Lo scorso agosto sono stati i 200 anni dalla nascita di Melville, l’autore di Moby Dick e l’editore LiberiLibri per l’importante anniversario ha ripubblicato (seconda edizione riveduta e ampliata rispetto al 1994) “Le lettere a Hawthorne” di Herman Melville, il carteggio tra lui e Hawthorne, due figure magistrali della letteratura americana. Le pagine scritte da Melville permettono a noi lettori di entrare dentro una parte della sua vita, tra il 1851 e il 1852, per conoscerlo nel suo vissuto lavorativo, ma anche in quello privato. Ed è la mescolanza tra queste due dimensioni che ci aiuta ad avere un’immagine più nitida dello scrittore, che in quel biennio visse sulla propria pelle uno dei momenti più intensi della sua evoluzione come autore e della sua produzione letteraria. Quello che emerge da questi testi è la personalità complessa, piena di dubbi, timori emozioni e paure che attanagliavano Melville: uno scrittore dalla creatività in costante fermento. Melville aveva viaggiato molto nella sua esistenza e proprio grazie a questo suo continuo spostarsi, lui era riuscito a trovare lo spunto per molti scritti proprio dal contatto con la realtà vissuta in prima persona e da quello con popolazioni differenti per usi e costumi da quella americana. Molti degli appunti presi dall’autore sono diventati romanzi a tutti gli effetti o rimasti delle bozze da sviluppare. L’autore di “Moby Dick” scrive a Hawthorne, manifestando il suo bisogno di incontrare lui e la sua famiglia, come per avere un contatto diretto con un collega che a tratti sembra essere il migliore amico mentre, in altri momenti, Hawthorne sembra essere non il nemico, ma quel tipo di autore, perfetto, di successo, con una famiglia da cartolina ed equilibrato che Melville avrebbe voluto essere, e che non divenne mai. Quello che emerge da queste pagine è il ritratto di un uomo tormentato, consapevole della sua capacità di scrittura ma, allo stesso tempo, convinto di venir ricordato dai posteri non per i propri romanzi, ma come l’individuo che viveva con i cannibali e che amava scrivere libri con protagonisti dei selvaggi. Nelle lettere lo stesso Melville si concentra su alcuni suoi testi: “Moby Dick” che, in quel periodo, era in revisione e che lo sfiancò psicologicamente ; poi ci sono riferimenti a “Pierre” e alle sue aspirazioni di letterarie e la storia di Agatha, unita agli spunti della vita vissuta che ispirarono Herman alla stesura del soggetto. “Lettere a Hawthorne” è un vero e proprio viaggio nella vita letteraria e civile di Herman Melville, un uomo e un genio della scrittura dalla personalità complessa e in evoluzione, che nel corso del tempo è diventato uno dei pilastri e dei classici della letteratura romantica americana e mondiale e che è riuscito a trasformare in eroi del quotidiano, gli umili protagonisti delle sue storie. Traduzione di Giuseppe Nori.
Herman Melville (New York, 1819-1891) A ventisei anni, dopo un’infanzia sofferta e una prima giovinezza «sregolata e avventurosa» di marinaio (nelle note parole di Hawthorne), Melville inizia la sua carriera letteraria. Scrive sette romanzi in sette anni, alternando successi a insuccessi, fino ad alienarsi definitivamente il favore e la stima del pubblico con i suoi capolavori, “Moby-Dick” (1851) e “Pierre” (1852), due opere audaci, tanto incomprensibili quanto dissacratorie per i suoi contemporanei. Sull’orlo del disastro letterario ed economico, continua la sua attività narrativa fino al 1857, per poi abbandonare la carriera pubblica di scrittore di prosa e dedicarsi a una lunga e oscura attività di poeta. Muore quasi del tutto dimenticato, lasciando fra le sue carte il manoscritto di “Billy Budd”, il suo ultimo capolavoro narrativo. Di Melville, Liberilibri ha pubblicato “Lettere ad Hawthorne” (1994).
Giuseppe Nori è professore di Lingue e letterature anglo-americane presso l’Università di Macerata. Si è dedicato principalmente ai classici dell’Ottocento: Melville, Hawthorne, Emerson, Bancroft, Whitman e Stephen Crane. Si è inoltre occupato di letteratura e religione nel Seicento e di narrativa e poesia moderniste. Per Liberilibri ha curato”Lettere ad Hawthorne” di Melville (1994) e “Cartismo” di Thomas Carlyle (1994).
Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Maria Grazia Gelsomini.



Qual è il vero peccato di Anna, quello che non si può perdonare e che la fa consegnare alla vendetta divina? È la sua prorompente vitalità, che cogliamo in lei fin dal primo momento, da quando è appena scesa dal treno di Pietroburgo, il suo bisogno d’amore, che è anche inevitabilmente repressa sensualità; è questo il suo vero, imperdonabile peccato. Una scoperta allusione alla sotterranea presenza nel suo inconscio della propria colpevolezza è il sogno, minaccioso come un incubo che ritorna spesso nel sonno o nelle veglie angosciose, del vecchio contadino che rovista in un sacco borbottando, con l’erre moscia, certe sconnesse parole in francese: Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir […]. Il ferro che il vecchio contadino vuole battere, frantumare, lavorare, cioè distruggere, è la stessa vitalità, il desiderio sessuale, l’amore colpevole e scandaloso di Anna; e così essa lo sente e lo intende come la colpa che la condanna. Ed è l’immagine minacciosa di quel brutale contadino, conservatasi indelebilmente nella sua memoria, che le riappare davanti e la terrorizza alla vista di quell’altro vecchio contadino, un qualsiasi frenatore, che passa sul marciapiede sotto il suo finestrino curvandosi a controllare qualcosa; ed è quel vecchio a farle improvvisamente comprendere cosa deve fare: distruggere quella vitalità, e cioè distruggere se stessa per espiare la sua colpa.” (Dalla Postfazione di Gianlorenzo Pacini)
Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: ‘Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza.” (Dall’introduzione di Frédéric Ieva).
Con questo capolavoro di psicologia (ipocrisie, crudeltà sottilissime, dialoghi bifidi e dichiarazioni di amore mutevole o eterno), Jane Austen reinventa letteralmente nel 1813 il romanzo inglese, componendo un capolavoro che diviene immediatamente e per sempre un archetipo della letteratura al femminile. È una girandola di complotti sentimentali, di virtù e vizi pubblicamente e privatamente esposti quella che il gentiluomo Charles Bingley agita con il suo arrivo a Hertfordshire, fulminea- mente diventando l’oggetto del desiderio di tutte e di tutti, e innamorandosi di Jane. Tra- vaglio del sentimento che produce grande letteratura: Jane Austen è a tutt’oggi un mito insuperato nel trasformare, con un romanzo che suscita qualunque passione, i cuori di pietra in cuori di carne.
Scritto in forma autobiografica, in cui la protagonista si rivolge direttamente al lettore, il romanzo narra la storia di Jane Eyre, un’orfana dal carattere forte e dall’intelligenza vivida, che diventa istitutrice nella sfarzosa dimora posseduta dalla famiglia Rochester. Qui incontra il misterioso Mr Rochester, che si innamora della giovane. Tra i due il sentimento è corrisposto, tanto da indurli a progettare il loro matrimonio. Ma un terribile segreto è celato nella casa di Thornfield Hall: nella soffitta è segregata Bertha Mason, una donna ormai fuori di senno, sposata però proprio con Mr Rochester. La notizia scuote nel profondo Jane che decide così di fuggire via, riparando presso la casa di un ecclesiastico, St. John Rivers, il quale a un certo punto le offre di sposarlo e di andare insieme in India. Ma Jane, saputo che Rochester aveva perso la vista nel disperato tentativo di salvare la moglie da un incendio da lei appiccato nella casa di Thornfield Hall, ritorna da lui e lo sposa, coronando così il loro sogno d’amore.
Un amore impossibile, due nobili famiglie in guerra, una città insanguinata da un antico odio: il dramma più struggente, più romantico e più famoso di tutta la letteratura. Una notte il giovane Romeo Montecchi si introduce mascherato a un ballo nel palazzo dei Capuleti e lì vede per la prima volta Giulietta, la bellissima figlia del suo nemico. I due si innamorano perdutamente e mentre la faida tra le ricche famiglie veronesi si fa sempre più cruenta, Romeo e Giulietta si troveranno a lottare con ogni mezzo per il loro amore. L’intramontabile tragedia di Shakespeare continua a far sognare e a commuovere.
In occasione della Giornata della Memoria, Guia Risari torna in libreria con “La stella che non brilla”, edito da Gribaudo. Eva è una bimba curiosa e un giorno, mentre mamma corregge i compiti e il babbo legge, la piccola va a giocare in soffitta. Poi, all’improvviso Eva trova una scatola con oggetti strani per lei. Dentro a quella vecchia scatola arrugginita ci sono una stella a sei punte, una foto con tanti uomini in pigiama e un dente. Quando la piccola chiede ai genitori cosa siano quegli strani ricordi, la coppia non ha il coraggio di raccontare e chiama il nonno. Sarà proprio grazie a lui che Eva scoprirà la Seconda guerra mondiale, il Nazismo, il Fascismo e che quegli uomini della foto non indossano un pigiama, ma sono prigionieri, sono ebrei deportati in un campo di concentramento. Guia Risari torna in libreria con un libro per bambini illustrato da Gioia Marchegiani, nel quale si affronta con parole e illustrazioni il tema della Shoah. Il tutto con delicatezza e profonda sensibilità. Eva ascolta attenta il nonno, scoprendo le sofferenze che lui e la sua famiglia, come molti altri ebrei e deportati, furono costretti a sopportare. Eva comprende il significato della stella, della foto e di quel dente al quale il bisnonno era tanto legato. Tra la bambina e l’adulto si crea una forte empatia che permette all’uomo maturo di tramandare alla nipotina (e ad ogni lettore) una parte dell’immenso dramma che colpì innocenti vite durante il conflitto mondiale. Quello che si crea in “La stella che non brilla” di Guia Risari è uno scambio di sapere, di ricordi, di emozioni e sensazioni che giungono a noi lettori con un invito esplicito e importante: Zakhor, ossia Ricordare in lingua ebraica, e ricordare sempre, nella speranza che tragedie come quella dei campi di concentramento e dello sterminio di vite innocenti non accadano più. Il libro edito da Gribaudo è munito anche di un interessante appendice storica nella quale vengono fornite tutte le informazioni base sullo sviluppo del Nazismo, del Fascismo, del numero di vittime che quell’epoca causò. Accanto ad essa un’appendice artistica con indicate le opere artistiche, in Italia e all’estero, che hanno il compito di fare Memoria.
Tra i libri di cui ho deciso di parlarvi per il Giorno della Memoria (il prossimo 27 gennaio) vi è un libro per bambini, dai sei anni in su, edito da Gallucci Editore dal titolo Il mio maestro Janusz Korczak, dello scultore e pittore polacco Itzchak Belfer.
Non si può parlare di Janusz Korczak però senza nominare Stefania Wilczyńska, sua stretta collaboratrice nella Casa degli Orfani, una vera e propria mamma per questi ragazzi.



Sono passati ormai quarant’anni dall’uscita nei cinema di tutto il mondo del primo film di Star Wars, noto qui in Italia come Guerre stellari, titolo con cui gli over 40 continuano a chiamare la serie.
























