“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”
Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.
Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu. Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.
Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.


Tre voci in prima persona, tre personaggi al maschile, un professore universitario, uno scrittore, un vigile del fuoco, sono i protagonisti dei tre racconti che compongono e danno vita a Maddalena e le apocalissi di Luigi Bernardi Senzapatria collana Sostengo Pereira Pagine 120 Euro 10. Il genere apocalittico è una branca della fantascienza che ha avuto risultati bizzarri in mano ad autori non esclusivamente specializzati in sci fi. Penso solo a La strada di Cormac McCarthy, un romanzo post apocalittico di culto o a Cecità di Jose Saramago in cui l’intera popolazione diventa cieca per un’epidemia senza precedenti. Molto spesso si parla di fine del mondo per esorcizzare i demoni del presente. Guerre, malattie, crisi economiche, incombono sulla nostra realtà e accettiamo tutto filtrato dai telegiornali, dalle chiacchiere dal panettiere, dagli articoli in prima pagina dei quotidiani, ma questi mali racchiudono un’attesa, una condanna, una versione definitiva non edulcorata che porterà la fine della nostra civiltà, l’estinzione del genere umano come al tempo dei dinosauri. La vita sulla terra è una condizione transitoria e questa precarietà, questa incertezza è ben testimoniata da questi tre racconti dal retrogusto amaro e avvelenato. In Solo il mare, il racconto che apre il volume, veniamo catapultati in un mondo devastato dalla guerra, bombe che cadono, palazzi sventrati, università chiuse perché i ragazzi devono combattere e non hanno più tempo per imparare, il protagonista si prepara a fuggire con la sua donna Maddalena, una creatura di una bellezza sovrumana incontrata un giorno al supermercato mentre combattevano per un carrello con la monetina per sbloccarlo in mano, un amore totalizzante, solare fatto di fiducia e di completo abbandono, emozioni simili lui professore universitario di lettere le ha vissute solo sui libri ora le vive nella realtà ed è pronto a tutto fino a compiere un atto estremo, una metamorfosi che lo trasforma in un pesce e il mare diventa l’unica via di fuga anche se il destino che li attende non prevede il lieto fine. In Il gioco di M torna un incubo ricorrente della nostra contemporaneità l’11 settembre data dopo la quale niente è stato più lo stesso, un uomo e una donna si amano in un mondo dove tutto ciò che resta della cosiddetta normalità sono per esempio le partite di calcio in stadi strapieni, i due amanti giocano e quando uno chiede all’altro che regalo vorrebbe la risposta risulta spiazzante: “ Amore. Se proprio vuoi regalarmi qualcosa, regalami un 11 settembre”. Detto fatto, per quanto pazzesco il protagonista assiste in diretta televisiva al consumarsi di una tragedia inaudita, voluta da lui in fondo, che comporta la distruzione di M la sua amata e una promessa, di raggiungerla al più presto per fare l’amore sulle rovine del mondo. Infine Fuoco sui miei passi, racconto già uscito autonomamente sempre per Senzapatria, che se vogliamo è il più completo e paradossale con in aggiunta pure una spruzzata di erotismo. Vero protagonista oltre a Morelli, il vigile del fuoco che in prima persona parla di un delirante progetto radicale e assoluto, è il fuoco stesso, purificatore, che distrugge e nello stesso tempo permette un nuovo inizio. L’omaggio a “Fahrenheit 451 – gli anni della fenice” di Ray Bradbury è evidente, anche da una citazione dello stesso protagonista. Il mestiere del vigile del fuoco nel futuro sembra adattarsi al ruolo di incendiario e questa volta non si distruggono libri ma cadaveri che ingombrano le strade dopo ogni notte al posto dei sacchi dell’immondizia, Morelli e la sua donna Maddalena, tenente dell’esercito che se picchia sa come far male, decidono di radere al suolo con l’esplosivo una Bologna trasfigurata del 2037, per un nuovo inizio, un’apocalisse pilotata che racchiude in sé un lieto fine non privo di bizzarra ironia e forse speranza, chissà Bernardi forse vuole concederne un pizzico alla fine di tutto. C’è una poesia di Robert Frost che vorrei citare che mi sembra perfetta a conclusione:
“C’è un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”, ripetè a memoria. “ E’ lì che avviene ogni cosa: nella terra delle ombre, dove tutto è rarefatto, confuso, incerto. Noi siamo i guardiani posti a difesa di quel confine. Ma ogni tanto qualcosa riesce a passare. Il mio compito è ricacciarlo indietro”.
Vi dicono niente un certo ramo del lago di Como, un prete fifone che per non mettersi nei guai con un signorotto del luogo si rifiuta di celebrare un matrimonio, un frate cappuccino coraggioso e dal passato controverso, un nobile scellerato che dopo una vita di crimini e assassini si converte e inizia a camminare sulla retta via, due giovani che si amano e fanno di tutto per sposarsi superando rapimenti, risse d’osteria, sommosse popolari, la Peste?
Giorgio Ballario giornalista e scrittore torinese doc, lasciate le palme, la sabbia delle dune, e le atmosfere africane Anni Trenta sfondo delle avventure del Maggiore Morosini protagonista riuscito di Morire è un attimo e Una donna di troppo, si dimostra capace di uscire dai confini del poliziesco coloniale da lui vivacemente tratteggiati per trovarsi a suo agio in un noir contemporaneo prettamente mediterraneo giocato sui toni dell’ironia e della malinconia. Il noir mediterraneo vanta maestri indiscussi come Jean-Claude Izzo,Manuel Vazquez Montalban,Yasmina Khadra, Petros Markaris e a questo proposito rimando al bel saggio
Litri e litri di alcool scorrono come fiumi sotterranei, come sangue nelle vene, come un magma nero nelle profondità di una Roma poco rassicurante e ostile in cui si muovono personaggi terribili e a loro modo poetici. Su tutti emerge suo malgrado Luna & Sole trentenne emigrato dal “Sardhistan” alias Sardegna, voce narrante di questa ballata alcolica triste e disperata come un blues, un blues da strada, un blues sporco e cattivo che ti trascina dentro tuo malgrado vuoi perché Filippo Kalomenìdis scrittore e sceneggiatore sassarese sa scrivere in un modo graffiante e potente, senza tregua, vuoi perché l’epica dolorosa dell’alcolizzato triste in bilico tra Bukowski e il Joseph Roth di La leggenda del santo bevitore ha qualcosa di oscuro che affascina e nello stesso tempo respinge. Kalomenìdis però non vuole fare dell’epica, ci racconta una storia cruda, grezza, tragica una storia di contrabbando d’alcool, di emarginazione, di luoghi infetti e moralità assenti, di periferie degradate e immigrati senza volto. Non c’è niente di eroico nel suo protagonista. Non è un ribelle che si erge a paladino degli ultimi in un tentativo sovrumano di espiazione. Luna & Sole sta morendo, devastato da una forma maligna di epatite B, un virus contratto chissà come che non esita a trasmettere volontariamente alla sua “donna” attuale, Là, un ragazzina di quindici anni poco più che una bambina, incontrata un giorno sui binari della ferrovia, con il suo trucco troppo forte, le sue gambe lunghe, la sua mancanza ancora di forme. Non vuole andare a fondo da solo, vuole trascinare con sé la sua compagna non per vera cattiveria più che altro per una sorta di empatia malsana e delirante. Chi si aspettasse amorale sconfinamento nell’ autocompiacimento ha sbagliato libro, strada e destinazione, Sotto la bottiglia non indica un cammino, racconta una storia, e lo fa senza intenti didascalici, lo fa con onestà. Ogni pagina va letta con attenzione come una poesia, perché l’autore piega la parola e la modella come creta. Spesso disturbante, mai scontato questo libro scorre come acido e corrode certezze, borghesi rassicuranti sovrastrutture e pur nella sua semplicità mi ha ricordato, perdonatemi l’accostamento forse a qualche purista potrà suonare bizzarro, beh dicevo mi ha ricordato la poetica dei diseredati, degli emarginati di Pasolini e la sua Roma degli ultimi.
Oggi giovedì 28 Ottobre esce in libreria Sulla sedia sbagliata, edito da Morellini Editore, esordio narrativo di una giovane e promettente scrittrice genovese, Sara Rattaro, che con questa opera si inserisce a pieno titolo nel filone della narrativa italiana che ispirandosi a fatti di cronaca tratta temi importanti come il trapianto di organi, il carcere, l’anoressia, la malattia mentale, la droga. Sulla sedia sbagliata raccoglie le storie di persone comuni accomunate da grandi tragedie che influenzano le loro vite e le portano ad interrogarsi su questioni basilari, senza reticenze o ipocrisie. Francesca si interroga, con dolore e rimpianto, sul suo ruolo di madre di un figlio, Andrea, accusato di aver ucciso barbaramente a martellate la fidanzata Barbara, ancora minorenne, in un raptus omicida con la coscienza annebbiata dalla droga. Delitto passionale, motivi futili, vittima ancora minorenne, massiccia dose di sostanze stupefacenti nel sangue dell’assassino, tutto concorre ad aggravare ancora di più le responsabilità del delitto. Zoe aspetta un trapianto d’organi per essere finalmente libera di vivere una vita normale e innamorarsi e per la legge sulla privacy non può conoscere il nome del donatore e saper quindi chi ringraziare. Paolo è accusato di aver strangolato la madre e la ragazza che lo ama Valeria si interroga sulle ragioni di quel gesto e sull’amore. Sulla sedia sbagliata con profondità e rispetto, sia per le vittime che per gli assassini, è un libro corale in cui tante voci creano un sottofondo doloroso e amaro in cui la vita emerge in tutti i suoi aspetti anche i meno eclatanti e sensazionalistici. La vita e la morte, i due estremi che regolano l’esistenza di tutti gli individui, diventano i temi principali di questo libro scritto con sensibilità e tenerezza da una ragazza giovane ma che dimostra una matura conoscenza dell’animo umano, delle debolezze, delle fragilità che spesso vengono amplificate dai media e invece qui vengono narrate quasi sottovoce. La Rattaro scrive bene, in modo coinvolgente e appassionato, con un ritmo narrativo compiuto e preciso, pieno di sfumature e di tocchi leggeri, perché parla di sentimenti, mai banali ma vivi e pulsanti. Non ci si aspetta un lieto fine da queste storie più che altro un messaggio di speranza, in cui la comprensione umana diventa un veicolo per superare la tragedia e l’assurdo del quotidiano per vivere una vita degna di essere vissuta.
Questo libro si chiama Tre, ha 164 pagine e costa 16 euro. Vi si raccontano le storie di Günther, George e Larissa, più svariati altri, che hanno svariati obiettivi nella vita: mangiare (male), bere (peggio), spostarsi da un luogo all’altro senza una ragione precisa, ammucchiarsi senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, come da dettato costituzionale. Il racconto è diviso a metà fra Roma e Buenos Aires, che potrebbero essere anche Torino e Lima: i luoghi fisici non hanno grande importanza, i paesaggi costruiti nemmeno. All’autrice, che 7 anni fa era una ragazzina e ora, comprensibilmente, non più, interessano i corpi; beninteso vissuti fino al degrado, maltrattati e strapazzati come si conviene a un romanzo italiano oltraggioso pubblicato presso Stile Libero. Come in ogni buona fiction da prima serata di Rai1, sovrabbondano i dialoghi.
























