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Lu’Mezzò: a spasso nel paese narrato da Francesca Belussi A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2022

Lu’Mezzò, è il cuore del libro edito da Centro Culturale 999   “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino” della scrittrice bresciana Francesca Belussi, docente e scrittrice, ed è un piccolo paesino che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte dell’Italia. A caratterizzare il posto ci sono la scuola, i bar, la squadra di calcio, i bottegai, i docenti, ma anche personalità di spicco come l’uomo che si veste come lo Jedi o il proiezionista del cinema dell’oratorio. Francesca porta il lettore dentro ad un mondo (il suo) nel quale ogni lettore potrebbe ritrovare il proprio microcosmo di relazioni affettive, familiari e sociali. Ne abbiamo parlato con Francesca.

Come ti è venuta l’idea di scrivere “Lu’Mezzó. Storie di un paese   perbenino”?

L’idea è nata durante il lockdown del 2020… in un periodo così complesso, e pesante per tutti e per tutte, volevo scrivere qualcosa di “leggero”, qualcosa che avesse lo scopo di far divertire chi leggeva. Avevo inoltre questa storia dentro di me da raccontare, una storia con protagonista non un personaggio in carne ed ossa, ma un paese, poiché avevo, negli anni, raccolto storie che mi avevano colpita ed interessata e volevo metterle su carta. Poi, dopo aver scritto i primi capitoli nel 2020, ho accantonato il progetto per qualche mese, per poi terminarlo nella primavera 2021. Diciamo che Lu’Mezzò nasce dalla mia volontà di raccogliere alcune storie, con quella di far sorridere e divertire. Inoltre, io sono una grande amante del genere umoristico, ma faccio sempre fatica a trovare testi umoristici (non comici, proprio umoristici, stile Benni), e quindi cerco di scrivere quello che mi piacerebbe leggere.

Nel tuo libro ci sono tanti luoghi e tanti ritratti umani. Quanto c’è di realtà e quanto di finzione?

Alcuni racconti sono inventati, altri, la maggior parte direi, sono ispirati a fatti realmente accaduti. Paradossalmente gli episodi più inverosimili sono quelli che invece ho vissuto in prima persona, come ad esempio la parte legata al panificio, o al film che prende fuoco… Per quanto riguarda i capitoli su miti e leggende, ho fatto un breve lavoro di ricerca, e ho notato che molti elementi legati a usi, costumi, tradizioni orali e popolari, sono comuni a molte zone d’Italia, e così Lu’Mezzò potrebbe trovarsi in qualsiasi regione della penisola…

Dal teatro, al liceo, passando per la trattoria da Milly, alla chiesa, alla forneria e macelleria di paese. Che valore hanno questi luoghi per la gente di Lu’Mezzó?

Questi luoghi, almeno nella mia personale visione, rappresentano il “dove la vita accade”.

Tra i personaggi, quale è quello a cui sei più affezionata e perché?

Forse il personaggio dell’uomo dall’appetito straordinario, perché è legato al mio amore per il cibo e a ciò che mi piace mangiare! Ma anche i membri della famiglia di fornai, in quanto io provengo proprio da una famiglia di panificatori, e, non da ultimo, gli artisti, per la mia passione per l’arte.

Lu’ Mezzó è più un romanzo corale o una raccolta di racconti che hanno in comune il luogo di appartenenza di personaggi e luoghi?

Lo definirei più una raccolta di racconti con un comune filo conduttore dato dal paese stesso, che io considero come un personaggio a tutti gli effetti!

Questo è il tuo secondo libro.  Cosa rappresenta per te la scrittura?

La scrittura è per me un’esigenza, una vera e propria necessità. Ho sempre letto moltissimo e amato i libri in generale, sin da bambina. Ma ho cominciato a scrivere “seriamente” solo nel 2012, quando una sera, all’improvviso, ho proprio avvertito il bisogno fisico di mettere i miei pensieri su carta. E così è nato il primo libro, scritto all’epoca, ma pubblicato solo due anni fa!

Sei già al lavoro per un prossimo romanzo?

In realtà sì! È già pronto un testo che mi piacerebbe sottoporre a qualche casa editrice e che rappresenta in qualche modo quello che avviene quando si chiude il mio primo romanzo “La Ragazza con l’Orchidea”, ma che non vi è necessariamente legato come storia. E ci sarebbe anche un’altra storia che ho scritto qualche anno fa che mi piacerebbe pubblicare, ispirata ad un mio viaggio attraverso Nord e Sud America. Il difficile ora è trovare una casa editrice!

Dalla Cina all’Italia, la storia di “Giada Rossa- Una vita per la libertà” di Fiori Picco (Fiori d’Asia Editrice 2020) A cura di Viviana Filippini

30 dicembre 2021

“Giada Rossa- Una vita per la libertà” edito da Fiori d’Asia Editrice è il romanzo-verità di Fiori Picco, nel quale l’autrice bresciana racconta le vicissitudini esistenziali di Giada Rossa, una donna che vedrà stravolta la sua esistenza da un viaggio che la porterà dalla Cina all’Italia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata l’idea di scrivere la storia di Giada Rossa?

È nata da un incontro speciale con la protagonista e voce narrante del mio libro: una signora cinese che ho assistito durante un intervento e nel post-operatorio durante la mia esperienza di mediazione culturale presso gli Spedali Civili di Brescia. La signora non parlava italiano e necessitava del mio aiuto. Nel tempo mi ha raccontato la storia della sua vita che, fin da subito, ho trovato straordinaria e di valore, anche se molto drammatica e, in certi momenti, addirittura scioccante. Per questo ho deciso di trasformarla in un romanzo verità e di denuncia. Il mio intento era dare voce a tutte quelle persone che, come Giada Rossa, hanno sofferto e sono state vittime di violenze, soprusi e discriminazioni.

La protagonista e voce narrante vive una vita segnata fin dall’infanzia da soprusi, cosa la spinge a sopportare tutte le vessazioni?

Gli orientali per natura hanno una capacità di sopportazione del dolore fisico e mentale maggiore rispetto agli occidentali. Per millenni, Taoismo, Confucianesimo e Buddismo hanno insegnato a sopportare e a non reagire dinnanzi alla violenza. Durante gli otto anni di vita in Cina, ho assistito a situazioni di estrema intollerabilità, come un cesareo o una salpingografia eseguiti senza anestesia, e le pazienti accettavano senza protestare. Giada Rossa si è sempre chiesta se ci fosse un percorso prestabilito che doveva obbligatoriamente intraprendere, se il destino avesse già determinato ogni suo passo. Da quando si è avvicinata al Buddismo, crede fermamente nella legge del Karma, che spiega molte cose. C’è sempre una chiave logica a tutto ciò che succede; la sofferenza contribuisce alla nostra evoluzione. Le esperienze sono legate a eventi accaduti nelle vite pregresse; ci sono nodi karmici da sciogliere per potersi liberare dal dolore nelle vite future.

Come vive la protagonista il viaggio dalla Cina verso l’Italia?

Giada Rossa non voleva lasciare la Cina; sarebbe rimasta volentieri nel suo Paese svolgendo un lavoro umile, ma è stata imbrogliata da alcuni suoi connazionali: dei ciarlatani che l’hanno obbligata a emigrare illegalmente promettendole un futuro migliore all’insegna del benessere economico. Il viaggio verso l’Italia è stato durissimo, sia per la condizione di schiavitù e di forte disagio in cui si è trovata, sia per le brutalità a cui ha dovuto assistere. È stata testimone di uno stupro e di un omicidio; lei stessa ha rischiato di morire per una grave crisi ipertensiva. Quando ha implorato le compagne di viaggio di salvarle la vita, una di loro ha trovato il coraggio di bucarle la vena con uno spillone per capelli. Durante la traversata in mare, è rimasta per tutto il tempo seduta in un acquitrino lurido e stagnante, con le gambe paralizzate a causa del freddo invernale. Il ricordo dei genitori e della figlia adottiva le è stato di grande conforto e, per brevi momenti, ha alleviato la sua angoscia.

Giada Rossa si troverà in un mondo del tutto nuovo, come riuscirà a far convivere i suoi principi, valori e tradizioni cinesi in una realtà del tutto nuova come quella italiana?

Nonostante le avversità e le problematiche incontrate in Italia, Giada Rossa è un ottimo esempio di integrazione. Pur avendo avuto difficoltà linguistiche e sociali, si è avvicinata con rispetto alla nostra cultura e si è sforzata di interagire con gli italiani. È rimasta fedele ai suoi valori e alla sua fede, ma ha saputo adattarsi alla nostra mentalità. Ancora oggi, puntualmente mi invia gli auguri di Natale e partecipa con entusiasmo alle nostre festività. Non rifiuta i nostri piatti tipici, anzi è curiosa di assaggiare particolarità gastronomiche come il gorgonzola.  Ha abbracciato le tradizioni locali senza dimenticare le sue origini. È quello che ho fatto io in tanti anni di vita in Cina.  L’integrazione può avvenire solo con l’impegno e con una buona dose di rispetto e di umiltà nei confronti del Paese ospitante.

Tanti sono i personaggi con i quali Giada si relaziona, ma due di loro – il padre e il secondo marito – hanno un maggiore peso sul suo destino. Che rapporto ha la protagonista con loro?

Giada Rossa è stata privata della figura paterna all’età di tre anni, e ne ha avuto un vago ricordo fino a quando, molti anni dopo, per miracolo o casualità della sorte, è riuscita a ricongiungersi alla sua famiglia d’origine. Per lei i genitori sono sempre stati un esempio di forza interiore e di coraggio; dal padre ha ereditato il carattere scherzoso e a tratti fanciullesco, che le ha permesso di affrontare con spirito positivo ogni disgrazia. Il padre è sempre stato perseguitato da un destino ostile, ma ha dimostrato molta dignità. La sua immagine di uomo buono e onesto l’ha accompagnata durante il terribile viaggio verso l’Italia, rassicurandola e dandole conforto. Giada Rossa è stata spinta a emigrare in modo illegale dal secondo marito: un uomo freddo e calcolatore a cui è rimasta legata, anche se la coppia vive insieme saltuariamente. Lei stessa ha dichiarato che alla sua età non vuole più ricorrere al divorzio. Si concede lunghe pause di riflessione lontana dal marito; i periodi di solitudine la rafforzano rendendola più determinata e combattiva.  Giada Rossa rappresenta tante donne cinesi di mezza età, ancora legate a un concetto vecchio e tradizionalista di matrimonio. Preferiscono salvare le apparenze e rinunciare alla propria felicità piuttosto di complicarsi ulteriormente la vita.

Quanto è importante la madre per Giada Rossa?

La madre di Giada Rossa è stata una figura determinante nella vita della figlia, rappresenta la donna maoista definita “l’altra metà del Cielo”: una lavoratrice instancabile, la colonna portante della famiglia. Non si è mai voluta adagiare, nemmeno quando il marito ha aperto un’attività commerciale. Si è sempre rimboccata le maniche ritenendosi “parte attiva e produttiva della società”. Ha lavorato molti anni come manovale di cantiere rischiando la salute e la vita per mantenere i figli. A un certo punto si è trovata sola e in difficoltà ma non si è mai arresa. A Giada Rossa ha trasmesso un messaggio importante: “Ogni donna ha risorse proprie e una ricchezza interiore che possono aiutarla durante le avversità. Bisogna innanzitutto fare affidamento su noi stesse, sulle nostre capacità”. Ancora oggi Giada Rossa la ricorda come un grande esempio di coraggio.

Come è stato trattare in un romanzo temi che vanno dall’immigrazione clandestina, al traffico di essere umani, per passare alla fede e al riscatto?

Sono tutte tematiche importanti che ho voluto evidenziare per informare i miei lettori. Lo scopo della scrittura è portare a conoscenza, mettere in luce determinate realtà e situazioni. Ritengo che si sappia pochissimo dell’immigrazione cinese e delle problematiche che tante donne devono affrontare quando giungono in Italia da clandestine. Giada Rossa è la storia della protagonista ma, quando descrivo il viaggio sui Balcani, il romanzo diventa corale in quanto coinvolge tante altre persone come lei: tutte vittime unite dallo stesso amaro destino. Ho sentito il dovere morale di raccontare le loro vicissitudini. Le tragedie umane devono essere trascritte per non essere dimenticate, così come i soprusi, le violenze, il mobbing e le ingiustizie devono essere sempre denunciati. La fede è una tematica a cui tengo particolarmente perché, a mio avviso, è sinonimo di scelta e di libertà. Nessuno dovrebbe costringerci a seguire il suo credo né discriminarci solo perché abbiamo tradizioni diverse. Giada Rossa ha saputo ribellarsi ai pregiudizi e alle prevaricazioni perseguendo i suoi ideali. Era completamente sola, non aveva aiuti di alcun genere, ma ce l’ha fatta senza scendere a compromessi. Con la volontà ogni donna può riscattarsi.

Biografia

Fiori Picco è nata a Brescia il 07 marzo 1977, è sinologa, scrittrice, traduttrice letteraria ed editrice. Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Cinese conseguita presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è stabilita nella città cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan, dove ha vissuto otto anni insegnando presso il Dipartimento del Turismo della Yunnan Normal University e svolgendo ricerche di antropologia.  Durante gli anni di vita a Kunming ha iniziato a scrivere novelle e romanzi e dal 2007 è autrice SIAE.  Dal 2011 traduce romanzi di autori asiatici e di recente ha aperto Fiori d’Asia Editrice, una realtà editoriale multilingue specializzata in letteratura orientale. Ha ricevuto diversi premi letterari, nazionali e internazionali, tra cui il Jacques Prévert 2010 per la narrativa, il Magnificat Libri, Arte e Cultura 2014 per racconti brevi, il Premio Standout Woman Award 2016 della Regione Lombardia, il Caterina Martinelli 2017, l’Argentario 2020.  Il suo ultimo romanzo “Giada Rossa – Una vita per la libertà” è superfinalista al Premio Città di Latina 2020 (la cerimonia di premiazione è stata fissata per il 31 luglio 2021).  Nel 2018, con scrittori di tutto il mondo, ha partecipato all’International Writing Program presso l’Accademia di Letteratura Lu Xun di Pechino, e al Congresso Internazionale degli Scrittori e dei Sinologi di Guiyang le è stato conferito il certificato di Friend of Chinese Literature. Collabora con la China Writers’ Association e con la Japanese Writers’ Association.

:: Intervista con Gianluigi Pasquale OFM Cap a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2021

Padre Gianluigi Pasquale, insieme a Branko Muric ha scritto Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, edito da Carocci: di cosa si occupa la Teologia fondamentale, in parole semplici comprensibili anche da chi si accosta da poco allo studio della teologia?

La teologia fondamentale è quella sezione della teologia che si occupa delle domande principali che ogni uomo e donna si pongono: chi sono io? Qual è il senso della mia breve vita? Cosa ci sarà dopo la mia morte? Si tratta di domande con cui ognuno si interroga e alle quali la teologia fondamentale vuole dare una risposta plausibile, ricavandola dalla Rivelazione cristiana contenuta nella Sacra Scrittura.

Ho trovato il suo libro molto complesso, anche se bene argomentato, ma seppur forse non ho capito tutto mi sembra di aver inteso che la tesi sottesa al testo, ovvero le conclusioni a cui porta il suo lavoro, sono che fede e ragione non sono incompatibili, anzi la ragione è il fondamento stesso della fede. È un’analisi corretta?

Ragione e fede non si oppongono perché non lo possono fare, non possono essere poli opposti. Entrambe sono il modo con il quale l’uomo esce da se stesso. L’uomo, infatti, «ragiona» per operare e «crede» che la ragione non lo tradisca. Viceversa ogni volta che l’uomo crede, lo fa in modo ragionevole, mai irrazionale. E anche quando credesse contro l’evidenza, lo fa, paradossalmente, non smettendo mai di ragionare. Perché è un uomo e non, per usare un esempio, un gatto. In realtà, nel mio libro non è stata facile la scelta del sottotitolo: viene prima il credere, oppure il comprendere rispetto al credere? Per certi versi il credere: è la fede che mi dà il primo contenuto su cui ragionare e comprendere. Però, la stessa fede, per essere umana, esige che io capisca ciò in cui credo. In breve: nel XX secolo avrei scritto: credere e comprendere. Ho scelto: comprendere e credere perché nel XXI secolo si nota una drammatica ignoranza di fede. L’alfabeto della rivelazione cristiana ha oggi tutte le lettere in disordine.

Dunque la teologia è una scienza, posta la prima premessa?

La teologia è una scienza, senza dubbio. Perché, alla pari di tutte le altre scienze, condivide il metodo della «fiducia» che l’esperimento di indagine sia efficacie. La scienza è la prima a credere, ad aver fede. È, però, necessaria questa precisazione. Molti asseriscono che l’oggetto della teologia, «Dio» non si vede e deducono che la teologia non è scienza. Ora, la maggior parte delle scienze esatte non «vede» il proprio oggetto di indagine, come avviene in astronomia per le stelle morte o per i quanti che sfuggono al microscopio. Ciò che rende scienza una scienza è la rigorosità del metodo di indagine: cioè la fiducia che la ricerca non si inceppi. Ciò vale per ogni scienza, teologia compresa, che, quindi, è scienza.

La rivelazione pone Dio nella storia umana. Gesù, il Cristo, diventa il punto di congiunzione tra Dio e l’uomo. La comunicazione diretta interrotta con il peccato originale viene ripristinata, è corretto?

Già G.F.W Hegel (1770-1831) aveva visto correttamente che solo la Rivelazione cristiana permette di affermare che il Dio trinitario – quindi cristiano – si possa legare al fango che l’uomo è. Ciò accade perché il «numero due» della Trinità si fa carne a Betlemme di Giudea e perché lo Spirito lo continua a incarnare nel presente della Chiesa. Pertanto, Gesù Cristo è l’«hang-out» tra la divinità e l’umanità, quel «saldo nodo» per cui la Parola (di Dio) non si può più staccare dalla carne di Gesù: il bambino di Betlemme è indivisibile. In questo senso, dall’incarnazione viene ripristinata la comunicazione interrotta con il peccato originale. Il peccato, in realtà, è una sincerità infranta. In maniera radicale con Dio: questo è il peccato originale. Con l’incarnazione, Dio si rivela all’uomo «in carne», per cui i cocci della comunicazione sono ricomposti per sempre.

L’attività teologica è amare Colui da cui si è amati. Che Dio sia amore è il centro della Rivelazione, un amore totale che arriva al sacrificio di sé, nella Croce. È questa la via della salvezza? La comprensione e condivisione di questo amore?

Non si fa teologia se uno non è profondamente innamorato di Dio, ma anche dell’uomo. Dio, in quanto tale, è amore. Altrimenti stiamo parlando di tutt’altro che non è Dio, ossia di un idolo. Dio si rivela, l’idolo lo si inventa. L’apice dell’amore che Dio è, è stato raggiunto con il sacrificio della morte in Croce del proprio Figlio, da cui è scaturito lo Spirito. Nella Croce la Trinità si è come spezzata dall’atroce sofferenza del Figlio che gridava al Padre, in modo tale che solo dalla Croce arriva la salvezza. Quando nel libro affermo che la teologia fondamentale del XXI secolo «nasce sotto la croce» sto solo leggendo quando dice la Scrittura. Al grido di Gesù sul patibolo più infame per una pena di morte mai inventato dall’uomo, l’unico non credente per antonomasia che fu il Centurione romano, emise la più perfetta confessione di fede della storia: «davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39). Pare strano, ma sono i «non devoti», i credenti più sinceri. Pertanto, la comunicazione dell’amore che Dio è, significa anche la condivisione di questo amore, come ha fatto il Centurione, in questo senso, il primo teologo, secondo gli evangelisti, senza voler troppo esagerare.

Un tema che lei tratta nel suo libro è la libertà. Libertà di Dio e dell’uomo. Un incontro di libertà, sebbene la libertà umana oltre ad essere derivata da quella divina ha anche dei limiti di finitezza. In che misura la libertà coincide con la via della salvezza? Insomma si può anche scegliere di non essere salvati da Dio?

La libertà è la prova che Dio esiste nell’uomo. La libertà umana e quella di Dio sono simili, ma tra loro vi è un abisso. Quella dell’uomo è tale perché condizionata: io sono libero, per esempio, di scegliere tutti i tipi di aereo, a condizione di volare con uno soltanto. La libertà di Dio, invece, non è sottoposta a condizioni. Eppure, nella libertà dell’uomo si riflette quella di Dio, si riflette addirittura Dio. Quando? Quando l’uomo sceglie per il bene, non per il male. Cioè quando l’uomo compie la volontà di Dio. Obbedire a Dio è il modo migliore per liberarsi dai propri condizionamenti. Se la libertà consiste nello scegliere il bene e nel compierlo, si comprende che la libertà coincide con la salvezza perché il bene compiuto porta al «ben-essere» mio e degli altri: cioè alla salvezza. Chi si ostina a scegliere e a compiere il male, sceglie «liberamente» di «dannarsi»: non (solo) nell’eternità, ma fin da adesso, semplicemente perché compie del male per sé, agli altri e contro Dio. Scegliere il male, è accettare liberamente il «mal-essere», di cui la malattia e il peccato sono lo stigma.

L’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo è il senso della storia?

Autorivelazione di Dio in Gesù Cristo significa che Dio ha deciso (auto) di farsi vedere in quell’uomo che restò tra gli uomini per trentatré anni. Affermare che un giovane così «singolare» sia il senso di tutta la storia è piuttosto impegnativo. Perché nessuno sa per quanti migliaia di anni la storia durerà (ancora). E perché nessuno sa esattamente quando essa iniziò, ponendo in anagrafe tanti uomini che non conobbero mai Gesù Cristo e di cui ora non abbiamo nemmeno i sepolcri. Possiamo, allora, dire che «Gesù Cristo» è il senso della storia? Sì, a condizione che fissiamo per bene lo sguardo sulla culla di Betlemme. Tutti gli uomini e le donne prima e dopo Gesù Cristo hanno in comune con questo uomo un dettaglio importante: la carne. E viceversa. Gesù è «comune» a noi nella carne, nel corpo di quell’infante. Pertanto, Gesù è il senso della storia perché solo in lui la carne è stata salvata dal nulla più terribile: la morte, mediante la sua risurrezione. Il segreto è questo. La storia, senza Gesù Cristo, ha il senso (la direzione) di andare verso il nulla perché il sole cesserà di produrre energia. Ma nella risurrezione dalla carne morta, Gesù è il senso (direzione) che porta verso la vita eterna e l’immortalità, a prescindere che ci siano o no il sole o i sepolcri. Ecco perché Gesù Cristo è il senso di tutta la storia: «ante Christum natum» e «post Christum natum».

Libertà, responsabilità, e solidarietà sono tra loro collegate, in che modo?

Libertà, responsabilità e solidarietà sono tra loro collegate rispetto all’«altro-per me», cioè al prossimo che mi dice chi io sono. Nessun uomo (o donna) si può esperirsi libero, responsabile o solidale se non lo è rispetto a un altro essere umano, non certo verso uno specchio o un animale. Meglio ancora: io sono libero se sono responsabile verso un mio simile e solidale con lui. Perché l’esercizio delle tre, richiede la presenza dell’altro o dell’altra, necessariamente. Si può anche dire così: essere liberi, responsabili e solidali «toglie peso» a un modo solitario di vivere l’esistenza perché l’egoismo e l’irresponsabilità rendono schiavi, non liberi; rendono pesanti.

Salvezza e morte. Dio, eterno e immanente, facendosi uomo sperimenta la morte come atto supremo di liberazione, non dal dolore, ma dal peccato che ha portato la morte nella creazione. Facendosi agnello sacrificale una volta per tutte riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio, è corretto?

L’uomo teme la morte non perché non la conosce, ma per il niente che la attornia. Intravisto con la morte di un proprio caro. Per sé, dunque, la morte è percepita come l’esatto contrario della salute, della salvezza, il suo esito nefasto. Questo nulla perde ogni potere con il sacrificio dell’Agnello Gesù, che non ha nemmeno belato dinnanzi allo sgozzamento a sangue. È la morte in Croce, infatti, che riporta l’uomo nella giusta relazione con Dio perché soltanto nella morte in Croce Dio è diventato trasparente all’uomo, togliendo ogni opacità dovuta al peccato.

La concezione simbolica del miracolo come sospensione della realtà naturale in favore di un bene superiore grazie a un intervento diretto di Dio, che valore ha nella vita di ogni giorno? Quale è la funzione del miracolo in un’ottica teologica cristiana?

Ogni tipologia di linguaggio umano utilizza il termine «miracolo» per indicare un intervento soprannaturale, riconducibile direttamente a Dio. Quindi, l’uomo crede ai miracoli più che a Dio, così dice il linguaggio. Vi credono anche gli scienziati allorché avviene, per esempio, una guarigione inspiegabile, nel senso che crea «meraviglia» («miraculum»). Questa è la concezione «popolare» del miracolo, il quale crede che l’intervento dall’alto è sempre possibile, auspicabile. La teologia fondamentale è, invece, più precisa. Afferma che il miracolo accade, appunto, con un valore «simbolico», ossia rimanda a Dio che può creare e anche salvare. Il miracolo, dunque, è come un indice del dito puntato verso Dio che segnala Colui a cui si imputa un fatto straordinario. È quanto accade con il concetto «creare dal nulla»: l’indice indica il Creatore, piuttosto che il nulla, che pure conferma la creazione nella sua totale gratuità. Tra il miracolo e Dio, insomma, il più importante è Dio che ha operato, per esempio, una guarigione, non il contrario.

Esiste una definizione teologica della verità? La verità è, più che un concetto logico, una persona? O entrambe le cose.

La domanda «cosa è la verità?» è quella che ha arrovellato la storia di tutto il pensiero, occidentale e non solo. Interessò anche a un procuratore romano piuttosto famoso, Ponzio Pilato (Lc 13,1), l’unico uomo degno di menzione per la fede cristiana, tanto da inserirlo nel Credo apostolico. Dinnanzi all’affermazione di Gesù «sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37), Pilato gli pone la domanda più «romana» che ci fosse: «Cosa è la verità?» (Gv 18,38). Gesù non rispose per due motivi. Innanzitutto, perché la verità stava dinnanzi a Pilato in persona e perché la verità non ha bisogno di rendere testimonianza a se stessa. Poi, io credo, l’affermazione di Gesù è fondamentale: Dio è la verità, alla quale Gesù è venuto a dare testimonianza. Ciò significa che vi possono essere altre tradizioni religiose grazie alle quali l’uomo può scorgere una certa testimonianza della verità: l’ebraismo, il mussulmanesimo, gli scritti degli antichi filosofi. Tuttavia, solo in Gesù traspare l’evidenza della Verità perché essa viene inverata nell’amore della Croce. La teologia è, in parole semplici, questo: fissare lo sguardo sulla Croce e capire che così Dio ci ha amato fino alla fine. Di più non si può.

Grazie delle sue risposte, spero che servano come chiave di lettura per i lettori che si avvicineranno al suo testo.

Roberto Barbolini ci racconta il suo romanzo: “Pesca al cantautore in Emilia e altre storie in vinile” (Oligo, 2021)

9 ottobre 2021

“Pesca al cantautore in Emilia e altre storie in vinile” di Roberto Barbolini, edito da Oligo, è un romanzo corale, dove l’ironia è una delle componenti costanti per tratteggiare quella che è l’immagine di una generazione di giovani amanti della musica e alla ricerca del loro posto nel mondo, anche se, a volte, questo percorso è molto più complesso di quello che sembra. Ne abbiamo parlato con l’autore Roberto Barbolini.

Come è nata l’idea del libro “Pesca al cantautore in Emilia”? Direi che è nata per stratificazioni geologiche, con un nucleo di base legato a due aneddoti che mi portavo dietro fin dall’adolescenza: una gara di veglia che si tenne davvero nella mia città d’origine, Modena, verso la metà degli anni Sessanta, e l’avventura altrettanto autentica d’un mio vecchio amico, al quale capitò davvero di pescare un cantautore (e il suo motoscafo) nelle Valli di Comacchio. O almeno così raccontava. Attorno a queste due storie principali si agglutinano lasse narrative più brevi, fino al nanoracconto, in un arco temporale che dall’epoca dei Beatles e dei Rolling Stones arriva a oggi. I personaggi appartengono a una «generazione di sconvolti/ che non ha più santi né eroi», per dirla con Vasco Rossi, perduti fra le nebbie della provincia e la globalizzazione incipiente. Che vedono i loro idoli musicali andare via via all’altro mondo, oppure trasformarsi in innocui feticci.

Quanto per i personaggi protagonisti è importante la musica? Da zero a dieci, sicuramente dieci. È la generazione della musica ribelle, «che ti entra nelle ossa/ che ti entra nella pelle», come cantava Finardi. I suoni aspri e distorti delle chitarre rock esprimono le rabbie, le frustrazioni dei protagonisti, ma anche il loro oscuro desiderio di amore e di bellezza. 

Quale è il filo rosso che collega i diversi momenti della narrazione, che spaziano dal racconto breve a quello lungo? Più che un filo rosso è un intreccio di fili: la musica rock innanzitutto, non semplice colonna sonora di sottofondo ma autentico collante della narrazione, che dà impulso e ritmo alla scrittura. È un sound che affonda nell’era beata dei dischi in vinile, dai Beatles ai Nomadi, da Hendrix e Clapton agli Who, dagli Stones all’Equipe 84 e ritorno. E poi la provincia, certo, con i suoi miti e i suoi riti, i sapori e i sopori. Si tratta però di intendersi: esiste certo un torpore della provincia, una specie di Grande Sonno che t’avvolge come un liquido amniotico, tanto più temibile quanto più confortevole. Ma c’è una forma di letargo perfino più insidiosa: il provincialismo di chi crede d’essersi scrollato di dosso il “mondo piccolo” solo perché si aggiorna secondo l’ultimo grido delle mode culturali. La provincia e la moda, osservava Cesare Garboli, sono in fondo la stessa cosa. Anche se vive in una grande metropoli, chi segue pedissequamente la moda è un provinciale. In questo senso, perfino perdersi nelle Valli di Comacchio può rivelarsi un’insperata salvezza, una via di fuga dal provincialismo.

Nella sinossi il suo romanzo è definito un “libro di formazione, o di deformazione”, come convivono nel vissuto dei diversi personaggi questi due aspetti? Il romanzo di formazione o Bildungsroman (in tedesco è più altisonante) è un genere che si fa nascere con il Wilhelm Meister di Goethe, e dico poco, ma ha antenati che possono risalire fino alla Telemachia nell’Odissea di Omero. Roba grossa, insomma. Perciò mi sarei sentito pomposo a definire “romanzo di formazione” il mio libro, anche se indubbiamente lo è. Ecco allora l’idea di un doppio parodico, il “romanzo di deformazione”, che sta al primo come Mr.Hyde al dottor Jekyll. Alla base c’è la mia convinzione che nelle nostre vite, anche nei momenti più autentici, all’amore e al dolore s’intrecci spesso un elemento grottesco. Per questo le passioni, i tic, i drammi esistenziali dei miei personaggi hanno quasi sempre un contrappunto ironico.

Il libro può essere visto anche come romanzo corale e specchio di una generazione? La mia è la generazione di My Generation degli Who, con quel verso: “I hope I die before I get old”, “spero di morire prima di diventare vecchio”, che per tanti protagonisti di quegli anni -da Hendrix alla Joplin, da Jim Morrison a John Lennon, allo stesso Keith Moon degli Who- sarebbe diventato una sinistra profezia. Ma è anche la generazione di Woodstock, che nei grandi raduni giovanili viveva il suo romanzo di formazione collettivo: corale, appunto. Non fu sempre un coro armonioso, né mancarono le “stecche”: se Pesca al cantautore in Emilia rispecchia quella generazione, deve somigliare a uno di quegli specchi anamorfici che si trovano nei baracconi dei Luna Park, dove le immagini si deformano, le fisionomie si alterano, le identità si confondono. Ma forse solo fraintendendoci siamo in grado di riconoscerci.

Riguardo al titolo, perché proprio “pesca al cantautore in emilia e altre storie in vinile?” Be’, qui devo dichiarare a gran voce il mio amore per la parodia, evidente già nel titolo , che richiama Pesca alla Trota in America di Richard Brautigan, un piccolo mito della generazione beatnik. Quanto al vinile, col suo richiamo vintage, potrebbe sembrare l’esca per un’operazione nostalgia quanto mai scontata  (e vorrei pure vedere che fosse a prezzo pieno…). Ma guai a considerare la nostalgia un fenomeno soltanto regressivo, identificandola con il rimpianto per qualcosa di perduto. Essa è invece quella “sofferenza dell’ignoranza” di cui parla Milan Kundera nel romanzo L’ignoranza, ossia qualcosa di legato alla dimenticanza più che alla memoria: è l’oscura volontà di tornare in un luogo dove in realtà non siamo mai stati. Tale è infatti il passato, finchéé i viaggi nel tempo non saranno possibili: quando lo abitammo esso era il presente, e adesso possiamo illuderci di ricrearlo solo attraverso gli inganni e le fallacie della memoria. Chissà se quel mio amico pescò davvero un cantautore nelle Valli di Comacchio…

Roberto Barbolini (Formigine,1951) è narratore che predilige il comico, il visionario e il fantastico. Ha lavorato con Giovanni Arpino al “Giornale” di Indro Montanelli, è stato redattore e critico teatrale di “Panorama”, si è occupato di gialli e di poesia erotica. Attualmente collabora al “QN-Quotidiano nazionale” e a “Tuttolibri”. Ha pubblicato numerosi romanzi, saggi e raccolte di racconti, tra cui “La strada fantasma” (1991, vincitore del premio Dessì), “Il punteggio di Vienna” (1995), “Piccola città bastardo posto” (1998), “Stephen King contro il Gruppo 63” (1999), “Ricette di famiglia” (2011), “L’uovo di colombo”(2014), “Vampiri conosciuti di persona” (2017). Il suo libro più recente è la raccolta di racconti “Il maiale e lo sciamano”, edito nel 2020 dalla Nave di Teseo.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’Ufficio stampa 1A Comunicazione

                                 

:: Un’intervista con Edi Lazzi, Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino, autore di “Buongiorno, lei è licenziata” (Edizioni Gruppo Abele) a cura di Giulietta Iannone

4 ottobre 2021

Buongiorno Edi, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa mia intervista. Inizierei con le presentazioni: presentati ai nostri lettori, raccontaci qualcosa di te legato sia al lavoro che alla tua vita.

Sono torinese, ho 50 anni, sposato da 23 e ho due figli Arianna di 20 anni e Amos di 19. Ho conseguito due lauree una in Scienze Politiche e l’altra in Scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro conseguita alla facoltà di giurisprudenza.

Per quanto riguarda il lavoro attualmente ricopro l’incarico di segretario generale della FIOM-CGIL di Torino il sindacato delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici. Un lavoro che mi appassiona e mi permette di contribuire a delle giuste cause a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori di questo importante settore economico. È da quando ho 14 anni che mi occupo di politica e di sindacato, prima come militante e attivista poi dai 29 anni, come lavoro a a tempo pieno.

Certo, è un periodo difficile in quanto il lavoro è sempre più svalorizzato, precario, insicuro, ma proprio per questo ci metto tutto l’impegno possibile per provare a migliorare la condizione di coloro che per vivere devono lavorare.

Sei l’autore di Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale (Edizioni Gruppo Abele 2021) un interessante volume che raccoglie le esperienze di 10 donne, lavoratrici del settore automotive della zona Torino e hinterland, che anche dopo trent’anni di lavoro, a un passo dalla pensione, hanno perso il lavoro e si sono dovute reinventare una vita. Come le hai conosciute? Le hai contatate tu, o si sono presentate spontaneamente saputo della tua intenzione di scrivere questo libro?

Sono tutte donne straordinarie che lavoravano nelle aziende che in questi anni abbiamo seguito come FIOM-CGIL, di cui abbiamo gestito le vertenze per difendere l’occupazione, per garantire gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito. Purtroppo, queste vertenze sono state moltissime, soprattutto a Torino, città profondamente in crisi economica e industriale. Quando ho avuto l’idea di scrivere il libro, ho chiesto ai delegati sindacali interni di farmene conoscere alcune per intervistarle e così sono state individuate le dieci storie raccontate in buongiorno, lei è licenziata..

Come è nata l’idea di scrivere questo libro? E come hai deciso di scegliere le testimonianze di lavoratrici donne. Il lavoro femminile è ancora più penalizzato in questo periodo di crisi industriale e sociale?

L’idea nasce da una ricerca che abbiamo condotto sul numero dei posti di lavoro persi, delle fabbriche che hanno chiuso nel nostro territorio a partire dall’inizio di questa crisi che perdura ormai dal 2008. Dietro quei numeri ci sono persone in carne e ossa, non possono essere considerati semplicemente un dato statistico perché ogni licenziamento porta con sé delle storie di vita. Allora abbiamo deciso di raccontarle, per parlare con l’opinione pubblica, per mettere in risalto l’importanza del lavoro, per provare a ricercare soluzioni a questa devastante crisi. Ci siamo concentrati sulle donne poiché sono loro che stanno pagando il prezzo più alto. Le donne fanno più fatica degli uomini a ricollocarsi, le aziende a parità di mansione e qualifica preferiscono assumere gli uomini. È assurdo, siamo nel terzo millennio, ma purtroppo è così!

Il periodo delle lotte sindacali degli anni ’70 e ’80 sembra finito per sempre, i lavoratori hanno sempre meno diritti e sempre più oneri. È una sensazione reale o c’è dell’altro?

È assolutamente reale, le lotte sindacali degli anni ’70 hanno avuto un riflusso dettato dalla predominanza di idee economiche e politiche favorevoli alla deregolazione del mercato del lavoro, alla sua svalorizzazione. Hanno cambiato le leggi che tutelavano le lavoratrici e i lavoratori rendendoli più deboli e ricattabili. La libertà di movimento dei capitali e la globalizzazione hanno poi dato il colpo finale.

Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena, questi sono i nomi delle donne coinvolte, una riflessione è d’obbligo: sono state molto coraggiose a riportare alla memoria periodi della loro vita molto dolorosi. Perchè la perdita di lavoro è un “lutto” e come il lutto va elaborato. A Torino esistono strutture che supportino econimicamente e anche psicologicamente chi perde il lavoro?

A Torino, come in tutta Italia, non esistono strutture in grado di aiutare chi ha perso il lavoro. I centri per l’impiego non funzionano correttamente e i percorsi di out placement, come viene raccontato dalle donne protagoniste del libro non sono in grado di dare una mano concreta alla ricollocazione.

Mi ha colpito soprattutto, nel leggere le testimonianze, che la perdita del lavoro non è solo una perdita economica e di sostentamento materiale, ma lede anche componenti etiche e morali più profonde, impedisce a queste donne di sentirsi parte di una comunità, impedisce a queste donne di partecipare attivamente con il loro lavoro al bene comune. Ha colpito anche te?

É sicuramente uno degli aspetti che mi ha fatto maggiormente riflettere. Una delle protagoniste esprime con forza questo concetto quando dice che «il lavoro è vita, nel lavoro c’è la realizzazione della persona, c’è l’identificarsi nella comunità e si contribuisce al bene comune».

Quando ti portano via il lavoro, ti portano via una delle parti fondamentali dell’esistenza umana.

Le esperienze di vita di queste donne sono le più diverse: ci sono donne single, madri di famiglia, donne che hanno perso il lavoro assieme ai loro mariti, per cui di colpo è mancato ogni reddito per il nucleo familiare. La perdita del lavoro genera un concatenarsi di eventi, legati a chi dipende dal lavoro delle lavoratrici, penso soprattutto ai figli, e mi viene in mente il ragazzo che voleva annullare la sua festa di compleanno. Come vivono questo “lutto” i familiari del lavoratore che perde il lavoro?

È un dramma che colpisce tutto il nucleo famigliare, soprattutto quando il licenziamento lo subisce l’unica che porta reddito nella famiglia. In questi anni abbiamo visto molti casi di persone licenziate in famiglie monoreddito che si sono trovate spaesate, impaurite sul futuro. Una condizione di questo tipo ha, inevitabilmente impatti su tutta la famiglia anche sui figli, che rendendosi conto della situazione, cercano di dare come possono il loro supporto. I bambini, i ragazzi sono coinvolti emotivamente e psicologicamente perchè percepiscono la grande difficoltà che la famiglia si trova ad attraversare e hanno anche paura per il loro futuro. Concetti che nel libro sono raccontati in modo lucido dalle protagoniste.

Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Pensi sia da rielobare tutta un’etica del lavoro?

Nel libro tocchiamo anche questo argomento, soprattutto nell’introduzione. L’etica del lavoro deve essere rivista. Al centro delle politiche devono esserci i soggetti e non gli oggetti che si producono. Interrogarsi sulle scelte delle aziende che delocalizzano, semplicemente per guadagnare qualche euro in più e nel contempo privano del lavoro centinaia di famiglie, è un argomento che dovrebbe essere approfondito dai decisori politici al fine di evitare che queste cose accadano. Così come puntare sulla riconversione ecologica può rappresentare un buon volano per creare nuova occupazione. Insomma da fare ce ne sarebbe molto, è che bisognerebbe implementare nuove politiche economiche che al momento non sono minimamente prese in considerazione.

Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Come si potrebbe sensibibilizzare i dirigenti industraili sui limiti e le necessità di una ridefinizone di obblighi e considerazioni non solo economiche ma anche etiche?

Sensibilizzare i dirigenti industriali la vedo davvero dura perchè hanno il mandato dagli azionisti di massimizzare i profitti in qualunque modo e nel più breve tempo possibile. Servirebbero invece delle leggi di emanazione nazionale e comunitaria che mettano delle regole e dei limiti alle aziende sui processi di delocalizzazione, soprattutto per quelle che hanno ricevuto dei sussidi da parte dello stato..

Chiude la carrellata la testimonianze di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa. Sei ottimista, c’è ancora spazio per la speranza?

Stiamo continuando a portare avanti questa battaglia per evitare che i 400 addetti vengano licenziati alla fine di quest’anno. L’unico modo per scongiurare questa ulteriore tragedia è che il governo decida di creare una società mista pubblica/privata con un progetto realistico di reindustrializzazione di quel sito. Altre vie, purtroppo non ce ne sono. Noi come sempre saremo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori.

Grazie della tua disponibiltà.

:: Un’intervista con Andrea Cotti a cura di Giulietta Iannone

21 settembre 2021

Benvenuto Andrea e grazie per aver accettato questa mia intervista. Come tradizione iniziamo con le presentazioni: parlaci un po’ di te, raccontati ai nostri lettori.

Buongiorno, in realtà quasi tutto di me è raccolto nella domanda successiva. Posso aggiungere che ho vissuto a Roma, alla Garbatella, per quasi quindici anni, che ho ancora una casa a Roma e che tifo Roma fin dal 1982 anche se sono nato a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna. Ho un cagnone, un pastore maremmano, che si chiama Vic.

Sceneggiatore, editor, scrittore di romanzi per ragazzi, autore radiofonico e televisivo, una vita dedicata alla scrittura. Quando è nato il tuo amore per i libri? Ricordi il primo libro che hai letto da solo?

Il primo libro che ho letto da solo è stato “Ninja” di Eric Van Lustbader. Avevo sedici o diciassette anni, non sono stato un lettore precoce. Ma andatevi a cercare il romanzo, leggete la prima scena, e capirete perché da lì in poi non ho più smesso.

Raccontaci i tuoi esordi. Hai iniziato facendo mille lavori, come nella più pura tradizione o hai già da subito trovato occupazioni legate alla scrittura?

Non ho fatto mille lavori, ne ho fatto uno solo: il libraio. Per cinque anni ho gestito la mia libreria nella piazza principale di San Giovanni in Persiceto. Solo dopo ho fatto il salto, ho mollato la libreria e ho cercato di vivere con la scrittura.

C’è qualcuno che ti ha aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

Le persone che mi hanno aiutato sono state tantissime, da Roberto Roversi, poeta, che lesse alcune mie cose da ragazzino, e anzichè stroncarmi mi incoraggiò. Giampiero Rigosi e Carlo Lucarelli quando mi hanno chiesto di lavorare assieme a loro alla fiction su Coliandro. E per finire Giancarlo De Cataldo che mi ha dato un paio di dritte fondamentali per Il Cinese.

Hai adattato crime fiction di successo tra cui la serie de L’ispettore Coliandro. Raccontaci qualche aneddoto buffo legato alla serie. E poi come è lavorare per la televisione?

Lavorare per la televisione è stimolante ma anche faticoso e stressante perchè devi rendere conto di ciò che scrivi a tantissime persone che a loro volta tentano di imporre una loro visione. Ci sono gli editor interni alla produzione, poi gli editor di rete, e il responsabile della fiction della rete stesse. Tutte persone che intervengono su quello che scrivi, e questo alla lunga può essere stancante.

Tranne che per Coliandro.

Nel senso che scrivere Coliandro è stata una delle cose più divertenti che io abbia mai fatto, anche perchè di solito le riunioni di sceneggiatura erano pranzi a casa di Carlo Lucarelli che proseguivano nel pomeriggio e diventano cene, mangiando, bevendo, a facendo a gara (proprio come avrebbe fatto Coliandro) a chi la sparava più grossa.

E ora parliamo finalmente del tuo nuovo libro L’impero di Mezzo, da poco uscito per Rizzoli, seguito de Il Cinese. Una storia di ricerca delle proprie origini, di legami familiari, di estraneità, di confronto tra culture ma anche di indagini. Come è nato il tuo interesse per il mondo cinse?

È nato da ragazzino, assieme alla mia passione per le arti marziali e a un primo viaggio in Cina nel 1990, quando avevo diciannove anni.

Raccontaci la tua Cina. Quando l’hai visitata cosa ti ha colpito di più?

La Cina di oggi è completamente, totalmente diversa da quella del 1990, e quello che più mi ha colpito sono queste megalopoli da più di venti milioni di abitanti: sterminate, spaventose, ma anche a modo loro affascinanti.

Un importante imprenditore italiano è morto precipitando dal diciassettesimo piano di un parcheggio a Wenzhou, così inizia la tua storia. Il rapporto Italia – Cina è molto più sfaccetattao e complesso di quanto si immagini, non parlo solo dei legami economici e commerciali, ma anche di quelli sociali e culturali. Come ti sei documentato?

Studiando tanto. Leggendo documenti, rapporti, articoli economici e socioeconomici. E poi, appunto, andando di persona a guardare le cose da vicino.

Parlaci del tuo personaggio principale il vicequestore Luca Wu. Come è nato?

Wu nasce dall’incontro con un importante sinologo italiano, Francesco Sisci, che ho incontrato su suggerimento di Giancarlo De Cataldo. È stato Sisci a regalarmi l’intuizione che il mio personaggio avrebbe dovuto essere sì un poliziotto, ma un poliziotto cinese nato in Italia.

E del personaggio della poliziotta cinese Yien Bao Yi cosa ci racconti?

La Yien è l’eccezione che conferma la regola. È una poliziotta cinese, e in Cina i poliziotti tendono a essere quasi degli automi per il modo in cui si attengono agli ordini ricevuti e svolgono i loro compiti. La Yien no. Anche lei è fedele a un sistema, e crede in quell’insieme di regole, ma a differnza degli altri è capace di pensare con la sua testa. E tra lei e Wu il rapporto avrà uno sviluppo interessante…

Sembrano perfetti per uno sceneggiato televisivo, non trovi?

Sembrano perfetti, sì. Non dico altro…

E l’interesse per le arti marziali? Era già vivo prima della stesura dei romanzi, immagino. Pratichi qualche tipo di arte marziale?

Sì, come dicevo sopra è stato l’interesse per le arti marziali a farmi avvicinare alla cultura cinese. Io ho praticato karate, e poi soprattutto Ving Tsun, la stessa arte marziale che pratica Wu.

Progetti per il futuro?

Prima di ogni altra cosa, scrivere il prossimo romanzo di Luca Wu. Chi è arrivato alla fine de L’Impero di Mezzo sa perchè…

:: Un’intervista con Enrico Franceschini a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2021

Benvenuto Enrico su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Questa intervista verterà principalmente sul suo libro “La fine dell’impero” che raccoglie i suoi reportage dall’allora Unione Sovietica tra l’agosto 1990 e il dicembre 1991 apparsi per Repubblica. Inizierei per prima cosa a chiederle di presentarsi, di raccontarci brevemente qualcosa di lei e di come è nato il suo amore per il giornalismo.

“E’ nato leggendo le cronache sportive del Resto del Carlino, il quotidiano della mia città, Bologna, da bambino: ero tifoso del Bologna e l’edicolante recapitava il giornale a casa ogni mattina, infilandolo sotto la porta, così prima ancora di andare a scuola correvo a prenderlo e lo leggevo facendo colazione. Da lì, e dall’amore per il calcio e poi per il basket, è sbocciato il desiderio di fare il giornalista, dapprima sportivo, quindi negli anni universitari non solo sportivo: ho iniziato a scrivere sui giornali locale a 17 anni, a 24 sono partito per l’America come freelance, cioè senza alcun contratto e con quattro soldi in tasca, e da allora in un certo senso non sono più tornato in Italia, se non per le vacanze, diventando corrispondente di Repubblica quattro anni più tardi e girando il mondo per lo stesso quotidiano, con sede a New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, dove continuo a vivere”.

Come è cambiato il giornalismo dagli anni ’60 ad oggi?

“E’ cambiato come la differenza tra la vecchia Fiat 500 e la Nuova 500 a motore elettrico e magari presto pure che si guiderà da sola, ovvero è cambiato tutto, ma la sostanza resta la stessa: raccogliere notizie e raccontare la realtà nel modo più imparziale possibile”.

La fine dell’impero – Viaggio al termine dell’Unione Sovietica è un documento eccezionale, lei ha potuto assistere in prima persona alle fasi finali di un regime che ha bene o male cambiato le sorti del mondo. Quale è il suo ricordo più vivo della Russia sovietica?

“Ce ne sono talmente tanti che è difficile sceglierne uno, ma provo: l’intervista con Mikhail Gorbaciov il 26 dicembre 1991, nel suo ultimo giorno al Cremlino dopo le dimissioni. Non capita spesso a un giornalista di essere testimone della storia, ancora meno di incontrare da vicino i personaggi che fanno la storia, ma quel giorno mi accadde”.

Come decise di partire per l’Unione Sovietica? Quale erano i suoi sentimenti di allora? Ripensando a quegli anni c’era più inconsapevolezza, o avvertiva che stava succedendo qualcosa oltre la cortina di ferro?

“Ero in America da dieci anni. Mi attirava la perestrojka di Gorbaciov. E mi attiravano i grandi romanzi russi di Tolstoj e Dostoevskij che avevo letto da ragazzo. Infine mi attirava il percorso analogo compiuto da grandi giornalisti italiani che avevano raccontato la Russia prima di me: Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Enzo Bettiza, Paolo Garimberti, Demetrio Volcic. Arrivando a Mosca sapevo, come tutti, che stava succedendo qualcosa di grosso, ma nessuno immaginava che in poco più di un anno sarebbe scomparsa la superpotenza comunista”.

Lei ha incontrato i principali attori di quel frangente così particolare: Gorbaciov, Eltsin, Likachev, il capo del Kgb, ma anche la nuora di Trotzkij e tanta gente comune, operai, contadini, benzinai, poliziotti, soldati. Chi l’ha particolarmente colpita, in bene o in male?

“Più di tutto mi hanno colpito le donne: le babushke, le nonnine, piccole donne, esili, anziane, spesso malate, che avevano resistito a tutto, come la nuora di Trotzkij appunto, o come la soldatessa che aveva chiuso il cranio di Hitler in una scatola portandolo da Berlino a Mosca alla fine della Seconda guerra mondiale, o come l’amante di Pasternak che passò il manoscritto del dottor Zhivago a Giangiacomo Feltrinelli. Donne eccezionali, sopravvissute alla guerra, allo stalinismo, al declino della stagnazione brezneviana e al caos successivo. Fragili ma indistruttibili, per me l’anima della Russia sono loro, le eroine che hanno mandato avanti la nazione. Perché la Russia è femmina, come le matrioshke, le bamboline del folklore infilate una dentro l’altra”.

Chi era più sognatore secondo lei tra Gorbaciov e Eltsin?

“Gorbaciov, perché aveva il sogno di poter riformare il comunismo, di passare dal totalitarismo alla democrazia mantenendo il consenso per lo stesso sistema. Eltsin, più realista, aveva capito che era impossibile: la gente detestava il vecchio sistema sovietico e voleva cambiare. Anche se purtroppo il cambiamento si è poi arrestato e le speranze di allora sono state tradite”.

Gorbaciov alla fine si professava ancora sinceramente socialista, in che misura secondo lei il suo credo politico era sopravvissuto all’esperienza sovietica? Era convinto, e pensa lo sia tutt’ora, che socialismo e democrazia possano convievere? Certo sarebbe una domanda da porgere direttamente a lui, ma lei che impressione ha avuto su questa riflessione?

“Ho intervistato Gorbaciov molte volte e non mi pare che abbia cambiato idea. In parte ha ragione: il socialismo può essere democratico. Ma non probabilmente il socialismo ereditato dall’Urss, che era qualcosa di diverso, un sistema comunista oppressivo, una grande prigione”.

Prima della caduta dell’Unione Sovietica, la gente, la gente comune che legami aveva con la memoria di Stalin e Lenin?

“Gli anziani, in particolare chi ha combattuto la Seconda guerra mondiale, veneravano soprattutto Stalin, vedendo in lui il leader nazionalista che aveva salvato il Paese dall’invasore nazista, come la Russia del generale Kutuzov aveva respinto Napoleone. I giovani non venerano né Lenin né Stalin, sono molto simili ai loro coetanei occidentali, e in loro sta la speranza che la Russia di Putin abbia un avvenire migliore del suo presente”.

Dove si trovava durante il cosidetto golpe rosso? Come filtravano le notizie, e quanto influì sullo svolgimento di quella transizione solo apparentemente pacifica?

“Ero in ferie in Italia, ma una telefonata del mio redattore capo Paolo Garimberti alle 7 del mattino, messo in allarme da Lucia Annunziata, all’epoca nostra corrispondente da Gerusalemme, che aveva sentito la notizia alla radio militare israeliana, solitamente molto bene informata, mi tirò giù dal letto e mi fece prendere il primo aereo per Mosca, in tempo per seguire i tre giorni di quel golpe fallimentare, che tuttavia contribuì a provocare nel giro di sei mesi la fine dell’Urss”.

Oltre che giornalista è anche scrittore, ci parli della sua vita da romanziere. Quale è l’ultimo suo libro pubblicato?

“Oltre a numerosi saggi come questo sulla fine dell’Urss, ho pubblicato mezza dozzina di romanzi, quasi tutti gialli, come l’ultimo: ‘Ferragosto’, un thriller ambientato sulla Riviera romagnola, con un giornalista in pensione improvvisato detective che dà la caccia al tesoro nascosto a Riccione da un romagnolo tristemente famoso, Benito Mussolini”.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

“Il mio prossimo libro, in uscita a dicembre, parla di un famoso scrittore americano e della sua città, ma per ragioni di scaramanzia non voglio aggiungere altro”.

Paola Baratto e i racconti di “Malgrado il vento” (Manni 2021) A cura di Viviana Filippini

8 agosto 2021

Oggi abbiamo ospite Paola Baratto, giornalista e scrittrice bresciana, tornata in libreria con il suo nuovo libro, “Malgrado il vento” edito da Manni editore. Con lei abbiamo parlato della nascita del libro, dei diversi personaggi protagonisti che aniamano le pagine delle storie di vita narrate, ma anche del ruolo e del valore della scrittura nella vita delle persone. Buona lettura.

Come è nato l’idea di “Malgrado il vento”? Con Malgrado il vento ho proseguito il lavoro iniziato con Giardini d’inverno, in cui mettevo a fuoco alcune persone molto comuni, ma che a loro modo sfuggivano all’omologazione. Ma mentre là erano dei fermo immagine, qui li ho lasciati più liberi di muoversi, di parlare e di interagire tra loro con maggiore evidenza. Tanto è vero che per Giardini d’inverno e anche per Tra nevi ingenue, uso solitamente la definizione di “prose poetiche”, mentre per Malgrado il vento non mi sembra azzardato il termine “racconti”. Avevo in mente un tipo di film francese corale, che amo molto. Penso a pellicole, per esempio, di Cédric Klapisch, come Parigi, Someone Somewhere, Ognuno cerca il suo gatto… in cui individui che non hanno legami tra loro vengono osservati nella loro quotidianità, anche banale, in cui si sfiorano, a volte inconsapevolmente. Ci sono destini che s’intrecciano, incontri mancati. E vanno a comporre una sorta di “mosaico sociale”, dinamico, curioso, dove anche la tessera più piccola e insignificante ha un suo valore nell’insieme del quadro.

Quanto è stato – ed è importante- per uno scrittore osservare il mondo che lo circonda? Ci sono autori esclusivamente introspettivi ed altri che mettono l’umanità sotto il vetrino della loro capacità di osservazione. Sono modalità altrettanto valide. Per quanto riguarda il mio gusto, amo chi riesce a trovare un equilibrio tra queste due inclinazioni. Mettere a “tacere” la voce interiore, sospendere il proprio giudizio, per ascoltare gli altri, è sempre stato importante per me. E anche cercare d’indagare l’interiorità altrui, partendo da alcuni indizi, da dettagli rivelatori. Così come immaginare le vite degli altri, degli sconosciuti, partendo da poche frasi captate o da suggestioni. È quello che spiega Tomas, nel prologo del libro. È uno scrittore che fa ritratti con le parole. Il suo è uno stratagemma per acquisire materia su cui scrivere. Non gli interessa, tuttavia, il contenuto di quel che gli raccontano le persone. Gli episodi della loro esistenza. Ma i modi in cui li ricordano e li riportano, magari dopo anni, gravati di amarezza, di rancore oppure velati di nostalgia. La stessa esperienza, raccontata da persone diverse finisce per rivelare differenti personalità. È questo che conta per lui. E riesce anche a cogliere quello che le persone non dicono apertamente.

Secondo te, un quartiere –come nel tuo libro- o un piccolo paese possono essere visti come un mondo in miniatura per le diversità che caratterizzano chi ci vive? L’idea del microcosmo ha spesso attratto gli autori. Quello che si riesce ad osservare in una goccia, riproduce in scala ridotta quello che accade in contesti più ampi. Io amo il viaggio, l’altrove, le grandi città. Mi piace l’idea di perdermi nella folla, di scoprire nella stessa città, angoli che non conoscevo. Tuttavia, so che, anche quando si vive in una metropoli, si tende ad individuare punti di riferimento, percorsi preferiti, luoghi in cui si viene “riconosciuti” e in cui si incontrano le stesse persone. Nelle metropoli ci sono le zone, i quartieri. L’abbiamo sperimentato durante i lockdown, in cui il nostro mondo si è come rimpicciolito. E la funzione del negozio di prossimità è diventata all’improvviso vitale, indispensabile. Anche sotto il profilo umano. E mi auguro che questo fattore non venga dimenticato, una volta che questo momento terribile sarà superato.

I racconti sono ritratti di un’umanità variegata. C’è uno dei protagonisti al quale sei più legata? Se sì quale è e perché? Guardo con molta simpatia a Fernanda. Al suo salone di pedicure e callista, che è diventato un luogo di socializzazione. Una sorta di “social” dove le persone condividono cose concretamente, pettegolezzi, musica, cibo. È un personaggio totalmente inventato, ma che mi piacerebbe esistesse. Fernanda è solare ed è riuscita con la forza della sua freschezza e della sua capacità di accoglienza a ribaltare i pregiudizi dei suoi vicini. A conquistarli. E ha fatto del suo salone un luogo dove si curano anche le solitudini.

Nelle tue storie ci sono uomini e donne, italiani e stranieri, professioni differenti, come è per loro la convivenza e come è stato per te raccontarli nelle loro diversità?  Non è stato difficile perché lo vedo nella zona in cui vivo, a Brescia. Non è centro storico, ma diversi palazzi e ville sono sorti nei primi decenni del Novecento, quando lì c’erano solo campi. Vi convivono molti anziani, studenti, stranieri… o professionisti che, come l’architetto Eugenio del libro, hanno ristrutturato appartamenti negli antichi palazzi del Trenta. Convivono e si ritrovano tutti a fare la coda dai fruttivendoli o dai salumieri. Si incontrano persone non conformi a certi schemi, insolite. Io che non amo l’omologazione e apprezzo i contrasti, mi ci trovo molto bene. Non è un modello inedito e accade anche in altre città europee. Non è esente da rischi, e non bisogna mai sottovalutarli. Qualche problema c’è stato, ma siamo fortunati ad avere chi “vigila” e previene conflitti. Tuttavia, non mi piacerebbe vivere in luoghi dove gli abitanti sono conformi per ceto o censo. 

C’è un po’ di te in Marta la giornalista e in Tomas lo scrittore? Marta e Tomas rappresentano due aspetti contrastanti della mia personalità. La prima è più empatica. Anche se non è un’ingenua, mantiene un tratto emotivo nelle relazioni. Tomas è distaccato e molto lucido. Ha maturato quel disincanto cui è destinato ogni scrittore che osserva la realtà in maniera lucida.

Quanto e perché è importante la scrittura? Per alcuni è tormento, per altri piacere. Anche quando non sei davanti alla pagina, è un terzo occhio, un punto di vista che ti accompagna ovunque. Come avere un compagno immaginario. Certe esperienze dell’esistenza le vivi come persona e come autore e sai che qualcosa ti resterà attaccato e lo sublimerai, prima o poi, attraverso la scrittura. Scrivere è tanto cose insieme e lo si fa per le motivazioni più diverse. Ma una di queste è sicuramente la possibilità di sublimare il vissuto. Anche scegliere la parola esatta per definire qualcosa che ci ha ferito ci aiuta a portarlo ad un altro livello e a liberarcene.

Emanuele Gentili ci racconta la sua raccolta di poesie:“Dall’altra parte”

19 giugno 2021

Emanuele Gentili, bresciano di Orzinuovi, ama narrare attraverso la poesia quelle che sono le emozioni dell’animo umano e la raccolta “Dall’altra parte”, uscita come self publishing nel 2020, è un vero e proprio viaggio emotivo nella vita di un uomo. Quello che colpisce dei versi scritti da Emanuele è la loro capacità di saper coinvolgere il lettore portandolo a ritrovare se stesso e a condividere emozioni negli scritti poetici di Gentili stesso. Il libro presenta la prefazione del giornalista Tonino Zana e lo si trova sul sito www.emanuelegentili.it

Come è nata la tua passione per la poesia?

Ho sempre letto, da giovane avevo più tempo e divoravo i libri. Mi ricordo di quando mi nascondevo sotto il letto, in camera mia, per leggere Amleto. Come dovesse essere tutto mio. A scuola nei temi, andavo spesso fuori tema. Aprivo in continuazione parentesi e mi perdevo nei miei pensieri. Cominciai a scrivere il diario in quarta superiore, e da allora non ho mai smesso di scrivere. Man mano affinavo la tecnica, ovvero, vestivo i miei sentimenti, e la poesia, cresceva con loro. Poesia perché ho fatto della mia incapacità di andare lontano con i pensieri, una mia peculiarità. Non è una passione, questa. E’ necessità. A tentoni, cerco di far divenire questa nobile arte, virtù.

Quanto è importante per te scrivere e tradurre in parole le tue emozioni?

Tutti noi abbiamo emozioni. Alcuni riescono a dormirci sopra, a fianco, assieme. Altri le fuggono, scappano da loro stessi, in circolo. Altri vivono, come fosse l’ultimo respiro, il loro compagno. Paura, gioia, tristezza, amore, ci rendono fratelli. Se dovessi tenere cl chiuso  tutti i miei pensieri, rischierei di soffocare. A volte vedo un qualcosa che mi emoziona. Lo porto a sera, il pensiero, e lo rendo eterno, scrivendolo. Aiuto la memoria, a non perdersi. Altre volte, ed è una sofferenza, ho qualcosa dentro che grida. Non so bene cosa sia, finché poi non vado a rileggerlo.

Nel libro c’è un elemento che torna in modo costante: il muro, è qualcosa di fisico o metafisico?

Il muro è quel recinto che si costruisce, pensando di preservare il proprio orticello, dai pericoli che vi sono, dall’altra parte. Nessuno nasce, con questa necessità. Con l’educazione, con le letture, con le varie esperienze si posano vari mattoni, ed il muro comincia ad ergersi. Alcuni hanno solo una fila, di mattoni, altri non fanno che aggiungere piani. Si ha paura, del diverso. Il muro è alto tanto quanto manca l’empatia

Secondo te i muri come le barriere e culturali si possono abbattere?

Sono molto combattuto, al riguardo. Penso che ormai è difficile far cambiare idea, a chi è ormai maturo. Ci sono però le nuove generazioni. Dobbiamo investire su di loro. Sin da piccoli, con il nostro esempio. Da genitore abbiamo la responsabilità di educare una nuovo futuro.

Ci racconti un po’ perché Frankenstein di Mary Shelley è stato importante per te e per questo libro?

Ringrazio mia moglie, Martina, per avermi fatto scoprire questo libro. Nonostante la veneranda età e ancora, purtroppo, attuale. Ho sempre voluto creare uno spettacolo a favore di chi sente oppresso, emarginato. Poi ho cambiato prospettiva e con essa quella del libro. Ho visto il mondo con gli occhi del perseguitato, del mostro e mi sono accorto che non sono loro da compiangere, bensì gli aguzzini, che devono essere condannati. Quando la creatura fugge, si nasconde in una casa abbandonata. Vi è un muro che lo separa da vicini. Li ascolta e da loro impara la musica, la lettura, il verbo. Da loro, che sono diversi. Qui il fulmine ha colpito me. La diversità, come ricchezza. D’altronde, senza questa diversità, le mie due creature non sarebbero mai esistite

Nella raccolta di poesie affronti diversi temi la gioia, l’amore, ma anche il dolore e la perdita, come è stato affrontare questi temi in versi poetici?

Molto difficile per un semplice motivo. Quando parli di un sentimento, che sia solo a livello di confidenza con un amico, o con le sembianze di una poesia, lo concretizzi e lì, cominciano i guai perché non puoi più negarne l’esistenza. Dai un nome, questa emozione e dal quel momento, sai che sarà sempre al tuo fianco. Quando una cara amica è venuta a mancare, giovanissima, ho dovuto aprire la porta della paura. Da allora è iniziato un percorso per cercare di convivere con essa, più che di combatterla. In questo senso credo che le emozioni esistano solo se condivide.

Quale è la poesia alla quale sei più legato e perché?

Difficile, io rispetto a Frankestein, amo le mie creature. Ma se devo scegliere opto per “Il cuore altrui”. Mi piace l’idea di vivere la nostra vita, come fosse il sogno di qualcun altro. Trattarla con il rispetto che merita, perché è questione di fortuna, da che parte del muro, si nasce.

Source: inviato dall’autore.

:: Un’intervista con Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

15 giugno 2021

LDS: Bentornato Stefano sulle pagine di Liberi di Scrivere e grazie per questa nuova intervista. Allora la tua prolificità non viene smentita è appena uscito il Professionista di giugno, un volume con ben due episodi: Campi di morte e Fiesta di piombo. Ce ne vuoi parlare?

SDM: Campi di morte è forse una delle avventure più amate del Professionista. Fu pubblicata per la prima volta nel 2009. È una avventura di spionaggio ma anche di guerra. Le missioni di combattimento in Africa (qui siamo nel Congo in un territorio devastato dalla guerriglia e da una epidemia micidiale) sono sempre le preferite da chi ama l’avventura a forti tinte. Ma c’è anche molto spionaggio avventuroso, azione e investigazione quindi. Ci sono anche alcuni tra i personaggi più amati della serie, sia trai “buoni “ che tra i “cattivi”: Antonia Lake, una donna davvero fuori dal comune e Raven che molti ricorderanno da “L’Ombra del corvo”. Una storia che ha anche riferimenti magici, nel senso dell’atmosfera perché  è una vicenda realistica, un collegamento con la magia africana e la leggenda del bandito Cobra verde. Magia, sempre sullo sfondo perché l’azione è realistica, anche per “Fiesta di piombo” che si svolge nell’immaginaria isola di San Pedro. Qui il Professionista avrà molte sorprese, la principale sarà l’incontro con un vecchio amore. Uccide più il cuore delle pallottole, a volte.

LDS: Se il Professionista è la tua serie storica, vedo che è stata bene accolta anche la tua nuova serie dedicata a Max Costello, alias Mezzanotte; quando leggeremo su Segretissimo il prossimo episodio? E puoi farci qualche anticipazione?

SDM: La serie Killer Élite, che è stata concepita per essere molto diversa da quella del Professionista, tornerà a novembre con il romanzo “Bersaglio di notte” che ho già consegnato. Sto scrivendo in questi giorni il terso episodio. È una serie con meno episodi, più legata a suggestioni come i romanzi di Peréz Reverte e i vecchi film noir con Alain Delon.

LDS: Oltre ai romanzi ci saranno anche racconti?

SDM: Come sempre quando posso cerco di affiancare ai romanzi lunghi anche dei racconti. A luglio per esempio insieme al Professionista intitolato “Pistola in vendita” ci sarà un racconto di Killer Élite.

LDS: E di Bas Salieri puoi dirci qualcosa, leggeremo presto anche qualcosa di suo?

SDM: Ho già scritto un quarto Bas ambientato tutto a Bologna che ho proposto al direttore dei Gialli. Spero che lo leggerete presto.

LDS: Sei il re incontrastato dell’action thriller italiano, i tuoi volumi sono i bestseller di Segretissimo si può dire. Quale è il tuo segreto? Come hai fatto negli anni a fidelizzare i tuoi lettori, c’è qualche ingrediente magico che metti nei tuoi romanzi?

SDM: Io credo che sia perché mi diverto molto a scrivere queste storie. Certo le preparo, cerco sempre uno spunto nuovo, ma credo che il pubblico mi segua perché sa che come lui ho bene in mente cosa voglio leggere… Poi cerco di essere sempre presente e mantenere il contatto con i lettori.

LDS: Forse non tutti sanno ma sei anche uno stimato traduttore. Ti hanno proposto qualche traduzione interessante negli ultimi tempi?

SDM: L’anno scorso ho ritradotto alcuni Gerard de Villiers della serie SAS che amo moltissimo. Al momento non sto traducendo nulla ma spero presto di potermi cimentare ancora con questa forma di narrativa, per interposta persona…

LDS: Quanto ha inciso l’immaginario cinematografico nella tua narrativa? In cosa ritieni i tuoi romanzi siano debitori ai grandi classici dell’azione e dell’avventura? Quali sono per te i capisaldi del genere?

SDM: Sin da ragazzino, scrivendo ho sempre fatto il “mio” cinema, con la fantasia. In effetti ho un strettissimo legame con il cinema di genere. Come sai per Odoya ho curato volumi su tutti i generi principali cinematografici. Devo indicare tre film capitali per la mia fantasia? Il Mucchio selvaggio, Operazione Tuono, Apocalypse Now.

LDS: Guardando all’estero in Francia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, quali sono i titoli e gli autori da tenere d’occhio per gli amanti dell’action thriller e dell’avventura?

SDM: In Francia a mio parere si trovano i titoli migliori nel campo del thriller: Grangé, Thillez, Minier e Chattam sono gli autori guida nel genere thriller che a volte sconfina nell’horror. Per l’action internazionale invece consiglio Barry Eisler e Mark Greaney che dopo aver fatto ‘da spalla’ a Clancy per anni, sta avendo un buon successo con la sua serie Gray Man.

LDS: E in Italia, c’è qualche autore da tenere d’occhio, anche esordiente?

SDM: A parte il mio collega e amico Andrea Carlo Cappi, consiglierei Pasquale Ruju e naturalmente Massimo Carlotto ed Enrico Pandiani.

LDS: Grazie davvero di questa chiacchierata, come ultima domanda ti chiederei di anticiparci un po’ i tuoi progetti futuri.

SDM: In questo momento sto affrontando un periodo un po’ difficile a causa della salute dei miei genitori che mi tengono molto occupato. Per fortuna ho il programma per Segretissimo e Odoya già fissato. Sono abbastanza avanti con i lavori. A luglio dovrebbe uscire un altro volume sulla storia del West intitolato “Comanche, vivere e morire nel West”.

Milano, giugno 2021

Alla scoperta di “Area riservata”, con Roberto Van Heugten (Homo Scrivens)

8 giugno 2021

Gianluca Vanetti, l’investigatore per caso nato dalla penna di Roberto Van Heugten torna in libreria con “Area riservata”, intrigante romanzo edito da Homo Scrivens. Questa volta il protagonista dovrà fare ci conti con l’universo delle communities digitale e con eventi drammatici che accadono dove vive. Per scoprire qualcosa in più su Vanetti, abbiamo parlato con il suo inventore: Roberto Van Heugten.

Da dove arriva l’idea di fondo di “Area Riservata”? Area Riservata ha preso forma componendo un collage di diversi temi, nel quale hanno trovato posto gli episodi thriller che contribuiscono a rendere vivace la lettura del libro. Per questo e altri motivi è un progetto che ha subito nel tempo – già, qualche anno – diverse revisioni e lunghi momenti di pausa. Intanto diventavano grandi i romanzi e racconti pubblicati prima di lui!

Come è stato mettere a confronto le nuove tecnologie con quelle tradizionali che hanno radici storiche? Ecco, questo è uno degli elementi arrivato tra gli ultimi. Mi serviva un forte elemento di contrasto che aiutasse il lettore a capire perché il protagonista doveva accompagnarlo al cospetto di una civiltà antichissima senza perdere il contatto con gli avvenimenti del nostro tempo. È stato divertente mescolare l’uso di strumenti antiquati con la potenza del computer e delle reti interconnesse. Il capitolo della famosa “Asta Vanetti” è utile sì per divertire, ma nel contempo per creare un ulteriore alone di mistero sullo svolgimento della sezione criminale del romanzo e una connessione tra i diversi attori della storia.

Come è stato affrontare l’argomento delle communities digitali, tanto presenti al giorno d’oggi? Dal punto di vista tecnico, facile, visto che nelle comunità digitali distribuite ci lavoro e faccio esperienze. Dal punto di vista descrittivo, ho cercato di rendere più “digeribili” possibile argomenti che per un lettore meno preparato sul digitale potrebbero apparire piuttosto criptici. Credo di essere riuscito in questo intento.

Lei definisce il suo protagonista un “investigatore suo malgrado”, continua ad esserlo anche in questa nuova avventura? Questa volta è un po’ meno “suo malgrado”, perché forte della promozione conseguita con Asia, il romanzo precedente, oggi espone addirittura una targhetta “Gianluca Vanetti scrittore e investigatore” sul cancello di casa. In effetti, in Area Riservata definisce ancor meglio peculiarità investigative che nei precedenti romanzi aveva appena accennato, esprimendo più improvvisazioni e colpi di fortuna che non indagini strutturate. E poi viene da un episodio investigativo difficilissimo, quello sul passato, raccontato in Mille miglia 1951, ebook disponibile sul sito dell’editore homoscrivens.it.  Con quel romanzo breve, Vanetti definisce finalmente chi è e ci regala parecchie spiegazioni sulle sue origini.

All’interno del libro accadono anche fatti tremendi che colpiscono i ristoranti gestiti soprattutto da stranieri. Come è stato trattare il tema dell’integrazione e del rifiuto? È purtroppo la versione romanzata di una cronaca, che presenta due chiavi di lettura a seconda di dove ci poniamo: lato vittima o lato aguzzino. Per assurdo, entrambi possono dimostrare le loro ragioni. Il grande assente in questo dibattito è la politica che non è in grado, non solo in Italia, di gestire in armonia i fenomeni migratori. L’integrazione del giorno d’oggi è una bella parola, per la messa in pratica ci vorrà ancora molto tempo e tanta cultura, su ogni lato del poligono.

Quanto inciderà su Gianluca Vanetti questa sua ennesima indagine, più complessa e con colpi di scena imprevedibili? Area riservata alza molto l’asticella, in effetti. È possibile che il prossimo Vanetti possa essere un uomo profondamente cambiato. I colpi di scena spiazzano e stupiscono il lettore, immaginiamo cosa possano combinare al protagonista!

È già al lavoro con una nuova indagine e se dovessero fare un film tratto dai suoi romanzi chi vedrebbe nei panni di Vanetti? Non su una nuova indagine ma sullo sviluppo di un capitolo delle precedenti. Sto componendo un romanzo breve, anch’esso a scopo promozionale in versione digitale, dove Vanetti contribuirà a chiudere una questione lasciata aperta proprio in Area riservata. Quale? Work in progress… In un film, forse meglio in una serie che racconti per immagini i libri di Vanetti, chiederei al casting di convocare Lino Guanciale, Alessandro Borghi e Giorgio Tirabassi. Li porterei al golf di Vanetti e li farei provare, in modo da selezionarli in base alla capacità di praticare la più grande passione dell’investigatore. Poi dovrebbero fare un breve tirocinio a tavola, per vedere come si difendono tra pietanze e bevande. Il più resistente passerebbe l’esame, a quel punto avrei l’attore giusto per vestire i panni dell’ormai ex “investigatore suo malgrado”!

:: Un’intervista con Fabrizio Borgio a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2021

Benvenuto Fabrizio su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Già hai partecipato sul nostro blog a una puntata di Interviste imperfette, con domande anche dei lettori. Questa si può dire è la prima nostra intervista diretta, grazie a Barbara che me l’ha proposta. Parleremo più che altro di Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe che pubblichi con Fratelli Frilli, che sta avendo un ottimo successo, come molti titoli Frilli sempre tra i primi posti delle classifiche noir e crime. Dunque continua la serie Martinengo, come ti trovi nella serialità, ti è congeniale ritornare sempre sullo stesso personaggio?

È a suo modo confortante come indossare una vecchia giacca alla quale ci si è affezionati in maniera particolare, la serialità permette di sviluppare un personaggio a tutto tondo, indagarne le pieghe intime e osservarne i lati inediti. L’approfondimento di un personaggio attraverso una serie di libri quindi crea una multidimensionalità dell’individuo che un simbolo libro difficilmente eguaglia. È altresì vero che entrare in questa sorta di comfort zone presenta anche i difetti della routine, con il rischio che l’autore stesso si stufi del personaggio con le ovvie ripercussioni sulla qualità dei suoi libri. Non saprei dire in quante storie si ritroverà ancora Giorgio Martinengo ma sento che ha ancora delle cose da dire.

E a proposito di regionalità, la Frilli ne fa un punto di merito delle sue collane poliziesche. Il tuo Piemonte quanto influisce nella stesura dei tuoi romanzi. Usare forme dialettali, parlare di luoghi che conosci sebbene traslati dall’immaginazione, ti viene spontaneo, o è frutto di ricerca, di studio?

La piemontesità influisce in maniera preponderante nei miei romanzi, è la lente attraverso la quale osservo il mondo e lo interpreto. L’uso del dialetto, premettendo che il piemontese scritto è abbastanza ostico, mi viene spontaneo in quando il mio rapporto con questa lingua è quello di un uomo bilingue. Pavese stesso aveva costruito il suo linguaggio commistionando un italiano alto con il piemontese quindi non posso certo parlare di operazione inedita. Alla stessa maniera, ricerca e studio sono sempre presenti vista la natura complessa del Piemonte come realtà culturale.

Panni sporchi per Martinengo: Un nuovo caso per l’investigatore privato delle Langhe è un romanzo per certi versi più tradizionalista rispetto ad altre tue opere più sperimentali. Come ti poni di fronte alle aspettative dei lettori? Pensi che da te si aspettino un certo tipo di narrativa?

Ho sempre cercato di proporre sempre libri diversi ai miei lettori. Non credo che ci sia un solo mio romanzo che ricordi uno precedente e proprio per il rispetto che ho verso il lettore che non voglio presentargli qualcosa di solito. Panni Sporchi rimane comunque narrativa di genere ed è inevitabile ritrovare una parte delle dinamiche e della trama che ripercorrono topoi noti. Si può scrivere una storia con trama semplice e con spunto classico, tutti i gialli infine tendono a essere così, la differenza la fa la scrittura, il come si racconta, con che occhio si guarda a tutto questo. Mi piace pensare che chi segue la mia produzione narrativa voglia sempre trovare la mia voce qualunque sia la storia che propongo senza essere ripetitivo.

Non eccedi con il turpiloquio, i tuoi gialli hanno venature noir ma sempre nei canoni della correttezza, dell’educazione. Credi che queste tue caratteristiche, che fanno parte di te, della tua personalità, siano apprezzate?

Spero di sì. Un certo rigore sabaudo emerge sempre nei miei personaggi anche se questo non deve voler dire ingessarsi nella maniera. Il turpiloquio come le scene di sesso sono ingredienti delicati, spezie che se non vengono attentamente dosate possono rovinare l’intero piatto, usando una metafora culinaria. A volte sono espedienti facili e ritengo sia un attimo scadere nella facile via dell’effettaccio. Non mi pongo autocensure, si può dire qualsiasi cosa in narrativa ma rimane il come a fare la differenza.

Come ti trovi nel mondo letterario italiano? Hai amici scrittori? Partecipi a premi, presentazioni, festival, manifestazioni regionali, sempre nel rispetto delle disposizioni anti Covid?

È un mondo difficile, parafrasando Renato Carotone. Sono sempre stato molto critico verso il modello, lo stile dello scrittore come viene venduto nel nostro paese. Percepisco l’ambiente come un piccolo pollaio affollato di galli ma questo non mi ha impedito di stringere belle amicizie con alcuni dei colleghi che si muovono in questo mondo. Partecipo  appena possibile e sempre volentieri a festival ed eventi che, per un piccolo autore del mio calibro sono pur sempre preziose occasioni di visibilità e promozione. Prossimamente, sabato 5 giugno tornerò a presentare dal vivo, assieme a Maurizio Blini, Mirko Giacchetti e Luisa Ferrari, ospite della libreria Belgravia di Torino per esempio e sarà la prima volta dall’emergenza COVID. Sarà bello e interessante vedere come questa esperienza influirà sugli eventi in presenza.

Parlaci della tua routine di scrittura. So che hai uno studio bellissimo con un’ampia vetrata sul verde. Quando scrivi, in che orari della giornata? Ogni tanto stacchi per fare una passeggiata?

Non ho il tempo materiale di mantenere alte medie di parole giornaliere, o almeno non in maniera così costante, sono però costante nella stesura: tutti i giorni, anche poche centinaia di parole ma tutti i giorni strappando tempo a ogni occasione: pausa pranzo sul lavoro, il tardo pomeriggio finiti i miei turni e i momenti liberi dove mi chiudo in studio, che è la mia personale fortezza della solitudine, e proseguo quello che considero un secondo, amato, lavoro. Gli stacchi sono fondamentali, d’altronde vivo apposta in mezzo ai bricchi e mi basta mettere un piede fuori porta per essere immerso nella natura. L’eccessiva sedentarietà è dannosa alla salute e nel mio caso, che soffro problemi di schiena è un’autentica dannazione.

Ami la narrativa breve? I racconti, la cosiddetta flash fiction? L’hai mai scritta?

Amo la narrativa breve anche se non mi considero abile nella nobile arte del racconto. Invidio gli autori che scrivono flash fiction e comunque mi capita di cimentarmi. Annualmente la Fratelli Frilli fa uscire un’antologia in memoria di Marco Frilli, patron e fondatore della casa, tutti noi membri della scuderia siamo chiamati a contribuire con un breve noir in suo onore ed è sempre una sfida. Altri esperimenti hanno visto la luce attraverso collaborazioni con collettivi di autori del fantastico e l’autopubblicazione di racconti e novelle su Amazon.

Per quanto riguarda la narrativa crime straniera, c’è qualche autore che ami particolarmente, che consigli ai nostri lettori di tenere d’occhio?

Michael Chabon è l’ultima scoperta. Un autore geniale che sposa noir, hard boiled e ucronie in maniera mirabile. Sconfiniamo quindi nella fantascienza ma il suo Il sindacato dei poliziotti Yddish non può lasciare indifferenti.

Cosa stai scrivendo in questi giorni, quale sarà la tua prossima opera? E la pubblicherai da indipendente o in modo tradizionale con editore?

Ho da poco ultimato la stesura di un romanzo slegato dalle mie serie. Una spy story ambientata nella Libia contemporanea, con tutta la difficoltà documentale del caso. Dovrebbe essere l’esordio di un nuovo personaggio anche, un agente segreto dell’ AISE impegnato negli scenari più complessi della nostra contemporaneità. Non so ancora come uscirà, l’auspicio è di attirare l’attenzione e l’interesse di qualche editore per poterlo far uscire il prossimo anno. Sto anche preparando il sesto di Martinengo, ritardato proprio della mia storia di spie che ha fagocitato tutta l’attenzione di questi mesi. Incrociamo le dita per entrambi.

Grazie della tua disponibilità e del tuo tempo, come ultima domanda mi piacerebbe che ci raccontassi un episodio divertente successo durante una tua presentazione, che ti ha messo in imbarazzo, che ti ha divertito, che è restato nella tua memoria.

Grazie a te della squisita ospitalità. Ricordo la primissima presentazione di Masche, ospite di un’associazione culturale di Refrancore. Proprio mentre avevo iniziato a parlare della Masche mi si era smontata la sedia da sotto le terga. Si sa che le Masche sono dispettose e maligne quando vogliono e da quello scherzetto (tra l’altro eravamo sotto Halloween) ero riuscito ad approfondire ulteriormente l’annedotica riguardante queste nostre figure folkloristiche così misteriose e presenti. Le radici alla fine emergono sempre.