Trappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino, edito nella collana Tascabili Noir di Fratelli Frilli Editore, rientra a pieno titolo nella categoria di opere a carattere regionale in cui una città, in questo caso un’ estiva e torrida Torino, assume un’importanza rilevante per l’azione diventando essa stessa personaggio.
Frilli ha seguito questo criterio con un certo entusiasmo facendoci conoscere la Genova di Bruno Morchio, e di Claudio Bo, la Milano di Adele Marini, la Mantova di Antonio Caron, portandoci in somma in giro per l’Italia, un’Italia in noir, in cui attualità, trame poliziesche, e caratterizzazione geografica, costituiscono il carattere distintivo.
L’attualità è anche al centro di questo romanzo torinese, in cui Facebook, popolare social network con cui bene o male tutti abbiamo avuto o abbiamo tuttora a che fare, assume un ruolo di catalizzatore di eventi.
Le cronache dei nostri giorni sono piene di eventi a volte drammatici legati a questa realtà virtuale che non sempre resta tale. Virtuale e reale si intrecciano e a volte può succedere che si commettano crimini, che vanno dallo stalking all’omicidio.
Se dunque il punto di partenza è interessante o quanto meno di stretta attualità, gli sviluppi sono abbastanza consueti. Rocco Ballacchino utilizza questo spunto come filo conduttore di una vicenda un po’ complicata che inizia da un incontro tra due utenti di Facebook, Daniele e Marzia, che si danno appuntamento a Porta Nuova un pomeriggio d’estate.
Non si conoscono, se non tramite scambi di messaggi; Daniele non ha mai visto neanche una foto di questa donna ma sogna il possibile grande amore, l’incontro che ti cambia la vita. Marzia “Bambi” Paolini non arriverà mai a Torino, Daniele la aspetterà inutilmente al binario 13, conscio di poter essere anche vittima di uno scherzo, di un innocuo raggiro.
Ma la realtà è molto più drammatica. La donna è stata uccisa a coltellate e di questo delitto il maggior sospettato è lui.
Le domande che si susseguono sono tante. Chi l’ha uccisa? Chi ha ideato un piano così diabolico da scaricare la colpa su di lui? Quale nemico Daniele ha, nascosto nell’ombra, ma così implacabile? Daniele non ha scelta, deve scoprire la verità.
Il protagonista, Daniele, piuttosto sprovveduto all’inizio, con una vita monotona e noiosa trascinata tra casa e lavoro, è il classico uomo qualunque, che l’unica volta in cui tenta qualcosa di non consueto, di diverso dal solito, finisce per cacciarsi in un guaio più grande di lui, in una caccia all’uomo dove la sua ingenuità e la sua inesperienza dovranno essere ben presto messe da parte se vuole avere una speranza di avere ragione del nemico che ha ideato questa trappola a suo danno.
Una certa estraniante irrealtà, dovuta forse anche al tema trattato e alla precisa caratterizzazione psicologica del protagonista, indebolisce un po’ la narrazione anche se lo stile è per lo più scorrevole, descrittivo, venato anche da un certo umorismo, molto torinese, molto understatement. Solo qualche inciampo nell’ utilizzo di vocaboli che sinceramente non avrei utilizzato.
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:: Recensione di Trappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editore, 2013)
22 febbraio 2013:: Recensione di I baci di una notte di Antonella Boralevi (Rizzoli, 2013)
15 febbraio 2013
I baci di una notte (Rizzoli, 2013) di Antonella Boralevi è un breve romanzo molto particolare, insolito sia per struttura narrativa, in cui il registro poetico ha una parte rilevante, che per tematiche ed esiti. Se inizia come la più classica storia d’amore – una rivisitazione moderna di una delle fiabe più amate, archetipo di generazioni di sogni femminili, Cenerentola – gli sviluppi sono del tutto inattesi e si discostano grandemente dal tipico romanzo sentimentale. Sì, si parla di sentimenti e paradossalmente anche della negazione degli stessi, ma il fulcro della narrazione ci porta a considerare come l’amore entri nella vita di due persone, diversissime in tutto, per condizione sociale, sensibilità, aspettative, e rivoluzioni i punti di vista. Protagonisti di questo romanzo sono due ragazzi: Santina e Sigieri. Vent’anni. Niente che li unisca se non uno scherzo del caso, che li fa incontrare la notte di Capodanno in un rifugio di Cortina. Santina è una ragazza semplice, di modeste origini, nata in Sicilia. Una ragazza dei nostri giorni che ha toccato con mano gli effetti della crisi dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. La fabbrica è chiusa, solo cartacce trasportate dal vento al suo ingresso, e suo padre è una delle tante vittime: disoccupato, passa il tempo a giocare a carte con gli amici in cerca di un lavoro che non c’è. In cerca di un futuro, di una speranza per il domani Santina si trasferisce a Milano e qui lavora in un fast-food. Si accontenta di poco: vestiti presi a pochi euro nei grandi magazzini, la compagnia della sua migliore amica Gessica, con il ciuffo fucsia, il sogno di fare studiare il fratellino, bravissimo in matematica, e di incontrare l’amore, quello che ti cambia la vita, quello che ti da una ragione per esistere. Sigieri al suo opposto ha perso la capacità di sognare. La vita gli ha dato tutto, bellezza, salute, ricchezza ma non gli ha impedito di fare i conti con la noia, l’egoismo e il cinismo che contamina il suo ambiente, la sua famiglia, il suo intero mondo. Quando vede per la prima volta Santina, seduta ad un tavolo, in una festa privata in cui non dovrebbe stare, nei suoi poveri vestiti dozzinali, così diversa dalle ragazze che è solito frequentare, qualcosa scatta, l’istinto del predatore, o forse l’amore stesso anche se lui non se ne rende conto. L’avvicina per una scommessa crudele con un amico, più cinico e infelice di lui, e questo incontro sfocia in un atto d’amore, consumato sotto la fredda luce di un bagno, in cui tenerezza e aggressività si scontrano facendo dubitare alla ragazza stessa che sia stato amore. Ma non si abbandonano mai le persone che si amano. E questa verità emergerà dolorosa nelle pagine seguenti fino al non scontato e imprevedibile finale.
:: Recensione di Vipera di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone
28 gennaio 2013
Ella portava un braccialetto strano:
una vipera d’oro attorcigliata,
che viscida parea sotto la mano
viscida e viva, quando l’ho toccata…
Quando ella abbandonavasi
fremente sul mio seno,
parea schizzasse tutto il suo veleno!
Da questa famosissima canzone del 1919 di Mario E.A. (Giovanni Ermete Gaeta) prende il nome d’arte Maria Rosaria Cennamo, Vipera appunto, giovane e bellissima prostituta, attrazione principale del Paradiso, casa di appuntamenti nell’antico palazzo di via Chiaia, quartiere elegante di Napoli, trovata morta un pomeriggio, nella sua stanza impregnata di profumo francese e disinfettanti, soffocata da un cuscino.
E così, con la scoperta del suo cadavere, inizia Vipera – Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni edito da Einaudi nella collana Stile Libero Big. Siamo nel 1932, la primavera è nell’aria. La Settimana Santa, che porrà fine alla Quaresima e porterà la Pasqua in ogni casa, con i suoi riti, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici, sta iniziando e l’intera città lentamente si risveglia: il Caffè Gambrinus mette i suoi tavoli fuori, il suonatore cieco di fisarmonica intrattiene i passanti con le sue polke e i suoi tanghi in cambio di una moneta, i venditori ambulanti attirano i clienti, ancora in maniera sommessa, dopo tutto la Quaresima non è ancora finita, e il commissario Ricciardi sa che sotto quella apparente innocenza si muovono forze oscure, terribili, impossibili da controllare.
Quando in commissariato arriva Marietta, la guardiana del Paradiso, annunciando un omicidio, le sue peggiori supposizioni sembrano avverarsi. Ormai Ricciardi conosce la sua città, conosce l’animo umano, e continua a vedere sul suo cammino l’ombra di coloro che sono morti in modo violento, percependone l’ultimo pensiero, la sua condanna, la sua missione. Vipera, solo una puttana, non merita quasi attenzione per il vicequestore Angelo Garzo, più preoccupato che il Paradiso riapra per accontentare i suoi ricchi frequentatori, a chi vuoi che importi della morte di un essere così senza valore, senza importanza; ma per Ricciardi è diverso, anche Maria Rosaria Cennamo aveva sentimenti, aveva un passato, una vita che meritava di essere vissuta, anche a lei si doveva rispetto e giustizia, e così inizia le indagini con lo stesso impegno di sempre e si affida al fatto, l’ultimo pensiero della morta: Frustino, frustino. Il mio frustino.
Tutto è sotto i suoi occhi, l’assassino ha commesso un errore, ha lasciato una traccia, ma lui non la vede, altri pensieri lo assorbono; i presunti colpevoli si moltiplicano, tutti con moventi plausibili, tutti con una ragione per volere morta quella donna, troppo bella e la bellezza non è per tutti, bisogna permettersela, non può appartenere ad una povera ragazza del Vomero. Le prostitute, peccatrici pubbliche, non meritano una sepoltura in terra consacrata, i loro cadaveri vanno gettati in fosse comuni, senza nome, senza riguardo, così dice la morale comune, ma Vincenzo Ventrone, uno dei due soli clienti di Vipera, proprietario di una ditta di arredi sacri, non lo può permettere, e così le compra un funerale, con tanto di processione pubblica e benedizione del prete e proprio durante il corteo funebre il dottor Modo, per difendere una delle ragazze dalle molestie di alcune camicie nere, pesta i piedi al figlio di un gerarca di Roma e finisce in seguito per essere arrestato con destinazione Ventotene.
Per Ricciardi l’amicizia è sacra e, inghiottendo il suo orgoglio, cercherà aiuto per l’amico proprio da Livia, la donna che fa di tutto per scoraggiare ed allontanare da sé, l’unica che lo può aiutare per i suoi agganci, che in realtà disprezza, con il potere. Poi proprio un aneddoto raccontato dal dottor Modo farà capire a Ricciardi chi è il colpevole, chi aveva più di tutti una ragione per uccidere Vipera e anche gli ultimi pensieri della morta, come sempre, troveranno una spiegazione.
Sesto episodio della serie dedicata a Ricciardi, Vipera rappresenta un punto di svolta della saga, un cambiamento dettato dalla maturità artistica e compositiva raggiunta da de Giovanni che esplicita un’ evoluzione non solo stilistica ma anche tematica. Se la freschezza narrativa dei primi episodi si stempera e la novità fa posto ad una familiarità più marcata con personaggi e situazioni, ormai per esempio il fatto di Ricciardi è diventato quasi una consueta abitudine, accettata e quasi metabolizzata, tuttavia i germi contenuti in questo episodio, sono molteplici e tutti ampiamente ricchi di potenzialità.
Innanzitutto la matrice poliziesca lascia il passo sempre più ad una visione della storia più complessa e composita, come è complesso il personaggio di Ricciardi. L’indagine, seppur presente, quasi sbiadisce rispetto all’evoluzione del personaggio e alla sua presa di coscienza, anche politica. L’infelice battuta, che Ricciardi dice a Livia nel Caffé Gambrinus, si ricollega a mio avviso a questa avversione sempre maggiore per il regime di cui lui è pubblico ufficiale, oltre al tentativo di ferire e allontanare una donna che evidentemente non ama e di cui subisce solo l’attrazione.
Comunque anche il personaggio di Livia subisce un’ evoluzione e metabolizza una presa di coscienza che lo rendono ben lontano dallo stereotipo della femme fatale classica opposta alla donna angelicata, Enrica. E anche qui merita un plauso la capacità dell’autore di tratteggiare rapporti sentimentali forse melodrammatici, fatti di sorrisi, inchini, saluti da lontano, ma legati al periodo. Ragazze come Enrica, che conoscevano l’amore solo dalle canzoni alla radio, dai film al cinema, o dalle confidenze delle sorelle o amiche sposate, per quanto suoni anacronistico al giorno d’oggi, esistevano davvero, anzi probabilmente erano la norma.
Lo stile molto particolare di de Giovanni, poetico e verista allo stesso tempo, attento alle tematiche sociali, politiche, culturali e storiche si presta a grandi sviluppi e sono molto curiosa di scoprire in quali direzioni andranno i successivi episodi. In questo romanzo l’amicizia è la vera protagonista a mio avviso, l’amicizia che lega il dottor Modo a Ricciardi, Tata Rosa ad Enrica, il brigadiere Maione a Bambinella, la stessa Vipera per Peppe O’Frusta, un sentimento che supera quasi l’amore per intensità, un sentimento che spinge anche a fare scelte difficili e forse non pienamente condivisibili, pensiamo solo al senso di lealtà e riconoscenza che spinge Ricciardi ad abbandonare Tata Rosa la notte di Pasqua.
Ma Ricciardi non è un personaggio perfetto, ne pretende di esserlo: è pieno di contraddizioni, commette errori, la sua introversione lo porta a non riuscire a fare piena luce sui suoi stessi sentimenti, il fatto l’allontana dalla consueta normalità alla quale ambirebbe. E proprio questi limiti penso lo rendano più umano e ben poco convenzionale.
Anche il periodo storico sta diventando più drammatico, oltre alla crisi econonica e sociale con fame e miseria diffusa, siamo ancora nel 1932, ma il fascismo sta per manifestare la sua faccia più feroce: le leggi razziali, la violenza squadrista, il controllo della polizia segreta fatto di delazioni e ricatti, la soppressione degli oppositori politici, l’alleanza con il nazismo, la Seconda Guerra Mondiale che si avvicina. Sono certa che Ricciardi avrà ancora molto da dire.
:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone
24 febbraio 2012
“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”
Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.
Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu. Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.
Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.
Recensione di Come vento nelle risaie di Carlo Molinari (Castelvecchi, 2011) a cura di Giulietta Iannone
7 febbraio 2012
I giorni continuarono a trascorrere. Più tranquilli visto che di aerei e di bombe non se ne sentivano più. L’odore di kerosene e di polvere era sostituito, lentamente, da quello che i ragazzi ricordavano appena. Ibisco, loto. Odore di erba fresca. Della loro grassa terra. E del tempo. Che sembrava si potesse fermare per sempre.
Come il vento delle risaie Il contadino di Pol Pot di Carlo Molinari edito nel febbraio del 2011 da Castelvecchi Editore è un romanzo poetico e doloroso uscito quasi in punta di piedi, senza clamore, e che probabilmente mi sarebbe sfuggito se l’autore non me l’avesse segnalato facendomene inviare una copia. Ho cercato in rete recensioni, segnalazioni, anche solo un accenno, e stranamente, a parte i siti che vendono libri, nessuno ne fa menzione. Ed è un peccato, avrebbe meritato più visibilità non fosse altro perché è scritto bene, con un soffio di delicatezza tutta orientale, sebbene l’autore sia italianissmo e tratti temi drammatici come la guerra, le torture, le deportazioni, i campi di rieducazione. Con la collaborazione di Claudio Bussolino, curatore di un sito estremamente interessante sulla Cambogia e non solo , che ha curato la parte storico-topografica, Molinari ci accompagna in un viaggio doveroso e necessario tra le pieghe della storia aiutandoci a fare luce su alcuni fatti e retroscena di un paese antico e misterioso come la Cambogia fatti che stranamente sembrano avvolti da una fitta coltre di silenzio e oblio. Il 17 aprile del 1975 i guerriglieri comunisti passati alla storia con il nome di Khmer rossi entrarono a Phnom Penh ponendo di fatto fine alla guerra civile e dando inizio al regime di Pol Pot. La Cambogia divenne “Kampuchea Democratica” per un periodo che durò tre anni, otto mesi e venti giorni, fino alla conquista del paese da parte del Vietnam nel gennaio del 1979. Ricordo un documentario piuttosto agghiacciante visto qualche anno fa su Rai 3 che mi aveva reso meno asettico quello che avevo letto nei libri di storia. Come il vento delle risaie con lo stile e la lievità di un racconto tradizionale buddista ci porta a vedere la storia attraverso gli occhi di un umile contadino analfabeta Samang, un uomo semplice, nobile nel suo culto per la famiglia e l’amicizia, la cui massima aspirazione è vivere in pace coltivando le sue amate risaie e suo malgrado si trova catapultato in eventi drammatici di cui non è responsabile. Le nere bombe che cadono dal cielo, bombe americane, quando lui non sa neanche chi siano gli americani o dove vivano, gli portano via sotto gli occhi la giovane moglie Bopha, la moglie più dolce che un uomo potesse desiderare, i soldati Khmer gli portano via suo figlio facendolo diventare uno di loro. Punto culminante della storia è l’incontro tra Samang e Pol Pot, incredibile, forse anche impossibile perché è decisamente improbabile che un contadino avesse potuto avvicinarsi al Fratello Numero 1 senza pagare con la vita. Tuttavia nelle brevi parole che si scambiano, dettate dal coraggio di chi non ha più nulla da perdere, traspare la forza dei sentimenti che si contrappone alla ferocia e alla violenza del potere. Educativo.
Carlo Molinari nasce a Roma nel 1958, dove svolge la professione di chirurgo urologo. Artisticamente, come cantautore, cresce tra le stanze polverose del Folk-Studio di via Sacchi, nel cuore di Trastevere, fucina del cantautorato romano. È autore di testi e musiche. Il cd “La fortuna di un giorno qualunque”, è stato prodotto e pubblicato dall’etichetta indipendente Storie di Note nel 2001.
Source: libro inviato dall’autore.
:: Recensione di The day is yours. Kenneth Branagh di Ilaria Mainardi
14 dicembre 2011
The Day is Yours. Kenneth Branagh saggio monografico dedicato a Kenneth Branagh di Ilaria Mainardi pubblicato da Siska Editore nasce forse da una scommessa, da un azzardo direbbero alcuni, gettare nuova luce sul percorso artistico e umano dell’attore, regista e produttore di Belfast. Senza pretese di esaustività infatti l’autrice ci tiene a dire nella prefazione “Non ci soffermeremo, non per statuto almeno, sui singoli lavori diretti e/o interpretati da Kenneth Branagh, già studiati e discussi in testi di ottimo livello e sulle pagine di riviste specializzate, ma proveremo piuttosto a percorrere la linea curva della ricerca autoriale, tratteggiando ciò che la caratterizza al di là di ogni ragionevole dubbio: la libertà” e con la tenacia di studiosa e innamorata Ilaria Mainardi ci presenta un punto di vista del tutto personale caratteristica essenziale dei libri che parlano di cinema e dei saggi in generale se è vero che “Il saggio è l’arte di intrattenere il lettore lungo un percorso di riflessione che sia prima di tutto personale”. A prescindere se si condividano o meno le riflessioni dell’autrice nel considerare Branagh “uno dei più compiuti esempi di ciò che teatro e cinema dovrebbero essere. Non soltanto poiché l’attore e regista irlandese incarna un modello di meticolosa tecnica che mai si è piegata di fronte al birignao o alla chimera dei lustrini e del successo, ma anche per il carico di vitale umanità che è forse la cifra più piacevolmente sconvolgente del suo talento” bisogna tuttavia ammettere il valore dell’opera di questa giovane autrice che si distingue per competenza, specialmente nel trattare temi inerenti al teatro e per capacità formale grazie allo stile elegante del suo linguaggio cadenzato da un’ attenta scelta di riferimenti e note a margine oltre che link diretti a testi e articoli che ogni buon critico dovrebbe conoscere. E’ un opera colta, anche difficile se vogliamo, non è semplice comprendere le riflessioni più tecniche che magari passeranno e risulteranno comprensibili solo ad una successiva e più attenta lettura, magari corroborata da testi di tecnica cinematografica e teatrale. L’amore squisitamente platonico che lega l’autrice a Branagh pregiudicherà la sua obbiettività? A mio avviso questo rischio non si corre, perché proprio le doti spiccate se non esclusive della leggenda irlandese nutrono questo amore, il cui valore che si ami o meno Branagh come persona non possono essere messe in discussione. La sua potenza espressiva e capacità tecnica, oltre che ad un originalità interpretativa non priva di un guizzo di eccesso che di norma accompagna il genio, sono infatti raramente messe indubbio anche dai suoi critici più feroci. Forse il rigore e la sistematicità dell’addetto ai lavori cede il passo alla passione in alcuni tratti ma ciò non pregiudica l’esito finale. Se la buona critica è fondata sulla padronanza di stile e su argomentazioni forti, senz’altro The Day is Yours. Kenneth Branagh è buona critica, sincera, schietta, che diverte e interessa, contagia con il suo entusiasmo e educa con la sua preparazione tecnica. Poi non si può separare Kenneth Branagh da William Shakespeare, sebbene la Mainardi ci tenga a sottolineare che Branagh è anche altro. Non si può tralasciare l’Enrico V, l’opera che sicuramente mi ha personalmente affascinato più di tutte per profondità e maturità, poi l’Hamlet, il suo Jago in un Otello forse minore rispetto ad altre rappresentazioni, o le opere buffe Molto rumore per nulla, Pene d’amor perdute, Come vi piace. Macbeth manca forse per superstizione, data la leggenda nera che ammanta questa tragedia, pur tuttavia penso che quando l’età glielo concederà non si esimerà da presentarci un superbo Re Lear. Oltre Shakespeare, Branagh esiste anche grazie ad altre opere come L’altro delitto, Gli amici di Peter, Frankestein, Sleuth, Il commissario Wallanderer, Thor opera per la quale la Mainardi spende parole originali ricollegando la mitologia norrena all’ossatura stessa del teatro shakesperiano tanto da testimoniare che Branagh non è un sofisticato snob chiuso nell’aristocratico club del teatro cosiddetto alto, ma sa contaminarsi, prendersi in girò, confrontarsi con la contemporaneità. Che si ami o si odi Branagh The Day is Yours è un testo che aiuterà a comprendere il suo genio e la sua sregolatezza. La copertina è stata realizzata da Elio Cossu. Una curiosità la corretta pronuncia del nome Branagh è omettendo il gh. The Day is Yours. Kenneth Branagh è disponibile dai primi di dicembre in formato epub (per Ipad e tablet in genere, iphone, Adobe Digital Edition) e presto in formato mobi (kindle) sul sito www.siskaeditore.it e sui siti di e-commerce editoriale al prezzo di 4.99 Euro.
:: Recensione di Maddalena e le apocalissi di Luigi Bernardi a cura di Giulietta Iannone
3 novembre 2011
Tre voci in prima persona, tre personaggi al maschile, un professore universitario, uno scrittore, un vigile del fuoco, sono i protagonisti dei tre racconti che compongono e danno vita a Maddalena e le apocalissi di Luigi Bernardi Senzapatria collana Sostengo Pereira Pagine 120 Euro 10. Il genere apocalittico è una branca della fantascienza che ha avuto risultati bizzarri in mano ad autori non esclusivamente specializzati in sci fi. Penso solo a La strada di Cormac McCarthy, un romanzo post apocalittico di culto o a Cecità di Jose Saramago in cui l’intera popolazione diventa cieca per un’epidemia senza precedenti. Molto spesso si parla di fine del mondo per esorcizzare i demoni del presente. Guerre, malattie, crisi economiche, incombono sulla nostra realtà e accettiamo tutto filtrato dai telegiornali, dalle chiacchiere dal panettiere, dagli articoli in prima pagina dei quotidiani, ma questi mali racchiudono un’attesa, una condanna, una versione definitiva non edulcorata che porterà la fine della nostra civiltà, l’estinzione del genere umano come al tempo dei dinosauri. La vita sulla terra è una condizione transitoria e questa precarietà, questa incertezza è ben testimoniata da questi tre racconti dal retrogusto amaro e avvelenato. In Solo il mare, il racconto che apre il volume, veniamo catapultati in un mondo devastato dalla guerra, bombe che cadono, palazzi sventrati, università chiuse perché i ragazzi devono combattere e non hanno più tempo per imparare, il protagonista si prepara a fuggire con la sua donna Maddalena, una creatura di una bellezza sovrumana incontrata un giorno al supermercato mentre combattevano per un carrello con la monetina per sbloccarlo in mano, un amore totalizzante, solare fatto di fiducia e di completo abbandono, emozioni simili lui professore universitario di lettere le ha vissute solo sui libri ora le vive nella realtà ed è pronto a tutto fino a compiere un atto estremo, una metamorfosi che lo trasforma in un pesce e il mare diventa l’unica via di fuga anche se il destino che li attende non prevede il lieto fine. In Il gioco di M torna un incubo ricorrente della nostra contemporaneità l’11 settembre data dopo la quale niente è stato più lo stesso, un uomo e una donna si amano in un mondo dove tutto ciò che resta della cosiddetta normalità sono per esempio le partite di calcio in stadi strapieni, i due amanti giocano e quando uno chiede all’altro che regalo vorrebbe la risposta risulta spiazzante: “ Amore. Se proprio vuoi regalarmi qualcosa, regalami un 11 settembre”. Detto fatto, per quanto pazzesco il protagonista assiste in diretta televisiva al consumarsi di una tragedia inaudita, voluta da lui in fondo, che comporta la distruzione di M la sua amata e una promessa, di raggiungerla al più presto per fare l’amore sulle rovine del mondo. Infine Fuoco sui miei passi, racconto già uscito autonomamente sempre per Senzapatria, che se vogliamo è il più completo e paradossale con in aggiunta pure una spruzzata di erotismo. Vero protagonista oltre a Morelli, il vigile del fuoco che in prima persona parla di un delirante progetto radicale e assoluto, è il fuoco stesso, purificatore, che distrugge e nello stesso tempo permette un nuovo inizio. L’omaggio a “Fahrenheit 451 – gli anni della fenice” di Ray Bradbury è evidente, anche da una citazione dello stesso protagonista. Il mestiere del vigile del fuoco nel futuro sembra adattarsi al ruolo di incendiario e questa volta non si distruggono libri ma cadaveri che ingombrano le strade dopo ogni notte al posto dei sacchi dell’immondizia, Morelli e la sua donna Maddalena, tenente dell’esercito che se picchia sa come far male, decidono di radere al suolo con l’esplosivo una Bologna trasfigurata del 2037, per un nuovo inizio, un’apocalisse pilotata che racchiude in sé un lieto fine non privo di bizzarra ironia e forse speranza, chissà Bernardi forse vuole concederne un pizzico alla fine di tutto. C’è una poesia di Robert Frost che vorrei citare che mi sembra perfetta a conclusione:
Dicono alcuni che finirà nel fuoco
il mondo, altri nel ghiaccio.
Del desiderio ho gustato quel poco
che mi fa scegliere il fuoco.
Ma se dovesse due volte finire, so pure che cos’è odiare,
e per la distruzione posso dire
che anche il ghiaccio è terribile
e può bastare.
Luigi Bernardi è narratore, sceneggiatore e drammaturgo. Ha scritto alcuni libri sui rapporti fra crimine e contemporaneità, fra i quali: “A sangue caldo” (DeriveApprodi, 2001), “Pallottole vaganti” (DeriveApprodi, 2002), “Il male stanco” (Zona, 2003). Come narratore ha pubblicato un libro per ragazzi, i romanzi “Tutta quell’acqua” (Dario Flaccovio, 2004), “Atlante freddo” (Zona, 2006), “Senza luce” (Perdisa Pop, 2008), “Niente da capire” (Perdisa Pop, 2011) e quattro raccolte di racconti, la più recente delle quali è “Maddalena e le apocalissi” (Senzapatria, 2011). Per il teatro ha scritto: “Colpevole” (2003), “La conta” (2005, nuova edizione 2008), “Gaijin!” (2006, ripreso anche in un libro illustrato da Onofrio Catacchio e pubblicato da Black Velvet) e “I tempi stanno per cambiare” (2007), quest’ultimo insieme a Rosario Palazzolo. Per il fumetto ha sceneggiato “Fantomax/Non temerai altro male”, disegni di Onofrio Catacchio (Coconino Fandango, 2011) e “Carriera criminale di Clelia C.”, disegni di Grazia Lobaccaro (Black Velvet, 2011). Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in: “Macchie di rosso” (Zona, 2002). Il suo sito internet è www.luigibernardi.com.
:: Recensione di Il tribunale delle anime di Donato Carrisi (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone
10 settembre 2011
“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.
In una Roma sferzata dalla pioggia, inquietante e misteriosa, fatta di luci e di ombre come un dipinto di Caravaggio, un enigmatico personaggio si aggira per mausolei e chiese con un compito terribile: seguire le tracce, le anomalie presenti nelle pieghe più nascoste del male.
Marcus è un cacciatore del buio, un iniziato, un uomo che non esiste, e quel che peggio non ricorda niente del suo passato, se non un incubo ricorrente che lo accompagna ogni notte in cui muore e con lui muore la persona più importante della sua vita, il suo mentore, il suo maestro. Solo una cicatrice sulla tempia testimonia quel drammatico interrompersi della vita conosciuta. Un grido, degli spari, uno specchio che si infrange in mille schegge. L’orrore.
Ora è passato un anno da quei tragici fatti, ha una nuova guida, Clemente, un uomo dagli occhi buoni, un uomo che incarna il bene in ogni sua forma e gli presenta un caso da risolvere, gli mostra un dossier in un antico caffè vicino a piazza Navona.
Una ragazza è scomparsa. Allontanamento volontario dicono le autorità lavandosene le mani. Ma una serie di anomalie rendono il caso speciale: la ragazza è scomparsa nel cuore della notte dal suo appartamento. Svanita nel nulla e qualcosa non torna. La porta è chiusa dall’interno, alcuni effetti personali mancano.
A Clemente e Marcus basta un sopralluogo per capire che la ragazza è stata rapita.
Inizia la caccia, è una questione di tempo, solo Marcus può trovarla, solo lui ha il dono di vedere nel buio, di vedere cose che la gente comune, la polizia, non può vedere, che nessuno può vedere.
Poi si inseriscono altri personaggi, un serial killer con tatuato sul petto la parola “uccidimi”, una foto rilevatrice della Scientifica di Milano, Sandra, che indaga sulla morte del marito, caso che presenta mille discrepanze, un agente dell’Interpol sulle tracce di una misteriosa organizzazione che non dovrebbe in realtà più esistere, un poliziotto in pensione cieco, con sulla coscienza una colpa che porterà altra morte, altro buio. In un intricatissimo susseguirsi di eventi tra passato e presente si dipana una storia al limite dell’incredibile ma che se si fa fede all’autore presenta dati reali, la Penitenzieria esiste, la ragazza nello specchio è veramente esistita, un serial killer trasformista tra Ottocento e Novecento è veramente esistito.
Troppe coincidenze, troppe anomalie direbbe Marcus.
Premetto di non aver letto Il suggeritore, colpa grave lo so ma è un libro che per una ragione per l’altra mi è sempre sfuggito, per me Carrisi è una novità assoluta, mi sono avvicinata al libro senza aspettative, senza chiedermi sarà in grado di mantenere le premesse, di sopravvivere ad un successo che a volte ha il potere di rimanere un termine di paragone ingombrante per le opere successive.
Per me Carrisi nasce con Il tribunale delle anime e se mai leggerà questa recensione avrà l’insolita sensazione di considerare le opinioni di qualcuno che vede in quest’opera il suo debutto.
La prima parola che mi viene in mente è inquietante, Il tribunale delle anime è un libro che mette inquietudine, ci si interroga sì sulla vendetta e sul perdono, sulla colpa e sul meccanismo che ha fatto sì che ogni peccato, ogni crimine, meriti un giudizio, una sentenza già in questo mondo, non delegando tutto solo all’aldilà.
L’inferno è qui, è ora dice un personaggio, e in questa frase credo vada vista la chiave di lettura di questo libro.
E’ un thriller, sì, non ci sono componenti esoteriche, o soprannaturali, ma non ostante, il rigoroso realismo, molti interrogativi prendono vita. La mente umana ha davvero delle capacità e una profondità che sarà difficile sondare. Il caso della ragazza messicana che si “nutre” delle persone che ha intorno e le metabolizza come un fungo parassitario non mancherà di far correre qualche brivido sulla schiena anche dei più razionali.
Poi c’è Roma, la città eterna, con le sue vie, i suoi caffè, le sue chiese millenarie, quasi un personaggio altrettanto importante quanto i protagonisti in carne e sangue, oscura, e insolita, con una maledizione che l’avvolge e rende credibile lo scontro tra bene e male, in cui sfugge molto spesso chi sia dei due a prevalere.
Niente è come appare in questo romanzo e il finale avrà la capacità di ribaltare tutte le vostre certezze.
Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.
:: La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori a cura di Gea Polonio
7 giugno 2011Quando hai a che fare con Paolo Nori non sai mai come andrà a finire. Il suo affabulare è un torrente in piena, le parole scorrono con energia rimbalzando e deviando dal letto prestabilito ingrossate dal fluire dei pensieri.
È una raccolta di discorsi, questa, che detto così sembrerebbe quelle cose autocelebrative e un po’ pedanti, chissicredediesserequestoCalvino? Ma stiamo parlando di Nori, e qualunque categoria mentale, qualunque schema salta: senza botti, eh, quietamente, in un morbido e inesorabile tracimare di pensieri.
È a suo modo un unico saggio, questo: su concentrazione e scrittura, sull’onestà intellettuale, sull’importanza di restare nelle proprie braghe. Sulla memoria e la letteratura, sull’illusione di capire tutto in un mondo di esperti da divano, tra mamme che discutono di aeronautica senza aver mai messo piede su un aereo e nonni che invece avevano chiaro il concetto di quanto sia meravigliosamente utile un filo a piombo, sulla libertà interiore, che solo tu puoi portarti via. Su Tolstoj, su Benjamin, su Cage, sul liscio, sul viaggiare in treno e in macchina, sui matrimoni che non sembrano matrimoni e gli scrittori che non sembrano scrittori. E viceversa.
È una raccolta di saggi, questa: sulla fantascienza, dove si parla di Fruttero e Lucentini; sulla letteratura della DDR, dove si parla di bicchieri infrangibili e tele bianche, sull’arte moderna spiegata ai ciechi, e si parla del nonno, e di come ciò che non può essere spiegato debba essere taciuto; su democrazia e anarchia, e si parla di Daniil Charms. E se ne parla così felicemente che l’unica cosa da fare è correre in libreria e prcurarselo, Charms, e goderne ogni riga. Lo ha tradotto lui, Nori, e non c’è quasi soluzione di continuità tra l’uno e l’altro: le voci pur distinte si intersecano e danzano insieme, la poetica è simile, l’umorismo e la passione sono costanti di entrambi.
Charms, che in vita ha pubblicato solo cose per bambini, pur detestandoli. Charms, che si diceva fosse uscito un giorno per comprare le sigarette e svanito nel nulla, Charms di cui tutto quello che abbiamo è il contenuto di una valigia ritrovata tra le macerie di casa sua, un mucchio di appunti in cui la letteratura si mischia alla vita reale, Charms morto dopo essere stato rinchiuso in manicomio per dissidenza che era artistica malattia e schizofrenia che era disadattamento. È bellissimo, Disastri. È un mondo che si apre, surrealista e leggero e visionario e profetico.
E la lettura parallela dei due fa venir voglia di pensare, ridere, approfondire i discorsi buttati là con nonchalance. Voglia di abbandonarsi ai vortici sinaptici, di mischiare musica e parole e emozioni le più svariate, di partecipare.
Per dirla con l’ultima frase della quarta di copertina del Filo: è stato bello, c’era tanta gente, siamo stati bene.
Paolo Nori, La meravigliosa utilità del filo a piombo, Marcos y Marcos, 2011
Daniil Charms, Disastri, trad. di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011.
Source: libri del recensore.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria
:: Recensione di La notte dell’Aquila La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii a cura di Giulietta Iannone
8 febbraio 2011
La notte dell’Aquila – La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii è uno di quei libri che ci augureremmo di non dover leggere mai. E invece è necessario leggerlo, è necessario vedere scritto nero su bianco parole che fanno male, parole che descrivono come la vita umana conti così poco quando si parla di macroeconomia, speculazioni edilizie, movimenti tellurici che continuano dalla preistoria. Partendo infatti dall’evoluzione della Terra fino ad arrivare ai giorni nostri in un lungo percorso contraddistinto da un unico filo conduttore ossia l’irrequietezza del nostro pianeta gli autori effettuano un meticoloso processo di ricostruzione attraverso un racconto che prevede tre fasi, una preistoria, una storia, e un presente quando giungono a raccontare la storia di alcuni personaggi, vite che apparentemente scorrono parallele per poi intrecciarsi drammaticamente nella tragedia del terremoto che li accomuna tutti di fronte all’evento cataclismatico. Storie di fantasia anche se ispirate a fatti reali di una paura percepita, allontanata, ignorata e vissuta che lascia spazio a riflessioni su cosa è successo e su cosa si poteva fare per evitare la tragedia sulla base dei segnali e delle avvisaglie lanciate da Madre Natura. Gli autori di questo libro dispongono di strumenti sofisticati per analizzare scientificamente quello che avvenne a L’Aquila il 6 aprile del 2009 ma non si fanno sommergere dalla freddezza dei dati, dalla gelida oggettività delle statistiche, ci parlano di persone, persone con un nome, una storia, sentimenti, speranze, sogni, che da quel maledetto giorno si sono visti catapultare in un incubo senza uscita. Alcuni hanno perso la vita, altri sono sopravvissuti con nelle orecchie il boato delle voragini aperte quella notte, negli occhi la polvere delle macerie e a rendere insopportabile tutto questo dolore l’inquietante interrogativo: si poteva evitare? C’erano gli strumenti per prevedere il sisma e disporre vie di fuga, di salvezza per centinaia di persone? Di chi è la colpa? C’è davvero un colpevole che per inefficienza, disinteresse, bieca speculazione, non ha agito, non ha fatto il suo dovere? Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii non hanno dubbi e con rigore scientifico e sensibilità verso le vittime ci presentano un testo in parte saggio, in parte reportage giornalistico, in parte romanzo, per aiutarci a capire, per riflettere, per non dimenticare, per far si che non succeda di nuovo. Perché se non si impara dagli errori del passato, le 308 vittime a cui questo libro è dedicato sono davvero morte due volte.
:: Recensione di Il volo della cicala di Giorgio Ballario a cura di Giulietta Iannone
17 gennaio 2011
Giorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio Azzurro e nero: per una bibliografia del noir mediterraneo di Sandro Ferri che ho potuto trovare sul sito di Massimo Carlotto. Il volo della cicala, questo è il titolo della terzo romanzo di Ballario, si ricollega a questo filone e porta avanti alcuni temi conduttori come lo sradicamento del protagonista, immigrato argentino di ritorno, elemento cardine di questa area geografica segnata da frequenti migrazioni e incroci culturali, il contrasto tra uno sguardo “nero” sul mondo e gli spazi solari, immersi nell’accecante luce del Sud, l’amore per il cibo, i piaceri della tavola, la convivialità, la sensualità spiccata e gaudente, l’interesse per le nuove forme di criminalità che proprio sulle coste del Mediterraneo intessono i loro traffici e soprattutto il senso stesso della storia che viene traslato e che non è più quello di risolvere un caso più o meno intricato ma quello di proteggere i veri innocenti anche quando le apparenze sono a loro sfavore. Lasciata dunque Massaua e tornato ai giorni nostri, Ballario ci porta nella sua Torino e ci fa conoscere uno sgualcito e sfigato detective privato Hector Perazzo, ex poliziotto ed ora titolare della Baires Investigazioni che a dirla tutta non brilla per casi risolti, supertecnologici aggeggi investigativi o numero di collaboratori. La Baires Investigazioni infatti è praticamente un uomo solo: Hector Perazzo. E chi si rivolgerebbe ad un tale investigatore se non un uomo disperato con qualcosetta da nascondere? Eccolo accontentato, un cliente su misura il nostro detective lo trova: Tiziano Desideri scrittore di bestseller con l’acqua alla gola per un increscioso incidente che mina alle fondamenta la sua intera carriera. Il suo ghostwriter stanco di una vita in ombra ha deciso di fuggire con l’unico file dell’ultimo romanzo ad un soffio dalla data di consegna e pubblicazione. Avendo molto da perdere e non badando a spese Desideri promette 50.000 euro al nostro eroe con l’incarico di ritrovare l’insubordinato dipendente e riappropriarsi del maltolto. Inizia così per Perazzo un’avventura che lo porterà nell’assolata isola di Creta sulle tracce di Marzio Cavallero. Pensate che il caso sia semplice beh non avete fatto i conti con gli imprevisti del mestiere, inseguimenti, rocambolesche fughe, partite di droga rubate, bande turco-libanesi e tutti gli ingredienti giusti per movimentare l’allegra “vacanza” greca. Per non contare le donne, belle, affascinanti come in ogni noir che si rispetti. Per chi ama l’umorismo arguto e intelligente, le atmosfere noir accennate più che urlate e proprio per questo molto più evocative, un tocco di classe e di eleganza, Il volo della cicala è senza dubbio una lettura adatta, l’autore sa stupire e divertire. I colpi di scena non mancano e il finale senza essere eclatante ha un che di romantico e malinconico che ben si adatta alla psicologia del protagonista. Dimenticavo, mi raccomando non correte a leggerlo non appena avrete il volume tra le mani vi rovinereste tutto il divertimento. Come tutti gli altri romanzi di Ballario anche Il volo della cicala è edito dalle Edizioni Angolo Manzoni, piccola casa editrice ma di qualità, famosa per il Corpo 16 caratteri di grandezza superiore alla media tesi a rendere la lettura più chiara e meno faticosa.
“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.
Vi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
























