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Leo de Sanctis racconta le “Ricette di guerra” della zia Amalia. A cura di Viviana Filippini

28 luglio 2022

Vivere in tempo di guerra e cucinare piatti per sfamare le bocche della propria famiglia con quel poco che si ha. Questo e tante ricette si trovano in “Ricette di guerra. 1940/1944 per una cucina semplice semplice”, il ricettario di Amalia de Sanctis, della quale FefĆØ editore ha pubblicato il libro a cura di Leo Osslan de Sanctis e con un testo di Cesare de Sanctis, parenti della zia Amalia, che nella foto vediamo in compagnia Sante de Sanctis nel 1913 a Parrano, in Umbria, nei pressi di CittĆ  della Pieve paese di orgine della famiglia. Della zia Amalia e del suo mondo ne abbiamo parlato con Leo.

Leo, come ĆØ entrato in possesso delle ricette di zia Amalia e perchĆ© ha deciso di pubblicarle? La nascita di questo libro ĆØ a suo modo molto letteraria. Riordinando la piccola e originale biblioteca di libri gastronomici di mia madre, dopo la sua morte, mi sono imbattuto in un’anonima busta bianca, anzi grigia di polvere. L’ho aperta incuriosito e dentro vi ho trovato il manoscritto delle ā€œRicette di guerra 1940/1944ā€ che la mia zia Amalia regalava a mia madre in occasione del suo matrimonio con mio padre, nel febbraio del ā€˜44. In realtĆ  più che un manoscritto era la copia carbone di un dattiloscritto, battuto a macchina dalla ā€œzia Amaliaā€ in più copie, con la carta carbone tra un foglio e l’altro e i fogli leggeri leggeri, come carta velina. Cose d’altri tempi. E appunto molto letterari. In quel momento ho deciso d’impulso che dovevo farne un libro.

Nel libro si parla di Amalia come di una vestale, perchĆ© si afferma questo? La zia Amalia (l’ho sempre conosciuta e chiamata cosƬ, anche se in realtĆ  era la mia prozia, sorella minore di mio nonno Carlo, nati entrambi alla fine dell’800) era molto legata a Parrano, microscopico paesino umbro dell’alto Orvietano in cui la famiglia De Sanctis ha prosperato fin dal 1480. Amalia, suo fratello Carlo e il fratello di mezzo Valerio, furono la prima generazione ā€œromanizzataā€: il loro padre e mio bisnonno Sante De Sanctis (uno dei fondatori della psicologia/psichiatria in Italia) era colui che aveva ā€œfatto il saltoā€, abbandonando il paese per trasferirsi a Roma. Amalia aveva una memoria elefantiaca: del paese e delle radici della famiglia sapeva e ricordava tutto, e non perdeva occasione per ricordare, con orgoglio, fatti e persone del passato anche remoto. Per questo mio nonno Carlo l’aveva proclamata ā€œvestaleā€ della famiglia; era al tempo stesso un gentile sfottò e il riconoscimento di un ruolo importante.

Che idea e immagine si ĆØ fatto lei di zia Amalia? La zia Amalia era molto simpatica, molto cordiale, grande conversatrice, molto espressiva con continui e imprevedibili movimenti di occhi, mani e volto tutto. Da me e dai miei cugini, bambini e poi ragazzi, era amata. Proverbiali erano le sue ā€œfesticcioleā€ in cui ci mescolava ad altri coetanei a noi sconosciuti e ci invitava a ā€œsocializzareā€, con lo spirito pedagogico che le derivava dall’illustre suo padre Sante. Ricordo dovizia di panini burrosi con salumi vari e montagne di pasticcini, un po’ all’antica ma eravamo pur sempre negli anni ’60.

Le ricette sono tante, vanno dagli antipasti, ai primi, secondi, contorni, stuzzichini, dolci. C’è qualcosa che l’ha stupita di queste ricette? Quello che più mi ha stupito sono le non-ricette, quelle dettate materialmente dalla penuria di materie prime a causa della guerra. Ad esempio la ā€œpastina senza pastinaā€ o quelle che la zia ha definito ā€œmalizie culinarieā€, cioĆØ trucchi del mestiere per preparare ā€œun’insalata senza olioā€ o ā€œuna maionese con poco olioā€ o come fare per ā€œimburrare un recipiente senza burroā€. Piccole truffe innocenti perpetrate con ingredienti succedanei ma egualmente genuini; molto diverse dalle vere e proprie truffe di oggi, in cui si spacciano per genuini prodotti realizzati con l’aiuto determinante e a volte pericoloso della chimica.

Cucinare in tempo di guerra cosa comportava per Amalia e per chi come lei stava vivendo quella situazione? La zia Amalia era in un certo senso fortunata ad aver mantenuto un legame con la campagna umbra natƬa. Da lƬ arrivavano, saltuariamente, rifornimenti di cui non tutte le famiglie romane potevano godere. Risorse che comunque la zia utilizzava e insegnava ad utilizzare con parsimonia, con attenzione, con un occhio sƬ al gusto del piatto ma con molta cura, ad esempio, al riutilizzo degli avanzi o, come dicevo prima, all’uso di ingredienti succedanei più economici e disponibili.

Cosa possiamo imparare noi da zia Amalia? Ora un’altra guerra ĆØ in corso e non mi riferisco solo alla guerra guerreggiata di cui sappiamo (che pure ha e avrĆ  la sua influenza su cosa mangiamo), ma alla guerra più subdola e sotterranea che affligge molte famiglie: la difficoltĆ  a mettere insieme pranzo e cena come vorremmo o come eravamo abituati, la costrizione a rinunce e a scelte. Questo piccolo libro ci può aiutare in questa nuova diversa emergenza.

Ha provato a fare qualcuna delle ricette? Non sono un gran cuoco ma qualcuna l’ho voluta testare e il risultato non ĆØ stato niente male! Delle ricette della zia Amalia quello che apprezzo ĆØ che sono diverse dai ricettari ā€œmoderniā€, che trovo un po’ ansiogeni e per niente rilassanti: non troverete quasi mai l’indicazione delle quantitĆ  precise (tot grammi non uno di più) nĆ© dei tempi (tot minuti non uno di meno) o dei gradi (al forno a tot gradi mi raccomando). Moltissimo ĆØ lasciato all’interpretazione di chi cucina, all’estro, alla sensibilitĆ , al ā€œnasoā€ di chi ĆØ ai fornelli.

Tra tutti i piatti proposti qual ĆØ quello che le piace di più e quello che le piace di meno (se c’è)? Consiglierei questo menù, di estrema semplicitĆ  sia nella preparazione che negli ingredienti, con cui (come si dice) farete un figurone: ā€œriso con mozzarellaā€ di primo o se preferite una ā€œminestra di nociā€; per secondo, delle ā€œpolpette miracoloseā€ (anche nel gusto) o per i vegetariani un ā€œtortino con peperoniā€; come contorno energetico, ā€œpatate vitalizzateā€; infine per dessert, consiglio il ā€œmonte d’oroā€ (un mont blanc di guerra e assai più facile da preparare) o per i piccoli un ā€œbudino di paneā€, facile e economico.

Quanto ĆØ importante fare memoria anche delle ricette di famiglia del passato? Credo che la memoria sia di per sĆ© fondamentale, ovviamente quella storica, ma anche quella più minuta, di famiglia: sono le nostre radici che non dobbiamo mai dimenticare nĆ© trascurare, sono il nostro dna. La memoria gastronomica ĆØ ugualmente fondamentale: ā€œsiamo quello che mangiamoā€ possiamo declinarlo al passato ā€œeravamo quello che mangiavamoā€. E da quelle persone, che mangiavano cosƬ, noi deriviamo.

Source: richiesto dal recensore. Grazie allo studio 1A.

:: Un’intervista con Giacomo Gabellini a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2022

Grazie Giacomo di questa intervista. Sei l’autore di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilitĆ , prospettive. Un libro complesso e molto ben documentato su questo conflitto che trae le sue origini se vogliamo dalla Seconda Guerra Mondiale, ĆØ corretto?

Grazie a te. Come per tutti gli eventi storici, ĆØ un compito decisamente arduo ĆØ necessariamente arbitrario fissare una data di origine del conflitto russo-ucraino. Ma se dovessi individuare un anno in particolare, indicherei il 1922. All’epoca, l’appena nominato commissario alle nazionalitĆ  Josip Stalin inaugurò la pratica di ridisegnare le frontiere interne dell’Unione Sovietica in base al criterio della ā€œdismogeneizzazione etnicaā€. Affiancando all’etnia dominante all’interno di ciascuna repubblica almeno un gruppo minoritario legato da rapporti di fratellanza con il territorio limitrofo ricompreso in un’altra repubblica, i decisori sovietici intendevano da un lato impedire che le nazionalitĆ  prevalenti in seno a ciascun’area amministrativa acquisissero il peso politico sufficiente ad alimentare pericolose ambizioni indipendentiste, e dall’altro consolidare il potere centrale investendolo del doppio ruolo di protettore delle minoranze ed arbitro super partes preposto alla risoluzione dei contenziosi tra i vari gruppi etnici. Applicato all’Ucraina, lo schema staliniano comportò l’annessione al Paese della Crimea e delle regioni del bacino del Don, abitate in netta prevalenza da russi ortodossi, attuata in un’ottica di bilanciamento rispetto alle aree asburgico-occidentali del Paese abitate da popolazioni di confessione cattolico-uniate ed estrazione culturale e linguistica polacco-lituana. Due gruppi maggioritari che sovrastavano un panorama etnico comprensivo di minoranze ungheresi, ebraiche, slovacche, greche, ecc. Senza dimenticare i tartari di Crimea, per lo più islamici sunniti dai tratti somatici orientali in quanto discendenti dei guerrieri mongoli inquadrati nel Khanato dell’Orda d’Oro. L’impatto sull’Ucraina di questa politica di divide et impera non sfuggƬ agli specialisti della Cia, i quali giĆ  nel 1966 evidenziarono in un documento – ora declassificato – che Ā«il processo di ā€œrussificazioneā€ ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle cittĆ , un livello superiore a quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dell’Urss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nelle campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici. […]. Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenzaĀ».

Parlaci della genesi di questo libro.

Questo libro rappresenta una versione profondamente rivista e aggiornata di un saggio che scrissi sul medesimo argomento nel 2016, in cui evidenziavo le ragioni profonde del conflitto russo-ucraino e sostenevo senza mezzi termini che quella russo-ucraina rappresentava una delle crisi internazionali più pericolose dal secondo dopoguerra. Se non risolta mediante un accordo diplomatico di ampio respiro, rilevavo ancora nel testo del 2016, questa crisi sarebbe inevitabilmente degenerata in conflitto aperto caratterizzato dal coinvolgimento di tutti i principali attori internazionali. Sulla scia dell’attacco russo, l’editore mi ha contattato per propormi di aggiungere qualche capitolo al vecchio saggio, ma alla fine abbiamo convenuto sulla necessitĆ  di riscriverlo da cima a fondo. In questa nuova versione mi soffermo soprattutto sull’impatto globale del conflitto, con particolare attenzione sulle ripercussioni di carattere economico e finanziario.

All’inizio molti commentatori pensavano a una guerra lampo. L’Ucraina invece ĆØ ormai ĆØ un paese martire sull’altare di interessi economici e geopolitici troppo grandi. ƈ in atto una catastrofe umanitaria senza precedenti che avrĆ  ripercussioni sull’Unione europea stessa. Gli ideali traditi dei padri fondatori, da Altiero Spinelli in avanti sono quanto mai vivi. AvverrĆ  una rinascita di questi ideali, avendo toccato con mano gli orrori di una loro negazione? ƈ ottimista in merito? Ci ha creduto anche lei, come noi giovani degli anni ’90?

Per quanto mi riguarda, gli ā€œidealiā€ di Altiero Spinelli sono assolutamente da respingere. Era proprio Spinelli ad annotare sui suoi diari che Ā«per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto ĆØ che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, cosƬ come per consolidarsi essa avrĆ  bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buonoĀ». Significativamente, la capitolazione a 360° dell’Unione Europea di fronte al soverchiante colosso statunitense si ĆØ realizzata proprio in presenza di quella ā€œtensione russo-americanaā€ – degenerata con la crisi ucraina, ma di fatto risalente ai primi anni del nuovo millennio – identificata a suo tempo da Spinelli come condizione necessaria per l’affermazione dell’indipendenza europea. Mi sono sempre sentito più vicino alle teorizzazioni del generale De Gaulle in merito alla cosiddetta ā€œEuropa delle patrieā€ estesa ā€œdall’Atlantico agli Uraliā€ che ai disegni formulati da personaggi quali Jean Monnet e gli autori del Manifesto di Ventotene. Non esistono nĆ© sono mai esistite le condizioni (geo)politiche, economiche e persino culturali affinchĆ© gli Stati europei diluissero le proprie prerogative nazionali per fondersi in un nuovo soggetto unitario. Non a caso, portare avanti il progetto di ā€œintegrazioneā€ ignorando deliberatamente i colossali fattori di divergenza sussistenti tra i vari Paesi del ā€œvecchio continenteā€ ha determinato la creazione di una struttura tecnocratica ad uso e consumo della nazione più forte – la Germania – e dei suoi satelliti economici – Olanda, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria. Allo stato attuale, l’Unione Europea ĆØ l’uniforme che la Germania indossa per far apparire come ā€œcomunitarieā€ le proprie iniziative unilaterali mirati alla salvaguardia dei soli interessi tedeschi.

Secondo lei i russi si aspettavano davvero di essere accolti dagli ucraini come liberatori? O meglio c’è una parte degli ucraini che realmente ha richiesto l’intervento di Mosca? Penso al Donbass, ma anche all’interno di altre province dell’Ucraina occidentale. Fa parte della mera propaganda russa o c’è del vero?

L’Ucraina occidentale, gravitante attorno alla regione galiziana, preserva i legami storici con la Polonia e rimane sostanzialmente animata da una spiccata vocazione ā€œoccidentalistaā€ e russofoba. Per il resto, vi ĆØ una parte minoritaria ma comunque consistente e, soprattutto, geograficamente concentrata nelle aree sud-orientali del Paese che auspicava l’intervento russo quantomeno a partire dal tardo inverno del 2014, quando cominciò a intravedersi con sufficiente chiarezza la piega che stava prendendo l’Ucraina post-Jevromajdan. Furono proprio le misure restrittive e punitive imposte da Kiev nei confronti dei russofoni – la maggioranza della popolazione – e dei russi etnici a provocare le sollevazioni negli oblast’ di Crimea, Donec’k, Luhansk, Kharkiv, Kherson, ecc., a cui le autoritĆ  ucraine risposero con la cosiddetta Operazione Antiterrorismo che apportò il maggiore contributo a far scivolare la crisi sul piano inclinato della guerra civile. Le forze ucraine riconquistarono il controllo dei territori interessati dalle ribellioni popolari, con l’eccezione delle aree più orientali degli oblast’ di Donec’k e Luhans’k. Vale a dire due piccole repubbliche indipendentiste che per otto anni sono riuscite a resistere alla pressione politica, economica e militare del governo centrale, essenzialmente grazie al sostegno russo. Nel corso di questo arco di tempo, le forze ucraine hanno integrato nei propri ranghi interi battaglioni paramilitari neonazisti e ricevuto armi, equipaggiamento ed addestramento da parte di diversi Paesi della Nato, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia. Nel giro di qualche anno, un esercito estremamente malridotto e falcidiato dalle defezioni si trasformò in una forza d’urto altamente professionale, fortemente motivata e ben equipaggiata. CosƬ, quando a partire dall’ottobre del 2021 ripresero gli attacchi contro le postazioni ribelli, i miliziani delle repubbliche indipendentiste si imbatterono in crescenti difficoltĆ  nel tenere le posizioni. La situazione, come ĆØ noto, continuò a deteriorarsi per mesi, finchĆ© il 21 febbraio 2022 le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donec’k e Luhans’k non inviarono a Mosca una formale richiesta d’aiuto. Dopo una breve deliberazione del Consiglio di Sicurezza, il presidente Putin annunciò alla nazione il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche e firmò in diretta televisiva e alla presenza dei presidenti Denis PuÅ”ilin e Leonid Pasečnik l’apposito decreto, assieme a due trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca. Compresa quella di natura militare.

Stanno con grandi difficoltĆ  continuando i colloqui per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. La Russia chiede per la stipula della pace garanzie sul fatto che l’Ucraina mantenga uno ā€œstatus neutrale, non allineato e non nucleareā€. Secondo lei ĆØ possibile con l’attuale governo ucraino? Accetteranno mai tali condizioni?

Zelens’kyj e i suoi collaboratori non dispongono di alcun potere effettivo. Le leve di controllo rimangono saldamente nelle mani degli Stati Uniti, che dispongono delle reali ā€œchiavi strategicheā€ del conflitto, e secondariamente delle compagini ultra-radicali penetrate rapidamente all’interno degli apparati coercitivi e di intelligence dello Stato ucraino a partire dal 2014. Giova ricordare che Zelens’kyj vinse le elezioni del 2019 facendo leva sulla popolaritĆ  conquistata in veste di attore protagonista della serie televisiva Servo del popolo, prodotta e trasmessa da un canale di proprietĆ  di Ihor Kolomojs’kyj. Vale a dire uno dei principali oligarchi del Paese, dotato di triplo passaporto ucraino, israeliano e cipriota e finanziatore di punta sia della campagna elettorale di Zelens’kyj, sia dei battaglioni paramilitari di stampo neonazista che imperversano in Ucraina a partire dal colpo di Stato di Jevromajdan. La sopravvivenza (non solo) politica di Zelens’kyj dipende dal sostegno accordatogli dagli Stati Uniti e dai settori oltranzisti foraggiati da Kolomojs’kyj, smaccatamente intenzionati a infliggere alla Federazione Russa una sconfitta strategica decisiva. Per cui, se l’obiettivo perseguito dagli ā€œsponsorā€ di Zelens’kyj verte sullā€™ā€œindebolire la Russiaā€, come dichiarato apertamente dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, ne consegue che all’ex attore non rimane che recitare il copione assegnatogli, che nella fattispecie comporta la prosecuzione del conflitto con la Russia ā€œfino all’ultimo ucrainoā€. Il problema, per Zelens’kyj e per la popolazione ucraina, ĆØ che Mosca non si fermerĆ  finchĆ© non riterrĆ  raggiunte le finalitĆ  strategiche del conflitto, che consistono anzitutto sul ā€œdisinnescoā€ militare dell’Ucraina e sull’eliminazione delle sue componenti più radicali come condizioni imprescindibili per l’adozione di una postura neutrale da parte del Paese. Tanto più il conflitto si protrae nel tempo, quanto più assume concretezza la prospettiva del passaggio sotto il completo controllo russo non solo degli interi oblast’ di Donec’k, Luhans’k, Zaporožžja e Kherson, ma anche di Odessa. Per l’Ucraina, la prosecuzione delle ostilitĆ  rischia in altre parole di tradursi in perdita di qualsiasi sbocco sul Mar Nero, con tutto ciò che ne consegue in termini politici, economici e strategici.

Israele ĆØ pronto a ospitare un incontro Putin-Zelensky. Israele nel ruolo di garante della sicurezza internazionale ĆØ un mediatore credibile e autorevole, e soprattutto neutrale?

In linea teorica, Israele ha tutte le carte in regole per adempiere alle funzioni di mediazione tra le parti, non avendo aderito alla campagna sanzionatoria occidentale nei confronti della Russia e intrattenendo relazioni strette sia con Mosca che con Kiev. Una parte assai ragguardevole della societĆ  israeliana ĆØ inoltre composta da ebrei immigrati dalla Russia. D’altro canto, Israele ha partecipato come comprimario alla guerra per procura ingaggiata nel 2011 da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, monarchie sunnite del Golfo Persico e Turchia contro un alleato fondamentale del Cremlino come la Siria baathista. Lo Stato ebraico ha inoltre instaurato un rapporto di collaborazione militare con l’Ucraina in seguito a Jevromajdan, nel cui ambito si ĆØ registrata la fornitura di alcune tipologie di armi a Kiev. Nel complesso, però, Israele ha mantenuto una postura di gran lunga più equilibrata rispetto a qualsiasi Paese europeo (come dimostrato dal recente rifiuto opposto dal governo guidato da Naftali Bennett alla richiesta Usa di rifornire l’Ucraina di missili anticarro Spike), e rimane un attore geostrategico di indubbio livello dotato di credenziali di gran lunga più consistente rispetto a quasi tutti gli altri potenziali mediatori.

Le sanzioni sempre più corpose contro la Russia tese a un indebolimento del Paese perchĆ© non possa più continuare la guerra, almeno questi sono i presupposti, puntano al mero default economico russo o più prosaicamente a un cambio di governo all’interno del Paese? L’Occidente ha una reale voce in capitolo sulle questioni interne russe?

Le sanzioni miravano indubbiamente sia a suscitare l’ira degli oligarchi, sia a rendere la vita molto più dura per la popolazione russa nel suo complesso. Si trattava di fare terra bruciata attorno al leader del Cremlino, cosƬ da isolarlo e suscitare un malcontento generalizzato talmente profondo da porre le basi per un cambio di regime più o meno violento. ƈ interessante notare quanta fiducia le Ć©lite occidentali continuino a (mal)riporre nelle sanzioni come strumento di coercizione, nonostante la lora assoluta mancanza di efficacia emersa clamorosamente nei confronti di nemici assai meno attrezzati della Russia quali Cuba, Iran ed Iraq. Nella fattispecie, il risultato prodotto dalle misure punitive irrogate contro la Russia ĆØ stato quello di incrementare notevolmente la popolaritĆ  di Putin, come c’era del resto da aspettarsi alla luce delle caratteristiche specifiche del temperamento russo. Per il resto, ritenere che un Paese come la Russia, che dispone di tutte le materie prime fondamentali e di immense riserve di idrocarburi puntualmente rivenduti a prezzi stratosferici all’Europa, possa essere privata delle risorse necessarie a sostenere lo sforzo bellico ĆØ pura illusione. La stessa questione del default ĆØ del tutto strumentale, dal momento che la Russia, grazie ai suoi esorbitanti avanzi commerciali accumulati nel corso degli ultimi mesi, dispone della liquiditĆ  per onorare gli impegni con i creditori. Parlare di bancarotta in presenza di una situazione in cui il Paese chiamato a saldare il conto viene tagliato appositamente fuori dai circuiti attraverso cui si espletano i pagamenti mi pare quantomeno improprio, per non dire altro…

Il default economico russo non porterebbe come conseguenza diretta anche a un default economico europeo? L’Europa rispetto al resto del mondo ha privilegi e un benessere (forse ingiusti) che dovrĆ  ridimensionare? ƈ questo a cui allude Draghi quando parla di ā€œcondizionatoriā€ agli italiani? Preparandoli per gradi? Putin ĆØ consapevole che il suo popolo affronterĆ  le privazioni con maggiore spirito di sacrificio. Noi, viziati da anni e anni di benessere, ne saremmo in grado?

Il default russo ĆØ una questione di pura volontĆ  politica. Putin in persona ha annunciato che in caso di impossibilitĆ  di procedere al saldo dei debiti in valuta straniera per effetto delle sanzioni, il pagamento avverrĆ  in rubli. Per la Russia, si tratta comunque di una vicenda scarsamente rilevante. Di per sĆ©, il fallimento tecnico della Federazione Russa non sarebbe un grosso problema nemmeno per l’Europa, non fosse che il graduale ma continuo deterioramento delle relazioni con quello che si configura come il principale fornitore di materie prime ed energia rischia concretamente di condannare il ā€œvecchio continenteā€ al disastro economico. La competitivitĆ  sui mercati mondiali di Paesi a spiccata vocazione mercantilista come la Germania – e, in subordine, Italia – dipende in una misura tutt’altro che irrilevante dall’accesso alle risorse a basso prezzo messe a disposizione dalla Russia. Approvvigionarsi di fonti alternative, come gli insipienti leader europei predicano ormai da mesi, comporta un esborso notevolmente maggiore che andrĆ  inesorabilmente a gravare sul prezzo finale dei beni industriali europei, destinati a incorrere in crescenti difficoltĆ  nel preservare le proprie quote di mercato. In tale quadro, la sconcertante dichiarazione di Draghi sui condizionatori risulta del tutto inaccettabile, ma perfettamente coerente con il suo profilo di proconsole statunitense preposto alla tutela degli interessi Usa in Italia ed Europa. Quanto alla Russia, va ricordato che si tratta di un Paese disposto come pochissimi altri a sopportare sacrifici (Lev GumilĆ«v parlò a questo proposito di ā€œpasionarnostā€), che nella fattispecie vengono richiesti alla popolazione nell’ambito di un processo di ristrutturazione economica di stampo semi-autarchico avviato giĆ  nel 2014, mirante a rendere la nazione autosufficiente in tutti i campi di rilevanza strategica.

La guerra russo-ucraina ĆØ uno spartiacque nel consolidamento di nuovi equilibri geostrategici. Non si può tornare indietro e nulla sarĆ  più come prima, troppo sangue ĆØ stato versato. La frattura tra Russia ed Europa occidentale sembra definitiva. Ormai l’asse Mosca-Pechino, fino ad ora solo ventilato dagli analisti più lungimiranti, sembra consolidarsi sempre di più, anzi sembra apparire inevitabile. Che conseguenze pensa ciò determinerĆ  nel breve e lungo periodo?

Sono convinto che una delle chiavi di lettura fondamentali per decodificare il significato profondo del conflitto russo-ucraino vada rintracciata proprio nella volontĆ  del Cremlino di portare a compimento il processo di riorientamento strategico avviato sulla scia delle ripercussioni generate dal colpo di Stato di Jevromajdan. Le sanzioni irrogate dal fronte euro-statunitense indussero la Russia a replicare per un verso mediante l’imposizione di misure punitive più o meno simmetriche, e per l’altro a irrobustire ed estendere a tutta una serie di settori di grande rilievo il rapporto di collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese, mantenendo però i legami e il dialogo con l’Europa. Lo scoppio delle ostilitĆ  ha comportato una radicale alterazione dello scenario, segnata dall’interruzione semi-immediata delle sinergie e della cooperazione bilaterale tra Paesi dell’Unione Europea e Russia, che ha colto l’occasione per completare la ā€œsvolta verso estā€. Nell’immediato, questo cambio di registro tende a concretizzarsi sotto forma di spostamento delle destinazioni dell’export di materie prime e di energia russi da occidente a oriente, con conseguente trasferimento del vantaggio competitivo dato dalle forniture strategiche a basso costo russe dall’Europa alla Cina. Mentre la Russia si cimenterĆ  nel tentativo di riposizionarsi nel nuovo contesto multipolare, a risentire delle iniziative strategico-militari del Cremlino saranno in primo luogo le economie di trasformazione tedesca e italiana, che incorreranno inesorabilmente in crescenti difficoltĆ  nel preservare le proprie quote di mercato mondiale. Combinandosi con la graduale ma a quanto pare giĆ  stabilita sostituzione delle forniture di gas e petrolio russi con fonti alternative – essenzialmente idrocarburi non convenzionali di origine statunitense – dai costi ben più elevati e l’incremento delle importazioni di armi di fabbricazione Usa contestuale all’aumento della spesa militare deciso dall’intera Unione Europea, la perdita di concorrenzialitĆ  della manifattura europea assottiglierĆ  fino ad azzerarli completamente gli avanzi commerciali inanellati sinora dal ā€œvecchio continenteā€ grazie alla sua torsione mercantilista. Per l’Unione Europea si profila quindi il passaggio a una posizione squisitamente deficitaria, che rischia di trasformarla in una colonia statunitense non solo sotto il profilo (geo)politico e militare, ma anche economico.

Secondo le sue fonti e i suoi studi che governo vige in Russia? Che grado di libertĆ  e autonomia godono i cittadini russi? La Russia attuale ĆØ un regime fascista, o meglio una “dittatura degli oligarchi”, come sostenuto da alcuni interlocutori politici occidentali? O ĆØ una libera repubblica federale democratica che rispetta, magari anche solo marginalmente, gli standard internazionali? Su questo punto c’è molta confusione può aiutarci a fare chiarezza?

Ritengo profondamente sbagliato e fuorviante cedere alla tentazione di classificare Paesi distanti da noi dal punto di vista dei valori e della cultura attraverso i nostri parametri. Parlare di fascismo in riferimento alla Russia non ha alcun senso, cosƬ come del tutto fuorviante risulta la definizione di ā€œdittatura degli oligarchiā€, visto che sotto Putin hanno potuto continuare a coltivare i propri interessi economici soltanto i membri di quella ristretta cerchia di ex funzionari del Komsomol che avevano accettato di non oltrepassare la ā€œlinea rossaā€ – non interferire nelle scelte politiche – tracciata dal leader del Cremlino durante il suo primo mandato presidenziale. Di certo, quello affermatosi in Russia non può essere inquadrato come un sistema liberale assimilabile a quelli vigenti in Europa occidentale – sui quali vi sarebbe comunque molto da dire. Va anzitutto evidenziato che la Russia si ĆØ formata attraverso un processo di acquisizione territoriale protrattosi per oltre quattro secoli ad un ritmo di 150 km2 al giorno, nel corso del quale i russi hanno assimilato gli usi e costumi dei popoli assoggettati ritenuti maggiormente confacenti ai loro scopi. Come rilevato dal teologo cristiano Nikolaij Berdjaev nella prima metĆ  XX Secolo, la prorompente avanzata nei grandi spazi eurasiatici ha segnato a tal punto l’anima profonda della Russia da modellarne la cultura, forgiarne le istituzioni e condizionarne gli orientamenti. ƈ l’onnipresenza del ā€œfattore geograficoā€ ad aver educato le Ć©lite russe avvicendatesi al potere nel corso dei secoli a declinare la propria progettualitĆ  politica nel rigoroso rispetto del principio fondamentale secondo cui la sopravvivenza di un Paese tanto esteso sotto il profilo territoriale e variegato dal punto di vista etnico dipende dalla presenza di un sistema di comando autoritario e fortemente accentrato. NonchĆ© dalla capacitĆ  dei decisori del Cremlino di mantenere l’identitĆ  nazionale saldamente ancorata a valori altamente ā€œcomunitariā€ come la fede, il patriottismo e la tradizione. Il sistema di ā€œdemocrazia sovranaā€, per usare un’espressione dell’ideologo Vladislav Surkov, instauratosi in Russia sotto Putin concentra i propri sforzi sulla valorizzazione dei propri interessi alla stregua di qualsiasi altro Stato nazionale, senza perseguire alcun disegno imperiale sul modello sovietico ma curandosi di preservare l’anima profondamente eurasiatica del Paese. PerchĆ© applicare alla Russia sistemi liberal-democratici di matrice occidentale e piantarvi i semi dell’individualismo significa condannarla all’estinzione. Una legge bronzea di cui sono consapevoli tanto gli influenti ā€œsponsorā€ stranieri del pseudo-liberale Alekseij Naval’nyj quanto i vertici dello ā€œStato profondoā€ russo.

La ringrazio delle risposte che spero contribuiscano a un reale dibattito democratico teso al perseguimento della pace non come alternativa alla guerra ma come unica possibilitĆ  di sopravvivenza in un contesto molto difficile e magmatico.

:: Un’intervista con Maria Valeria D’Avino a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2022

Benvenuta Maria Valeria D’Avino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award per aver tradotto ā€œL’uccello neroā€ di Gunnar Gunnarsson (Iperborea), tra l’altro un libro meraviglioso, un precursore se vogliamo del noir nordico. Condividi questa definizione?

Mi sembra che l’etichetta ā€œprecursore del noir nordicoā€ vada un po’ stretta a questo libro che da una parte va molto molto al di lĆ  di un delitto, anzi due, e di un’indagine, anche se li contiene entrambi, e dall’altra rischia di deludere un lettore che cerca soprattutto una storia nera. Quanto a questo, però, la storia che racconta questo libro ĆØ davvero nera, anzi nerissima, ha che fare con i sentimenti più violenti, oscuri e inconfessabili dell’animo umano, con il delitto e con il castigo. Quindi in fondo forse sƬ, possiamo dire di trovarci davanti a un classico della letteratura noir, sicuramente uno dei suoi vertici, anzi, e tra i più originali.

Naturalmente il nostro è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, tu hai sicuramente vinto premi ben più prestigiosi. Pensi che per un traduttore un premio possa essere di aiuto per una giusta considerazione del suo lavoro?

Sicuramente i premi fanno piacere, ma non sono sicura che contribuiscano a diffondere la conoscenza e la considerazione del ruolo e del lavoro dei traduttori. Per questo ci vorrebbero dei critici letterari e forse anche dei lettori più consapevoli.

Dove sei cresciuta? Che libri leggevi durante la tua infanzia e adolescenza?

Sono cresciuta a Roma, per mia fortuna in una famiglia di lettori. Anch’io sono stata fin da piccola una lettrice appassionata.

Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho studiato lettere con indirizzo anglogermanico e – passando attraverso il tedesco e la filologia germanica – mi sono appassionata presto, durante gli anni di universitĆ , alle culture e alle letterature dei paesi nordici, all’inizio in particolare della Danimarca. Era un territorio interessante e inesplorato in Italia, sia per la letteratura che allora qui era praticamente sconosciuta, sia per la struttura sociale, cosƬ diversa dalla nostra, e della quale ho potuto fare esperienza diretta giĆ  negli anni dei miei studi, grazie ai programmi di sostegno finanziario danesi. Uno dei vantaggi di lavorare dalle lingue nordiche ĆØ la politica culturale di quei paesi, che incentiva e sostiene finanziariamente la formazione e il lavoro dei traduttori dalle loro lingue, permettendo viaggi di ricerca, partecipazione a fiere e festival letterari.

La lingua ĆØ un organismo vivo che si trasforma continuamente: credo sia essenziale per un traduttore avere contatti frequenti e diretti non solo con la letteratura, ma anche la vita quotidiana del paese in cui si parla la lingua da cui traduce.

Sono diventata traduttrice a tempo pieno dopo aver lavorato per molti anni alla radio, anni in cui ho anche tradotto qualche libro, ma sempre in maniera sporadica. Non ho mai seguito corsi specifici per imparare ha tradurre, credo di aver imparato molto sul campo, soprattutto grazie all’incontro – e a volte allo scontro – con chi nelle case editrici si occupava della revisione. Un ruolo importantissimo nell’editoria, anche più ignorato di quello del traduttore, eppure essenziale. Un buon rapporto con il revisore ĆØ una vera gioia per il traduttore e una garanzia per la qualitĆ  del testo.

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

ƈ difficile rispondere, bisognerebbe avere dei criteri in base ai quali stabilire l’importanza. Di sicuro ho avuto la fortuna di tradurre autori grandissimi, come i classici Knut Hamsun, Henrik Ibsen, Gunnar Gunnarsson, e tra i contemporanei Dag Solstad, che ĆØ considerato il più importante autore norvegese vivente, ma anche Roy Jacobsen, Gaute Heivoll, Johan Harstad e i danesi Thorkild Hansen, Dan Turell, Siri Ranva Hjelm Jacobsen… ogni volta che cerco di fare queste liste poi mi dispiace per quelli che rimangono fuori.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo molta letteratura delle lingue dalle quali traduco, sia per lavoro sia per interesse personale. E dedico sempre qualche mese l’anno alla lettura di libri italiani, classici e contemporanei, per ā€œtemperareā€ l’orecchio. In genere poi cerco di armonizzare le mie letture con il testo che sto traducendo, di trovarmi in un ambiente linguistico affine, per cosƬ dire. Ma poi ci sono gli innamoramenti improvvisi, gli autori del cuore che devo assolutamente leggere appena esce un nuovo libro, insomma sulla scrivania e sul comodino ci sono sempre pile inesauribili.

C’ĆØ qualche libro attuale di autori nordici che consiglieresti ai nostri lettori?

Consiglio una delle mie ultime traduzioni, Gli invisibili di Roy Jacobsen, uscito quest’anno da Iperborea. ƈ il primo di una serie di quattro romanzi, la storia di una famiglia che abita una remota isoletta nel Nord della Norvegia, tra isolamento e modernitĆ , nella natura potente e bellissima del nord e con una protagonista indimenticabile.

E consiglio Chiamo i miei fratelli di Jonas Hassen Khemiri tradotto da Katia De Marco per Einaudi, un romanzo breve ma densissimo che parla dei nostri pregiudizi e della paura dellā€™ā€altroā€.

Parliamo ora di ā€œL’uccello neroā€ (Iperborea). Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi giĆ  l’ autore Gunnar Gunnarsson ? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Avevo giĆ  tradotto per Iperborea un altro libro di Gunnar Gunnarsson, Il pastore d’Islanda, che ormai ĆØ un vero classico natalizio e un piccolo libro di culto. Lavoro con Iperborea da moltissimo tempo ormai, e immagino che mi assegnino certi libri perchĆ© pensano che siano nelle mie corde.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile? Mi avevi anticipato che tutta la traduzione è stata difficile, ma appunto mi chiedevo quale ostacolo hai dovuto superare per arrivare alla qualità che hai dimostrato.

L’uccello nero ĆØ un libro scritto in danese da un autore islandese. Questa ĆØ stata senza dubbio una delle difficoltĆ  principali. ƈ come se l’islandese fosse sempre in filigrana sotto al danese, senza contare i numerosissimi termini che nel dizionario danese proprio non esistono, magari perchĆ© si riferiscono a fenomeni naturali, geologici o anche culturali che sono specifici dell’Islanda. Per fortuna, lavorando sul testo di un grande scrittore, una strada per la traduzione si trova sempre.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autore, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Quello di Gunnar Gunnarsson ĆØ sicuramente uno stile complesso, elaborato, molto diverso da quello degli autori scandinavi contemporanei, e questo ĆØ abbastanza ovvio, trattandosi di un autore nato nel 1889. Credo che questo libro, in particolare, possa essere apprezzato proprio per questa voce lontana nello spazio e nel tempo, che non ha paura di scandagliare i lati più oscuri e raccapriccianti del comportamento umano, ma nemmeno di lasciare al lettore ampie zone d’incertezza, di dubbio, d’inquietudine. Terribili paesaggi umani a contrasto con meravigliosi paesaggi naturali. Cosa può desiderare di più un lettore coraggioso?

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Insieme a Sara Culeddu sto traducendo un grande romanzo americano, però scritto in norvegese. Si chiama Max, Misha e l’Offensiva del Tet e l’ha scritto Johan Harstad, del quale qualche anno fa Iperborea ha pubblicato Che ne ĆØ stato di te, Buzz Aldrin? , sempre nella mia traduzione. Questo nuovo romanzo uscirĆ  invece per Sellerio l’anno prossimo.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Un’intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2022

26 aprile 2022

Buongiorno professore, siamo arrivati all’edizione 2022 dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, un libro sempre più prezioso per analizzare la storia e la contemporaneitĆ  dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo nella sua sponda sud (al limite sud-est). Otre a questi profili paese, molto utili ed essenziali, il volume ĆØ arricchito da alcuni saggi di esperti e studiosi, quest’anno su: primavere arabe, energia e sicurezza, e scenario israeliano. Con una guerra in corso che infiamma un territorio sulla sponda opposta del Mar Nero rispetto alla Turchia, che scenari si aprono per i difficili equlibri della regione?

R: L’attacco della Russia all’Ucraina apre scenari complessi e al tempo stesso imprevedibili. La Turchia ĆØ certamente uno dei paesi del Mediterraneo più interessati al conflitto e alle sue evoluzioni. Non solo perchĆ© affaccia sul Mar Nero e controlla gli Stretti, ma anche perchĆ© i suoi rapporti con Mosca sono stati caratterizzati, nel corso degli ultimi anni, da rotture e riavvicinamenti tattici. In Siria Turchia e Russia giocano partite differenti e anche in Libia i due paesi appoggiano fronti contrapposti. Erdogan ha spesso usato Mosca come contrappeso alla Nato e ai paesi europei, cercando cosƬ di ritagliarsi una sorta di autonomia strategica che le permettesse di agire più liberamente quale potenza regionale. Tuttavia nella fase attuale la Turchia, quale membro della Nato, vede ridotto il proprio spazio di manovra. Un confronto duro, come quello che si sta prefigurando tra Russia e Occidente, rende più complesso tenere un atteggiamento ambiguo da parte di Ankara.

Secondo lei c’ĆØ una possibilitĆ  concreta che il conflitto si estenda nelle regioni a sud del Mediterraneo?

R: Allo stato attuale delle cose ĆØ difficile fare previsioni. Una cosa ĆØ certa: si sta prefigurando una sorta di Nuova Guerra Fredda e ciò significa che ogni paese sarĆ  chiamato a prendere, prima o poi, una posizione rispetto allo scontro attuale. In un certo senso, dunque, anche se non dal punto di vista bellico, lo scontro tra Russia e Occidente per portare dalla propria parte il maggior numero di paesi ĆØ giĆ  cominciato e coinvolge certamente anche il Nord Africa e il Medio Oriente. ƈ interessante, da questo punto di vista, notare le posizioni di Marocco e Algeria in occasione del voto all’Assemblea dell’Onu, lo scorso 5 marzo, sulla risoluzione di condanna dell’invasione russa in Ucraina. Il Marocco ha deciso di non partecipare al voto, mentre Algeri ha deciso di astenersi. Sono segnali che non devono essere assolutamente sottostimati.

L’Ucraina ĆØ un paese ricco di risorse, (ĆØ il granaio dell’Europa), materie prime, km di gasdotti che l’attraversano e danno energia all’Europa. Secondo lei ĆØ stata l’aviditĆ  a innescare il conflitto nel 2014? L’Europa, poi, che errori ha commesso, perchĆ© ha esitato cosƬ tanto a far entrare l’Ucraina nell’Unione europea? Non rispettava alcuni parametri? O c’ĆØ dell’altro?

R: Il conflitto, iniziato nel 2014 con l’occupazione della Crimea da parte della Russia e con la destabilizzazione del Donbass ha ragioni politiche e geopolitiche. Mosca da anni non nasconde il fatto che voglia ricreare una sorta di zona cuscinetto, composta da Stati che da lei dipendono e a lei rispondono, la quale possa garantirle la sicurezza rispetto a presunte minacce provenienti dalla Nato. L’Europa ha forse sottovalutato le implicazioni di lungo periodo della crisi del 2014, nella convinzione, forse, che Mosca non si sarebbe mai spinta oltre. Per quanto riguarda l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, credo che Bruxelles abbia mostrato tutta la propria disponibilitĆ , in questa fase, mandando anche un segnale politico forte alla Russia. Per quanto riguarda l’ingresso vero e proprio, tuttavia, pur volendo accelerare al massimo le procedure, l’Ucraina dovrĆ  rispettare i parametri richiesti a qualsiasi paese candidato e per fare ciò ci vorranno probabilmente anni. A meno che non si compia una scelta tutta politica e si decida di accettare Kiev nell’Ue prima che essa sia in grado di soddisfare appieno i parametri di adesione. Ma in questo caso, come detto, si tratterebbe di una scelta politica e al di fuori del normale processo di adesione all’Ue.

Ho fatto risalire l’inizio del conflitto al 2014 (molti storici concordano su questo punto) sebbene in principio la “guerra” era circoscritta nelle regioni del Donbass. Una guerra civile, fratricida, sanguinosa. Ma lontana. Dal 24 febbraio, con l’ingresso delle truppe armate di Mosca nel paese, la guerra civile da lontana ĆØ diventata vicina. ƈ entrata nelle nostre case, ha scosso l’opinione pubblica. La gente muore, e noi assistiamo impotenti a questa barbarie. Secondo lei sono stati incrinati in qualche misura gli ideali di pace e stabilitĆ  all’origine dell’Unione Europea stessa? C’ĆØ una strada da percorrere per ripristinarli?

R: Non credo che gli ideali di pace e stabilitĆ  che hanno segnato sin dalla sua nascita il progetto comunitario siano stati scalfiti in alcun modo dalla guerra. Al contrario, la scelta di Mosca di usare le armi rafforza la visione alla base dell’esistenza stessa dell’Ue. Inoltre non sono d’accordo sul fatto che l’Europa stia assistendo impotente agli eventi bellici. L’Europa mai come in questa occasione si ĆØ mostrata coesa, sostenendo l’Ucraina sul piano politico e militare e imponendo sanzioni molto dure alla Russia, le quali avranno certamente un impatto nel medio periodo sull’economia russa.

Tornando all’Atlante, ĆØ sempre più uno strumento utile per storici, e ricercatori, e perchĆ© no politici e amministratori. Quando avete ideato il progetto pensavate che avrebbe avuto un tale peso e una tale portata?

R: Quando abbiamo pensato di pubblicare l’Atlante non immaginavamo che saremmo arrivati all’VIII edizione. Le premesse che erano allora alla base della nostra scelta restano tuttavia ancora valide. Pensavamo allora, e pensiamo ancora oggi, che il Mediterraneo sia parte dello spazio vitale dell’Italia e dell’Europa e che negli anni passati le dinamiche politiche, economiche e sociali che lo attraversavano fossero troppo trascurate nel nostro paese. Le Primavere Arabe colsero tutti di sorpresa, politici e opinione pubblica, perchĆ© poco si conosceva del Mediterraneo e dei paesi della sponda sud. Abbiamo allora pensato di dare il nostro piccolo contributo affinchĆ© il dibattito sul Mediterraneo resti vivo e al centro degli interessi del nostro paese.

Il Mediterraneo ĆØ sempre più un ponte tra il Sud del Mondo e l’Europa, in che misura questo ruolo cruciale ĆØ avvertito a Bruxelles?

R: Sino ad alcuni anni fa l’Ue era molto concentrata nello sviluppo della sua dimensione continentale e mitteleuropea. Oggi anche a Bruxelles vi ĆØ maggiore consapevolezza dell’importanza del Mediterraneo. C’è ancora molto da fare, ma credo che oggi l’Europa sia sulla strada giusta rispetto alla necessitĆ  di affrontare i problemi della regione in modo collettivo e con uno sguardo al futuro.

Ringraziandola della disponibilitĆ  le chiedo su che direttrici state lavorando per l’Atlante del prossimo anno? Grazie.

R: Come sempre sono molti i temi importanti che meriterebbero un approfondimento. Nell’edizione 2022 abbiamo scelto di approfondire gli effetti del Covid-19 sui paesi della sponda sud del Mediterraneo. La prossima edizione sarĆ  certamente fortemente influenzata dalle vicende belliche in corso, anche in considerazione dell’attivismo russo in Libia e cinese in altri paesi della regione.

:: Angela Ricci ci racconta Lucy Maud Montgomery in libreria con le “Cronache di Avonlea”(Gallucci 2022) , scomparsa il 24 aprile 1942 A cura di Viviana Filippini

24 aprile 2022

Dopo la serie “Anna dai capelli rossi”, “Emily di New Moon”, sono in libreria le “Cronache d’Avonlea” collegate alla figura di Anna dai capelli rossi, ma anche a tanti altri personaggi del piccolo paesino nati dalla penna di Lucy Maud Montgomery, che hanno animato le pagine della letteratura mondiale. Il 24 aprile 1942, 80 anni fa, scompariva l’autrice di romanzi per bambini di origini canadesi e per scoprire qualcosa in più su di lei e sui suoi lavori, ho intervistato Angela Ricci, che per Gallucci editore si ĆØ occupata della traduzione delle opere della Montgomery.

Benvenuta Angela, come ĆØ stato occuparsi della traduzione dei romanzi della scrittrice canadese?

ƈ stata insieme una scoperta e una riscoperta. Avevo letto Anna ed Emily da bambina e ne ero rimasta affascinata. Quando ho ripreso in mano questi testi da grande ho ritrovato tutta la magia che ricordavo, ma anche molto di più. Si dice sempre che i traduttori sono i migliori lettori di qualsiasi libro, perchĆ© si soffermano su ogni singola parola, ed ĆØ vero. Traducendo questi romanzi ho capito perchĆ© mi erano piaciuti cosƬ tanto da piccola e perchĆ© piacciono anche agli adulti, a più di un secolo di distanza da quando sono stati scritti. Da una parte ĆØ perchĆ© la Montgomery parla di sentimenti, desideri ed emozioni cosƬ umani che rimangono immutabili a tutte le etĆ  e in tutte le epoche, dall’altra c’ĆØ il suo modo davvero particolare di descriverli. Spesso lo fa attraverso i paesaggi e la natura, ma a volte le basta un gesto, un dettaglio fisico, oppure una parola o un modo di dire messi in bocca a qualche personaggio. Insomma, il lavoro su questi testi, che ancora non ĆØ finito, mi ha fatto capire che Lucy Montgomery non ĆØ “solo” una scrittrice per ragazzi (nell’accezione sminuente che a torto si dĆ  spesso a questa definizione), ma una scrittrice nel senso più alto che si può dare a questa parola. 

Quali sono i temi che ritornano in tutte le opere che lei ha avuto modo di tradurre?

Ci sono tantissimi temi che ritornano nelle opere di Lucy Montgomery, alcuni più evidenti, altri che rimangono un costante sottofondo. L’ottimismo, il guardare con fiducia ed entusiasmo alla vita, ĆØ certamente un tema ricorrente e trova la sua incarnazione proprio nelle protagoniste dei romanzi. Ma quello della Montgomery ĆØ un ottimismo molto “realista”. Nei suoi libri ci sono tanti momenti cupi, e anche se le protagoniste riescono a superarli ne conservano le cicatrici. Ci sono poi tanti personaggi secondari che rimangono invece prigionieri di scelte sbagliate e preda dei propri rimpianti, a testimonianza del fatto che il lieto fine per la Montgomery non ĆØ per forza scontato. Un altro tema molto amato dai lettori ĆØ la natura, le descrizioni dei paesaggi dell’Isola del Principe Edoardo rimangono nel cuore e fanno davvero venire voglia di andarli a vedere di persona. Infine c’ĆØ un tema in particolare che affiora in tutti i libri di Lucy Montgomery e mi piace moltissimo, quello delle piccole comunitĆ . La Montgomery, come le sue protagoniste, ĆØ nata e cresciuta su una minuscola isola, in una comunitĆ  piccola e spesso anche un po’ chiusa, ma ci tiene a ribadire che la gente che vive nei piccoli centri, alla periferia del mondo, non ĆØ poi tanto diversa da quella delle grandi cittĆ  dove avvengono gli eventi più importanti. Ci sono ovviamente tantissime differenze, ma le grandi gioie e i grandi dolori della vita in fondo sono simili per tutti, perchĆ© riguardano l’amore, l’amicizia, la realizzazione personale, gli affetti perduti o ritrovati. Questo ĆØ un tema che emerge diverse volte nelle riflessioni di Anna e anche di Emily, ma forse trova la sua migliore espressione nelle antologie di racconti, in cui a essere protagonista ĆØ la gente di paese, dalla vita solo apparentemente banale. 

Avendo lavorato sui testi della Montgomery ĆØ possibile comprendere qualcosa del carattere dell’autrice?

Io penso di sƬ, ma ĆØ difficile avere certezze perchĆ© Lucy Montgomery aveva senza dubbio una personalitĆ  molto complessa. Certamente si capisce quale sguardo cercava di avere sul mondo, lo stesso sguardo positivo delle sue protagoniste, che però forse nella vita reale, dove le cose non sempre sono andate come voleva, spesso le ĆØ mancato. Io credo che avesse una profondissima sensibilitĆ , non solo letteraria ma anche umana, e una spiccata curiositĆ  che le permetteva di trovare sempre il lato interessante e artistico della quotidianitĆ , sua e degli altri. 

Quanto l’autrice mise di se stessa nelle sue creature letterarie?

Nei personaggi di Lucy Montgomery c’ĆØ tantissimo di lei, soprattutto in Emily di New Moon, che per stessa ammissione dell’autrice ĆØ un personaggio molto autobiografico. C’ĆØ tanto di lei anche in Anna, con la quale forse ha voluto mostrare la sua parte più allegra e spensierata, che infatti si vede soprattutto nei primi romanzi della saga e poi lascia il posto a riflessioni più mature. Non bisogna però fare l’errore di identificare totalmente l’autrice con le sue protagoniste. Basta leggere la sua biografia, o i suoi diari, per scoprire tanti lati del suo carattere che non appartengono a nessuna delle sue eroine. Personalmente credo che ci sia parecchio di lei in moltissimi personaggi secondari, che sospetto possa aver costruito a partire da qualche tratto particolare, magari persino spiacevole, del suo carattere. Insomma, sparpagliato e a tratti nascosto nei vari personaggi, c’ĆØ molto di Lucy Montgomery in quello che ha scritto. 

PerchĆ© ad un certo punto, dopo le “Cronache di Avonlea”, secondo lei, Lucy Maud Montgomery entrò in crisi per quanto riguarda la scrittura?

La Montgomery, stando a quando si evince dai suoi diari e dalla sua biografia, entrò, per cosƬ dire, un po’ in crisi con Anna, ovvero il personaggio che le aveva regalato il successo. Le Cronache di Avonlea furono pubblicate quando erano giĆ  usciti i primi due volumi della saga, e l’autrice in realtĆ  non aveva intenzione di scrivere dei seguiti, pensava giĆ  ad altri personaggi. Il pubblico però aveva voglia di altre storie di Anna e non si accontentò dei racconti, dove la loro beniamina appariva pochissimo. Le pressioni dell’editore e dei lettori indussero quindi la Montgomery a scrivere un terzo libro, che in realtĆ  non avrebbe voluto scrivere. Immagino che tornare a dedicarsi a un personaggio di cui pensava di aver giĆ  detto tutto, e sforzarsi di scrivere un romanzo che non aveva voglia di scrivere, sia stato abbastanza per farle mettere in questione il suo rapporto con la scrittura, però in questa storia c’ĆØ sempre un elemento che non mi torna: Anna dell’isola, ovvero il famoso terzo libro di Anna che la Montgomery scrisse di malavoglia, in realtĆ  ĆØ un bellissimo romanzo, e uno dei miei preferiti di tutta la saga!

Quale ĆØ stato, e quale ĆØ, il ruolo della Montgomery nella letteratura per ragazzi di ieri e di oggi?

Di certo ha regalato a tante generazioni di lettori storie e personaggi indimenticabili, come dimostrano l’eterno successo dei suoi libri e le tante trasposizioni per il cinema e la televisione. All’epoca in cui sono state inventate, le protagoniste della Montgomery erano delle vere e proprie rivoluzionarie, in anticipo sui tempi, e sono sicuramente state di ispirazione per tante donne che cominciavano a farsi spazio in ambiti prima riservati solo ai maschi. Se per le ragazze di inizio Novecento le storie della Montgomery erano un’ispirazione per immaginare un futuro diverso, per lettrici e lettori di oggi sono l’occasione per dare un’occhiata a un mondo d’altri tempi, che però per alcuni versi era più semplice, concreto e genuino di quello di oggi. C’ĆØ tanto da imparare sull’umanitĆ  dai romanzi della Montgomery, però prima di tutto – e questo vale per tutte le epoche – c’ĆØ l’incontro con una scrittrice che sa far emozionare come poche altre. 

Source: grazie a Marina Fanasca e all’ufficio stampa Gallucci.

:: Un’intervista con Marta Ottaviani a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2022

Da una guerra cibernetica combattuta su internet siamo passati a una guerra guerreggiata con prigionieri, feriti, morti. E’ il dramma di questi ultimi 43 giorni. Guerra che si continua a combattere anche sui mezzi di comunicazione. Come fa la gente, la gente comune, non addentro alle questioni, per distinguere vero dal falso? Cosa consigli di fare per depotenziare le fake news, e non cascare nelle trappole della “guerra” telematica?

La domanda ĆØ complessa. La prima cosa da fare ĆØ prendere coscienza del fatto che esiste una guerra cibernetica e che bisogna stare costantemente attenti. Sembra un dato banale, ma molti ancora lo ignorano. Il primo passo ĆØ selezionare le fonti. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma come? Ci sono luoghi antichi, ma ancora in grado di costituire una buona base di partenza: le biblioteche. Unite a una ricerca sui motori su internet a testi ā€˜classici’ ĆØ il primo passo per porre le basi. I social possono dare il loro apporto, a patto di saper selezionare e fonti in maniera opportuna. Di certo: fenomeni complessi, richiedono studi/fruizione delle informazioni accurate. Mi rendo conto che sia difficile fare un lavoro del genere. Ma il primo passo per combattere la disinformazione ĆØ studiare.

La Russia ĆØ un paese meraviglioso, ha dato i natali a scienziati, poeti, musicisti, romanzieri tra i più importanti della storia mondiale, questa guerra sta minando anche nell’opinione pubblica occidentale la percezione che abbiamo del popolo russo, della sua umanitĆ , della sua fede, della sua forza. Come ovvieresti a questo dramma nel dramma? 

Molto semplicemente. Un conto ĆØ la Russia, con la sua Storia, la sua cultura, i suoi drammi e le sue contraddizioni. Un conto ĆØ la Russia di Putin. A tratti, le due Russie hanno momenti in cui si incontrano. Ma ĆØ tutto funzionale a uno storytelling determinato. Non dobbiamo mai dimenticare che la storia della letteratura e della cultura russa ĆØ una storia di dissidenza, di coraggio, di avanguardia. Gli scrittori e gli artisti visuali russi ci hanno insegnato a guardare il mondo attorno a noi con profonditĆ  d’animo e crudezza. Molti di loro hanno avuto problemi enormi con il regime zarista prima e comunista poi. Non credo personalmente che potrebbero amare la Russia di Putin. 

Sei l’autrice di un interessante volume Brigate Russe – La guerra occulta del Cremlino tra troll e hacker. Come ĆØ nata in te l’esigenza di scriverlo e come ti sei documentata?

Per fortuna, ho iniziato a pensare e a documentarmi per scrivere questo libro quando la guerra era ancora più che lontana, quasi due anni fa. PerchĆ© giĆ  cosƬ, posso dire di averci perso la salute. In sintesi, pensavo di dovermi occupare solo dei troll. E invece mi sono resa conto che c’era una trattazione ben più estesa da fare. Da qui ho iniziato a consultare per prima cosa le fonti dirette, ossia i documenti ufficiali che ho citato nella bibliografia in fondo al libro. Parallelamente ho studiato diversi testi di scienza militare, dedicati appositamente alla guerra non lineare russa. Per quanto riguarda la parte degli hacker e dei troll, un ruolo fondamentale ĆØ stato ricoperto dai paper universitari e dai resoconti di convegni internazionali dedicati al tema e organizzati dalle maggiori istituzioni e organizzazioni di tanti Paesi. Oltre al lavoro di tanti colleghi stranieri.Ā 

Come ultima domanda, ti avevo promesso che te ne avrei fatte poche, ti chiederei un giudizio che forse esula dalle tue competenze ma ti coinvolge come essere umano. Pensi a una pace possibile? Pensi che giungeremo a una sorta di accordo che interrompa lo scontro armato violento? E cosa consiglieresti di fare se fossi al tavolo delle trattative, come donna, e come persona?

Rispondere a questa domanda ĆØ difficile. Non credo, purtroppo, che chi siede a quei tavoli possa ascoltare completamente solo quello che gli dice la sua coscienza. E al momento, a differenza dei giorni precedenti, vedo un incancrenimento del conflitto. Di fondo, entrambe le parti, quindi Putin e Zelensky, devono tornare a casa potendo dire di avere vinto, anche se questo non ĆØ vero. Perciò, se dovessi decidere io, punterei su un compromesso che vada bene a tutti, aspettando però di vedere la parte più aggressiva ricondotta a più miti consigli dalle sanzioni. Io sono una convinta sostenitrice della pace e penso che un mondo senza pace sia un mondo destinato a scomparire. Mi permetto di sottolineare una cosa. Qui c’ĆØ un Paese aggressore e un Paese (e un popolo) aggredito. La situazione storica di queste terre può essere complessa quanto si vuole. Ma non credo affatto che i torti e le ragioni in questa tragica circostanza debbano essere divisi in parti uguali. E, in ultimo, altre due considerazioni. La prima ĆØ che perchĆ© la pace sia pace, bisogna volerla tutti. Tradotto in termini pratici: basta tentativi di destabilizzazione dell’Occidente. In secondo luogo, molto importante: la guerra militare prima o poi finirĆ . E preghiamo tutti perchĆ© questo avvenga al più presto. La guerra non lineare continuerĆ  all’infinito e quella, purtroppo, non abbiamo ancora capito come si combatte. Spero con il mio libro di aver dato un piccolo contributo.

7 aprile 2022

Alla scoperta de “L’officina delle anime rotte” (Liberilibri), con Anna Maria Tamburri A cura di Viviana Filippini

7 aprile 2022

Ā ā€œL’officina delle anime rotteā€ ĆØ il nuovo libro di Anna Maria Tamburri edito da Liberilibri. La raccolta ha in sĆ© un insieme di racconti davvero originali, nel senso che quando li si legge si ha la netta sensazione di entrare in contatto con un mondo altro, popolato da figure leggendarie, ataviche e misteriose. Una dimensione lontana ma, allo stesso tempo, vicina nella quale ĆØ possibile ritrovare poi pezzi del mondo dove si vive. Ne abbiamo parlato con l’autrice, ex insegnante alle scuole medie e superiori che ha scritto libri di poesie, fiabe e uno studio storico. Tra i suoi lavori: ā€œParola cantadoraā€; ā€œI racconti di Nannaā€; ā€œS.Illuminato Confessoreā€. Un mistero dal passato. ƈ autrice per Liberilibri dei versi che accompagnano le incisioni di Giuseppe Mainini inĀ ā€œEchiā€Ā (2006).

Come ĆØ nato “L’officina delle anime rotte”?

In due tempi con un intervallo di anni. Io scrivo si può dire da sempre. Purtroppo, per una mia attitudine allo stupore e alla curiositĆ , elaboro di continuo relazioni, echi, immagini, interessi che confluiscono in versi e storie che inizio, poi sospendo, come ĆØ accaduto a questi racconti. L’origine ĆØ in una splendida stretta valletta delle Dolomiti, in un’estate molto lontana. Qui ĆØ nata Aridela, ma qui ĆØ rimasta ancora vergine fino a circa tre anni fa, quando, come dono a un amico malato, grande lettore, ho scritto ā€œAlzheimerā€. Gli ĆØ molto piaciuto, l’ha fatto conoscere ad altri amici; cosƬ sono stata incoraggiata a riprendere vecchi spunti e render loro la dignitĆ  di storie. Uno sprone necessario, o perchĆ©, come ha sempre sostenuto il mio amico, sono pigra o, come sostengo io, essendo donna in una casa di maschi, dovevo ritagliarmi con unghie e denti lo spazio per scrivere e per realizzarmi. Pecco inoltre di un difetto gravissimo per una donna che ha qualcosa da dire: non riesco a stimarmi. Ma qui non siamo in analisi.

Come ĆØ stato per lei muoversi tra sogno e realtĆ , tra mondo onirico e dimensione concreta?

In fondo semplice. Piano piano nella mia vita, attraverso eventi apparentemente comuni, si sono venute a formare interferenze, connessioni tra i due mondi, il visibile e l’invisibile, che preferisco chiamare l’Altrove, come Carlo Ginzburg chiama l’aldilĆ , ma con una accezione più ampia del ā€œil mondo dei mortiā€. Onirico non ĆØ la parola esatta, perchĆ© non ĆØ una mia elaborazione, ma esiste di per sĆ© e a volte ĆØ fluito e fluisce spontaneamente nella mia quotidianitĆ , attraverso umili segnali che riesco a cogliere al di lĆ  della mia volontĆ . Forse una parte di me ĆØ sempre rimasta nell’Altrove, ne ha nostalgia (come diceva Eliade); mi ĆØ facile quindi ripescarlo qua e lĆ  in questo mondo, che pure amo in tutta la sua bellezza, vitalitĆ  e sacralitĆ . Dice Calasso che lo sprazzo, il lampo improvviso, appare l’unico modo che la veritĆ  ha di esprimersi, di lasciarsi intuire. Se sostituiamo ā€œl’Altroveā€ alla ā€œveritĆ ā€ (e forse sono la stessa cosa) e aggiungiamo un suono, uno sfiorare, un fugace apparire, anche un sogno siamo nel mio vissuto.

Quanto ha ripescato da antiche tradizioni e da racconti di un mondo atavico e lontano nel tempo?

Indubbiamente molto. Mitologia, religioni, antropologia e simili sono argomenti da sempre in primo piano nelle mie letture e nella mia ricerca di quel qualcosa che, come dicevo, fa parte della mia nostalgia. Soprattutto mi affascinano le testimonianze più arcaiche. Credo infatti che lƬ si trovino i germi della spiritualitĆ  (nostra e di tutte le creature), preservati come nell’ambra, e lƬ si debbano indirizzare le indagini moderne per riscoprire il primo contatto con chi ci ha creato. Leggo molto, nei limiti di un approccio autodidattico, anche di astrofisica, che oggi offre meravigliosi incontri col mistero dello spazio-tempo.

Molti dei racconti sono come ammantati da un’atmosfera grottesca, cupa, ma per i personaggi protagonisti, uomini e donne di diverse etĆ , c’è la speranza di un riscatto o di una ritrovata serenitĆ ?

Premetto che sono credente e cerco di essere cristiana. La difficile semplicitĆ  dei Vangeli, cosƬ presente nelle parole di papa Francesco, ĆØ la via più santa e percorribile rivelata alla nostra umanitĆ  cosƬ fragile per corrispondere al richiamo divino della misericordia. Ma nel mondo ci sono state e ci sono altre vie per le quali ho il massimo rispetto e interesse. La mia crescita interiore ĆØ soprattutto verso la misericordia, ma non sono ancora capace di reprimere in certe occasioni un amaro sentimento di condanna, anche se ritengo che il giudizio degli uomini sul bene e sul male sia ancora ā€œinfantileā€ rispetto alle vicende degli universi. Nelle mie storie c’è in modi diversi la serenitĆ  di un ritrovare le connessioni con l’Altrove, che non ĆØ solo o affatto un luogo, ma uno stato d’animo, una dimensione che travalica la Storia e dalla quale ci arriva l’intuizione di un Continuum che ci assiste, ci perdona, ci ama. Tuttavia non a tutti concedo un riscatto senza condizioni e in tempo breve. Ad esempio, quando tratto della colpa contro l’innocenza e l’amore, che per me corrisponde al peccato contro lo Spirito del Vangelo (v. La cittĆ  de la lepra, Buco di verme, La sirena). Questa colpa va rilavata fino all’ eliminazione di ogni scoria, fino a ridiventare ā€œcandidi come la neve o come le ali della colombaā€. Un piccolo ulteriore esempio: la morte di bambini nelle guerre ĆØ contro natura; ma ancor più lo ĆØ farne dei martiri non per la pace ma per sentimenti di odio e di vendetta. Li si uccide due volte, come dico in questi versi:

                           Per tutti gli Handala del mondo

Quando arrivammo stanchi

trascinando

gli ultimi brandelli dei nostri corpi offesi

– ci seguivano, ratti di fogna,

  i vostri necrologi rancidi d’odio

  finchĆ© tra sangue e feci rotolarono

  dritti nell’inferno –

per la via della croce

poche stazioni senza bande festoni

o bandiere agitate:

la Luna ci soffiò gemiti di penombra

Venere chinò gli occhi accovacciata

sui corpi dei suoi cuccioli sventrati

e la Stella del Nord ci gelò in cuore

l’ultima rabbia l’ultimo dolore;

quando arrivammo

non c’erano nĆ© onori o paradisi

nƩ tavole opulente

nƩ musiche o carole;

solo il Vecchio la Vecchia

dallo sguardo tenero dolente,

la pietĆ  degli antichi consolati,

una terra da sudare in pace

nuova

senza muri o confini.

E fummo santi

per la nostra innocenza violentata

per la vita strappata ad esaltare

l’infamia delle vostre bocche.

E voi foste dannati.

Quale è il racconto al quale è più affezionata e perché?

ā€œAridelaā€: perchĆ© ĆØ il primo racconto che allora avevo intitolato ā€œLa creatura d’acquaā€; perchĆ© ĆØ un’immersione nel mitico, nell’épos sulle origini del male/bene e un omaggio alla natura, all’innocenza, alla sacralitĆ  femminile e alla speranza precristiana.  Sicuramente sarĆ  il meno letto e capito per vari motivi.  

Racconti che sembrano provenire da mondi lontani, primordiali, ma quando di essi ĆØ nel nostro presente?

Oso dire che il nostro presente sta annacquando la Storia; come dice Calasso ĆØ un’epoca ā€œnĆ© empia nĆ© devotaā€, io aggiungerei di grande viltĆ . Rare sono le voci veramente profetiche (non da gossip) e poco spazio gli ĆØ lasciato. Quindi sempre più difficili sono le piccole rivelazioni che ci mettono in contatto con l’invisibile e che possono guidarci a riconquistarci il futuro, a salvare la Terra. Nei miei racconti, a volte ispirati dal mio vissuto a volte rielaborazioni di atmosfere in cui mi sono immersa leggendo, sono queste rivelazioni il filo conduttore, una specie di cura, di riparazione per le anime che si sono infrante, isterilite. La Natura fin dai tempi primordiali ci chiama, ci chiamano i colori, i suoni, le luci e le ombre, gli odori, il miracolo di ogni vita, i ricordi, gli affetti, le tenerezze; ci chiama anche il dolore, ma quello pulito che non sa di violenza e ferocia. Noi rispondiamo con la guerra, con la devastazione del clima e le sue tremende conseguenze e soprattutto con l’indifferenza e la cattiva volontĆ . Siamo governati da folli, da asserviti, da incapaci e siamo stati noi ad eleggerli. Eppure non cesso di scrivere, pregare, sperare in un risveglio di anime coraggiose, sensibili, sante. Ha detto Bonhoeffer che un giorno Dio ci stupirĆ  ed io, che ho imparato a vivere nello stupore e nell’affidamento, voglio crederci.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Scrivo da sempre. Scrivere ĆØ qualcosa che mi urge dentro. In alcuni periodi difficili ĆØ stato un rifugio, un’autoterapia (per questo sono stata per moltissimi anni restia a pubblicare). Ma quando, dopo una lunga parentesi in cui mi sono immersa nel concreto quotidiano come mamma, insegnante, crocerossina, donna nelle varie sfaccettature, ho ripreso a scrivere, ho capito che era qualcosa di cui non potevo fare a meno, perchĆ© tutto intorno a me mandava messaggi, storie. CosƬ, mentre si affinava la mia capacitĆ  di afferrarli, sempre più si faceva forte l’esigenza di scrivere per trasmettere come anche in una realtĆ  angusta come ĆØ la cittĆ  in cui vivo ci si possa aprire all’infinito; non per niente sono conterranea di Leopardi. Come ho accennato all’inizio ho tanti scritti incompleti che tali rimarranno data il poco tempo che ho davanti. Mi spiace per loro, sono un po’ le mie creature. Ma niente ĆØ per caso e niente senza senso.

:: 1982-2022: 40 anni senza Philip K. Dick. Intervista a Carlo Pagetti a cura di Emilio Patavini

2 marzo 2022

Sono passati quarant’anni dalla morte di Philip K. Dick, avvenuta il 2 marzo 1982. Il 25 giugno di quell’anno sarebbe uscito nelle sale Blade Runner, l’adattamento cinematografico di Ridley Scott del suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, che lo avrebbe consacrato al grande pubblico come uno degli autori di fantascienza più influenti del Novecento. A questo proposito, ieri ĆØ uscito per Mondadori Le tre stigmate di Palmer Eldritch negli Oscar Moderni Cult accompagnato dal saggio Il mondo secondo Philip K. Dick. Abbiamo intervistato per l’occasione l’autore del saggio, il professor Carlo Pagetti.

Benvenuto professor Pagetti, grazie per la sua disponibilitĆ . Da appassionato di Philip K. Dick, ĆØ per me un piacere oltre che un onore poterla intervistare. ƈ uno dei massimi esperti italiani di fantascienza, da oltre quarant’anni si occupa di questo scrittore, oggi divenuto un autore di culto e un’icona pop. Per prima cosa può parlarci della sua ultima pubblicazione, Il mondo secondo Philip K. Dick, uscito ieri negli Oscar Saggi? Come descriverebbe il suo rapporto con PKD? Per molti lettori, Dick diventa una sorta di Ā«crazy friendĀ» come lo ha definito lo scrittore Jonathan Lethem. ƈ cosƬ anche per lei?

Vorrei fare una precisazione: mi sembra inutile ripetere qui – in modo più sintetico – quello che ho scritto ne Il mondo secondo Philip K. Dick. Nella Premessa e nella Conclusione del volume ripercorro le tappe del mio lunghissimo rapporto critico con Dick, iniziato nel 1958 e non ancora terminato oggi. Parlo anche delle persone che, a livello editoriale, hanno condiviso con me l’interesse per PKD: Gianfranco Viviani con Valla e Nicolazzini, Sergio Fanucci con Carratello e Briasco. Rievoco l’incontro decisivo con Darko Suvin, a cui ho dedicato il mio studio, e quello recente con Elisabetta Risari, che mi ha aiutato a mettere assieme quasi tutte le mie Introduzioni in precedenza pubblicate da Fanucci nella ā€˜Collezione Dick’, assieme a nuovo materiale. Posso aggiungere qualche ricordo e qualche commento. Mi piace la definizione di ā€œcrazy friendā€ utilizzata da Jonathan Lethem. Peraltro, qualsiasi scrittore o scrittrice a cui ci si affeziona, diventa una sorta di ā€œcrazy friendā€.

Quali sono i suoi romanzi preferiti dell’autore e da quali consiglia di partire per avvicinarsi per la prima volta all’autore?

Sicuramente i romanzi dell’inizio degli anni ’60, in primis La svastica sul sole e Noi marziani, più in generale le opere che vengono rivisitate nella terza sezione de Il mondo secondo PKD. Ma rivaluterei anche alcune delle prime opere, come L’occhio del cielo, e molte delle successive, tra cui solo Ubik ha avuto una considerevole eco, come il parodico e grottesco The Zap Gun (non so che titolo verrĆ  scelto da Mondadori) e la trilogia di Valis. Un caso a parte ĆØ costituito da Do Androids Dream of Electric Sheep ? (anche in questo caso non ho idea del titolo che avrĆ  nella nuova collana dickiana di Mondadori), portato sullo schermo da Ridley Scott come Blade Runner e nel sequel di Villeneuve. Il romanzo merita di essere approfondito indipendentemente dal film di Scott, a cui deve il suo successo.

Philip K. Dick: tra genio e follia… Era veramente pazzo?

Avendo studiato e insegnato per una vita la letteratura inglese e quella anglo-americana, non ho mai creduto alla teoria romantica o decadente dell’artista ā€œtra genio e follia.ā€ Quando scriveva le sue opere, Dick era lucido, lucidissimo, come il poeta Coleridge (consumatore di oppio) o altri artisti ā€˜sregolati’ del passato.

Emmanuel Carrère ha definito Dick come «una specie di Dostoevskij della nostra epoca», Ursula K. Le Guin come «il nostro Borges (our homegrown Borges)». Se lei dovesse definirlo in poche parole, cosa direbbe?

Non sono favorevole a paragoni azzardati, che hanno soprattutto una valenza pubblicitaria. Cosa vuol dire esattamente ā€œuna specie di Dostoevskij della nostra epocaā€?. Senz’altro si può tirare in ballo Borges, ma il vero scrittore borgesiano che sovrappone fantascienza e fantastico ĆØ in America il Gene Wolfe de Il libro del nuovo sole, un complesso di cinque romanzi, pubblicati negli anni ’80, che ho introdotto per Mondadori. UscirĆ  tra poco.

Un altro grande scrittore di fantascienza, Stanisław Lem, ha definito Dick come Ā«un visionario tra i ciarlataniĀ». Si trova d’accordo con Lem? Cosa ha di diverso rispetto agli altri scrittori di fantascienza, rispetto ai Ā«ciarlataniĀ» di cui parla Lem?

La domanda andrebbe (andava) rivolta a Lem, che ci fornisce alcune risposte convincenti nel suo saggio su Dick pubblicato nel 1975 sul numero unico di Science-Fiction Studies dedicato a PKD. Ad ogni modo, Lem considerava gli scrittori americani di fantascienza dei mestieranti, senza arte nƩ parte, scarsamente aiutati dal loro reading public, e riconosceva in Dick una genuina carica intellettuale ed etica.

Lei si ĆØ occupato a fondo di utopia. Nelle opere di Dick si possono trovare molti esempi di distopia, anche se Umberto Rossi e Jonathan Lethem concordano nel considerare Cronache del dopobomba come una ā€œutopia pastoraleā€. Qual ĆØ la dimensione della distopia e dell’utopia in PKD?

Ormai utopia, distopia e fantascienza (e anche il fantastico) sono generi che convergono e si sovrappongono. Sono convinto che anche l’amico Umberto Rossi sia d’accordo. Dick ha un ruolo fondamentale in questa operazione, sostanzialmente postmoderna, accostandosi liberamente a vari percorsi narrativi.

Possiamo dire che Dick ĆØ stato uno degli scrittori simbolo del ā€˜900? Riducendo il campo, qual ĆØ il suo ruolo nel postmodernismo? A suo avviso quali sono gli scrittori (di fantascienza e non) che più si avvicinano a Dick, se ce ne sono? Azzardo qualche nome: William S. Burroughs, Kurt Vonnegut, Thomas Pynchon, George Saunders…

Non so se possiamo servirci di categorie cosƬ ampie. PKD ĆØ uno dei maggiori romanzieri americani degli anni ’60-70 del secolo scorso anche perchĆ© ha capito che la tradizione narrativa va rifondata e arricchita di nuove prospettive formali e culturali. Quando nel 1965 Leslie Fiedler pubblica il suo saggio fondamentale sui ā€œnuovi mutantiā€, i romanzieri legati alle convenzioni della popular culture che stanno marciando verso il centro del sistema letterario, cita soprattutto Kurt Vonnegut, jr., ma avrebbe potuto benissimo ricordarsi di PKD, se lo avesse letto. Tanti scrittori americani contemporanei e successivi hanno tratto stimoli notevoli dalla lettura di PKD, e lo stesso ĆØ capitato per il cinema, non solo in Blade Runner.

Philip K. Dick ĆØ noto per aver scritto fantascienza, ma aveva ambizioni mainstream. All’epoca essere uno scrittore di fantascienza significava essere confinati in una sorta di ghetto, come scrisse Dick stesso nell’introduzione a Non saremo noi: Ā«la fantascienza era cosi disprezzata che praticamente agli occhi dell’intera America non esisteva nemmenoĀ». Può parlarci del filone realistico dei romanzi dickiani?

Dedico una sezione de Il mondo secondo PKD alla rivisitazione di alcuni dei romanzi realistici dickiani. I più organizzati sono interessanti, ma Dick aveva bisogno di allontanarsi dal modello realistico per compiere le sue escursioni in una ā€˜realtà’ fittizia indecifrabile e allucinata.

Durante il suo celebre discorso di Metz, tenuto in Francia nel 1977, Dick disse: Ā«Viviamo in una realtĆ  programmata dai computer. E gli unici indizi che abbiamo della sua esistenza si manifestano quando cambia qualche variabile, quando avviene una qualche alterazione nella nostra realtĆ Ā». Secondo la sua visione viviamo in una realtĆ  computerizzata governata da un’intelligenza divina, il Programmatore. Viene quindi spontaneo chiedersi: le idee di Dick hanno ispirato i film di Matrix?

Ho qualche riserva sul termine ā€œispirareā€. La cultura contemporanea tende all’ibridazione, alla mescolanza, al gioco intertestuale. Detto questo, certamente Dick può avere ā€˜ispirato’ i film di Matrix, ma anche alcuni film di Cronenberg e molto altro ancora.

Parliamo dell’Esegesi, quel mastodontico e complesso apparato di note e appunti (si parla di oltre 8000 pagine), summa della sua intera produzione, in cui Dick descrive le esperienze mistiche vissute nel periodo del 2-3-74 (febbraio-marzo 1974). Si tratta di un testo importante per capire Dick? A chi ne consiglia la lettura?

L’Esegesi ĆØ significativa come fonte ricca di spunti autobiografici e intellettuali. Non trascurerei però l’importanza delle numerose lettere dickiane, di cui non esiste una edizione critica. Quando Dick muore nel 1982, l’uso del personal computer ĆØ appena agli inizi, e dunque Dick ĆØ uno degli ultimi scrittori ad averci lasciato una voluminosa testimonianza epistolare.

Sempre nell’Esegesi, Dick scrive: Ā«Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. […] Il cuore della mia scrittura non e l’arte, ma la veritĆ Ā». In effetti i suoi romanzi sono ricchi di riferimenti filosofici: Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Valis risentono fortemente dello gnosticismo, ne Il tempo fuor di sesto si sente l’influenza dell’anamnesi platonica, in Ubik vengono citati il mito della caverna e Il libro tibetano dei morti, e l’I Ching, importante testo della tradizione filosofica cinese, ha rivestito un ruolo di primo piano nella stesura de La svastica sul sole. Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo quindi considerare Dick più come un Ā«filosofo narrativoĀ», per usare le sue parole, o come uno scrittore di fantascienza filosofica, al pari del giĆ  citato Lem?

Insisto da sempre che Dick deve essere considerato un romanziere e solo un romanziere, il quale immette nella sua visione narrativa spunti autobiografici, riflessioni filosofiche, allusioni politiche, considerazioni formali. Ma lo stesso si potrebbe dire del teatro di Shakespeare (salvo che per l’aspetto autobiografico), per la poesia di T.S. Eliot, per la narrativa modernista di Joyce o di Virginia Woolf.

Abbiamo parlato delle implicazioni filosofiche nei romanzi di Dick. Quali sono invece le sue principali influenze letterarie? Lui stesso ammise l’influenza degli scrittori naturalisti francesi, come Flaubert, Stendhal, Balzac e Maupassant…

PKD ĆØ un lettore onnivoro, prende dove può, e senza mai disprezzare la cultura cosiddetta ā€˜bassa’, pur conoscendo bene gli autori della grande tradizione letteraria – e anche Shakespeare. Non c’è mai da fidarsi, però, quando un artista sciorina le sue fonti dirette. Egli può essere distratto, menzognero, parziale, beffardo, per mille motivi diversi. ā€˜Egli’ o ā€˜ella’, si capisce.

Come ultima domanda: cosa pensa della biografia di Lawrence Sutin e di quella romanzata di Emmanuel CarrĆØre? Oltre al suo saggio di recentissima pubblicazione, quali altri libri consiglia per approfondire la figura di PKD?

La biografia di Sutin mi sembra sempre la più valida ed equilibrata. Consiglierei anche la lettura di The Search of Philip K. Dick di Anne Dick, la terza moglie del nostro autore, quella più consapevole e intellettuale. Mi pare sia ancora inedita in Italia. Aggiungo che in Italia esistono (pochi) eccellenti critici dickiani: Umberto Rossi, Gabriele Frasca, Salvatore Proietti sono i primi nomi che mi vengono in mente. E concludo ricordando di aver riscontrato, durante il lunghissimo periodo in cui ho insegnato all’universitĆ , un notevole interesse per PKD da parte di studenti e studentesse di spiccata personalitĆ . Chi oggi volesse – e farebbe bene – accostarsi allo studio di PKD, dovrebbe compiere una accurata ricerca bibliografica. Il repertorio bibliografico non certo esaustivo che ho pubblicato alla fine de Il mondo secondo Philip K. Dick comprende qualche decina di testi critici e biografici.

Grazie del tempo che ci ha concesso.

Carlo Pagetti, professore di Letteratura inglese e Cultura Angloamericana presso l’UniversitĆ  degli Studi di Milano, tra i massimi esperti narrativa fantastica, fantascienza e utopia. Si ĆØ occupato in particolare di William Shakespeare (ha curato e tradotto l’Enrico VI per Garzanti), H.G. Wells, William Morris, L. Frank Baum, Joseph Conrad, George Orwell, Charles Darwin, Nathaniel Hawthorne, Charles Dickens, Olaf Stapledon. Ha curato l’Opera completa (Fanucci 2020) di H.P. Lovecraft e l’opera omnia di Philip K. Dick per Fanucci.

:: Un’intervista con il Prof. Angelo d’Orsi sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni a cura di Giulietta Iannone

28 febbraio 2022

Una premessa: questa intervista ĆØ stata concordata ieri, domenica 27 febbraio, invito i gentili lettori a tenere presente questo.

Buongiorno professore e grazie di averci concesso questa intervista che verterĆ  essenzialmente sulla crisi ucraina. La situazione ĆØ seria e preoccupante, inizialmente perchĆØ sembra sia gestita da irresponsabili che si dimenticano che la Russia ĆØ una potenza atomica che può innescare un conflitto atomico in qualsiasi momento. Soprattutto se si sentirĆ  accerchiata e senza una qualsiasi via d’uscita. Che questo conflitto non era da iniziare lo sappiamo tutti, molti hanno cercato di impedirlo sperimentando la loro impotenza, ma secondo lei rischiamo davvero un conflitto nucleare su larga scala?

Come mi capita sovente di dire, gli storici non devono fingersi profeti e quando lo fanno di regola sbagliano anche clamorosamente. Azzardo comunque una risposta: proprio perchĆ© la situazione ĆØ ad altissimo rischio, non penso si arrivi a un conflitto generale, tanto meno con uso di armi nucleari. La ā€œcomunitĆ  internazionaleā€, che ĆØ un modo scorretto e surrettizio per dire l’Occidente capitalistico, ha sempre sofferto di strabismo: vede ciò che fa comodo e ignora ciò che non fa comodo. E mi preoccupa di più lo scatenamento della russofobia, che sta travolgendo tutta la ā€œcomunitĆ  internazionaleā€, ossia i paesi capitalistici. L’Unione Europea, e gli Stati Uniti in testa. Questo mi preoccupa, perchĆ© anche se non ci scoppierĆ  la Terza Guerra Mondiale, tutti pagheranno caro questa perdita di buon senso, che si tradurrĆ  – si sta giĆ  traducendo – in una frantumazione generale non solo degli equilibri internazionali, delle relazioni commerciali, ma anche dei rapporti culturali, e umani. Le frasi che sono state proferite da Hollande o Letta, da Biden o dalla von der Leyen, da Johnson e da Borrell sono inquietanti, anche per la incapacitĆ  politica che rivelano, ossia l’incapacitĆ  di comprendere le conseguenze degli atti che si compiono. La politica ĆØ l’arte di guardare lontano. E costoro sembrano proprio ignorarlo.

Zelensky (e il suo entourage) non vuole andare in Bielorussia per sedere al tavolo delle trattative. E lo capisco ha paura di essere ucciso. Non si può scegliere un luogo più neutrale? Esiste ancora un luogo neutrale?

A questo punto, la risposta appare superflua dato che i colloqui sono stati decisi e forse iniziati quando questa intervista sarĆ  pubblicata. E sarĆ  una buona notizia per tutti. In fondo se le garanzie concesse dai governi russo e bielorusso a quello ucraino, sono state giudicate sufficienti da quest’ultimo, il problema della richiesta di un luogo neutrale appare del tutto minore, e forse non esente da elementi di pretestuositĆ .

Tutte le guerre sono sporche, questa in particolare si poteva evitare? Cosa non ĆØ stato fatto per impedirla?

Direi che non ĆØ stato fatto nulla per impedirla. Salvo poi lamentarsi e piangere, da un lato, e imprecare dall’altro. Si sono immediatamente rispolverati i grandi topoi retorici della “guerra giusta”, quella giusta per eccellenza, il Secondo conflitto mondiale, e del gioco semplificatorio fino ad essere fasullo tra un ā€œcattivoā€ (la Russia) e un ā€œbuonoā€ (l’Occidente tutto, con qualche annesso extra europeo ed extra-americano). In tal senso il richiamo alla guerra mondiale ĆØ paradigmatico, fondato naturalmente di nuovo sulla semplificazione, nella comoda riproposizione della colpevolezza unica di un solo attore in campo (la Germania), come del resto aveva fatto la narrazione delle nazioni della Intesa nel 1914 che addossarono ogni responsabilitĆ  del conflitto (la Prima guerra mondiale) agli Imperi Centrali. Stiamo assistendo a un nuovo, penoso capitolo di uso politico della storia. Aggiungo che gli Stati Uniti hanno fomentato, in ogni modo, hanno creato la situazione per la guerra. Volevano spingere Putin all’invasione, per bloccare il processo in corso di ricostruzione del ruolo della Federazione Russa come grande potenza, nella convinzione che la reazione internazionale sarebbe stata talmente forte da ridurre il ruolo della Russia nel prossimo futuro. Dopo aver messo in campo esercitazioni militari NATO sempre più prossime ai confini russi, e fatto sentire a Putin che la minaccia si avvicinava, come potevano aspettarsi che non reagisse?Del resto tutti gli attori in campo sono mentalmente e culturalmente ā€œvecchiā€: papa Francesco – su cui personalmente nutro numerose riserve – ĆØ assai più giovane di loro. La guerra ĆØ un residuo ancestrale che appartiene alla preistoria, e andrebbe espulsa dal presente, e invece la corsa agli armamenti prosegue, e l’Italia, in mano a un gruppo di affaristi senza scrupoli e di pericolosi incompetenti, non si ĆØ tirata indietro, piegandosi volentieri ai diktat USA e alle sciagurate decisioni della UE, altra fomentatrice di odio. Oggi UE e NATO sono fattori di instabilitĆ  mondiale, questa la veritĆ .

Unione europea, USA e NATO minacciano esclusivamente sanzioni economiche e finanziarie, le sembra la strada giusta per arginare il conflitto?

Le sanzioni, lo dimostra la storia, non hanno mai danneggiato veramente gli Stati contro i quali sono state emanate e applicate. Anzi sono spesso servite a compattare la popolazione intorno ai loro leader. E se recano danno, lo recano, in misura quasi paritaria, a chi le applica e a chi le subisce, soprattutto da quando l’economia mondiale ĆØ diventata interconnessa, globalizzata. Non si può danneggiare un attore senza danneggiare altri attori in scena. E quando l’attore che si vuole danneggiare, la Federazione Russa, ĆØ un gigante economico con rapporti rilevanti con tutti i paesi del modo, le sanzioni produrrebbero conseguenze negative, pesantemente negative, per il mondo intero.

Lei da storico e da politico cosa consiglierebbe di fare a Putin in questo momento?

Di limitarsi a dare una lezione al governo ucraino, favorendo un ricambio, con la fuoruscita della componente neonazista dalla compagine di Kiev, e limitare l’occupazione al recupero alla Federazione Russa delle regioni del Donbass e dei territori russofoni, da confermare con un referendum.

In tutta sinceritĆ  penso che la Russia abbia sbagliato i calcoli se riteneva sarebbe stata una Blitzkrieg con la quasi immediata resa del governo ucraino (per oggettiva disparitĆ  di forze), in realtĆ  ora si sta combattendo casa per casa, le potenze occidentali stanno inviando armi e tecnologia. E’ in corso una guarra cibernetica. Si prospetta una guerra lunga, sanguinosa, e destabilizzante non solo per i contendenti. SarĆ  per Mosca un nuovo Afganistan?

Non credo, la Russia può schiantare l’Ucraina facilmente, e rapidamente, se vuole. E la differenza anche morfologica del territorio ucraino rispetto alla impenetrabile montuositĆ  afgana rende il paragone improponibile, e una seconda ragione ĆØ che in Afganistan v’era una guerra di guerriglia che vinse, in Ucraina c’è uno scontro tra due forze armate regolari, e la differenza di potenza tra le due forze ĆØ gigantesca e la resistenza popolare contro i russi da parte degli ucraini non sembra avere reali possibilitĆ  di successo, al di lĆ  di una narrazione mendace, che si spinge fino a ricorrere a immagini false, provenienti da altre guerre.

La Cina ĆØ prudente, appoggia Mosca ma senza sbilanciarsi, ventilando la strada della diplomazia e della conciliazione. E’ ancora possibile una conciliazione secondo lei, od ĆØ giĆ  troppo tardi? E più il tempo passa, e più i giorni di guerra si susseguono e più questa conciliazione sarĆ  possibile?

La conciliazione forse no, ma una composizione ĆØ sempre possibile e forse il ruolo della Cina, potrebbe essere decisivo. Il gigante asiatico come sempre persegue, inevitabilmente e direi giustamente, i propri interessi e gioca come sempre di rimessa, ma la sua stessa forza poderosa, su tutti i piani, costituisce un deterrente per l’intero scacchiere internazionale. La Cina non parla, ma ĆØ pronta a far sentire il suo peso.

Le responsabilitĆ  di Mosca nell’iniziare il conflitto sono chiare. Quali sono le responsabilitĆ  dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti, che come superpotenza mondiale possono decidere con maggiore incisivitĆ  le sorti delle questioni del mondo.


Mosca ha compiuto non l’atto iniziale, penso, ma piuttosto quello finale della crisi. Un atto che la nostra coscienza di ā€œmoderniā€œ riprova, ma che nella logica antica del realismo politico, condito con una larga dose di spregiudicatezza e di cinismo, Vladimir Putin considera del tutto normale, ma almeno gli si riconosca che non si riempie la bocca con parole come Ā«democraziaĀ» et similia come fa Biden, e il coro di servi sciocchi di Bruxelles.

Se questa guerra non viene al più presto fermata, oltre a una difficile ricostruzione e conciliazione in che misura destabilizzerĆ  le economie sia della Russia ma anche dell’Europa? Avere una Russia e unā€˜Europa deboli, favorirĆ  USA e Cina?

Credo di avere giĆ  risposto. La guerra e la guerra economica (le sanzioni) recheranno danni a tutti, salvo che ai produttori di armamenti e ai loro commercianti. In ogni caso la Cina, chissĆ  se l’America lo ha capito, ĆØ in prospettiva il vincitore. E Putin con molta astuzia e quel realismo condito di cinismo cui accennavo, lo sa e ha portato avanti una politica di sotterranea e via via più palese politica di sostanziale alleanza,almeno in prospettiva. In caso estremo, chi oserebbe mettersi contro un simile baluardo russo-cinese? Infine, la storia ci ricorda che chiunque abbia aggredito la ā€žGrande Madre Russiaā€œ ne ĆØ uscito con le ossa rotte.

Come ultima domanda, ringraziandola ancora del suo prezioso contributo, le chiedo da storico una riflessione sul fatto che dal 2014 la situazione in Ucraina era instabile, pronta a esplodere in qualsiasi momento. PerchĆØ non si ĆØ scelto la strada del federalismo e della neutralitĆ  (sul modello dei Cantoni Svizzeri) che avrebbe salvaguardato l’integritĆ  territoriale del paese, e avrebbe permesso di capitalizzare le immense ricchezze che possiede?

L’Occidente – UE e USA – hanno giocato col fuoco, sostenendo il colpo di Stato di Euromaidan, foraggiando bande neonaziste, che si sono macchiate di crimini orribili. La NATO ha portato avanti una politica pericolosissima di allargamento, contro tutti gli accordi presi trent’anni fa con l’URSS prima e la Federazione Russa, poi, accordi variamente ribaditi negli anni seguenti. La Russia ĆØ stata accerchiata, umiliata e messa all’angolo. Si aspettavano che continuasse a subire? Gli occidentali hanno seminato vento per anni, e ora raccolgono tempesta.

Torino, 28 febbraio 2022

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2022

Quello che nessuno voleva, e la diplomazia ha cercato di evitare, purtroppo ĆØ successo. La Russia ĆØ entrata militarmente in Ucraina, e sta per occupare Kiev. Volodymyr Zelens’kyj ĆØ in un luogo sicuro e sembra guidi la resistenza. L’Occidente, NATO e USA minacciano per ora solo sanzioni economiche e finanziarie, ma non militari. Anche la Cina non manda contingenti militari ma appoggia Mosca per ora comprando il suo grano. La situazione ĆØ fluida e dinamica e anche di difficile definizione. Può essere una guerra lampo, come un conflitto che si trascinerĆ  all’infinito. Tutto alle porte dell’Europa. Secondo te era un intervento pianificato da tempo da Putin, o ĆØ tutto precipitato nelle ultime settimane?

L’intervento dei russi era pianificato da tempo. I combattimenti di questi due giorni sono la prosecuzione (in una forma assai più acuta) della guerra iniziata nel 2014. L’invasione dell’Ucraina deve essere una guerra lampo (blitzkrieg), altrimenti per Putin si trasformerĆ  in una disfatta. Non dobbiamo sopravalutare le forze russe, hanno un’autonomia limitata, non possono alimentare l’attacco all’infinito.

Dove la diplomazia ha sbagliato?

La diplomazia occidentale, nei confronti della Russia, ha commesso errori per trent’anni. Gli USA hanno continuamente provocato la Russia, annettendo nella NATO tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia. In ultimo, la richiesta di Kiev di entrare nell’Alleanza ha fatto precipitare la situazione. Tale atteggiamento ha portato all’accerchiamento della Federazione, risvegliando antiche paure del popolo russo. Una Superpotenza deve essere rispettata!

Quali sono le forze in campo da parte russa e ucraina?

Le Forze russe, nella giornata di ieri, hanno compiuto attacchi di terra (con unitĆ  corazzate) anfibi, elitrasportati e missilistici. Ovviamente si sono assicurate la superioritĆ  aerea. L’intero spazio aereo ucraino ĆØ sotto il tiro dei sistemi superficie-aria S-300 e S-400. Quello che ho ravvisato nella giornata iniziale ĆØ l’impiego dei carri più vecchi (T-72), magari per saggiare le difese contro-carro del nemico. Gli ucraini hanno spostato la loro aviazione a ovest, vicino ai confini dei paesi NATO. Al momento, principalmente, cercano di arginare l’avanzata russa con i sistemi contro-carro forniti da USA e Regno Unito (Javelin e NLAW).

Nel caso l’Ucraina si arrendesse, seguendo la richiesta di Putin, che scenari si presenterebbero?

Mosca vuole il riconoscimento delle repubbliche separatiste e della Crimea, nonchĆ© l’instaurazione a Kiev di un governo filo-russo. Si potrebbe verificare anche una divisione dell’Ucraina, magari prendendo come linea di demarcazione il fiume Dnepr.

Sanzioni puramente economiche e finanziarie basteranno, o la NATO ha anche come ultima ratio in previsione uno scontro armato? Seppure l’Ucraina non faccia (ancora) parte dei membri del Patto Nord Atlantico.

Uno scontro frontale tra NATO e Russia ĆØ altamente improbabile (oltre che impensabile). Al massimo, se le operazioni russe ristagneranno, i paesi NATO potrebbero fornire armi e munizioni alla resistenza ucraina.

Quali sono i rischi reali che il conflitto dilaghi e si estenda alla Bielorussia e agli altri paesi confinanti? C’ĆØ il rischio reale dello scoppio di una guerra mondiale?

Il rischio ĆØ minimo, i paesi confinanti a ovest e a nord con l’Ucraina fanno parte dell’Alleanza.

Secondo te c’ĆØ qualcuno che Putin ascolterebbe? Disposto a intraprendere una reale mediazione? C’ĆØ ancora tempo per una ā€œconciliazioneā€?

Putin ha un piano preciso, si fermerĆ  solo quando lo avrĆ  portato a termine oppure sarĆ  sconfitto.

Gli Stati Uniti come stanno affrontando questa crisi, ne stanno comprendendo la reale portata?

Per la prima volta nella storia un presidente americano, nell’affrontare una crisi internazionale, ha escluso a priori l’uso della forza militare.

E l’Italia? Sembra che gli incontri Draghi Putin sia saltato, solo Macron mi pare abbia mantenuto un tenue filo di negoziazioni con Mosca. Esautorare la Russia dal sistema finanziario mondiale (fuori dallo Swift) ĆØ la mossa giusta? PerchĆ© Italia e Germania si sono opposti (Germania e Italia infine favorevoli n.d.r)?

Noi non contiamo nulla! La Russia comunque fa parte del sistema finanziario mondiale.

Come ultima domanda, lo so che ĆØ molto difficile stilare bilanci o fare previsioni, ma cosa ti auguri succeda nei prossimi giorni?

Una completa vittoria dei russi.

Roma 25 febbraio 2022

:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni

23 febbraio 2022
Il bacino del Donec interessa i territori orientali dell’Ucraina (aree dorate). Al centro della mappa, in azzurro, l’imponente corso del Dnepr.

Grazie professore di questa nuova intervista che riprende quella che ci ha concesso nell’aprile del 2015 sulla crisi russo-ucraina. Lei non ĆØ un esperto di Europa Orientale, ma ĆØ un esperto delle dinamiche che portano a combattere le guerre, evitarle, perderle o vincerle. Suo del 1994 ĆØ un libro molto prezioso dal titolo Guerra e pace: due secoli di storia del pensiero politico (FrancoAngeli), che se vogliamo consiglierei ai nostri lettori e anticipa molte delle dinamiche che vediamo oggi. Una domanda breve e molto personale: come siamo arrivati secondo lei a questo punto in Ucraina? Ricordo che la cosiddetta guerra civile scoppiata nel 2014, ĆØ continuata fino a oggi senza una reale pacificazione o accordi definitivi, verte sul riconoscimento formale della sovranitĆ  delle regioni ucraine separatiste e filo russe di Donetsk e Luhansk che nel 2014 si sono autoproclamate Repubbliche indipendenti da Kiev.

E’ necessaria una premessa: il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, vivono da tempo in una sorta di nirvana, che li culla in una sorta di incosciente indifferenza. Nulla di male nel non volersi interessare degli affari del mondo, ma soltanto se si ĆØ giĆ  rinunciato a sentirsi grandi potenze, a occuparsi di paesi lontani, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria, e via discorrendo. In altri termini, la gestione di una politica estera – di qualsiasi stato – richiede un impegno costante e continuativo. Bisogna occuparsene tutti i giorni, per cosƬ dire, e non svegliarsi dal torpore quando da qualche parte uno starnuto ci fa sobbalzare.

Questo non ĆØ un invito alla politica di potenza o alla continua ingerenza negli affari altrui. Significa piuttosto che la realtĆ  ĆØ complessa, evolve in continuazione, può cambiare o modificare il proprio indirizzo. Capirlo servirebbe non tanto a evitare le guerre, ma a essere presenti a se stessi, ad avere la consapevolezza di quel che sta succedendo nel mondo. Certo, questo non era stato l’atteggiamento del presidente Trump, e il primo anno del governo di Biden si ĆØ rivelato non tanto diverso. Un esempio per tutti: l’abbandono dell’Afghanistan alle sue miserie ĆØ una delle pagine più indecenti della storia della politica estera americana.

Veniamo ora al punto di oggi – o meglio, di ieri perchĆ© la situazione dl Donbass era nota al mondo da un decennio – ma evolve in continuazione. Ma chi se ne era più preoccupato?

C’è una linea da nord a sud, che va dalla Lituania a Sebastopoli (tanto per ricordare il nome a cui Tolstoj intitolò i suoi straordinari Racconti di Sebastopol), sulle rive del mar nero, che segna quasi esattamente il senso della politica estera-occidentale della Russia, che ĆØ il sogno imperiale di Putin e e costeggia la Polonia, quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Quello era il confine tra i due mondi occidental-capitalistico e Russia comunista (con alcune appendici). Quello stesso confine strategico-politico oggi passa semplicemente attraverso due nuovi stati, uno che viene chiamato Bielorussia (e una volta era semplicemente una delle ā€œrepubbliche socialiste sovieticheā€, e un altro come – guarda caso – l’Ukraina.

Il punto geografico- strategico (e non geopolitico, giacchĆ© quest’ultimo non esprime analisi e spiegazioni, ma ā€œleggiā€ naturali che non esistono) riguarda i motivi che hanno portato l’URSS, in prima battuta, e la Federazione russa subito dopo,, ad arretrare di un paio di migliaia di km, verso est, quindi, formando un cuscinetto verso l’Europa dell’ovest molto più ampio di quanto non fosse quello che intercorreva ai tempi della guerra fredda.

GiĆ … i tempi della guerra! ƈ da quando finƬ, cioĆ© nell’Ottantanove, che la storia ha subito una svolta (stavo per dire: uno scossone, un terremoto…): la seconda più grande potenza militare, oltre che ideologica e politica, del mondo che scompare dalle carte geografiche senza aver sparato un solo colpo di fucile! Lo stesso risultato che si ottiene con una grande guerra senza avere combattuto, ucciso, distrutto. Tra le conseguenze poco discusse e meno ancora analizzate, due avevano il primato: una per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’altra per la Russia.

Gli Usa vinsero quella che si poteva considerare la guerra ideologica, ma persero il riconoscimento della loro supremazia da parte degli alleati. La Russia perse anche sul piano territoriale, perchĆ© diverse sue ex-repubbliche ottennero l’indipendenza. Gli Usa non seppero valutare la portata dell’evento – straordinario e unico nella storia delle relazioni internazionali – e continuarono la politica estera ingenua e inconsapevole (le guerre contro Afghanistan e Iraq, e poi l’intromissione nella guerra civile siriana sono state le vere ā€œsconfitteā€ americane, con la perdita di immagine, oltre che potenza e di capacitĆ  militare, che mostrarono) senza accorgersi che gli stessi alleati avevano incominciato a perdere fiducia nel ā€œfratello maggioreā€ decaduto…

Sintetizzo eventi che si sono sviluppati lentamente, ma i cui risultati appaiono oggi ben chiari. CapƬ tutto e quasi subito il nuovo ā€œzarā€ di Russia, Vladimir Putin, che si accorse di trovarsi a capo di uno stato poverissimo (se non di risorse naturali), privo di una struttura industriale capace di dare lavoro a milioni di povere persone. Ma in cambio scoprƬ una miniera: il nazionalismo e l’espansionismo (non tanto lontano dai disegni hitleriani, a ben vedere) che avrebbero dovuto consentirgli di riconquistare le terre perdute. Di fronte a un Occidente che pensò, in modo tradizionalistico e meccanico, di spostare il cordone di sicurezza verso la Russia, come ai vecchi tempi (ma non c n’era più bisogno), Putin potĆ© iniziare la sua ā€œgrande marciaā€, che iniziava da una regione ā€œdimenticataā€ come quella del mare di Azov, guarda caso vicino a Donetsk e Lugansk. La porta a sud veniva dunque chiusa fomentando il nazionalismo pro-russo, mentre la porta, ancora più importante e molto più grande, a ovest, era tenuta aperta dall’Ukraina, solleticata dall’idea di passare nella parte più ricca del pianeta.

Il controverso referendum indipendentista nelle regioni russofone dell’Ucraina orientale di Donetsk e Lugansk ĆØ stato un vero plebiscito (anche se dall’Occidente considerato finanziato dal Cremlino). Per quanto riguarda l’integritĆ  territoriale dell’Ucraina il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, come ĆØ stato richiesto dalla Duma a Putin (1), sarebbe un atto che rientra negli interessi di Mosca? Secondo lei perchĆ© Putin attende, cerca di frenare magari l’ala più interventista pronta a fare precipitare la situazione? Ricordiamo che quelle aree sono aree di guerra e la gente muore sul serio.

Penso che Putin stia semplicemente giocando con il topo. Sulla base di un progetto che proietta Putin alla presidenza fino al 2036 (secondo la sua più recente modifica costituzionale) con l’intenzione di ricostituire la consistenza territoriale dell’impero zarista, o meglio, di quello sovietico, Putin ha iniziato da alcuni anni a sbocconcellare i margini che contornano i vecchi confini: dapprima la Crimea, poi l’Ukraina. Non ci si sbaglierĆ  proprio a prevedere che la prossima mossa riguarderĆ  la Bielorussia (del resto ancora, o giĆ , o russificata)… La Russia ĆØ lo stato più esteso al mondo; alla fine dell’operazione-riconquista, un po’ come fu la progressiva conquista da parte degli Stati Uniti di territori sempre più vasti (Texas, California, eccetera) e lo sarĆ  ancora di più, ma verosimilmente non diventerĆ  per questo più ricca o più democratica. Al contrario, le difficoltĆ  per Putin aumenteranno perchĆ©, per loro fortuna, le nuove generazioni sono libere dall’indottrinamento del passato. La popolazione ĆØ piuttosto scarsa; l’industria e le industrie sono arretrate; la spesa militare ĆØ al di lĆ  di ogni ragionevole criterio strategico; il prodotto nazionale lordo ĆØ basso e quel che lo nutre sono comunque solo materie prime, petrolio e gas, che sono stati forniti dalla natura e non dall’ingegno locale.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche nel caso avesse informazioni certe su questo attacco imminente perchĆ© darne notizia pubblicamente cosƬ alla popolazione aumentando il panico e la confusione. Questa strategia ha una funzione di deterrenza?

Risponderei semplicemente che Biden ĆØ indeciso, incerto, e impreparato. Continua a seguire e inseguire le mosse di Putin, ma ĆØ chi fa il gioco che vince il braccio di ferro della dissuasione reciproca (posso informare che il primo libro, nel 1971 – 53 anni fa! – si intitolava proprio La politica della dissuasione). Ora il principio basilare, necessario ma non sufficiente, di una strategia di dissuasione ĆØ la credibilitĆ : non bastano grandi minacce, bisogna che l’avversario le creda realistiche, cosicchĆ© attraverso un altro marchingegno, l’escalation, il gioco continui con rilanci sempre pericolosi, fino al momento in cui entrambe le parti si accorgono che di quel passo si rischia davvero l’Armageddon.

A chi conviene in realtĆ  questa guerra, personalmente direi suicida? Se si arrivasse a uno scontro aperto tra USA e NATO e Russia, la Cina non starebbe a guardare e il rischio di un Armageddon atomico sarebbe reale.

La Cina di adesso starebbe certamente a guardare: non ha nulla da perdere se gli Usa vengono scornati o se la Russia deve arretrar anche di un solo passo. La Cina non ĆØ disinteressata o neutra, ma si sta consolidando – aggiungerei anche peggiorando. La sua leadership ĆØ sempre più autoritaria, illiberale e vorace, ma calma, lucida e riflessiva.

E poi infine le chiedo che prospettive ci sono per la risoluzione pacifica della crisi russo-ucraina? Può essere ancora risolta solo da accordi diplomatici che mettano tutti d’accordo su prezzo del gas e materie prime?

SƬ, può essere risolta cosƬ, ma l’Occidente – essendo stato battuto sul tempo (ecco il perchĆ© della mia premessa iniziale) – dovrĆ  pagare dei prezzi, in parte inevitabili, altri scontati, per quanto riguarda il ritocco dei confini territoriali russi. Alla peggio, le zone russificate dovranno essere abbandonate a se stesse. Gli Usa e l’Unione europea non andrebbero mai a combattere per Donetsk.

Torino, 23 febbraio 2022

Nota (1): Due giorni fa Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i decreti che riconoscono la sovranitĆ  delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

19 febbraio 2022

Benvenuta Diana Johnstone e grazie per averci concesso questa nuova intervista che verterĆ  essenzialmente sulla crisi ucraina alle porte dell’Europa. Grazie ai tuoi studi, ricordo che hai un diploma in Studi Russi, sei forse la persona più adatta per rispondere ad alcune domande.

1. L’adesione dell’Ucraina alla NATO sembra essere la vera causa del contendere, mentre la sua neutralitĆ  o meglio la finnlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. PerchĆ© l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

DJ Non dimentichiamo che l’Ucraina non ĆØ una nazione storica, con un’identitĆ  ben definita. Il termine Ucraina, che significa terra di confine, originariamente era applicato ai territori tra Russia e Polonia. L’Ucraina ĆØ uno stato totalmente indipendente solo dal 1991. I suoi confini sono stati generosamente stabiliti dall’Unione Sovietica, estendendosi dalle aree orientali che facevano parte della Russia alle aree occidentali che facevano parte della Polonia, della Lituania, dell’Impero asburgico e di quelle popolazioni identificate come Occidente cattolico. Questa divisione si ĆØ manifestata alle elezioni presidenziali, quando gli elettori dell’Est e dell’Ovest hanno scelto partiti opposti. La vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale ha ampliato l’Ucraina verso ovest, rafforzando l’estremitĆ  filo-occidentale e anti-russa del paese. Da questa espansione, una vasta diaspora antirussa e anticomunista emigrò negli Stati Uniti e in Canada, formando una lobby nazionalista ucraina politicamente iperattiva, la cui influenza fu accolta e incoraggiata da Washington. Certamente, un’Ucraina neutrale e federale, che accetti le differenze linguistiche e culturali tra Oriente e Occidente, potrebbe consentire all’Ucraina di evolversi in un ponte tra Oriente e Occidente. Tuttavia, i responsabili politici statunitensi e britannici preferiscono chiaramente utilizzare l’Ucraina come barriera piuttosto che come ponte, impedendo il pacifico riavvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Questa ĆØ la classica politica britannica del divide et impera. Come affermato apertamente dal funzionario neoconservatore del Dipartimento di Stato Victoria Nuland, che ha attivamente promosso il rovesciamento nel 2014 del presidente eletto, Viktor Yukonovych, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per rafforzare la “democrazia ucraina”, ovvero la vittoria dell’Occidente del paese sul suo Oriente. L’incertezza storica dell’identitĆ  ucraina contribuisce all’ostilitĆ  fanatica verso la Russia dei nazionalisti occidentalizzati. Entrare nella NATO sarebbe un’affermazione della loro identitĆ  occidentale e non vogliono rinunciarvi. Tuttavia, molti attuali membri della NATO non sono affatto favorevoli ad ammettere l’Ucraina per i problemi che comporterebbe.

Welcome Diana Johnstone and thank you for granting us this new interview which will essentially focus on the Ukraine crisis on the doorstep of Europe. Thanks to your background, I remember that you have a diploma in Russian Studies, you are perhaps the best person to answer some questions.

1. Ukraine becoming part of NATO seems to be the real cause of the dispute, while its neutrality or rather Finnlandization would be the most desired solution. Why doesn’t Ukraine openly embrace this solution?

D.J. Never forget that Ukraine is not an historic nation, with a well-defined identity. The term Ukraine, meaning borderland, originally applied to territories between Russia and Poland. Ukraine has been a totally independent state only since 1991. Its boundaries were generously set by the Soviet Union, stretching from Eastern areas which had been part of Russia to Western areas which had been part of Poland, Lithuania, the Habsburg Empire, and whose people identified with the Catholic West. This split showed up in Presidential elections, when voters in East and West chose opposing parties. The Soviet Union’s victory in World War II expanded Ukraine Westward, strengthening the pro-Western, anti-Russian end of the country. From this expansion, a very large, anti-Russian and anti-communist diaspora emigrated to the United States and Canada, forming a politically hyperactive Ukrainian nationalist lobby, whose influence was welcomed and encouraged in Washington. Certainly, a neutral, federal Ukraine, accepting linguistic and cultural differences between East and West, could allow Ukraine to evolve into a bridge between East and West. However, U.S. and British policy-makers clearly prefer to use Ukraine as a barrier rather than a bridge, preventing the peaceful rapprochement between Russia and Western Europe, Germany in particular. This is classic British divide and rule policy. As openly stated by neoconservative State Department official Victoria Nuland, who actively promoted the 2014 overthrow of the elected President, Viktor Yukonovych, the United States has invested billions of dollars to strengthen ā€œUkrainian democracyā€ – meaning the victory of the West of the country over its East.

The historic uncertainty of Ukrainian identity contributes to the fanatic hostility toward Russia of the Westernizing nationalists. Joining NATO would be an assertion of their Western identity and they don’t want to give it up. However, many current NATO members are not at all favorable to admitting Ukraine and the troubles it would bring.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e anche l’Italia: nei giorni scorsi si sono incontrati il ​​ministro degli Esteri italiano Di Maio e Lavrov e presto ci sarĆ  l’incontro Draghi-Putin. Insomma, ĆØ ancora tempo per la diplomazia?

DJ L’Europa meridionale non ha assolutamente alcun interesse a essere trascinata nel conflitto in Ucraina. Ma purtroppo Parigi e Roma diplomaticamente non collaborano. La Francia ha trattato molto male l’Italia riguardo alla Libia, e preferisce coordinarsi con la potente Germania, secondo il mito della ā€œcoppia franco-tedescaā€ nel cuore dell’Unione Europea. La Germania rimane saldamente attaccata alla sua potenza occupante, gli Stati Uniti. L’insistenza obbligatoria sull’ā€œunitĆ  europeaā€ nasconde semplicemente il fatto che le decisioni vengono prese da Washington.

2.Macron’s France has sought mediation, and Italy too: in recent days Italian Foreign Minister Di Maio and Lavrov have met and soon there will be a Draghi-Putin meeting. In short, is it still time for diplomacy?

D.J. Southern Europe has absolutely no interest in being dragged into conflict in Ukraine. But unfortunately, Paris and Rome do not work together diplomatically. France treated Italy very badly concerning Libya, and prefers to coordinate with powerful Germany, according to the myth of the ā€œFranco-German coupleā€ at the heart of the European Union. Germany remains firmly attached to its occupying power, the United States. Obligatory insistence on ā€œEuropean unityā€ simply covers the fact that decisions are made in Washington.

Secondo il Wall Street Journal, Mosca avrebbe portato all’ONU le prove del genocidio della “popolazione russofona del Donbass”: in breve, dal 2014 nel Donbass sono state commesse atrocitĆ , comprese fosse comuni e massacri di civili, tutto sotto gli occhi dell’Europa, che in realtĆ  non ha prestato molta attenzione a questi eventi. Come lo spieghi?

DJ Gli occhi dell’Europa sono puntati sulle atrocitĆ  che i mass media portano alla loro attenzione. Tali atrocitĆ  possono anche essere immaginarie, ad esempio in Cina sin da quando questa nazione ĆØ stata scelta come “nemica dell’Occidente”. Ma le atrocitĆ  commesse dai nostri amici non attirano l’attenzione dei media mainstream e rimangono sconosciute al grande pubblico.

3.According to the Wall Street Journal, Moscow allegedly brought to the UN the evidence of the genocide of the “Russian-speaking population of the Donbass”: In short, since 2014 atrocities in the Donbass have been committed, including mass graves and massacres of civilians, all under the eyes of Europe, which in reality has not paid much attention to these events. How do you explain it?

D.J. The eyes of Europe are on the atrocities which mass media bring to their attention. Such atrocities may even be imaginary, for instance in China since that nation has been selected as ā€œenemy of the Westā€. But atrocities committed by our friends do not attract the attention of mainstream media and remain unknown to the general public.

La Duma ha chiesto a Putin di riconoscere Donetsk e Luhansk, per ora Putin non l’ha ancora fatto. PerchĆ© pensi che Putin stia aspettando? Sta cercando di frenare l’ala più interventista pronta a far precipitare la situazione? Ricordiamoci che quelle aree sono zone di guerra e le persone stanno morendo veramente.

DJ Pur essendo ritratto dai media occidentali come un mostro con le zanne che complotta per divorare i suoi vicini, Putin ĆØ sempre stato un leader prudente e pacifico che spera in buone relazioni con l’Occidente. Quindi evita ogni inutile provocazione. Sponsorizzare il ritorno democratico della Crimea in Russia ĆØ stato un caso eccezionale: una necessitĆ  vitale per salvaguardare la base navale russa a Sebastopoli dall’eventuale acquisizione del controllo degli Stati Uniti a seguito del colpo di stato sponsorizzato da Washington nel 2014. Ma fondamentalmente, Putin sostiene gli Accordi di Minsk, mantenendo il Donbass all’interno dell’Ucraina come elemento di equilibrio. La rimozione del Donbass rischierebbe di unificare l’Ucraina come un pericoloso vicino ostile per molto tempo a venire.

4.The Duma asks Putin to recognize Donetsk and Luhansk, for now Putin has not yet done so. Why do you think Putin is waiting? Is he trying to curb the more interventionist wing ready to precipitate the situation? Let’s remember that those areas are war zones and people are seriously dying.

D.J. While being portrayed by Western media as a monster with fangs plotting to gobble up his neighbors, Putin has always been a prudent and peaceful leader hoping for good relations with the West. So he avoids any unnecessary provocation. Sponsoring Crimea’s democratic return to Russia was exceptiontal: an existential necessity to safeguard the Russia’s naval base in Sebastopol from eventual U.S. takeover following the 2014 Washington-sponsored coup. But basically, Putin supports the Minsk Accords, keeping Donbass within Ukraine as a balancing element. Removing Donbass would risk unifying Ukraine as a dangerous hostile neighbor for a long time to come.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche se avesse avuto qualche informazione certa su questo imminente attacco, perchĆ© divulgare tali notizie alla popolazione, generando panico e confusione? Questa strategia ha una funzione deterrente?

DJ Quegli annunci sono accuse, senza prove. Qualunque cosa accada, servono a creare l’impressione che la Russia sia almeno un potenziale aggressore. Se non succede nulla, Biden può affermare di aver scoraggiato l’aggressione. Se le ostilitĆ  sono iniziate dalla parte nazionalista di Kiev, gli Stati Uniti faranno riferimento a “false flags” e proclameranno che avevano ragione, la Russia ha invaso. Non c’ĆØ motivo di credere che l’amministrazione Biden voglia scoraggiare una guerra in Ucraina. Al contrario, una simile guerra riuscirebbe (loro lo sperano) a isolare la Russia dall’Europa occidentale e a perpetuare il dominio degli Stati Uniti.

6.American president Joe Biden goes on to say that Putin is about to attack and invade Ukraine. But even if he had some information about this imminent attack, why divulge such news to the population, generating panic and confusion? Does this strategy have a deterrent function?

D.J. Those announcements are accusations, without evidence. Whatever happens, they serve to create the impression that Russia is at least a potential aggressor. If nothing happens, Biden can claim to have deterred the aggression. If hostilities are begun by the Kiev nationalist side, the U.S. will refer to ā€œfalse flagsā€ and proclaim that they were right, Russia has invaded. There is no reason to believe that the Biden administration wants to deter a war in Ukraine. On the contrary, such a war would succeed (they hope) in isolating Russia from Western Europe and perpetuating U.S. domination.

Papa Francesco si ĆØ espresso ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali dicendo: “Il mondo ĆØ campione nel fare la guerra e questo ĆØ una vergogna per tutti”. Il suo appello sarĆ  tenuto in conto?

DJ Parlare di ā€œvergogna per tuttiā€ suona un po’ come il peccato originale, che non indica la responsabilitĆ  individuale. Suppongo che sia nel ruolo del Papa. Ma “vergogna per tutti” permette a ciascuna parte di incolpare l’altra, cosa che sta giĆ  accadendo.

7.Pope Francis expressed himself when receiving in audience the participants in the plenary session of the Congregation for the Oriental Churches saying: “The world is a champion in making war and this is a shame for everyone”. Will his appeal be taken into account?

D.J. Speaking of ā€œshame for everyoneā€ sounds a bit like original sin, which does not point out individual responsibility. I suppose that is in the role of the Pope. But ā€œshame for everyoneā€ allows each side to blame the other, which is what is already happening.

Come ultima domanda, ti chiedo che ruolo gioca la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non ĆØ un pericolo troppo grande da ignorare?

DJ Non riesco a immaginare che la Cina intervenga in Ucraina. Ma la Cina fornisce supporto politico ed economico. Gli Stati Uniti vogliono ā€œisolareā€ la Russia, ma con la Cina al proprio fianco non ĆØ sola. Naturalmente, se si pensa a questa ostilitĆ  occidentale in nome dei ā€œnostri valoriā€ contro tutti coloro che abbiamo scelto di chiamare ā€œautoritariā€, il pericolo di un’eventuale guerra nucleare dovrebbe essere preso sul serio. Ma non basta dire, vergogna per tutti. Noi in Occidente dobbiamo agire per fermare coloro che ci stanno portando in un conflitto perpetuo con il pretesto della nostra presunta superioritĆ  morale come ā€œdemocrazieā€.

8.As a last question, I ask you what role is China playing in this crisis? Are they looking to intervene, perhaps, on the side of Russia? Isn’t that too great a danger to overlook?

D.J. I cannot imagine China intervening in Ukraine. But Chine does provide political and economic support. The U.S. wants to ā€œisolateā€ Russia, but with China at one’s side, one is not all alone. Of course, if you are thinking of this Western hostility in the name of ā€œour valuesā€ against all those we chose to call ā€œauthoritarianā€, the danger of an eventual nuclear war should be taken seriously. But it’s not enough to say, shame for everybody. We in the West must act to stop those who are leading us into perpetual conflict on the pretext of our alleged moral superiority as ā€œdemocraciesā€.

Diana Johnstone, 19 February 2022

Diana Johnstone ĆØ stata addetta stampa del Gruppo Verde al Parlamento Europeo dal 1989 al 1996. Nel suo ultimo libro, Circle in the Darkness: Memoirs of a World Watcher (Clarity Press, 2020), racconta episodi chiave della trasformazione del Partito dei Verdi in Germania da partito di pace a partito di guerra. I suoi altri libri includono Fools’ Crusade: Jugoslavia, NATO and Western Delusions (Pluto/Monthly Review) e, scritto a quattro mani con suo padre, Paul H. Johnstone, From MAD to Madness: Inside Pentagon Nuclear War Planning (Clarity Press).