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:: Un’intervista con il Prof. Angelo d’Orsi sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni a cura di Giulietta Iannone

28 febbraio 2022

Una premessa: questa intervista ĆØ stata concordata ieri, domenica 27 febbraio, invito i gentili lettori a tenere presente questo.

Buongiorno professore e grazie di averci concesso questa intervista che verterĆ  essenzialmente sulla crisi ucraina. La situazione ĆØ seria e preoccupante, inizialmente perchĆØ sembra sia gestita da irresponsabili che si dimenticano che la Russia ĆØ una potenza atomica che può innescare un conflitto atomico in qualsiasi momento. Soprattutto se si sentirĆ  accerchiata e senza una qualsiasi via d’uscita. Che questo conflitto non era da iniziare lo sappiamo tutti, molti hanno cercato di impedirlo sperimentando la loro impotenza, ma secondo lei rischiamo davvero un conflitto nucleare su larga scala?

Come mi capita sovente di dire, gli storici non devono fingersi profeti e quando lo fanno di regola sbagliano anche clamorosamente. Azzardo comunque una risposta: proprio perchĆ© la situazione ĆØ ad altissimo rischio, non penso si arrivi a un conflitto generale, tanto meno con uso di armi nucleari. La ā€œcomunitĆ  internazionaleā€, che ĆØ un modo scorretto e surrettizio per dire l’Occidente capitalistico, ha sempre sofferto di strabismo: vede ciò che fa comodo e ignora ciò che non fa comodo. E mi preoccupa di più lo scatenamento della russofobia, che sta travolgendo tutta la ā€œcomunitĆ  internazionaleā€, ossia i paesi capitalistici. L’Unione Europea, e gli Stati Uniti in testa. Questo mi preoccupa, perchĆ© anche se non ci scoppierĆ  la Terza Guerra Mondiale, tutti pagheranno caro questa perdita di buon senso, che si tradurrĆ  – si sta giĆ  traducendo – in una frantumazione generale non solo degli equilibri internazionali, delle relazioni commerciali, ma anche dei rapporti culturali, e umani. Le frasi che sono state proferite da Hollande o Letta, da Biden o dalla von der Leyen, da Johnson e da Borrell sono inquietanti, anche per la incapacitĆ  politica che rivelano, ossia l’incapacitĆ  di comprendere le conseguenze degli atti che si compiono. La politica ĆØ l’arte di guardare lontano. E costoro sembrano proprio ignorarlo.

Zelensky (e il suo entourage) non vuole andare in Bielorussia per sedere al tavolo delle trattative. E lo capisco ha paura di essere ucciso. Non si può scegliere un luogo più neutrale? Esiste ancora un luogo neutrale?

A questo punto, la risposta appare superflua dato che i colloqui sono stati decisi e forse iniziati quando questa intervista sarĆ  pubblicata. E sarĆ  una buona notizia per tutti. In fondo se le garanzie concesse dai governi russo e bielorusso a quello ucraino, sono state giudicate sufficienti da quest’ultimo, il problema della richiesta di un luogo neutrale appare del tutto minore, e forse non esente da elementi di pretestuositĆ .

Tutte le guerre sono sporche, questa in particolare si poteva evitare? Cosa non ĆØ stato fatto per impedirla?

Direi che non ĆØ stato fatto nulla per impedirla. Salvo poi lamentarsi e piangere, da un lato, e imprecare dall’altro. Si sono immediatamente rispolverati i grandi topoi retorici della “guerra giusta”, quella giusta per eccellenza, il Secondo conflitto mondiale, e del gioco semplificatorio fino ad essere fasullo tra un ā€œcattivoā€ (la Russia) e un ā€œbuonoā€ (l’Occidente tutto, con qualche annesso extra europeo ed extra-americano). In tal senso il richiamo alla guerra mondiale ĆØ paradigmatico, fondato naturalmente di nuovo sulla semplificazione, nella comoda riproposizione della colpevolezza unica di un solo attore in campo (la Germania), come del resto aveva fatto la narrazione delle nazioni della Intesa nel 1914 che addossarono ogni responsabilitĆ  del conflitto (la Prima guerra mondiale) agli Imperi Centrali. Stiamo assistendo a un nuovo, penoso capitolo di uso politico della storia. Aggiungo che gli Stati Uniti hanno fomentato, in ogni modo, hanno creato la situazione per la guerra. Volevano spingere Putin all’invasione, per bloccare il processo in corso di ricostruzione del ruolo della Federazione Russa come grande potenza, nella convinzione che la reazione internazionale sarebbe stata talmente forte da ridurre il ruolo della Russia nel prossimo futuro. Dopo aver messo in campo esercitazioni militari NATO sempre più prossime ai confini russi, e fatto sentire a Putin che la minaccia si avvicinava, come potevano aspettarsi che non reagisse?Del resto tutti gli attori in campo sono mentalmente e culturalmente ā€œvecchiā€: papa Francesco – su cui personalmente nutro numerose riserve – ĆØ assai più giovane di loro. La guerra ĆØ un residuo ancestrale che appartiene alla preistoria, e andrebbe espulsa dal presente, e invece la corsa agli armamenti prosegue, e l’Italia, in mano a un gruppo di affaristi senza scrupoli e di pericolosi incompetenti, non si ĆØ tirata indietro, piegandosi volentieri ai diktat USA e alle sciagurate decisioni della UE, altra fomentatrice di odio. Oggi UE e NATO sono fattori di instabilitĆ  mondiale, questa la veritĆ .

Unione europea, USA e NATO minacciano esclusivamente sanzioni economiche e finanziarie, le sembra la strada giusta per arginare il conflitto?

Le sanzioni, lo dimostra la storia, non hanno mai danneggiato veramente gli Stati contro i quali sono state emanate e applicate. Anzi sono spesso servite a compattare la popolazione intorno ai loro leader. E se recano danno, lo recano, in misura quasi paritaria, a chi le applica e a chi le subisce, soprattutto da quando l’economia mondiale ĆØ diventata interconnessa, globalizzata. Non si può danneggiare un attore senza danneggiare altri attori in scena. E quando l’attore che si vuole danneggiare, la Federazione Russa, ĆØ un gigante economico con rapporti rilevanti con tutti i paesi del modo, le sanzioni produrrebbero conseguenze negative, pesantemente negative, per il mondo intero.

Lei da storico e da politico cosa consiglierebbe di fare a Putin in questo momento?

Di limitarsi a dare una lezione al governo ucraino, favorendo un ricambio, con la fuoruscita della componente neonazista dalla compagine di Kiev, e limitare l’occupazione al recupero alla Federazione Russa delle regioni del Donbass e dei territori russofoni, da confermare con un referendum.

In tutta sinceritĆ  penso che la Russia abbia sbagliato i calcoli se riteneva sarebbe stata una Blitzkrieg con la quasi immediata resa del governo ucraino (per oggettiva disparitĆ  di forze), in realtĆ  ora si sta combattendo casa per casa, le potenze occidentali stanno inviando armi e tecnologia. E’ in corso una guarra cibernetica. Si prospetta una guerra lunga, sanguinosa, e destabilizzante non solo per i contendenti. SarĆ  per Mosca un nuovo Afganistan?

Non credo, la Russia può schiantare l’Ucraina facilmente, e rapidamente, se vuole. E la differenza anche morfologica del territorio ucraino rispetto alla impenetrabile montuositĆ  afgana rende il paragone improponibile, e una seconda ragione ĆØ che in Afganistan v’era una guerra di guerriglia che vinse, in Ucraina c’è uno scontro tra due forze armate regolari, e la differenza di potenza tra le due forze ĆØ gigantesca e la resistenza popolare contro i russi da parte degli ucraini non sembra avere reali possibilitĆ  di successo, al di lĆ  di una narrazione mendace, che si spinge fino a ricorrere a immagini false, provenienti da altre guerre.

La Cina ĆØ prudente, appoggia Mosca ma senza sbilanciarsi, ventilando la strada della diplomazia e della conciliazione. E’ ancora possibile una conciliazione secondo lei, od ĆØ giĆ  troppo tardi? E più il tempo passa, e più i giorni di guerra si susseguono e più questa conciliazione sarĆ  possibile?

La conciliazione forse no, ma una composizione ĆØ sempre possibile e forse il ruolo della Cina, potrebbe essere decisivo. Il gigante asiatico come sempre persegue, inevitabilmente e direi giustamente, i propri interessi e gioca come sempre di rimessa, ma la sua stessa forza poderosa, su tutti i piani, costituisce un deterrente per l’intero scacchiere internazionale. La Cina non parla, ma ĆØ pronta a far sentire il suo peso.

Le responsabilitĆ  di Mosca nell’iniziare il conflitto sono chiare. Quali sono le responsabilitĆ  dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti, che come superpotenza mondiale possono decidere con maggiore incisivitĆ  le sorti delle questioni del mondo.


Mosca ha compiuto non l’atto iniziale, penso, ma piuttosto quello finale della crisi. Un atto che la nostra coscienza di ā€œmoderniā€œ riprova, ma che nella logica antica del realismo politico, condito con una larga dose di spregiudicatezza e di cinismo, Vladimir Putin considera del tutto normale, ma almeno gli si riconosca che non si riempie la bocca con parole come Ā«democraziaĀ» et similia come fa Biden, e il coro di servi sciocchi di Bruxelles.

Se questa guerra non viene al più presto fermata, oltre a una difficile ricostruzione e conciliazione in che misura destabilizzerĆ  le economie sia della Russia ma anche dell’Europa? Avere una Russia e unā€˜Europa deboli, favorirĆ  USA e Cina?

Credo di avere giĆ  risposto. La guerra e la guerra economica (le sanzioni) recheranno danni a tutti, salvo che ai produttori di armamenti e ai loro commercianti. In ogni caso la Cina, chissĆ  se l’America lo ha capito, ĆØ in prospettiva il vincitore. E Putin con molta astuzia e quel realismo condito di cinismo cui accennavo, lo sa e ha portato avanti una politica di sotterranea e via via più palese politica di sostanziale alleanza,almeno in prospettiva. In caso estremo, chi oserebbe mettersi contro un simile baluardo russo-cinese? Infine, la storia ci ricorda che chiunque abbia aggredito la ā€žGrande Madre Russiaā€œ ne ĆØ uscito con le ossa rotte.

Come ultima domanda, ringraziandola ancora del suo prezioso contributo, le chiedo da storico una riflessione sul fatto che dal 2014 la situazione in Ucraina era instabile, pronta a esplodere in qualsiasi momento. PerchĆØ non si ĆØ scelto la strada del federalismo e della neutralitĆ  (sul modello dei Cantoni Svizzeri) che avrebbe salvaguardato l’integritĆ  territoriale del paese, e avrebbe permesso di capitalizzare le immense ricchezze che possiede?

L’Occidente – UE e USA – hanno giocato col fuoco, sostenendo il colpo di Stato di Euromaidan, foraggiando bande neonaziste, che si sono macchiate di crimini orribili. La NATO ha portato avanti una politica pericolosissima di allargamento, contro tutti gli accordi presi trent’anni fa con l’URSS prima e la Federazione Russa, poi, accordi variamente ribaditi negli anni seguenti. La Russia ĆØ stata accerchiata, umiliata e messa all’angolo. Si aspettavano che continuasse a subire? Gli occidentali hanno seminato vento per anni, e ora raccolgono tempesta.

Torino, 28 febbraio 2022

:: Un’intervista con il Dott. Tiziano Ciocchetti redattore di Difesa Online a cura di Giulietta Iannone

25 febbraio 2022

Quello che nessuno voleva, e la diplomazia ha cercato di evitare, purtroppo ĆØ successo. La Russia ĆØ entrata militarmente in Ucraina, e sta per occupare Kiev. Volodymyr Zelens’kyj ĆØ in un luogo sicuro e sembra guidi la resistenza. L’Occidente, NATO e USA minacciano per ora solo sanzioni economiche e finanziarie, ma non militari. Anche la Cina non manda contingenti militari ma appoggia Mosca per ora comprando il suo grano. La situazione ĆØ fluida e dinamica e anche di difficile definizione. Può essere una guerra lampo, come un conflitto che si trascinerĆ  all’infinito. Tutto alle porte dell’Europa. Secondo te era un intervento pianificato da tempo da Putin, o ĆØ tutto precipitato nelle ultime settimane?

L’intervento dei russi era pianificato da tempo. I combattimenti di questi due giorni sono la prosecuzione (in una forma assai più acuta) della guerra iniziata nel 2014. L’invasione dell’Ucraina deve essere una guerra lampo (blitzkrieg), altrimenti per Putin si trasformerĆ  in una disfatta. Non dobbiamo sopravalutare le forze russe, hanno un’autonomia limitata, non possono alimentare l’attacco all’infinito.

Dove la diplomazia ha sbagliato?

La diplomazia occidentale, nei confronti della Russia, ha commesso errori per trent’anni. Gli USA hanno continuamente provocato la Russia, annettendo nella NATO tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia. In ultimo, la richiesta di Kiev di entrare nell’Alleanza ha fatto precipitare la situazione. Tale atteggiamento ha portato all’accerchiamento della Federazione, risvegliando antiche paure del popolo russo. Una Superpotenza deve essere rispettata!

Quali sono le forze in campo da parte russa e ucraina?

Le Forze russe, nella giornata di ieri, hanno compiuto attacchi di terra (con unitĆ  corazzate) anfibi, elitrasportati e missilistici. Ovviamente si sono assicurate la superioritĆ  aerea. L’intero spazio aereo ucraino ĆØ sotto il tiro dei sistemi superficie-aria S-300 e S-400. Quello che ho ravvisato nella giornata iniziale ĆØ l’impiego dei carri più vecchi (T-72), magari per saggiare le difese contro-carro del nemico. Gli ucraini hanno spostato la loro aviazione a ovest, vicino ai confini dei paesi NATO. Al momento, principalmente, cercano di arginare l’avanzata russa con i sistemi contro-carro forniti da USA e Regno Unito (Javelin e NLAW).

Nel caso l’Ucraina si arrendesse, seguendo la richiesta di Putin, che scenari si presenterebbero?

Mosca vuole il riconoscimento delle repubbliche separatiste e della Crimea, nonchĆ© l’instaurazione a Kiev di un governo filo-russo. Si potrebbe verificare anche una divisione dell’Ucraina, magari prendendo come linea di demarcazione il fiume Dnepr.

Sanzioni puramente economiche e finanziarie basteranno, o la NATO ha anche come ultima ratio in previsione uno scontro armato? Seppure l’Ucraina non faccia (ancora) parte dei membri del Patto Nord Atlantico.

Uno scontro frontale tra NATO e Russia ĆØ altamente improbabile (oltre che impensabile). Al massimo, se le operazioni russe ristagneranno, i paesi NATO potrebbero fornire armi e munizioni alla resistenza ucraina.

Quali sono i rischi reali che il conflitto dilaghi e si estenda alla Bielorussia e agli altri paesi confinanti? C’ĆØ il rischio reale dello scoppio di una guerra mondiale?

Il rischio ĆØ minimo, i paesi confinanti a ovest e a nord con l’Ucraina fanno parte dell’Alleanza.

Secondo te c’ĆØ qualcuno che Putin ascolterebbe? Disposto a intraprendere una reale mediazione? C’ĆØ ancora tempo per una ā€œconciliazioneā€?

Putin ha un piano preciso, si fermerĆ  solo quando lo avrĆ  portato a termine oppure sarĆ  sconfitto.

Gli Stati Uniti come stanno affrontando questa crisi, ne stanno comprendendo la reale portata?

Per la prima volta nella storia un presidente americano, nell’affrontare una crisi internazionale, ha escluso a priori l’uso della forza militare.

E l’Italia? Sembra che gli incontri Draghi Putin sia saltato, solo Macron mi pare abbia mantenuto un tenue filo di negoziazioni con Mosca. Esautorare la Russia dal sistema finanziario mondiale (fuori dallo Swift) ĆØ la mossa giusta? PerchĆ© Italia e Germania si sono opposti (Germania e Italia infine favorevoli n.d.r)?

Noi non contiamo nulla! La Russia comunque fa parte del sistema finanziario mondiale.

Come ultima domanda, lo so che ĆØ molto difficile stilare bilanci o fare previsioni, ma cosa ti auguri succeda nei prossimi giorni?

Una completa vittoria dei russi.

Roma 25 febbraio 2022

:: Un’intervista con il Prof. Luigi Bonanate sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni

23 febbraio 2022
Il bacino del Donec interessa i territori orientali dell’Ucraina (aree dorate). Al centro della mappa, in azzurro, l’imponente corso del Dnepr.

Grazie professore di questa nuova intervista che riprende quella che ci ha concesso nell’aprile del 2015 sulla crisi russo-ucraina. Lei non ĆØ un esperto di Europa Orientale, ma ĆØ un esperto delle dinamiche che portano a combattere le guerre, evitarle, perderle o vincerle. Suo del 1994 ĆØ un libro molto prezioso dal titolo Guerra e pace: due secoli di storia del pensiero politico (FrancoAngeli), che se vogliamo consiglierei ai nostri lettori e anticipa molte delle dinamiche che vediamo oggi. Una domanda breve e molto personale: come siamo arrivati secondo lei a questo punto in Ucraina? Ricordo che la cosiddetta guerra civile scoppiata nel 2014, ĆØ continuata fino a oggi senza una reale pacificazione o accordi definitivi, verte sul riconoscimento formale della sovranitĆ  delle regioni ucraine separatiste e filo russe di Donetsk e Luhansk che nel 2014 si sono autoproclamate Repubbliche indipendenti da Kiev.

E’ necessaria una premessa: il mondo occidentale, e in particolare gli Stati Uniti, vivono da tempo in una sorta di nirvana, che li culla in una sorta di incosciente indifferenza. Nulla di male nel non volersi interessare degli affari del mondo, ma soltanto se si ĆØ giĆ  rinunciato a sentirsi grandi potenze, a occuparsi di paesi lontani, come l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria, e via discorrendo. In altri termini, la gestione di una politica estera – di qualsiasi stato – richiede un impegno costante e continuativo. Bisogna occuparsene tutti i giorni, per cosƬ dire, e non svegliarsi dal torpore quando da qualche parte uno starnuto ci fa sobbalzare.

Questo non ĆØ un invito alla politica di potenza o alla continua ingerenza negli affari altrui. Significa piuttosto che la realtĆ  ĆØ complessa, evolve in continuazione, può cambiare o modificare il proprio indirizzo. Capirlo servirebbe non tanto a evitare le guerre, ma a essere presenti a se stessi, ad avere la consapevolezza di quel che sta succedendo nel mondo. Certo, questo non era stato l’atteggiamento del presidente Trump, e il primo anno del governo di Biden si ĆØ rivelato non tanto diverso. Un esempio per tutti: l’abbandono dell’Afghanistan alle sue miserie ĆØ una delle pagine più indecenti della storia della politica estera americana.

Veniamo ora al punto di oggi – o meglio, di ieri perchĆ© la situazione dl Donbass era nota al mondo da un decennio – ma evolve in continuazione. Ma chi se ne era più preoccupato?

C’è una linea da nord a sud, che va dalla Lituania a Sebastopoli (tanto per ricordare il nome a cui Tolstoj intitolò i suoi straordinari Racconti di Sebastopol), sulle rive del mar nero, che segna quasi esattamente il senso della politica estera-occidentale della Russia, che ĆØ il sogno imperiale di Putin e e costeggia la Polonia, quella che un tempo si chiamava Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria. Quello era il confine tra i due mondi occidental-capitalistico e Russia comunista (con alcune appendici). Quello stesso confine strategico-politico oggi passa semplicemente attraverso due nuovi stati, uno che viene chiamato Bielorussia (e una volta era semplicemente una delle ā€œrepubbliche socialiste sovieticheā€, e un altro come – guarda caso – l’Ukraina.

Il punto geografico- strategico (e non geopolitico, giacchĆ© quest’ultimo non esprime analisi e spiegazioni, ma ā€œleggiā€ naturali che non esistono) riguarda i motivi che hanno portato l’URSS, in prima battuta, e la Federazione russa subito dopo,, ad arretrare di un paio di migliaia di km, verso est, quindi, formando un cuscinetto verso l’Europa dell’ovest molto più ampio di quanto non fosse quello che intercorreva ai tempi della guerra fredda.

GiĆ … i tempi della guerra! ƈ da quando finƬ, cioĆ© nell’Ottantanove, che la storia ha subito una svolta (stavo per dire: uno scossone, un terremoto…): la seconda più grande potenza militare, oltre che ideologica e politica, del mondo che scompare dalle carte geografiche senza aver sparato un solo colpo di fucile! Lo stesso risultato che si ottiene con una grande guerra senza avere combattuto, ucciso, distrutto. Tra le conseguenze poco discusse e meno ancora analizzate, due avevano il primato: una per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’altra per la Russia.

Gli Usa vinsero quella che si poteva considerare la guerra ideologica, ma persero il riconoscimento della loro supremazia da parte degli alleati. La Russia perse anche sul piano territoriale, perchĆ© diverse sue ex-repubbliche ottennero l’indipendenza. Gli Usa non seppero valutare la portata dell’evento – straordinario e unico nella storia delle relazioni internazionali – e continuarono la politica estera ingenua e inconsapevole (le guerre contro Afghanistan e Iraq, e poi l’intromissione nella guerra civile siriana sono state le vere ā€œsconfitteā€ americane, con la perdita di immagine, oltre che potenza e di capacitĆ  militare, che mostrarono) senza accorgersi che gli stessi alleati avevano incominciato a perdere fiducia nel ā€œfratello maggioreā€ decaduto…

Sintetizzo eventi che si sono sviluppati lentamente, ma i cui risultati appaiono oggi ben chiari. CapƬ tutto e quasi subito il nuovo ā€œzarā€ di Russia, Vladimir Putin, che si accorse di trovarsi a capo di uno stato poverissimo (se non di risorse naturali), privo di una struttura industriale capace di dare lavoro a milioni di povere persone. Ma in cambio scoprƬ una miniera: il nazionalismo e l’espansionismo (non tanto lontano dai disegni hitleriani, a ben vedere) che avrebbero dovuto consentirgli di riconquistare le terre perdute. Di fronte a un Occidente che pensò, in modo tradizionalistico e meccanico, di spostare il cordone di sicurezza verso la Russia, come ai vecchi tempi (ma non c n’era più bisogno), Putin potĆ© iniziare la sua ā€œgrande marciaā€, che iniziava da una regione ā€œdimenticataā€ come quella del mare di Azov, guarda caso vicino a Donetsk e Lugansk. La porta a sud veniva dunque chiusa fomentando il nazionalismo pro-russo, mentre la porta, ancora più importante e molto più grande, a ovest, era tenuta aperta dall’Ukraina, solleticata dall’idea di passare nella parte più ricca del pianeta.

Il controverso referendum indipendentista nelle regioni russofone dell’Ucraina orientale di Donetsk e Lugansk ĆØ stato un vero plebiscito (anche se dall’Occidente considerato finanziato dal Cremlino). Per quanto riguarda l’integritĆ  territoriale dell’Ucraina il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, come ĆØ stato richiesto dalla Duma a Putin (1), sarebbe un atto che rientra negli interessi di Mosca? Secondo lei perchĆ© Putin attende, cerca di frenare magari l’ala più interventista pronta a fare precipitare la situazione? Ricordiamo che quelle aree sono aree di guerra e la gente muore sul serio.

Penso che Putin stia semplicemente giocando con il topo. Sulla base di un progetto che proietta Putin alla presidenza fino al 2036 (secondo la sua più recente modifica costituzionale) con l’intenzione di ricostituire la consistenza territoriale dell’impero zarista, o meglio, di quello sovietico, Putin ha iniziato da alcuni anni a sbocconcellare i margini che contornano i vecchi confini: dapprima la Crimea, poi l’Ukraina. Non ci si sbaglierĆ  proprio a prevedere che la prossima mossa riguarderĆ  la Bielorussia (del resto ancora, o giĆ , o russificata)… La Russia ĆØ lo stato più esteso al mondo; alla fine dell’operazione-riconquista, un po’ come fu la progressiva conquista da parte degli Stati Uniti di territori sempre più vasti (Texas, California, eccetera) e lo sarĆ  ancora di più, ma verosimilmente non diventerĆ  per questo più ricca o più democratica. Al contrario, le difficoltĆ  per Putin aumenteranno perchĆ©, per loro fortuna, le nuove generazioni sono libere dall’indottrinamento del passato. La popolazione ĆØ piuttosto scarsa; l’industria e le industrie sono arretrate; la spesa militare ĆØ al di lĆ  di ogni ragionevole criterio strategico; il prodotto nazionale lordo ĆØ basso e quel che lo nutre sono comunque solo materie prime, petrolio e gas, che sono stati forniti dalla natura e non dall’ingegno locale.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche nel caso avesse informazioni certe su questo attacco imminente perchĆ© darne notizia pubblicamente cosƬ alla popolazione aumentando il panico e la confusione. Questa strategia ha una funzione di deterrenza?

Risponderei semplicemente che Biden ĆØ indeciso, incerto, e impreparato. Continua a seguire e inseguire le mosse di Putin, ma ĆØ chi fa il gioco che vince il braccio di ferro della dissuasione reciproca (posso informare che il primo libro, nel 1971 – 53 anni fa! – si intitolava proprio La politica della dissuasione). Ora il principio basilare, necessario ma non sufficiente, di una strategia di dissuasione ĆØ la credibilitĆ : non bastano grandi minacce, bisogna che l’avversario le creda realistiche, cosicchĆ© attraverso un altro marchingegno, l’escalation, il gioco continui con rilanci sempre pericolosi, fino al momento in cui entrambe le parti si accorgono che di quel passo si rischia davvero l’Armageddon.

A chi conviene in realtĆ  questa guerra, personalmente direi suicida? Se si arrivasse a uno scontro aperto tra USA e NATO e Russia, la Cina non starebbe a guardare e il rischio di un Armageddon atomico sarebbe reale.

La Cina di adesso starebbe certamente a guardare: non ha nulla da perdere se gli Usa vengono scornati o se la Russia deve arretrar anche di un solo passo. La Cina non ĆØ disinteressata o neutra, ma si sta consolidando – aggiungerei anche peggiorando. La sua leadership ĆØ sempre più autoritaria, illiberale e vorace, ma calma, lucida e riflessiva.

E poi infine le chiedo che prospettive ci sono per la risoluzione pacifica della crisi russo-ucraina? Può essere ancora risolta solo da accordi diplomatici che mettano tutti d’accordo su prezzo del gas e materie prime?

SƬ, può essere risolta cosƬ, ma l’Occidente – essendo stato battuto sul tempo (ecco il perchĆ© della mia premessa iniziale) – dovrĆ  pagare dei prezzi, in parte inevitabili, altri scontati, per quanto riguarda il ritocco dei confini territoriali russi. Alla peggio, le zone russificate dovranno essere abbandonate a se stesse. Gli Usa e l’Unione europea non andrebbero mai a combattere per Donetsk.

Torino, 23 febbraio 2022

Nota (1): Due giorni fa Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i decreti che riconoscono la sovranitĆ  delle repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk.

:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

19 febbraio 2022

Benvenuta Diana Johnstone e grazie per averci concesso questa nuova intervista che verterĆ  essenzialmente sulla crisi ucraina alle porte dell’Europa. Grazie ai tuoi studi, ricordo che hai un diploma in Studi Russi, sei forse la persona più adatta per rispondere ad alcune domande.

1. L’adesione dell’Ucraina alla NATO sembra essere la vera causa del contendere, mentre la sua neutralitĆ  o meglio la finnlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. PerchĆ© l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

DJ Non dimentichiamo che l’Ucraina non ĆØ una nazione storica, con un’identitĆ  ben definita. Il termine Ucraina, che significa terra di confine, originariamente era applicato ai territori tra Russia e Polonia. L’Ucraina ĆØ uno stato totalmente indipendente solo dal 1991. I suoi confini sono stati generosamente stabiliti dall’Unione Sovietica, estendendosi dalle aree orientali che facevano parte della Russia alle aree occidentali che facevano parte della Polonia, della Lituania, dell’Impero asburgico e di quelle popolazioni identificate come Occidente cattolico. Questa divisione si ĆØ manifestata alle elezioni presidenziali, quando gli elettori dell’Est e dell’Ovest hanno scelto partiti opposti. La vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale ha ampliato l’Ucraina verso ovest, rafforzando l’estremitĆ  filo-occidentale e anti-russa del paese. Da questa espansione, una vasta diaspora antirussa e anticomunista emigrò negli Stati Uniti e in Canada, formando una lobby nazionalista ucraina politicamente iperattiva, la cui influenza fu accolta e incoraggiata da Washington. Certamente, un’Ucraina neutrale e federale, che accetti le differenze linguistiche e culturali tra Oriente e Occidente, potrebbe consentire all’Ucraina di evolversi in un ponte tra Oriente e Occidente. Tuttavia, i responsabili politici statunitensi e britannici preferiscono chiaramente utilizzare l’Ucraina come barriera piuttosto che come ponte, impedendo il pacifico riavvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale, in particolare la Germania. Questa ĆØ la classica politica britannica del divide et impera. Come affermato apertamente dal funzionario neoconservatore del Dipartimento di Stato Victoria Nuland, che ha attivamente promosso il rovesciamento nel 2014 del presidente eletto, Viktor Yukonovych, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per rafforzare la “democrazia ucraina”, ovvero la vittoria dell’Occidente del paese sul suo Oriente. L’incertezza storica dell’identitĆ  ucraina contribuisce all’ostilitĆ  fanatica verso la Russia dei nazionalisti occidentalizzati. Entrare nella NATO sarebbe un’affermazione della loro identitĆ  occidentale e non vogliono rinunciarvi. Tuttavia, molti attuali membri della NATO non sono affatto favorevoli ad ammettere l’Ucraina per i problemi che comporterebbe.

Welcome Diana Johnstone and thank you for granting us this new interview which will essentially focus on the Ukraine crisis on the doorstep of Europe. Thanks to your background, I remember that you have a diploma in Russian Studies, you are perhaps the best person to answer some questions.

1. Ukraine becoming part of NATO seems to be the real cause of the dispute, while its neutrality or rather Finnlandization would be the most desired solution. Why doesn’t Ukraine openly embrace this solution?

D.J. Never forget that Ukraine is not an historic nation, with a well-defined identity. The term Ukraine, meaning borderland, originally applied to territories between Russia and Poland. Ukraine has been a totally independent state only since 1991. Its boundaries were generously set by the Soviet Union, stretching from Eastern areas which had been part of Russia to Western areas which had been part of Poland, Lithuania, the Habsburg Empire, and whose people identified with the Catholic West. This split showed up in Presidential elections, when voters in East and West chose opposing parties. The Soviet Union’s victory in World War II expanded Ukraine Westward, strengthening the pro-Western, anti-Russian end of the country. From this expansion, a very large, anti-Russian and anti-communist diaspora emigrated to the United States and Canada, forming a politically hyperactive Ukrainian nationalist lobby, whose influence was welcomed and encouraged in Washington. Certainly, a neutral, federal Ukraine, accepting linguistic and cultural differences between East and West, could allow Ukraine to evolve into a bridge between East and West. However, U.S. and British policy-makers clearly prefer to use Ukraine as a barrier rather than a bridge, preventing the peaceful rapprochement between Russia and Western Europe, Germany in particular. This is classic British divide and rule policy. As openly stated by neoconservative State Department official Victoria Nuland, who actively promoted the 2014 overthrow of the elected President, Viktor Yukonovych, the United States has invested billions of dollars to strengthen ā€œUkrainian democracyā€ – meaning the victory of the West of the country over its East.

The historic uncertainty of Ukrainian identity contributes to the fanatic hostility toward Russia of the Westernizing nationalists. Joining NATO would be an assertion of their Western identity and they don’t want to give it up. However, many current NATO members are not at all favorable to admitting Ukraine and the troubles it would bring.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e anche l’Italia: nei giorni scorsi si sono incontrati il ​​ministro degli Esteri italiano Di Maio e Lavrov e presto ci sarĆ  l’incontro Draghi-Putin. Insomma, ĆØ ancora tempo per la diplomazia?

DJ L’Europa meridionale non ha assolutamente alcun interesse a essere trascinata nel conflitto in Ucraina. Ma purtroppo Parigi e Roma diplomaticamente non collaborano. La Francia ha trattato molto male l’Italia riguardo alla Libia, e preferisce coordinarsi con la potente Germania, secondo il mito della ā€œcoppia franco-tedescaā€ nel cuore dell’Unione Europea. La Germania rimane saldamente attaccata alla sua potenza occupante, gli Stati Uniti. L’insistenza obbligatoria sull’ā€œunitĆ  europeaā€ nasconde semplicemente il fatto che le decisioni vengono prese da Washington.

2.Macron’s France has sought mediation, and Italy too: in recent days Italian Foreign Minister Di Maio and Lavrov have met and soon there will be a Draghi-Putin meeting. In short, is it still time for diplomacy?

D.J. Southern Europe has absolutely no interest in being dragged into conflict in Ukraine. But unfortunately, Paris and Rome do not work together diplomatically. France treated Italy very badly concerning Libya, and prefers to coordinate with powerful Germany, according to the myth of the ā€œFranco-German coupleā€ at the heart of the European Union. Germany remains firmly attached to its occupying power, the United States. Obligatory insistence on ā€œEuropean unityā€ simply covers the fact that decisions are made in Washington.

Secondo il Wall Street Journal, Mosca avrebbe portato all’ONU le prove del genocidio della “popolazione russofona del Donbass”: in breve, dal 2014 nel Donbass sono state commesse atrocitĆ , comprese fosse comuni e massacri di civili, tutto sotto gli occhi dell’Europa, che in realtĆ  non ha prestato molta attenzione a questi eventi. Come lo spieghi?

DJ Gli occhi dell’Europa sono puntati sulle atrocitĆ  che i mass media portano alla loro attenzione. Tali atrocitĆ  possono anche essere immaginarie, ad esempio in Cina sin da quando questa nazione ĆØ stata scelta come “nemica dell’Occidente”. Ma le atrocitĆ  commesse dai nostri amici non attirano l’attenzione dei media mainstream e rimangono sconosciute al grande pubblico.

3.According to the Wall Street Journal, Moscow allegedly brought to the UN the evidence of the genocide of the “Russian-speaking population of the Donbass”: In short, since 2014 atrocities in the Donbass have been committed, including mass graves and massacres of civilians, all under the eyes of Europe, which in reality has not paid much attention to these events. How do you explain it?

D.J. The eyes of Europe are on the atrocities which mass media bring to their attention. Such atrocities may even be imaginary, for instance in China since that nation has been selected as ā€œenemy of the Westā€. But atrocities committed by our friends do not attract the attention of mainstream media and remain unknown to the general public.

La Duma ha chiesto a Putin di riconoscere Donetsk e Luhansk, per ora Putin non l’ha ancora fatto. PerchĆ© pensi che Putin stia aspettando? Sta cercando di frenare l’ala più interventista pronta a far precipitare la situazione? Ricordiamoci che quelle aree sono zone di guerra e le persone stanno morendo veramente.

DJ Pur essendo ritratto dai media occidentali come un mostro con le zanne che complotta per divorare i suoi vicini, Putin ĆØ sempre stato un leader prudente e pacifico che spera in buone relazioni con l’Occidente. Quindi evita ogni inutile provocazione. Sponsorizzare il ritorno democratico della Crimea in Russia ĆØ stato un caso eccezionale: una necessitĆ  vitale per salvaguardare la base navale russa a Sebastopoli dall’eventuale acquisizione del controllo degli Stati Uniti a seguito del colpo di stato sponsorizzato da Washington nel 2014. Ma fondamentalmente, Putin sostiene gli Accordi di Minsk, mantenendo il Donbass all’interno dell’Ucraina come elemento di equilibrio. La rimozione del Donbass rischierebbe di unificare l’Ucraina come un pericoloso vicino ostile per molto tempo a venire.

4.The Duma asks Putin to recognize Donetsk and Luhansk, for now Putin has not yet done so. Why do you think Putin is waiting? Is he trying to curb the more interventionist wing ready to precipitate the situation? Let’s remember that those areas are war zones and people are seriously dying.

D.J. While being portrayed by Western media as a monster with fangs plotting to gobble up his neighbors, Putin has always been a prudent and peaceful leader hoping for good relations with the West. So he avoids any unnecessary provocation. Sponsoring Crimea’s democratic return to Russia was exceptiontal: an existential necessity to safeguard the Russia’s naval base in Sebastopol from eventual U.S. takeover following the 2014 Washington-sponsored coup. But basically, Putin supports the Minsk Accords, keeping Donbass within Ukraine as a balancing element. Removing Donbass would risk unifying Ukraine as a dangerous hostile neighbor for a long time to come.

Il presidente americano Joe Biden continua a dire che Putin sta per attaccare e invadere l’Ucraina. Ma anche se avesse avuto qualche informazione certa su questo imminente attacco, perchĆ© divulgare tali notizie alla popolazione, generando panico e confusione? Questa strategia ha una funzione deterrente?

DJ Quegli annunci sono accuse, senza prove. Qualunque cosa accada, servono a creare l’impressione che la Russia sia almeno un potenziale aggressore. Se non succede nulla, Biden può affermare di aver scoraggiato l’aggressione. Se le ostilitĆ  sono iniziate dalla parte nazionalista di Kiev, gli Stati Uniti faranno riferimento a “false flags” e proclameranno che avevano ragione, la Russia ha invaso. Non c’ĆØ motivo di credere che l’amministrazione Biden voglia scoraggiare una guerra in Ucraina. Al contrario, una simile guerra riuscirebbe (loro lo sperano) a isolare la Russia dall’Europa occidentale e a perpetuare il dominio degli Stati Uniti.

6.American president Joe Biden goes on to say that Putin is about to attack and invade Ukraine. But even if he had some information about this imminent attack, why divulge such news to the population, generating panic and confusion? Does this strategy have a deterrent function?

D.J. Those announcements are accusations, without evidence. Whatever happens, they serve to create the impression that Russia is at least a potential aggressor. If nothing happens, Biden can claim to have deterred the aggression. If hostilities are begun by the Kiev nationalist side, the U.S. will refer to ā€œfalse flagsā€ and proclaim that they were right, Russia has invaded. There is no reason to believe that the Biden administration wants to deter a war in Ukraine. On the contrary, such a war would succeed (they hope) in isolating Russia from Western Europe and perpetuating U.S. domination.

Papa Francesco si ĆØ espresso ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali dicendo: “Il mondo ĆØ campione nel fare la guerra e questo ĆØ una vergogna per tutti”. Il suo appello sarĆ  tenuto in conto?

DJ Parlare di ā€œvergogna per tuttiā€ suona un po’ come il peccato originale, che non indica la responsabilitĆ  individuale. Suppongo che sia nel ruolo del Papa. Ma “vergogna per tutti” permette a ciascuna parte di incolpare l’altra, cosa che sta giĆ  accadendo.

7.Pope Francis expressed himself when receiving in audience the participants in the plenary session of the Congregation for the Oriental Churches saying: “The world is a champion in making war and this is a shame for everyone”. Will his appeal be taken into account?

D.J. Speaking of ā€œshame for everyoneā€ sounds a bit like original sin, which does not point out individual responsibility. I suppose that is in the role of the Pope. But ā€œshame for everyoneā€ allows each side to blame the other, which is what is already happening.

Come ultima domanda, ti chiedo che ruolo gioca la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non ĆØ un pericolo troppo grande da ignorare?

DJ Non riesco a immaginare che la Cina intervenga in Ucraina. Ma la Cina fornisce supporto politico ed economico. Gli Stati Uniti vogliono ā€œisolareā€ la Russia, ma con la Cina al proprio fianco non ĆØ sola. Naturalmente, se si pensa a questa ostilitĆ  occidentale in nome dei ā€œnostri valoriā€ contro tutti coloro che abbiamo scelto di chiamare ā€œautoritariā€, il pericolo di un’eventuale guerra nucleare dovrebbe essere preso sul serio. Ma non basta dire, vergogna per tutti. Noi in Occidente dobbiamo agire per fermare coloro che ci stanno portando in un conflitto perpetuo con il pretesto della nostra presunta superioritĆ  morale come ā€œdemocrazieā€.

8.As a last question, I ask you what role is China playing in this crisis? Are they looking to intervene, perhaps, on the side of Russia? Isn’t that too great a danger to overlook?

D.J. I cannot imagine China intervening in Ukraine. But Chine does provide political and economic support. The U.S. wants to ā€œisolateā€ Russia, but with China at one’s side, one is not all alone. Of course, if you are thinking of this Western hostility in the name of ā€œour valuesā€ against all those we chose to call ā€œauthoritarianā€, the danger of an eventual nuclear war should be taken seriously. But it’s not enough to say, shame for everybody. We in the West must act to stop those who are leading us into perpetual conflict on the pretext of our alleged moral superiority as ā€œdemocraciesā€.

Diana Johnstone, 19 February 2022

Diana Johnstone ĆØ stata addetta stampa del Gruppo Verde al Parlamento Europeo dal 1989 al 1996. Nel suo ultimo libro, Circle in the Darkness: Memoirs of a World Watcher (Clarity Press, 2020), racconta episodi chiave della trasformazione del Partito dei Verdi in Germania da partito di pace a partito di guerra. I suoi altri libri includono Fools’ Crusade: Jugoslavia, NATO and Western Delusions (Pluto/Monthly Review) e, scritto a quattro mani con suo padre, Paul H. Johnstone, From MAD to Madness: Inside Pentagon Nuclear War Planning (Clarity Press).

:: Un’intervista con il Prof. Eugenio Di Rienzo sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2022

Benvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Tra le sue molte opere ĆØ anche l’autore di un libro uscito nel 2015, ormai sette anni fa, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, di cui maggiormente ne stiamo scoprendo l’importanza in questi giorni difficili. Dunque le varie tregue, sempre tenuto conto del Donbass, non erano che il preludio dello stallo di questi giorni. Lei essenzialmente, professore, ĆØ uno storico, può ricapitolarci sotto il profilo storico la storia dell’Ucraina, per avere una visione di insieme più nitida e lucida?

Quando il territorio dell’Ucraina fu spartito tra l’Impero russo e asburgico, si ebbe una frattura all’interno di questo Paese, poichĆ© la parte nord-est guardò a Kiev, all’Occidente, mentre quella sud-orientale guardò verso la Russia, e ospitò cittadini prevalentemente russofoni. Un altro discorso ĆØ invece quello della Crimea, russa dal 1792. Nel 1918, dopo il trattato di pace di Brest-Litovsk tra la Russia guidata dal governo rivoluzionario presieduto da Lenin e gli Imperi centrali, l’Ucraina di Kiev diventa indipendente de jure, ma non de facto, in quanto stato satellite della Germania guglielmina. Dal 1922, l’Ucraina divenne una Repubblica Sovietica, Crimea compresa, la più importante, forse, tra quelle che componevano l’Urss. Nella Seconda Guerra Mondiale, quando il territorio ucraino venne invaso dalle truppe tedesche, si replicò nuovamente questa divisione, l’Ucraina di Kiev tornò ad essere uno Stato satellite della Germania nazista. Addirittura venne formata una Divisione SS composta da cittadini ucraini che combatterono a fianco dei nazisti insieme con la Guardia Nazionale ucraina. ƈ doveroso ricordare che questi due gruppi armati diedero man forte alla persecuzione degli ebrei. Dopo la morte di Stalin, nel 1954, Mosca cedette la Crimea all’Ucraina, che in quel periodo era ancora inglobata nel territorio russo. Fu come un regalo che si fa a una moglie. Tutto rimase in famiglia fino al dicembre 1990 quanto i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l’Urss e costituirono Stati indipendenti insieme a sette altre Repubbliche sovietiche

Rileggendo la sua precedente intervista, (per chi fosse interessato questo ĆØ il link ), alla luce dei fatti odierni molte sue affermazioni prendono una nuova luce. Non si può parlare di Ucraina senza parlare di Crimea, e da storico sicuramente ha bene in mente il conflitto combattuto tra il 1853 e il 1856, tra l’allora Impero russo e l’Impero ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna (con il ruolo attivo di Cavour). La vera paura di Putin, secondo lei, ĆØ perdere la Crimea (e il conseguente sbocco nel Mar Nero)?

I timori di Putin riguardano l’accerchiamento della Russia da parte della NATO, in gran parte giĆ  realizzato e in via di potenziarsi con il prossimo ingresso nell’alleanza di Svezia, Finlandia e Georgia. Naturalmente il Premier russo teme anche la perdita della Crimea, entrata a far parte della Federazione Russa dopo il referendum sull’autodeterminazione, vigilato da osservatori ONU, del 16 marzo 2014, e con essa quella della base navale di Sebastopoli che sola consente, attraverso gli Stretti Turchi, alla Voenno-morskoj Flot l’accesso al Mediterraneo, durante i mesi invernali, restando la gran parte dei porti russi del Mare del Nord e del Baltico gelati e quindi impraticabili in quella stagione. Vorrei ricordare che da Sebastopoli sono partiti truppe, rifornimenti, logistica che hanno consentito alla Forze armate della Federazione Russa di raggiungere la Siria e di spezzare, una volta per tutte, le reni all’autoproclamatosi Stato Islamico, mentre i contingenti americani e NATO si limitarono a osservare lo scontro dalla finestra.

Può parlarci più diffusamente del patto denominato ā€œnot one inchā€ e sulla sua reale tenuta, e sul fatto che nonostante rimase solo verbale (un “accordo tra gentiluomini” che davano valore alla parola data) dalla Russia fu sempre tenuto in seria considerazione e disatteso, nei fatti, dalla NATO.

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), giĆ  parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della NATO assicurandogli, come contropartita, che la coalizione atlantica non avrebbe esteso la sua presenza oltre la vecchia Ā«cortina di ferroĀ».

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa orientale cominciò a emanciparsi dal regime comunista, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio strategico dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto Ā«accordo di MaltaĀ» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov ĆØ tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuitĆ , il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali Ā«la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un pollice verso OrienteĀ». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscƬ a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituƬ un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integritĆ  della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009 sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia nella NATO.

Dunque l’entrata dell’Ucraina nella NATO sembra la causa del contendere, mentre una sua neutralitĆ  o meglio finlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. PerchĆ© l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

A mio avviso, Kiev sarebbe disposta ad accettare questa soluzione, a riconoscere l’autonomia delle Repubbliche filorusse del Donbass e a concedere un ininterrotto approvigionamento idrico della Crimea, più volte sospeso in questi ultimi anni, pur di evitare un conflitto con la Federazione Russa e il suo completo crollo economico. Se si analizzano i comunicati diramati dal Governo ucraino, in queste ultime settimane, si vedrĆ  che quei comunicati stigmatizzano con grande decisione le esternazioni statunitensi e britanniche che danno per certa l’invasione russa, dichiarando che tali boatos hanno il solo scopo di innalzare il livello della tensione e rendere impossibile un accordo bilaterale russo-ucraino. Accordo al quale Parigi, Berlino e forse anche Roma stanno lavorando. Resta, però, il fatto che l’Ucraina, divenuta dopo il 2014 un Failed State, completamente dipendente dalle rimesse della finanza americana, ĆØ ormai divenuta una Ā«Nazione marionettaĀ», alla quale non ĆØ concesso prendere decisioni che non siano avallate da Washington.

In una sua recente intervista accenna alla cosiddetta Maskirovka, anche soprannominata ā€œguerra delle ombreā€, adottata dalla Russia, in contrapposizione a una guerra ā€œcaldaā€ che gli risulterebbe fatale. Non pensa anche lei che Putin sia l’ultimo a volere una guerra aperta, insomma ha troppo da perdere? O pensa che sia cosƬ ingenuo da ritenere che occupando l’Ucraina NATO e Stati Uniti lo lascino fare?

A un osservatore superficiale Putin potrebbe sembrare una sorta di Ā«apprendista stregoneĀ». In realtĆ , il Premier russo ha ben calibrato la sua linea d’azione. Non intende certo arrivare fino a Kiev e si accontenterebbe della neutralitĆ  dell’Ucraina, del riconoscimento formale del possesso della Crimea e dell’applicazione degli accordi di Minsk (settembre 2014-febbraio 2015), per quel che riguarda il Donbass dove da 7 anni infuria una sanguinosa guerra civile, del tutto ignorata dai media occidentali, che si ĆØ trasformata in guerra contro i civili filorussi. Se tutte le sue richieste saranno respinte, come ormai pare quasi certo, il Cremlino si limiterĆ , per cosƬ dire, a occupare militarmente il Donbass e forse la costa meridionale del Mare d’Azov che assicurerebbe il collegamento terrestre tra Federazione Russa e Crimea. Anche in questo caso la NATO probabilmente non interverrĆ  direttamente in Ucraina. Si avrĆ  solo un incremento delle sanzioni che, però, allo stato attuale, danneggeranno più Francia, Germania, Italia che la Russia. Ma queste sono supposizioni, fatte mentre la partita ĆØ ancora aperta. E io sono uno storico, non un profeta.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e l’Italia, pensa che in qualche modo possa assumere un ruolo di mediatore? Sarebbe ascoltato?

Dato che ormai il Presidente del Consiglio Mario Draghi detta in completa autonomia anche la nostra politica estera, bisognerebbe girare la domanda a lui. Comunque dalle parti della Farnesina credo che qualcosa si stia muovendo, come dimostrano i colloqui tra Draghi e Macron. Anche se un Paese, come il nostro, che ha rinunciato ad avere un’autonoma politica estera dal 2011, non potrĆ  certo essere l’attore principale della trattativa.

Quali sono le richieste russe, che il ministro degli esteri russo Lavrov ha detto che sono state disattese? Sono richieste fattibili?

Mi sembra di averle giĆ  elencate. Comunque, la finlandizzazione dell’Ucraina, giĆ  auspicata da Kissinger nel 2014, sarebbe del tutto fattibile, se non gli fosse d’ostacolo la hỳbris degli Stati Uniti.

Il fronte NATO e quello dell’UE ĆØ diviso, questo mi sembra un punto di debolezza difficilmente mediabile, la Russia in che modo approfitta di questa crepa?

I Big Three della NATO e dell’UE (Italia, Francia, Germania), sono contrari alla politica aggressiva contro Mosca a cui sono propensi invece, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Stati baltici, sia perchĆ© la Federazione Russa ĆØ un loro importantissimo partner commerciale sia per la dipendenza energetica dalla Grande Nazione Euroasiatica sia ancora per le loro difficoltĆ  interne. Ma lo sono anche, seppur in misura meno evidente, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia. Mosca spera che questa crepa si trasformi in frattura. Si tratta al momento, però, di una speranza poco realizzabile considerata la forte egemonia politica, economica e finanziaria americana sul Vecchio Continente, e la presenza di un forte partito amerikano, in una parte delle classi dirigenti europee, fanaticamente atlantiste che scambiano ancora, per insipienza o per malafede, la Russia di Putin con quella di Stalin.

Come ultima domanda le chiedo che ruolo sta avendo la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non ĆØ un pericolo troppo grande da non tenere in debito conto?

Se si arrivasse alla guerra guerreggiata in Ucraina, Pechino invaderebbe immediatamente Taiwan, il conflitto diverrebbe globale e gli Stati Uniti dovrebbero battersi su due fronti. In questo caso credo che Washington non si limiterebbe all’uso di armi convenzionali e si potrebbe arrivare (Dio non voglia!) all’Armageddon nucleare.

Grazie del suo tempo e delle sue risposte, invito i nostri lettori anche a leggere, se ancora non lo hanno fatto, il suo libro Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale per approfondire l’argomento.

Roma, 13 Febbraio 2022

:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Marilù Oliva, autrice del libro ā€œBiancaneve nel Novecentoā€(Solferino Edizioni) che ha vinto la dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Marilù su Liberi di scrivere, sei la vincitrice della dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award, che negli anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni e ha fatto conoscere in Italia e all’estero sempre libri interessanti. Il mio premio ĆØ nato per questo, per dare visibilitĆ  ad autori e autrici meritevoli, per cui sono felice che tu sia qui. GiĆ  abbiamo parlato del tuo bel romanzo in una scorsa intervista, ne ricordo il link per chi ĆØ interessato, per cui questa volta certo parleremo del libro ma anche dei tuoi progetti attuali e futuri. Per prima cosa, tu che sei stata proposta allo Strega, cosa hai provato a vincere il nostro premio? Ricordo ĆØ un premio dei lettori, e sono loro gli unici a decidere il vincitore e sempre fino all’ultimo non si possono fare previsioni.

Sono stata molto felice, eravamo un bel gruppo nella rosa finale e mando un caro saluto anche ai colleghi/e in finale. Seguo il tuo blog dagli esordi e questa vittoria mi ha fatto molto piacere proprio perchĆ© ĆØ un riconoscimento ā€œdemocraticoā€, non ci sono giurie di pochi eletti ma sono i lettori e le lettrici che decidono. Il fatto che non si possano fare previsioni lo rende ancora più avvincente.

Che accoglienza ha avuto il tuo libro dalle lettrici e dai lettori? E dalle blogger e dalla stampa?

ā€œBiancaneve nel Novecentoā€ ĆØ stato il mio libro più amato in assoluto, addirittura più delle ā€œSultaneā€, con cui giĆ  avevo sentito il forte abbraccio dei lettori/trici. Prima che uscisse avevo giĆ  previsto una serie di critiche su come avevo messo in luce, in narrativa, questa triste parentesi della storia delle donne nei campi di concentramento: questo ĆØ il primo romanzo scritto da un’italiana in cui se ne parla molto diffusamente, almeno cosƬ ĆØ emerso dalle mie ricerche, magari mi ĆØ sfuggito qualcosa. Invece i commenti hanno ribaltato le previsioni: non ho mai ricevuto tanto affetto, tanti messaggi di gente che si calava nei panni delle mie protagoniste (anche di Bianca). In questo senso ā€œBiancaneve nel Novecentoā€ mi ha insegnato che in editoria non ha senso fare troppe previsioni, perchĆ© c’ĆØ un margine di imprevedibilitĆ  che potrebbe mandare tutto all’aria ogni congettura. Ma in fondo anche questo ĆØ il suo bello.

A proposito di critiche e previsioni, c’ĆØ una critica che non ti aspettavi e hai ricevuto nel corso della tua carriera?

ƈ successo con ā€œL’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altreā€, che ĆØ diventato un long seller e mi ha dato molte soddisfazioni, non solo per le vendite. Un libro andato contro tutte le previsioni: uscito in un periodo sfortunatissimo in cui l’editoria crollava (durante il primo lockdown) ĆØ stato accolto con entusiasmo, ha avuto un sacco di ristampe e resiste tutt’ora, nonostante siano passati due anni. Io ero un po’ spaventata da una eventuale reazione rigida dei classicisti, dei grecisti, insomma: mi aspettavo qualche bacchettata e invece niente. Forse perchĆ© c’ĆØ un lavoro filologico, dietro, abbastanza attento (anche da parte dell’editore Solferino). Invece le critiche che non mi aspettavo riguardano il tipo di approccio con i personaggi: mi hanno rimproverato di non aver rivisitato abbastanza queste donne epiche, di averle lasciate cosƬ come Omero le dipingeva. Ma quello era proprio il mio intento: restare il più fedele possibile ad Omero! Ed ĆØ anche il motivo per cui il libro ĆØ stato tanto adottato nelle scuole.

Immagino che ā€œBiancaneve nel Novecentoā€ sia anche diffuso nelle scuole e consigliato come lettura per i ragazzi se non proprio delle medie almeno dalle superiori in su. L’hai potuto presentare nelle scuole?

Certo, soprattutto nel triennio delle superiori e non solo in occasione del Giorno della Memoria, ĆØ stato una lettura accolta in generale. Per le presentazioni nelle scuole mi appoggio a un’associazione che ĆØ attivissima, Demea Eventi Culturali, che cura ogni dettaglio, dalla consegna dei libri agli incontri online. Ho incontrato studenti e studentesse sensibili, curiosi, attenti, che mi hanno rivolto domande molto interessanti, stimolando anche in me ulteriori riflessioni.

Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, anche il tuo libro può rientrare tra le letture propedeutiche atte a conservare la memoria. Ti senti anche tu parte di questo circolo virtuoso?

Uno dei miei intenti era proprio questo, alimentare il ricordo, tenerlo vivo. Fedele alla lezione di Primo Levi, quando, nella ā€œShemĆ ā€ introduttiva a ā€œSe questo ĆØ un uomoā€, si raccomanda di scolpirci nel cuore le sue parole, di meditare su quel che ĆØ stato. Altrimenti, sarĆ  un disastro per tutti e lui ce lo racconta lapidariamente con la sua maledizione finale.

Proposte di traduzioni all’estero?

Proprio in questi giorni stiamo firmando con la Serbia.

Progetti attuali, di cosa ti stai occupando in questi giorni?

Mi sto preparando all’uscita imminente del mio nuovo romanzo, ā€œL’Eneide di Didoneā€ (Solferino). L’idea ĆØ nata da una riflessione: Come ĆØ possibile che la leggendaria Didone, personaggio straordinario, unica donna a capo di una spedizione e fondatrice di una cittĆ , si sia uccisa per Enea, un uomo che, si sapeva fin da subito, era solo di passaggio? Non mi era piaciuta la conclusione del IV libro dell’Eneide, in cui lei, ferita e rabbiosa (isterica, direbbe qualcuno che ama questo aggettivo), si uccide quasi per ripicca. CosƬ ho ripreso l’opera di Virgilio e ho cercato di raccontarla abbastanza fedelmente variando però un particolare importante. Questa volta ho rivisitato molto il personaggio. Ma non posso anticipare altro.

Grazie Marilù, nell’augurarti il meglio per i tuoi progetti futuri, la storia di Didone mi ha sempre affascinata, ti ringrazio di questa intervista e del tempo che ci hai dedicato.

:: Intervista con Michele Venanzi a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Michele Venanzi, autore del libro ā€œIl ritorno del Samaritanoā€ (Marna) terzo classificato alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuto Michele su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Innanzitutto complimenti per il suo terzo posto al nostro Liberi di scrivere Award con il libro Il ritorno del Samaritano edito da Marna. Ci parli innanzitutto di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale, della sua vita.

Grazie a voi dell’invito! Per me ĆØ in effetti un po’ inusuale ritrovarmi in ambienti letterari, dato che la mia quotidianitĆ  mi porta perlopiù altrove… Sono uno psicologo psicoterapeuta di 43 anni, sposato e con tre figli: abitiamo in provincia di Como, a Rovellasca, paese nel quale ho anche il mio studio professionale. Da una decina d’anni, metĆ  del mio tempo lavorativo lo dedico a una casa di cura del comasco, condotta dalle Suore Ospedaliere, per le quali ricopro il ruolo di coordinatore del servizio di pastorale della salute.
Vengo da studi classici, presso i Salesiani di Milano, mia cittĆ  di nascita. Ho poi frequentato la facoltĆ  di psicologia dell’UniversitĆ  Cattolica. Mi sono infine specializzato, più tardi, in psicoterapia sistemico-relazionale presso il CMTF, sempre a Milano.

La sua attivitĆ  principale ĆØ quella di psicologo e psicoterapeuta. Da credente come integra psicologia e spiritualitĆ ?

Per molti anni queste due dimensioni hanno viaggiato su percorsi paralleli, quasi indipendenti l’uno dall’altro. L’incontro con la Congregazione delle Suore Ospedaliere, poi, ha fatto sƬ che questi due ambiti si incontrassero, ā€œcostringendoliā€ a convivere nell’incarico di responsabile di un servizio di pastorale della salute: un modo di vivere non più solo nel privato la dimensione di Fede. Fare testimonianza, elemento essenziale per un credente, ma non facile almeno per me, ĆØ cosƬ diventato più semplice, venendo quasi ā€œobbligatoā€ a farlo attraverso il ruolo stesso ricoperto all’interno della struttura ospedaliera. E quindi ĆØ l’agire pastorale che richiede l’integrazione (ma anche la distinzione) tra psicologia e spiritualitĆ : ricercarne aree di sovrapposizione e insieme di confine ĆØ diventata una delle occupazioni mentali più interessanti per me, in questo periodo. E la stesura del racconto, in parte, ĆØ anche un modo di rappresentare questo tentativo di tenere insieme e al tempo stesso di distinguere aspetti psicologici e spirituali della vita.
Per quanto riguarda la psicologia in sĆ©, non ho mai creduto che fosse inconciliabile con la religione, nĆ© che lo psicologo cattolico svolgesse una professione ā€œdiversaā€ da uno psicologo non credente. Semplicemente, come diceva un mio maestro, psicologo e sacerdote camilliano, ā€œlo psicologo cattolico non esiste: c’è lo psicologo, il suo essere cattolico non riguarda la professioneā€. La Fede aiuta semmai a vivere la propria professione, qualunque essa sia, con un certo ā€œstileā€: ma non incide sulle competenze e abilitĆ  professionali, nĆ© togliendone alcune nĆ© aggiungendone altre.

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Partirei dai grandi classici: in alcuni romanzi si ritrovano impareggiabili tratteggiamenti di profili psicologici dei personaggi. Come diceva un mio docente, alcune descrizioni di Tolstoj e Dostoevskij non hanno nulla da invidiare a manuali specialistici di settore: aveva ragione.
Per quanto riguarda i temi di spiritualità, mi sentirei di consigliare i testi di Vittorio Messori: un laico che, con stile elegante e al tempo stesso molto accessibile, si addentra in riflessioni e testimonianze su varie figure centrali per la Fede cristiana: da Gesù stesso a Maria, fino agli Angeli custodi.
Un altro autore da segnalare potrebbe essere Don Luigi Maria Epicoco: con stile diretto e quasi provocatorio, ci pone questioni spirituali irrinunciabili, senza nascondere come la Fede non preservi di per sĆ© dalle difficoltĆ  della vita: il testo ā€œSale, non mieleā€, con il suo titolo molto evocativo, giĆ  ci lascia intendere molto…
Infine, come non suggerire di rispolverare la Bibbia, in particolare il suo incantevole e a tratti quasi poetico Libro della Sapienza?

Come ĆØ nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Sa che non saprei neanche se chiamarlo ā€œamoreā€? Pensi che ĆØ nato addirittura come ā€œavversioneā€!… Non ero particolarmente bravo a scrivere da piccolo e da ragazzo. Soprattutto ero molto sintetico, all’eccesso. Scrivevo correttamente, sƬ, ma molto poco (anche Il ritorno del Samaritano, in effetti, ĆØ molto breve: evidentemente ho conservato questa mia caratteristica!). Per questo i miei temi erano in definitiva giudicati male e col tempo mi ero convinto che lo scrivere non fosse certo una mia abilitĆ . E quasi per estensione, per di più, non mi piaceva nemmeno leggere! Poi un professore, al terzo anno di liceo classico, mi diede fiducia, apprezzando comunque il mio modo di stendere un testo, seppur molto conciso. Da lƬ, ho scoperto tutto sommato di saperci fare, passando per redazioni di articoli di settore, capitoli per manuali scolastici, fino al piacere di scrivere semplici biglietti personalizzati… Insomma, chi lo avrebbe mai detto? Di certo, però, non pensavo di poter scrivere un racconto, e che per giunta venisse pubblicato! Si ĆØ trattato quindi più che altro di una sfida con me stesso, unita alla necessitĆ  di intrecciare, qui in forma narrata, psicologia e spiritualitĆ .

Ci parli del suo racconto ā€œIl ritorno del Samaritanoā€. Ha cercato di attualizzare la parabola evangelica con una narrazione semplice e comprensibile da tutti. E’ ancora oggi cosƬ difficile farsi prossimo degli altri?

Alcune professioni, tra cui la mia, si avvicinano giĆ  di per sĆ© all’altro e quindi si fanno ā€œprossimeā€. Quello che ĆØ più raro ĆØ il trovare elementi di ā€œgratuitĆ ā€, in generale: ĆØ difficile andare oltre al previsto, fare un gesto in più, uscire da uno schema, concedersi del tempo extra non preventivato… I ritmi forsennati di oggi non aiutano certo ad andare oltre al dovuto, giĆ  molto oneroso di suo solitamente, per cui si sta perdendo la bellezza di quel di più connotato da gratuitĆ , derivante a sua volta da compassione: quasi sempre gesti o parole molto piccoli, ma che fanno una grande differenza agli occhi di chi li riceve. A questo proposito invito a incuriosirsi circa il concetto di ā€œeleogeneticaā€, un approccio che intende riscoprire il volto umano di ā€œEleosā€, attraverso lo studio dei processi che facilitano ed implicano misericordia.

Con il suo lavoro di psicologo e psicoterapeuta tende una mano al prossimo, si può dire. Questa parabola descrive bene la sua scelta di vita. In che modo la lettura del brano di Luca ha influenzato la sua vita?

Di questa parabola mi piace innanzitutto come parta spazzando via subito i pregiudizi più radicati: si ferma infatti colui sul quale non avrebbe scommesso proprio nessuno. Il Samaritano si sente ā€œchiamatoā€ dalla situazione stessa: sa che in quel momento ā€œtocca a luiā€ e si lascia guidare da un istinto umano e umanizzante che va ben oltre ciò che la razionalitĆ  suggerirebbe: non pensa ā€œchi me lo fa fare?ā€ o ā€œche c’entro io con questo tizio?ā€, ma agisce, semplicemente si lascia guidare dai propri istinti più profondi. Da cristiani potemmo dire che si lascia guidare dallo Spirito Santo.
Poi, riguardo al rapporto tra la parabola e la mia vita, torna di nuovo decisivo l’incontro con le Suore Ospedaliere: il loro carisma ĆØ l’OspitalitĆ , la loro icona biblica il Buon Samaritano. Nell’occuparmi di pastorale della salute per loro, l’immagine del Samaritano faceva avanti e indietro nella mia mente quasi quotidianamente… E quindi ho deciso di provare ad andare oltre. Questo punto desidero sottolinearlo: il mio racconto non ĆØ un tentativo di ā€œriscrivereā€ la parabola (non mi permetterei mai), ma in qualche modo di ā€œproseguirlaā€. Credo infatti che il Vangelo esista perchĆ© noi possiamo agire, fare delle cose, vivere. CosƬ come la parabola (come qualsiasi parola o azione, in realtĆ ) innegabilmente ha degli effetti su di noi, la sua vicenda ne avrebbe sortiti di certo sui personaggi in essa coinvolti: ed ecco che allora può prendere corpo anche Il ritorno del Samaritano.

Passa un uomo di chiesa e passa oltre, passa un levita, maestro della legge e passa oltre. Si ferma un Samaritano. Uno degli ultimi nella scala sociale del tempo. Che lezione ha da insegnarci questo?

Come accennavo, la lezione ĆØ quella prima di tutto di non fermarci agli stereotipi e ai pregiudizi. Attenzione, però, a non rovesciarli! Intendo dire, non ĆØ che ora, constatando come ĆØ andata, si debba iniziare a pensare che sacerdoti e leviti siano persone ipocrite e incoerenti e solo prese dai loro affari. Semplicemente, occorre ricordarsi che l’altro possa sempre stupirci, chiunque egli sia, e a prescindere dai nostri pregiudizi che, volenti o nolenti, tutti abbiamo: l’uomo infatti, per ā€œnecessitĆ ā€ di economia mentale, ĆØ portato a categorizzare e semplificare il mondo. Il punto importante quindi non ĆØ il non avere pregiudizi, ma l’essere pronti a sconfessarli e a rimuoverli, restando sempre disponibili a constatare quanto le persone e le situazioni possano di volta in volta sorprenderci.

Infine, ringraziandola della disponibilitĆ , l’ultima domanda. Sta lavorando a un nuovo libro? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Non credo che questa sia una ā€œsvoltaā€ nella mia carriera professionale, continuerò a fare il mio mestiere e gli impegni, tra lavoro e famiglia, non mancano di certo. Ma d’altronde perchĆ© escludere l’elaborazione di un nuovo scritto? Un’idea peraltro ci sarebbe anche, ma… Occorrerebbe quantomeno lo slancio e l’ispirazione avuti, oserei dire ā€œin donoā€, un paio di anni fa.
Grazie a voi e complimenti per tutte le vostre belle iniziative!

:: Un’intervista con Oriana Ramunno a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2022

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Oriana Ramunno, autrice del libro ā€œIl bambino che disegnava le ombreā€(Rizzoli) seconda classificata alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Oriana su Liberi di scrivere e complimenti per il secondo posto. Ho sentito davvero pareri lusinghieri sul tuo libro, per alcuni uno dei migliori libri editi l’anno scorso in Italia. Ce ne vuoi parlare? Come ĆØ nata l’idea di scriverlo?

Grazie a voi per aver scelto Il bambino che disegnava le ombre tra i libri votabili, ve ne sono davvero grata.Questo libronasce in un momento più maturo del mio percorso di scrittrice, iniziato ormai dieci anni fa, in cui mi sono sentita finalmente pronta a raccontare l’Olocausto. Da piccola ho ascoltato e trascritto i ricordi di mio zio Angelo, un sopravvissuto ai lager nazisti, e nel tempo ho provato a capire i suoi racconti studiando la Storia, cercando di capire le origini di quella che ĆØ stata una delle pagine più brutte dell’umanitĆ . Dopo aver sviscerato ogni aspetto di quelle pagine terribili, ho voluto raccontarle e ho deciso di farlo con un genere che da sempre sonda le ombre e le luci dell’animo umano, mettendoci di fronte alle nostre più grandi paure, ma offrendoci anche delle soluzioni finali catartiche: il giallo.

Vivi a Berlino ĆØ vero? Parlaci un po’ di te della tua infanzia, del tuo lavoro?

Ho vissuto a Berlino per tre anni, da settembre sono ritornata bolognese insieme a tutta la mia famiglia. Berlino ĆØ stata un’esperienza unica. ƈ una cittĆ  che ha un’anima, che si porta addosso i segni della Storia visibili in ogni angolo, nei buchi delle granate sui muri, nei memoriali che si trovano a ogni angolo di quartiere, nei pezzi di muro conservato a memoria di tutti. Berlino mi ha insegnato la malinconia di una cittĆ  sospesa nel tempo ma anche l’ecletticitĆ  di una cittĆ  trasgressiva e proiettata verso il futuro. In ultimo, mi ha offerto la possibilitĆ  di approfondire le mie ricerche sul tema dell’Olocausto.
Nonostante sia una girovaga, però, io sono e sempre sarò una ragazza del Sud. Sono nata a Rionero in Vulture, in Basilicata, ed è lì che ho imparato ad amare i libri grazie a una zia bibliotecaria. È in Basilicata, o Lucania come mi piace chiamarla, che sono cresciuta, assorbendo le energie di una terra che ancora vive di realismo magico, tradizioni e passato.

Come ĆØ nato il tuo amore per i libri e per la scrittura? Ricordi il primo libro che hai letto da sola?

Il mio amore per i libri ĆØ nato a sette anni, quando passavo i pomeriggi nella Biblioteca comunale dove lavorava mia zia. Avevo a disposizione qualunque libro. Il primo fu il GGG, il Grande Gigante Gentile. Ricordo perfettamente il momento in cui iniziai a leggerlo.

Parlaci dei tuoi esordi, come ĆØ andata. Hai avuto qualcuno che ti ha incoraggiata, spronata a scrivere?

Ho iniziato a scrivere al liceo per esigenza personale, ma ho continuato in maniera consapevole solo dopo i trent’anni, quando ho capito che non basta avere una passione ma che questa, come in ogni mestiere, va supportata dagli strumenti giusti. Ho iniziato a studiare da autodidatta le tecniche narrative e ho deciso di mettermi in gioco con alcuni racconti editi da Delos Digital, poi con vari concorsi della Mondadori. Dopo aver vinto il GialloLuna NeroNotte ed essere arrivata finalista al prestigioso Premio Tedeschi, l’editor Franco Forte mi ha commissionato un romanzo sul femminicidio per la collana de I gialli Mondadori, uscito col titolo ā€œL’amore malatoā€ nella raccolta ā€œAmori malatiā€. Ho avuto anche l’occasione di partecipare, sotto pseudonimo, alla saga de ā€œI Sette Re di Romaā€, edita da Oscar Historica, col romanzo ā€œTullo Ostilio, Il lupo di Romaā€, scritto con Scilla Bonfiglioli e Franco Forte.

Torniamo al libro, come ĆØ nato il tuo interesse per le tematiche legate all’Olocausto e ai campi di concentramento nazisti. Sei partita da ricordi familiari?

Come raccontavo nella domanda precedente, tutto parte dai ricordi di mio zio, internato prima in un campo di lavoro tedesco e poi trasferito in quello che veniva definito ā€œcampo di morteā€. Le sue memorie, insieme a quelle di altri sopravvissuti del mio paese di origine, sono raccolte nel libro ā€œFiotti di memoriaā€, editato dal comune di Rionero in Vulture in occasione della Giornata della Memoria.

Come ti sei documentata?

Lo studio sull’Olocausto ĆØ una cosa che ho fatto a prescindere dal romanzo, e che ha impiegato numerosi anni e due esami monografici all’universitĆ . Di vitale importanza ĆØ stata, sicuramente, l’esperienza a Berlino, che oltre a fornirmi documenti introvabili in Italia mi ha offerto la possibilitĆ  di ā€œsentireā€ la Storia. La stessa cosa vale per i campi di Auschwitz e Birkenau, di Sachsenhausen e di Ravensbrück che ho potuto visitare.

Parlaci del tuo personaggio principale, Hugo Fischer, come ĆØ nato?

Hugo Fischer nasce dall’esigenza di raccontare l’Olocausto dagli occhi di un tedesco comune, uno di quei cittadini che non appoggia Hitler, ma che per quieto vivere e paura non si oppone e per continuare a lavorare si iscrive addirittura al partito. Incarna la maggior parte di noi: difficilmente si ĆØ eroi, in certe circostanze.

E’ una storia di indagine, la vittima ĆØ Sigismud Braun, un pediatra che lavorava a stretto contatto con il famigerato Josef Mengele. Ci vuoi parlare di come questa indagine si dipana nella narrazione?

Quello che mi premeva mostrare, scegliendo il giallo come genere portante del romanzo, era la visione che i tedeschi avevano di coloro che chiamavano ā€œsubumaniā€: Sigismund Braun viene assassinato in un luogo in cui vengono uccise migliaia di persone al giorno, eppure la sua morte ĆØ l’unica che merita un’indagine, mentre le morti dei subumani sono considerate giuste, normali, necessarie a un bene comune. Hugo Fischer, che nulla sa di Auschwitz, si ritrova a indagare sulla morte di Braun, ma al tempo stesso ĆØ costretto a fare luce anche su un genocidio. Si ritrova, insomma, a cercare un assassino tra un sacco di assassini. Nella sua indagine, sia professionale che personale, viene aiutato da Gioele, un bambino ebreo con il dono del disegno. Ed ĆØ grazie ai suoi disegni che molte ombre si dipanano.

La popolazione civile tedesca sapeva ben poco di cosa succedeva nei campi, degli orrori indicibili che nascondevano, una mia zia tedesca mi ha assicurato che era cosƬ, che hanno scoperto tutto dopo la guerra. Hai anche tu testimonianze in merito?

È vero. Per tratteggiare il personaggio di Hugo Fischer mi sono servita di diverse testimonianze. Hugo Fischer è a conoscenza del dislocamento degli ebrei tedeschi, ma non sa dove effettivamente finiscano. In patria circolano voci di corridoio, ma è il caso di dire che nei lager la realtà superava la fantasia, e molti tedeschi non potevano immaginare che quei campi di detenzione fossero in realtà una vera e propria industria di morte. Quando anche le voci arrivavano chiare e precise, come nel caso di Fischer, subentrava un meccanismo di rifiuto e rimozione della realtà molto comune tra gli esseri umani.

Molti medici e scienziati tedeschi hanno usato i prigionieri come vero e proprio ā€œmaterialeā€ di ricerca spingendosi ben oltre ai precetti deontologici considerando questi prigionieri ā€œnon personeā€ su cui si poteva perpetrare ogni abuso. Come ti spieghi tutto questo?

ƈ il concetto di subumano di cui parlavo prima. Era molto radicato nei tedeschi. Il mito della razza ariana non viene inventato da Hitler, ma ha radici più vecchie. Hitler non ha fatto altro che riprenderlo in un momento storico favorevole ed esasperarlo. I medici che ottenevano di lavorare ad Auschwitz operavano sotto la ferma convinzione di non avere tra le mani degli esseri umani ma delle vere e proprie cavie, dei subumani. Mengele sosteneva di avere l’obbligo morale, in quanto scienziato e ariano, di far progredire la scienza attraverso la sperimentazione. E se in Germania era vietato l’uso di animali per la ricerca, nei campi tutto era consentito…

Tra i prigionieri c‘ĆØ un bambino Gioele, ci vuoi parlare di lui?

Gioele rappresenta una piccola luce dove tutto si sta spegnendo. ƈ un bambino bolognese, ebreo, e insieme al suo gemello viene subito notato da Mengele. Ne diventa presto oggetto di studio perchĆ© in lui non c’è nulla di rappresentativo della razza ebraica, anzi: agli occhi di Mengele, che ragiona solo in termini razziali, Gioele ha più in comune con un bambino ariano che con un giudeo, con le sue iridi chiare, la spiccata intelligenza e la bravura nel disegno. Mengele si domanda come possa un subumano avere quelle potenzialitĆ  e ne rimane affascinato, al punto da tenerlo con sĆ© al Blocco 10 per osservarlo.

ƈ proprio Gioele ad aiutare Hugo Fischer nella risoluzione del caso e, prima ancora, a guidare la sua coscienza verso un cammino tortuoso, mostrandogli le ombre che gravano sul suo cuore, su quel lager e sulla Germania intera.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un romanzo, questa volta di ambientazione italiana, con una protagonista femminile in grado di sfidare un mondo maschile agli albori della Grande Guerra. Spero possa vedere la luce, perchƩ questo personaggio mi sta donando tanto.

:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2022

Bentornata Ben su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista, parleremo del tuo nuovo libro La sinagoga degli zingari e dei tuoi progetti futuri. Iniziamo con il chiederti: La sinagoga degli zingari ĆØ davvero l’ultimo libro della serie dedicata a Martin Bora, o ĆØ una classica fake news?

Direi che si tratta di una fake news. Infatti, ho in programma almeno altri due, forse tre, romanzi con Martin Bora. Del resto, Bora deve ancora confrontarsi con gli ultimi, drammatici mesi della Seconda guerra mondiale. Il ciclo, quindi, non finirà con La Venere di Salò, ambientata nella Repubblica Sociale Italiana alla fine del 1944, ma andrà avanti fino alla battaglia di Lipsia (primavera 1945).

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, ĆØ il tredicesimo libro che hai dedicato a Martin Bora. Siamo nell’agosto del 1942 ad un passo dall’assedio di Stalingrado, cittĆ  che come la sinagoga degli zingari sembra più un sogno o meglio un incubo irraggiungibile. Si può dire che l’esercito di Hitler fu sconfitto sul campo russo, che fu giĆ  fatale a Napoleone?

Certo, l’esercito tedesco, analogamente a quello napoleonico, fu sconfitto da un insieme di fattori che nel corso di qualche mese si rivelarono decisivi. Cito i principali: condizioni climatiche estreme, eccessivo allungamento delle linee di rifornimento, scarsa conoscenza della reale consistenza delle forze nemiche. Un altro fattore che si rivelò funesto per le fortune tedesche a Stalingrado fu la scarsissima capacitĆ  strategica e l’imperdonabile irresolutezza di Paulus, comandante in capo della VI Armata. Persona sbagliata al posto sbagliato nel momento sbagliato, commise errori su errori, si rifiutò di disobbedire agli ordini hitleriani di tenere la cittĆ  a ogni costo, precludendosi cosƬ ogni via di fuga dalla Sacca quando era ancora possibile, e condannando a morte (o nei migliori dei casi alla prigionia) centinaia di migliaia dei suoi sottoposti.

La campagna di Russia fu devastante sia per i tedeschi che per i suoi alleati, come ti sei documentata?

Be’, il lavoro di ricerca ĆØ stato estremamente complesso. ƈ durato quasi due anni e ho dovuto impiegare parecchie lingue per impadronirmi delle fonti primarie e secondarie: non solo italiano, ma anche inglese, tedesco, russo, romeno e francese. In proposito, mi permetto di citare quel che ho scritto nella nota finale al romanzo:

ā€œNel corso di più di un settantennio, innumerevoli storici, analisti, saggisti e romanzieri hanno scritto decine di migliaia di pagine sulla battaglia di Stalingrado, tra i punti di svolta della Seconda guerra mondiale e tragedia umana di proporzioni apocalittiche (oltre un milione di perdite tra morti, dispersi e prigionieri). Talvolta la ricostruzione di quei drammatici giorni non ĆØ andata esente da errori materiali, distorsioni propagandistiche e grossolane manipolazioni ex post, sia da parte tedesca che da parte sovietica. Attraverso il dipanarsi dell’intreccio giallo, quello che ho cercato di restituire ne La sinagoga degli zingari, grazie all’analisi di un’amplissima messe di fonti primarie e secondarie, ĆØ esattamente il contrario: un ritratto realistico, credibile e antiretorico – giacchĆ© esiste, assai discutibilmente, sia la retorica della vittoria che quella della sconfitta – di uno degli eventi nel contempo più sanguinosi e tragicamente assurdi del Secondo conflitto mondiale. Naturalmente non spetta a me stabilire di esserci riuscita, bensƬ, come sempre, a chiunque abbia avuto, o avrĆ , la bontĆ  di leggermi. Ciò premesso, devo tuttavia assolvere al piacevole obbligo di ringraziare una serie di amici, storici e cultori di discipline militari che ho letteralmente scomodato ai quattro angoli del mondo, dall’Italia alla Federazione Russa, dalla Germania all’Australia, subissandoli di domande, interrogativi e richieste di chiarimentiā€¦ā€

Ho avuto modo di sfogliare Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell e mi ha colpito davvero la piccolezza dell’uomo paragonato ai grandi spazi della campagna russa. Hai visto anche tu questo albo fotografico? Altre documentazioni fotografiche?

SƬ, conosco il testo che citi. Ma a parte Carell, ho esaminato letteralmente migliaia di foto (e qualche decina di filmati), nel tentativo di ricostruire con la più grande esattezza possibile gli ambienti, gli uomini e il territorio che ha fatto da sfondo alla battaglia di Stalingrado. Da questo punto di vista, si sono rivelati molto utili gli archivi fotografici dell’attuale esercito tedesco. Peraltro, non mancano neppure copiose raccolte di fotografie gestite da privati. Ho cercato di mettere a buon frutto entrambe queste fonti.

A Bora viene dato l’incarico di scoprire il destino di due coniugi romeni, scienziati con importanti studi sull’atomo, colleghi di Fermi e Majorana. Se Hitler fosse arrivato per primo ai progetti di una bomba atomica, secondo te saremmo ancora qui? L’umanitĆ  sarebbe sopravvissuta?

Quella della bomba atomica di Hitler ĆØ una delle tante leggende sinistramente suggestive della Seconda guerra mondiale, ma la realtĆ  storica ĆØ ben diversa, e, se vogliamo, più banale. Infatti, anche se il Reich poteva avvalersi di fisici del calibro di Heisenberg, alla Germania mancavano tuttavia sia le materie prime (uranio-plutonio in quantitĆ  sufficiente e acqua pesante per un reattore), sia le competenze ingegneristiche per assemblare un congegno atomico che fosse davvero in grado di fare il suo apocalittico lavoro. NĆ© va dimenticato che Hitler credeva assai poco nell’arma nucleare; preferiva affidarsi alle V-1 / V-2 e ai caccia a reazione.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora. Ce ne vuoi parlare?

Come sempre nel ciclo di Martin Bora, all’indagine su un caso criminale si accompagna un’esplorazione dell’interioritĆ  del protagonista. Ne La sinagoga degli zingari Bora, in maniera inaspettata, si ritrova a fare i conti con alcuni fantasmi del suo passato, a partire dall’ingombrante figura del suo padre naturale, tanto più presente nella sua anima quanto più ĆØ restato assente nella sua vita. E poi c’è la componente psicologica legata al durissimo assedio di Stalingrado, che progressivamente porta Bora sull’orlo della follia, mentre i suoi compagni cadono uno dopo l’altro, le condizioni climatiche si fanno sempre più proibitive, e ogni ragionevole speranza di salvezza sembra svanire grazie alle indecisioni di Paulus. CosƬ, fuggire da Stalingrado e risolvere il doppio caso di omicidio che mesi prima gli era stato affidato, significa per Bora non solo sciogliere un mistero, ma anche e soprattutto ricostituire la sua identitĆ  psichica, ricomporre le tessere del suo mondo interiore, sopravvivere al trauma e ritrovare una ragione per andare avanti. Anche se certe ferite interiori legate a quell’esperienza allucinante non si rimargineranno mai del tutto.

In questi giorni sto leggendo in occasione de Il Giorno della Memoria, Il vescovo che disse “no” a Hitler di Gunter Beaugrand, sulla vita e il pensiero di Clemens August von Galen, come Bora nobile, cattolico, strenuo oppositore del nazismo. Hai pensato di farlo diventare un personaggio dei tuoi romanzi, magari coinvolto con Bora in qualche indagine?

Non lo escludo affatto!

Grazie, della disponibilitĆ  e per il tempo che mi hai dedicato, a rileggerti presto.

Lu’Mezzò: a spasso nel paese narrato da Francesca Belussi A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2022

Lu’Mezzò, ĆØ il cuore del libro edito da Centro Culturale 999 Ā Ā ā€œLu’Mezzó. Storie di un paeseĀ Ā  perbenino” della scrittrice bresciana Francesca Belussi, docente e scrittrice, ed ĆØ un piccolo paesino che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte dell’Italia. A caratterizzare il posto ci sono la scuola, i bar, la squadra di calcio, i bottegai, i docenti, ma anche personalitĆ  di spicco come l’uomo che si veste come lo Jedi o il proiezionista del cinema dell’oratorio. Francesca porta il lettore dentro ad un mondo (il suo) nel quale ogni lettore potrebbe ritrovare il proprio microcosmo di relazioni affettive, familiari e sociali. Ne abbiamo parlato con Francesca.

Come ti ĆØ venuta l’idea di scrivere “Lu’Mezzó. Storie di un paeseĀ Ā  perbenino”?

L’idea ĆØ nata durante il lockdown del 2020… in un periodo cosƬ complesso, e pesante per tutti e per tutte, volevo scrivere qualcosa di “leggero”, qualcosa che avesse lo scopo di far divertire chi leggeva. Avevo inoltre questa storia dentro di me da raccontare, una storia con protagonista non un personaggio in carne ed ossa, ma un paese, poichĆ© avevo, negli anni, raccolto storie che mi avevano colpita ed interessata e volevo metterle su carta. Poi, dopo aver scritto i primi capitoli nel 2020, ho accantonato il progetto per qualche mese, per poi terminarlo nella primavera 2021. Diciamo che Lu’Mezzò nasce dalla mia volontĆ  di raccogliere alcune storie, con quella di far sorridere e divertire. Inoltre, io sono una grande amante del genere umoristico, ma faccio sempre fatica a trovare testi umoristici (non comici, proprio umoristici, stile Benni), e quindi cerco di scrivere quello che mi piacerebbe leggere.

Nel tuo libro ci sono tanti luoghi e tanti ritratti umani. Quanto c’ĆØ di realtĆ  e quanto di finzione?

Alcuni racconti sono inventati, altri, la maggior parte direi, sono ispirati a fatti realmente accaduti. Paradossalmente gli episodi più inverosimili sono quelli che invece ho vissuto in prima persona, come ad esempio la parte legata al panificio, o al film che prende fuoco… Per quanto riguarda i capitoli su miti e leggende, ho fatto un breve lavoro di ricerca, e ho notato che molti elementi legati a usi, costumi, tradizioni orali e popolari, sono comuni a molte zone d’Italia, e cosƬ Lu’Mezzò potrebbe trovarsi in qualsiasi regione della penisola…

Dal teatro, al liceo, passando per la trattoria da Milly, alla chiesa, alla forneria e macelleria di paese. Che valore hanno questi luoghi per la gente di Lu’Mezzó?

Questi luoghi, almeno nella mia personale visione, rappresentano il “dove la vita accade”.

Tra i personaggi, quale è quello a cui sei più affezionata e perché?

Forse il personaggio dell’uomo dall’appetito straordinario, perchĆ© ĆØ legato al mio amore per il cibo e a ciò che mi piace mangiare! Ma anche i membri della famiglia di fornai, in quanto io provengo proprio da una famiglia di panificatori, e, non da ultimo, gli artisti, per la mia passione per l’arte.

Lu’ Mezzó ĆØ più un romanzo corale o una raccolta di racconti che hanno in comune il luogo di appartenenza di personaggi e luoghi?

Lo definirei più una raccolta di racconti con un comune filo conduttore dato dal paese stesso, che io considero come un personaggio a tutti gli effetti!

Questo ĆØ il tuo secondo libro.  Cosa rappresenta per te la scrittura?

La scrittura ĆØ per me un’esigenza, una vera e propria necessitĆ . Ho sempre letto moltissimo e amato i libri in generale, sin da bambina. Ma ho cominciato a scrivere “seriamente” solo nel 2012, quando una sera, all’improvviso, ho proprio avvertito il bisogno fisico di mettere i miei pensieri su carta. E cosƬ ĆØ nato il primo libro, scritto all’epoca, ma pubblicato solo due anni fa!

Sei giĆ  al lavoro per un prossimo romanzo?

In realtĆ  sƬ! ƈ giĆ  pronto un testo che mi piacerebbe sottoporre a qualche casa editrice e che rappresenta in qualche modo quello che avviene quando si chiude il mio primo romanzo ā€œLa Ragazza con l’Orchideaā€, ma che non vi ĆØ necessariamente legato come storia. E ci sarebbe anche un’altra storia che ho scritto qualche anno fa che mi piacerebbe pubblicare, ispirata ad un mio viaggio attraverso Nord e Sud America. Il difficile ora ĆØ trovare una casa editrice!

Dalla Cina all’Italia, la storia di “Giada Rossa- Una vita per la libertĆ ” di Fiori Picco (Fiori d’Asia Editrice 2020) A cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2021

ā€œGiada Rossa- Una vita per la libertĆ ā€ edito da Fiori d’Asia Editrice ĆØ il romanzo-veritĆ  di Fiori Picco, nel quale l’autrice bresciana racconta le vicissitudini esistenziali di Giada Rossa, una donna che vedrĆ  stravolta la sua esistenza da un viaggio che la porterĆ  dalla Cina all’Italia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come ĆØ nata l’idea di scrivere la storia di Giada Rossa?

ƈ nata da un incontro speciale con la protagonista e voce narrante del mio libro: una signora cinese che ho assistito durante un intervento e nel post-operatorio durante la mia esperienza di mediazione culturale presso gli Spedali Civili di Brescia. La signora non parlava italiano e necessitava del mio aiuto. Nel tempo mi ha raccontato la storia della sua vita che, fin da subito, ho trovato straordinaria e di valore, anche se molto drammatica e, in certi momenti, addirittura scioccante. Per questo ho deciso di trasformarla in un romanzo veritƠ e di denuncia. Il mio intento era dare voce a tutte quelle persone che, come Giada Rossa, hanno sofferto e sono state vittime di violenze, soprusi e discriminazioni.

La protagonista e voce narrante vive una vita segnata fin dall’infanzia da soprusi, cosa la spinge a sopportare tutte le vessazioni?

Gli orientali per natura hanno una capacitĆ  di sopportazione del dolore fisico e mentale maggiore rispetto agli occidentali. Per millenni, Taoismo, Confucianesimo e Buddismo hanno insegnato a sopportare e a non reagire dinnanzi alla violenza. Durante gli otto anni di vita in Cina, ho assistito a situazioni di estrema intollerabilitĆ , come un cesareo o una salpingografia eseguiti senza anestesia, e le pazienti accettavano senza protestare. Giada Rossa si ĆØ sempre chiesta se ci fosse un percorso prestabilito che doveva obbligatoriamente intraprendere, se il destino avesse giĆ  determinato ogni suo passo. Da quando si ĆØ avvicinata al Buddismo, crede fermamente nella legge del Karma, che spiega molte cose. C’è sempre una chiave logica a tutto ciò che succede; la sofferenza contribuisce alla nostra evoluzione. Le esperienze sono legate a eventi accaduti nelle vite pregresse; ci sono nodi karmici da sciogliere per potersi liberare dal dolore nelle vite future.

Come vive la protagonista il viaggio dalla Cina verso l’Italia?

Giada Rossa non voleva lasciare la Cina; sarebbe rimasta volentieri nel suo Paese svolgendo un lavoro umile, ma ĆØ stata imbrogliata da alcuni suoi connazionali: dei ciarlatani che l’hanno obbligata a emigrare illegalmente promettendole un futuro migliore all’insegna del benessere economico. Il viaggio verso l’Italia ĆØ stato durissimo, sia per la condizione di schiavitù e di forte disagio in cui si ĆØ trovata, sia per le brutalitĆ  a cui ha dovuto assistere. ƈ stata testimone di uno stupro e di un omicidio; lei stessa ha rischiato di morire per una grave crisi ipertensiva. Quando ha implorato le compagne di viaggio di salvarle la vita, una di loro ha trovato il coraggio di bucarle la vena con uno spillone per capelli. Durante la traversata in mare, ĆØ rimasta per tutto il tempo seduta in un acquitrino lurido e stagnante, con le gambe paralizzate a causa del freddo invernale. Il ricordo dei genitori e della figlia adottiva le ĆØ stato di grande conforto e, per brevi momenti, ha alleviato la sua angoscia.

Giada Rossa si troverĆ  in un mondo del tutto nuovo, come riuscirĆ  a far convivere i suoi principi, valori e tradizioni cinesi in una realtĆ  del tutto nuova come quella italiana?

Nonostante le avversitĆ  e le problematiche incontrate in Italia, Giada Rossa ĆØ un ottimo esempio di integrazione. Pur avendo avuto difficoltĆ  linguistiche e sociali, si ĆØ avvicinata con rispetto alla nostra cultura e si ĆØ sforzata di interagire con gli italiani. ƈ rimasta fedele ai suoi valori e alla sua fede, ma ha saputo adattarsi alla nostra mentalitĆ . Ancora oggi, puntualmente mi invia gli auguri di Natale e partecipa con entusiasmo alle nostre festivitĆ . Non rifiuta i nostri piatti tipici, anzi ĆØ curiosa di assaggiare particolaritĆ  gastronomiche come il gorgonzola.  Ha abbracciato le tradizioni locali senza dimenticare le sue origini. ƈ quello che ho fatto io in tanti anni di vita in Cina.  L’integrazione può avvenire solo con l’impegno e con una buona dose di rispetto e di umiltĆ  nei confronti del Paese ospitante.

Tanti sono i personaggi con i quali Giada si relaziona, ma due di loro – il padre e il secondo marito – hanno un maggiore peso sul suo destino. Che rapporto ha la protagonista con loro?

Giada Rossa ĆØ stata privata della figura paterna all’etĆ  di tre anni, e ne ha avuto un vago ricordo fino a quando, molti anni dopo, per miracolo o casualitĆ  della sorte, ĆØ riuscita a ricongiungersi alla sua famiglia d’origine. Per lei i genitori sono sempre stati un esempio di forza interiore e di coraggio; dal padre ha ereditato il carattere scherzoso e a tratti fanciullesco, che le ha permesso di affrontare con spirito positivo ogni disgrazia. Il padre ĆØ sempre stato perseguitato da un destino ostile, ma ha dimostrato molta dignitĆ . La sua immagine di uomo buono e onesto l’ha accompagnata durante il terribile viaggio verso l’Italia, rassicurandola e dandole conforto. Giada Rossa ĆØ stata spinta a emigrare in modo illegale dal secondo marito: un uomo freddo e calcolatore a cui ĆØ rimasta legata, anche se la coppia vive insieme saltuariamente. Lei stessa ha dichiarato che alla sua etĆ  non vuole più ricorrere al divorzio. Si concede lunghe pause di riflessione lontana dal marito; i periodi di solitudine la rafforzano rendendola più determinata e combattiva.  Giada Rossa rappresenta tante donne cinesi di mezza etĆ , ancora legate a un concetto vecchio e tradizionalista di matrimonio. Preferiscono salvare le apparenze e rinunciare alla propria felicitĆ  piuttosto di complicarsi ulteriormente la vita.

Quanto ĆØ importante la madre per Giada Rossa?

La madre di Giada Rossa ĆØ stata una figura determinante nella vita della figlia, rappresenta la donna maoista definita ā€œl’altra metĆ  del Cieloā€: una lavoratrice instancabile, la colonna portante della famiglia. Non si ĆØ mai voluta adagiare, nemmeno quando il marito ha aperto un’attivitĆ  commerciale. Si ĆØ sempre rimboccata le maniche ritenendosi ā€œparte attiva e produttiva della societĆ ā€. Ha lavorato molti anni come manovale di cantiere rischiando la salute e la vita per mantenere i figli. A un certo punto si ĆØ trovata sola e in difficoltĆ  ma non si ĆØ mai arresa. A Giada Rossa ha trasmesso un messaggio importante: ā€œOgni donna ha risorse proprie e una ricchezza interiore che possono aiutarla durante le avversitĆ . Bisogna innanzitutto fare affidamento su noi stesse, sulle nostre capacitĆ ā€. Ancora oggi Giada Rossa la ricorda come un grande esempio di coraggio.

Come ĆØ stato trattare in un romanzo temi che vanno dall’immigrazione clandestina, al traffico di essere umani, per passare alla fede e al riscatto?

Sono tutte tematiche importanti che ho voluto evidenziare per informare i miei lettori. Lo scopo della scrittura ĆØ portare a conoscenza, mettere in luce determinate realtĆ  e situazioni. Ritengo che si sappia pochissimo dell’immigrazione cinese e delle problematiche che tante donne devono affrontare quando giungono in Italia da clandestine. Giada Rossa ĆØ la storia della protagonista ma, quando descrivo il viaggio sui Balcani, il romanzo diventa corale in quanto coinvolge tante altre persone come lei: tutte vittime unite dallo stesso amaro destino. Ho sentito il dovere morale di raccontare le loro vicissitudini. Le tragedie umane devono essere trascritte per non essere dimenticate, cosƬ come i soprusi, le violenze, il mobbing e le ingiustizie devono essere sempre denunciati. La fede ĆØ una tematica a cui tengo particolarmente perchĆ©, a mio avviso, ĆØ sinonimo di scelta e di libertĆ . Nessuno dovrebbe costringerci a seguire il suo credo nĆ© discriminarci solo perchĆ© abbiamo tradizioni diverse. Giada Rossa ha saputo ribellarsi ai pregiudizi e alle prevaricazioni perseguendo i suoi ideali. Era completamente sola, non aveva aiuti di alcun genere, ma ce l’ha fatta senza scendere a compromessi. Con la volontĆ  ogni donna può riscattarsi.

Biografia

Fiori Picco ĆØ nata a Brescia il 07 marzo 1977, ĆØ sinologa, scrittrice, traduttrice letteraria ed editrice. Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Cinese conseguita presso l’UniversitĆ  Ca’ Foscari di Venezia, si ĆØ stabilita nella cittĆ  cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan, dove ha vissuto otto anni insegnando presso il Dipartimento del Turismo della Yunnan Normal University e svolgendo ricerche di antropologia.  Durante gli anni di vita a Kunming ha iniziato a scrivere novelle e romanzi e dal 2007 ĆØ autrice SIAE.  Dal 2011 traduce romanzi di autori asiatici e di recente ha aperto Fiori d’Asia Editrice, una realtĆ  editoriale multilingue specializzata in letteratura orientale. Ha ricevuto diversi premi letterari, nazionali e internazionali, tra cui il Jacques PrĆ©vert 2010 per la narrativa, il Magnificat Libri, Arte e Cultura 2014 per racconti brevi, il Premio Standout Woman Award 2016 della Regione Lombardia, il Caterina Martinelli 2017, l’Argentario 2020.  Il suo ultimo romanzo ā€œGiada Rossa – Una vita per la libertĆ ā€ ĆØ superfinalista al Premio CittĆ  di Latina 2020 (la cerimonia di premiazione ĆØ stata fissata per il 31 luglio 2021).  Nel 2018, con scrittori di tutto il mondo, ha partecipato all’International Writing Program presso l’Accademia di Letteratura Lu Xun di Pechino, e al Congresso Internazionale degli Scrittori e dei Sinologi di Guiyang le ĆØ stato conferito il certificato di Friend of Chinese Literature. Collabora con la China Writers’ Association e con la Japanese Writers’ Association.

:: Intervista con Gianluigi Pasquale OFM Cap a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2021

Padre Gianluigi Pasquale, insieme a Branko Muric ha scritto Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, edito da Carocci: di cosa si occupa la Teologia fondamentale, in parole semplici comprensibili anche da chi si accosta da poco allo studio della teologia?

La teologia fondamentale ĆØ quella sezione della teologia che si occupa delle domande principali che ogni uomo e donna si pongono: chi sono io? Qual ĆØ il senso della mia breve vita? Cosa ci sarĆ  dopo la mia morte? Si tratta di domande con cui ognuno si interroga e alle quali la teologia fondamentale vuole dare una risposta plausibile, ricavandola dalla Rivelazione cristiana contenuta nella Sacra Scrittura.

Ho trovato il suo libro molto complesso, anche se bene argomentato, ma seppur forse non ho capito tutto mi sembra di aver inteso che la tesi sottesa al testo, ovvero le conclusioni a cui porta il suo lavoro, sono che fede e ragione non sono incompatibili, anzi la ragione ĆØ il fondamento stesso della fede. ƈ un’analisi corretta?

Ragione e fede non si oppongono perchĆ© non lo possono fare, non possono essere poli opposti. Entrambe sono il modo con il quale l’uomo esce da se stesso. L’uomo, infatti, Ā«ragionaĀ» per operare e Ā«credeĀ» che la ragione non lo tradisca. Viceversa ogni volta che l’uomo crede, lo fa in modo ragionevole, mai irrazionale. E anche quando credesse contro l’evidenza, lo fa, paradossalmente, non smettendo mai di ragionare. PerchĆ© ĆØ un uomo e non, per usare un esempio, un gatto. In realtĆ , nel mio libro non ĆØ stata facile la scelta del sottotitolo: viene prima il credere, oppure il comprendere rispetto al credere? Per certi versi il credere: ĆØ la fede che mi dĆ  il primo contenuto su cui ragionare e comprendere. Però, la stessa fede, per essere umana, esige che io capisca ciò in cui credo. In breve: nel XX secolo avrei scritto: credere e comprendere. Ho scelto: comprendere e credere perchĆ© nel XXI secolo si nota una drammatica ignoranza di fede. L’alfabeto della rivelazione cristiana ha oggi tutte le lettere in disordine.

Dunque la teologia ĆØ una scienza, posta la prima premessa?

La teologia ĆØ una scienza, senza dubbio. PerchĆ©, alla pari di tutte le altre scienze, condivide il metodo della Ā«fiduciaĀ» che l’esperimento di indagine sia efficacie. La scienza ĆØ la prima a credere, ad aver fede. ƈ, però, necessaria questa precisazione. Molti asseriscono che l’oggetto della teologia, Ā«DioĀ» non si vede e deducono che la teologia non ĆØ scienza. Ora, la maggior parte delle scienze esatte non Ā«vedeĀ» il proprio oggetto di indagine, come avviene in astronomia per le stelle morte o per i quanti che sfuggono al microscopio. Ciò che rende scienza una scienza ĆØ la rigorositĆ  del metodo di indagine: cioĆØ la fiducia che la ricerca non si inceppi. Ciò vale per ogni scienza, teologia compresa, che, quindi, ĆØ scienza.

La rivelazione pone Dio nella storia umana. Gesù, il Cristo, diventa il punto di congiunzione tra Dio e l’uomo. La comunicazione diretta interrotta con il peccato originale viene ripristinata, ĆØ corretto?

GiĆ  G.F.W Hegel (1770-1831) aveva visto correttamente che solo la Rivelazione cristiana permette di affermare che il Dio trinitario – quindi cristiano – si possa legare al fango che l’uomo ĆØ. Ciò accade perchĆ© il Ā«numero dueĀ» della TrinitĆ  si fa carne a Betlemme di Giudea e perchĆ© lo Spirito lo continua a incarnare nel presente della Chiesa. Pertanto, Gesù Cristo ĆØ l’«hang-outĀ» tra la divinitĆ  e l’umanitĆ , quel Ā«saldo nodoĀ» per cui la Parola (di Dio) non si può più staccare dalla carne di Gesù: il bambino di Betlemme ĆØ indivisibile. In questo senso, dall’incarnazione viene ripristinata la comunicazione interrotta con il peccato originale. Il peccato, in realtĆ , ĆØ una sinceritĆ  infranta. In maniera radicale con Dio: questo ĆØ il peccato originale. Con l’incarnazione, Dio si rivela all’uomo Ā«in carneĀ», per cui i cocci della comunicazione sono ricomposti per sempre.

L’attivitĆ  teologica ĆØ amare Colui da cui si ĆØ amati. Che Dio sia amore ĆØ il centro della Rivelazione, un amore totale che arriva al sacrificio di sĆ©, nella Croce. ƈ questa la via della salvezza? La comprensione e condivisione di questo amore?

Non si fa teologia se uno non ĆØ profondamente innamorato di Dio, ma anche dell’uomo. Dio, in quanto tale, ĆØ amore. Altrimenti stiamo parlando di tutt’altro che non ĆØ Dio, ossia di un idolo. Dio si rivela, l’idolo lo si inventa. L’apice dell’amore che Dio ĆØ, ĆØ stato raggiunto con il sacrificio della morte in Croce del proprio Figlio, da cui ĆØ scaturito lo Spirito. Nella Croce la TrinitĆ  si ĆØ come spezzata dall’atroce sofferenza del Figlio che gridava al Padre, in modo tale che solo dalla Croce arriva la salvezza. Quando nel libro affermo che la teologia fondamentale del XXI secolo Ā«nasce sotto la croceĀ» sto solo leggendo quando dice la Scrittura. Al grido di Gesù sul patibolo più infame per una pena di morte mai inventato dall’uomo, l’unico non credente per antonomasia che fu il Centurione romano, emise la più perfetta confessione di fede della storia: Ā«davvero quest’uomo era Figlio di DioĀ» (Mc 15,39). Pare strano, ma sono i Ā«non devotiĀ», i credenti più sinceri. Pertanto, la comunicazione dell’amore che Dio ĆØ, significa anche la condivisione di questo amore, come ha fatto il Centurione, in questo senso, il primo teologo, secondo gli evangelisti, senza voler troppo esagerare.

Un tema che lei tratta nel suo libro ĆØ la libertĆ . LibertĆ  di Dio e dell’uomo. Un incontro di libertĆ , sebbene la libertĆ  umana oltre ad essere derivata da quella divina ha anche dei limiti di finitezza. In che misura la libertĆ  coincide con la via della salvezza? Insomma si può anche scegliere di non essere salvati da Dio?

La libertĆ  ĆØ la prova che Dio esiste nell’uomo. La libertĆ  umana e quella di Dio sono simili, ma tra loro vi ĆØ un abisso. Quella dell’uomo ĆØ tale perchĆ© condizionata: io sono libero, per esempio, di scegliere tutti i tipi di aereo, a condizione di volare con uno soltanto. La libertĆ  di Dio, invece, non ĆØ sottoposta a condizioni. Eppure, nella libertĆ  dell’uomo si riflette quella di Dio, si riflette addirittura Dio. Quando? Quando l’uomo sceglie per il bene, non per il male. CioĆØ quando l’uomo compie la volontĆ  di Dio. Obbedire a Dio ĆØ il modo migliore per liberarsi dai propri condizionamenti. Se la libertĆ  consiste nello scegliere il bene e nel compierlo, si comprende che la libertĆ  coincide con la salvezza perchĆ© il bene compiuto porta al Ā«ben-essereĀ» mio e degli altri: cioĆØ alla salvezza. Chi si ostina a scegliere e a compiere il male, sceglie Ā«liberamenteĀ» di Ā«dannarsiĀ»: non (solo) nell’eternitĆ , ma fin da adesso, semplicemente perchĆ© compie del male per sĆ©, agli altri e contro Dio. Scegliere il male, ĆØ accettare liberamente il Ā«mal-essereĀ», di cui la malattia e il peccato sono lo stigma.

L’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo ĆØ il senso della storia?

Autorivelazione di Dio in Gesù Cristo significa che Dio ha deciso (auto) di farsi vedere in quell’uomo che restò tra gli uomini per trentatrĆ© anni. Affermare che un giovane cosƬ Ā«singolareĀ» sia il senso di tutta la storia ĆØ piuttosto impegnativo. PerchĆ© nessuno sa per quanti migliaia di anni la storia durerĆ  (ancora). E perchĆ© nessuno sa esattamente quando essa iniziò, ponendo in anagrafe tanti uomini che non conobbero mai Gesù Cristo e di cui ora non abbiamo nemmeno i sepolcri. Possiamo, allora, dire che Ā«Gesù CristoĀ» ĆØ il senso della storia? SƬ, a condizione che fissiamo per bene lo sguardo sulla culla di Betlemme. Tutti gli uomini e le donne prima e dopo Gesù Cristo hanno in comune con questo uomo un dettaglio importante: la carne. E viceversa. Gesù ĆØ Ā«comuneĀ» a noi nella carne, nel corpo di quell’infante. Pertanto, Gesù ĆØ il senso della storia perchĆ© solo in lui la carne ĆØ stata salvata dal nulla più terribile: la morte, mediante la sua risurrezione. Il segreto ĆØ questo. La storia, senza Gesù Cristo, ha il senso (la direzione) di andare verso il nulla perchĆ© il sole cesserĆ  di produrre energia. Ma nella risurrezione dalla carne morta, Gesù ĆØ il senso (direzione) che porta verso la vita eterna e l’immortalitĆ , a prescindere che ci siano o no il sole o i sepolcri. Ecco perchĆ© Gesù Cristo ĆØ il senso di tutta la storia: Ā«ante Christum natumĀ» e Ā«post Christum natumĀ».

LibertĆ , responsabilitĆ , e solidarietĆ  sono tra loro collegate, in che modo?

LibertĆ , responsabilitĆ  e solidarietĆ  sono tra loro collegate rispetto all’«altro-per meĀ», cioĆØ al prossimo che mi dice chi io sono. Nessun uomo (o donna) si può esperirsi libero, responsabile o solidale se non lo ĆØ rispetto a un altro essere umano, non certo verso uno specchio o un animale. Meglio ancora: io sono libero se sono responsabile verso un mio simile e solidale con lui. PerchĆ© l’esercizio delle tre, richiede la presenza dell’altro o dell’altra, necessariamente. Si può anche dire cosƬ: essere liberi, responsabili e solidali Ā«toglie pesoĀ» a un modo solitario di vivere l’esistenza perchĆ© l’egoismo e l’irresponsabilitĆ  rendono schiavi, non liberi; rendono pesanti.

Salvezza e morte. Dio, eterno e immanente, facendosi uomo sperimenta la morte come atto supremo di liberazione, non dal dolore, ma dal peccato che ha portato la morte nella creazione. Facendosi agnello sacrificale una volta per tutte riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio, ĆØ corretto?

L’uomo teme la morte non perchĆ© non la conosce, ma per il niente che la attornia. Intravisto con la morte di un proprio caro. Per sĆ©, dunque, la morte ĆØ percepita come l’esatto contrario della salute, della salvezza, il suo esito nefasto. Questo nulla perde ogni potere con il sacrificio dell’Agnello Gesù, che non ha nemmeno belato dinnanzi allo sgozzamento a sangue. ƈ la morte in Croce, infatti, che riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio perchĆ© soltanto nella morte in Croce Dio ĆØ diventato trasparente all’uomo, togliendo ogni opacitĆ  dovuta al peccato.

La concezione simbolica del miracolo come sospensione della realtĆ  naturale in favore di un bene superiore grazie a un intervento diretto di Dio, che valore ha nella vita di ogni giorno? Quale ĆØ la funzione del miracolo in un’ottica teologica cristiana?

Ogni tipologia di linguaggio umano utilizza il termine Ā«miracoloĀ» per indicare un intervento soprannaturale, riconducibile direttamente a Dio. Quindi, l’uomo crede ai miracoli più che a Dio, cosƬ dice il linguaggio. Vi credono anche gli scienziati allorchĆ© avviene, per esempio, una guarigione inspiegabile, nel senso che crea Ā«meravigliaĀ» (Ā«miraculumĀ»). Questa ĆØ la concezione Ā«popolareĀ» del miracolo, il quale crede che l’intervento dall’alto ĆØ sempre possibile, auspicabile. La teologia fondamentale ĆØ, invece, più precisa. Afferma che il miracolo accade, appunto, con un valore Ā«simbolicoĀ», ossia rimanda a Dio che può creare e anche salvare. Il miracolo, dunque, ĆØ come un indice del dito puntato verso Dio che segnala Colui a cui si imputa un fatto straordinario. ƈ quanto accade con il concetto Ā«creare dal nullaĀ»: l’indice indica il Creatore, piuttosto che il nulla, che pure conferma la creazione nella sua totale gratuitĆ . Tra il miracolo e Dio, insomma, il più importante ĆØ Dio che ha operato, per esempio, una guarigione, non il contrario.

Esiste una definizione teologica della verità? La verità è, più che un concetto logico, una persona? O entrambe le cose.

La domanda Ā«cosa ĆØ la veritĆ ?Ā» ĆØ quella che ha arrovellato la storia di tutto il pensiero, occidentale e non solo. Interessò anche a un procuratore romano piuttosto famoso, Ponzio Pilato (Lc 13,1), l’unico uomo degno di menzione per la fede cristiana, tanto da inserirlo nel Credo apostolico. Dinnanzi all’affermazione di Gesù Ā«sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla veritĆ Ā» (Gv 18,37), Pilato gli pone la domanda più Ā«romanaĀ» che ci fosse: Ā«Cosa ĆØ la veritĆ ?Ā» (Gv 18,38). Gesù non rispose per due motivi. Innanzitutto, perchĆ© la veritĆ  stava dinnanzi a Pilato in persona e perchĆ© la veritĆ  non ha bisogno di rendere testimonianza a se stessa. Poi, io credo, l’affermazione di Gesù ĆØ fondamentale: Dio ĆØ la veritĆ , alla quale Gesù ĆØ venuto a dare testimonianza. Ciò significa che vi possono essere altre tradizioni religiose grazie alle quali l’uomo può scorgere una certa testimonianza della veritĆ : l’ebraismo, il mussulmanesimo, gli scritti degli antichi filosofi. Tuttavia, solo in Gesù traspare l’evidenza della VeritĆ  perchĆ© essa viene inverata nell’amore della Croce. La teologia ĆØ, in parole semplici, questo: fissare lo sguardo sulla Croce e capire che cosƬ Dio ci ha amato fino alla fine. Di più non si può.

Grazie delle sue risposte, spero che servano come chiave di lettura per i lettori che si avvicineranno al suo testo.