Autunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato: la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva, tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.
Allora mettete “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles in sottofondo e preparatevi a fare un viaggio senza cinture di sicurezza in un fantasmagorico lunapark, bombardati da luci psichedeliche e scintillanti fuochi d’artificio, dove la donna barbuta trova il suo posto tra le montagne russe e il tiroassegno.
In una Mantova cinquecentesca a tinte fosche, culla di intrighi e di delitti, incredibilmente brutale, avida e amorale, si muovono i personaggi de “I leoni d’Europa”(Scrittura & Scritture) romanzo d’esordio della interessante Tiziana Silvestrin, scrittrice mantovana, laureata in lettere, che vive e lavora a Roma. Ciò che colpisce sicuramente è il grande lavoro di ricostruzione storica svolto dall’autrice che ricrea un mondo, quello della Controriforma, fortemente caratterizzato da compromessi, sangue e veleni. La profonda conoscenza dell’epoca permette infatti alla Silvestrin di riportare fedelmente l’isensata intolleranza tra fazioni religiose del periodo, la brutalità, la licenziosità delle cortigiane e dei potenti. Benchè i fatti raccontati siano completamenti immaginari, sono nello stesso tempo basati su solide basi storiche che danno al racconto un acre sapore di verità. Tutto ha inizio il 3 luglio del 1582 all’interno della scura e umida basilica di Santa Barbara dove lo scozzese James Crichton e l’amico Thomas si aggirano furtivi con lo scopo di trafugare un misterioso manufatto. Disturbati dalle guardie devono darsi alla fuga per le vie di Mantova e da questo momento in poi prende il via una storia fatta di oscure macchinazioni e sordidi delitti in cui i giochi di potere dei grandi del tempo si sovrappongono alle meschine avidità e debolezze della gente comune. Il delitto di James Crichton porterà infatti alla luce un intrigo di portata internazionale che implicherà il convoigimento del ducato di Mantova, della Serenissima, di Elisabetta I e del suo temibile e oscuro consigliere Walsingham. Biagio dell’Orso, capitano di Giustizia, sarà chiamato a indagare sulla vicenda e toccherà proprio a lui fare piena luce, a costo di rischi personali, sulle inattese ramificazioni di questo oscuro fatto di sangue solo apparentemente accidentale. Per gli amanti del giallo storico è sicuramente un libro da non perdere, scritto con uno stile sobrio e personale, in cui l’incredibile quantità di informazioni e nozioni non intralcia la trama né sminuisce la suspense. L’investigazione è infatti la colonna portante del romanzo ed è singolare vedere come è portata avanti proprio con gli strumenti investigativi dell’epoca dove l’intuito e la perspicacia suppliscono all’uso delle impronte digitali o alle tecniche avveniristiche alla CSI.
Il weird western è un western sporco, contaminato da altri generi come l’horror, o il fantasy, maestro indiscusso è Joe Lansdale che con la sua strabordante fantasia ne ha fatto un genere di culto con lettori famelici sparsi per i quattro angoli del globo. Dico questo perché è bene dare la giusta collocazione al libro che sto per presentare. Infatti Six Shots di Alfredo Mogavero edito da Edizioni XII è a tutti gli effetti weird western e per giunta di buona qualità cosa tutt’altro che consueta lasciatemelo dire. Non è un romanzo ma si compone di sei racconti, sei piccole storie compiute, nelle quali la fantasia di Mogavero cavalca e spazia dandoci la netta sensazione che ciò che leggiamo per quanto incredibile e bizzarro sia realmente plausibile e corrispondente al vero. Tutti i fatti si concatenano infatti con tale naturalezza e Mogavero scrive così bene da portarci a credere che mostri con sei braccia, maledizioni, spiriti senza pace, stregonerie e via discorrendo esistano davvero e non siano solo leggende metropolitane da ubriaconi del west un po’ come le leggende e le superstizioni che i marinai di un secolo fa si raccontavano a bassa voce durante le notti di luna piena. Sfogliando le pagine leggiamo così le gesta incredibili di Patricia Hillwick un’anziana fuorilegge, un tempo bellissima, e dalla mira infallibile, ormai decisa a far parte dei buoni dopo una delusione d’amore; facciamo conoscenza con Twilight Jackson perseguitato dalla sinistra maledizione di attirare i fulmini durante i temporali e destinato a incontrare a Baton Rouge un eccentrico scienziato che ha inventato la macchina del tempo; ci perdiamo nelle nebbie di Cherokee Hill in compagnia di una strana coppia di becchini, di un plotone di soldati sterminato dagli indiani, di un superstite neanche tanto vivo con un duello in sospeso con un indiano; facciamo visita al saloon di Moose pieno di puttane, ubriaconi e cowboy e assistiamo a una partita a poker molto, molto particolare; siamo testimoni dei tormenti interiori di un giovane prete cattolico, padre Norton, che dopo aver resistito strenuamente alla tentazione, peccato dopo peccato, precipita verso la dannazione, innamorato perdutamente di Virginia Gilles; infine rincontriamo Patricia Hillwick decisa a fare i conti col proprio passato e a diventare una leggenda. La strepitosa cover sui toni del violetto è di Jessica Angiulli e Lucio Mondini di Diramazioni.
In una Parigi fredda e plumbea, addobbata con luci e luminarie come un gigantesco luna park in attesa di accogliere i turisti per Natale, un killer violento e feticista inizia a uccidere le giornaliste della redazione di “Paris24h”.
Parigi, lungo Senna, 36 di quai des Orfrèves.
In questi giorni è arrivato in redazione un libricino rosso, neanche tanto spesso, “In perfetto orario” Robin Edizioni collana i Luoghi del delitto Euro 9 noir di esordio di uno scrittore torinese Luca Rinarelli e credetemi se vi dico che ne sentirete parlare di questo ragazzo.
Dopo il buon successo di “Morire è un attimo” (Edizioni Angolo Manzoni, pp 335, Euro 15), Giorgio Ballario torna con una nuova indagine del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini in servizio a Massaua, Eritrea, in un noir classico, ma nello stesso tempo originale. Morosini questa volta, sempre affiancato dal fidato maresciallo Eusebio Barbagallo, sempre allegro e ottimista quasi parente di Don Bosco o per lo meno suo conterraneo, e dal leale e misterioso sottoufficiale indigeno Tesfaghì, dovrà lasciare Massaua per raggiungere la costa dell’Africa che si affaccia sull’ Oceano Indiano per una missione segreta da cui dipendono i destini di molti.
























