Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Il segreto della Regina Rossa, A.G. Howard (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

22 giugno 2016
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Si chiude con questo romanzo una delle più interessanti trilogie di narrativa fantastica uscite negli ultimissimi tempi, rivolta nominalmente ad un pubblico adolescente ma in realtà godibile da tutti.
Nella saga Splintered l’autrice A. G. Howard omaggia e rileggia un classico senza tempo come Alice nel paese delle meraviglie, di cui quest’anno si festeggia il secolo e mezzo di vita, presentando un seguito ambientato ai giorni nostri, dove si parla tra le altre cose di disagio giovanile, malattia mentale, famiglie disfunzionali, con al centro Alyssa, pronipote della famosa Alice, capace di sentire voci di creature fantastiche come le donne della sua famiglia e per questo spesso in pericolo sia qui che nel Paese delle meraviglie che tanto delle meraviglie non è.
L’ultimo capitolo presenta la spedizione finale di Alyssa in un Paese delle meraviglie cupo e inquietante (peccato che Tim Burton nel suo film non abbia saputo costruire qualcosa di analogo, resta un po’ tanto zuccheroso l’ambiente che ha scelto!), per salvare la madre prigioniera della Regina rossa, con l’aiuto di suo padre, di Jeb, ragazzo che ama in questo mondo, e di Morpheus, creatura soprannaturale con cui ha legami che forse possono condizionarla e costringerla a rimanere per sempre nel Sottomondo. Tra l’altro, il luogo che visita questa volta Alyssa è DovunqueAltrove, parte ancora più macabra e inquietante del Paese delle meraviglie, dove non mancheranno insidie e pericoli, verso un finale che non è scontato.
Ovviamente non è bello svelare niente del finale, del quale basti dire che è da groppo in golam tra realtà e fantasia, da fiaba dark e non scontata: in ogni caso questo terzo volume conferma le aspettative dei primi due, la costruzione di una storia basata su un classico che non viene snaturato ma omaggiato e integrato, con originalità e fantasia, in un’avventura alla ricerca di sé inquietante e affascinante, dove non manca l’aspetto sentimentale con una controparte sovraumana ma senza le banalizzazioni tipiche di troppi romanzetti per adolescenti di questi ultimi anni. Da leggere rigorosamente dopo i primi due, magari in tempi ravvicinati perché gli intrecci sono proprio tanti, e da non perdere in particolare se si ama il capolavoro di Lewis Carroll, che continua a ispirare storie di tutti i tipi, moda, gadget. Traduzione di Francesca Barbanera.

G. Howard vive nel Nord del Texas. Trae ispirazione per le sue storie da tutte le cose imperfette che incontra. Cerca sempre di dar vita a personaggi che raccontino ogni sfumatura degli esseri umani e poi, per dare un brivido in più ai lettori, si diverte a mettere sottosopra il loro mondo. È sposata e madre di due figli. La saga Splintered, pubblicata in italiano da Newton Compton è composta da Il mio splendido migliore amico, Tra le braccia di Morfeo e Il segreto della Regina Rossa. Potete seguirla su Facebook, Twitter e sul sito http://www.aghoward.com

Source: acquisto al Salone del libro del recensore.

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:: Cattive ragazze, Assia Petricelli e Sergio Riccardi (Sinnos, 2016) a cura di Elena Romanello

18 giugno 2016
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In questo periodo si festeggiano i settant’anni del voto alle donne in Italia, ma in parallelo dal nostro Paese e dall’estero arrivano notizie inquietanti e terribili, tra ragazze e donne uccise perché osano lasciare compagni violenti e oppressivi o perché si ribellano contro totalitarismi religiosi e politici.
Per questo motivo, qualunque età si abbia, merita prendere in mano la graphic novel Cattive ragazze, ideata a quattro mani da Assia Petricelli e Sergio Riccardi, con al suo interno quindici biografie eccellenti, di donne degli ultimi due secoli, che si sono ribellate a imposizioni sociali e culturali, perseguendo una loro strada e raggiungendo dei risultati.
Sono donne più o meno note, ma spesso non così famose, e non solo per le giovani generazioni, forse perché fuori dagli schemi imposti, e sfogliando le pagine di un libro di grande formato e impaginato in maniera gradevole e visibile, si possono scoprire davvero storie intriganti e particolari. Come quella di Olympe de Gouges, rivoluzionaria francese, forse la prima femminista della storia, che si batteva per i diritti delle donne e delle cittadine, e che per questo fu ghigliottinata da uomini che non volevano rinunciare ai propri privilegi, malgrado combattessero contro la nobiltà. O come Nellie Bly, che negli Stati Uniti dell’Ottocento fu la prima donna ad esercitare la professione di giornalista investigativa sotto copertura, o ancora Antonia Masanello, unica donna a arruolarsi con i Mille di Garibaldi per contribuire all’Unità d’Italia. Per non parlare di Elvira Coda Notari, la prima regista italiana e una delle prime al mondo, dell’attivista egiziana Nawal El Saadawi, vittima da bambina della vergogna dell’infibulazione, della scienziata Marie Curie, di Aleksandra Kollontaj, prima donna ministro e femminista tra i Soviet, della campionessa di ciclismo Alfonsina Morini Strada, dell’attivista afroamericana Angela Davis, dell’artista Claude Cahun, esponente del surrealismo, della pasionaria boliviana Domitilla Barrios de Chungara, di Franca Viola, che si ribellò al matrimonio riparatore, della combattente contro l’apartheid sudafricano Miriam Makeba, dell’attrice e scienziata Hedy Lamarr, che anticipò la tecnologia degli smart phone, della partigiana Onorina Brambilla.
Una galleria di ritratti eccezionali, per giovani e meno giovani, per rilanciare un’idea di libertà e diritti delle donne in un mondo che molto spesso li attacca, e ovviamente non si parla solo delle zone dominate dall’Isis, e anche la prova di come il fumetto sia narrativa disegnata e capace di raccontare ogni tipo di storia e proporre spunti di riflessione sul mondo.

Assia Petricelli è laureata in Lettere con una tesi in Storia del cinema su antifascismo e Resistenza, è sceneggiatrice e documentarista. Si occupa di storia contemporanea, arte e archeologia, questioni di genere. E’ autrice di fumetti e graphic novel per adulti e ragazzi e ha collaborato alla realizzazione di documentari storici per la Rai e di progetti audiovisivi in ambito educativo.

Sergio Riccardi è napoletano, ha lavorato come scenografo in tv e al cinema e poi si è dedicato al disegno, come fumettista, illustratore, animatore. Attualmente vive a Roma.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’uffico stampa Sinnos.

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:: L’occhio dello zar, Sam Eastland, (il Saggiatore, 2010) a cura di Laura M.

18 giugno 2016
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Vagando per mercatini dell’usato si possono fare scoperte interessanti, anche quando non si cerca un determinato libro, ma ci si lascia guidare in un certo senso dal caso. Ci si può imbattere in un libro del 2010, edito da il Saggiatore, dal titolo quanto meno enigmatico L’occhio dello zar, (Eye of the Red Tsar) tradotto da Giancarlo Carlotti.
Lo zar rosso del titolo (originale) è sicuramente Stalin, e ammettiamolo romanzi, in questo caso di taglio poliziesco, con lui protagonista me ne vengono in mente pochi, forse giusto Archangel di Robert Harris.
Scritto da un fantomatico Sam Eastland, nom de plume di uno scrittore inglese che vive in America (questo sappiamo dalle scarne note biografiche) che se non è uno storico in pensione quando meno ha il piglio e un certo amore per i dettagli tipico di questa professione. Ma naturalmente oggi c’è Wikipedia, quindi basta fare una velocissima ricerca e si scopre che il suo vero nome è Paul Watkins, classe 1964, di fatto insegnante oltre che scrittore, e la bella notizia è che di romanzi con protagonista Pekkala, il nostro investigatore finlandese nella Russia staliniana, ce ne sono parecchi, (almeno sette) l’ultimo di quest’anno dal titolo Berlin Red. In Italia sempre il Saggiatore ha pubblicato anche il secondo volume della serie, Bara rossa, ma non devono avergli fatta molta pubblicità, perlomeno io non ne avevo mai sentito parlare.
La domanda che sembra avere ispirato la stesura di L’occhio dello zar, sembra senz’altro: Che cos’è successo realmente ai Romanov?Russian_Imperial_family,_1913_a È indubbio questo è un romanzo frutto di fantasia, non un saggio storico che deve attenersi al criterio della veridicità, pur se vogliamo, anche in passato, la fantasia ha galoppato parecchio, pensiamo solo a cosa sorse intorno alla principessa Anastasia, scampata, non scampata, libri, film, testimonianze più o meno contrastanti, e non solo. Sembra che ogni membro della famiglia imperiale russa sia rispuntato da qualche parte, in qualche luogo.
La verità è probabilmente molto più prosaica (e sembra confermata dai riscontri del DNA), il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, la famiglia imperiale fu sterminata. Fu fatto per motivi politici (sicuramente), o per avidità, (il tesoro degli Romanov non è esattamente una leggenda metropolitana).
Dunque questa prima indagine è incentrata sull’uccisione dei Romanov e sulla volontà di Stalin di recuperare il loro tesoro. Tra passato e presente (il 1929) dunque seguiamo le gesta di Pekkala, guardia segreta dell’ultimo zar Nicola II, incaricato proprio dell’incolumità della famiglia imperiale, e per questa ragione dopo la Rivoluzione spedito in Siberia, come molti in quel periodo.
Per 10 anni dunque il nostro è solo il prigioniero 4745-P nel campo di lavoro di Borodok. Ma le sue doti investigative sembrano troppo preziose per starsene lì inoperose, e Stalin stesso ordina la sua liberazione, in cambio deve recuperare i cadaveri dei Romanov e il favoloso tesoro che apparteneva alla famiglia imperiale. Tutto risale alla notte in cui furono “giustiziati” da un plotone di esecuzione nello scantinato (questa la versione ufficiale rilasciata dal governo rivoluzionario sovietico) della loro casa-prigione e i loro corpi furono gettati in un pozzo. Pekkala è convinto che manchi lo zarevič Aleksej. Ma quando Pekkala e il fratello Anton vanno alla Casa Ipatiev, una grande sorpresa li attende.
Ma il mistero dello zarevič continua. E Pekkala è l’unico di cui lo Zar rosso si fidi, come al tempo dello Zar Romanov, le sue eccezionali doti investigative sono più rare e preziose di un credo politico.

Sam Eastland è lo pseudonimo di uno scrittore inglese. Il Saggiatore ha pubblicato L’occhio dello zar (Supertascabili, 2011), prima avventura dell’ispettore Pekkala.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Aspettando Bojangles, Olivier Bourdeaut (Neri Pozza, 2016), a cura di Federica Spinelli

17 giugno 2016
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Aspettando Bojangles prende il titolo da un brano di Nina Simone, chi conosce questo pezzo e ha letto il libro sa che c’è un legame indissolubile tra quel brano e questo romanzo. La voce calda e teneramente malinconica della Simone detta la partitura sentimentale di tutta la storia, la cui trama si gioca sui toni della tenerezza e sulle sfumature della malinconia. Aspettando Bojangles è un sogno da cui lo stesso protagonista e il lettore si svegliano dopo poco più di 100 pagine. Uno di quei sogni che si ricordano da svegli, però, dove c’è un uomo che ama immensamente sua moglie, folle ed eccentrica, una coloratissima gru della Namibia, e un bambino. La voce narrante è quella di questo piccoletto, il cui sguardo ancora incantato sul mondo vi conquisterà al secondo capoverso.

Il cuore di Aspettando Bojangles si racchiude tutto nella frase:

Quando la realtà diventa banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene. Sarebbe un peccato se non lo faceste.

In questa battuta c’è tutto lo spirito del romanzo. Quella voglia di ridere che spesso nasconde il dolore. Il romanzo di Bourdeaut è pervaso da questo senso di allegria contagiosa, da questa follia dilagante che nasconde la paura della catastrofe. La nota estremamente poetica e delicata della storia è tutta nei tentativi dei personaggi di combattere il senso della fine con cui convivono. La netta percezione che questo modo strampalato e magico di affrontare la vita non sia compatibile con la realtà di tutti i giorni, che esige regole e schemi in cui vengono ingabbiate molte cose tra cui, qualche volta, la libertà di vivere come si crede.
La quotidianità di questa famgilia è raccontata dagli occhi del narratore, quelli di un bambino. Il punto di vista del lettore si abbassa fino ad arrivare a coincidere con quello del protagonista che ha circa dieci anni, coinvolto inconsapevolmente e pur in maniera consenziente nelle follie dei genitori; le risposte alle strampalate idee della mamma sono quelle di un’adorabile personcina di quell’età, che affronta la vita in un modo tutto suo, cercando una normalità nelle situazioni più impensabili e conservando intatta quella magia che si può trovare solo negli occhi de bambini. Questo crea un rapporto empatico tra il protagonista e il lettore, che avverte un forte senso di protezione verso quella creatura letteraria eppure così reale. A interrompere quella che sembra una fiaba con delle regole tutte sue, Bourdeaut fa intervenire il padre, in capitoli che riecheggiano quelli di un diario, in cui il personaggio mette a parte il lettore delle sue riflessioni sulla donna così assurda eppure così magica che ha sposato. L’amore che li lega è folle fin dalle prime battute e folle resterà fino alla fine, di entrambi.
Aspettando Bojangles è una strana storia che pur parlando di una tragedia vi lascerà la strana sensazione di aver letto una romanzo a lieto fine. Perché quello che conta non è quello che si crede reale ma quello che si immagina come tale. Traduzione di Roberto Boi.

Olivier Bourdeaut è nato nel 1980 in una casa affacciata sull’Oceano atlantico, rigorosamente priva di televisore. Ha potuto così leggere e fantasticare molto. Prima di scrivere Aspettando Bojangles è stato un disastroso agente immobiliare, factotum in una casa editrice di libri scolastici, raccoglitore di fior di sale di Guérande a Croisic.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore come novità da recensire, ringraziamo l’Ufficio stampa Neri Pozza.

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:: Il ladro di nebbia, Lavinia Petti (Longanesi, 2015) a cura di Elena Romanello

17 giugno 2016
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In una casa antica e con qualcosa di nascosto della Napoli di oggi, nei Quartieri Spagnoli, vive Antonio M. Fonte, scrittore di successo ma completamente asociale e isolato dai suoi lettori, con i quali non ha nessun rapporto per una sua scelta esplicita. L’unico essere vivente che condivide la sua vita solitaria è la gatta Calliope, mentre il suo agente letterario deve periodicamente pungolarlo per fargli rispettare scadenze. Un giorno, tra le lettere dei suoi ammiratori, unico contatto che ha con loro visto che rifugge presentazioni e simili, riceve una lettera scritta da lui quindici anni prima, rivolta ad una donna che per lui è sconosciuta ma che parla di un legame tra di loro, di un ricordo smarrito e di un omicidio forse comesso da Antonio stesso.
Dopo questo fatto, Antonio esce dal suo isolamento e si perde nei vicoli di Napoli, trovando un palazzo mai visto prima dove incontra un misterioso Ufficio Oggetti Smarriti, che raccoglie tutto ciò che gli esseri umani perdono, chiavi, libri, abiti, ma anche ricordi di infanzia, di amori, di speranze e sogni dimenticati. Da lì Antonio potrà partire per capire il senso della lettera, ma il pericolo è perdersi definitivamente senza aver scoperto niente e senza aver ritrovato quello a cui si è voluto rinunciare.
Il modello che viene in mente è ovviamente Carlos Ruiz Zafon, con Napoli al posto di Barcellona, ma lo stesso fascino dei misteri nascosti, in un luogo analogo, dove luoghi antichi e insoliti possono portare dietro storie da scoprire e raccontare. Tra le righe, si troveranno riferimenti anche a Lewis Carroll, a Bulkakov e Baricco, in una storia di genere fantastico molto diversa da quelle proposte oggi, soprattutto dai giovani autori, come è Lavinia Petti, ospite l’anno scorso di Lucca Comics and Games, cresciuta con Harry Potter e le WITCH ma capace di saper dire qualcosa di diverso e di nuovo.
Il personaggio di Antonio M. Fonte è qualcosa di atipico nel panorama della letteratura di genere, un antieroe chiuso in un suo mondo da cui ha bandito emozioni, emozioni perse forse di proposito e da ritrovare nel viaggio parallelo che si troverà a dover intraprendere per ritrovare e riscoprire qualcosa di sé: curioso tra l’altro che non sia un ragazzo ma un uomo maturo, con tutte le rimozioni dell’età non più giovane, in una metafora di quello che ci si lascia dietro molto interessante.
Il ladro di nebbia è una storia onirica che avvince e inquieta, che in questi giorni uscirà per Tea in edizione economica: se la si è persa nella versione rilegata dell’anno scorso, la si può recuperare, per scoprire un viaggio fantastico originale, da cui nessuno può uscire indenne, meno che mai il diretto protagonista.
Il tutto in attesa delle prossime prove narrative dell’autrice che si spera che non si facciano attendere.

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici all’Istituto Orientale di Napoli, ha vinto vari concorsi letterari (Premio Tabula Fati, Premio Robot, Premio Book’s Bar, Scrittura Giovane). Ha scritto con Massimo Izzi il saggio Fate. Da Morgana alle Winx.
Il ladro di nebbia è il suo primo romanzo, un fantasy anomalo che l’ha segnalata anche in fiere del settore come Lucca Comics and Games.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Una deliziosa pasticceria a Parigi, Laura Madeleine (Piemme, 2016) a cura di Elena Romanello

16 giugno 2016
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Petra studia Storia all’Università di Cambridge e si sta occupando di suo nonno, importante storico, per ricostruirne vita e opere: scartabellando nelle sue carte trova una lettera da lui firmata in cui chiede perdono per qualcosa che ha commesso a Parigi all’inizio del Novecento.
Nella Parigi del 1909, intorno ad una rinomata e famosa pasticceria, la Pâtisserie Clermont, famosa per i suoi macaroni, dolci amatissimi dalla regina Maria Antonietta e poi adottati dai francesi dopo la Rivoluzione, nasce l’amore tra Jeanne, la figlia del proprietario, e il giovane Guillaime du Frère, giunto da Bordeaux, aspirante ferroviere. Un amore che non può che essere ostacolato dalle convenzioni sociali e che sembra non destinato ad un lieto fine.
Parigi è sempre Parigi, e scegliere la capitale francese come sfondo per una storia è una mossa che di solito funziona, anche perché si può contare se non altro sul pubblico che la ama e legge il libro anche solo per sentire citati luoghi che rimangono nel cuore. Il rapporto letteratura cibo funziona da ben prima di Chocolat, e le pasticcerie non sono la prima cosa che viene in mente quando si pensa a Parigi, ma senz’altro esistono e hanno il loro fascino, così come ce li hanno i coloratissimi macaroni, che troneggiano sulla copertina del libro. Anche il rapporto tra passato e presente ha sempre il suo interesse, le ricerche oggi di storie perdute sono sempre un argomento che intriga, proprio perché in tempi in cui non c’erano i social era difficile capire cosa poteva succede alle persone.
Con tutte queste premesse, spiace però dire che Una deliziosa pasticceria a Parigi non mantiene le promesse a partire dalla colorata copertina, risultando comunque più convincente nella parte ambientata oggi che non in quella del 1909, di maniera, melodrammatica e poco avvincente nel presentare il topos abusato dell’amore contrastato che per conquistare deve riuscire ad essere almeno un po’ originale. D’accordo Parigi è sempre grande protagonista (anche se ci sono storie migliori sulla Villa Lumière) e anche il tema della pasticceria resta sullo sfondo, senza il sapore di buono e di goloso che emergeva da altri libri, a parte l’intramontabile Chocolat.
Un libro da consigliare a chi cerca una lettura d’evasione, ma forse non il migliore del genere: forse fosse stato solo ambientato oggi sul passato avrebbe funzionato di più. Peccato. Per l’autrice questo è il romanzo d’esordio, c’è da sperare che nelle sue prossime fatiche riesca ad essere più convincente e capace.

Laura Madeleine Dopo un passato come attrice di teatro e studi in letteratura, ha iniziato a scrivere per blog e riviste online. Una deliziosa pasticceria a Parigi è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore come novità da recensire, ringraziamo l’Ufficio stampa Piemme.

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:: Il tempio maledetto, Fabio Sorrentino, (Newton compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

16 giugno 2016
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Robert Ferrazzi ha perso tutto. Dopo la morte della donna che amava si è lasciato sprofondare nel vuoto più assoluto perdendo anche il lavoro e chiudendosi in casa come un eremita. Solo Alziwa Hossein continuò a credere in lui trovandogli perfino un nuovo lavoro.
Purtroppo però la vita di Robert viene nuovamente colpita da una grande perdita: Alziwa viene trovato morto, presumibilmente da un infarto.
la notizia gli viene data da Melanie, la figlia del suo ex datore di lavoro, che si rivolge a lui per ritrovare il padre, scomparso subito dopo la morte di Alziwa.
Melanie non crede che Alziwa sia morto di infarto e non crede che suo padre sia sparito, crede che il primo sia stato ucciso e il secondo rapito. Riesce a convincere anche Robert e iniziano subito a indagare partendo dalle ultime ricerche di Alziwa e di Andrew Cameron.
Un romanzo appassionante, anche se come scaletta di sviluppo ricorda moltissimo i libri di Dan Brown, con l’unica differenza che in questo libro non si capisce quale sia l’oggetto misterioso che causa tutto il trambusto e che smuove gli uomini a uccidere pur di impossessarsene.
Sviluppato in tre epoche diverse, se si contano i due capitoli brevi di prologo, mantiene come linea guida il mistero della ricerca con un ritmo molto veloce, almeno all’inizio, ma che rallenta verso la fine del secondo terzo del libro dove la storia sembra diventare ripetitiva, tirata un po’ per le lunghe, ma che sa riprendersi dopo pochi capitoli ritrovando il ritmo frenetico della ricerca.
Descrizioni molto dettagliate riescono a trasportare il lettore dalle strade di Napoli a quelle di Roma fino nel Libano, tra le dune di sabbia, facendo dimenticare il mondo intorno, catturando il lettore completamente.
Un romanzo che nonostante piccoli difetti, che sono del tutto soggettivi, rimane un capolavoro che unisce storia e fantasia in un viaggio spettacolare.

Fabio Sorrentino nasce nel 1983 e vive a San Giorgio a Cremano.
Ingegnere civile ha già pubblicato Ante Actium. Il destino di un guerriero e Sangue Imperiale, romanzi storici tradotti anche in Spagna.
Nel 2014 con newton Compton ha pubblicato Il segreto dell’anticristo.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Fiore di fulmine, Vanessa Roggeri, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

15 giugno 2016
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Per il suo secondo romanzo Vanessa Roggeri sceglie di nuovo la sua Sardegna, ma non quella contemporanea: ci troviamo infatti nell’Ottocento, per raccontare la storia di Nora, ragazzina di campagna che sopravvive al tocco di un fulmine, e per questo motivo è discriminata dalle credenze della gente del paesino in cui è cresciuta, un tema che torna anche dal suo primo libro. L’unica speranza per lei è andare a Cagliari, dove prima abita in un convento di suore e poi va a servizio di Donna Trinez, una nobildonna che capisce cosa c’è nel suo animo. Ma le sue peripezie non sono certo finite perché dovrà confrontarsi con misteri, drammi e fantasmi del passato, in una casa che non è certo accogliente come sperava e oltre alla sua maledizione dovrà fare i conti con altro.
Siamo in Sardegna, ma l’intreccio narrato è da romanzo gotico vittoriano e ottocentesco, tra colpi di scena, ragazze in cerca di una loro vita (c’è qualcosa di Jane Eyre in Nora), misteri, fantasmi, case inquietanti: un insieme che funziona e che dà una visione diversa di una Regione d’Italia che oggi si conosce solo per il suo aspetto contemporaneo di luogo di mare da sogno e non per tutti, ma che ha al suo interno leggende, tradizioni, enigmi, misteri come nelle più nebbiose isole britanniche, soprattutto legate alla figura femminile, per antichi retaggi culturali di un matriarcato mai realmente scomparso.
Un Penny Dreadful nostrano, dal nome dei romanzi gotici ottocenteschi che hanno ispirato l’omonima serie di fantastico vittoriano, che racconta come anche in Italia, in luoghi insospettabili come la Sardegna possano emergere storie insolite e originali, tra realtà e paranormale, tra segreti non detti e eventi inspiegabili, partendo dall’archetipo della casa inquietante e ricca di misteri, nato proprio nell’Ottocento inglese e giunto con solo qualche aggiornamento più splatter (non presente nel romanzo di Vanessa Roggeri) fino a noi. Una storia di crescita femminile e di ricerca di sé, con al centro una protagonista insolita, versione moderna ma senza snaturamenti delle eroine ottocentesche. Tra l’altro è assodato e possibile sopravvivere allo scontro con un fulmine come capita a Nora, ma le proprie caratteristiche fisiche e psichiche rimangono comunque stravolte, cosa nota anche nella società di oggi così diversa dall’entroterra sardo dell’Ottocento.

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Ama profondamente la sua isola e le sue tradizioni e la sua passione per la scrittura è nata fin da quando la nonna le raccontava favole e leggende sarde intrecciate alle proprie memorie d’infanzia. Presso Garzanti è già uscito di suo Il cuore selvatico del ginepro, altra storia al femminile insolita ambientata in Sardegna.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Il giardino segreto, Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2016)

15 giugno 2016
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Il mondo (o i mondi) di Banana Yoshimoto sono universi rarefatti e segreti, impalpabili e porosi come la carta di riso, fragili per certi versi, o per lo meno è fragile il microcosmo di sensazioni, percezioni, suggestioni che evocano, nel quale si entra in punta di piedi, con la sensazione che le pareti possano disintegrasi all’improvviso, come bolle di sapone. C’è una purezza, un amore per la natura, tipicamente giapponese, un lindore, un ordine, dove fosse anche un granello di polvere messo nel posto sbagliato potrebbe disturbare l’armonia del tutto. Se amate questo tipo di letteratura, in cui la perfezione e semplicità formale si fonde con una certa profondità spirituale, Banana Yoshimoto è sicuramente l’autrice che fa per voi, ma se non amate questo gioco di equilibri, forse è meglio che vi asteniate dalla lettura.
Esteriormente le sue storie non hanno trame complesse o strutturate, gli avvenimenti realmente importanti, sono importanti per l’economia dei personaggi (quasi unicamente per loro), un abbandono, una delusione sentimentale, una scoperta, una presa di coscienza, un portafortuna ricevuto in dono, insomma difficilmente assimilabili a punti di svolta reali, o mutamenti radicali.Tutto è accennato, velato, niente fratture drammatiche, anche il dolore, la sofferenza del vivere hanno un che di estetizzante, anche la sofferenza insomma si trasforma in bellezza e Banana Yoshimoto narra questo avvicendarsi di stati d’animo, di riflessioni sul vivere, di progressi duramente conquistati con la stessa lievità e delicatezza di un piccolo corso d’acqua tranquillo che placido confluisce in un fiume.
Una scrittura molto femminile, cadenzata da periodi brevi e parole preziose, e se i moti dell’anima sono caratterizzati da una certa lentezza, un senso di arricchimento accompagna comunque la lettura, come se davvero la crescita dei personaggi si accompagnasse a una crescita anche del lettore. Insomma una lettura spiritualmente positiva, di arricchimento interiore, ma che necessita di pazienza.
Il giardino segreto è il terzo volume della quadrilogia Il Regno, sono già usciti Andromeda Heights e Il dolore, le ombre, la magia e si aspetta il volume conclusivo. Forse un errore leggere questo romanzo slegato dagli altri, si perde parte dei riferimenti, ma tuttavia accostarsi alla Yoshimoto mi pareva doveroso, e ho commesso questo azzardo. E’ il suo primo libro che leggo (perlomeno interamente, di Kitchen avevo letto solo alcune sue parti), e sebbene non rientra nel mio genere abituale di letture, ho trovato l’esperienza positiva.
La letteratura giapponese (anche moderna) mi ha da sempre affascinato, rientrando in un ambito di sensibilità e cultura così diversa dalla nostra, così lontana. Il personaggio di Shizukuishi, voce narrante del romanzo, si ricollega se vogliamo a un vasto gruppo di eroine romantiche di tanta letteratura sia occidentale che orientale, che filtrano la vita attraverso i sentimenti e il suo amore per Shin’chirō, se vogliamo, acquisita quella valenza solenne di percorso di crescita e lotta contro una più generica solitudine forse più metafisica che reale.
E se il punto di svolta, o per lo meno il twist principale, lo raggiungiamo alla visita del giardino di Takahashi, già avevamo capito che qualcosa non andava, che la precarietà del vivere e dell’amore (per lo meno di quell’amore) stavano avendo il sopravvento. La tristezza e la malinconia di questa scoperta, (che forse tanto scoperta non è, per lo meno non è inattesa) si intrecciano con la forza del personaggio, che non perde fiducia nei sentimenti, stemperati nell’ amicizia o nell’affetto per la nonna, maga delle erbe. Non ci resta dunque che aspettare l’ultimo e conclusivo capitolo, e se possibile recuperare i due precedenti. Traduzione dal giapponese di Gala Maria Follaco. Buona lettura.

Banana Yoshimoto (Tokyo, 1964) ha conquistato un grandissimo numero di lettori in Italia a partire da Kitchen, pubblicato da Feltrinelli nel 1991, e si è presentata come un autentico caso letterario. Dei suoi altri libri, tutti pubblicati da Feltrinelli, ricordiamo: N.P. (1992), Sonno profondo (1994), Tsugumi (1994), Lucertola (1995), Amrita (1997), Sly (1998), L’ultima amante di Hachiko (1999), Honeymoon (2000), H/H (2001), La piccola ombra (2002), Presagio triste (2003), Arcobaleno (2003), Il corpo sa tutto (2004), L’abito di piume (2005), Ricordi di un vicolo cieco (2006), Il coperchio del mare (2007), Chie-Chan e io (2008), Delfini (2010), Un viaggio chiamato vita (2010), High & Dry: Primo amore (2011), Moshi moshi (2012), A proposito di lei (2013),  Andromeda Heights. Il Regno 1 (2014), Il dolore, le ombre, la magia. Il Regno 2 (2014), Il lago (2015), Il giardino segreto. Il Regno 3 (2016) oltre ad alcuni racconti nella collana digitale Zoom (Moonlight Shadow, 2012, Ricordi di un vicolo cieco, 2012, La luce che c’è dentro le persone, 2011). Banana Yoshimoto ha vinto il premio Scanno nel 1993, il premio Maschera d’Argento nel 1999 e il premio Capri nel 2011.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Feltrinelli.

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:: La fuga di Agostino, Chiara Defant, (Giovanelli Edizioni, 2016) a cura di Viviana Filippini

15 giugno 2016
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Chiara Defant regala ai piccoli lettori una bella storia dedicata alla libertà e al bisogno di riscoprire le proprie origini e lo fa con il libro La fuga di Agostino, edito da Giovanelli edizioni. Protagonista della mirabolante avventura è Agostino, un piccolo uccellino appartenente alla famiglia dei bengalini. Agostino ha sempre vissuto in città, dentro ad una gabbietta, ed è sempre stato amato dai suoi padroni, ma questo affetto non gli basta per essere davvero felice e per scacciare quella malinconia che lo tormenta e che non sa da dove arriva. Un bel giorno, Agostino capisce che il suo stato di tristezza è determinato dalla mancanza di libertà, quella sensazione – e ne è certo- che i suoi antenati hanno sperimentato prima di lui. Per ritrovare e sperimentare il piacere di non stare in una gabbia, un qualcosa mai provato prima d’ora da Agostino, il simpatico uccellino metterà in atto un vero e proprio piano di fuga dalla casa di sempre, per volare, grazie ad un uccello meccanico (un aereo) verso la propria terra nativa. La fuga di Agostino della Defant è un libro per bambini simpatico, ricco di immagini colorate, grazie alle quali i piccoli lettori avranno la possibilità di comprendere quanto sia importate la libertà, quanto sia fondamentale la conoscenza delle proprie radici e del proprio passato e quanto sia bello il poter vivere senza costrizioni, nel rispetto dei propri simili e del mondo naturale che li ospita.

Chiara Defant è nata a Pistoia il 18 agosto del 1989. Dopo aver conseguito il diploma presso il Liceo Classico «Niccolò Forteguerri» di Pistoia, si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze dove si laurea in Storia dell’Arte nel luglio del 2015. Cresciuta all’interno di una famiglia che ama l’arte in tutte le sue declinazioni, coltiva da sempre la passione per la danza, la cucina, il disegno e la scrittura.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una moglie giovane e bella, Tommy Wieringa (Iperborea, 2016) a cura di Federica Belleri

14 giugno 2016
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Edward e Ruth si innamorano, nonostante la differenza d’età.  Chi è,  in realtà, il più giovane fra i due? E chi, al contrario, sta obbligando l’altro a invecchiare troppo in fretta? Il quotidiano, un lavoro di responsabilità,  il rispetto per gli animali, il matrimonio e il sesso … tutto assume una prospettiva diversa. E se avessero un figlio, cambierebbe qualcosa?
Una moglie giovane e bella. Uno spaccato di vita, all’ombra della bellezza, dove il tempo scorre e lascia crepe sulla pelle. Una coppia che ha paura di rivelarsi, di aprirsi, di dire all’altro finalmente le cose come stanno. Fino alla scoperta di non essere mai esistiti davvero, all’interno di un castello senza fondamenta. Fino alla consapevolezza di aver costruito poco e di aver tentato di amalgamarsi con la persona sbagliata. Tralasciare i veri sentimenti per inseguire la bellezza, porta a commettere errori imperdonabili.
Trama breve ma intensa. Lettura scorrevole e introspettiva. Scrittura pulita e diretta.
Buona lettura.

Tommy Wieringa, nasce nel 1967 a Goor in Olanda, al confine con la Germania, e debutta nel 1995 raggiungendo la fama internazionale nel 2005 con il romanzo Joe Speedboat (Iperborea, 2009). Questi sono i nomi (Iperborea 2014) è stato finalista del Premio Strega Europeo e del Premio Von Rezzori, e ha conquistato la critica che l’ha paragonato a Salinger, John Irving e Paul Auster. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in tutto il mondo.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

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:: Finché non saremo liberi di Shirin Ebadi (Bompiani, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

13 giugno 2016

EbadiFinché non saremo liberi dell’avvocato iraniano Shirin Ebadi, edito in Italia da Bompiani, è il libro-manifesto dell’impegno profuso dall’autrice a favore dei diritti dei più deboli, che nel suo Paese hanno coinciso nei tanti anni della sua attività con donne, minori e dissidenti politici.
Un impegno così determinato che le è valso, nel 2003, il Premio Nobel per la Pace. Un Premio e un introito di denaro che lei ha impiegato per rafforzare il proprio impegno a favore di coloro che, per mancanza di preparazione o di mezzi, hanno una voce talmente flebile da poter essere facilmente soffocata.

«Il mio scopo nello scrivere questo libro è rendere testimonianza a ciò che il popolo iraniano ha sopportato nell’ultimo decennio. Leggendolo, vedrete come uno stato di polizia può influire sulla vita delle persone e gettare le famiglie nella disperazione.»

Finché non saremo liberi di Shirin Ebadi è il racconto, intimistico, della vita pubblica e privata dell’autrice, del percorso che l’ha condotta verso il Nobel e la sua organizzazione, il Centro per la difesa dei diritti umani, che hanno preceduto e affiancato la fondazione dell’Associazione di cooperazione per lo sminamento, la prima ong iraniana che si è occupata attivamente del problema dello sminamento del territorio dopo la guerra con l’Iraq.
La scrittura e lo stile hanno dei toni molto personali, quasi come se il libro fosse la trascrizione del racconto orale fatto dalla Ebadi. Spesso la narrazione di un evento si interrompe bruscamente perché sovviene alla mente dell’autrice un aneddoto o una precisazione che vuole descrivere o fare per poi riprendere dal punto in cui aveva lasciato.
Il libro si rivela da subito interessante, non solo perché entra nel merito di fatti di stretta attualità come la sospensione delle restrizioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran, secondo l’accordo siglato la scorsa estate tra Obama e Rouhani, che la Ebadi definisce “moderati”. Il testo consente al lettore di osservare l’estremismo religioso di matrice islamica attraverso gli occhi di una musulmana non estremista che ama il suo Paese, la sua gente e anche la sua religione.

«Un Iran che è diventato una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti, avvocati, attivisti dei diritti delle donne e studenti.»

Shirin Ebadi: Avvocato iraniano, premio Nobel per la Pace 2003. È nata nel 1947  a Hamadan ed è stata la prima donna iraniana a diventare magistrato nel suo Paese. Dal 2009 vive in esilio volontario per far conoscere al mondo cosa succede in Iran, attraverso un’intensa attività di propaganda e di battaglia legale. In Italia sono stati pubblicati anche Il mio Iran (2006) e La gabbia d’oro (2008).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Frida dell’ Ufficio Stampa Bompiani.

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