borzatta

11 luglio 2016

indexDavide Bo sembra all’apparenza un ragazzo normale, ma è nato al settimo mese di gravidanza, oltretutto figlio di settimino. Questa sua condizione lo porta a manifestare dei poteri speciali.
Dopo che da ragazzo ha fatto saltare in aria la testa del padre con la forza del pensiero, dopo che lui uccise con un fucile la madre e la sorella, Davide è tenuto d’occhio, anche se a distanza, dal DIP, il Dipartimento Indagini Paranormali, più specificatamente da Stefano Drago.
Sarà proprio Drago che, anni dopo, interverrà per proteggere Davide da un gruppo dell’AISI che lo vuole rapire per utilizzarlo nel loro progetto Caino.
Tuttavia una terza forza in campo tenterà di confondere le acque e intralciare le indagini di Drago con lo scopo di uccidere Davide.
Drago si troverà a dover combattere contro il tempo e scoprire cos’è il progetto Caino, chi sono i resposabili coinvolti arrivando a smascherarli fin nelle più alte sfere e nello stesso tempo proteggere se stesso e Davide da morte certa.
Romanzo molto particolare con una partenza subito a tutto gas che fa capire subito al lettore il ritmo di narrazione a cui deve abituarsi per stare dietro alla lettura.
I fatti vengono descritti molto dettagliatamente, ma nello stesso tempo Borgio riesce a mantenere un’aurea di mistero che incuriosisce il lettore invogliandolo a leggere sempre di più dimenticandosi del mondo esterno.
Anche le indagini del DIP sono descritte molto minuziosamente, e anche se a volte sembrano noiose, come quando descrivono i filmati visionati, rendono il tutto molto più realistico, infatti nella realtà ci sono anche le parti noiose nelle indagini che non possono essere saltate se si vuole arrivare alla giusta conclusione. Ed è proprio quello che l’autore fa, una descrizione realistica con i giusti ritmi così da dare senso di realtà anche al lettore che percepisce il romanzo come un avvenimento concreto che gli si sta svolgendo intorno, dove non si ritrova nel ruolo di spettatore ma di protagonista.
Un’altra qualità del romanzo sono le parti accademiche che permettono al lettore di imparare cose nuove rendendolo sempre più interessante ed entrando sempre più nel profondo della narrazione, anche se una piccola critica viene spontanea, almeno per chi non è piemontese: l’autore usa troppe frasi scritte in dialetto che rimangono incomprensibili al lettore, a meno che, come dicevo prima, non è piemontese.
Per quanto riguarda la trama si può dire solo stupefacente. Un ottimo mix tra realtà e finzione che unisce due generi totalmente diversi, noir e fantasy, in un unico romanzo, in un’escalation vincente che il lettore non potrà mai dimenticare dopo averla assaporata fino alla fine.

Fabrizio Borgio nasce nel 1968 ad Asti. Nato prematuramente, e in anni inquieti, passa la sua infanzia e la sua crescita sviluppando fantasia e creatività leggendo libri e fumetti.
Appassionato di cinema e letteratura, nella fase adolescenziale, inizia a scrivere racconti.
Congedato dall’Esercito e buttato nel mondo del lavoro inizia a scrivere. Segue stages di sceneggiatura. Partecipa al premio letterario Il nocciolino di Chivasso ricevendo un premio dalla giuria.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Samuel dell’ufficio stampa Acheron Books.

:: La filosofia di Charlie Brown, Charles M. Schulz (Magazzini Salani, Anno 2015), a cura di Daniela Distefano

11 luglio 2016
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Dopo “Peanuts. E’ dura nascondersi dietro qualcuno che è verticale quando tu sei orizzontale” (2014) e “La filosofia di Snoopy. Era una notte buia e tempestosa” (2014), “La filosofia di Charlie Brown” (2015) è il terzo evento letterario di una trilogia che consacra la maestria di Charles M. Schulz nel far sorridere il lettore di ogni età convergendo la sua simpatia nei confronti di un “adorabile perdente”.
Apparso per la prima volta il 2 ottobre 1950, il buon vecchio Charlie Brown è capitano della peggiore squadra di baseball al mondo, non riesce a trovare il coraggio per parlare con la ragazzina dai capelli rossi, ma continua a sperarci, non si preoccupa mai di come comincia la giornata, è come andrà a finire che lo turba. Se la vita è come un gioco.. a volte si vince, a volte si perde, Charlie Brown sarebbe contento anche di pareggiare. Ecco due perle della sua scalmanata saggezza:

Battuti di nuovo, sono così stanco che non riesco a muovermi, sono perfino troppo stanco per piangere, se mi mettessi a piangere, le lacrime non mi correrebbero giù, scenderebbero camminando.

Una volta cercavo di prendere ogni giorno come veniva.. sai, vivere alla giornata.. la mia filosofia è cambiata… mi sono ridotto a vivere alla mezza giornata!

E’ un universo colorato quello di Charlie Brown, eroe incompreso persino dal suo cane. Vorrebbe trovare il coraggio di esorcizzare  le sue paure, ma  dirige una squadra che lo boicotta ad ogni partita. Il suo personaggio è sempre fedele a se stesso, vive di grandi slanci di amicizia, è pessimista creativo, si allena nella palestra del pensiero come antidoto ai malesseri della sua età. Il segreto del suo perenne successo? La tenacia nell’accettare le sconfitte.

Charles M. Schulz nasce a Minneapolis, nel Minnesota, il 26 novembre 1922. Schulz disegna Snoopy e la sua banda per 50 anni senza interruzione. Muore nel 2000, il giorno prima della pubblicazione della sua ultima striscia, dopo aver realizzato 17.897 strisce quotidiane e tavole domenicali.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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