“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.
In una Roma sferzata dalla pioggia, inquietante e misteriosa, fatta di luci e di ombre come un dipinto di Caravaggio, un enigmatico personaggio si aggira per mausolei e chiese con un compito terribile: seguire le tracce, le anomalie presenti nelle pieghe più nascoste del male.
Marcus è un cacciatore del buio, un iniziato, un uomo che non esiste, e quel che peggio non ricorda niente del suo passato, se non un incubo ricorrente che lo accompagna ogni notte in cui muore e con lui muore la persona più importante della sua vita, il suo mentore, il suo maestro. Solo una cicatrice sulla tempia testimonia quel drammatico interrompersi della vita conosciuta. Un grido, degli spari, uno specchio che si infrange in mille schegge. L’orrore.
Ora è passato un anno da quei tragici fatti, ha una nuova guida, Clemente, un uomo dagli occhi buoni, un uomo che incarna il bene in ogni sua forma e gli presenta un caso da risolvere, gli mostra un dossier in un antico caffè vicino a piazza Navona.
Una ragazza è scomparsa. Allontanamento volontario dicono le autorità lavandosene le mani. Ma una serie di anomalie rendono il caso speciale: la ragazza è scomparsa nel cuore della notte dal suo appartamento. Svanita nel nulla e qualcosa non torna. La porta è chiusa dall’interno, alcuni effetti personali mancano.
A Clemente e Marcus basta un sopralluogo per capire che la ragazza è stata rapita.
Inizia la caccia, è una questione di tempo, solo Marcus può trovarla, solo lui ha il dono di vedere nel buio, di vedere cose che la gente comune, la polizia, non può vedere, che nessuno può vedere.
Poi si inseriscono altri personaggi, un serial killer con tatuato sul petto la parola “uccidimi”, una foto rilevatrice della Scientifica di Milano, Sandra, che indaga sulla morte del marito, caso che presenta mille discrepanze, un agente dell’Interpol sulle tracce di una misteriosa organizzazione che non dovrebbe in realtà più esistere, un poliziotto in pensione cieco, con sulla coscienza una colpa che porterà altra morte, altro buio. In un intricatissimo susseguirsi di eventi tra passato e presente si dipana una storia al limite dell’incredibile ma che se si fa fede all’autore presenta dati reali, la Penitenzieria esiste, la ragazza nello specchio è veramente esistita, un serial killer trasformista tra Ottocento e Novecento è veramente esistito.
Troppe coincidenze, troppe anomalie direbbe Marcus.
Premetto di non aver letto Il suggeritore, colpa grave lo so ma è un libro che per una ragione per l’altra mi è sempre sfuggito, per me Carrisi è una novità assoluta, mi sono avvicinata al libro senza aspettative, senza chiedermi sarà in grado di mantenere le premesse, di sopravvivere ad un successo che a volte ha il potere di rimanere un termine di paragone ingombrante per le opere successive.
Per me Carrisi nasce con Il tribunale delle anime e se mai leggerà questa recensione avrà l’insolita sensazione di considerare le opinioni di qualcuno che vede in quest’opera il suo debutto.
La prima parola che mi viene in mente è inquietante, Il tribunale delle anime è un libro che mette inquietudine, ci si interroga sì sulla vendetta e sul perdono, sulla colpa e sul meccanismo che ha fatto sì che ogni peccato, ogni crimine, meriti un giudizio, una sentenza già in questo mondo, non delegando tutto solo all’aldilà.
L’inferno è qui, è ora dice un personaggio, e in questa frase credo vada vista la chiave di lettura di questo libro.
E’ un thriller, sì, non ci sono componenti esoteriche, o soprannaturali, ma non ostante, il rigoroso realismo, molti interrogativi prendono vita. La mente umana ha davvero delle capacità e una profondità che sarà difficile sondare. Il caso della ragazza messicana che si “nutre” delle persone che ha intorno e le metabolizza come un fungo parassitario non mancherà di far correre qualche brivido sulla schiena anche dei più razionali.
Poi c’è Roma, la città eterna, con le sue vie, i suoi caffè, le sue chiese millenarie, quasi un personaggio altrettanto importante quanto i protagonisti in carne e sangue, oscura, e insolita, con una maledizione che l’avvolge e rende credibile lo scontro tra bene e male, in cui sfugge molto spesso chi sia dei due a prevalere.
Niente è come appare in questo romanzo e il finale avrà la capacità di ribaltare tutte le vostre certezze.
Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.
“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.
Vi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Giorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio
Litri e litri di alcool scorrono come fiumi sotterranei, come sangue nelle vene, come un magma nero nelle profondità di una Roma poco rassicurante e ostile in cui si muovono personaggi terribili e a loro modo poetici. Su tutti emerge suo malgrado Luna & Sole trentenne emigrato dal “Sardhistan” alias Sardegna, voce narrante di questa ballata alcolica triste e disperata come un blues, un blues da strada, un blues sporco e cattivo che ti trascina dentro tuo malgrado vuoi perché Filippo Kalomenìdis scrittore e sceneggiatore sassarese sa scrivere in un modo graffiante e potente, senza tregua, vuoi perché l’epica dolorosa dell’alcolizzato triste in bilico tra Bukowski e il Joseph Roth di La leggenda del santo bevitore ha qualcosa di oscuro che affascina e nello stesso tempo respinge. Kalomenìdis però non vuole fare dell’epica, ci racconta una storia cruda, grezza, tragica una storia di contrabbando d’alcool, di emarginazione, di luoghi infetti e moralità assenti, di periferie degradate e immigrati senza volto. Non c’è niente di eroico nel suo protagonista. Non è un ribelle che si erge a paladino degli ultimi in un tentativo sovrumano di espiazione. Luna & Sole sta morendo, devastato da una forma maligna di epatite B, un virus contratto chissà come che non esita a trasmettere volontariamente alla sua “donna” attuale, Là, un ragazzina di quindici anni poco più che una bambina, incontrata un giorno sui binari della ferrovia, con il suo trucco troppo forte, le sue gambe lunghe, la sua mancanza ancora di forme. Non vuole andare a fondo da solo, vuole trascinare con sé la sua compagna non per vera cattiveria più che altro per una sorta di empatia malsana e delirante. Chi si aspettasse amorale sconfinamento nell’ autocompiacimento ha sbagliato libro, strada e destinazione, Sotto la bottiglia non indica un cammino, racconta una storia, e lo fa senza intenti didascalici, lo fa con onestà. Ogni pagina va letta con attenzione come una poesia, perché l’autore piega la parola e la modella come creta. Spesso disturbante, mai scontato questo libro scorre come acido e corrode certezze, borghesi rassicuranti sovrastrutture e pur nella sua semplicità mi ha ricordato, perdonatemi l’accostamento forse a qualche purista potrà suonare bizzarro, beh dicevo mi ha ricordato la poetica dei diseredati, degli emarginati di Pasolini e la sua Roma degli ultimi.
Oggi giovedì 28 Ottobre esce in libreria Sulla sedia sbagliata, edito da Morellini Editore, esordio narrativo di una giovane e promettente scrittrice genovese, Sara Rattaro, che con questa opera si inserisce a pieno titolo nel filone della narrativa italiana che ispirandosi a fatti di cronaca tratta temi importanti come il trapianto di organi, il carcere, l’anoressia, la malattia mentale, la droga. Sulla sedia sbagliata raccoglie le storie di persone comuni accomunate da grandi tragedie che influenzano le loro vite e le portano ad interrogarsi su questioni basilari, senza reticenze o ipocrisie. Francesca si interroga, con dolore e rimpianto, sul suo ruolo di madre di un figlio, Andrea, accusato di aver ucciso barbaramente a martellate la fidanzata Barbara, ancora minorenne, in un raptus omicida con la coscienza annebbiata dalla droga. Delitto passionale, motivi futili, vittima ancora minorenne, massiccia dose di sostanze stupefacenti nel sangue dell’assassino, tutto concorre ad aggravare ancora di più le responsabilità del delitto. Zoe aspetta un trapianto d’organi per essere finalmente libera di vivere una vita normale e innamorarsi e per la legge sulla privacy non può conoscere il nome del donatore e saper quindi chi ringraziare. Paolo è accusato di aver strangolato la madre e la ragazza che lo ama Valeria si interroga sulle ragioni di quel gesto e sull’amore. Sulla sedia sbagliata con profondità e rispetto, sia per le vittime che per gli assassini, è un libro corale in cui tante voci creano un sottofondo doloroso e amaro in cui la vita emerge in tutti i suoi aspetti anche i meno eclatanti e sensazionalistici. La vita e la morte, i due estremi che regolano l’esistenza di tutti gli individui, diventano i temi principali di questo libro scritto con sensibilità e tenerezza da una ragazza giovane ma che dimostra una matura conoscenza dell’animo umano, delle debolezze, delle fragilità che spesso vengono amplificate dai media e invece qui vengono narrate quasi sottovoce. La Rattaro scrive bene, in modo coinvolgente e appassionato, con un ritmo narrativo compiuto e preciso, pieno di sfumature e di tocchi leggeri, perché parla di sentimenti, mai banali ma vivi e pulsanti. Non ci si aspetta un lieto fine da queste storie più che altro un messaggio di speranza, in cui la comprensione umana diventa un veicolo per superare la tragedia e l’assurdo del quotidiano per vivere una vita degna di essere vissuta.
Questo libro si chiama Tre, ha 164 pagine e costa 16 euro. Vi si raccontano le storie di Günther, George e Larissa, più svariati altri, che hanno svariati obiettivi nella vita: mangiare (male), bere (peggio), spostarsi da un luogo all’altro senza una ragione precisa, ammucchiarsi senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come da dettato costituzionale. Il racconto è diviso a metà fra Roma e Buenos Aires, che potrebbero essere anche Torino e Lima: i luoghi fisici non hanno grande importanza, i paesaggi costruiti nemmeno. All’autrice, che 7 anni fa era una ragazzina e ora, comprensibilmente, non più, interessano i corpi; beninteso vissuti fino al degrado, maltrattati e strapazzati come si conviene a un romanzo italiano oltraggioso pubblicato presso Stile Libero. Come in ogni buona fiction da prima serata di Rai1, sovrabbondano i dialoghi.
Autunno 1931.
Allora mettete “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles in sottofondo e preparatevi a fare un viaggio senza cinture di sicurezza in un fantasmagorico lunapark, bombardati da luci psichedeliche e scintillanti fuochi d’artificio, dove la donna barbuta trova il suo posto tra le montagne russe e il tiroassegno.
In una Mantova cinquecentesca a tinte fosche, culla di intrighi e di delitti, incredibilmente brutale, avida e amorale, si muovono i personaggi de “I leoni d’Europa”(Scrittura & Scritture) romanzo d’esordio della interessante Tiziana Silvestrin, scrittrice mantovana, laureata in lettere, che vive e lavora a Roma. Ciò che colpisce sicuramente è il grande lavoro di ricostruzione storica svolto dall’autrice che ricrea un mondo, quello della Controriforma, fortemente caratterizzato da compromessi, sangue e veleni. La profonda conoscenza dell’epoca permette infatti alla Silvestrin di riportare fedelmente l’isensata intolleranza tra fazioni religiose del periodo, la brutalità, la licenziosità delle cortigiane e dei potenti. Benchè i fatti raccontati siano completamenti immaginari, sono nello stesso tempo basati su solide basi storiche che danno al racconto un acre sapore di verità. Tutto ha inizio il 3 luglio del 1582 all’interno della scura e umida basilica di Santa Barbara dove lo scozzese James Crichton e l’amico Thomas si aggirano furtivi con lo scopo di trafugare un misterioso manufatto. Disturbati dalle guardie devono darsi alla fuga per le vie di Mantova e da questo momento in poi prende il via una storia fatta di oscure macchinazioni e sordidi delitti in cui i giochi di potere dei grandi del tempo si sovrappongono alle meschine avidità e debolezze della gente comune. Il delitto di James Crichton porterà infatti alla luce un intrigo di portata internazionale che implicherà il convoigimento del ducato di Mantova, della Serenissima, di Elisabetta I e del suo temibile e oscuro consigliere Walsingham. Biagio dell’Orso, capitano di Giustizia, sarà chiamato a indagare sulla vicenda e toccherà proprio a lui fare piena luce, a costo di rischi personali, sulle inattese ramificazioni di questo oscuro fatto di sangue solo apparentemente accidentale. Per gli amanti del giallo storico è sicuramente un libro da non perdere, scritto con uno stile sobrio e personale, in cui l’incredibile quantità di informazioni e nozioni non intralcia la trama né sminuisce la suspense. L’investigazione è infatti la colonna portante del romanzo ed è singolare vedere come è portata avanti proprio con gli strumenti investigativi dell’epoca dove l’intuito e la perspicacia suppliscono all’uso delle impronte digitali o alle tecniche avveniristiche alla CSI.
























