Grazie Giacomo di questa intervista. Sei lāautore di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilitĆ , prospettive. Un libro complesso e molto ben documentato su questo conflitto che trae le sue origini se vogliamo dalla Seconda Guerra Mondiale, ĆØ corretto?
Grazie a te. Come per tutti gli eventi storici, ĆØ un compito decisamente arduo ĆØ necessariamente arbitrario fissare una data di origine del conflitto russo-ucraino. Ma se dovessi individuare un anno in particolare, indicherei il 1922. Allāepoca, lāappena nominato commissario alle nazionalitĆ Josip Stalin inaugurò la pratica di ridisegnare le frontiere interne dellāUnione Sovietica in base al criterio della ādismogeneizzazione etnicaā. Affiancando allāetnia dominante allāinterno di ciascuna repubblica almeno un gruppo minoritario legato da rapporti di fratellanza con il territorio limitrofo ricompreso in unāaltra repubblica, i decisori sovietici intendevano da un lato impedire che le nazionalitĆ prevalenti in seno a ciascunāarea amministrativa acquisissero il peso politico sufficiente ad alimentare pericolose ambizioni indipendentiste, e dallāaltro consolidare il potere centrale investendolo del doppio ruolo di protettore delle minoranze ed arbitro super partes preposto alla risoluzione dei contenziosi tra i vari gruppi etnici. Applicato allāUcraina, lo schema staliniano comportò lāannessione al Paese della Crimea e delle regioni del bacino del Don, abitate in netta prevalenza da russi ortodossi, attuata in unāottica di bilanciamento rispetto alle aree asburgico-occidentali del Paese abitate da popolazioni di confessione cattolico-uniate ed estrazione culturale e linguistica polacco-lituana. Due gruppi maggioritari che sovrastavano un panorama etnico comprensivo di minoranze ungheresi, ebraiche, slovacche, greche, ecc. Senza dimenticare i tartari di Crimea, per lo più islamici sunniti dai tratti somatici orientali in quanto discendenti dei guerrieri mongoli inquadrati nel Khanato dellāOrda dāOro. Lāimpatto sullāUcraina di questa politica di divide et impera non sfuggƬ agli specialisti della Cia, i quali giĆ nel 1966 evidenziarono in un documento ā ora declassificato ā che Ā«il processo di ārussificazioneā ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle cittĆ , un livello superiore a quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dellāUrss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nelle campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici. [ā¦]. Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenzaĀ».
Parlaci della genesi di questo libro.
Questo libro rappresenta una versione profondamente rivista e aggiornata di un saggio che scrissi sul medesimo argomento nel 2016, in cui evidenziavo le ragioni profonde del conflitto russo-ucraino e sostenevo senza mezzi termini che quella russo-ucraina rappresentava una delle crisi internazionali più pericolose dal secondo dopoguerra. Se non risolta mediante un accordo diplomatico di ampio respiro, rilevavo ancora nel testo del 2016, questa crisi sarebbe inevitabilmente degenerata in conflitto aperto caratterizzato dal coinvolgimento di tutti i principali attori internazionali. Sulla scia dellāattacco russo, lāeditore mi ha contattato per propormi di aggiungere qualche capitolo al vecchio saggio, ma alla fine abbiamo convenuto sulla necessitĆ di riscriverlo da cima a fondo. In questa nuova versione mi soffermo soprattutto sullāimpatto globale del conflitto, con particolare attenzione sulle ripercussioni di carattere economico e finanziario.
Allāinizio molti commentatori pensavano a una guerra lampo. LāUcraina invece ĆØ ormai ĆØ un paese martire sullāaltare di interessi economici e geopolitici troppo grandi. Ć in atto una catastrofe umanitaria senza precedenti che avrĆ ripercussioni sullāUnione europea stessa. Gli ideali traditi dei padri fondatori, da Altiero Spinelli in avanti sono quanto mai vivi. AvverrĆ una rinascita di questi ideali, avendo toccato con mano gli orrori di una loro negazione? Ć ottimista in merito? Ci ha creduto anche lei, come noi giovani degli anni ā90?
Per quanto mi riguarda, gli āidealiā di Altiero Spinelli sono assolutamente da respingere. Era proprio Spinelli ad annotare sui suoi diari che Ā«per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto ĆØ che lāEuropa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, cosƬ come per consolidarsi essa avrĆ bisogno di una guerra contro lāUnione Sovietica, da saper fare al momento buonoĀ». Significativamente, la capitolazione a 360° dellāUnione Europea di fronte al soverchiante colosso statunitense si ĆØ realizzata proprio in presenza di quella ātensione russo-americanaā ā degenerata con la crisi ucraina, ma di fatto risalente ai primi anni del nuovo millennio ā identificata a suo tempo da Spinelli come condizione necessaria per lāaffermazione dellāindipendenza europea. Mi sono sempre sentito più vicino alle teorizzazioni del generale De Gaulle in merito alla cosiddetta āEuropa delle patrieā estesa ādallāAtlantico agli Uraliā che ai disegni formulati da personaggi quali Jean Monnet e gli autori del Manifesto di Ventotene. Non esistono nĆ© sono mai esistite le condizioni (geo)politiche, economiche e persino culturali affinchĆ© gli Stati europei diluissero le proprie prerogative nazionali per fondersi in un nuovo soggetto unitario. Non a caso, portare avanti il progetto di āintegrazioneā ignorando deliberatamente i colossali fattori di divergenza sussistenti tra i vari Paesi del āvecchio continenteā ha determinato la creazione di una struttura tecnocratica ad uso e consumo della nazione più forte ā la Germania ā e dei suoi satelliti economici ā Olanda, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria. Allo stato attuale, lāUnione Europea ĆØ lāuniforme che la Germania indossa per far apparire come ācomunitarieā le proprie iniziative unilaterali mirati alla salvaguardia dei soli interessi tedeschi.
Secondo lei i russi si aspettavano davvero di essere accolti dagli ucraini come liberatori? O meglio cāĆØ una parte degli ucraini che realmente ha richiesto lāintervento di Mosca? Penso al Donbass, ma anche allāinterno di altre province dellāUcraina occidentale. Fa parte della mera propaganda russa o cāĆØ del vero?
LāUcraina occidentale, gravitante attorno alla regione galiziana, preserva i legami storici con la Polonia e rimane sostanzialmente animata da una spiccata vocazione āoccidentalistaā e russofoba. Per il resto, vi ĆØ una parte minoritaria ma comunque consistente e, soprattutto, geograficamente concentrata nelle aree sud-orientali del Paese che auspicava lāintervento russo quantomeno a partire dal tardo inverno del 2014, quando cominciò a intravedersi con sufficiente chiarezza la piega che stava prendendo lāUcraina post-Jevromajdan. Furono proprio le misure restrittive e punitive imposte da Kiev nei confronti dei russofoni ā la maggioranza della popolazione ā e dei russi etnici a provocare le sollevazioni negli oblastā di Crimea, Donecāk, Luhansk, Kharkiv, Kherson, ecc., a cui le autoritĆ ucraine risposero con la cosiddetta Operazione Antiterrorismo che apportò il maggiore contributo a far scivolare la crisi sul piano inclinato della guerra civile. Le forze ucraine riconquistarono il controllo dei territori interessati dalle ribellioni popolari, con lāeccezione delle aree più orientali degli oblastā di Donecāk e Luhansāk. Vale a dire due piccole repubbliche indipendentiste che per otto anni sono riuscite a resistere alla pressione politica, economica e militare del governo centrale, essenzialmente grazie al sostegno russo. Nel corso di questo arco di tempo, le forze ucraine hanno integrato nei propri ranghi interi battaglioni paramilitari neonazisti e ricevuto armi, equipaggiamento ed addestramento da parte di diversi Paesi della Nato, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia. Nel giro di qualche anno, un esercito estremamente malridotto e falcidiato dalle defezioni si trasformò in una forza dāurto altamente professionale, fortemente motivata e ben equipaggiata. CosƬ, quando a partire dallāottobre del 2021 ripresero gli attacchi contro le postazioni ribelli, i miliziani delle repubbliche indipendentiste si imbatterono in crescenti difficoltĆ nel tenere le posizioni. La situazione, come ĆØ noto, continuò a deteriorarsi per mesi, finchĆ© il 21 febbraio 2022 le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donecāk e Luhansāk non inviarono a Mosca una formale richiesta dāaiuto. Dopo una breve deliberazione del Consiglio di Sicurezza, il presidente Putin annunciò alla nazione il riconoscimento dellāindipendenza delle repubbliche e firmò in diretta televisiva e alla presenza dei presidenti Denis PuÅ”ilin e Leonid PaseÄnik lāapposito decreto, assieme a due trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca. Compresa quella di natura militare.
Stanno con grandi difficoltĆ continuando i colloqui per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. La Russia chiede per la stipula della pace garanzie sul fatto che lāUcraina mantenga uno āstatus neutrale, non allineato e non nucleareā. Secondo lei ĆØ possibile con lāattuale governo ucraino? Accetteranno mai tali condizioni?
Zelensākyj e i suoi collaboratori non dispongono di alcun potere effettivo. Le leve di controllo rimangono saldamente nelle mani degli Stati Uniti, che dispongono delle reali āchiavi strategicheā del conflitto, e secondariamente delle compagini ultra-radicali penetrate rapidamente allāinterno degli apparati coercitivi e di intelligence dello Stato ucraino a partire dal 2014. Giova ricordare che Zelensākyj vinse le elezioni del 2019 facendo leva sulla popolaritĆ conquistata in veste di attore protagonista della serie televisiva Servo del popolo, prodotta e trasmessa da un canale di proprietĆ di Ihor Kolomojsākyj. Vale a dire uno dei principali oligarchi del Paese, dotato di triplo passaporto ucraino, israeliano e cipriota e finanziatore di punta sia della campagna elettorale di Zelensākyj, sia dei battaglioni paramilitari di stampo neonazista che imperversano in Ucraina a partire dal colpo di Stato di Jevromajdan. La sopravvivenza (non solo) politica di Zelensākyj dipende dal sostegno accordatogli dagli Stati Uniti e dai settori oltranzisti foraggiati da Kolomojsākyj, smaccatamente intenzionati a infliggere alla Federazione Russa una sconfitta strategica decisiva. Per cui, se lāobiettivo perseguito dagli āsponsorā di Zelensākyj verte sullāāindebolire la Russiaā, come dichiarato apertamente dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, ne consegue che allāex attore non rimane che recitare il copione assegnatogli, che nella fattispecie comporta la prosecuzione del conflitto con la Russia āfino allāultimo ucrainoā. Il problema, per Zelensākyj e per la popolazione ucraina, ĆØ che Mosca non si fermerĆ finchĆ© non riterrĆ raggiunte le finalitĆ strategiche del conflitto, che consistono anzitutto sul ādisinnescoā militare dellāUcraina e sullāeliminazione delle sue componenti più radicali come condizioni imprescindibili per lāadozione di una postura neutrale da parte del Paese. Tanto più il conflitto si protrae nel tempo, quanto più assume concretezza la prospettiva del passaggio sotto il completo controllo russo non solo degli interi oblastā di Donecāk, Luhansāk, Zaporožžja e Kherson, ma anche di Odessa. Per lāUcraina, la prosecuzione delle ostilitĆ rischia in altre parole di tradursi in perdita di qualsiasi sbocco sul Mar Nero, con tutto ciò che ne consegue in termini politici, economici e strategici.
Israele ĆØ pronto a ospitare un incontro Putin-Zelensky. Israele nel ruolo di garante della sicurezza internazionale ĆØ un mediatore credibile e autorevole, e soprattutto neutrale?
In linea teorica, Israele ha tutte le carte in regole per adempiere alle funzioni di mediazione tra le parti, non avendo aderito alla campagna sanzionatoria occidentale nei confronti della Russia e intrattenendo relazioni strette sia con Mosca che con Kiev. Una parte assai ragguardevole della societĆ israeliana ĆØ inoltre composta da ebrei immigrati dalla Russia. Dāaltro canto, Israele ha partecipato come comprimario alla guerra per procura ingaggiata nel 2011 da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, monarchie sunnite del Golfo Persico e Turchia contro un alleato fondamentale del Cremlino come la Siria baathista. Lo Stato ebraico ha inoltre instaurato un rapporto di collaborazione militare con lāUcraina in seguito a Jevromajdan, nel cui ambito si ĆØ registrata la fornitura di alcune tipologie di armi a Kiev. Nel complesso, però, Israele ha mantenuto una postura di gran lunga più equilibrata rispetto a qualsiasi Paese europeo (come dimostrato dal recente rifiuto opposto dal governo guidato da Naftali Bennett alla richiesta Usa di rifornire lāUcraina di missili anticarro Spike), e rimane un attore geostrategico di indubbio livello dotato di credenziali di gran lunga più consistente rispetto a quasi tutti gli altri potenziali mediatori.
Le sanzioni sempre più corpose contro la Russia tese a un indebolimento del Paese perchĆ© non possa più continuare la guerra, almeno questi sono i presupposti, puntano al mero default economico russo o più prosaicamente a un cambio di governo allāinterno del Paese? LāOccidente ha una reale voce in capitolo sulle questioni interne russe?
Le sanzioni miravano indubbiamente sia a suscitare lāira degli oligarchi, sia a rendere la vita molto più dura per la popolazione russa nel suo complesso. Si trattava di fare terra bruciata attorno al leader del Cremlino, cosƬ da isolarlo e suscitare un malcontento generalizzato talmente profondo da porre le basi per un cambio di regime più o meno violento. Ć interessante notare quanta fiducia le Ć©lite occidentali continuino a (mal)riporre nelle sanzioni come strumento di coercizione, nonostante la lora assoluta mancanza di efficacia emersa clamorosamente nei confronti di nemici assai meno attrezzati della Russia quali Cuba, Iran ed Iraq. Nella fattispecie, il risultato prodotto dalle misure punitive irrogate contro la Russia ĆØ stato quello di incrementare notevolmente la popolaritĆ di Putin, come cāera del resto da aspettarsi alla luce delle caratteristiche specifiche del temperamento russo. Per il resto, ritenere che un Paese come la Russia, che dispone di tutte le materie prime fondamentali e di immense riserve di idrocarburi puntualmente rivenduti a prezzi stratosferici allāEuropa, possa essere privata delle risorse necessarie a sostenere lo sforzo bellico ĆØ pura illusione. La stessa questione del default ĆØ del tutto strumentale, dal momento che la Russia, grazie ai suoi esorbitanti avanzi commerciali accumulati nel corso degli ultimi mesi, dispone della liquiditĆ per onorare gli impegni con i creditori. Parlare di bancarotta in presenza di una situazione in cui il Paese chiamato a saldare il conto viene tagliato appositamente fuori dai circuiti attraverso cui si espletano i pagamenti mi pare quantomeno improprio, per non dire altroā¦
Il default economico russo non porterebbe come conseguenza diretta anche a un default economico europeo? LāEuropa rispetto al resto del mondo ha privilegi e un benessere (forse ingiusti) che dovrĆ ridimensionare? Ć questo a cui allude Draghi quando parla di ācondizionatoriā agli italiani? Preparandoli per gradi? Putin ĆØ consapevole che il suo popolo affronterĆ le privazioni con maggiore spirito di sacrificio. Noi, viziati da anni e anni di benessere, ne saremmo in grado?
Il default russo ĆØ una questione di pura volontĆ politica. Putin in persona ha annunciato che in caso di impossibilitĆ di procedere al saldo dei debiti in valuta straniera per effetto delle sanzioni, il pagamento avverrĆ in rubli. Per la Russia, si tratta comunque di una vicenda scarsamente rilevante. Di per sĆ©, il fallimento tecnico della Federazione Russa non sarebbe un grosso problema nemmeno per lāEuropa, non fosse che il graduale ma continuo deterioramento delle relazioni con quello che si configura come il principale fornitore di materie prime ed energia rischia concretamente di condannare il āvecchio continenteā al disastro economico. La competitivitĆ sui mercati mondiali di Paesi a spiccata vocazione mercantilista come la Germania ā e, in subordine, Italia ā dipende in una misura tuttāaltro che irrilevante dallāaccesso alle risorse a basso prezzo messe a disposizione dalla Russia. Approvvigionarsi di fonti alternative, come gli insipienti leader europei predicano ormai da mesi, comporta un esborso notevolmente maggiore che andrĆ inesorabilmente a gravare sul prezzo finale dei beni industriali europei, destinati a incorrere in crescenti difficoltĆ nel preservare le proprie quote di mercato. In tale quadro, la sconcertante dichiarazione di Draghi sui condizionatori risulta del tutto inaccettabile, ma perfettamente coerente con il suo profilo di proconsole statunitense preposto alla tutela degli interessi Usa in Italia ed Europa. Quanto alla Russia, va ricordato che si tratta di un Paese disposto come pochissimi altri a sopportare sacrifici (Lev GumilĆ«v parlò a questo proposito di āpasionarnostā), che nella fattispecie vengono richiesti alla popolazione nellāambito di un processo di ristrutturazione economica di stampo semi-autarchico avviato giĆ nel 2014, mirante a rendere la nazione autosufficiente in tutti i campi di rilevanza strategica.
La guerra russo-ucraina ĆØ uno spartiacque nel consolidamento di nuovi equilibri geostrategici. Non si può tornare indietro e nulla sarĆ più come prima, troppo sangue ĆØ stato versato. La frattura tra Russia ed Europa occidentale sembra definitiva. Ormai lāasse Mosca-Pechino, fino ad ora solo ventilato dagli analisti più lungimiranti, sembra consolidarsi sempre di più, anzi sembra apparire inevitabile. Che conseguenze pensa ciò determinerĆ nel breve e lungo periodo?
Sono convinto che una delle chiavi di lettura fondamentali per decodificare il significato profondo del conflitto russo-ucraino vada rintracciata proprio nella volontĆ del Cremlino di portare a compimento il processo di riorientamento strategico avviato sulla scia delle ripercussioni generate dal colpo di Stato di Jevromajdan. Le sanzioni irrogate dal fronte euro-statunitense indussero la Russia a replicare per un verso mediante lāimposizione di misure punitive più o meno simmetriche, e per lāaltro a irrobustire ed estendere a tutta una serie di settori di grande rilievo il rapporto di collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese, mantenendo però i legami e il dialogo con lāEuropa. Lo scoppio delle ostilitĆ ha comportato una radicale alterazione dello scenario, segnata dallāinterruzione semi-immediata delle sinergie e della cooperazione bilaterale tra Paesi dellāUnione Europea e Russia, che ha colto lāoccasione per completare la āsvolta verso estā. Nellāimmediato, questo cambio di registro tende a concretizzarsi sotto forma di spostamento delle destinazioni dellāexport di materie prime e di energia russi da occidente a oriente, con conseguente trasferimento del vantaggio competitivo dato dalle forniture strategiche a basso costo russe dallāEuropa alla Cina. Mentre la Russia si cimenterĆ nel tentativo di riposizionarsi nel nuovo contesto multipolare, a risentire delle iniziative strategico-militari del Cremlino saranno in primo luogo le economie di trasformazione tedesca e italiana, che incorreranno inesorabilmente in crescenti difficoltĆ nel preservare le proprie quote di mercato mondiale. Combinandosi con la graduale ma a quanto pare giĆ stabilita sostituzione delle forniture di gas e petrolio russi con fonti alternative ā essenzialmente idrocarburi non convenzionali di origine statunitense ā dai costi ben più elevati e lāincremento delle importazioni di armi di fabbricazione Usa contestuale allāaumento della spesa militare deciso dallāintera Unione Europea, la perdita di concorrenzialitĆ della manifattura europea assottiglierĆ fino ad azzerarli completamente gli avanzi commerciali inanellati sinora dal āvecchio continenteā grazie alla sua torsione mercantilista. Per lāUnione Europea si profila quindi il passaggio a una posizione squisitamente deficitaria, che rischia di trasformarla in una colonia statunitense non solo sotto il profilo (geo)politico e militare, ma anche economico.
Secondo le sue fonti e i suoi studi che governo vige in Russia? Che grado di libertĆ e autonomia godono i cittadini russi? La Russia attuale ĆØ un regime fascista, o meglio una “dittatura degli oligarchi”, come sostenuto da alcuni interlocutori politici occidentali? O ĆØ una libera repubblica federale democratica che rispetta, magari anche solo marginalmente, gli standard internazionali? Su questo punto cāĆØ molta confusione può aiutarci a fare chiarezza?
Ritengo profondamente sbagliato e fuorviante cedere alla tentazione di classificare Paesi distanti da noi dal punto di vista dei valori e della cultura attraverso i nostri parametri. Parlare di fascismo in riferimento alla Russia non ha alcun senso, cosƬ come del tutto fuorviante risulta la definizione di ādittatura degli oligarchiā, visto che sotto Putin hanno potuto continuare a coltivare i propri interessi economici soltanto i membri di quella ristretta cerchia di ex funzionari del Komsomol che avevano accettato di non oltrepassare la ālinea rossaā ā non interferire nelle scelte politiche ā tracciata dal leader del Cremlino durante il suo primo mandato presidenziale. Di certo, quello affermatosi in Russia non può essere inquadrato come un sistema liberale assimilabile a quelli vigenti in Europa occidentale ā sui quali vi sarebbe comunque molto da dire. Va anzitutto evidenziato che la Russia si ĆØ formata attraverso un processo di acquisizione territoriale protrattosi per oltre quattro secoli ad un ritmo di 150 km2 al giorno, nel corso del quale i russi hanno assimilato gli usi e costumi dei popoli assoggettati ritenuti maggiormente confacenti ai loro scopi. Come rilevato dal teologo cristiano Nikolaij Berdjaev nella prima metĆ XX Secolo, la prorompente avanzata nei grandi spazi eurasiatici ha segnato a tal punto lāanima profonda della Russia da modellarne la cultura, forgiarne le istituzioni e condizionarne gli orientamenti. Ć lāonnipresenza del āfattore geograficoā ad aver educato le Ć©lite russe avvicendatesi al potere nel corso dei secoli a declinare la propria progettualitĆ politica nel rigoroso rispetto del principio fondamentale secondo cui la sopravvivenza di un Paese tanto esteso sotto il profilo territoriale e variegato dal punto di vista etnico dipende dalla presenza di un sistema di comando autoritario e fortemente accentrato. NonchĆ© dalla capacitĆ dei decisori del Cremlino di mantenere lāidentitĆ nazionale saldamente ancorata a valori altamente ācomunitariā come la fede, il patriottismo e la tradizione. Il sistema di ādemocrazia sovranaā, per usare unāespressione dellāideologo Vladislav Surkov, instauratosi in Russia sotto Putin concentra i propri sforzi sulla valorizzazione dei propri interessi alla stregua di qualsiasi altro Stato nazionale, senza perseguire alcun disegno imperiale sul modello sovietico ma curandosi di preservare lāanima profondamente eurasiatica del Paese. PerchĆ© applicare alla Russia sistemi liberal-democratici di matrice occidentale e piantarvi i semi dellāindividualismo significa condannarla allāestinzione. Una legge bronzea di cui sono consapevoli tanto gli influenti āsponsorā stranieri del pseudo-liberale Alekseij Navalānyj quanto i vertici dello āStato profondoā russo.
La ringrazio delle risposte che spero contribuiscano a un reale dibattito democratico teso al perseguimento della pace non come alternativa alla guerra ma come unica possibilitĆ di sopravvivenza in un contesto molto difficile e magmatico.