Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Review Party – Delitto con inganno, Franco Matteucci, (Newton Compton, 2017)

3 marzo 2017

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Inizia con un lungo flashback (ben 15 capitoli) Delitto con inganno, il nuovo giallo di Franco Matteucci, che abbiamo imparato a conoscere qui sul blog con Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, sempre edito da Newton Compton, sempre con protagonista Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, ispettore del posto di Polizia di Valdiluce. Nel passato, infatti, è celata la chiave per risolvere il caso che il nostro aitante ispettore è chiamato a risolvere: la morte del commissario Vallesi, rinvenuto cadavere in un sacco a pelo in una fatiscente stanza dell’ hotel Miramonti. Il commissario Vallesi è una figura importante nella vita del protagonista, quasi un padre, colui che lo portò in Polizia riconoscendo la sua onestà e le sue doti investigative. Scoprire chi l’ha ucciso diventa perciò per Santoni molto più che un semplice caso di routine, soprattutto perché molti sono gli interrogativi a cui dovrà cercare di dare una risposta. Che legami ci sono con Clara Meynet? la ragazza, amore giovanile di Santoni, scomparsa quindici anni prima (in circostanza che definire torbide e misteriose è dire poco) e mai più ritrovata. Chi è Mister Coccoina? l’inquietante e indecifrabile individuo che sembra conoscere tutti i segreti e i retroscena dei fatti più sanguinosi accaduti a Valdiluce, tanto da inviare enigmatici messaggi anonimi alla Polizia, ogni volta che uno di quei fatti si verifica. Che cunicoli, segreti militari e nascondigli contiene il monte Sassone? L’ispettore Santoni dovrà scavare nel passato e dentro se stesso, per capire cosa stia accadendo, facendo affidamento sul suo talento investigativo di collegare indizi ed escludere sospetti, e sul fidato assistente Kristal (è un nome maschile) Beretta. Scenari montani incontaminati, e delitti efferati fanno la cifra distintiva di questo giallo non privo di particolari ripugnanti e disturbanti, che vede l’ispettore Santoni alle prese con un serial killer di incredibile spietatezza, un uomo all’apparenza qualunque, insignificante, innocuo, dalla doppia vita, capace di mimetizzarsi come un volpe d’inverno, guidato dalle sue perversioni e ossessioni. Scoprire chi sia non sarà facile, decifrare i messaggi ricevuti, collegare gli indizi, le tracce di cui è disseminata la storia, sarà soprattutto per Santoni una sfida senza esclusioni di colpi. Un giallo a incastro, (non privo di colpi di scena, come quello delizioso del finale, delle ultimissime righe), che richiama molta narrativa americana in cui il tema del serial killer è ampiamente centrale. Nel romanzo di Matteucci, l’ambientazione prettamente italiana, comunque si inserisce in questa tradizione con una certa originalità, e un pizzico di cattiveria in più rispetto ai gialli all’italiana più classici. Insomma più Hannibal Lecter che Don Matteo, per intenderci. Alcuni particolari possono urtare la sensibilità dei più sensibili, necrofilia compresa, ma per il resto è un romanzo interessante, ben costruito, affatto scontato.

Franco Matteucci è autore e regista televisivo e vive e lavora a Roma. Insegna Tecniche di produzione televisiva e cinematografica presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’ Ufficio Stampa Newton Compton.

:: Generazioni digitali – consigli per genitori e formatori, Marco Sanavio, Luce Maria Busetto, (Edizioni San Paolo, 2017)

2 marzo 2017
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Il web non è un gioco da ragazzi sembra dirci Generazioni digitali – consigli per genitori e formatori, scritto da Marco Sanavio e Luce Maria Busetto e edito da Edizioni San Paolo. Agile volumetto che in realtà non fornisce una risposta a tutte le domande e né una reale soluzione a tutti i mali del web, ma più che altro ci parla di un percorso che ragazzi, educatori e genitori possono percorrere insieme. Ormai la comunicazione corre sulle autostrade digitali, notizie, informazioni, messaggi personali si diffondono tra smartphone, tablet, computer, ed è piuttosto irragionevole chiamarsi fuori, e sostenere che questa rivoluzione mediatica non ci tocca, non ci coinvolge. E’ il caso dell’anziana che si crede lontana da questo mondo e ragionevolmente le viene fatto notare che ormai anche indirettamente tutti siamo inseriti in questo flusso continuo di informazioni anche solo quando un medico digita sul suo portale il nome di un suo paziente e ha subito sott’occhio la usa intera cartella clinica. E’ il progresso, è l’evoluzione della comunicazione, che tuttavia non nasconde ombre e lati oscuri, dalla dipendenza da internet, vera patologia ormai sempre più diffusa, a forme più violente come il cyberbullismo. Insomma un genitore cosa deve fare quando vede suo figlio schiavo di videogiochi, smartphone e quant’altro? Le maniere forti, i divieti, le minacce sembrano la strada meno praticabile, e in un certo senso inutile. Non è requisendo ai figli questi congegni e imponendogli un rigido digiuno digitale che si ottiene l’auspicato processo autonormante, ovvero la formulazione di alcune norme, frutto di un confronto comunitario e condiviso. Far crescere nei giovani il senso di responsabilità, e la prudenza a non diffondere dati sensibili, immagini, che potrebbero essere usate in modo illecito, è un cammino che richiede impegno, fiducia e condivisione, che parte dall’ascolto, procede con la simbolizzazione, giunge alla verbalizzazione e riappropriazione, e in fine alla fase autonormativa. Insomma siamo noi che dobbiamo usare la tecnologia, che di per sé è un grande progresso e non ha nessuna connotazione negativa questo è bene sottolinearlo, e non il contrario.

Marco Sanavio è un sacerdote della diocesi di Padova. Dal 1999 si occupa di coniugare il mondo della tecnologia con l’azione pastorale. Scrive sull’argomento per diverse riviste a diffusione nazionale. Attualmente fa parte del consiglio direttivo dell’Associazione webmaster cattolici italiani. A Padova è direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi e segue la formazione di adulti e ragazzi all’uso degli schermi digitali.

Luce Maria Busetto svolge la sua attività di psicologa e psicoterapeuta a Padova. È specializzata nella valutazione psicodiagnostica in ambito forense. Si occupa di colloqui clinici, somministrazione di test, psicoterapia individuale e di coppia, trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento nell’età adulta e nell’adolescenza. È stata relatrice in una serie di incontri psicoeducazionali nella provincia di Padova incentrati sul tema “New Media e bullismo”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio Stampa San Paolo.

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:: A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia (Adelphi, 2000) cura di Greta Cherubini

27 febbraio 2017
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«UNICUIQUE SUUM». Così recita il verso di un’inquietante lettera minatoria recapitata al farmacista Manno. E “a ciascuno il suo”, nell’opinione comune, è proprio la parte di merito o demerito che alla fine dei fatti spetterà ai protagonisti del romanzo.
Sicilia, 1964. La vita di un tranquillo paesino dell’entroterra è sconvolta da un duplice omicidio: vittime innocenti il farmacista Manno e il medico Roscio, colti di sorpresa durante una battuta di caccia.
Sulla misteriosa morte dei notabili inizia ad indagare il professor Laurana, mosso da irrefrenabile curiosità. E infatti A ciascuno il suo è innanzitutto la storia di un giallo, con tutti gli ingredienti del caso: indizi, prove, sospetti, deduzioni e colpi di scena. Ma non solo: è anche un documento storico, un affresco realistico della Sicilia degli anni ’60 permeata di ipocrisia, pregiudizi, reticenza ed omertà.
Il professor Laurana, guidato dal lume della ragione, tenta di farsi strada tra le maldicenze e le dicerie che già all’indomani dell’omicidio infangano la memoria delle rispettabilissime vittime. Fino a ribaltare completamente la prospettiva comune e ad arrivare alla verità, facendone le spese. Perché tutto il libro è sotteso in fondo da un’unica morale, che il professore si ostina a non capire:

«Certe cose, certi fatti, è meglio lasciarli nell’oscurità in cui stanno…Proverbio, regola: il
morto è morto, diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente, in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi del ferito. Un siciliano vede invece il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è soprattutto l’assassino»

A ciascuno il suo vuole essere una denuncia sociale, non più (o non solo) alla politica collusa de Il giorno della civetta, ma agli uomini e alle donne comuni, schiavi di una mentalità mafiosa che ne condiziona fino i minimi gesti quotidiani. Un atto d’accusa senza appello contro un sistema di clientelismi, compromessi e furberie a cui tutti soggiacciono. E chi non si adegua, chi, come il professor Laurana, tenta di dissodare il terreno per far valere la giustizia, è «un cretino».
Sciascia dipinge con fedeltà veristica atmosfere e ambienti della sua Sicilia, animata da una società prevalentemente maschile che si raccoglie in circoli, salotti e caffè. Ma non c’è spazio per l’adesione sentimentale: con una prosa asciutta e concreta, l’autore districa i fili della trama attraverso una lente impietosa e distaccata, volta a mettere in luce colpe e peccati di tutti i personaggi, e persino di Laurana, «onesto» e «intelligente» sì, ma «non privo di segreta presunzione e vanità».
L’inchiesta del professore condurrà alla scoperta di una verità già nota, senza trionfalismi e lieto fine. Perché quello che resta di questo romanzo è l’amara e lucida consapevolezza dell’impossibilità di ledere i meccanismi di una società immobile come quella siciliana, dove ad ognuno, per legge di natura e dai tempi più remoti, spetta il suo: il premio dell’impunità per i notabili, il compianto e perfino la derisione per chi non si fa gli affari suoi.

Leonardo Sciascia, scrittore e uomo politico siciliano di grande impegno sociale. E’ l’autore di opere come Il giorno della civetta (1961),  A ciascuno il suo (1966), La Sicilia come metafora (1979), L’affaire Moro (1978), La scomparsa di Majorana, (1975), Il teatro della memoria, (1981). Tra le sue ultime opere ricordiamo: La strega e il capitano (1986), Il Cavaliere e la morte (1989), Una storia semplice (1989). E’ morto a Palermo il 20 novembre del 1989.

Source: acquisto personale.

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:: Cuori in viaggio: Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen (Garzanti, 2004)

26 febbraio 2017

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I Bennet vivono con le cinque figlie a Longbourne, nello Hertfordshire. Charles Bingley, ricco scapolo, va ad abitare vicino a loro con le due sorelle e un amico, Fitzwilliam Darcy. Bingley e Jane, la maggiore delle Bennet, si innamorano; Darcy, attratto dalla seconda, Elisabeth, la offende con il suo comportamento altezzoso. L’avversione aumenta quando le sorelle riescono a separare Charles da Jane. Darcy chiede la mano di Elisabeth, non nascondendo però quanto la cosa costi al suo orgoglio. La ragazza, sdegnata, lo respinge. In un secondo tempo Elisabeth apprende che la sorella Lydia è fuggita con Wickhman. Con l’aiuto di Darcy i fuggiaschi vengono rintracciati e fatti sposare. Infine Darcy e Elisabeth, Bingley e Jane si fidanzano.

Tra gli amori letterari quello tra Elisabeth Bennett e Mr Darcy, personaggi principali del celeberrimo Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice, 1813) di Jane Austen, splende di luce propria e se vogliamo è ancora in grado di competere, per freschezza e spontaneità, con tante storie d’amore anche più recenti e contemporanee. Non male per una storia d’amore presente in un romanzo edito nel 1813, che non dimostra affatto i suoi più di 200 anni, e che è di fatto una delle storie d’amore più lette al mondo. Non è stato perciò difficile scegliere e rileggere questo libro per questa bella iniziativa, Cuori in viaggio, dedicata da 28 blogger all’amore. Ho pensato a Il dottor Živago, Anna Karenina, Romeo e Giulietta, poi ho scelto loro, l’antipatico per eccellenza e scorbutico signorotto di città e l’intelligente e ironica Elisabeth, appartenente a una modesta famiglia della borghesia di campagna. Quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Rimanere così moderno e contemporaneo, sebbene i riti e i costumi sociali di quel periodo siano ormai irrimediabilmente cambiati se non evoluti (anche se c’è da dire che l’animo umano è cambiato ben poco dall’Era della Pietra)? Ecco forse le risposte sono esattamente ricavabili dalle domande stesse. Lo spirito arguto di Jane Austen è stato capace di parlare d’amore universalizzando i contesti e le opportunità concesse a una donna, non solo nel lontano 1813. Elisabeth Bennett è a modo suo un modello, un’ eroina capace di tenere testa a tutti personaggi maschili della storia, a partire da suo padre, che tra l’altro l’adora. Gli scontri, i battibecchi con Mr Darcy sono d’antologia, come il rifiuto alla sua prima proposta di matrimonio. Elizabeth difende la sua identità, la sua singolarità e non si piega ai mille compromessi che la sua seppur modesta condizione sociale imporrebbe. E lo fa con leggerezza, humour, straordinaria perspicacia. Ama sinceramente Mr Darcy, ma non permette a questo amore di cambiarla, limitarla, e in questo credo consista la bellezza e l’ anticonformismo di questo personaggio, quanto mai moderno e rivoluzionario. Concreta, realista, testarda, romantica Elizabeth Bennett è la perfetta metà di Mr Darcy, il suo complemento e la sua compiutezza. Se non avete ancora letto Orgoglio e Pregiudizio, fatevi un regalo, leggetelo in lingua originale o nella bella traduzione di Isa Maranesi. Se già conoscete la storia, rileggetela, non vi annoierà, potete contarci, la Austen ha uno stile di scrittura che è il trionfo dell’intelligenza, una gioia per qualsiasi lettore.

Edizione considerata: Garzanti editore 1975- 1982, XXII edizione marzo 2004, introduzione di Attilio Bertolucci, traduzione di Isa Maranesi.

Jane Austen. Scrittrice inglese. Compì la sua educazione quasi interamente in casa, sotto la guida del padre ecclesiastico.
Nel 1801 si trasferì con la famiglia a Bath; nel 1805, dopo la morte del padre, a Southampton; poi, nel 1809, a Chawton, Hampshire, dove scrisse quasi tutti i suoi romanzi.
Profondamente attaccata alla famiglia, in particolare alla sorella Cassandra, la Austen non si sposò mai e trascorse un’esistenza raccolta e casalinga, interrotta solo da brevi visite a Londra e ai luoghi di villeggiatura sulla costa meridionale inglese.
Il suo primo romanzo completo a noi pervenuto è L’abbazia di Northanger (Northanger abbey), pubblicato solo nel 1818.
Il romanzo è centrato sul tema della maturazione di una giovane ingenuamente romantica, convinta, all’inizio, che la vita sia fatta a somiglianza dei romanzi «gotici» della Radcliffe (dei quali il libro costituisce la garbata parodia) e che alla fine arriva a comprendere, realisticamente, la realtà quotidiana.
Lo stesso tema (la maturazione di un’anima romantica attraverso l’esperienza) è al centro di Ragione e sentimento (Sense and sensibility, 1811), iniziato nel 1797 col titolo di Elinor and Marianne, e ritorna in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice, 1813), rifacimento del giovanile e non pubblicato Prime impressioni (First impressions, iniziato nel 1796).
Anche in Mansfield Park (1814), romanzo di complessa struttura narrativa e di ammirevole sincerità, in Emma (1816), considerato uno dei suoi capolavori, e in Persuasione (Persuasion), che fu pubblicato postumo insieme a Northanger Abbey ed è forse la sua opera più ricca e sottile, l’autrice compie un’analisi dei rapporti tra valori personali e valori sociali e della validità delle emozioni come guida del comportamento.
Il mondo descritto non si estende mai al di là dei limiti della vita e degli ambienti da lei direttamente conosciuti; ma il suo fine tocco ironico, la sua prosa elegante e fredda, la sottigliezza con cui analizza e descrive il conflitto tra esigenze psicologiche e morali di varia natura conferiscono a questa narrativa una non comune complessità e collocano la Austen tra i più grandi nomi del romanzo inglese.
Parzialmente tratto da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Source: acquisto personale.

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:: Tutto quello che non ricordo, Jonas Hassen Khemiri (Iperborea, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

23 febbraio 2017
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Nel 1917 veniva per la prima volta messa in scena una commedia scritta da Luigi Pirandello: Così è (se vi pare). Fulcro di questa rappresentazione teatrale è l’impossibilità di conoscere la Verità assoluta perché ognuno è portatore di una propria versione dei fatti che riconosce come vera e che spesso entra in contrasto con quella che gli altri chiamano verità. A distanza di anni, in “Tutto quello che non ricordo” Jonas Hassen Khemiri persegue lo stesso scopo attraverso mezzi diversi.
In questo romanzo, uno scrittore vuole ricostruire le vicende legate alla morte di Samuel, cercando di capire mediante le testimonianze dei suoi cari, se quello del ragazzo sia stato un tragico incidente stradale o se abbia deciso volontariamente di togliersi la vita.

“(…) il sole splendeva, i ragazzi tedeschi parlavano dei pomodori ananas, davanti a un negozio di mobili c’era un furgone da cui uscivano lampade e cassettiere, sui tavolini di un bar all’aperto la birra scintillava nei bicchieri di plastica, era una bella giornata, la gente stava bene, le bici trotterellavano sul pavé, i taxi suonavano il clacson, i gatti miagolavano, la città pulsava, ma Samuel era morto.” (pag. 81)

La narrazione è originale, tanto spezzata ed inusuale quanto piacevole. Infatti, la descrizione di Samuel, della sua vita e delle sue giornate è raccontata contemporaneamente da due voci di cui una è quella di Vandad, il migliore amico che ora si trova in carcere. La seconda voce varia: si tratta di quella della Pantera, amica di infanzia di Samuel, artista contemporanea trasferitasi a Berlino; è la voce di Laide, interprete attivista per le donne immigrate che subiscono violenza, grande amore di Samuel; è la voce della mamma del giovane che si rifiuta di incontrare lo scrittore e comunica solo attraverso messaggi; infine, è la voce della nonna di Samuel, a cui il ragazzo era tanto affezionato ma alla quale la malattia sta togliendo senno e ricordi. Le loro parole si aggiungono alla versione raccontata da Vandad, cambiando il punto di vista degli avvenimenti e il colore dei dettagli. Ognuno di questi personaggi ha conosciuto Samuel e lo descrive in modo diverso, seguendo le proprie sensazioni attraverso un personale filtro percettivo. Pagina dopo pagina le contraddizioni aumentano e, sotto il dominio di un relativismo imperante, diviene sempre più complesso comprendere quale traduzione della realtà sia vera. Forse tutte. Forse nessuna.

«E dai! Ci divertiamo. Pensa alla Banca delle esperienze!»
«La Banca delle esperienze?»
«Per quanto palloso possa essere, ce ne ricorderemo. E allora ne vale la pena, no?» (pag. 69)

Samuel è un ragazzo particolare, sempre alla ricerca di situazioni che possano essere ricordate e inserite in quella che chiama la Banca delle esperienze. Vorrebbe ricordare tutto quanto, come se dimenticare equivalesse a non vivere e portasse ad essere ad un passo più vicini alla morte. Samuel, però, non ha una buona memoria e ha bisogno di legare episodi ad oggetti e di scrivere tutto nei suoi taccuini. L’oblio lo spaventa al punto tale di sentire la necessità di esagerare, riempiendo la sua Banca con azioni sempre fuori dall’ordinario, abusando spesso di alcol e droga. L’intensità delle sensazioni provate lo fa sentire vicino al cuore della vita e lo aiuta a non dimenticare. L’amore per Laide è altrettanto intenso e a lungo sostituisce l’esigenza di soddisfare la Banca delle esperienze. Attraverso questo personaggio, Khemiri affronta problemi di natura complessa come la violenza sulle donne e il razzismo.

Donne che erano state maltrattate, violentate, bruciate con le sigarette. Uomini che si lamentavano di essere stati discriminati nel mercato immobiliare e in quello del lavoro, e che quando cercavano di denunciarlo all’autorità contro la discriminazione, venivano discriminati anche lì. Donne prese a calci negli stinchi, con gli occhi così gonfi da non riuscire a tenerli aperti. (…) Erano avvocati dello Jämtland, campioni del triathlon nati in Finlandia, volti noti delle tv svedese. Erano fruttivendoli siriani, violinisti belgi, alcolizzati della Scania. Ma gli uomini non avevano importanza. Gli uomini erano superflui. Erano le donne che volevo aiutare. (pag. 115)

L’autore ha sperimentato sulla sua pelle il razzismo essendo per metà origine svedese e per l’altra metà tunisino. Sebbene la sua famiglia fosse benestante e gli abbia garantito gli studi migliori e una casa nel centro della città, il suo nome e la sua genìa sono sempre stati malvisti e percepiti come stranieri, laddove straniero assume il valore di nemico e di pericolo, all’ombra di quel razzismo che diviene uno dei temi principali della scrittura di Khemiri e bersaglio della sua denuncia. Allo stesso modo, Samuel ha madre svedese e padre nigeriano, porta un nome europeo che avrebbe dovuto facilitare la sua assunzione negli ambienti di lavoro; anche lui da piccolo ha subito atti di bullismo: lo chiamavano “«Gabbiano» per il colore della sua pelle che era bianca e nera allo stesso tempo”.
In bilico tra la scrittura e l’oralità, non avrete la sensazione di leggere ma quella di essere lì, davanti a chi parla ed ascoltare. Poi, proprio come lo scrittore protagonista del romanzo, organizzerete dentro di voi la vostra versione dei fatti unendo i pezzi di un puzzle troppo difficile da ricomporre correttamente. Alla fine, tutto verrà rimesso in discussione perché in fondo nessuno può essere padrone della Verità, in quanto Così è, se vi pare.
Tutto quello che non ricordo” è un romanzo diverso e forse lo stesso Samuel avrebbe avuto il piacere di leggerlo proprio perché fuori dall’ordinario, quindi, impossibile da dimenticare e perfetto da inserire nella sua Banca delle esperienze.

Jonas Hassen Khemiri nasce a Stoccolma nel 1978 da madre svedese e padre tunisino. Autore di quattro romanzi e una raccolta di racconti, saggi e drammi teatrali rappresentati in tutto il mondo, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Augustpriset proprio con “Tutto quello che non ricordo”.
Traduzione di Alessandro Bassini

Source: libro inviato dalla casa editrice al recensore. Ringraziamo Francesca, addetto stampa di Iperborea.

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:: Tra Sandokan e Salgari: Yanez De Gomera il bohemien dei mari maltesi di Felice Pozzo (Bibliografia e informazione, 2016) a cura di Elena Romanello

23 febbraio 2017
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Emilio Salgari, maestro italiano dell’avventura sotto varie forme, dal romanzo storico alla fantascienza, continua ad appassionare, almeno chi è cresciuto con lui e i suoi libri, e magari anche gli adattamenti in tv, come l’ormai mitico sceneggiato Sandokan di quarant’anni fa.
Un autore così prolifico offre infiniti spunti su cui riflettere e da studiare, e nel saggio Tra Sandokan e Salgari: Yanez de Gomera il bohemien dei mari maltesi Felice Pozzo, uno dei massimi studiosi in materia, racconta uno dei suoi personaggi più amati, anche se all’apparenza secondari, per le edizioni Bibliografia e Informazione.
Yanez, migliore amico di Sandokan e suo complice in un’epopea che dura tanti libri, per molti è stato una sorta di alter ego dell’autore, un europeo che sceglieva di andare a vivere in un mondo non suo diventandone parte e condividendo le istanze di quei popoli, trovando là casa e ideali. Senz’altro Yanez, interpretato in tv in maniera mirabile da Philippe Leroy, è e resta uno dei personaggi più interessanti tra i tanti creati da Emilio Salgari, tra cui spiccano anche tante eroine decisamente in anticipo sui suoi tempi: leggere il saggio di Felice Pozzo è davvero come fare un tuffo nel passato, attraverso tutte le avventure di Yanez, con citazioni di brani dei libri e evoluzione di una figura che da avventuriero un po’ bohémien in cerca di avventure diventa il brahimo dell’Assam sposato con una donna indiana, secondo una serie di principi di multiculturalità che erano cari a Salgari ben prima che diventassero di moda e oggetto di dibattiti tra fazioni opposte.
In parallelo Felice Pozzo racconta anche la vicenda umana di Emilio Salgari, i suoi successi indubbi ma anche il suo folle lavoro, i suoi problemi familiari e personali, la sua morte prematura, ma anche i suoi interessi paralleli ai suoi libri, dalle traduzioni di Dumas all’attenzione per l’epopea del Risorgimento.
Tra Sandokan e Salgari è un libro che non può non mancare nelle biblioteche degli amanti di Salgari, sia di chi lo è da lungo tempo sia di chi l’ha scoperto magari in maniera fortuita e recentemente. I libri di Salgari continuano ad essere presenti nel circuito librario, sia delle novità che delle occasioni, anche senza più il supporto di recenti sceneggiati, e questo è un bene. Interessante però anche scoprire cosa c’era dietro ai suoi libri e ai suoi personaggi

Felice Pozzo, vercellese, è studioso salgariano, cinefilo, collezionista bibliofilo e appassionato di fumetti. Ha scritto vari saggi su Salgari e la sua produzione romanzesca, tra cui citiamo Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri, Nella giungla di carta. Itinerari toscani di Emilio Salgari, Emilio Salgari e dintorni, Il corsaro nero e Il laboratorio magico di Emilio Salgari. In questo periodo sta approfondendo i rapporti tra Salgari e la fantascienza, e tra Salgari e gli autori che si ispirarono a lui.

Source: dono dell’autore, si ringrazia Felice Pozzo.

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:: Lettere agli editori, Louis Ferdinand Celine, (Quodlibet, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 febbraio 2017
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Louis Ferdinand Auguste Destouches, in arte Celine, dal nome della nonna, intellettuale poliedrico, medico degli ultimi, insopportabile, geniale, innovatore, tragicamente diretto e sincero, ignobile, anti tutto non solo antisemita, seppure questa è la principale macchia nera che grava sulla sua eredità letteraria,  è senza dubbio uno degli scrittori più importanti, controversi e difficili del Novecento. Il secolo breve di hobsbawmiana memoria, che vide esplodere l’odio di due Guerre Mondiali, i campi di concentramento, l’esplosioni delle atomiche, in un susseguirsi quasi ininterrotto di tragedie e di drammi. Leggere Lettere agli editori (tradotto e cura di Martina Cardelli, edito da Quodlibet) è un esperienza che consiglio nella misura in cui si voglia fare pace con il senso di colpa che quasi ci assale avvicinandoci a questo autore. Dopo Bagattelle, mi ero ripromessa che non avrei letto niente di Celine, e invece quasi per caso, senza riflettere troppo, ho avuto modo di leggere questo libro, scoprendo lati del suo carattere e del suo genio che mi erano stati preclusi dalla violenza delle invettive di quell’infernale pamphlet. Innanzitutto credo sia necessario, affrontando questo testo, dimenticarci il Celine che abbiamo iniziato a conoscere attraverso il filtro di tanti anni di critica, e abbandonare il preconcetto che i rapporti tra scrittori ed editori siano fiumi tranquilli, edulcorati da scambi in punta di penna di specchiata educazione. Consideriamo anche che l’editoria di allora ormai è scomparsa, è ben difficile che uno scrittore tratti con il boss di una casa editrice in prima persona, discutendo di anticipi, diritti, rendiconti. Ora, sicuramente questi dettagli tecnici e materiali vengono gestititi da professionisti appositi, agenti letterari, consulenti e chi più ne ha ne metta. L’editoria è cambiata, l’editoria ruspante di allora non esiste più, è morta o meglio dire si è evoluta, perdendo anche parti che si potrebbero definire spontanee e affascinanti. C’è anche da dire che anche allora di Celine c’era giusto lui, e averlo come autore nella propria scuderia, non deve essere stato affatto un gioco da ragazzi, privo di rischi. Diffidente, aggressivo, privo di doti concilianti, andava anche a umori, fin che si faceva alla lettera tutto quello che indicava come prioritario, ci si poteva fregiare della sua amicizia, se questo idillio si rompeva, insulti, epiteti, accuse, fiumi di sarcasmo, sempre stemperato dalla sua fervida fantasia e ironia e dalla sua decostruzione del linguaggio (che rendono tra l’altro queste lettere molto divertenti da leggere). Se vogliamo Celine era un villain a parole, usava il linguaggio (anche molto affilato e tratti rude) come un’ arma per lo più di difesa, ma fu lui a subire materialmente e moralmente povertà, esclusione, la minaccia della condanna a morte, l’esilio, una condanna detentiva. La sua carriera letteraria, per lui indispensabile in maniera disperata, il suo desiderio di essere pubblicato (e ben pubblicato), uscire in libreria, avere belle recensioni, vincere premi, ottenere quella sorta di visibilità e riconoscimento per il suo genio di cui era lucidamente e un po’ astutamente consapevole, sono per lui necessità vitali, che non si deprezzano nel mero desiderio di guadagnare denaro. Più che altro questa sua ostentata avidità o taccagneria, che sbandiera in ogni dove, cavillando per anticipi principeschi, esigendo ristampe, implorando quasi di essere pubblicato nelle Pleiade, insomma il lato venale del suo genio, più che altro una disperata necessità di non essere imbrogliato, vilipeso, umiliato. Esige il rispetto ed essere preso sul serio, quando queste due condizioni le vede tentennare, la rottura giunge inevitabile, come con il povero Paulhan, o anche con Monnier che tanto aveva fatto per lui, rischiando in prima persona. Soprattutto non accetta la pietà, o il dono (che anche alcuni amici scrittori o ammiratori vogliono fargli nei suoi periodi più difficili, ci provò pure Malaparte), lui si considera un operaio delle lettere ed esige di vivere con il suo salario dovuto. Forse la carogna Voilier è colei a cui dedica le pagine più sulfuree e avvelenate, ritenendola responsabile in primis della morte di Robert Denoel (morì assassinato), per il quale non ostante i dissidi, nutrì un’ autentica riconoscenza se non amicizia per averlo pubblicato per primo, (sfuggì a Gallimard per un soffio negli anni Trenta). Tra le pagine di questo epistolario emerge anche l’idea che Celine aveva della scrittura, il rigore con cui lavorava un testo perché fosse perfetto, privo di refusi, cadenzato da virgole efficaci, capace di ottenere il ritmo, che riteneva indispensabile. La «petite musique». Lottava come una tigre per impedire tagli, modifiche a i suoi testi. Voleva copertine sobrie, eleganti, serie. E la sua segretaria Marie Canavaggia (per la quale non dedica mai che parole splendenti, come la tenerezza che dedica a sua moglie Lucette), fu la sua più fida alleata, contro gli editori salumieri. Da leggere.

Céline (Louis Ferdinand Destouches, Courbevoie 1894 – Meudon 1961) è una delle figure più controverse della letteratura del Novecento. Nei suoi romanzi, a cominciare dal Viaggio al termine della notte (1932), ha trasposto i grandi drammi del suo secolo: le trincee, il colonialismo, l’alienazione della classe operaia e delle periferie urbane, i bombardamenti, la Germania del dopoguerra.
Céline è anche l’inventore di una prosa unica – tormentata, provocatoria, esilarante – che porta nella scrittura l’emotività e la vitalità del linguaggio parlato: se ne può trovare un’efficace spiegazione nei Colloqui con il professor Y (1955), sotto la forma di un’immaginaria intervista.
Le sue vicende personali, ma anche politiche, giudiziarie, editoriali sono il riflesso della complessità della sua epoca, cui Céline ha aderito fin nelle più intollerabili aberrazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Morte a credito(1936), Guignol’s Band (1944) e la cosiddetta «trilogia del Nord»: Da un castello all’altro (1957), Nord (1960) e Rigodon (1969).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa Quodlibet.

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:: L’ora dei gentiluomini, Don Winslow (Einaudi, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

22 febbraio 2017
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Setacciare le registrazioni catastali nella sede amministrativa della contea è un ottimo antidoto per chi prova il desiderio virile di fare l’investigatore privato. La (triste) verità è che un investigatore privato non passa il tempo a sorseggiare bourbon in ufficio, con in braccio una bionda dalle gambe lunghe che lo supplica di fare sesso con lei mentre il lamento di un sax tenore echeggia in sottofondo. No, la maggior parate del lavoro è un lento esaminare scartoffie, e Boone non ha ancora udito un riff di John Coltrane.” (1)

San Diego, oggi.
Da quando ha lasciato il distretto di polizia per via di qualche “piccola divergenza” con il collega Steve Harrington, Boone Daniels si guadagna la vita lavorando, saltuariamente, come investigatore privato. Il resto del tempo lo passa in spiaggia, o meglio in mare, sulla sua tavola, con gli amici di sempre, Dave “the love god”, High Tide, Johnny Banzai e Hang Twelve. La “Pattuglia dell’alba”, gli ultimi che surfano ancora secondo le vecchie regole; gli ultimi allevati dalla vecchia guardia del surf californiano, in un tempo in cui nessuno ancora accampava diritti sulla spiaggia. Un’epoca in cui diritto di proprietà e surf non avevano niente a che vedere l’uno con l’altro, e in cui nessuno si sarebbe mai sognato di attaccare in giro dei cartelli con scritto “se non vivi qui non surfare qui”.
Oggi, invece, la territorialità è un fenomeno sempre più diffuso, e l’etichetta, be’, chi se la ricorda… ma un conto è giocare senza seguire le regole, e un altro è  far fuori uno come K2, una sorta di nume tutelare, una leggenda della scena surf di Pacific Beach.
Eppure è proprio questo che è successo: Corey Blasingame, stupido rampollo di una ricca famiglia di La Jolla, ha colpito K2 con un “superman punch” e lo ha ucciso.
Oppure no?
Un po’ per intervento della bella avvocatessa Petra, e un po’ in ossequio al senso di giustizia del defunto, Daniels si trova costretto a indagare sull’omicidio di K2 e, in men che non si dica, tutti i surfisti di Pacific Beach gli voltano le spalle.
Tutti.
In fondo non sta cercando di scagionare un ragazzo che ha fatto fuori uno dei loro?
Eppure, se davvero vuole risolvere il caso e far luce sulla morte di K2, Daniels avrà bisogno dell’aiuto dell’intera Pattuglia dell’Alba…

Uscito negli USA nel 2009, e proposto solo recentemente in Italia, L’ora dei gentiluomini è il seguito di La pattuglia dell’alba, romanzo pubblicato nel 2010 da Stile Libero nella traduzione dell’allora attivissimo Luca Conti.
All’epoca dell’uscita, La pattuglia dell’alba era stato accolto piuttosto freddamente: si trattava infatti della prima opera surf-noir(2) di un autore appena scoperto dal pubblico italiano come innovatore della formula proposta da Ellroy nella sua Trilogia Sporca. Al colossale affresco del narcotraffico tracciato nel Potere del cane, l’editore faceva seguire a stretto giro, e in maniera forse un po’ sconsiderata, un testo ben diverso: un romanzo “leggero, estivo”, come hanno commentato alcuni. Un romanzo che ritraeva con partecipazione quello stile di vita tipicamente californiano che Winslow avrebbe poi raccontato, anche se con toni e intenzioni diverse, ne I re del mondo e Le belve. Un testo anche stilisticamente “anomalo”, diviso com’era tra brillanti scene d’azione, battute giovanilistiche e difficilmente traducibili e toni apertamente dichiarativi(3).
Di Le belve (2011) e I re del mondo (2012) si era molto parlato, anche in vista dell’uscita del film Le Belve di Oliver Stone (2012), e quindi il pubblico era in un certo senso avvertito; nel caso del precedente La pattuglia dell’alba, invece, i lettori erano del tutto impreparati, e per questo, credo, il romanzo è stato accolto maluccio.
Quanto detto riguardo allo stile di La pattuglia dell’alba vale, nel bene e nel male, anche per L’ora dei gentiluomini; a questo punto, però, dopo la pubblicazione di altri romanzi come Missing New York, e in pieno ripescaggio delle vecchie serie poliziesche di Winslow, è ora di rimettere tutto in prospettiva e rivalutare questo filone surf noir, che, per quanto non sia il più amato della produzione dell’autore, di certo non è il peggiore, né il meno originale.

L’ora dei gentiluomini di Don Winslow, è proposto ai lettori italiani da Einaudi, nell’ottima traduzione di Alfredo Colitto.

(1)Don Winslow, L’ora dei gentiluomini, Einaudi Stile Libero, Torino 2016, p. 280. Traduzione di Alfredo Colitto.
(2)In realtà la seconda, se si considera L’invero di Frankie Machine (Einaudi, Torino 2008), c’è però da dire che il vero successo, nel campo del poliziesco, Winslow lo ha ottenuto solo nel 2009 con l’uscita di Il potere del cane e solo a quel punto molti lettori sono andati a recuperare L’inverno di Frankie Machine.
(3)A questi, poi, ci siamo abituati: romanzi come La lingua del fuoco, ma anche Il potere del cane e Il Cartello vedono infatti un’alternanza di pagine puramente narrative e brani dal taglio quasi giornalistico.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello; nel 2016, London Underground, il primo romanzo, di una serie di cinque, che ha come protagonista Neal Carey e L’ora dei gentiluomini.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Sciamenesciá, di Carlos Solito (Elliot, 2016) a cura di Federica Belleri

22 febbraio 2017
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Sciamenesciá. È un’esortazione, dal meraviglioso dialetto salentino. Andiamo, forza, muoviamoci. Dove si va, qual è la direzione? Da qualunque parte si può incontrare il mare, oppure sentire l’umidità del maestrale. Se si è diretti nella piazzetta centrale di El Paiso, bisogna fare attenzione alle pietre bianche. Il sole le fa bruciare. Sciamenesciá. Si torna in Puglia, in Salento, da Milano. Perché le origini chiamano. Si annusano i profumi di luoghi speciali, dove si è cresciuti. Si percepiscono gli odori di cucina. Sciamenesciá. Si parla di droga, dove non esistono altri stimoli. Si cerca altrove, ad esempio nell’hard rock. Si ascolta il vibrare degli ulivi secolari, mossi dal vento caldo. Si costeggiano muretti a secco e masserie inondate dalla calura. Un caffè e una birra, mentre il sole brucia e trovare un riparo risulta difficile. Forse l’immobilità può essere una soluzione.
Carlos Solito racconta la sua Puglia, grazie a parole che si trasformano in immagini, in fotografie nitide di una terra cruda ma spettacolare. Una terra ricca di storia e tradizioni. Ogni pagina e vivibile. I colori sono accesi. I personaggi creati dall’autore hanno iodio nel sangue, seguono il vento e respirano sabbia. Amano e soffrono il loro quotidiano. Strappano un sorriso per la loro ingenuità e purezza. La Puglia, in un viaggio scenografico.
Buona lettura.

Carlos Solito, Pugliese, è un fotografo e giornalista per i più importanti magazine italiani ed esteri di viaggio, scrittore e film maker. Ha scritto Montagne (Elliot, Roma 2012) e Sciamenesciá (Elliot, Roma 2016). Sito personale: http://www.carlossolito.com/‎

Source: libro del recensore.

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:: Torino – Obiettivo Finale, Rocco Ballacchino, (Fratelli Frilli Editore, 2016)

20 febbraio 2017
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Sergio Crema e Mario Bernardini, poliziotto il primo, settantenne critico cinematografico il secondo, una strana coppia investigativa, tornano in azione in Torino – Obiettivo Finale, nuovo giallo ambientato a Torino del bravo Rocco Ballacchino, per Fratelli Frilli Editore. I suoi gialli ironici, garbati, screziati di riflessioni sociali, psicologiche, di cronaca, sono davvero simpatici, anche se non mancano delitti e colpevoli.
Questa volta tema centrale del libro è il terrorismo, da poco sono successi i fatti di Parigi e tutti sono tesi e nervosi, e soprattutto spaventati. Mario Bernardini, la cui misantropia sembra un po’ attenuata dalla convivenza con una giovane e bella attrice, nota in un fatto di cronaca delle discrepanze.
Calcolando i tempi è praticamente impossibile che l’ operaio Simone Coralli abbia ucciso la moglie, in un Parco del Valentino alle prime luci dell’alba, e sia poi tornato a casa in tempo manco fosse Superman o Mandrake.
Nonostante il caso sia chiuso, Bernardini sospettando che sia stato messo in carcere un innocente, avvicina il recalcitrante Sergio Crema ed espone i suoi dubbi.
In un primo tempo Crema, alle prese con una dieta dimagrante, non ha nessuna voglia di mettere il naso in un caso di un collega, poi il tarlo del dubbio lo spinge a esporre in procura i suoi dubbi. Il caso viene riaperto e Crema si trova a indagare su un omicidio ben lontano dal semplice delitto passionale.
Umorismo, ironia, vera e propria comicità venano i romanzi di Ballacchino, anche se il tono leggero e disincantato è spesso sporcato da venature tipicamente noir (questa volta il Bernardini dovrà affrontare una prova ben lontana dal caso), in una mescolanza personale, che fa la cifra distintiva di questo autore piemontese.
Sempre al centro Torino, con le sue vie, le sue piazze, i suoi parchi e questa volta i suoi grattacieli. In che modo si collegano alla vicenda i due uomini trovati uccisi alle pendici dell’ imponente Forte di Finestrelle, la cui scena del ritrovamento apre il romanzo? Beh vi toccherà leggerlo per scoprirlo.

Rocco Ballacchino Laureato in Scienze della comunicazione, ha curato la sceneggiatura dei cortometraggi Poison (2009) e Doppio Inganno (2010). È autore dei gialli, editi da Il Punto – Piemonte in Bancarella, Crisantemi a Ferragosto (2009), Appello mortale (2010) e Favola Nera (2012), quest’ultimo scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Monticone. I suo ultimi noir, Trappola a Porta Nuova, Scena del crimine-Torino piazza Vittorio e Trama imperfetta-Torino piazza Carlo Alberto sono stati pubblicati dai Fratelli Frilli Editori (2013-2015). È tra i fondatori del collettivo di scrittori ToriNoir con cui ha pubblicato la MemoNoir2016 e l’antologia di racconti La morte non va in vacanza (2015 Golem Edizioni). Il suo sito è http://www.roccoballacchino.it.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli.

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:: Torto marcio, Alessandro Robecchi, (Sellerio, 2017) cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2017
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Tutti vogliono avere ragione, spesso l’evidenza delle cose dimostra che forse le persone hanno torto marcio e Torto marcio è il nuovo thriller mozzafiato di Alessandro Robecchi, edito da Sellerio. Il tutto si svolge in una Milano cupa e grigia. Una città dove il centro a tratti sfarzoso e luccicante è tale ma, la periferia non è così lontana come sembra, tanto è vero che quei palazzoni più o meno visibili ospitano migliaia di vecchi, giovani, italiani, immigrati, criminali. Tutti sono diversi e allo stesso tempo tutti uguali perché poveri. Questa umanità derelitta incombe in modo costante nella storia. Non a caso a poca distanza dal crogiuolo vivente dove per sopravvivere ci si inventano tutti gli stratagemmi e politiche commerciali possibili e immaginabili, un imprenditore sessantenne, super ricco e dalla vita molto regolare, viene freddato a colpi di pistola. Ghezzi e Carella, due poliziotti che stanno agli antipodi per il loro carattere, compiono le prime indagine e notano che A) la pistola è molto vecchia; B) sul cadavere è stato messo un sasso. Perché? Le indagini sembrano arrancare fino a quando altri due corpi senza vita, di uomini della Milano bene, vengono ritrovati freddati con una pistola e con un sasso messo sul corpo. Tutti, investigatori e media alla ricerca dello scoop, parlano di serial killer. Vista la spinosità del caso il team Ghezzi-Carella viene estromesso dall’indagine, ma questo non impedirà ai due colleghi e ai loro aiutanti di continuare l’indagine, facendo dell’appartamento del vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi e della consorte Rosa, casalinga dal fiuto investigativo geniale, la base dalla quale muovere l’indagine parallela. Accanto ai principali protagonisti s’innesta la figura di Carlo Monterossi, sull’orlo di una crisi di nervi e autore di un affermato programma tivù spazzatura, incappa nel «caso dei sassi» e con l’amico Oscar Falcone, vero detective, i due dovranno recuperare un antico e prezioso anello rubato. Avvenimento fortuito che li porterà a scoprire un’amara e impensabile verità sui tre omicidi. Torto marcio è un giallo intrigante nel quale Alessandro Robecchi oltre alle tre morti, mette in scena una serie di tematiche che sono specchio della società dei giorni nostri. C’è l’uomo solitario che sta pagando per colpe che non sono solo le sue. Ci sono giovani alla ricerca di un futuro migliore che sembra sempre sfuggire loro. Ci sono arricchiti che hanno tutto e non sono contenti di nulla. Robecchi, ci trascina nella storia, perché compie anche un’acuta riflessione sui media e sulla loro necessità esasperata ed esasperante di spettacolarizzare una vicenda privata, cercando persino di arrivare ad individuare il presunto assassino prima delle forze dell’ordine. Il tutto per fare ascolti e conquistare il pubblico. Infine, ed è questo il filo sottile che percorre tutto il romanzo di Robecchi, c’è il tema della vendetta personale che porterà uno dei personaggi presenti nell’intreccio narrativo a farsi giustizia da sé, in quanto esasperato, fino alla stremo, delle sconfitte della vita. Sarà proprio questo gesto – sbagliato vero, “ma fino a che punto?” il lettore arriverà a chiedersi- a spingere Tarcisio Ghezzi di Torto marcio di Alessandro Robecchi ad affermare che, nessuno ha ragione, perché quando anche l’ultima speranza di riscatto viene negata allora, forse è vero, tutti hanno torto marcio.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011). Con Sellerio ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016) e Torto marcio (2017).

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: Gente di mare, A.J. Griffith-Jones (Creativia, 2017)

19 febbraio 2017

unnamedA.J. Griffith-Jones è la vincitrice, con una biografia molto ben documentata del Dr. Cream, del Jack The Ripper Book 2016, premio assegnato dai ripperologi alla annuale convention tenutasi a Londra. Un nome noto quindi nella stretta cerchia di appassionati e cultori delle vicende legate al più famoso e misterioso assassino seriale della Londra vittoriana.
L’autrice inglese tuttavia non scrive solo saggi storici, ma nasconde anche un lato più soft, se vogliamo, che l’ha spinta a scrivere una serie di cozy mystery novel, il classico poliziesco all’inglese, un po’ ispettore Barnaby, un po’ Sherlock Holmes, un po’ Agatha Christie.
In lingua inglese sono già usciti i primi tre romanzi della serie che comprenderà in tutto cinque volumi. Per ora sono disponibili The Villagers, The Seasiders, The Congregation. In italiano è disponibile invece solo il secondo episodio The Seasiders, con il titolo Gente di mare, distribuito da Babelcube, Inc e tradotto da Laura Contrada, gli altri saranno tradotti nei prossimi mesi.
I cozy mystery novel sono romanzi gialli in cui l’umorismo spesso ha un ruolo catartico, spezza insomma la tensione e stempera le sfumature eccessivamente drammatiche o violente che una storia può assumere. Sì ci sono delitti, intrighi, segreti, colpi di scena, twist imprevisti, ma tutto è giocato sempre con leggerezza, anche se spesso non sono dimenticati i risvolti psicologici o gustosi inside joke.
Gente di mare narra una storia ambientata in un’ amena città di mare dell’ Inghilterra del 1960. I due protagonisti Grace e Dick Thomas sono i proprietari della Pensione Sandybank, una pittoresca struttura alberghiera molto amata dai turisti, attratti sia dal panorama che dalla quiete della costa e dal buon cibo. Ma le città di mare, nonostante l’euforia del clima vacanziero, nascondono segreti, e l’ atmosfera di apparente normalità che ci accoglie all’inizio verrà ben presto turbata in un crescendo di misteri e delitti.
Lo stile è leggero, letterario, affatto banale, anche se la semplicità ne determina un tratto distintivo. La scorrevole traduzione aiuta a entrare in una storia di personaggi che nascondono la loro vera identità. Insomma nulla è come sembra in questo bel giallo ricco di colpi di scena e sorprese.
Scritto bene, ben tradotto, insomma da leggere, se amate il genere.

Source: epub inviato dall’autrice.