Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Recensione di Il tribunale delle anime di Donato Carrisi (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2011

Il tribunale delle anime“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a  difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.

In una Roma sferzata dalla pioggia, inquietante e misteriosa, fatta di luci e di ombre come un dipinto di Caravaggio, un enigmatico personaggio si aggira per mausolei e chiese con un compito terribile: seguire le tracce, le anomalie presenti nelle pieghe più nascoste del male.
Marcus è un cacciatore del buio, un iniziato, un uomo che non esiste, e quel che peggio non ricorda niente del suo passato, se non un incubo ricorrente che lo accompagna ogni notte in cui muore e con lui muore la persona più importante della sua vita, il suo mentore, il suo maestro. Solo una cicatrice sulla tempia testimonia quel drammatico interrompersi della vita conosciuta. Un grido, degli spari, uno specchio che si infrange in mille schegge. L’orrore.
Ora è passato un anno da quei tragici fatti, ha una nuova guida, Clemente, un uomo dagli occhi buoni, un uomo che incarna il bene in ogni sua forma e gli presenta un caso da risolvere, gli mostra un dossier in un antico caffè vicino a piazza Navona.
Una ragazza è scomparsa. Allontanamento volontario dicono le autorità lavandosene le mani. Ma una serie di anomalie rendono il caso speciale: la ragazza è scomparsa nel cuore della notte dal suo appartamento. Svanita nel nulla e qualcosa non torna. La porta è chiusa dall’interno, alcuni effetti personali mancano.
A Clemente e Marcus basta un sopralluogo per capire che la ragazza è stata rapita.
Inizia la caccia, è una questione di tempo, solo Marcus può trovarla, solo lui ha il dono di vedere nel buio, di vedere cose che la gente comune, la polizia, non può vedere, che nessuno può vedere.
Poi si inseriscono altri personaggi, un serial killer con tatuato sul petto la parola “uccidimi”, una foto rilevatrice della Scientifica di Milano, Sandra, che indaga sulla morte del marito, caso che presenta mille discrepanze, un agente dell’Interpol sulle tracce di una misteriosa organizzazione che non dovrebbe in realtà più esistere, un poliziotto in pensione cieco, con sulla coscienza una colpa che porterà altra morte, altro buio. In un intricatissimo susseguirsi di eventi tra passato e presente  si dipana una storia al limite dell’incredibile ma che se si fa fede all’autore presenta dati reali, la Penitenzieria esiste, la ragazza nello specchio è veramente esistita, un serial killer trasformista tra Ottocento e Novecento è veramente esistito.
Troppe coincidenze, troppe anomalie direbbe Marcus.
Premetto di non aver letto Il suggeritore, colpa grave lo so ma è un libro che per una ragione per l’altra mi è sempre sfuggito, per me Carrisi è una novità assoluta, mi sono avvicinata al libro senza aspettative, senza chiedermi sarà in grado di mantenere le premesse, di sopravvivere ad un successo che a volte ha il potere di rimanere un termine di paragone ingombrante per le opere successive.
Per me Carrisi nasce con Il tribunale delle anime e se mai leggerà questa recensione avrà l’insolita sensazione di considerare le opinioni di qualcuno che vede in quest’opera il suo debutto.
La prima parola che mi viene in mente è inquietante, Il tribunale delle anime è un libro che mette inquietudine, ci si interroga sì sulla vendetta e sul perdono, sulla colpa e sul meccanismo che ha fatto sì che ogni peccato, ogni crimine, meriti un giudizio, una sentenza già in questo mondo, non delegando tutto solo all’aldilà.
L’inferno è qui, è ora dice un personaggio, e in questa frase credo vada vista la chiave di lettura di questo libro.
E’ un thriller, sì, non ci sono componenti esoteriche, o soprannaturali, ma non ostante, il rigoroso realismo, molti interrogativi prendono vita. La mente umana ha davvero delle capacità e una profondità che sarà difficile sondare. Il caso della ragazza messicana che si “nutre” delle persone che ha intorno e le metabolizza come un fungo parassitario non mancherà di far correre qualche brivido sulla schiena anche dei più razionali.
Poi c’è Roma, la città eterna, con le sue vie, i suoi caffè, le sue chiese millenarie, quasi un personaggio altrettanto importante quanto i protagonisti in carne e sangue, oscura, e insolita, con una maledizione che l’avvolge e rende credibile lo scontro tra bene e male, in cui sfugge molto spesso chi sia dei due a prevalere.
Niente è come appare in questo romanzo e il finale avrà la capacità di ribaltare tutte le vostre certezze.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombreL’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.

:: La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori a cura di Gea Polonio

7 giugno 2011
ghi

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quando hai a che fare con Paolo Nori non sai mai come andrà a finire. Il suo affabulare è un torrente in piena, le parole scorrono con energia rimbalzando e deviando dal letto prestabilito ingrossate dal fluire dei pensieri.
È una raccolta di discorsi, questa, che detto così sembrerebbe quelle cose autocelebrative e un po’ pedanti, chissicredediesserequestoCalvino? Ma stiamo parlando di Nori, e qualunque categoria mentale, qualunque schema salta: senza botti, eh, quietamente, in un morbido e inesorabile tracimare di pensieri.
È a suo modo un unico saggio, questo: su concentrazione e scrittura, sull’onestà intellettuale, sull’importanza di restare nelle proprie braghe. Sulla memoria e la letteratura, sull’illusione di capire tutto in un mondo di esperti da divano, tra mamme che discutono di aeronautica senza aver mai messo piede su un aereo e nonni che invece avevano chiaro il concetto di quanto sia meravigliosamente utile un filo a piombo, sulla libertà interiore, che solo tu puoi portarti via. Su Tolstoj, su Benjamin, su Cage, sul liscio, sul viaggiare in treno e in macchina, sui matrimoni che non sembrano matrimoni e gli scrittori che non sembrano scrittori. E viceversa.
È una raccolta di saggi, questa: sulla fantascienza, dove si parla di Fruttero e Lucentini; sulla letteratura della DDR, dove si parla di bicchieri infrangibili e tele bianche, sull’arte moderna spiegata ai ciechi, e si parla del nonno, e di come ciò che non può essere spiegato debba essere taciuto; su democrazia e anarchia, e si parla di Daniil Charms. E se ne parla così felicemente che l’unica cosa da fare è correre in libreria e prcurarselo, Charms, e goderne ogni riga. Lo ha tradotto lui, Nori, e non c’è quasi soluzione di continuità tra l’uno e l’altro: le voci pur distinte si intersecano e danzano insieme, la poetica è simile, l’umorismo e la passione sono costanti di entrambi.
Charms, che in vita ha pubblicato solo cose per bambini, pur detestandoli. Charms, che si diceva fosse uscito un giorno per comprare le sigarette e svanito nel nulla, Charms di cui tutto quello che abbiamo è il contenuto di una valigia ritrovata tra le macerie di casa sua, un mucchio di appunti in cui la letteratura si mischia alla vita reale, Charms morto dopo essere stato rinchiuso in manicomio per dissidenza che era artistica malattia e schizofrenia che era disadattamento.  È bellissimo, Disastri. È un mondo che si apre, surrealista e leggero e visionario e profetico.
E la lettura parallela dei due fa venir voglia di pensare, ridere, approfondire i discorsi buttati là con nonchalance. Voglia di abbandonarsi ai vortici sinaptici, di mischiare musica e parole e emozioni le più svariate, di partecipare.
Per dirla con l’ultima frase della quarta di copertina del Filo: è stato bello, c’era tanta gente, siamo stati bene.

Paolo Nori, La meravigliosa utilità del filo a piombo, Marcos y Marcos, 2011
Daniil Charms, Disastri, trad. di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011.

Source: libri del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Recensione di I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII di Anonimo lombardo (Rizzoli 2011) a cura di Giulietta Iannone

27 febbraio 2011

imagesVi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Sicuramente avrete capito che sto parlando dei Promessi sposi, capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni, che gli studenti italiani conoscono fin troppo bene essendo stato una specie di icona indistruttibile al centro dei programmi di studi almeno ai tempi in cui andavo a scuola io, ma non credo che le cose siano molto cambiate oggi.
Bene, un irriverente anonimo scrittore, che per la cronaca si firma Anonimo Lombardo, e qua già si scatenerà il toto scommesse per sapere chi è, ha avuto la divertente idea di riscrivere il succitato tomo in chiave horror con tanto di vampiri, licantropi, streghe, zombi, paletti di frassino, cacciatori di non morti e tutto il vasto corollario del genere condito da una sottile ironia dissacrante e uno spiccato gusto per il paradosso.
Diciamolo subito paura non fa, e qui mi rivolgo ai cultori del genere horror abituati ad opere ben più truculente e efferate, ma ci si diverte questo sì. La storia è fedelmente riportata con una perizia da un vero conoscitore del testo manzoniano cosa che mi fa supporre che l’autore o l’autrice (mi è venuto il dubbio anche che sia una donna per un certo spiccato femminismo nel delineare il personaggio di Lucia) abbiano approfondite conoscenze letterarie.
Avendo studiato l’originale con certosina dedizione ai miei tempi, è divertente riconoscere i brani autentici da quelli inventati. Di colpi di scena non ce ne sono, la storia scorre consueta, rivisitata sì da licenze letterarie bizzarre e ingegnose, ma molto fedele al testo manzoniano. Il finale è scontato ma non ostante questo è decisamente originale l’approccio narrativo, la capacità di cimentarsi e confrontarsi con un mostro sacro come Manzoni senza uscirne inevitabilmente sconfitti.
Con un pizzico di faccia tosta mi sono divertita a porre I promessi morsi accanto ai Promessi Sposi nella mia personale libreria  e permettetemi una previsione: il nome dell’autore non rimarrà nascosto per molto.

:: Recensione di La notte dell’Aquila La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii a cura di Giulietta Iannone

8 febbraio 2011

La notte dell'AquilaLa notte dell’Aquila – La vera storia di una tragedia che si poteva evitare di Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii è uno di quei libri che ci augureremmo di non dover leggere mai. E invece è necessario leggerlo, è necessario vedere scritto nero su bianco parole che fanno male, parole che descrivono come la vita umana conti così poco quando si parla di macroeconomia, speculazioni edilizie, movimenti tellurici che continuano dalla preistoria. Partendo infatti dall’evoluzione della Terra fino ad arrivare ai giorni nostri in un lungo percorso contraddistinto da un unico filo conduttore ossia l’irrequietezza del nostro pianeta gli autori effettuano un meticoloso processo di ricostruzione attraverso un racconto che prevede tre fasi, una preistoria, una storia, e un presente quando giungono a raccontare la storia di alcuni personaggi, vite che apparentemente scorrono parallele per poi intrecciarsi drammaticamente nella tragedia del terremoto che li accomuna tutti di fronte all’evento cataclismatico. Storie di fantasia anche se ispirate a fatti reali di una paura percepita, allontanata, ignorata e vissuta che lascia spazio a riflessioni su cosa è successo e su cosa si poteva fare per evitare la tragedia sulla base dei segnali e delle avvisaglie lanciate da Madre Natura. Gli autori di questo libro dispongono di strumenti sofisticati per analizzare scientificamente quello che avvenne a L’Aquila il 6 aprile del 2009  ma non si fanno sommergere dalla freddezza dei dati, dalla gelida oggettività delle statistiche, ci parlano di persone, persone con un nome, una storia, sentimenti, speranze, sogni, che da quel maledetto giorno si sono visti catapultare in un incubo senza uscita. Alcuni hanno perso la vita, altri sono sopravvissuti con nelle orecchie il boato delle voragini aperte quella notte, negli occhi la polvere delle macerie e a rendere insopportabile tutto questo dolore l’inquietante interrogativo: si poteva evitare? C’erano gli strumenti per prevedere il sisma e disporre vie di fuga, di salvezza per centinaia di persone? Di chi è la colpa? C’è davvero un colpevole che per inefficienza, disinteresse, bieca speculazione, non ha agito, non ha fatto il suo dovere? Romolo Di Francesco e Maria Grazia Tiberii non hanno dubbi e con rigore scientifico e sensibilità verso le vittime ci presentano un testo in parte saggio, in parte reportage giornalistico, in parte romanzo, per aiutarci a capire, per riflettere, per non dimenticare, per far si che non succeda di nuovo. Perché se non si impara dagli errori del passato, le 308 vittime a cui questo libro è dedicato sono davvero morte due volte.

:: Recensione di Il volo della cicala di Giorgio Ballario a cura di Giulietta Iannone

17 gennaio 2011

Il volo della cicalaGiorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio Azzurro e nero: per una bibliografia del noir mediterraneo di Sandro Ferri che ho potuto trovare sul sito di Massimo Carlotto. Il volo della cicala, questo è il titolo della terzo romanzo di Ballario, si ricollega a questo filone e porta avanti alcuni temi conduttori come lo sradicamento del protagonista, immigrato argentino di ritorno, elemento cardine di questa area geografica segnata da frequenti migrazioni e incroci culturali, il contrasto tra uno sguardo “nero” sul mondo e gli spazi solari, immersi nell’accecante luce del Sud, l’amore per il cibo, i piaceri della tavola, la convivialità, la sensualità spiccata e gaudente, l’interesse per le nuove forme di criminalità che proprio sulle coste del Mediterraneo intessono i loro traffici e soprattutto il senso stesso della storia che viene traslato e che non è più quello di risolvere un caso più o meno intricato ma quello di proteggere i veri innocenti anche quando le apparenze sono a loro sfavore. Lasciata dunque Massaua e tornato ai giorni nostri, Ballario ci porta nella sua Torino e ci fa conoscere uno sgualcito e sfigato detective privato Hector Perazzo, ex poliziotto ed ora titolare della Baires Investigazioni che a dirla tutta non brilla per casi risolti, supertecnologici aggeggi investigativi o numero di collaboratori. La Baires Investigazioni infatti è praticamente un uomo solo: Hector Perazzo. E chi si rivolgerebbe ad un tale investigatore se non un uomo disperato con qualcosetta da nascondere? Eccolo accontentato, un cliente su misura il nostro detective lo trova: Tiziano Desideri scrittore di bestseller con l’acqua alla gola per un increscioso incidente che mina alle fondamenta la sua intera carriera. Il suo ghostwriter stanco di una vita in ombra ha deciso di fuggire con l’unico file dell’ultimo romanzo ad un soffio dalla data di consegna e pubblicazione. Avendo molto da perdere e non badando a spese Desideri promette 50.000 euro al nostro eroe con l’incarico di ritrovare l’insubordinato dipendente e riappropriarsi del maltolto. Inizia così per Perazzo un’avventura che lo porterà nell’assolata isola di Creta sulle tracce di Marzio Cavallero. Pensate che il caso sia semplice beh non avete fatto i conti con gli imprevisti del mestiere, inseguimenti, rocambolesche fughe, partite di droga rubate, bande turco-libanesi e tutti gli ingredienti giusti per movimentare l’allegra “vacanza” greca. Per non contare le donne, belle, affascinanti come in ogni noir che si rispetti. Per chi ama l’umorismo arguto e intelligente, le atmosfere noir accennate più che urlate e proprio per questo molto più evocative, un tocco di classe e di eleganza, Il volo della cicala è senza dubbio una lettura adatta, l’autore sa stupire e divertire. I colpi di scena non mancano e il finale senza essere eclatante ha un che di romantico e malinconico che ben si adatta alla psicologia del protagonista. Dimenticavo, mi raccomando non correte a leggerlo non appena avrete il volume tra le mani vi rovinereste tutto il divertimento. Come tutti gli altri romanzi di Ballario anche Il volo della cicala è edito dalle Edizioni Angolo Manzoni, piccola casa editrice ma di qualità, famosa per il Corpo 16  caratteri di grandezza superiore alla media tesi a rendere la lettura più chiara e meno faticosa.     

:: Recensione di Sotto la bottiglia di Filippo Kalomenìdis a cura di Giulietta Iannone

2 dicembre 2010

Sotto la bottigliaLitri e litri di alcool scorrono come fiumi sotterranei, come sangue nelle vene, come un magma nero nelle profondità di una Roma poco rassicurante e ostile in cui si muovono personaggi terribili e a loro modo poetici. Su tutti emerge suo malgrado Luna & Sole trentenne emigrato dal “Sardhistan” alias Sardegna, voce narrante di questa ballata alcolica triste e disperata come un blues, un blues da strada, un blues sporco e cattivo che ti trascina dentro tuo malgrado vuoi perché Filippo Kalomenìdis scrittore e sceneggiatore sassarese sa scrivere in un modo graffiante e potente,  senza tregua, vuoi perché l’epica dolorosa dell’alcolizzato triste in bilico tra Bukowski e il Joseph Roth di La leggenda del santo bevitore ha qualcosa di oscuro che affascina e nello stesso tempo respinge. Kalomenìdis però non vuole fare dell’epica, ci racconta una storia cruda, grezza, tragica una storia di contrabbando d’alcool, di emarginazione, di luoghi infetti e moralità assenti, di periferie degradate e immigrati senza volto. Non c’è niente di eroico nel suo protagonista. Non è un ribelle che si erge a paladino degli ultimi in un tentativo sovrumano di espiazione. Luna & Sole sta morendo, devastato da una forma maligna di epatite B, un virus contratto chissà come che non esita a trasmettere volontariamente alla sua “donna” attuale, Là, un ragazzina di quindici anni poco più che una bambina, incontrata un giorno sui binari della ferrovia, con il suo trucco troppo forte, le sue gambe lunghe, la sua mancanza ancora di forme. Non vuole andare a fondo da solo, vuole trascinare con sé la sua compagna non per vera cattiveria più che altro per una sorta di empatia malsana e delirante. Chi si aspettasse amorale sconfinamento nell’ autocompiacimento ha sbagliato libro, strada e destinazione, Sotto la bottiglia non indica un cammino, racconta una storia, e lo fa senza intenti didascalici, lo fa con onestà. Ogni pagina va letta con attenzione come una poesia, perché l’autore piega la parola e la modella come creta. Spesso disturbante, mai scontato questo libro scorre come acido e corrode certezze, borghesi rassicuranti sovrastrutture e pur nella sua semplicità mi ha ricordato, perdonatemi l’accostamento forse a qualche purista potrà suonare bizzarro, beh dicevo mi ha ricordato la poetica dei diseredati, degli emarginati di Pasolini e la sua Roma degli ultimi.

Sotto la bottiglia di Filippo Kalomenìdis Boopen prezzo di copertina 12,00 Euro.

:: Recensione di Sulla sedia sbagliata di Sara Rattaro

28 ottobre 2010

Oggi giovedì 28 Ottobre esce in libreria Sulla sedia sbagliata, edito da Morellini Editore, esordio narrativo di una giovane e promettente scrittrice genovese, Sara Rattaro, che con questa opera si inserisce a pieno titolo nel filone della narrativa italiana che ispirandosi a fatti di cronaca tratta temi importanti come il trapianto di organi, il carcere, l’anoressia, la malattia mentale, la droga. Sulla sedia sbagliata raccoglie le storie di persone comuni accomunate da grandi tragedie che influenzano le loro vite e le portano ad interrogarsi su questioni basilari, senza reticenze o ipocrisie. Francesca si interroga, con dolore e rimpianto, sul suo ruolo di madre di un figlio, Andrea, accusato di aver ucciso barbaramente a martellate la fidanzata Barbara, ancora minorenne, in un raptus omicida con la coscienza annebbiata dalla droga. Delitto passionale, motivi futili, vittima ancora minorenne, massiccia dose di sostanze stupefacenti nel sangue dell’assassino, tutto concorre ad aggravare ancora di più le responsabilità del delitto. Zoe aspetta un trapianto d’organi per essere finalmente libera di vivere una vita normale e innamorarsi e per la legge sulla privacy non può conoscere il nome del donatore e saper quindi chi ringraziare. Paolo è accusato di aver strangolato la madre e la ragazza che lo ama Valeria si interroga sulle ragioni di quel gesto e sull’amore. Sulla sedia sbagliata con profondità e rispetto, sia per le vittime che per gli assassini, è un libro corale in cui tante voci creano un sottofondo doloroso e amaro in cui la vita emerge in tutti i suoi aspetti anche i meno eclatanti e sensazionalistici. La vita e la morte, i due estremi che regolano l’esistenza di tutti gli individui, diventano i temi principali di questo libro scritto con sensibilità e tenerezza da una ragazza giovane ma che dimostra una matura conoscenza dell’animo umano, delle debolezze, delle fragilità che spesso vengono amplificate dai media e invece qui vengono narrate quasi sottovoce. La Rattaro scrive bene, in modo coinvolgente e appassionato, con un ritmo narrativo compiuto e preciso, pieno di sfumature e di tocchi leggeri, perché parla di sentimenti, mai banali ma vivi e pulsanti. Non ci si aspetta un lieto fine da queste storie più che altro un messaggio di speranza, in cui la comprensione umana diventa un veicolo per superare la tragedia e l’assurdo del quotidiano per vivere una vita degna di essere vissuta.

Sara Rattaro è nata a Genova nel 1975. Si è laureata in Biologia e in Scienze della Comunicazione e ha poi frequentato un master in Comunicazione della Scienza coltivando da sempre la passione per la scrittura. Lavora attualmente per una multinazionale farmaceutica.

:: Recensione di Tre di Melissa P. a cura di Giovanni Choukhadarian

15 ottobre 2010

imagesQuesto libro si chiama Tre, ha 164 pagine e costa 16 euro. Vi si raccontano le storie di Günther, George e Larissa, più svariati altri, che hanno svariati obiettivi nella vita: mangiare (male), bere (peggio), spostarsi da un luogo all’altro senza una ragione precisa, ammucchiarsi senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come da dettato costituzionale. Il racconto è diviso a metà fra Roma e Buenos Aires, che potrebbero essere anche Torino e Lima: i luoghi fisici non hanno grande importanza, i paesaggi costruiti nemmeno. All’autrice, che 7 anni fa era una ragazzina e ora, comprensibilmente, non più, interessano i corpi; beninteso vissuti fino al degrado, maltrattati e strapazzati come si conviene a un romanzo italiano oltraggioso pubblicato presso Stile Libero. Come in ogni buona fiction da prima serata di Rai1, sovrabbondano i dialoghi.
Siccome l’oggetto del libro è di poco rilievo, si possono prendere frasi non casuali per dar l’idea di cosa si legge: “La pancia si gonfiava, riempita di pensieri viziati che si raccoglievano tra l’esofago e lo stomaco e intasavano i condotti, nuvole nere si condesavano lì” (amore intestinale, a pag. 37);  “Vomitò sul divano di velluto viola. Gunther si allontanò con un salto all’indietro, George vide il suo piede pestare una chiazza di vomito rigettata contro il marmo, ma non trovò la forza per avvertirlo” (amore ginnico, pag. 57); “Era la prima volta che faceva l’amore da quando aveva scoperto di essere incinta. All’inizio, quando George scivolò sotto di le e Gunther l’afferrò per i fianchi quasi a volerli staccare, Larissa non sentì il suo corpo mutato” (amore triadico-prenatale, pag. 138).
Giudizio della  Commissione Nazionale Valutazione Libri della Cei: futile, superficiale, inaccettabile.

p.s: (all’editore: barboni, Günther si scrive con la umlaut, che sull’alfanumerica è alt+129)

:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2010

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

:: Recensione di Acquaragia di Stefano Domenichini a cura di Giulietta Iannone

26 Maggio 2010

StefanoAllora mettete “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles in sottofondo e preparatevi a fare un viaggio senza cinture di sicurezza in un fantasmagorico lunapark, bombardati da luci psichedeliche e scintillanti fuochi d’artificio, dove la donna barbuta trova il suo posto tra le montagne russe e il tiroassegno.

Leggendo la raccolta di racconti contenuta in Acquaragia sembra infatti di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio multicolore  ed esplorare stati di coscienza alterati a bordo del Volksvagen bus, elemento caratteristico della cultura hippy, che campeggia in copertina decorato con fiori e simboli della pace. La scrittura è anarchica, la totale libertà espressiva ricorda quei racconti umoristici un po’naif che traggono le loro radici dai racconti surreali della tradizione hiddish .

Domenichini passa con elegante ironia dal nonsense più estremo, pericolosamente in bilico con l’assurdo, alla favola, alla filastrocca infantile, al grottesco, sperimentando vari registri linguistici e non disdegnando un soffio di poesia come quando racconta con tenerezza la storia d’amore tra due bambini. Se ci interroghiamo sul perché le donne sposano dei cretini, se fantastichiamo con la biografia non autorizzata del dottor Gibaud o se scopriamo gli effetti esilaranti che produce una zolletta di LSD nel tè del Presidente degli Stati Uniti d’America non può non sfuggire un sorriso perché così è la vita, bizzarra, bislacca, eccentrica, il buffo spesso convive con il tragico, il commovente e ancora più spesso tra il ridere e il piangere non c’è poi così tanta differenza.

Stefano Domenichiniè nato a Reggio Emilia nel 1964. È avvocato, mestiere che lo ha portato a lavorare e abitare a Milano, Roma e Bologna. Dal 2004 è tornato a vivere a Reggio Emilia, dove cresce due figli. Ha iniziato a scrivere pochi anni fa. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Amore e altre passioni (Zona, 2005) e Lama e Trama 3 (Zona, 2006). Acquaragia è la sua prima raccolta.

::Recensione di Appello Mortale di Rocco Ballacchino

17 Maggio 2010

Il torinese Andrea Corioni è un professore di matematica, un uomo dalla vita tranquilla, schematica, assorbito da un susseguirsi di giorni in cui si alternano lezioni a scuola e solitarie serate a casa. Poi accade l’imprevedibile, viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata.
L’amico Ugo gli annuncia che Giovanni Corsi un loro ex compagno di scuola è stato assasinato nel suo appartamento e probabilmente conosceva l’assassino. Non si tratta di un omicidio a scopo di rapina poiché non è scomparso niente a casa della vittima più che altro sembra che sia stato giustiziato.
Andrea a malapena si ricorda il volto di Giovanni, ma è l’occasione per fare un salto nel passato per riesumare da scatoloni impolverati i vecchi diari delle scuole medie.
Ma non è tutto.
Giovanni non è il primo dei loro ex compagni a morire in circostanze alquanto sospette. Ugo gli parla di una maledizione, del fatto che ormai sono rimasti solo dodici alunni su quindici di quell’antica classe.
Come nel celeberrimo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie gli alunni iniziano infatti a morire uno ad uno e Ugo e Andrea si trovano costretti, anche per salvare le proprire vite, ad improvvisarsi detective per fermare il diabolico piano dell’assassino.
Appello mortale- Sfida dal passato è un breve giallo strutturato come un’enigma ad incastri dove i delitti si svolgono in un ambiente circoscritto e l’assassino e presumibilmente uno del gruppo come nella migliore tradizione classica in cui detectives dilettanti si mettono sulle tracce dell’assasino, svelandone nel finale il movente, e riportando l’equilibrio.
La concatenazione dei fatti è estremamente consequenziale, logica e rigorosa, non da spazio a sbavature e la suspance è accresciuta dalla scarsità di tempo e dal susseguirsi repentino degli aventi.
Secondo lavoro del torinese Rocco Ballacchino, Appello mortale denota una grande cura per i particolari e una buona dose di ironia. Più complicato del precedente, non disdegna una certa analisi psicologica dei personaggi e soprattutto dell’assassino che fino all’ultimo agisce indisturbato consumando la sua vendetta e solo nelle ultime pagine se ne capirà il motivo.

:: Recensione di I leoni d’Europa di Tiziana Silvestrin (Scrittura & Scritture 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 Maggio 2010

LeoniIn una Mantova cinquecentesca a tinte fosche, culla di intrighi e di delitti, incredibilmente brutale, avida e amorale, si muovono i personaggi de “I leoni d’Europa”(Scrittura & Scritture) romanzo d’esordio della interessante Tiziana Silvestrin,  scrittrice mantovana, laureata in lettere, che vive e lavora  a Roma. Ciò che colpisce sicuramente è il grande lavoro di ricostruzione storica svolto dall’autrice che ricrea un mondo, quello della Controriforma, fortemente caratterizzato da compromessi, sangue e veleni. La profonda conoscenza dell’epoca permette infatti alla Silvestrin di riportare fedelmente l’isensata intolleranza tra fazioni religiose del periodo, la brutalità, la licenziosità delle cortigiane e dei potenti. Benchè i fatti raccontati siano completamenti immaginari, sono nello stesso tempo basati su solide basi storiche che danno al racconto un acre sapore di verità. Tutto ha inizio il 3 luglio del 1582 all’interno della scura e umida basilica di Santa Barbara dove lo scozzese James Crichton e l’amico Thomas si aggirano furtivi con lo scopo di trafugare un misterioso manufatto. Disturbati dalle guardie devono darsi alla fuga per le vie di Mantova e da questo momento in poi prende il via una storia fatta di oscure macchinazioni e sordidi delitti in cui i giochi di potere dei grandi del tempo si sovrappongono alle meschine avidità e debolezze della gente comune. Il delitto di James Crichton porterà infatti alla luce un intrigo di portata internazionale che implicherà il convoigimento del ducato di Mantova, della Serenissima, di Elisabetta I e del suo temibile e oscuro consigliere Walsingham. Biagio dell’Orso, capitano di Giustizia, sarà chiamato a indagare sulla vicenda e toccherà proprio a lui fare piena luce, a costo di rischi personali, sulle inattese ramificazioni di questo oscuro fatto di sangue solo apparentemente accidentale. Per gli amanti del giallo storico è sicuramente un libro da non perdere, scritto con uno stile sobrio e personale, in cui l’incredibile quantità di informazioni e nozioni non intralcia la trama né sminuisce la suspense. L’investigazione è infatti la colonna portante del romanzo ed è singolare vedere come è portata avanti proprio con gli strumenti investigativi dell’epoca dove l’intuito e la perspicacia suppliscono all’uso delle impronte digitali o alle tecniche avveniristiche alla CSI.

I leoni d’Europa di Tiziana Silvestrin Scrittura & Scritture collana Catrame pagine 404, 2009, Euro 13,50.

Tiziana Silvestrin vive e lavora a Mantova. Entrata a far parte di una compagnia di teatro amatoriale, inizia a scrivere commedie. Alla passione per la recitazione e per la lettura, si aggiunge la curiosità per la storia. Quando, con un racconto, vince un premio letterario, le viene il sospetto che forse può mettere a frutto le sue ricerche per scrivere gialli storici. Così, mescolando fantasia, storia, personaggi reali e non, ha scritto Le righe nere della vendetta (2011) e Un sicario alla corte dei Gonzaga (2014), entrambi pubblicati da Scrittura & Scritture.