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:: Il sogno infranto di Valentina di Fulvio Drigani

30 aprile 2019

treno

Padre e figlia si riabbracciarono felici. Erano mesi che non si vedevano.

– Valentina! Sono molto contento di vederti.
– Anch’io, papà.
– Come ti trovi a Rotterdam?
– Bene, molto bene – rispose lei con un gran bel sorriso – I corsi mi piacciono molto. Penso che passerò gli esami.
– Brava! – esclamò il padre, con evidente orgoglio – Quanto tempo starai qui?
– Molto poco, papà, e mi dispiace, ma ho tante cose da fare e un giorno l’ho già passato da mamma. Certo che se non vi foste separati, sarebbe stato tutto più semplice.
– Ma è andata così – disse lui allargando sconsolato le braccia – Siamo stati bene insieme quando i tempi erano difficili e ora, che avremmo potuto goderci la vita, ci siamo venuti a noia.
– Non sei sincero, papà. Tu non l’avresti fatto di sicuro. È stata lei che è andata fuori di testa. Dì la verità.
– Non parlare così di mamma! – rispose lui con veemenza – È difficile in questi casi stabilire chi ha torto e chi ha ragione. A un certo punto le cose si aggrovigliano e non riesci neanche a capire il perché.
– Sarà, ma adesso siete infelici tutti e due. Tu non hai più la donna che amavi e lei, che non aveva capito cosa avrebbe perso, si è ora pentita di quello che ha fatto.
– Dici sul serio? – sembrò colpito dalle parole della figlia.
– Te l’ho detto! Sono appena stata un’intera giornata con lei.
– Dai, lasciamo perdere queste cose – ribatté lui con fare sbrigativo – e andiamo a mangiare, che è meglio.
– Va bene, papà, ma promettimi di chiamarla. Secondo me, lei non aspetta altro.
– Non so se lo farò. Ormai la ferita si sta rimarginando.
– Non ne sarei così sicura, se fossi in te – alla ragazza brillarono gli occhi – Ti giuro che lei è lì che si sta rodendo il fegato per quello che ha combinato e so bene che, sotto sotto, stai male anche tu.
– Ci penserò.
– Dai, papà, ti prego – lo supplicò Valentina.

Finita la cena, padre e figlia tornarono dal ristorante a casa tenendosi sottobraccio, felici di stare insieme. Si accomodarono sul divano e guardarono per un’oretta vecchie foto di quando lei era piccola, fino a quando Valentina non se ne andò a dormire.
L’uomo rimase quindi solo nella grande sala. Dopo alcuni minuti passati con gli occhi fissi nel vuoto, si alzò dal divano, andò in cucina e si versò un goccio di limoncello. Tornò a sedersi, questa volta in poltrona, e cominciò a sorseggiare il liquore, assorto nei suoi pensieri. Trascorse così almeno un quarto d’ora. Centellinava le gocce ad una ad una.
Improvvisamente, come colto da una sorta di frenesia, posò con rabbia il bicchierino sul tavolino, si alzò di scatto, spense le luci e corse in studio. Accese il computer, entrò nella sua casella di posta e scrisse alla moglie.

Il padre di Valentina arrivò nella grande stazione con un mazzo di fiori in mano e raggiunse la testa del binario. Il treno stava arrivando, ma decise di non andare incontro a sua moglie lungo il marciapiede. Con tutta quella gente che sarebbe scesa, c’era il rischio di non incrociarsi. Aspettò lì, dov’era arrivato, in mezzo alla piccola folla dei parenti e amici.
Passarono alcuni minuti e sua moglie scese dalla terza carrozza, emozionata come lui. Le sembrava di essere tornata indietro di venticinque anni e si sentiva nuovamente una ragazza in cerca d’amore. Era stata stupida a lasciarlo, pensava, ma lui aveva le sue colpe. L’aveva fatta troppo ingelosire, anche se, ora ne era quasi certa, quel matto del suo uomo non aveva combinato ciò che lei aveva sospettato. Tutta colpa del suo dannato lavoro di impresario teatrale che gli faceva incontrare tante donne e del fatto che gli piaceva pavoneggiarsi in loro compagnia. Era fatto così. Un vero e proprio bambinone. Ma sua figlia l’aveva tenuta aggiornata e le aveva garantito che lui non aveva una relazione quando lei se n’era andata e che, anche dopo, non si era legato con nessun’altra.
Si era però ripromessa di non parlare con lui del passato. Adesso bisognava pensare al futuro. Quando aveva accettato l’invito, pur avendo provato un certo piacere, non aveva subito realizzato fino a che punto fosse disposta a spingersi. L’aveva capito solo dopo, quando, con molta cura, aveva scelto il profumo e la biancheria intima. Si era in quel momento resa conto di fremere nuovamente di desiderio e di sperare, nel profondo, che le cose finissero in modo molto romantico. Si era allora fatta più bella all’ultimo minuto, tingendo e acconciando i capelli proprio come piaceva a lui, e ora ringraziava in cuor suo Valentina che l’aveva spinta su quella strada. C’era voluta una figlia ventenne per spiegarle che ancora si poteva credere nell’amore.
Cominciò a camminare sul marciapiede, in uno stato di crescente trepidazione. Quando era ormai giunta all’altezza della prima carrozza, suo marito la vide e, sorridendo, fece l’atto di andarle incontro. In quell’attimo, però, la folla alla sua destra ondeggiò e molti cominciarono a fuggire, urlando. Udì degli spari, raffiche furiose e molto ravvicinate, ma continuò ad andare verso di lei. Improvvisamente, però, sentì un forte bruciore all’addome, si accorse che non riusciva più a camminare e gli sembrò che sua moglie svanisse in lontananza. Gli occhi gli si appannarono e cominciò a vacillare, mentre un dolore penetrante cresceva  all’altezza dello stomaco. Si toccò e vide con orrore la sua mano intrisa di sangue. Cadde in ginocchio e poi a terra. Imprecò. No, non poteva finire così! Perché stava accadendo proprio a lui che voleva ancora amare, che credeva nella vita, che adorava Valentina? Non poteva accettare che un odio fanatico e cieco l’avesse raggiunto proprio vicino a casa, a un passo da sua moglie che finalmente tornava da lui. Se c’era un dio doveva dargli ancora del tempo, sì, del tempo! Un futuro, per l’amor del cielo, uno straccio di futuro!
Il sangue intanto colava copioso e una larga chiazza scura si era ormai formata sul marciapiede. Cercò di rialzarsi ma il corpo non rispondeva più. Sentì una grande confusione intorno a sé, urla, mani che lo afferravano e riuscì ancora, come in un sogno, a vedere sua moglie mentre si chinava su di lui, gli occhi terrorizzati, lo sguardo disperato.
Era bella anche così, pensò, come non mai.
Poi più niente, solo silenzio e buio.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.

:: Un soffio di vita di Clarice Lispector (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

30 aprile 2019

cl(2)Clarice Lispector, nata in Ucraina nel 1920, approdò successivamente in Brasile dove si formò e diventò scrittrice.
Una voce inquieta che fu accolta con grande favore. La sua è una scrittura particolare che scava nell’indicibile e che si risolve in un flusso di parole che decostruisce il senso.
Adelphi pubblica Un soffio di vita (nella traduzione di Roberto Francavilla), il libro più difficile della scrittrice.
Clarice Lispector ci stava lavorando quando le è stata diagnosticata una malattia mortale.
Il libro è uscito postumo ed è stato curato e riordinato da Olga Borelli, l’amica e assistente che le è stata vicina fino alla morte.
Un soffio di vita può considerarsi il testamento letterario di Clarice Lispector.
Un libro definitivo in cui la sua autrice si avventura, sotto il peso tragico dell’idea della fine imminente, nelle ragioni intime e esistenziali della sua scrittura.
Scrive per frammenti perché anche la sua vita è fatta di frammenti e mette in scena nella trama un dialogo serrato tra l’autore e Ângela, il personaggio inventato dall’autore stesso che sta scrivendo le pagine del libro.
L’autore inventa il suo personaggio perché confessa di essere stato sempre alla ricerca di una persona che vivesse per lui.
Dalla loro conversazione emergono intuizioni, osservazioni e riflessioni sul ruolo della scrittura. Ângela per il suo inventore è una nota acuta, è un grido nell’aria. Entrambi commettono il grave errore di pensare e danno vita a un dialogo fra sordi:

«uno dice una cosa e l’altro risponde di sì ma a una cosa diversa, e io dico di no, e mi accorgo che Ângela non mi contraddice neppure. Ognuno di noi segue il proprio filo, senza ascoltare davvero l’altro. È la libertà»,

Dallo scrivere, che è un agire senza preavviso, l’autore e il suo personaggio si avventurano, con un forte carico di ansia e di inquietudine, sui sentieri pericolosi del linguaggio che dissemina trappole nel labirinto intricato della scrittura.
Nella parole c’è tutto e l’autore afferma di voler scrivere movimento puro. Per Ângela scrivere vuol dire strappare le cose via da lei, a pezzi come l’arpione che si conficca nella balena e le squarcia la carne.
Clarice Lispector sfida le parole e la su stessa scrittura. Un soffio di vita è il suo libro più estremo, l’ultimo e il conclusivo.
Senza preoccuparsi di non essere capita, la scrittrice mette insieme il frammenti di questo stravagante dialogo interiore tra l’autore e il suo personaggio per ribadire, prima di chiudere gli occhi, che la scrittura è qualcosa di importante che ha a che fare con la necessità e l’urgenza.

«Io non scrivo certo perché lo desidero. Scrivo perché ne ho bisogno. Altrimenti cosa farei di me?».

Clarice Lispector non poteva non affidare alla volontà di potenza della parola il destino del suo cammino fra le tenebre.
Arrivata alla fine della sua vita, si sente come una domanda inesistente che non ode risposta.
Lei sa bene che Un soffio di vita non è un libro facile, però non può rinunciare a scriverlo come un libro di sangue, pus, escremento, cuore tagliuzzato, nervi a brandelli, scossa elettrica.
Un libro ermetico accessibile a pochi. Composto da antiparole straordinarie, disordinate per frammenti.
Scrivere, per Clarice Lispetor ma anche per i due personaggi di questo libro silenzioso di vita, significa trasformare tuto in un sogno a occhi aperti e cercare per ogni parola lo schiocco incosciente di un sentimento tormentato
Solo così l’autrice di queste pagine (scritte con parole attaccate le une alle altre) si libererà di se stessa e potrà riposare per sempre.

Clarice Lispector è stata una scrittrice, giornalista e traduttrice ucraina naturalizzata brasiliana. Nata in Ucraina e naturalizzata brasiliana – per quanto riguarda la sua “brasilidade” affermava di essere pernambucana – ha scritto romanzi, racconti e saggi, ed è considerata una delle scrittrici brasiliane più importanti del XX secolo nonché la più importante scrittrice ebrea dai tempi di Franz Kafka.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: La Campagna di Russia 1941-1943 di Maria Teresa Giusti (il Mulino, 2016) a cura di Daniela Distefano

30 aprile 2019

LA CAMPAGNA DI RUSSIA -Maria Teresa Giusti“La guerra in Russia, soprattutto, era la prova dell’impreparazione italiana, della leggerezza con cui era stata condotta dal regime, le sconfitte, la delusione per il fallimento della propaganda fascista, che aveva evocato facili vittorie contro uno stato sovietico impreparato, compromisero gli entusiasmi iniziali degli ufficiali italiani e l’adesione al progetto del fascismo”.

La campagna militare italiana in Russia durante la Seconda guerra mondiale è stata oggetto di pubblicazioni sin dal momento in cui i soldati italiani partirono per il fronte.
I primi scritti sull’argomento – quelli di regime – risalgono al 1941, con il giornale “L’Illustrazione Italiana” che dedicò diversi numeri al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR). Da allora, tra monografie, raccolte di atti, diari e memorie, articoli su giornali e riviste, film, relazioni e tesi di laurea, sono stati realizzati oltre 1.700 documenti divulgativi.
L’autrice di questo testo compatto ha integrato la principale bibliografia esistente con una portentosa ricerca archivistica: Archivio Centrale dello Stato, Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, quello diaristico di Pieve Santo Stefano e quello dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, solo per quanto concerne la parte di ricerca svolta in Italia, per passare poi al National Archives di Londra, ma soprattutto all’Archivio Statale della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa, all’Archivio Centrale del Ministero della Difesa russo per quanto riguarda la parte di ricerca svolta fuori i confini nazionali. Le fonti russe sono state fondamentali per far luce su particolari inediti e per comprendere il punto di vista dei sovietici, il loro atteggiamento verso la guerra e i nemici, nonché verso il regime di Stalin. La scrittrice, conoscendo la lingua russa, ha potuto tradurre personalmente la documentazione analizzata, interpretandola con gli occhi di una storica.
Maria Teresa Giusti parte da lontano, dalla descrizione della situazione politica post-Grande Guerra, per immergere il lettore negli avvenimenti dei mesi precedenti al patto Molotov-Ribbentrop che il ministro degli esteri Galeazzo Ciano descrisse come “un colpo da maestri” dei tedeschi. Come si arrivò allora alla strappo fatale? Alla guerra disastrosa per l’Italia al fianco dei nazisti e contro il colosso russo?
Lo studio minuzioso e i commenti dell’autrice si spingono oltre le già note problematiche della mancanza di materiali ed equipaggiamenti idonei per affrontare il clima russo, facendo trasparire le inefficienze e le responsabilità di alcuni uomini di vertice, come quelle del generale Cavallero.

“Il 28 gennaio 1943, mentre si consumava la tragedia del corpo degli alpini sul Don, “Il Duce continua a vedere abbastanza ottimisticamente la situazione in Russia. Crede che i tedeschi hanno uomini, mezzi, energia per dominare gli eventi e forse per capovolgerli”. Tale visione errata era frutto di un’illusione e anche la conseguenza delle informazioni che arrivavano al duce da Cavallero.(..). Questi fu sostituito il 30 dello stesso mese da Vittorio Ambrosio come capo di Stato Maggiore generale”.

Le vicende del CSIR prima e dell’Armata Militare Italiana in Russia (ARMIR) poi non furono limitate a ciò che accadde sul Don o attorno alla città di Stalingrado. Come messo in evidenza da Maria Teresa Giusti, la campagna di Russia si svolse anche lontano dai campi di battaglia.
Una figura molto presente in questo volume è quella del generale Giovanni Messe. Assieme a Mussolini, Hitler e Stalin, è il nome più ricorrente e con il suo La guerra sul fronte russo e il fondo Messe presso l’Archivio Storico dello Stato Maggiore Esercito, costituisce un valido punto di riferimento per la storia non solo militare della campagna di Russia. “La Campagna di Russia 1941-1943” (il Mulino) è un libro succoso, documentatissimo, che aiuta il lettore nell’analisi di eventi tragici e ancora oggi imperscrutabili e fornisce anche interessanti osservazioni della storiografia russa permettendo di considerare gli avvenimenti da diversi punti di vista.

Maria Teresa Giusti insegna nell’Università “Gabriele D’Annunzio” a Chieti. Ha conseguito i seguenti titoli:
– Dottorato di Ricerca in “Storia politica comparata dell’Europa. XIX e XX sec.”, XIV ciclo, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna il 10 febbraio 2003, con la tesi dal titolo Italiani e tedeschi nei campi di prigionia militare in Unione Sovietica. 1941-1946.
– Laurea in Materie letterarie (indirizzo storico), conseguita il 9 luglio 1998 presso l’Università degli Studi dell’Aquila con la tesi dal titolo Rapporti tra Italia e Unione Sovietica. I prigionieri italiani nell’URSS durante la seconda guerra mondiale: dalla propaganda antifascista nei campi al rimpatrio.
– Laurea in Lingue e letterature straniere (I lingua russo, II lingua inglese), conseguita l’11/03/1988 presso l’Università degli Studi dell’Aquila, con la tesi dal titolo Garšin e la letteratura del dolore.

Source: Libro inviato dall’Editore. Rngraziamo Cristina e Cinzia dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

:: Figli dello stesso fango. Un romanzo sul disagio giovanile di Daniele Amitrano, (13 Lab Milano 2016) a cura di Viviana Filippini

29 aprile 2019

coverAndrea è un giornalista e vive a Milano. Ha la sua famiglia, un lavoro che gli piace, poi, un giorno, gli arriva una telefonata strana che gli annuncia la morte per overdose di un suo amico d’adolescenza. Andrea, protagonista di Figli dello stesso fango si insospettisce e torna, dopo dieci anni, a casa. Arrivato nella terra di un tempo, a Formia, non solo cercherà di capire come l’amico è morto, ma ci sarà un vero e proprio confronto con quello che è stato il suo – anzi il loro- passato. Nel romanzo di Amitrano, dal presente si fa quindi un balzo nel passato grazie ad un sapiente utilizzo del flashback, che permette ai lettori di comprendere l’adolescenza, un po’ travagliata, di Andrea e dei suoi amici. Non mancano le fughe segrete dalla provincia verso la grande città per divertirsi un po’ e sentirsi grandi. I primi amori e le prime schermaglie amorose, ma anche le scazzottate per salvare l’onore dell’amata e la ricerca dell’eccesso per sentirsi esperti. Il libro di Amitrano è un romanzo di formazione nel quale si pone luce sulle diverse sfaccettature che il disagio giovani può assumere. Dai conflitti tra amici, a quelli generazionali tra genitori e figli, fino alla “caduta” nel tunnel della droga dal quale, come accadrà ad alcuni amici del protagonista, è molto difficile uscire. Tornando al paese d’infanzia Andrea fa un balzo nella sua gioventù passata e questo rivivere la vita di un tempo sarà il giusto elemento che gli permetterà di trovare una soluzione per la morte del caro amico. Pagina dopo pagina, il lettore resta con il fiato sospeso, perché Andrea ci porta a zonzo con i suoi compari, le difficoltà a parlarne e a vivere spensierato quella che è la sua giovane vita. Per lui l’andare via, l’aver abbandonato gli amici, la famiglia e il fratello gli ha permesso sì di trovare una nuova stabilità esistenziale, ma certi spettri del passato sono quelli che gli daranno tormento anche nel presente. Il romanzo è carico si suspense che aumenta pagina dopo pagina, perché con Andrea il lettore si fa un’idea su chi o cosa possa aver fatto fuori l’amico, ma la fine della storia lascia di stucco perché c’è un ribaltamento dei piani e delle situazioni imprevisto e imprevedibile. Amitrano, come indica il titolo completo del libro, crea un romanzo sul disagio giovanile, nel quale però non si narrano solo le difficoltà dei giovani ad avere ben chiare le idee per la vita e per il futuro. È un libro che evidenzia quanti possono essere i pericoli nei quali un ragazzo o una ragazza in fase di crescita potrebbero incappare (droga, violenza, il brando, ignoranza, pregiudizio, malattia mentale, solitudine ed esclusione). In realtà, c’è un altro aspetto interessante che emerge dalle pagine di Figli dello stesso fango. Un romanzo di disagio giovanile, ed è il fatto che spesso ci si fida e affida troppo alla propria mente e alla prima impressione che abbiamo delle persone e delle cose e Amitrano, nel suo romanzo, evidenzia come in molti casi gli individui, le cose e le situazioni che ci compaiono davanti non sempre sono quello che cercano di far credere d’essere.

Daniele Amitrano nasce a Formia (LT) il 14 febbraio 1982. Ha conseguito due lauree: la prima in Scienze Organizzative e Gestionali e la seconda in Scienze Politiche. Ha pubblicato due raccolte di poesie tra il 2005 e il 2007 e ha vinto tre premi letterari nazionali con componimenti singoli. Figli dello stesso fango (13Lab Editore, 2016) è il suo romanzo d’esordio. La bambina che urlava nel silenzio. Un’indagine dell’ispettore Lorenzi è il suo secondo romanzo (13Lab Editore, 2018).

Source inviato dall’editore.

:: Bettina Müller Renzoni (San Gallo 1961- Pisa 2019)

24 aprile 2019

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:: Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

24 aprile 2019

Il silenzio dei satellitiClemens Meyer lo avevamo conosciuto con Eravamo dei grandissimi, il romanzo del 2016 con protagonista la squattrinata combriccola adolescente a Lipsia. Ora il narratore tedesco torna in libreria con un nuovo lavoro letterario che Keller ha pubblicato per noi in Italia. Il silenzio dei satelliti è un raccolta di racconti (12) ambientai in Germania, nei quali la protagonista è una umanità varia, ritratta nelle sue diverse sfaccettature. O meglio, nel libro si trovano nove racconti intervallati da tre momenti (uno-due-tre). Tre sezioni di storie dove l’importanza è quella di mantenere vive le reazioni umane, dove c’è la paura ad accettare e a manifestare i sentimenti che animano il cuore e i desideri umani, uniti al passato che torna per non essere dimenticato. Ogni racconto è poi una storia a sé, dove sono messi in gioco valori esistenziali, ricordi, emozioni, gioie, dolori e paure che rendono le creature letterarie di Meyer tipi narrativi molto simili alle persone reali. Queste diverse tipologie di esseri umani e di storie si muovono in grandi architetture e appartamenti che hanno il ruolo integrante di scenari di ambientazione. Tanti racconti, per tanti individui che danno vita ad un’opera corale della quale Meyer diventa uditore-testimone, che rendiconta a noi lettori queste esistenze frammentate, fatte di sconfitte e di piccole rivincite, diverse e, allo stesso tempo, anche simili alle nostre. C’è allora il poliziotto guardiano che si innamora della ragazzina che vive nel campo profughi. La donna ossessionata dai nocciolini delle ciliegie e la sua amicizia con un’altra anima solitaria come la sua. I due amici che prendono il padre malato di uno di loro e lo portano sulla ruota panoramica. Accanto al trio, il sottoufficiale che torna a casa a trovare la nonna. Con lui, in un’altra storia, il gestore di un chiosco innamorato della fidanzata musulmana del migliore amico e del tutto incapace di accettare tale sentimento. Ci sono fantini che vanno a cavallo e quelli che sognano di gareggiate a St. Moritz e poi arrivano i sopravvissuti ai campi di concentramento, che pensano a quante ne hanno passate e sopportate. La scrittura di Meyer è dinamica, veloce e denota una volontà precisa di mettere in scena alcuni temi attuali come il contrasto fra culture, fra usi e costumi differenti che convivono in uno stesso spazio anche in modo forzato e sulle contrapposizioni generazionali. Non mancano l’amore provato e non ricambiato, la povertà, la sofferenza e la solitudine che annientano alcuni dei protagonisti presenti nella narrazione. Non tutto è perduto, perché poi arriva lei, è non è un persona vera e propria, ma è la Speranza e la ritroviamo in molte delle creature che, nonostante tutte le ammaccature e imprevisti della vita, sono pronte a non mollare mai e a guardare avanti per un domani migliore. Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer, edito da Keller, è una sorta di grande condominio nel quale ogni finestrella illuminata è la storia di vita di ognuno dei personaggi in esso presenti. Frammenti di vissuto che ci vengono incontro, che si raccontano per quello che sono e che chiedono di rivivere grazie alla lettura e all’ascolto. Traduzione, sapiente e ben fatta, di Roberta Gado e Riccardo Cravero.

Clemens Meyer è uno scrittore tedesco nato a Halle, in Germania, nel 1977 e residente a Lipsia. Il suo esordio è stato segnato nel 2006 con Eravamo dei grandissimi (Als wir träumten) dal quale, nel 2015, è stato tratto anche il film di Andreas Dresen, presentato alla 65esima Berlinale. In seguito ha pubblicato altri due romanzi e una raccolta di racconti ed è considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura contemporanea tedesca. Tra i premi ricevuti il Premio Salerno Libro d’Europa 2017. Finalista al Premio Gregor Von Rezzori 2017. Longlist Man Booker International Prize 2017. Bremer Literaturpreis 2013. Premio della Leipziger Buchmess 2008 e Clemens – Brentano- Preis der Stadt Heidelberg 2007.

Source: inviato dell’editore al recensore. Grazie all’ufficio stampa e staff Keller.

:: Un’intervista con Giuseppe Culicchia a cura di Giulietta Iannone

23 aprile 2019

Il cuore e la tenebraBenvenuto Giuseppe sulle pagine di Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo principalmente del tuo ultimo libro, Il cuore e la tenebra, edito da Mondadori, che ti confesso mi ha notevolmente colpito. Ma lascio a te la parola. Descrivici in breve la trama, e parlaci del momento in cui l’hai ideato, proprio come è nato il processo creativo.

Il cuore e la tenebra è un romanzo che nasce dal mio primo soggiorno berlinese, avvenuto vent’anni fa. Berlino fu per me sconvolgente. Camminavi per strada e vedevi le ferite di tutto il Novecento, i vuoti e le cicatrici che aveva lasciato, e allo stesso tempo percepivi una vitalità incredibile, una capacità di risorgere dalla proprie ceneri davvero non comune. Per tutti questi anni ho desiderato scrivere un romanzo berlinese. E infine ho capito che quella era la città perfetta per una storia che avese a che fare con la colpa e il perdono, con la morte del padre e con il viaggio alla scoperta del suo lato oscuro: Mark Twain diceva che in tutti noi c’è la faccia nascosta della luna, quella che nessuno vede mai. Giulio, il figlio di Federico che va a seppellirlo, parte dall’Italia per Berlino senza sospettare che il suo viaggio lo porterà in quel territorio sconosciuto.

Protagonista del romanzo è un figlio che per la morte del padre si reca a Berlino per provvedere alla sua cremazione. Segue l’ordine delle cose, di solito i padri vanno via prima di figli, e spetta ai figli elaborare il lutto e mantenere viva la loro memoria. Ma Giulio si trova a scoprire del padre cose che mettono in crisi la sua memoria, dell’infanzia soprattutto, il suo attaccamento per questo padre assente ma molto amato. Come hai reso questa discordanza, questa usando un termine musicale dissonanza?

Nel momento in cui Giulio trova ciò che ha lasciato scritto il padre è come se dovesse imparare di nuovo a camminare: si tratta di un mondo nuovo, in cui da principio non sa orientarsi. Più va avanti questo suo viaggio nella memoria e nelle memorie più viene spiazzato da ciò in cui s’imbatte. Disorientato, a tratti deve staccarsi da ciò che ha trovato, si perde per Berlino, si ubriaca. Il peso è troppo grande. Ma infine riesce a farsene carico.

Il padre di Giulio e Pietro (c’è anche un altro fratello), Federico Rallo, era un grande musicista, un’artista ossessionato dalla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler. Questa ossessione lo porta ad essere allontanato, a perdere il suo lavoro e il suo status. Ma proprio un fallimento esistenziale precedente porta quest’uomo ad avvicinarsi all’ideologia nazista, giusto?

Ciò che colpisce Federico dell’hitlerismo è la determinazione a non arrendersi di fronte alla sconfitta ormai certa. Federico è un vinto: ha fallito sia professionalmente sia umanamente. E forse proprio la consapevolezza di questo fallimento lo porta a stare dalla parte dei vinti, o se non altro a solidarizzare con loro, malgrado l’orrore.
Sempre parlando dell’esecuzione di Furtwangler, la fascinazione, l’attrazione per quel mondo, sul punto di crollare (la guerra sembra ormai persa e forse anche i musicisti ne hanno consapevolezza), è molto probabilmente puramente estetica. Ci puoi spiegare meglio questo concetto?
La perfezione assoluta di quella Nona Sinfonia diretta da Furtwängler è figlia del tempo e delle condizioni in cui è stata eseguita. Questa è la molla che fa scattare in Federico l’interesse nei confronti di Hitler. E il dittatore si dimostra capace di sedurre anche post-mortem. Come musicista, Federico ama profondamente la stessa musica amata dal Führer. E come artista rimane affascinato dalla perfezione estetica dei film della Riefenstahl. Ma davanti alle foto di Album Auschwitz resta senza parole.

Fascismo, nazismo, antisemitismo che fino anche solo a pochi anni fa sembravano capitoli chiusi, idee con le quali si era venuti a patti, attualmente si stanno ripresentando anche con grande virulenza. Come te lo spieghi? Covavano come cenere sotto la brace come si suol dire?

Quello che cova sotto la cenere è la crescente consapevolezza delle diseguaglianze che sono frutto del capitalismo liberista e della globalizzazione. In nome del profitto stiamo assistendo alla distruzione della biosfera e in prosepttiva alla trasformazione del nostro Pianeta, destinato a diventare sempre più inabitabile dalla nostra Specie. Non credo a un ritorno delle ideologie che hanno segnato il Novecento: ho semmai la sensazione che sia in corso una trasformazione radicale del nostro essere gettati nel mondo, come diceva Heidegger, complici non solo i mutamenti climatici ma anche quelli antropologici dovuti agli sviluppi nelle nuove tecnologie. Molto presto dovremo fare i conti con le conseguenze del nostro volerci sostituire a Dio, tra intelligenza artificiale, clonazione, riduzione dell’essere umano a monade priva di memoria e di identità, da libero cittadino a schiavo consumatore, una sorta di codice a barre ambulante dominato da algoritmi e narcotizzato da un arsenale in costante evoluzione di armi di distrazione di massa. È questo a occupare i miei pensieri, non i nazisti dell’Illinois.

Scrivendo questo libro non hai avuto paura di essere frainteso? Che qualcuno ti avvicinasse al nazismo? Non hai avuto paura dello stesso effetto su cui Nietzsche mette in guardia?

Il fraintendimento è un problema innanzitutto per chi e di chi fraintende.

Seguendo questo disvelamento il lettore si chiede e adesso? Il figlio casa farà? Giulio spiazza tutti alla fine con il perdono. L’amore verso il padre è superiore al disprezzo, non giustifica, non assolve né il padre, né la storia, ma il sentimento viene prima della ragione. È esatto?

Se il sentimento non venisse prima della ragione ci saremmo già estinti. Credo che esistano forme di amore assoluto in cui cui tutto infine si perdona, perché al giudizio subentra la pietà.

Il tuo libro in sintesi parla di amore, dell’amore che lega un genitore al figlio, e delle sue regole. Citi nel tuo libro figli di nazisti, che a guerra finita, emerse le azioni dei padri hanno continuato ad amarli, non li hanno mai rinnegati. L’amore è quindi superiore del giudizio etico e morale? È al di la del bene e del male?

L’amore, se è vero amore, è sempre al di là del bene e del male.

Grazie di aver risposto alle mie domande, ringraziandoti ancora del tempo che ci hai concesso mi piacerebbe ancora chiederti se stai attualmente scrivendo, e di cosa ti stai occupando.

Sto scrivendo, sì. E si tratta di un libro molto lontano da Il cuore e la tenebra.

:: Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa by Shanmei

22 aprile 2019

12v Nave nel porto

Napoli giovedì 19 luglio 1900 San Vincenzo de Paoli

La luce di quel lontano mattino di mezza estate era accecante, il pulviscolo dorato, il cielo di un vivo blu cobalto, quasi privo di nuvole, e per quanto ci si sforzasse di vedere cattivi presagi, era difficile scorgere in quel giorno nient’altro che eccitazione e aspettativa.
La folla vociante stazionava da giorni tra i moli del porto, era usanza che questo spettacolo di varia umanità si ripetesse alle partenze dei contingenti militari, nessuno si voleva perdere l’attimo della partenza e le notizie che si rincorrevano non facevano ben sperare che sarebbe stata a breve.
Il frastuono era incessante, fischi, grida, richiami, risate, applausi si susseguivano a ondate, specialmente quando qualcuno gettava in pasto alla folla la notizia che il Re era presente con la sua uniforme d’alta ordinanza, la barba bianca e ben curata, e l’aria marziale delle grandi occasioni.
Ma, ahimé, il Re se anche era a Napoli ormai da giorni se ne stava al sicuro, a sorseggiare bevande fresche in compagnia dell’alta nobiltà partenopea al riparo dai raggi del sole. Avrebbe passato in rassegna le truppe solo al momento opportuno poco prima della partenza, avrebbe pronunciato il suo breve discorso, salutato compito, stretto qualche mano, se il protocollo l’avesse concesso, e avrebbe lasciato Napoli in tutta fretta destinato ad altre incombenze forse meno esotiche di quella ma altrettanto importanti.
Almeno questo si mormorava non mettendo in conto l’ostinazione del sovrano che davvero voleva stringere ogni mano, perlomeno quelle degli ufficiali, augurare buon viaggio e felice ritorno.
Anche il Papa, Leone XII, aveva impartito la Sua benedizione alle truppe e all’impresa tramite il Vescovo di Napoli che aveva letto il Suo messaggio caloroso e partecipe giunto come telegramma.
Le operazioni di imbarco ormai erano terminate, i piroscafi Minghetti, Giava e Singapore, messi a disposizione dalla Compagnia di Navigazione Italiana attendevano strapieni ancorati al porto e a dirla tutta nessuno sapeva perché le procedure legate alla partenza non fossero state ancora avviate.
Forse si aspettava un telegramma dal Parlamento, come se fosse stato ancora possibile un cenno che avesse mandato tutto alla malora, rimettendo tutto nelle mani dell’ Onnipotente.
Ma la partenza era imminente, c’era poco da costruire castelli in aria con sogni impossibili di dietrofront.
L’utilità di quel contingente, forse mandato in soccorso in ritardo, quando ormai le notizie che si susseguivano facevano ben sperare che al loro arrivo in Cina tutto sarebbe stato concluso, era dubbia, ma non si poteva restare indietro, si doveva partecipare, sia come dovere morale, c’erano delle vite in gioco da difendere, che per non sfigurare.
C’erano stati degli oppositori, questo sì, contrari a quella partenza, e avevano fatto sentire la loro voce anche in maniera alquanto vivace: uno spreco di denaro pubblico, uno spreco di vite e competenze. Ma le voci discordanti erano state rapidamente messe in minoranza, e ora la Cina rappresentava un’ occasione di riscatto, dopo Adua, luminosa e vicina da catturare con una mano.
Il tenente Luigi Bianchi osservò la folla che premeva verso la banchina e si sentì stranamente a disagio. Il caldo non era ancora soffocante, certo non come quello che avrebbero incontrato durante la traversata e a questo proposito si faceva poche illusioni. Come tutti i veterani dell’Africa aveva un’idea precisa di cosa significasse sentirsi soffocare dall’afa, sentire l’aria bruciare nei polmoni come oro fuso, e implorare un refolo di vento che non c’è.
Certo l’Africa non era la Cina, c’era tutt’altro clima, seppure quei dementi dei piani alti dell’approvvigionamento li avevano equipaggiati come se non lo sapessero: uniformi leggere, caschi di sughero, stivali di cartone. Avevano derrate da smerciare, e quindi avevano trovato vantaggioso stiparle alla bell’e meglio nelle loro stive. Tanto mica potevano protestare. Erano soldati, dovevano solo ubbidire, combattere e morire.
Cercò di mandare via quei cattivi pensieri ma i volti puliti e eccitati dei novellini che per la prima volta lasciavano l’Italia non gli permetteva di fare diversamente.
Anche se bisognava ammettere molti erano come lui, scelti perché si erano distinti in Africa, o perlomeno erano sopravvissuti. Vecchi amici, alcune vere carogne, ma per lo più buoni soldati, che si astenevano dagli eccessi, rispettavano donne e bambini, soccorrevano quando era il caso i compagni feriti anche a rischio della propria vita. Vecchie pellacce, certo, chi poteva negarlo, ma buoni compagni quando il nemico ti accerchiava.
Quel viaggio li avrebbe cambiati. Ne avrebbe indurito i tratti, smussato il carattere, incupito lo sguardo. Alcuni non sarebbero tornati se non come una medaglia al valore. Ogni buon soldato mette sempre in conto questo prima di una partenza, ma il segreto è non lasciarsi sopraffare dal pessimismo, dall’ umor nero, dalle paturnie. O è finita, tanto vale spararsi una pallottola in testa.
“E così i quattro cenciosi italiani sono pronti a partire” disse lapidario il sergente Vincenzo Bertelli, marchigiano, socialista non dell’ultima ora e tiratore scelto infallibile, anche dalle lunghe distanze.
“Ci mancava solo lei a sottolineare la sacralità del momento” rispose il tenente Bianchi a cui si era rivolto quasi bisbigliando.
“Non dico mica fanfaluche, guardi si vedono i rattoppi e i rammendi delle uniformi, le misure sbagliate, e guardi gli stivali, alla prima pioggia saranno tutti scalzi. E intanto si ride, si brinda, si folleggia. Patetico”.
“Potrebbe essere accusato di demoralizzare le truppe se non la conoscessi” disse Bianchi lisciandosi i guanti e guardandosi intorno.
“Mica sono tutti come lei tenente. Con la sua bella divisa impeccabile, sempre pulita e stirata, i suoi stivali lucidi e di vera pelle e vero cuoio…” Bianchi lo fermò infastidito.
“Adesso aduliamo i superiori?”.
“Ma ci mancherebbe, lei mi conosce, dico solo quello che vedo, dico solo la verità. Ma ce ne accorgeremo quando, e soprattutto se, arriveremo in Cina” disse sibillino con uno strano scintillio negli occhi marroni.
“Cosa vuole dire Bertelli?”
“Ma niente, niente, fanfaluche da vecchio socialista”.
“Mi avete incuriosito, non lasciate il discorso a metà”.
“Dico solo che quando arriveremo in Cina e troveremo tutte le altre truppe bardate di tutto punto, ci faremo la solita figura da pezzenti. Ecco cosa voglio dire, signor tenente. E non mi contraddica, sa che ho ragione”.
“No, no non la contraddico, ma la invito a usare prudenza. Rischia grosso a fare discorsi così disfattisti. Qualche giorno di guardina è il meno. Potrebbero bloccarle le promozioni, danneggiarle veramente la reputazione. Con me non rischia, lo sa bene, ma ci sono molti codardi che fanno la spia”.
“Ma che vuole, sergente sono, e sergente resterò. Che vuole che me ne importi. Ho scelto di partire per la Cina per lasciare l’Italia. Non credo che ci tornerò, perlomeno volontariamente. Mia moglie Maria è morta di difterite, non ho figli, né fratelli. Sono solo al mondo. Mi troverò una bella cinesina e metterò famiglia là” disse e terminò con una gran risata.
Di colpo il gran vociare cessò e tutte le teste si volsero nella stessa direzione. Su una lancia stava arrivando il Re. Con la sua scorta salì a bordo del Giava e tenendo a debita distanza la truppa iniziò a stringere le mani degli ufficiali. Furono intanto diffusi dei ciclostilati con il discorso del Re alle truppe. Alcuni soldati lo gettarono sprezzantemente in acqua.
Luigi Bianchi lo lesse e lo ripiegò mettendolo in una tasca.
Quando fu il momento strinse la mano del Re. Era fresca e asciutta, e profumava di violetta. Chissà perché, anche tantissimi anni dopo avrebbe associato a quel momento quell’odore, non prettamente maschile.
Il Re scambiò con lui qualche parola, gli chiese cortesemente come stava, se aveva famiglia, e lo affidò a Dio Onnipotente, ultimo rifugio di tutti noi nell’ora del bisogno.
Luigi Bianchi ringraziò e si allontanò educatamente. Aveva alcune lettere da scrivere e voleva scattare qualche foto con la sua Goertz, prima che fosse stato impossibile.
Scese dalla nave e cercò un osteria del porto. Ordinò un fiasco di vino novello, una pastasciutta al pomodoro, e agnello con patate e iniziò a scrivere ai suoi genitori, a suo fratello Michele, ad alcune cugine.
Imbucò le lettere e iniziò a scattare le foto, prima di tornare a bordo in cerca della sua cabina. In realtà le cabine degli ufficiali non erano ancora state distribuite, ma tutti avevano la strana tendenza ad accontentarlo, così aveva scelto la sua prima degli altri.
Controllò che la sua attrezzatura per fare foto fosse in buono stato, la teneva accanto alla branda, e ringraziò il cielo che non avessero rotto le lastre.
Tornò sul ponte e si avvicinò al parapetto. Stavano caricando a bordo i cavalli e gli asini. Sarebbe stato un viaggio parecchio affollato, per non contare la puzza e gli afrori vari. Tenere pulita una nave bestiame non era uno scherzo, ma sembrava che nessuno lo tenesse in conto, data l’euforia generale.
La sua era la nave con meno cristiani a bordo, ma quegli ospiti a quattro zampe avrebbero portato malattie e sporcizia. Controllò che il suo cavallo stesse bene, e diede una mancia al soldato con mansioni da stalliere, che fece un po’ fatica ad accettarla dal tenente Bianchi, data la sua fama di buon cuore e generosità.
Saba era spaventata, tutta quella confusione la rendeva nervosa. Era una cavalla di tre anni, color grigio fumo. Una brava bestia, paziente e molto intelligente. Gli accarezzò il muso e gli parlò sotto voce per calmarla. Al suono della sua voce l’animale smise di nitrire e di calciare con le zampe posteriori. Si lasciò docilmente legare e i suoi occhi dolci e liquidi sembravano umani tanto erano vividi.
“Brava Saba” disse e le diede una zolletta di zucchero di cui era ghiotta. Almeno avrebbero viaggiato insieme, e tra le tante contrarietà di questo era felice.

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Buona Pasqua ai lettori (di) Liberi

20 aprile 2019

Buona Pasqua

Cari lettori,

che dire la Primavera è tornata anche quest’anno, nonostante tutto, la bellezza del creato è di nuovo piena di splendore e luce, e questo ci incoraggia. Ognununo sta facendo il suo, con impegno e coraggio. Sì, dobbiamo ripensare il nostro nuovo mondo, un mondo più solidale, più umano, più felice. Lo dobbiamo alle tante vittime, ormai 100.000 nel mondo. Io ringrazio del dono della vita, e sono certa che lo fate anche voi. Se siamo ancora qui c’è un motivo, la nostra vita ha un senso.

Vi auguro questa Pasqua di capire il senso vero della vostra vita, vi aiuterà nei prossimi mesi che non nego saranno difficili, ma noi che amiamo i libri siamo gente tosta. Non ci arrendiamo. Continuiamo a ordinare i libri alle librerie facendoceli consegnare a casa se proprio non possiamo leggerli in digitale (modalità che consiglio).

Cerchiamo di ridurre il più possibile i rischi. e sprattutto lasciamo che la bellezza entri nelle nostre vite, che sia ascoltare Tchaikovsky o Chopin, guardare un bel film o un documentario, rileggere un classico. Mettiamo a frutto questo tempo.

Buona Pasqua di rinascita a tutti da Liberi di scrivere!

:: Stato di famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore 2019) a cura di Nicola Vacca

19 aprile 2019

copaz

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Attendevo Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, il primo libro di sideKar, una nuova collana di narrativa pubblicata da Arkadia editore.
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questi racconti, che in un certo senso formano un romanzo, mi sono venute in mente alcune parole di Cioran in merito ai libri che devono frugare nelle ferite e che devono allargarle fino a diventare essi stessi un pericolo.
La scrittura di Alessandro Zannoni è arrivata come un colpo d’ascia che mi ha spaccato virtualmente il cranio.
Non abbandonando mai la letteratura, l’autore compie un indagine intorno al male, osando sempre chiamarlo per nome con tutto il suo sangue che ogni giorno versa nelle nostre esistenze.
Ogni racconto ha per titolo il nome del protagonista e inizia con un delitto efferato che egli commette in seno alla propria famiglia.
L’autore usa una tecnica di montaggio a ritroso e una scrittura crudele, asciutta e essenziale, che arriva diretta come una pugnalata che squarcia la carne, per ricostruire le cause che hanno portato il protagonista a compiere il gesto insano e omicida.
Le storie crudeli di Alessandro Zannoni si consumano tutte in famiglia e nei suoi racconti estremi troviamo rappresentato tutto il male che oggi la cronaca ci sbatte davanti agli occhi con tutto il suo carico di ferocia.
Mariti che picchiano e uccidono le mogli, donne che la fanno finita insieme ai loro figli perché non reggono più la violenza familiare, figli che massacrano i genitori perché hanno completamente perso la ragione, padri che sterminano l’intera famiglia.
Zannoni in questi racconti brevi, senza nessun filtro e a colpi di machete, ci rappresenta il nostro mondo familiare massacrato dalla violenza degli esseri umani.
Noi lettori lo percepiamo come un pugno allo stomaco perché la scrittura del suo autore si avvale del sanguinamento. Zannoni scrive per svegliare e quindi è consapevole che c’è un solo modo per raccontare il male che siamo capaci di fare.
Guardarlo in faccia e descriverlo con la stessa crudeltà con cui lui arma la nostra follia.
Lucio, il protagonista dell’ultimo Stato di famiglia, colpisce a morte Silvia, sua moglie. Lei, inciampando si rivolge al marito e chiede perché. Lui si spaventa e la colpisce ciecamente fino a che non smettere di dire perché.
Questo è uno dei brani del libro che più mi è rimasto impresso.
Alessandro Zannoni vuole dirci che al male che coviamo dentro non c’è un perché. Siamo maledettamente sedotti dal suo fascino sinistro e abbagliati dalla sua luce perversa non siamo mai lucidi da considerare i suoi effetti collaterali devastanti.
Stato di famiglia è un libro riuscito perché la scrittura nera e appuntita di Alessandro Zannoni si conficca come un chiodo nella nostra carne viva di uomini che (anche in chiusura il pensiero va a Cioran) sappiamo essere solo il cancro della terra.

Alessandro Zannoni scrive romanzi per adulti e per ragazzi, pubblica racconti su antologie e riviste di settore. Ha scritto i testi del fumetto “Il cugino” disegnato da Lorenzo Palloni. Nel 2002 ha dato vita al FestivalNoir di Lerici, che si è trasformato negli incontri letterari “Leggere fa male”. Nel 2018 ha organizzato “Mi piace corto”, primo festival Italiano dedicato al racconto. Dal 2017 scrive per il cinema. Conduce “Senzafiltro” un programma in diretta radioweb su www.radiorogna.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Tania Murenu dell’Ufficio Stampa Arkadia Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Fantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) ne parliamo con l’autrice Michela Tilli a cura di Viviana Filippini

19 aprile 2019

Fantalà 1. Due strane creatureFantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) di Michela Tilli è il primo volume di un trilogia che ha per protagonista il piccolo Simone alle prese con compagni dispettosi e scherzi che vanno ben oltre il gioco, rivelandosi veri e propri atti di bullismo. Simone affronterà questa situazione da solo, poi arriveranno due piccole e strane creature (Ben e Grimm) che lo aiuteranno, spesso combinando grandi pasticci, a sistemare un po’ le cose. Ne parliamo con l’autrice.

Ben trovata Michela, come è nata l’idea della saga di Fantalà 1. Due strane creature?

C’è un’immagine che ricorre nelle mie fantasie fin dall’infanzia. È quella di un’ombra che vive sotto il letto di un bambino: è il suo amico immaginario ma è anche, nello stesso tempo, l’Uomo nero, la rappresentazione del male. Proveniva, se non ricordo male, da un episodio di una serie televisiva che mi aveva colpito molto, Ai confini della realtà. I miei romanzi nascono sempre da una piccola idea, a volte un’immagine come questa, che poi prende un’altra strada. In questo caso, quando ho deciso di scrivere la mia prima storia per ragazzi, sapevo che avrei raccontato della difficoltà di distinguere il bene dal male. E quale tema migliore e più attuale del bullismo per parlare dell’incerto confine tra bene e male? Gli adulti che dovrebbero educare i bambini spesso fanno confusione tra la capacità di reagire e l’uso stesso della violenza. E anche i diretti interessati, bulli, vittime, gregari e testimoni non hanno ben chiaro cosa sia bene e cosa male. E così l’ombra nera della mia infanzia è diventata un omino simpatico e colorato, anzi due, che appaiono a Simone nel momento di massima confusione.

Simone è vittima di brutti scherzi di alcuni compagni di classe e ha un nemico: il capobanda Emiliano, bulletto di turno figlio del capo del padre. Quanto questa situazione grava sul protagonista?

Simone vive questa situazione con grande sofferenza. Non ha voglia di andare a scuola e i genitori pensano che sia pigro. Sperimenta i primi insuccessi scolastici e vede la delusione sul viso degli adulti che gli stanno intorno, genitori e insegnanti. La verità è che ha paura ed è stanco di dover combattere ogni giorno per la propria tranquillità.

Grimm e Ben, due simpatiche creature o le parte ribelle e buona che vivono in Simone?

Ben e Grimm sono due creature concrete, che irrompono nel mondo di Simone portando un simpatico scompiglio e una serie di soluzioni ma anche di problemi ulteriori. Naturalmente nascono dal suo cuore e rappresentano la parte buona e la parte ribelle, ma il compito della fantasia è dare corpo e voce alle idee per vedere dove ci portano. Quando Ben e Grimm rotolano fuori da Fantalà per aiutare il loro protetto, nessuno potrà più fermarli, né controllarli. Ribellarsi a volte è un bene ed essere sempre buoni in certe occasioni bene non ci fa. Come tutti i personaggi, Ben e Grimm hanno cominciato presto a reclamare la propria indipendenza.

Il protagonista sarà coinvolto in diverse avventure e disavventure, e non sempre verrà creduto dagli adulti (maestre e genitori). Perché ci sono queste incomprensioni?

Purtroppo, nonostante tutte le conoscenze che noi adulti abbiamo in campo educativo, spesso svalutiamo il disagio dei ragazzi e scambiamo per pigrizia e inettitudine il dolore che i bambini non riescono a esprimere in altro modo. E una volta che iniziano le incomprensioni, una tira l’altra, fino a creare uno stato di incomunicabilità. I ragazzi possono mentire per coprire un fatto di scarsa importanza, solo per evitare la solita ramanzina o per non vedere la solita espressione sul volto dell’adulto che amano. Poi la menzogna si fa più grande per coprire la precedente, e così via. Oppure raccontano la verità, magari con il loro speciale punto di vista, ma gli adulti non ascoltano.

Questo primo romanzo può essere visto come l’inizio di un cammino di crescita e maturazione per Simone?

Sì, l’idea di continuare la serie con altri due volumi nasce proprio da lì. Volevamo, insieme con l’editore, raccontare un percorso di crescita. Simone cambia molto tra l’inizio e la fine di questo romanzo, ma continuerà a cambiare anche dopo nel secondo e terzo volume. A una velocità che ben conosce chi osserva i bambini da vicino.

Fantalà tratta il tema del bullismo con l’aggiunta della componente fantastica, come è stato mescolare questi due elementi?

Anche quando mi occupo di temi molto concreti e reali, sia in Fantalà sia nei romanzi per i lettori adulti, non posso fare a meno della componente fantastica. È per me proprio connaturata alla scrittura. Di solito si tratta semplicemente del rapporto tra realtà esterna e realtà mentale dei personaggi. Mentre qui, parlando di ragazzi e ai ragazzi, ha assunto un’importanza ancora più spiccata, forse a causa dei riferimenti alle mie letture infantili. Avevo, credo, sette anni quando in Italia uscì uno dei libri che ho amato di più in assoluto, La soria infinita di Ende, il primo libro che poi ho letto a entrambi i miei figli.

Per chi è vittima o testimone di atti di bullismo quanto è importante raccontare il proprio stato di disagio interiore?

Parlarne è il primo passo per tutti, l’unico veramente importante. Gli atti di bullismo sono molto frequenti e avvengono a ogni livello, anche tra adulti, sebbene li chiamiamo con nomi diversi. A volte sono atti gravissimi, a volte sono piccole estenuanti molestie, come prese in giro e dispetti ripetuti, che debilitano l’autostima di chi le subisce. Non se ne parla per vergogna o per paura. I testimoni, a volte, per quieto vivere. Ed è lì, nell’omertà, che si annida il vero pericolo: che è il pericolo della ripetizione più che dell’atto violento in sé. La ripetizione diventa ansia e ricatto. Le persone si spezzano e non riescono più a reagire.

Ha già elaborato gli altri libri della saga?

Sì. Il secondo volume è terminato e il terzo è a buon punto. Questa volte mi dispiace quasi finire di scrivere, cosa che invece di solito è un sollievo. Perché il romanzo richiede una grande fatica, ma Simone, Ben e Grimm mi hanno riservato grandi sorprese. Quando si lascia campo libero alla fantasia, si scoprono meraviglie che non pensavamo potessero prendere vita.

:: Vagoni gialli di Orazio Turrisi

19 aprile 2019

immagine treno

Quando papà torna a casa, di rientro dai campi, sono le quattro del pomeriggio e il treno dai vagoni gialli fischia forte, fermandosi nella stazione di sotto lungo la vallata.
Quando papà torna a casa, entra in cortile con l’apecar, scende dal mezzo e scalcia contro un gradino per levarsi la terra da sotto gli scarponi.
Quando papà torna a casa, e fa le scale per raggiungere la porta d’ingresso, corro verso la mia camera, mi ci chiudo dentro e faccio finta di fare i compiti.
Quando papà torna a casa, entra con in braccio il fagotto dei suoi vestiti sporchi, sbatte la porta dietro di lui, e quel tonfo acuto mi scuote forte la pancia.
Quando papà torna a casa, aspetto che passi davanti alla mia porta chiusa, mi tappo le orecchie con entrambe le mani e tengo gli occhi premuti, sperando che non apra.
Quando papà torna a casa, dopo qualche minuto devo andare in cucina a salutarlo, dandogli un bacio sulla guancia perché la mamma dice che si fa così.
Quando papà torna a casa è sempre nervoso e se la prende prima con la mamma e poi con me; l’odore del suo sudore si confonde con il profumo aspro dei limoni.
Quando papà torna a casa e si arrabbia con me senza motivo, vorrei spaccargli la faccia con la pompa della mia bicicletta così da farlo smettere di abbaiare.
Quando papà torna a casa mi sento uno scemo, e vado alla finestra della mia camera, spalanco le ante, mi metto con i gomiti sul davanzale e appoggio il viso sulle mani.
Guardo le nuvole volare sopra di me e il treno delle quattro e cinque ripartire, attraversare gli spazi vuoti fra una pianta di ulivo e l’altra, smuovere le foglie scosse dal suo passaggio; e penso che un giorno, quando sarò grande e il mio salvadanaio sarà
pieno di monetine, comprerò il biglietto per salire su uno di quei vagoni gialli, senza più tornare a casa.

Orazio Turrisi è nato a Giarre, in provincia di Catania, ha 39 anni ed è laureato in Ingegneria Elettrica. Scrive racconti da sempre e da un anno sta perfezionando la sua formazione alla scuola di scrittura di Raul Montanari. Vive a Milano, dove lavora come project manager in una società di gestione della rete gas. Da sempre appassionato di letture, gli scrittori a cui si ispira sono i classici della letteratura italiana e siciliana in particolare come Sciascia, Bufalino e Sapienza.