Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’intervista con Daniele Cellamare autore di “Delitto a Dogali” a cura di Giulietta Iannone

21 dicembre 2023

Grazie Prof Cellamare di aver accettato la mia intervista per il blog Liberi di scrivere.
E’ l’autore di diversi romanzi con sfondo storico, di cui l’ultimo si intitola Delitto a Dogali ambientato nell’Eritrea di fine Ottocento. Ce ne vuole parlare?

Sono sempre stato affascinato dalle pagine di Storia poco conosciute e la prima Epopea coloniale italiana rientra tra queste. In effetti, siamo portati ad associare il nostro colonialismo alla figura di Mussolini, ma la nostra avventura in Africa era iniziata molto prima.

Che libri o film l’ hanno ispirata?

Solo i saggi storici sul nostro colonialismo. Purtroppo, anche qui una bibliografia molto ridotta rispetto ai periodi coloniali successivi.

Come si è documentato, ha avuto modo di studiare archivi storici, diari, documenti d’epoca?

Si, le mie fonti sono proprio queste. Sono le sole che utilizzo in tutti i miei romanzi storici.

L’Italia della fine del 1800 è molto diversa da quella di oggi o hai avuto modo di trovare delle similitudini e dei parallelismi?

Similitudini non direi, ma ritornano sicuramente le grandi passioni che hanno animato tutte le esperienze storiche, dall’ambizione politica alla sete di conquista. Comunque, oggi è completamente cambiato il rapporto tra la politica e lo strumento militare.

Come ha sviluppato il personaggio di Antonio Garofalo?

Una figura a me cara, a partire dal nome. Ho cercato di tratteggiare un capitano onesto e volenteroso, anche se privo di acume investigativo e capacità di indagine.

Ci parli di più del capitano Garofalo, a chi si è ispirato nel crearlo?

Non ho avuto un modello da cui ricavare il personaggio, ho cercato solo di calare in quel periodo storico un uomo di scarso talento investigativo ma di buon cuore. Anche il suo innamoramento per la bella Adele non è ben delineato, proprio a causa della sua naturale ritrosia.

Il colonialismo italiano e la sua espansione in Africa dalla fine dell’Ottocento agli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensa sia dovuto?


In genere non è mai facile parlare di cocenti sconfitte militari, specialmente se sono state ispirate da ambizioni politiche poco percepite dall’opinione pubblica nazionale, più attenta ai problemi legati alle istanze di miglioramento economico e sociale.


Il periodo storico in cui ha ambientato i tuoi romanzi è piuttosto controverso, per alcuni l’epoca coloniale è come una macchia nera sul passato del nostro paese. Perché ha scelto di ambientarci le tue storie?

Se vogliamo, mi ha rapito l’idea di confrontarmi proprio con un periodo difficile, un periodo dove non siamo mai riusciti a fare i conti e che ancora conserva un dibattito acceso.

Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane alla fine dell’Ottocento?

Un volto decisamente complesso. Per la prima volta questi personaggi hanno dovuto confrontarsi con una realtà ben diversa, tra esperienze nuove, fascino dell’esotico, pericoli militari, terreni sconosciuti e false idee di grandezza. Presumo che alla fine sia stata una sconfitta anche psicologica e morale.

E le donne? C’erano donne avventurose nelle colonie?

No, nel periodo che ho trattato non erano presenti. Solo nel periodo successivo abbiamo avuto qualche figura interessante.

Ha pensato di scrivere un giallo contemporaneo o il presente non l’appassiona così tanto come il passato?

Non sono interessato agli aspetti contemporanei, le mie indagini sono sempre orientate verso le vicende storiche, in particolare nella seconda metà dell’Ottocento.

Ha avuto modo di presentare all’estero i suoi romanzi? In che paesi preferirebbe che venissero tradotti e distribuiti?

“La Carica di Balaklava” è stato tradotto in spagnolo e presentato a Madrid. Sempre in spagnolo verrà tradotto il prossimo anno anche “Gli Ussari Alati”. Guardo con interesse al mercato anglosassone, per me fonte di ispirazione nella stesura dei romanzi storici.

Non è solo l’autore di Delitto a Dogali ha scritto anche altro, ce ne vuole parlare?

Come accennavo, i miei romanzi sono sempre ambientati in periodi storici poco conosciuti. Gli Ussari Alati raccontata dell’assedio di Vienna del 1683, relegato nei libri di storia solo a poche righe. La Carica di Balaklava riguarda la Guerra di Crimea, la prima che si è svolta davanti a giornalisti e fotografi. Poi ho scritto due romanzi sulle guerre dell’oppio, impropriamente attribuite ai cinesi, anche se è stata la Gran Bretagna a scatenarle per diffondere l’oppio nella popolazione cinese, un mercato estremamente proficuo: Il Drago di Sua Maestà (la prima guerra) e Gli Artigli della Corona (la seconda). Il mio editore, Les Flaneurs Edizioni, ha programmato a breve l’uscita di un mio romanzo sui Templari e un altro ambientato in Giappone.

Delitto a Dogali avrà un seguito?

Non credo, anche se alcuni lettori hanno espresso il desiderio di rivedere il capitano Antonio Garofalo alle prese con un altro misterioso delitto. Sono già al lavoro sul mio prossimo romanzo che sarà ambientato in Siberia.

Grazie della disponibilità e del tempo che ci ha dedicato. A rileggerla presto.

Sono io a ringraziarvi per questa interessante e gradevole opportunità.

Rosalia Messina ci racconta il suo “Nulla d’importante tranne i sogni” (Arkadia Editore 2023) A cura di Viviana Filippini

18 novembre 2023

“Nulla d’importante tranne i sogni” (Arkadia Editore 2023) è il nuovo romanzo di Rosalia Messina, un libro dove l’autrice ci porta alla scoperta del mondo delle due protagoniste Rosamaria e Annapaola, in un vero e proprio viaggio nel loro mondo quotidiano e in quei sentimenti che le avvicinano e le allontano nel cammino della vita. Ne abbiamo parlato con l’autrice Rosalia Massina

Come è nata la trama di “Nulla d’importante tranne i sogni”? La trama di “Nulla d’importante tranne i sogni”si è formata per approssimazioni successive. Il primo abbozzo era un romanzo epistolare sui generis, unidirezionale, cioè senza scambio di missive: è Rosamaria a scrivere lettere al resto del mondo, alla sorella, alla nipote e ad altri. In quella prima fase, i personaggi non erano ancora tutti presenti. È stato proprio grazie all’affacciarsi alla mia mente di altri personaggi che si sono sviluppati, attorno al nucleo iniziale, altri strati di narrazione. La trama non si riduce al conflitto fra due sorelle che non sono mai riuscite ad avere una comunicazione profonda. C’è anche la storia di Anita, che all’inizio era più schematica e si è via via arricchita sia in termini di spazio narrativo (di pagine in cui è lei il personaggio che campeggia), sia in termini di articolazione delle sue vicende e di intreccio con le vicende degli altri personaggi. Ci sono Fosco e Marika, con il loro peculiare modo di essere coppia; c’è Giorgio, con la sua dolorosissima vicenda personale. C’è la Sicilia e c’è la sicilitudine, quel peculiare modo di vivere i sentimenti, di abitare la città, di considerare il mare non solo un elemento del paesaggio ma una culla alla quale ciascuno sente di appartenere.

Tra le due sorelle c’è un legame, ma in realtà prevale il conflitto, perché accade questo?  Il legame non esclude il conflitto. L’affetto non garantisce una comunicazione autentica, anzi, spesso si ritiene di proteggere la relazione con i silenzi. Ma ciò che si tace esiste e resta a marcire da qualche parte, finché il malessere esplode. È quello che succede a Rosamaria e ad Annapaola.

Perché Ro agisce sempre come per farsi perdonare dalla sorella? Lascerei a coloro che leggeranno il libro la scoperta delle dinamiche del complesso rapporto fra le due sorelle, innanzitutto per non rivelare troppo della trama e in secondo luogo perché, se è vero che il conflitto familiare è uno dei temi importanti del romanzo, è anche vero che non è l’unico. Mi limiterei perciò a dire che da un lato c’è il senso di colpa di Rosamaria per essere distante e concentrata sulla sua attività di scrittrice, oltre che per essere una persona fortunata; dall’altro c’è l’invidia di Annapaola per tutto ciò che la sorella più dotata ha realizzato. Si tratta di un meccanismo che ho visto in funzione molte volte e in molti ambienti diversi, non solo in ambito familiare: a scuola, nel lavoro. Guai a non essere nello standard. E quanti guasti produce l’invidia.

Come è stato creare le due protagoniste Rosamaria e Annapaola con i loro caratteri, le sfaccettature, spigolosità umane e del cuore? Le caratteristiche psicologiche delle due protagoniste mi erano chiare fin dall’inizio, come pure quelle di Anita, amica e collaboratrice preziosa e fedele di Rosamaria, mentre tutti gli altri personaggi sono emersi a poco a poco dalla nebbia. Sono tre personaggi forti anche se lo sono in modi molto diversi. Ro è determinata nel raggiungimento dei suoi scopi, ha un suo senso di giustizia e, una volta intrapresa una via, non ha cedimenti. Annapaola ha la stessa determinazione della sorella ma la utilizza in modo diverso, in altre direzioni, sprecando molta energia nell’invidiare chi ha più di lei (non soltanto Rosamaria) e in altri conflitti sterili (come quello con la nuora, Marika); Anita ha la forza delle persone equilibrate, razionali ed è piena di dubbi sul proprio valore.

Il nipote Fosco e la segretaria Anita cosa rappresentano per Rosamaria? Fosco, nipote di Ro, assorbe molta della tenerezza di cui questa donna d’acciaio è capace. Non è l’unico, ma anche in questo caso preferisco non fare troppe rivelazioni e lasciare a chi leggerà il romanzo la scoperta dei legami che fanno capo a Rosamaria.  Anita è l’amica che resta vicina a Rosamaria nei momenti più difficili della sua esistenza; è la confidente, la depositaria dei suoi segreti; è la persona che per prima legge le opere in stesura. Ed è anche la destinataria di alcuni messaggi importanti che, pur non essendo veicolati da vere e proprie lettere, completano il ciclo delle missive di Rosamaria al resto del mondo. Oltre a chiudere il cerchio del suo rapporto con Anita, questi messaggi nella bottiglia rivelano alcuni aspetti di Rosamaria che ne definiscono il ritratto.

Qual è il personaggio della storia a cui è più affezionata e perché? Non è facile per me individuare un personaggio preferito di “Nulla d’importante tranne i sogni” . Sono affezionata a tutti per ragioni diverse. Sono tutti umani nelle loro differenti imperfezioni, nelle loro grandezze e nelle loro miserie. Mi è molto cara Giada, per esempio, la figlia minore di Annapaola, con la sua capacità spiazzante di dire verità scomode, di inchiodare tutti alle loro responsabilità, senza riguardi neppure per se stessa. Mi è molto cara Marika, la moglie di Fosco: introversa, fragile, ha dentro una forza che al momento giusto sa tirare fuori intervenendo in modo risolutivo nelle situazioni spinose.   

Quello invece che le ha creato maggiori difficoltà durante la scrittura?  Sto cercando di passare in rassegna tutti i personaggi del romanzo ma non ricordo particolari difficoltà di costruzione. Semmai, l’impegno maggiore è stato quello di trovare un equilibrio tra i ruoli di tutti, un giusto spazio per ognuno di loro. A tutti ho cercato di rendere giustizia evitando la divisione manichea tra buoni e cattivi, forti e deboli, generosi e avidi.

Nel romanzo il paesaggio siciliano può essere visto più come personaggio integrante della narrazione che come semplice sfondo scenografico? Sì, la Sicilia è qualcosa di più che un fondale, un’ambientazione o un paesaggio. La storia, per come l’ho immaginata e costruita, poteva svolgersi soltanto sull’isola. Non è soltanto questione di colori, profumi e sapori. È che certi dialoghi, le stesse lettere acuminate di Rosamaria, certi riti sociali possono essere credibili soltanto in Sicilia. Ho immaginato le scene in angoli precisi della città di Catania e della campagna acese. Nella mia mente quelle scene avevano la luce, la temperatura, i suoni di scene realmente accadute. Non nel senso che si tratta di fatti reali bensì nel senso che le ho scritte tenendo presenti visioni che avevano la consistenza dei ricordi o dei sogni, pur senza esserlo.

Per Rosamaria Mortillaro, detta Ro, la scrittura è importante. Per lei cosa rappresenta lo scrivere? Per me scrivere è una passione ma non ne ho fatto un mestiere, ho lavorato in tutt’altro settore e sono abbastanza soddisfatta della mia carriera di esordiente di lungo corso. Non è facile pubblicare per chi inizia a scrivere in età matura, soprattutto in un periodo storico come questo, in cui si producono moltissime opere letterarie ma, a quanto sembra, i lettori sono sempre in diminuzione. Il discorso sarebbe molto più complesso e mi rendo conto di avere semplificato molto. Certo, mi sarebbe piaciuto arrivare a pubblicare in gioventù ed essere una scrittrice professionista, cioè una che vive della sua scrittura. Per questa vita è andata com’è andata e preferisco concentrarmi su ciò che ho realizzato anziché sui rimpianti di ciò che non è stato.

Se dovessero fare un film, chi vedrebbe come attrici nei panni di Rosamaria e in quelli di Annapaola? Rosamaria la immagino con l’aspetto fisico di Laura Morante e la personalità di Monica Guerritore; per Annapaola vedrei Michela Cescon.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2023

Bentornata Patrizia, sono felice di ritrovarti per questa breve intervista. Sei l’autrice di un bel romanzo storico “Il segreto del calice fiammingo”(Ali Ribelli Edizioni) che ci racconta le congiure e gli intrighi nell’Europa del XV secolo e che penso ti abbia dato grandi soddisfazioni. Che bilancio hai tratto in questi mesi? Che accoglienza ha avuto tra i tuoi lettori italiani?

Intanto grazie per questa intervista. Il segreto del Calice fiammingo, in cui per la prima volta ho fatto un passo indietro dal mio abituale palcoscenico il Cinquecento e sono passata al Quattrocento, è un libro al quale tenevo molto e che mi ha dato moltissime soddisfazioni dal punto di vista della critica. Dai lettori è stato accolto bene, magari forse non quanto speravo, ma già scrivendolo sapevo di addentrarmi in un argomento non facile, né di larga diffusione. Jan van Eyck è un mito in Europa, molto meno in Italia. E parte del romanzo ha l’Europa come palcoscenico. Ciò nonostante il romanzo ha saputo trovare il suo pubblico sia tra lettori interessati a storia e storia dell’arte che tra i forti lettori di thriller, spy story e romanzi di avventura, anche questi argomenti ben presenti nella trama . E comunque ci sono tante diverse storie tra loro intrecciate in grado di incuriosire tutti coloro che amano leggere di complotti, inseguimenti, guerre, battaglie navali famose come quella di Gaeta, contrasti , intrighi e passioni. C’ è la Francia con per sfondo la guerra dei Cent’anni, nella penisola iberica troviamo gli scontri, le invidie e le gelosie in famiglia tra regnanti di Portogallo, Castiglia e Aragona. Nella penisola italica, un susseguirsi di signorie con il Ducato di Savoia , Milano e la Lombardia governate da Filippo Maria Visconti, Venezia, il papato che si vorrebbe ago della bilancia, l’ancora piccola e frammentata Toscana e il regno di Napoli dopo la morte della regina Giovanna in balia di una combattuta successione. E incontriamo personaggi buoni, meno buoni, cattivi e cattivissimi. Ma stavolta mi è piaciuto affidare i ruoli dei più cattivi a personaggi femminili. Uno in particolare a una bellissima portoghese, una giovane donna dagli occhi color fiordaliso che rappresenta quasi l’incarnazione del male.

Avrà un seguito?

No. Ho amato tutti i miei personaggi ma la parola fine stavolta ha avuto un significato compiuto. Il segreto del calice fiammingo fin dall’inizio non è stato concepito per avere un seguito, ragion per cui…

Il tuo personaggio principale Jan van Eyck, il massimo artefice del “Polittico dell’Agnello Mistico”, è uno dei pittori più significativi della sua epoca. In che misura ha inciso il suo genio nella stesura del tuo libro? Ne ha lasciato tracce? Perchè hai scelto lui come personaggio principale?

Scrivere di Jan van Eyck mi ha permesso di mettere su carta quanto io ami questo artista e la sua pittura straordinariamente illuminata. Jan van Eyck è colui che ha saputo regalare, con la sua eccezionale bravura, un nuovo volto alla pittura di fine del medioevo/albori del rinascimento , adottando l’utilizzo della tecnica a olio (già conosciuta nell’antichità). Tecnica in grado di regalare ai dipinti nuova e maggiore luminosità e la possibilità di creare finissime velature trasparenti usando i colori che, restando freschi, permettono di arrivare a effetti di luce e di profondità difficilmente raggiungibili con le altre tecniche. Pittura che consente anche di accrescere la gamma cromatica, e ammorbidendo le sfumature, di ottenere finissime e trasparenti velature. Ma sbaglia Vasari sia quando gliene attribuisce l’invenzione che quando scrive che Antonello da Messina andò a Brugge a imparare da lui la sua arte. Antonello infatti non poteva materialmente farlo perché era solo un bambino quando Jan van Eyck morì ancora molto giovane. E invece sappiamo di un altro van Eyck: Barthelemy, sicuramente parente di Jan, andato nel 1443 a Napoli, a lavorare a corte prima presso Renato d’Angiò poi presso Alfonso V d’Aragona e I di Napoli, che fu il maestro di Niccolò Antonio, detto Colantonio. Spetta dunque a Barthèlemy van Eyck la palma di avere portato per primo a Napoli i segreti della pittura a olio. E risulta che Antonello da Messina sia stato un allievo della bottega di Colantonio.
Una storia che mi aveva talmente intrigato da volerla far diventare addirittura il principale filo conduttore della mia trama già prima di cominciare a scrivere.
E infatti in Il segreto del calice fiammingo, i due Eyck: Jan e Barthèlemy accompagnando e proteggendo il Sacro Calice si scambieranno per vent’anni il testimone, scandendo dalle Fiandre, fino a raggiungere Napoli.

C’è qualche segreto esoterico che hai nascosto nelle pagine del tuo romanzo?

Più di uno. Indubbiamente intanto la leggendaria esistenza del Santo Graal o Sacro Calice di Valencia, uno dei più grossi misteri al mondo, la coppa superiore e il piatto inferiore in pietra dura e la parte centrale in metallo e pietre preziose. La coppa superiore è una coppa ebraica in agata risalente a circa un secolo prima di Cristo mentre l’inferiore, impiegata invece come base, è un manufatto arabo – egizio, datato uno o due secoli dopo Cristo. Potrebbe trattarsi dunque del vero calice usato secondo i Vangeli da Gesù durante l’ultima cena? Certo è che ben due pontefici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l’hanno utilizzato per celebrare l’eucarestia durante le loro visite a Valencia. La stesso calice che pare quasi aver ispirato la mano di Jan van Eyck nel dipingere il suo Agnello mistico nello splendido polittico di Gand. E indubbiamente sempre al Graal o Sacro Calice è associata la misteriosa profezia che dopo aver intrapreso un lungo viaggio dalle Fiandre fino alla penisola, collegherà le casate dei due regnanti quattrocenteschi di Borgogna e di Aragona.

Tu sei la Regina del romanzo storico italiano, ormai hai pubblicato davvero tanti romanzi tutti tra l’altro molto amati e hai sondato tutte le varie tecniche di scrittura. Quale è il segreto per tenere avvinto il lettore pagina dopo pagina?

Regina? Magari! Il segreto? Non credo esistano veri segreti. Quello che conta è riuscire a tessere una bella storia con un bella ambientazione ma e soprattutto concentrata sui personaggi e sullo svolgimento della trama senza perdersi per strada in inutili fronzoli. Ovverosia per quanto possibile sapere tutto dell’epoca, dei costumi e delle relative ambientazioni. Dopo però bisogna conservare il materiale raccolto da parte e quando serve utilizzarlo per arricchire i contenuti ed evitare errori, tenendo tuttavia sempre presente che devono rappresentare solo la scenografia della narrazione.

Hai vinto premi per questo libro, in Italia e all’estero? Sei in finale di altri?

A parte un secondo posto in una simpatica gara web di Liberi di scrivere non ho vinto premi e mi spiace. E non sono in finale. Forse il romanzo storico ha meno chances? Io comunque in Italia tuttavia, non essendo una cittadina italiana , ho un handicap in più perché non posso partecipare a molti premi. E all’estero il mio libro finora non è stato ancora tradotto ufficialmente.

Sei sempre in tour tra Festival, librerie, presentazioni e biblioteche. Dove trovi tutta questa energia? Te la dà il pubblico dei tuoi incontri?

Adrenalina penso e sicuramente per chi scrive avere davanti a sé un pubblico interessato regala moltissimo, un vero surplus di energia e spinge a dare il meglio. Amo poi parlare di storia e credo di saper trasmettere agli altri questa mia passione.

Stai raccogliendo materiale per un nuovo romanzo storico? Di che periodo storico tratterà?

Molto materiale cinquecentesco ma che per ora resta fermo. In questo momento invece sto inquadrando un romanzo, non un giallo o thriller storico stavolta, ma solo un romanzo storico ambientato a metà dell’800

Grazie del tempo che mi hai dedicato, alla prossima.

Ma grazie a Liberi di scrivere e a presto, spero.

:: Emiliano Tognetti racconta “Behind the Nobel”, dove alcuni premiati si raccontano (Graphe.it 2023) a cura di Viviana Filippini

23 Maggio 2023

Chi sono davvero i premiati con il Nobel? Che vita facevano prima dell’importante riconoscimento? E dopo? “Behind the Nobel” di Emiliano Tognetti, edito da Graphe.it, raccoglie le interviste ad alcuni premi Nobel (Roald Hohfmann, Frederik de Klerk, Richard John Roberts, Peter Charles Doherty, Paul Maxime Nurse, Dennis Mukwege, Didier Patrick Queloz) che hanno raccontato la loro vita prima del premio, le emozioni al momento della chiamata per Stoccolma e quello che è accaduto dopo. Un libro curioso, interessante, dove si scoprono i Nobel e le loro vite non solo per meriti in ambito medico, fisico, matematico, letterario o per la pace. Da queste pagine emerge l’aspetto professionale dei premiati, ma soprattutto quello umano con tutte le emozioni che li caratterizzano.  A raccontarci del libro l’autore Emiliano Tognetti.

In che modo ha contattato i vari premiati? Non è stato facile, ma durante la pandemia ho avuto del tempo per cercare su internet, sul sito della Fondazione Nobel e su Wikipedia, i loro riferimenti e piano piano, contattando le segreterie delle fondazioni, delle università, degli uffici stampa, ho inviato molte richieste di intervista presentando il progetto e quei sette, o meglio gli altri sei, visto che uno mi aveva già dato la disponibilità per un’intervista per il mio magazine “7gifts.org” (www.sevegifts.org), sono coloro che hanno accolto positivamente la mia richiesta e si sono resi disponibili a rispondere alle mie domande.

Come è stato intervistare i premi Nobel? È stato emozionante e costruttivo, perché l’intervista è stata preparata leggendo la loro biografia e i loro studi, e quindi poi è stato affascinante sentir raccontare dalla loro voce le scoperte, il ricordo, l’esperienza di quanto hanno vissuto. Ognuno ovviamente in maniera diversa e personale, ma non per questo, meno importante o sentita.

Tra i sette che hanno accettato l’intervista ci sono delle storie che l’hanno colpita in modo particolare e perché? Premesso che tutte ed ognuna sono uniche, quella che mi ha emotivamente impattato di più, anche per il tema estremamente delicato è quella del dottor Mukwege, che si è trovato, da ginecologo a lottare contro la violenza sulle donne. Poi non posso negare che mi ha divertito molto Rich Richards, che è stato molto gentile e molto divertente ascoltare e poi trascrivere e lui è un esempio chiaro di come impegnare il loro prestigio internazionale per fare del bene verso la società civile e le persone “meno fortunate” sotto tanti punti di vista.

Tra le domande che tornano spesso c’è quella in cui chiede ai premiati dove e cosa stessero facendo quando hanno ricevuto la notizia e come è cambiata la loro vita dopo il premio. Cosa è emerso da esse? È emerso che la notizia arriva in un momento in cui non ti aspetti. Non è un concorso in cui, bene o male, hai un range di tempo nel quale conosci l’esito, ma può arrivare la chiamata da Stoccolma mentre dormi, mentre sei in una riunione o mentre ripari una biciletta. Ogni persona ha avuto il suo brivido, quando meno se lo aspettava e questo forse è l’aspetto più intrigante delle singole storie.

Quanto è importante far conoscere i Nobel come persone e non solo come coloro che hanno ricevuto l’importante riconoscimento? Direi che è fondamentale! Nel senso che sono persone come noi; ognuno di noi è un potenziale “Nobel”, il premio non conferisce loro uno status di “semi-divinità”, se mi è permesso esagerare il temine di paragone. Sono persone straordinarie, nel senso di “fuori dall’ordinario” perché, molti di loro, hanno saputo “guardare oltre” se stessi ed il proprio recinto personale, parlo nel caso dei premi per la pace, oppure perché nel loro lavoro hanno messo impegno e passione e si sono ritrovati, assieme ad altre persone dei team di lavoro, a fare scoperte importanti che si sono rivelate passi avanti nella scienza. Quello che è emerso è che il premio Nobel, ti da una cassa di risonanza mondiale e al tuo pensiero viene dato un peso che prima non aveva. Sta a loro, ad un ognuno di loro usare questo “potere” con responsabilità; come diceva un famoso fumetto “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità” e come diceva un famoso romanzo è importante “cosa fare con il tempo concesso”; in queste due frasi, c’è il senso di utilizzare bene la potenzialità del titolo di “Nobel”.

Cosa le ha lasciato questa esperienza e il narrare le vite di questi sette Nobel prima e dopo il premio? Mi ha lasciato un’esperienza grande interiormente e l’aver appreso che anche nel tuo piccolo puoi fare molto ed essere un “premio Nobel per la vita”, cominciando dalla tua vita e da quella delle persone che hai vicino, perché se non sai prenderti cura di te stesso e di chi hai accanto, come puoi pensare di risolvere i problemi del mondo che spesso nascono dalle singole azioni di ognuno di noi? Questa è la grande lezione che ho imparato, o ricordato da loro.

Solo una donna ha risposto all’appello, riesce a trovare una spiegazione? Si chiama libertà. Io ho contattato tutti i premi Nobel, maschi e femmine che sono riuscito a trovare ed ognuno ha risposto come ha voluto. Tanti hanno detto “no grazie”, alcuni “si” ed è loro libertà, rifiutare l’intervista per tantissimi motivi, che poi restano nascosti fra le righe della risposta. Per quanto mi è stato possibile, ho ricontattato soprattutto le donne, ma questo è. Ho lavorato in uno spirito di “parità di genere” nelle richieste e rispettato la parità e la libertà di genere, nelle risposte.

Sarebbe però fattibile un seguito con solo premi Nobel al femminile? Io lo auspico. L’ho scritto anche nel libro che se qualcuno avesse qualche contatto o canale e potesse darmi una mano, sarebbe una cosa gradita ed auspicabile, poter fare un secondo volume con voci femminili o miste, maschi e femmine. Per ora direi che la cosa bella è far vedere la qualità del libro, se piacerà ai lettori, che è sempre la cosa più importante e magari con questo “attestato di merito per il lavoro svolto”, potremmo avere un volume con più voci femminili. A questo proposito, vorrei sottolineare che ho voluto una prefazione “al femminile” e di qualità, cosa che ho trovato in Ana Blandiana, proprio come forma di “riscatto” per non avere un libro con solo voci maschili, che sarebbe stato lo stesso un buon lavoro, ma credo che così possa rendere onore anche al mondo femminile, che è la prima voce che il lettore incontra quando inizia l’avventura del saggio.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’uffcio a 1AComunicazione.

Fiori Picco ci racconta la storia delle ultime donne di Bhaktu

13 aprile 2023

La scrittrice e sinologa bresciana Fiori Picco è in libreria con “Il Circolo delle Donne Farfalla- Mugao e Bhaktu” (Fiori d’Asia editrice) una storia di donne ambientata nella Cina meridionale, Yunnan Nord-occidentale, Gorgia del Nujiang, tra Tibet e Birmania nel 2016, anche se non mancano salti temporali indietro nel tempo fino al 1700 e agli inizi del Novecento. In una terra inospitale e selvaggia prende forma la storia di quattro donne anziane con i visi tatuati che vivono sole e ai margini. Loro sono le ultime testimoni di Bhaktu, un rituale barbaro che per secoli sfigurò molte adolescenti trasformando per sempre le loro vite. A salvaguardare queste donne arriverà una giovane assistente sociale. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea del romanzo? Sei anni fa la mia amica cinese Mila, protagonista e voce narrante del romanzo, mi contattò dopo un’esperienza di volontariato presso il popolo Dulong. Mi raccontò la storia delle quattro Donne Farfalla e l’atmosfera della Gorgia. Ne rimasi affascinata e sentii il desiderio di riportare in un libro le vicende degli indigeni. Nel 2004 mi ero già avvicinata al Nujiang, ma non ero riuscita ad arrivare al villaggio perché solo nel 2016 fu aperto il tunnel di collegamento con la parte orientale dello Yunnan. L’esperienza di Mila mi diede l’input per iniziare a scrivere un nuovo romanzo sulla “Tribù del Sole”, sul suo stile di vita attuale e passato e su fatti storici poco noti all’Occidente.  

Perché la scelta di concentrarsi sul popolo Dulong? In vent’anni i protagonisti dei miei libri sono stati gli Yao, gli Wa, gli Yi, i Miao e molte altre etnie cinesi. Avendo una ricca esperienza di docente e di ricercatrice di antropologia, ed essendo venuta a contatto per otto anni con le minoranze etniche dello Yunnan, nei miei libri ho sempre scritto di questi popoli, delle loro tradizioni e di eventi storici che li riguardano. I Dulong, rispetto ad altre etnie, sono poco conosciuti e hanno avuto una storia travagliata e drammatica. Fino alla prima metà del Novecento sono rimasti chiusi e isolati nella Gorgia vivendo in condizioni indigenti. Solo nel 2016 la loro vita è migliorata grazie all’apertura del tunnel e a vari piani di modernizzazione attuati dal Governo. Oggi sono sotto l’egida dell’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità. 

Mila è una giovane assistente sociale, cosa rappresenterà per lei questa esperienza e quanto di te c’è in lei? Mila è una mia amica e abbiamo molti punti in comune tra cui il contatto con gli indigeni dei villaggi tribali più sperduti, l’interesse nei confronti del loro folclore e degli usi e costumi, l’amore per la natura e per i paesaggi incontaminati.  Anche lei, come me, da giovanissima è partita all’avventura verso una meta lontana lasciando la famiglia e la sua vita quotidiana. L’esperienza nella Gorgia e il suo impegno nel sociale l’hanno cambiata e, da giovane ribelle metropolitana, è diventata una donna matura, inclusiva e incline al perdono.

Cosa ti affascina della Cina e di queste popolazioni non molto note a tutti? La Cina mi ha sempre affascinata e, dopo averla visitata e conosciuta, ho scoperto le sue molteplici culture, la storia millenaria e, nell’immediato, la disponibilità nei confronti dello straniero, infatti mi sono subito sentita accolta e ben integrata. Di queste etnie ho sempre amato la gioia di vivere, il rapporto simbiotico con la natura, i culti totemici e i riti, le musiche e le danze, i costumi ricamati, coloratissimi e ricchi di dettagli simbolici, la mitologia e le leggende millenarie, le religioni sincretiche che sono una fusione di animismo, sciamanesimo e culti popolari locali. 

Protagoniste sono 4 donne. Perchè la scelta di 4 protagoniste femminili? Nei miei libri parlo spesso di donne raccontando esperienze di vita e vicissitudini che riporto come storie-verità di denuncia sociale. Nei secoli le Donne Farfalla sono state vittime di un sistema patriarcale e maschilista che le ha assoggettate e piegate alla volontà di padri e mariti padroni. Nel libro ho ricostruito il passato delle protagoniste note come “Puma la sciamana, Cina la tatuatrice, Grisa l’erborista e Duna la tessitrice”: quattro nonnine anziane e bisognose di aiuto, che non sono mai state capaci di protestare e che hanno accettato il destino con fatalismo. Con vari flash back e salti temporali ho narrato le loro vicende, familiari e personali, all’interno di un clan tribale e restrittivo che negava libertà e diritti.   

Mugao e Bhaktu: che ruolo hanno nella vita delle protagoniste? Le quattro protagoniste anziane sono chiamate dagli indigeni “i fossili viventi della Gorgia”, in quanto sono le ultime e rare testimoni di Bhaktu, un rituale barbaro che per secoli e fino al 1949 deturpò le adolescenti Dulong. Si trattava di un tatuaggio facciale che ritraeva il motivo di Mugao, un totem antico che, nella forma, ricordava una farfalla. L’immagine della farfalla era soave e racchiudeva un significato mistico, infatti era legata al concetto d’immortalità dell’anima. Bhaktu era una vera e propria cerimonia sacrificale, un rituale di passaggio che rendeva libere e “immuni” le ragazzine, anche se poi trascorrevano la vita intera con la diversità, l’imbarazzo e la vergogna. Bhaktu rientrava nelle cosiddette pratiche di modificazione corporea ma, a differenza di altri rituali più noti, come ad esempio la fasciatura dei piedi, è rimasto nell’ombra e, ancora oggi, sui motori di ricerca occidentali, non si trovano notizie al riguardo.   

Questo romanzo può essere visto come un romanzo di formazione?  È un romanzo di formazione come tutte le mie storie. Il viaggio di Mila non è solo fisico ma anche interiore, infatti, grazie all’anno sabbatico trascorso nella Gorgia, la ragazza scoprirà nuovi lati di sé, imparerà a essere più empatica e più attenta al prossimo e consapevole di quanto l’essere umano abbia bisogno degli altri. Il suo aiuto alle nonnine e al Governo locale è commovente. Ma Mila non è l’unico personaggio del libro a scoprire la sua nuova identità. Anche sua madre, che vive nella lontana metropoli Kunming, uscirà da una profonda crisi esistenziale e rivelerà la sua vera identità con cognizione e grande forza d’animo. 

Quanto è importante fare memoria?  La memoria è fondamentale perché riguarda le nostre origini e l’evoluzione dell’essere umano attraverso la storia. Il passato dovrebbe insegnare a non ripetere gli stessi errori; in realtà l’uomo è recidivo e la sua memoria è breve. A mio avviso, il compito dello scrittore è portare a conoscenza il lettore di determinate situazioni del passato e del presente, nel caso specifico di un popolo della Cina che per secoli fu oggetto di soprusi e violenze da parte di un’altra etnia di cui l’Occidente crede di sapere tutto. In realtà le poche notizie attuali e ripetitive riportate dai media non rivelano tutto il tessuto socio-politico e relazionale che da sempre riguarda le etnie e le culture presenti nel territorio cinese, comprese quelle delle regioni autonome. 

:: Un’intervista con Gaetano Colonna, autore di Ucraina tra Russia e Occidente – Un’identità contesa a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2023

Buongiorno professor Colonna e grazie di averci concesso questa intervista. Inanzitutto ci parli di lei, si presenti ai nostri lettori.

Dopo laurea e dottorato di ricerca in storia, opero come insegnante di italiano e storia nella scuola pubblica e nella formazione professionale del terzo settore. Da molto tempo mi occupo quindi di storia, partendo dalla storia antica – per occuparmi sempre più di tematiche contemporanee, pubblicando, oltre al testo sull’Ucraina, qualche altro lavoro: Medio Oriente senza pace, relativo appunto alla storia del Medio Oriente e La Resurrezione della Patria, un excursus piuttosto anticonformista sulla storia italiana.

Dopo la lettura del suo interessante libro Ucraina tra Russia e Occidente – Un’identità contesa (seconda edizione) che mi riprometto di analizzare a breve su queste pagine, vorrei farle alcune domande partendo se vogliamo dalle sue conclusioni: dunque secondo le sue impressioni parte tutto dallo “spirito di Versailles” quel germe che ha minato le basi del nascente spirito comunitario che avrebbe dovuto affratellare i popoli europei e occidentali in un’ottica di pacifica convivenza. Può esplicitarci meglio questo concetto?

Con l’espressione “spirito di Versailles” intendo semplicemente la singolare combinazione ideologica che le potenze anglosassoni vincitrici alla fine della Prima Guerra Mondiale hanno saputo imporre all’Europa: da una parte, l’attribuzione della “colpa della guerra”, e da allora di tutte le guerre, ad un solo attore (la Germania, in quel caso); dall’altra, l’utilizzo della nazionalità come principio in base al quale frammentare i grandi imperi ottocenteschi, creando ovunque mosaici di nazioni i cui confini sono stati astrattamente definiti in maniera da includere e/o escludere minoranze etnico-religiose: in tal modo creano strutture politiche fragili e facilmente controllabili, innescando così anche una serie di conflitti dei quali quello russo-ucraino non è che l’ultima derivazione.

Dai suoi studi e dalle sue ricerche le forze “nazionaliste ucraine” possono avere connotazioni neo naziste o ascrivibili a questa area di pensiero? O fa tutto parte “solo” della propaganda russa?

Che ampi settori del popolo ucraino, soprattutto delle aree occidentali del Paese, abbiano simpatizzato per le truppe tedesche quando esse invasero l’Unione Sovietica nel 1941, non è un mistero per nessuno. L’Ucraina era del resto la nazione dell’Urss che aveva maggiormente subìto prima la guerra civile, seguita alla rivoluzione bolscevica (1918-1920), fra “rossi” sovietici e “bianchi” anticomunisti; poi le deportazioni ed i massacri dei kulaki; nonché la spaventosa carestia tra anni Venti e Trenta. Entrambi questi due ultimi fatti dovuti alla determinazione di Stalin di piegare le repubbliche dell’Urss alla sua visione totalitaria ed alla sua politica di potenza. È altrettanto vero che poi gli Stati Uniti si sono serviti degli anticomunisti ucraini rifugiatisi in Occidente alla fine della Seconda Guerra mondiale per far loro condurre proprio in Ucraina operazioni di guerra coperta contro l’Urss nei primi anni della Guerra Fredda. Nonché, più di recente, per rivolgersi agli stessi ambienti per promuovere in Ucraina l’ostilità anti-russa, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Putin ovviamente, usando i temi della propaganda russa della Seconda Guerra Mondiale, ha buon gioco a chiamare “neo-nazisti” i nazionalisti anti-russi ucraini, esattamente come in Italia si è parlato e si continua a parlare di “neo-fascisti”, pur sapendo tutti benissimo che il fascismo italiano è morto nell’aprile del ’45.

Interessanti le osservazioni e le preoccupazioni del contrammiraglio tedesco Kay-Achim Schonbach, che per quanto vale personalmente condivido (p.134). A prescindere da un discorso di influenze e di convenienze economiche non sarebbe stato più utile a livello internazionale un’alleanza strategica e politica tra Europa e Russia, paesi di forte matrice cristiana, che praticamente costringere la Russia a trovare un’altra sponda nella Cina comunista? Fare tre poli, tre aree di influenza, da un lato Stati Uniti, al centro Europa e Russia e dall’altro India e Cina, non sarebbe stato un riequilibramento geostrategico più utile agli interessi della pace internazionale? Cosa l’ha impedito? La solita hybris statunitense? O c’è di più?


Un di più c’è, a mio avviso. Se si vuole parlare seriamente di identità europea, dovremmo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, se esiste una simile identità, essa può risultare solo dall’integrazione fra popoli neo-latini, germanici e slavi, nel corso della tormentata storia del nostro continente: integrazione già da tempo avvenuta sul piano culturale, basti guardare alla letteratura, all’arte, alla musica europea.
Se, dopo la Seconda Guerra Mondiale, invece di una divisione in blocchi, si fosse potuto agire in questa direzione, avremmo avuto delle linee guida, ripeto assai più culturali che politico-militari, per la costruzione di un’Europa effettivamente. Essa avrebbe potuto favorire un equilibrio globale, a beneficio della pace, evitando instabilità economico-sociali e conflitti, in aree come America Latina, Africa, per non parlare del Medio Oriente, che sono state e sono invece da decenni terreni di sfruttamento e di scontro fra le superpotenze.
Per questo ritengo che la guerra in Ucraina sia senza dubbio un’immensa tragedia per il futuro dei popoli slavi, ma un’ancor più una grande sventura per il futuro dell’Europa: cosa di cui l’Unione Europea della sig.ra Merkel non sembra nemmeno rendersi conto.


In un’intervista afferma “Vi sono uomini e donne ucraini nati in Usa che sono stati direttamente “trasferiti” dagli uffici governativi americani a quelli ucraini ” secondo lei questa stretta connessione tra USA e Ucraina è stata richiesta o imposta, da ragioni di convenienza, affinità ideologica e politica o altro?


Come ho già accennato prima, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Ucraini anticomunisti che si erano rifugiati in Occidente seguendo la ritirata delle armate tedesche, sono stati spesso reclutati per operazioni speciali, a dire il vero in gran parte fallimentari, per quello che ne possiamo sapere, contro l’Urss: ad esempio l’operazione Red Sox condotta dalla CIA in Ucraina.
L’anticomunismo, ovunque nel mondo (e l’Italia ne sa qualcosa), è stato del resto sempre intensivamente utilizzato dagli Usa semplicemente come utile strumento di guerra non convenzionale mediante il quale condizionare nazioni e classi dirigenti in funzione antisovietica: contro l’Unione Sovietica, ieri, contro la Russia, oggi.


Vede similitudini tra la questione ucraina, e quello che è successo nell’ex Jugoslavia?


La Jugoslavia è un esempio dei terrificanti puzzle di nazionalità che lo “spirito di Versailles” ha disseminato in giro per il mondo: vere e proprie bombe ad orologeria etnico-religioso-sociali. La differenza è che sottrarre alla Serbia il Kosovo non è come schierare la Nato in Ucraina, il nocciolo della preoccupazione della Russia di Putin, una preoccupazione che lo stesso Kissinger ha considerato ampiamente giustificata, soprattutto date le assicurazioni fornite alla Russia, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, che la Nato non si sarebbe mai spinta tanto avanti.
Il mio timore però è che ci siano delle affinità anche con la dimenticata decennale guerra Irak-Iran, un terribile conflitto, durante il quale gli Stati Uniti e l’Occidente favorirono Saddam Hussein per tenere a bada l’Iran divenuto anti-americano, esattamente come ora si vuole fare armando l’Ucraina contro la Russia: forse anche Zelensky, quando rifiuta di aprire trattative di pace con Putin, contando sulla potenza americana, dovrebbe ricordarsi della fine fatta poi fare a Saddam dai suoi ex-sostenitori statunitensi.


La salvezza, l’unità e l’indipendenza ucraina non sarebbero state garantite da un governo federale del paese (con magari regioni a statuto speciale nelle aree russofone e a prevalenza di russi etnici) e da una sua finlandizzazione e neutralità? Cosa l’ha impedito? Secondo lei all’Ucraina questa promessa è stata fatta dagli Usa o dalla Nato per motivarli in questi tragici frangenti?


Il tema è a mio avviso molto ampio e complesso. Contro la “logica di Versailles”, e la potenza finanziaria e militare che l’ha alimentata fino ai giorni nostri, la risposta non è agevole, perché presupporrebbe una capacità di ideazione di nuove forme politiche.
Personalmente, ho trovato di grande attualità il disegno di riorganizzazione politica economica e culturale che Rudolf Steiner fece alle massime autorità dirigenti di Austria e Germania nel 1917, restando del tutto inascoltato. Essa richiede però una diversa concezione dello Stato e del suo rapporto con l’economia e la cultura. Un simile salto di qualità ideale però non è stato putroppo compiuto da nessuno dei politici del XXI secolo.
L’Ucraina avrebbe potuto rappresentare un ponte fra Russia ed Europa: in effetti, una strategia del ponte fu effettivamente tentata, fino alla cosiddetta rivoluzione di piazza Majdan, almeno da alcuni dei dirigenti ucraini. Ma è proprio ciò che gli Stati Uniti d’America non avrebbero mai potuto permettere. Ed infatti non lo hanno permesso perché, come ebbe a dire nel lontano dicembre 1949 il segretario di Stato Usa, Dean Acheson: «Nell’attuale contesto delle tensioni fra Est e Ovest la neutralità è un’illusione». A distanza di oltre settant’anni la sostanza della visione della classe dirigente statunitense resta la stessa: a maggior ragione ora che la Nato controlla l’Europa fino ai confini della Russia.


Che prospettive ci sono per una pace possibile, tanto auspicata dall’anziano Papa Francesco, e per il riallineamneto di assi strategici ora particolarmente sbilanciati verso Oriente? Si ricucirà mai la frattura tra Russia ed Europa, anche in prospettiva di un dopo Putin? Grazie.


La pace è auspicabile se davvero ci consideriamo Europei. Difficile favorire la pace, però, se ci facciamo influenzare ogni giorno dalla propaganda nordamericana, di cui si fanno strumenti tutti i principali media italiani ed europei, non riconoscendo ad esempio la minaccia che una Nato spinta fino ai suoi confini rappresenta concretamente per la Russia: e dunque la responsabilità in questa guerra di chi ha voluto questa espansione.
Difficile intravedere prospettive di pace quando, come già prima dei due grandi conflitti mondiali, si ripete per anni che i buoni stanno da una parte ed i cattivi dall’altra. L’Occidente atlantico continua a voler far credere al mondo che esso combatte per il pacifico ordine mondiale del futuro.
Nonostante la sua politica interventista, il suo considerarsi il gendarme dell’ordine mondiale, abbia solo portato guerra, terrorismo e disgregazione ovunque sia stata applicata: dall’Iraq alla Siria all’Afghanistan.
Fino a quando nuove classi dirigenti in Europa non avranno il coraggio di riconoscere il fallimentare bilancio del lungo secondo dopoguerra, così come è stato gestito dall’Occidente atlantico, difficilmente si potrà ricucire la frattura fra Russia ed Europa. Con conseguenze assai pericolose per la pace nel mondo, qualora si dovesse anche profilare uno scontro epocale fra Cina e Occidente, dal quale l’Europa, con quello che ancora resta della sua civiltà, non potrebbe che essere definitivamente travolta.

21 marzo 2023

:: Intervista a Marco Badini per il suo “L’ombra sul colosso. La prima indagine del commissario Villata” A cura di Viviana Filippini

14 marzo 2023

“L’ombra sul colosso. La prima indagine del commissario Villata” è il romanzo ad ambientazione storica di Marco Badini, edito da Todaro. Luogo del giallo è la Brescia del 1932, poco tempo prima dell’arrivo di Benito Mussolini per l’inaugurazione di Piazza della Vittoria. Ai piedi della scultura realizzata da Dazzi, nota a Brescia con il soprannome di “Bigio” è ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna. A sbrogliare la matassa di questo romanzo carico di suspense dovrà pensarci il commissario Fulvio Villata, noto a tutti come “Il Mastino”. Abbiamo parlato con Marco Badini dell’origine del suo giallo ad ambientazione bresciana.

Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo giallo? Il genere poliziesco è sempre stato tra i miei preferiti e da tempo desideravo misurarmi con la stesura di un giallo. Una volta trovato lo spunto, scrivere è stato naturale: un processo creativo e costruttivo più complesso rispetto ad altri generi narrativi, ma molto gratificante e istruttivo sotto il profilo letterario.

Perché hai deciso di ambientarlo a Brescia e perché nel 1932, poco prima dell’inaugurazione di Piazza della Vittoria? Ho scelto questa precisa collocazione spaziotemporale perché l’ho trovata una formidabile opportunità di sviluppo narrativo per un poliziesco con venature storiche. L’inaugurazione di Piazza Vittoria fu molto importante per la città che, in quella circostanza, si trovò sotto i riflettori dell’attenzione nazionale. Mussolini in persona giunse per tenere a battesimo la nuova piazza: un clima effervescente e teso… il momento ideale per un delitto.

Fulvio Villata è il protagonista, detto “Il Mastino” (ho pensato a “Il mastino di Baskerville”), come hai creato il tuo protagonista, ti sei ispirato a persone reali? Il tuo pensiero fa molto onore al mio commissario, ti ringrazio! In effetti i romanzi di Arthur Conan Doyle occupano un posto d’onore nella mia piccola biblioteca. Fulvio, il mio commissario, in realtà non è ispirato a nessuna figura reale. È piuttosto un insieme dei tratti che più ho apprezzato nei vari investigatori letterari che mi è capitato di leggere. Principalmente, per nominarne due, Sherlock Holmes e il commissario Maigret di Simenon. Ci sono poi aspetti più superficiali, piccole cose o atteggiamenti che ho preso in prestito dalle persone che mi capita di osservare nella vita di ogni giorno. Non esiste comunque una persona in particolare a cui mi sono ispirato: il Mastino è nato nella mia mente quasi d’improvviso, come d’improvviso è apparso in piazza Vittoria la notte del 16 ottobre 1932.


Brescia, la sua piazza in Art Déco, sono scenografia e parte integrante della narrazione, come ti sei documentato per ricostruire il periodo di quel momento storico bresciano? La fase di ricerca è stata la più laboriosa, anche perché si è estesa ben oltre la piazza e la sua architettura razionalista. Mi sono interessato anche agli aspetti più ordinari del quotidiano, per farmi un’idea di come potesse essere la vita per un cittadino di quasi cent’anni fa. Al giorno d’oggi disponiamo di una quantità impressionante di fonti potenziali, proprio per questo mai come ora è necessario applicare criteri rigorosi al vaglio dei dati. Quando possibile preferisco rifarmi ai classici testi scritti, l’ideale è se posso sfogliare concretamente le pagine di un volume di consultazione. Devo riconoscere però che anche immagini e filmati d’epoca mi sono stati di grande utilità, soprattutto per alcune parti strettamente descrittive.

Il colosso del titolo – a Brescia noto con il soprannome di Bigio, ma il suo nome vero è Era Fascista- che funzione ha nella storia. Il colosso è il cardine ideale dell’opera e nel titolo ha un valore polisemantico: indica la statua scolpita da Arturo Dazzi che hai citato, un manufatto di dimensioni ragguardevoli; il colosso però può anche significare per estensione il regime fascista con le sue aspirazioni totalitarie. Nello specifico del romanzo, la statua e il suo creatore prendono parte allo sviluppo delle indagini, rivelandosi un fattore di primaria importanza per far luce su diversi punti oscuri.

L’agente Ferri e il dottor Calligaris, medico legale, sono due i comprimari di Villata, quanto sono importanti per il protagonista dal punto di vista lavorativo e umano? Direi che sono fondamentali. Ne hai colto la duplice importanza: sul piano professionale costituiscono una risorsa irrinunciabile per il commissario. Il dottor Calligaris con le sue perizie è in grado di offrire una considerevole mole di indizi, mentre l’agente Amilcare Ferri in veste di vero e proprio uomo d’azione completa il quadro delle competenze necessarie alle indagini. C’è poi, come hai giustamente osservato, il lato umano. Amilcare è in particolar modo legato al commissario da una solida amicizia e lo rende partecipe della sua vita in molte circostanze come, ad esempio, il consueto pranzo della domenica. Possiamo dire che lui e il dottor Calligaris rivestono ruoli importanti nel lavoro del Mastino di Brescia ma sono anche una consistente presenza nella sua sfera privata.

Romanzo unico o primo di una serie? Sto mettendo a punto qualche idea, credo proprio che il Mastino e i suoi compagni si troveranno presto alle prese con un nuovo caso.

Quali sono le tue letture preferite? Amo molto leggere saggi storici, ma anche polizieschi, thriller e altri generi di narrativa. Mi piacciono anche alcuni fumetti, soprattutto quando dimostrano di possedere profondità e spessore non inferiori alla letteratura in senso stretto.

:: Un’intervista con Franco Forte, autore di “Karolus. Il romanzo di Carlo Magno”, a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2023

Benvenuto Franco su “Liberi di scrivere” e grazie di avere accettato questa intervista. Ho diverse domande che vorrei farti soprattutto sul tuo ultimo libro, il romanzo storico “Karolus” dedicato alla figura di Carlo Magno. Come prima domanda come ti è venuta in mente l’idea di scriverlo e quale motivazione ti ha portato a creare un romanzo così complesso e impegnativo? Anche perché la storia che racconti va proprio a scavare alle origini dell’Europa, del sogno del Sacro Romano Impero. Che idea ti sei fatto, in proposito? È importante conoscere la storia per comprendere anche il nostro presente?

R: Era da più di dieci anni che studiavo questo personaggio e cercavo documentazione storica, che in effetti è molto più abbondante di quanto si creda. L’idea che abbiamo tutti di Carlo Magno è quella un po’ polverosa e stantia che ci passa la scuola, con le solite fredde nozioni che più o meno conoscono tutti (come la famosa notte dell’incoronazione, avvenuta il giorno di Natale dell’800), ma ben poco si sa di chi fosse davvero quest’uomo, come è arrivato a essere prima re dei Franchi e poi imperatore del Sacro Romano Impero, e quanta importanza hanno avuto le sue imprese e i suoi editti nella costruzione dell’Europa moderna. l’Europa come la conosciamo oggi, di cui tanto si parla per questioni geopolitiche, energetiche, sociali, economiche e culturali, e che nasce proprio grazie a Carlo Magno, capace di difenderla dalle invasioni del mondo arabo dalla Spagna, da quello degli Avari e da Bisanzio dall’est, e dalle scorrerie di Sassoni e Norreni dal nord. Insomma, l’Europa unita è fortemente debitrice a Carlo Magno per avere fondato le basi della sua stessa esistenza, e nel mio romanzo cerco di far capire come questo sia avvenuto. Soprattutto oggi, quando non si fa altro che parlare di Europa unita e delle guerre e delle pressioni che arrivano da est, proprio da quei territori che un tempo si chiamavano Pannonia. Ottimo esempio di come la grande Storia sia capace di spiegare certi meccanismi del presente che troppi di noi ignorano.

Ricordo che prima della pubblicazione eri molto preoccupato di eventuali critiche legate al fatto che nel libro avresti dato spazio alla vita sessuale di questo personaggio, perché con la sensibilità di oggi alcuni aspetti certamente potrebbero essere criticabili. Erano paure tue infondate? Tutti hanno capito che ti sei attenuto semplicemente alla veridicità storica?

R: Al momento sembra che i lettori abbiano compreso quali sono stati i problemi a cui sono andato incontro. Descrivere la vita di Carlo Magno sarebbe stato impossibile, senza parlare delle sue donne. Non solo la madre, che ha avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita, ma anche le sorelle, le figlie e, soprattutto, le mogli, le amanti e le concubine. Perché era a loro che Carlo Magno si rivolgeva quando aveva un problema di qualsiasi titpo, era con loro che si confidava, era loro che ascoltava per schiarirsi le idee e prendere decisioni. Non c’era solo il desiderio, la necessità di avere rapporti per avere figli, ma anche l’esigenza di confrontarsi con loro nell’intimità, lontano dai giochi di potere della corte, per sentirsi perfettamente a suo agio quando doveva prendere decisioni importanti per se stesso, per la famiglia e per il regno. Dunque dovevo dare profondità a queste donne, che da quanto affermato dai documenti più antichi erano sinceramente innamorate di lui, così come lo era Carlo, e mettere il lettore a proprio agio, quando le scene da descrivere li mostravano insieme, magari nell’intimità, sotto le coperte. Il problema è che l’età media di queste mogli, amanti e concubine era davvero molto bassa, e dunque per la mentalità corrente poco più che bambine. Come affrontare la cosa? Sorvolare, per esempio, sul fatto che l’ultimo figlio Carlo Magno lo ebbe a 65 anni, da una concubina che ne aveva solo 13? Oppure provare semplicemente a rendere i tempi così com’erano, sperando che i lettori capissero che era solo l’esigenza di ricostruire nel modo più realistico possibile l’epoca che stavo descrivendo? Ho scelto questa seconda strada, e al momento sembrerebbe che sia stata quella giusta.

Secondo te è ancora vivo il preconcetto secondo cui i romanzi storici, dove si narrano battaglie, avvenuture, con connotazioni anche un po’ osè – scusa, questo termine mi fa sembrare arrivata dall’Ottocento in carrozza, ma per specificare cosa intendo mi sembra il più ideoneo – siano letture prevalentemente maschili, e che le donne prediligano i romanzi rosa, romantici e diciamo all’acqua di rose?

R: Purtroppo il preconcetto c’è ancora, e credo sia un peccato, perché il romanzo storico è un genere di narrativa valido per tutti i tipi di lettori. Da parte mia cerco sempre di inserire le donne che hanno avuto dei ruoli nelle storie che racconto, siano essi ruoli di primo piano o secondari, perché proprio come nella vita reale senza le donne i cosiddetti “grandi uomini” non sarebbero andati da nessuna parte. Il problema è che la Storia tende a dimenticarsi delle donne, limitandosi ad annotare fatti ed eventi legati alle imprese dei personaggi noti, che nell’antichità erano quasi sempre uomini (a parte qualche caso eclatante di donne di primo piano, come Cleopatra, Lucrezia Borgia, la regina Vittoria). E questa cosa mi ha sempre infastidito, perché senza donne valorizzate per quello che sono state, i romanzi storici si riducono a essere sterili resoconti di battaglie e scontri fra popoli. Troppo spesso in passato è stato così, e questo ha originato l’idea che il pubblico prevalente di questo genere di romanzi fosse maschile. Oggi non è più così, e il merito forse va anche al fatto che sempre più spesso si riconosce nei romanzi storici il ruolo fondamentale avuto dalle donne del passato, diversamente da quanto accade nei libri di storia.

Ricollegandomi alla precedente domanda, tu dirigi anche collane editoriali per cui hai il polso della situazione, in percentuale le donne che comprano libri sono più degli uomini? O hai altri dati?

R: I dati del mercato ci dicono che le donne sono la maggioranza di chi compra e legge libri. Almeno il 60%, secondo le ultime statistiche che ho letto. E lo fanno con più entusiasmo e voglia di condividere questa loro passione. Basta guardare cosa avviene sui social, dove esistono centinaia di donne e ragazze che hanno blog in cui parlano di libri, pagine Facebook o profili Instagram e Tik Tik in cui raccontano le loro esperienze e diffondono il valore della lettura, e la magia di questo atto che permette alle persone di compiere dei viaggi meravigliosi con la fantasia, per vivere avventure in prima persona in luoghi, tempi e situazioni che mai avrebbero immaginato. Cresce sempre più anche il numero delle autrici, e in editoria gli operatori che si occupano delle scelte dei titoli da pubblicare, della loro lavorazione, della promozione e della diffusione sono sempre più al femminile.

Che aspetti hai privilegiato nella stesura del tuo libro e come sti sei documentato?

R: Vedi, il senso del romanzo storico è uno solo: dare modo ai lettori di immergersi in un’epoca passata per vivere un’esperienza fuori dal comune, che non si potrebbe sperimentare in altro modo (almeno fino a quando non si inventerà la macchina del tempo). Per farlo, occorre dare la possibilità ai lettori di immedesimarsi nei personaggi delle nostre storie, perché solo così possono vivere nel romanzo come se tutto ciò che accade sia vero, e soprattutto ne siano protagonisti (insieme ai personaggi con cui si sono immedesimati). Essendo questo il meccanismo, diventa facile capire che quando si chiede al lettore di assumere le spoglie (fisiche e mentali) di un grande personaggio che ha fatto la Storia, si ottiene più facilmente il risultato di divertirlo ed eccitarlo. Prima, però, bisogna studiarlo a fondo, diventare una sola cosa con lui, e questo richiede impegno, studio, lavoro. D’altra parte, se si chiede al lettore di immedesimarsi in Mario Rossi, vissuto negli anni 2000, è una cosa, se lo si porta nel corpo e nella testa di Carlo Magno nell’ottavo secolo… be’, l’avventura che si promette di far vivere al lettore sarà molto più intensa, più coinvolgente. Ma a maggior ragione deve risultare un’esperienza realistica, per cui tutto ciò che si scrive deve essere credibile, coerente, plausibile e perfettamente contestualizzato con quanto ci dicono gli studi storici. È indubbio che il fascino di certi grandi uomini (o donne) della Storia può interessare a tutti, e questo è uno dei motivi per cui il romanzo storico non ha mai subito disaffezione da parte dei lettori. Nel mio “Karolus” si vive per 730 pagine immedesimati con uno degli uomini più straordinari, controversi, intelligenti e rivoluzionari che siano mai esistiti, e la promessa che faccio ai lettori è di vivere una bella avventura ma anche di capire con me e con Carlo Magno che cosa ha significato cambiare il mondo, per traghettarlo fino all’ordine sociale che conosciamo oggi.

Da narratore la figura di Carlo Magno ti è stata congeniale o hai trovato parti difficoltose da trattare?

R: Mi sono riconosciuto spesso in lui, in tante sue scelte e prese di posizione, ma come è giusto che sia mi sono anche scontrato con tante cose che ha fatto, frutto della mentalità dell’epoca in cui ha vissuto, che era ben diversa dalla nostra d’oggi. La difficoltà principale, quando si scrive di questi personaggi del passato, è riuscire a capire i percorsi psicologici – derivativi spesso della cultura e della società dell’epoca – che hanno seguito e che li hanno convinti a prenedere certe decisioni piuttosto che altre. Il compito del narratore storico non dovrebbe essere quello di giudicare, e dunque di interpretare secondo i propri parametri le gesta degli uomini del passato, bensì cercare di ricostruire nel modo più coerente, veritiero e plausibile possibile ciò che è avvenuto, e dare le chiavi di interpretazione psicologica che hanno portato i protagonisti coinvolti a fare certe scelte. Un’impresa non da poco, che però mi ha sempre affascinato.

Grazie della disponibilità e del tempo che mi hai dedicato. Come ultima domanda parlaci dei tuoi progetti futuri.

R: Grazie a te per l’ospitalità. Al momento i miei progetti prevedono un intenso tour di promozione di “Karolus”, che vorrei far conoscere a quanti più lettori possibile perché credo sia un romanzo – e un personaggio – che merita di essere letto. Nel frattempo mi sto dedicando al lavoro di costruzione della scaletta del prossimo libro, che vedrà la luce nel 2024, e di cui, per scaramanzia, preferisco non rivelare ancora a cosa si ispira.

:: Domande e risposte su San Francesco, un’intervista a P. Gianluigi Pasquale

21 febbraio 2023

Perché Francesco d’Assisi continua  ad affascinare l’uomo del nostro tempo?

L’uomo e la donna contemporanei, quelli del XXI secolo, sono attratti da quei messaggi che godono di credibilità e da quelle persone che riescano a vivere la propria esistenza in modo essenziale, frugale e trasparente, cominciando dal rapporto con il creato. Non vi è dubbio che Francesco d’Assisi sia riuscito a espletare proprio questa modalità nel suo relazionarsi a Dio, al fratello e alle creature. Per questo, pur essendo vissuto nel XIII secolo, gode di un’inaudita attualità.

Francesco pensava che nel cuore dell’uomo esiste un «desiderio di fraternità»: visione all’opposto dell’ homo homini lupus.
Quel desiderio è presente nel cuore dell’uomo di oggi? Non prevalgono, invece, chiusura, polarizzazione e ostilità?

Nell’Etica a Nicomaco, già Aristotele (384-322 a.C.) scriveva che se nel mondo ci fossero soltanto relazioni di amicizia, non sarebbero più necessari i rapporti di giustizia. L’avvento del cristianesimo – occorso dopo Aristotele – ha inserito nell’intelligenza e nel cuore dell’uomo il valore della fraternità, perché rivelato dalla Bibbia, che supera quello di amicizia, saturandone il desiderio. In breve: un fratello o una sorella, anche «spirituali» valgono più di un amico. Da profondo conoscitore e lettore della Sacra Scrittura, Francesco aveva scorto questa fondamentale differenza, scoprendo che la fraternità è più che un desiderio: può essere una realtà. Il «desiderio», quindi, è connaturale all’uomo creato a immagine di Dio Amore. E necessita di essere superato. Ciò non toglie il triste fatto che oggi, dal XIX secolo in poi, l’uomo viva inabissato nell’età della tecnica. Si tratta di quel «fantasma» che, sorto per aiutare l’uomo – per esempio a muoversi tecnicamente con i veicoli – si serve adesso dell’uomo, e non lo serve più. Come tale, la tecnica imprigiona l’uomo dentro una solitudine, la quale è un perfetto generatore di ansia e di paura del futuro, perché trancia ogni relazione di fraternità, anche di natura sociale, portando addirittura l’uomo a rendersi ostile al proprio simile. I «social network» appaiono oggi la parabola, mandata a iperbole, di questa situazione che rasenta l’ossimoro. Francesco d’Assisi, se oggi potesse ancora parlare e scrivere – non va mai dimenticato che ha scritto molto, soprattutto Lettere – ci direbbe, invece, di uscire, così: avvicinando corporalmente l’altro e, nel mentre, fare di tutto per percepirlo come «l’altro-per-me»: appunto un fratello o una sorella. In realtà, oggi la Chiesa e le fraternità francescane attraggono se riescono a far trasparire proprio questo «ambiente»: star bene con l’altro, a cominciare da Dio, essendo una pura illusione la scelta forzata della solitudine.

Cosa ci insegna Francesco nell’incontro con il Sultano a Damietta, di cui ricorre nel 2019 l’Ottavo centenario?

Senza dubbio ci insegna il «metodo del dialogo», quello che ho cercato di evidenziare durante i tre anni di ricerche impiegati per scrivere questo libro su San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone. Risulterà interessante venire a sapere dalle Fonti Francescane come il Poverello si addestrò all’arte del dialogo apprendendola dall’incontro con i ladroni a Montecasale (AR) e dall’ammansire il lupo di Gubbio, eventi, infatti, che occorrono prima dell’incontro con il Sultano Al-Malik al-Kāmil a Damietta, otto secoli fa nel 1219. Sintetizzandolo, in questo nuovo libro – per me il quarto dedicato a San Francesco – ho tentato di dimostrare che il metodo del dialogo da lui indicato consta di sei momenti: a) ritirarsi dapprima in preghiera con quella che ho chiamato la «svolta contemplativa»; b) essere presenti tra i credenti delle altre religioni, motivo per il quale il Poverello tentò per ben tre volte di recarsi tra i Saraceni; c) il terzo modo è l’esercizio della mansuetudine, quale capacità di essere «sottomessi» a Dio riconoscendosi creature alla pari di tutti gli altri uomini e donne; d) il quarto momento consiste, quando la circostanza lo permetta, nel prendere l’iniziativa per parlare all’interlocutore di «Gesù Cristo»; e) il successivo, nel saper vivere «in mezzo a» chi non crede nello stesso Dio; f) l’ultimo sta nel riporre fiducia negli altri, che si incontrano, l’esatto opposto del percepirli come «ostili». È ovvio a tutti che questa appaia un’impresa improba: non lo sarà, se si comincia, almeno, con la prima tappa: la preghiera rivolta a Dio con cuore puro (Sal 51,12).

Un Papa di nome Francesco, e che si ispira al Santo, contribuisce oggi a far amare ancor di più la figura dell’ Assisiate? E se è così:  perché sembra esserci, nella Chiesa (non fuori da essa), una fronda piuttosto rumorosa verso il pontefice?

Mario Jorge Bergoglio si ispira certamente a San Francesco. E non soltanto perché è stato il primo Papa della storia ad averne assunto il nome. Soprattutto per l’attuazione di un programma di riforma che trova le proprie radici e motivazioni dai Documenti del Concilio Vaticano II, finora non ancora sufficientemente approfonditi nel rinnovamento pastorale inteso da essi per la Chiesa. Non mi pare, poi, che vi sia quel tipo di fronda di cui si parla. La Chiesa – è bene ricordalo – rimane, innanzitutto, la Sposa immacolata dell’Agello (Ap 19,8), e qualsiasi vescovo di Roma, in questo caso il Papa, è il principio visibile di unità della Chiesa (Lumen gentium 25): chi vede questo Papa vede la Chiesa nella sua unità. Anche a motivo del mio attuale servizio presso la Santa Sede, nella Pontificia Università Lateranense, vorrei, invece, testimoniare circa la «moltitudine silenziosa» (Ap 7,9) che lavora «sub Petro» e «cum Petro»: intendo qui, con Francesco Papa. Se, per ipotesi, questa fronda esiste, allora essa è solo una indotta suggestione giornalista e, per questo, lumeggia di transitorietà e non ha nulla a che fare con San Francesco. Se vi è stato un punto sul quale il Poverello ha insistito senza sosta, questo è stato in merito all’obbedienza dovuta al vescovo della Chiesa di Roma. Chi obbedisce è in pace: sa di ver ascoltato Dio, nella voce del Papa di oggi.

Qual è il “nuovo modello di vita cristiana, all’interno della Chiesa di Dio” che Francesco d’Assisi indica all’uomo del terzo millennio?

Questa domanda è piuttosto legata alla precedente. Qui vorrei rivelare il gheriglio teoretico che dovrebbe sostenere ogni francescano/a. Esso fu intuito dal Cardinale Giovanni di San Paolo che, assieme al vescovo Guido di Assisi, con-vinse entrambi nel permettere a Francesco di incontrare Papa Innocenzo III. Perché? Perché si accorsero che San Francesco chiedeva di vivere il Vangelo proprio come lo aveva impersonato Gesù. Pensiamoci: se il Cardinale e il vescovo avessero interdetto la visita del Poverello al Papa o, peggio, questi avesse negato a San Francesco il suo «proposito di vita», ciò avrebbe significato dichiarare che è impossibile vivere da cristiani nel mondo, entrando in una plateale autocontraddizione. Appunto, questo è il «nuovo modello di vita cristiana»: la possibilità realizzabile di vivere il Vangelo oggi per essere felici in terra e beati in Cielo.

:: Un’intervista con Fabrizio Borgio a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2023

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Fabrizio Borgio, autore del libro “Il pittore di langa (Fratelli Frilli Editori) terzo classificato alla tredicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuto Fabrizio e complimenti per il terzo posto, dopo due scrittrici uno scrittore. Sei un esponente del cosiddetto folk noir piemontese. Una connotazione così regionale e sociale è parte della tua poetica narrativa?

Grazie, é stata una bella sorpresa. Non so se possiedo una mia poetica narrativa, so per certo che sono il prodotto di una determinata cultura, circoscritta a una regione che ha ancora alcune caratteristiche specifiche. C’è sempre del Piemonte in ciò che scrivo, anche quando non ambiento nella mia regione, perciò penso che si possa affermare che la connotazione di cui parli sia una componente intrinseca del Borgio Fabrizio che scrive.

Usi il dialetto piemontese nei tuoi romanzi? Conosci questa vera e propria lingua o ti avvali di consulenti?

Sì, lo uso, lo parlo anche se non con la scioltezza da madre lingua dei miei nonni e lo scrivo con ampie licenze rispetto alle grammatiche ufficiali. Lo impasto spesso nei dialoghi, nella mia scrittura, anche se realizzare una lingua ibrida, come ha fatto Camilleri con il siciliano, oggi come oggi non ha senso visto che l’utenza che lo utilizza è sempre più rada. Ho un vocabolario e un testo di grammatica piemontese che mi supportano. Infine temo, e lo dico con la morte nel cuore, che il piemontese sia una lingua minoritaria (definizione UNESCO) destinata alla scomparsa esattamente come il panorama umano e culturale tipico di questa regione, le trasformazioni in atto lo portano a una morte naturale.

Proposte di traduzioni per l’estero?

Magari. Scherzi a parte, i romanzi della Frilli editrice sono già comparsi in edizioni estere, il mercato tedesco in particolare è interessato a storie di ambientazione provinciale italiana, chissà se un giorno…

Che accoglienza hai avuto dalla stampa?

Mediamente buona, certo sono un nome piccolo, non posso parlare di fama, al limite di conoscenza da parte di media locali.

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Da piccolo, figlio di lettori e bambino timido e chiuso: una miscela ideale per costruire un lettore in erba appassionato. I libri erano la mia compagnia, i miei amici, i miei viaggi.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Tanti, talmente tanti che stilare un elenco sarebbe lungo e ingrato. Pescando a caso e senza citare i soliti noti nomino Tondelli, Høeg, Despentes, Pastor e Avoledo.

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Ho diversi progetti aperti, i principali consistono in una spy story ambientata in Bosnia, una novelization di un Gioco di Ruolo e un noir da proporre a un’editrice di audiobook.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

Ringrazio di cuore, incrociamo le dita e aggiungo l’augurio di risentirci presto.

Chiara Lossani ci racconta il suo “Salvador Dalì, la spiaggia azzurra”: un inno alla fantasia

4 febbraio 2023

Chiara Lossani autrice di libri per bambini e giovani lettori è in libreria con “Salvador Dalì, la spiaggia azzurra” edito da Arka. Nell’albo illustrato l’autrice racconta il grande genio artistico del pittore spagnolo e quel modo di rappresentare il mondo usando immagini fuori dai normali canoni arstistici. A portare il lettore bambino a spasso nel mondo di forme e colori di Dalì, una sua creatura: Babù, un ocelotto, un felino selvatico che l’artista teneva come compagnia (come quello della foto sopra con Dalì). Il libro è accompagnato dalle illustrazioni accurate in ogni dettaglio, realizzate da Michael Bardeggia. Abbiamo incontratro Chiara per farci raccontare un po’ di cose sul libro.

Come è nata l’idea del libro dedicato a Dalì? L’editore Arka mi ha chiesto di scrivere il testo per un albo illustrato e all’inizio confesso che ero un po’ spaventata. Dalì è un grande pittore ma non facile per i bambini, con immagini di forte impatto emotivo e con molti collegamenti alla cultura e all’arte che potevano essere di ardua comprensione per loro. Devo dire però che, mano a mano che approfondivo la sua biografia e lo studio delle sue opere, ne sono stata così attratta che ho cominciato a intravedere una possibile via. Ho apprezzato la sua abilità artistica, così come mi ha  conquistato il suo personaggio, volutamente esibizionista e stravagante. Le trovate per diffondere la sua immagine, il modo in cui si presentava in pubblico, mi hanno divertito e ho cercato di raccontarle abbinandole alla sua natura, al carattere, alla sua psicologia. 

Perché la  scelta di Babù, un protagonista dei suoi dipinti per guidare il lettore? Era molto importante trovare il modo per raccontare ai bambini questo grande pittore, e ho capito subito che gli animali potevano essere la strada. Dalì era stravagante anche nella scelta dell’animale da compagnia: è stato visto uscire di casa con al guinzaglio un formichiere, e sono molte le fotografie che lo ritraggono con un ocelot, cioè un leopardo nano: Babou, appunto, che nella storia chiamo Babù per semplificarlo. Ci dicono le sue biografie che Babou stava sempre con lui e con Gala, e dunque per me era il personaggio giusto per fare da tramite con i bambini e raccontare la sua vita e le sue opere. I bambini infatti lo amano molto e mi fanno tante domande su di lui.

Che valenza ha avuto secondo te il modo di fare arte di Dalì? Come dico nel libro, Dalì ebbe la capacità di dipingere in modo personale tutto ciò che costituisce l’invisibile fuori e dentro di noi, l’immaginario, il sogno, la fantasia, un mondo che i bambini conoscono bene e in cui sono immersi, anche se purtroppo oggi vengono inibiti nel rappresentarlo. Questo libro potrebbe essere l’occasione per liberarle la loro fantasia, per nutrirla.

I personaggi dei quadri dicono che “Dalì ci ha dipinti male”, perchè si sento sbagliati? Quanto non comprendono l’artista?  Nella storia che ho immaginato, gli animali si ribellano perchè Dalì non ha rispettato le regole della natura, li ha dipinti come non sono (elefanti che volano, tigri che nascono dalla bocca di un pesce, cavalli che diventano pietra…). E Babù spiega loro che  sono animali speciali, animali della fantasia e quindi appartengono ugualmente alla natura, perchè anche la mente fantastica è natura. E dunque devono essere orgogliosi di questo, perchè sono stati scelti per un compito importante: dipingere la fantasia.

Come avete lavorato con Michael Bardeggia per la creazione delle immagini? Michael ed io lavoriamo con molta sintonia, costruiamo insieme i nostri libri, confrontandoci continuamente. In questo libro abbiamo lavorato molto sul richiamo ai quadri, che infatti invitiamo i lettori a scoprire. nelle pagine.

In una società dove tutto è tecnologico e va veloce, dove non mancano instabilità e paure, il tuo libro può essere visto come un inno alla fantasia? “Salvador Dalì, la spiaggia azzurra” è assolutamente un inno alla fantasia, al mondo del sogno e dell’invisibile. La spiaggia azzurra dove si ritrovano Babù e gli altri animali è la spiaggia dell’immaginazione, dove tutto è possibile e dove l’unica regola è quella che non ci sono regole. Quando incontro i bambini chiedo loro di disegnare le loro paure,  di portare sulla carta i loro sogni, e dico loro che per Dalì, che da bambino aveva tante paure, era un modo per stare bene.

Se dovessi scegliere una colonna sonora da abbinare al tuo libro, cosa sceglieresti? Il Carnevale degli animali di Saint-Saens mi pare perfetto, e sarebbe bello leggere il nostro libro facendo ascoltare ai bambini come sottofondo questa musica magica e suadente, che sa accompagnare la fantasia.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2023

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Patrizia Debicke, autrice del libro “Il segreto del calice fiammingo”(Ali Ribelli Edizioni) seconda classificata alla tredicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di cuore di aver accettato questa intervista. Innanzitutto complimenti per il suo secondo posto più che meritato al nostro Liberi di scrivere Award con il libro Il segreto del calice fiammingo. Davvero tanti lettori hanno votato per il tuo libro.

Tanti amici che ringrazio soprattutto perché sono stati abilissimi a giostrare sull’web.

Ho avuto il piacere di leggerlo ed è davvero un libro interessante, ricco di un profondo scavo storico, e soprattutto ben scritto. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

In realtà dal rivedere perfettamente restaurato dopo tanti anni il monumentale e magnifico polittico dell’Agnello mistico, opera di Jan van Eyck nella cattedrale di San Bavone a Gand, commissionato inizialmente dai coniugi Vjidi per la loro cappella funebre a Hubert van Eyck, fratello maggiore di Jan, e alla sua morte (il tutto era stata appena abbozzato) ripreso in mano, rivoluzionato e reso forse il suo massimo capolavoro da Jan van Eyck, emerito Maestro pittore di Philip le Bon, duca di Borgogna. Poi per fortuna di aver trovato dei pagamenti dell’epoca che mi indicavano che Jan van Eyck oltre che per dipingere veniva pagato e lautamente per speciali incarichi, molti basati sullo spionaggio . .. Avevo in mano abbastanza per cominciare…

Il romanzo ci racconta le congiure e gli intrighi nell’Europa del XV secolo, precisamente dal 1426 al 1446, con la Guerra del Cento anni che infuria contrapponendo Inghilterra e Francia, immagino ci hai messo anni per approfondire i tuoi studi e le tue ricerche storiche.

Visto poi che affrontavo con spavalderia un secolo molto importante, burrascoso e controverso della storia europea (Inghilterra , Francia, Borgogna, Fiandre, Paesi Bassi, Portogallo, Castiglia, Aragona, Regno di Napol, Stato della Chiesa, i vari stati e staterelli della penisola italica, Genova, Firenze, Venezia, Savoia, Ducato di Milano… ) per me tutto da approfondire , indubbiamente è stato il romanzo che ha richiesto più tempo e ricerche sia per ricostruire una corretta ambientazione, che per mettere insieme tutta la mole di dettagli e fatti storici avvenuti in quell’epoca da utilizzare come scenario. Dai tornei, alle cerimonie, dalle feroci battaglie navali ai complotti, ai repentini cambi di alleanze. Tregue cavallerescamente rispettate in mostruose guerre fratricide ecc. ecc. Anni sì!

Sullo sfondo il Calice, di agata corallina, impreziosito da incastonature d’oro e preziosi successive, dell’Ultima Cena di Nostro Signore Gesù, giunto fortunosamente nelle mani del re Alfonso di Aragona. Come hai seguito le sue tracce? Dove è conservato oggi? O è un oggetto puramente leggendario?


Detto il Santo Calice è stato usato da ben due pontefici. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in occasione della loro visita pastorale. Lo splendido Calice di Valencia è composto da tre parti: la coppa superiore e il piatto inferiore in pietra e una parte centrale in metallo e pietre preziose. Secondo le prove svolte già molti anni fa dall’ archelogo Antonio Beltran e con l’aiuto di altri scienziati, la coppa superiore di agata è sicuramente risalente a un periodo tra un secolo prima di Cristo e un secolo dopo Cristo. Il piatto o coppa inferiore è invece di origine araba di circa tre secoli più giovane. La leggenda narra che la coppa superiore sia quella usata da Gesù Cristo nell’ultima cena e che, nel terzo secolo un diacono romano, il San Lorenzo della graticola, l’abbia portato con sé da Roma in Spagna a Huesca . Da Huesca poi per sfuggire all’invasione dei Mori, trovò rifugio sui Pirenei dove per secoli restò al sicuro nel monastero benedettino di San Juan de la Peña , fino a quando re Martino I convinse i monaci a donarglielo e in seguito come proprietà della corona di Aragona, fu portato a Valencia. Nel 1424 il re Alfonso V, il Magnanimo, spostò il reliquario nel Palazzo Reale ma dal 1437 fu affidato alla cattedrale di Valencia, dove è tuttora conservato e in esposizione.

Parlaci del tuo personaggio principale, Jan van Eyck , come è nato nella tua mente, come si è delineato per psicologia e carattere? Si discosta molto dal vero Jan van Eyck, come almeno ce lo tramandano i documenti?

Leggendo quanto si è scritto e detto di lui, della sua volontà e immane capacità lavorativa anche descritta nei documenti dell’epoca, diventava più facile creargli una personalità. Ho fatto del mio meglio.
Quindi penso che il mio Jan van Eyck non si discosti troppo da quello vero. Almeno non per quanto si sa della sua vita, della sua eccezionale duttilità come uomo e artista , della vita familiare e delle grandi e difficili imprese portate a termine agli ordini del suo committente. Naturalmente però per il resto ovverosia tante delle azzardate avventure che gli ho attribuito sono frutto della mia fantasia.

Sei considerata una delle autrici di romanzi e gialli storici più autorevoli nel panorama editoriale italiano. Ti aspettavi una carriera così felice quando hai iniziato a scrivere da “ragazza”?

Grazie le tue parole sono un vero balsamo per il mio cuore. Ma non so se la mia carriera possa considerarsi veramente felice. Diciamo che io sono molto felice di avere qualcuno che apprezza davvero il mio lavoro. Per me che ho cominciato a scrivere da “ragazza quasi sessantenne” non è stato poi così male.

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Non è nato, c’è stato sempre. Che io ricordi ho cominciato a leggere piccolissima e non ho mai smesso. Poi ho provato a scrivere.

Infine, ringraziandoti della disponibilità, l’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Intanto grazie a Liberi di scrivere per queste gradite domande molto stuzzicanti e per avermi concesso spazio e fiducia. Un nuovo romanzo? Ci sto provando. Sono a un bivio tra due soggetti che ho portato avanti a lungo ma ora a conti fatti non mi convincono davvero . Credo che dovrò cambiare strada. Troppe idee o forse troppo poco tempo a disposizione?