Posts Tagged ‘letteratura italiana’

:: Drammi quotidiani, di Paolo Panzacchi (Pendragon 2018) a cura di Federica Belleri

6 giugno 2018

drammi quotidianiAvete presente le gag di Aldo, Giovanni e Giacomo? E Camera Cafè? O Giuseppe Giacobazzi?
Ecco, mescolatele. Aprite il libro di Paolo Panzacchi e lo scoprirete. Vivrete la quotidianità di Francesco Garelli, pubblicitario, e della sua famiglia. Lo stress di ogni giorno, il tempo che è sempre troppo poco, il disordine e lo stipendio risicato. I risvegli del lunedì e i panni da stendere. Il complicato equilibrio tra carriera e coppia. L’invadenza dei suoceri e molto altro.
Questa è una storia per chiunque si senta stretto e costretto, per chi ha voglia di perdersi nei ricordi e di lasciarsi andare alla malinconia. Si ride, certo. E si sorride parecchio, ma nulla viene tolto alle descrizioni dei nostri anni, all’amore trascurato e ai difficili progetti da realizzare.
Le scelte si pagano, è inevitabile. La nostalgia prevale, la voglia di prendere un’iniziativa anche solo una, è devastante.
E allora si decide, si cambia, ci si rinnova. Ci si libera dalle convenzioni e via, un tuffo nel blu. O no?
Una lettura che apre spunti per interessanti riflessioni.
Assolutamente consigliato.

Source: omaggio dell’autore.

:: Peccato che non avremo mai figli di Giuseppina La Delfa (Aut aut Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

30 Maggio 2018

Piatto_Peccato che non avremo mai figliGiuseppina La Delfa è fondatrice e socia delle Famiglie Arcobaleno, di cui per undici anni ha rivestito anche l’incarico di presidente. Da sempre impegnata in prima fila nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili.
Da trentasei anni vive con Raphaelle. Adesso Giuseppina ha deciso di scrivere un libro per raccontare la storia di questo grande amore ma anche i sacrifici e gli anni di battaglie, di conquista e di soddisfazioni.
In questi giorni è uscito Peccato che non avremo mai figli, questo è il titolo di un romanzo di formazione, intenso e avvincente in cui il privato e l’intimo si tuffano nella storia, proprio come nelle pagine più belle della grande scrittrice Annie Ernaux.
Non è un caso che il libro di Giuseppina La Delfa inizia il suo racconto con una citazione della Ernaux:

«L’intimo è ancora e sempre del sociale, perché un io puro, in cui gli altri, le leggi, la storia, non sarebbero presenti è inconcepibile».

Giuseppina, figlia di emigrati italiani e Raphaelle, appartiene a una famiglia borghese, si incontrano e si innamorano a prima vista. Tutto ha inizio più di trenta anni fa in Francia e da quel momento non si lasceranno più. Naturalmente gli ostacoli alla loro storia sembrano insormontabili.
Dai banchi di liceo, all’università sempre insieme anche contro la volontà delle famiglie. Giuseppina e Raphaelle formano la loro famiglia e vanno a vivere insieme, mettono su casa tra mille sacrifici, lavorano duro senza arrendersi mai.
Giuseppina studia e legge, lei è consapevole che i libri le salveranno la vita. Si laurea discutendo una tesi sul fantastico di Dino Buzzati. Riceve un incarico come lettrice di madrelingua presso il campus universitario di Fisciano. Successivamente anche Raphaelle la raggiungerà.
Nel libro ovviamente c’è spazio per l’impegno nella battaglia per il riconoscimento dei diritti civili. Dalla realtà delle famiglie arcobaleno alla lista lesbica italiana. Una storia intensa di militanza che l’autrice definisce ricca di incontri e di relazioni.
L’attivismo per i diritti LGBT incontra la narrazione privata. Sullo sfondo di queste pagine le protagoniste sono due grandi donne che si amano. È la storia di un grande amore al servizio di una battaglia che a che fare con la dignità di tutte le persone in antitesi a ogni forma di oscurantismo e pregiudizio.

«Stamattina, martedì 2 marzo 2016, mi sono svegliata dicendo a me stessa «Dai, alzati, vai a scrivere che voglio conoscere il seguito». È buffo. Il seguito lo conosco, non sto inventando nulla.
È la mia storia. Ma sono stupita io stessa di ciò che viene fuori, dei ricordi che tornano a galla e di come le parole tirano altre parole e di come un racconto porta a un altro racconto. È una sorpresa. Perciò voglio sapere il seguito anche io. Al di là del futuro di questo libro. Lo sto scrivendo perché penso di avere avuto una vita di ribellione testarda e non violenta. Ho fatto, tutto sommato, tutto ciò che volevo fare. Anche se è stato spesso difficile prendere decisioni e andare avanti, a volte contro tutti».
Insomma fino a oggi non mi sono mai tradita. E la mia vita, fino a oggi, è stata una bella vita, intensa, vera, onesta. È già qualcosa di cui vado fiera. Ma non ho vissuto così per andarne fiera, ma solo perché sono consapevole da sempre che la vita è un’occasione da non sprecare.
Questo libro lo scrivo soprattutto per Lisa Marie e per Andrea Giuseppe. Perché sappiano chi era la loro madre, chi erano le loro madri. Chi erano anche quando loro non erano nemmeno concepibili e quale percorso abbiamo dovuto fare, insieme, per arrivare fino a loro. E poi scrivo anche per i tanti ragazzi che ancora oggi non vivono felici e continuano a tacere. È un modo per dire loro che se ce l’abbiamo fatto noi quando eravamo davvero sole al mondo, ce la faranno anche loro a vivere la vita che vogliono ora che siamo legioni a poter accompagnarli per affrontare lo sguardo di chi pensa ancora di essere l’unico nel giusto».

Con queste parole toccanti Giuseppina La Delfa si rivolge ai lettori. Tra le pagine di questa storia vera ci siamo tutti, perché le scelte di Giuseppina e Raphaelle, non sono personali, appartengono a ognuno di noi e ci riguardano da vicino. In gioco ci sono le relazioni umane, il vivere civile e la libertà.

Giuseppina La Delfa è italo-francese, nata nel nord della Francia nel 1963. Laureata in Lingua e Letteratura italiana con specializzazioni in Letterature comparate e Didattica delle lingue straniere, nel 1990 si trasferisce in Italia con la compagna e da allora insegna lingua francese all’Università di Salerno. Nel 2000 si “pacsa” con la compagna al consolato di Francia a Napoli. Nel 2005 crea l’associazione Famiglie Arcobaleno di cui è Presidente dal giugno 2005 a ottobre 2015. Nel 2016 entra a fare parte del direttivo di Nelfa, il Network delle Associazioni di genitori LGBTQI* europee di cui è la vice presidente.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

:: L’ immensità del tempo di Raffaella Marchese (New Books 2018) a cura di Marcello Caccialanza

30 Maggio 2018
L'immensità del tempo

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L’immensità del tempo”, edito dalla New Books e realizzato dalla sapiente penna dell’autrice Raffaella Marchese; già nota al grande pubblico per due suoi romanzi precedenti assai apprezzati, quali “La Pipa di Terracotta” e “ Alle quattro del mattino” è una preziosa opera letteraria che incanta e commuove allo stesso tempo. Ha il merito di accompagnare con estrema dolcezza anche il lettore più critico verso una riconciliazione insperata con sé stesso e con la vita che conduce. Ha l’innato pregio di redimere anche i più cinici e di spingerli tra le braccia della bellezza dei sentimenti più alti; come l’amore, la bontà, il piacere più vero e l’umiltà più sincera.
L’immensità del tempo è una delicata raccolta di pensieri, riflessioni, brevi racconti di vita vissuta e di lettere indirizzate ai destinatari più disparati: dalla amatissima cagnolina Jolie a Papa Francesco in persona.
La bellezza di queste pagine consiste a mio avviso nel fatto che ciascuna di esse riesce ad emozionare a tal punto il lettore che lo stesso si accorge di possedere un cuore capace ancora di battere per sentimenti nobili e rari!
Forse la migliore recensione scritta per questo testo l’ha firmata la famosa scrittrice Sveva Casati Modignani nella sua presentazione al testo della Marchese.

Dotata dalla sorte di intelligenza e di sensibilità, attraverso la scrittura Raffaella ha deciso di condividere con i lettori i suoi doni straordinari .

:: Zeig di Martino Ciano (Giraldi Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

28 Maggio 2018
Z COPERTINA

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Colpaca è la capitale del sistema social – consumistico dove i suoi abitanti sono schiavi dei bisogni e le loro anime sono imprigionate nel sistema e condannate alla felicità materialista.
Questo è il regime voluto da Gesualdo Istorio che ha fondato la Titti- Teet –Toot, la grande fabbrica attraverso la quale ha fondato la sua filosofia basata su tre principi: lavoro benessere e consumo.
Marselo è uno tanti operai di una catena di montaggio asfissiante, assuefatto non solo ai ritmi assurdi del lavoro ma anche al modello di consumismo sfrenato su cui si basa l’economia della città.
A un certo punto si accorge che non può essere soltanto un prodotto con una data di scadenza sul cuore e cerca di evadere dalla quotidianità grigia di Colpaca.
Così siamo entrati in Zeig, il nuovo romanzo di Martino Ciano . Colpaca non è assolutamente una città immaginaria e questo di Martino non è un romanzo distopico.
La distopia non è più profezia ma è diventata realtà. Zeig non è un romanzo distopico. La città immaginaria di cui racconta Martino Ciano è in mezzo a noi. E noi siamo quella città immaginaria nel cui abisso precipitiamo con il nostro bagaglio di ipocrisie e di menzogne.
A un certo punto Marcelo diventa Zeig e si avventura a Redimos, il ghetto in cui il sistema ha confinato i filosofi, i sognatori e gli idealisti, tutti coloro che non hanno riconosciuto la dittatura del consumismo e vengono considerati portatori sani di un pensiero improduttivo.
Marcelo e Zeig si accorgono presto la verità non è facile da agguantare perché la perpetuazione della menzogna è cosa più comoda anche da parte di chi usa gli ideali per costruire a sua volta prigioni per controllare anime e coscienze.
Martino Ciano scrive una parabola filosofico – esistenziale al centro della quale c’è questo nostro presente liquido e globalizzato in cui in ogni posto regnano la menzogna e l’ipocrisia.
Marcelo intuisce che il benessere che gli viene imposto a Colpaca sa di marcio e lo corrode fino alla decomposizione, rendendolo cadavere
Zeig varca i confini di Redimos, sfuggire alle orrende asfissie del sistema ma anche lì si accorge che è difficile salvarsi in un mare di menzogne, soprattutto quando si incontrano profeti che spacciano per verità le infinte bugie di plastica.
Martino Ciano con Zeig scrive soprattutto dell’anno zero della nostra umanità, precipita negli abissi di un’apocalisse che viviamo tutti i giorni in cui tutti noi siamo Marcelo –Zeig, carnefici e vittime allo stesso tempo di una quotidianità con cui la verità diventa sempre bugia e la realtà non si distingue dalla finzione.
Zeig è un libro dedicato all’uomo che sa essere, come scrive Cioran, il cancro della terra, devoto solo alla menzogna, con la consapevolezza di voler morire e di autodistruggersi, sicuro di aver schiacciato tutto il vero che ha ronzato nelle sue orecchie.

Martino Ciano (1982) vive a Tortora, primo paese della Calabria alto tirrenica. Dal 2010 è giornalista per l’emittente televisiva Rete 3 Digiesse. Appassionato di storia, letteratura, filosofia e hard rock, collabora con le webzine letterarie “Satisfiction” e “Gli amanti dei libri” e il blog di approfondimento culturale “Zona di Disagio” di Nicola Vacca. Zeig è il suo terzo romanzo, ma può essere definito anche il suo esordio letterario.

Source: libro inviato al recensore dall’ Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Autunno a Venezia – Hemingway e l’ ultima musa di Andrea di Robilant (Corbaccio 2018) a cura di Marcello Caccialanza

24 Maggio 2018

1La vita del grande scrittore americano Ernest Hemingway è andata in profonda sintonia, quasi in una sorta di indimenticabile romanzo poetico di esistenza umana nelle sue mille e mille sfacettature, con la sua immensa produzione letteraria, che ha coinvolto emotivamente generazioni e generazioni di lettori appassionati e mai traditi nelle loro più intime aspettative, anche nell’epilogo tragico della vita stessa di questo artista tutto tondo!
L’autore Andrea di Robilant ci offre nel suo “Autunno a Venezia – Hemingway e l’ultima musa”, edito dalla Casa Editrice Corbaccio, un periodo particolare di questa icona letteraria senza tempo: 1948 il romanziere americano decide di lasciare l’Avana per affrontare insieme alla quarta moglie, Mary Welsh, un viaggio in Europa.
Le cose tra i due non funzionano più bene; tutto sembra scricchiolare sotto i loro piedi! E forse questo viaggio potrebbe essere l’occasione più ghiotta per ritrovare quell’armonia di coppia che in precedenza li aveva sempre contraddistinti!
La coppia avrebbe dovuto approdare, con il piroscafo su cui sono imbarcati, in Provenza e più precisamente al porto di Cannes; ma un’improvviso ed alquanto pungolante maltempo, li costringe a ripiegare sul capoluogo ligure.
Per Hemingway l’inaspettato cambio forzato di programma, diventa quasi come una sorta di meraviglioso ed affascinante colpo di fulmine, che, come un incantesimo di un mago a lui amico, lo catapulta con estrema dolcezza al 1918 e più precisamente al suo lavoro di cronista svolto nei pressi del Piave.
Da questo punto in poi, ovvero fino al momento in cui lo scrittore non ritorna in connessione con il suo Io temporale, questo piccolo capolavoro assumerà quasi i delicati toni di un diario intimista, che ci racconterà, in modo minuzioso, in un crescente turbinio di emozioni sentite e vissute, di un uomo e delle sue indiscusse peculiarità! Infatti verranno ricordati, con toni vagamente nostalgici, i reportages degli anni Venti, i viaggi in Liguria e nelle Dolomiti in compagnia della prima moglie, Hadley.
Ma ogni incantesimo che si rispetti ha dunque un inizio ed una fine e qui la fine coincide con l’assedio mediatico dei paparazzi nei confronti dell’autore e di riflesso nei riguardi della sua quarta moglie, il tutto si gioca in maniera roccambolesca al molo.
Hemingway decide così di cambiare itinerario al fine di ritrovare quell’ispirazione che aveva perduto da tempo: da circa otto anni la sua penna prolifica non aveva versato più una goccia di inchiostro, suscitando malcontento tra critica e pubblico. Suo ultimo successo editoriale era stato “Per Chi Suona La Campana”, del 1940.
A Stresa e a Cortina ha l’opportunità di conoscere i suoi editori italiani, Giulio Einaudi e Arnoldo Mondadori e perfino la sua fedele traduttrice Fernanda Pivano. Nel nostro Paese il Maestro entra in contatto anche con i grandi scrittori del tempo, come Calvino e la Ginzburg.
Tra una battuta di caccia ed un sontuoso party in suo onore entrerà – come fulmine a ciel sereno- nella sua vacanza italiana: la città di Venezia.
Qui l’uomo-l’artista si innamorerà pazzamente dell’aristocratica Adriana Ivancich, la quale avrà l’onere e l’onore di incarnare la sua ultima Musa ispiratrice. Grazie a lei, nonostante la relazione sia complicata ed apparentemente platonica, Ernst ricomincia a scrivere con gioia e con cuore. Adriana sarà quindi la Renata di “Di là dal fiume e tra gli alberi”; con lei accanto, una volta tornato a Cuba, scriverà quel capolavoro dal titolo “Il vecchio e il mare”.
Nel 1954 a coronamento di questa profetica rinascita intellettuale ed umana, l’autore riceverà il Premio Nobel per la letteratura.
Di Robilant, nella sua opera, supera con grande maestria il “banale” concetto di biografia per regalare al lettore atmosfere e personaggi indimenticabili che entrano con comprovata prepotenza nel cuore e che rendono questo testo un autentico libro da “divorare” con avidità!

Andrea di Robilant è nato a Roma nel 1957. Ha studiato Storia e Relazioni internazionali alla Columbia University e ha lavorato come giornalista in Europa, negli Stati Uniti e nell’America Latina. Corbaccio ha pubblicato: «Lucia nel tempo di Napoleone», «Un amore veneziano», «Irresistibile Nord», «Sulle tracce di una rosa perduta» e «Autunno a Venezia». Vive a Roma con la moglie e i figli.

Source: libro del recensore.

:: Il monastero delle ombre perdute di Marcello Simoni (Einaudi 2018) a cura di Elena Romanello

25 aprile 2018

12Torna per Einaudi una nuova indagine dell’inquisitore seicentesco a Roma fra’ Girolamo Svampa, di nuovo dalla penna di Marcello Simoni, che racconta un nuovo giallo storico in un’epoca in fondo poco nota ma fondamentale per arte e cultura non solo nella città eterna.
Nella capitale papalina, nel giugno del 1625 capita una sera che la giovane e irrequieta Leonora Baroni entri con un corteggiatore nelle catacombe di Domitilla e qui faccia la macabra scoperta di un cadavere di un uomo e di una figura di donna con la faccia di capra. Fra’ Girolamo Svampa si trova in esilio in Toscana, alcune sue indagini non hanno fatto comodo al potere pontificio e si è preferito allontanarlo, ma ora solo lui può aiutare i suoi superiori a venire a capo di un mistero che può portare discredito.
Svampa accetta l’invito di padre Francesco Capiferro e torna a Roma, dove si scontra, oltre che con le difficoltà del caso, con l’opposizione del suo storico nemico Gabriele da Saluzzo, ma dove trova l’appoggio del fedele Cagnolo Alfieri. L’indagine si dimostra subito non facile, anche perché la famiglia di Leonora Baroni non è il migliore degli interlocutori: la ragazza è figlia di Adriana Basile, celebre cantante e sorella del grande scrittore napoletano Giambattista, che in una delle sue celebri fiabe ha raccontato una cosa molto simile a quella successa nelle catacombe.
Tra antichi culti e nuovi circoli al femminile, giochi di potere e intrighi, Svampa dovrà cercare di trovare il bandolo di una matassa che, se non risolta, potrebbe rovinare definitivamente la sua carriera e la sua vita.
Rispetto agli altri thriller di Marcello Simoni, basati su azione e Storia, questi su fra’ Svampa sono più meditativi e più di indagine, ma non per questo meno interessanti, anzi questo secondo capitolo immerge ancora meglio in una Roma tardo rinascimentale dove superstizione e modernità convivono e dove la ricerca della verità può essere davvero l’unica cosa che conta.
Interessante in particolare aver inserito Giambattista Basile come personaggio, figura storica realmente esistita, autore di fiabe che ispirarono Perrault e i fratelli Grimm (le prime versioni ufficiali di Cenerentola e della Bella Addormentata, in versione horror, sono sue) e in tempi recenti l’interessante film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti.
Marcello Simoni ha in progetto adesso altri libri di altre sue serie, ma c’è da pensare che prima o poi ci riporterà sulle orme di Girolamo Svampa.

Marcello Simoni (Comacchio, 1975) è un ex archeologo e bibliotecario. Con Il mercante di libri maledetti (2011), il suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. Un successo confermato da La biblioteca perduta dell’alchimista, Il labirinto ai confini del mondo, L’isola dei monaci senza nome, La cattedrale dei morti, L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni, tutti usciti per Newton Compton. Per Einaudi ha pubblicato Il marchio dell’inquisitore (2016 e 2018), dove compare per la prima volta il personaggio di Girolamo Svampa, e Il monastero delle ombre perdute (2018). È tradotto in venti Paesi.

Source: acquisto personale

:: Silenzio, di Luana Troncanetti a cura di Federica Belleri

25 aprile 2018

silenzioUn uomo torturato in modo brutale, la sua sofferenza protratta per diverse ore. Un assassino preciso e rabbioso.
Questo è l’incipit del romanzo di Luana Troncanetti. Incipit dai toni pulp, carico di sangue e di morte. Un omicidio descritto in maniera chiara, precisa, senza sconti.
Chi è la vittima, chi è l’assassino? Al lettore scoprirlo.
Vi posso dire che l’autrice ci porta nel mondo degli artisti sognatori, viziati e viziosi. Nel mondo dei ricordi, che fanno male da morire. Nel mondo dei tradimenti, fatti per disperazione e intrisi di sensi di colpa. Il tutto è condito da sfumature dolci e da amari rimpianti. La vicenda è ambientata a Roma, con il caldo autunnale che non sembra abbandonare la città. I personaggi creati dall’autrice sono reali, credibili e romaneschi al punto giusto. La capitale pulsa e si muove attorno a loro. Non manca il sorriso durante la lettura. C’è Ernesto, che fin da piccolo ha la passione per il disegno e i colori, ma fa il tassista. C’è l’Ispettore Proietti, Capo della Sezione Omicidi, uomo superstizioso e stropicciato dalla vita. C’è l’agente Ansaldi, che ha avuto con lui una storia di sesso, senza speranza di continuità. Molti altri personaggi ruotano attorno a questo caso, in modo delicato ma preciso. Le personalità di ognuno di loro è ben definita, compresa quella dell’uomo assassinato … quali segreti nasconde?
Un piccolo stralcio di umanità passa in questo libro sedendosi sul taxi di Ernesto o nell’abitazione della vittima. Oppure ancora nella portineria del suo palazzo. Umanità che cerca di vivere o di sopravvivere. Uomini e donne che non sempre hanno il coraggio di osare, che soffrono nel loro essere bizzarri. Persone che si perdono in attimi, in brevi momenti di luce, in grado di portarli lontano con la mente.
Silenzio è passione carnale, un bacio debole, una responsabilità troppo grande per essere ignorata, una tragedia trascinata per anni, un dettaglio da non trascurare. E ancora, una ferita profonda, un cuore d’oro che mira solo a proteggere, istinto primordiale.
Silenzio, per chi spaccia sogni e si prende ciò che vuole quando e come gli pare.
Silenzio, per osservare e rielaborare. Silenzio, perché il riscatto richiede tempo.
Chi è la vera vittima in questo romanzo?
Ottima lettura e ottima scrittura. Un’autrice da tenere d’occhio.

Source: omaggio dell’autore al recensore.

:: L’altro addio di Veronica Tomassini (Marsilio 2017) a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2018
L'altro addio

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Dopo la caduta del Muro di Berlino, parlo per intenderci del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta del Novecento all’inizio degli anni Novanta, molti ragazzi e ragazze dell’Est lasciarono gli ex paesi della Cortina di Ferro (Germania Est, Cecoslovacchia, Albania, Polonia, Ungheria, Romania etc…) in cerca di fortuna nel nostro edonistico e consumistico Ovest.
Anche l’Italia fu terra di approdo di questi flussi migratori e se molti trovarono una nuova sistemazione legale e favorevole, impiegandosi come badanti, infermieri, taxisti, tecnici informatici, o aprendo piccole attività dal negozietto alimentare sottocasa, a ditte di import export magari verso i propri paesi d’origine, altri finirono nella zona d’ombra della criminalità, dell’accattonaggio o della prostituzione.
Questa marginalità trova dignità letteraria nei libri della siciliana Veronica Tomassini, come in quest’ ultimo L’altro addio, edito da Marsilio.
Della Tomassini ricordiamo già Sangue di cane, caso letterario del 2010, edito da Laurana Edizioni, in cui per la prima volta il personaggio del polacco Slawek prendeva vita nelle pagine di un libro in bilico tra autofiction, e ritratto sociale, che per potenza e asprezza ricorda uno Zolà, dove le storie degli ultimi assumono valenze epiche e universali, non tralasciando i lati più sordidi e dolorosi di una umanità reietta ma sempre umanissima e vera.
Sebbene forse più che al naturalismo francese, forti sono gli echi verso il verismo tutto nostro di scuola siciliana di un Capuana per esempio, per sensibilità e sincerità di intenti, e per il suo assillo continuo verso la malattia e la morte.
Tuttavia la Tomassini si scosta da queste scuole strutturate e teorizzate, per spontaneità e per l’uso prevalente del flusso di coscienza, strumento che nello stesso tempo è la parte più affascinante e il principale limite della sua scrittura.
Limite perché non è facilmente comprensibile da un lettore distratto, privo degli strumenti idonei per capire la complessità della sensibilità dell’autrice, che si espone quasi senza filtri, superando anche alcuni limiti di opportunità per il suo tendere verso l’aderenza al vero (se non fattuale e oggettivo, sicuramente psicologico e morale).
Insomma non è un libro facile, può scoraggiare, se non respingere, ma se si superano questi ostacoli concettuali, allora si può apprezzare con più consapevolezza il coraggio, la fede (sì, anche nella letteratura oltre che nella umanità o in Dio), l’autenticità di questa autrice che ignora mode, atteggiamenti arroganti o scuole di pensiero.
Il suo tipo di scrittura è molto personale, quasi sovversivo: alterna periodi involuti, ad altri molto piani e immediati, proprio seguendo le onde del pensiero.
Il dolore, l’amore, la malattia, la marginalità si aggiungono all’ universale difficoltà del vivere, del comprendere gli altri, del perdonare. Tanto che l’amore tra la ragazza siciliana e il “migrante” (uso con consapevolezza questa parola che ormai quasi per tutti ha un’ accezione unicamente negativa) polacco, acquista in breve tutte le valenze e le sfumature di uno scontro incontro tra due opposti difficilmente conciliabili. Fino al punto che al lettore, terminata la lettura, non restano che due certezze: il loro è un amore senza futuro, e nello stesso tempo destinato a non estinguersi mai. Doloroso e scorticante.

Veronica Tomassini è siciliana, ma di origine umbre, e lei molto puntigliosamente tiene a precisarlo. Giornalista, ama le ambientazioni suburbane, gli outsider, gli immigrati,  gli sfrattati ad oltranza dal sentire borghese. Ama i perdenti perché neanche lei ha vinto mai qualcosa, nella vita in generale. Scrive sul Quotidiano La Sicilia dal 1996. Il suo romanzo d’esordio, Sangue di cane (Laurana 2010) fu un caso letterario. Successivamente ha pubblicato Il polacco Maciej (Feltrinelli Zoom 2012) e Christiane deve morire (Gaffi 2014). A lungo collaboratrice del quotidiano catanese «La Sicilia», dal 2012 scrive per «il Fatto Quotidiano».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Il Regno del male di Sandro Ristori (Newton Compton Editori 2018) a cura di Elena Romanello

11 aprile 2018
Il regno del male

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Spesso ci si lamenta delle poche proposte di autori italiani nel genere fantasy, spesso si dice anche che forse non siamo così bravi a scrivere questo tipo di storie, ma si può sempre scoprire qualcosa di nuovo, perché chi scrive fantastico c’è anche alle nostre latitudini, non copiando per forza modelli stranieri.
Come il primo libro di una nuova saga in tema scritta da Sandro Ristori, Il regno del male, che porta in un mondo in cui ci sono echi di Joe Abercrombie e Terry Goodkind, spietato e senza speranza, in preda a guerre, carestie, epidemie e pregiudizi che si traducono in discriminazioni, omicidi e altri comportamenti disumani.
Secondo un’antica leggenda, chi manifesta durante l’adolescenza una macchia particolare sulla pelle, visibile solo da un mago con una fiamma e chiamata il Segno, è maledetto e va esiliato, mentre sua madre va condannata ad un supplizio crudele in un lago vicino al villaggio, dove resta immersa finché non muore.
Questo è quello che capita ai due protagonisti, Kausi e Coral, due vite spensierate con qualche ombra fino al momento in cui scoprono di essere maledetti: devono lasciare il loro villaggio, valicare le Grandi Paludi, da dove nessuno è mai tornato e inoltrarsi in una terra di cui si parla solo nei miti e nelle leggende. Ma forse, lontani da un mondo che li ha traditi, potranno scoprire nuovi modi di vivere e persone simili a loro con cui ricominciare a relazionarsi, in un mondo che comunque si presenta senza speranza.
Infatti tutto il Regno in cui vivono anche i due ragazzi è in ginocchio: da ovest sta arrivando una terribile pestilenza che sta devastando interi territori uccidendone gli abitanti, il re è da sempre troppo debole per opporsi agli intrighi degli avidi duchi della sua corte, mentre i barbari premono sui confini del nord e a sud stanno arrivando migliaia di profughi in fuga dalla fame e dalla guerra. E non ci sono solo queste vicende da raccontare, ma anche quella di Rakha, ragazza dotata di strani poteri, che in passato ha incrociato la strada dei due ragazzi esiliato e che ora ha nelle sue mani l’erede del duca di Courtenaray.
Una storia incalzante, raccontata al presente come una cronaca di guerra di oggi, dove l’elemento fantastico alla fine non è predominante, rispetto ad una metafora del mondo reale, tra discriminazioni verso il diverso, migrazioni, guerre, carestie. Un microcosmo cupo e senza speranza, molto più spietato a tratti di Westeros, ma alla fine simile a quello che sta accadendo qui, con una trama comunque appassionante di cui si spera di leggere presto i nuovi sviluppi.

Sandro Ristori è nato a Firenze nel 1982 e vive e lavora a Roma. Scrive, traduce, legge, impagina e immagina libri. Il Regno del male è il primo capitolo di una saga.

Source: inviato al recensore dalla casa editrice, si ringrazia Federica Cappelli dell’Ufficio stampa.

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:: Nonnasballo di Mirko Zullo (Cairo Editore 2018) a cura di Marcello Caccialanza

10 aprile 2018
Nonnasballo di Mirko Zullo

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Mirko Zullo con il suo romanzo “Nonnasballo” ha scritto a mio modesto parere uno dei romanzi più appassionati di questi ultimi tempi, un piccolo capolavoro di emozioni veramente sentite e vissute, capace di regalarti toccanti atmosfere e una storia veramente coinvolgente che ti prende e ti avvolge, senza mai abbandonarti o tradirti.
Protagonista indiscussa di questa vicenda è Michelle, timida fanciulla tanto semplice quanto disarmante per la sua stessa timidezza. Lei non ha mai avuto uno straccio di ragazzo ed è costretta a lavorare in una trattoria, sebbene abbia la voglia di studiare e di migliorarsi.
Ma ha una nonna davvero super che tutti la conoscono come “ la Milva”: una donna focosa, fumantina che adora in un modo spasmodico ballare. È stata proprio lei, questo vulcano di donna, a crescere Michelle, nel momento in cui il padre se ne è andato, fregandosene della figlia!
Ma la vita come dà così toglie! Ed un giorno tutto cambia e la prospettiva della medesima esistenza si ribalta in modo definitivo. Nonna Milva è colpita dall’ Alzheimer e sarà dunque Michelle a doversi prendere cura di questa nuova e strana bimba.

Mirko Zullo è nato a Verbania il 4 febbraio 1983.
Conseguito il diploma in Grafica Pubblicitaria, s’iscrive alla facoltà di Filosofia dell’Università Statale di Milano. Coltiva l’amore per diverse forme artistiche, poesia in primis, dall’età di quindici anni.
Ispirato da poeti esistenziali quali Hemingway, Whitman, Ungaretti, ma in particolar modo dal circolo francese di Rimbaud, Prevert, Maupassant, Baudelaire, la sua poesia diviene vera, cruda, determinata ma malinconica, a tratti aspra seppur sempre sognatrice e speranzosa.
Oltre che scrittore, è giornalista e critico su settimanali e free press.
È collaboratore della rete televisiva VCO AZZURRA TV, per la quale ha curato e diretto rubriche dedicate al mondo giovanile (“NGTV”, acronimo di New Generation TV) e di videopoesia (“Verbamanent”).
È chitarrista della band “Lake Boulevard”.

Source: libro del recensore.

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:: I figli del male di Antonio Lanzetta (La Corte editore 2018) a cura di Elena Romanello

9 aprile 2018
I figli del male

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Torna Antonio Lanzetta, con il seguito del suo fortunatissimo thriller Il buio dentro, acclamato anche all’estero, I figli del male, godibile anche da solo ma collegato comunque al libro precedente, da cui riprende i personaggi principali e alcuni riferimenti.
Ritroviamo Damiano Valente, lo Sciacallo, uno scrittore provato da drammi passati e diventato famoso ricostruendo fatti di cronaca nera nei suoi libri, che viene svegliato in piena notte da una telefonata e si trova poco dopo sulla scena di un crimine atroce, un’auto su una spiaggia vicino a Castellaccio con dentro un uomo, con il vizio di andare continuamente a prostitute, con la gola tagliata dentro cui c’è un biglietto con due parole: Lui vede.
A questo omicidio ne seguirà un altro, con la stessa modalità e lo stesso messaggio, con come vittima un noto pedofilo in cerca di contatti on line, mentre Flavio, amico di Damiano, viene inghiottito nel buio mentre cerca di aiutare una paziente della clinica psichiatrica in cui lavora, una ragazza senza passato, incapace di comunicare con il mondo, reduce da orrori indicibili e il cui ricovero non è stato registrato.
Damiano aveva giurato a se stesso di non voler più essere coinvolto, ma nuovi e vecchi fatti lo travolgono di nuovo, perché quello che sta succedendo oggi è legato a fatti del lontano 1950, in un Sud ancora segnato dalla guerra e dal regime fascista, dove si delinearono alcuni destini, quello di Mimì, picciotto idealista, innamorato di Teresa, vittima di una società patriarcale, e soprattutto di suo fratello Tommaso, condannato all’apparenza ad una vita di servo di un padre padrone senza istruzione, che un giorno trova il corpo martoriato di un bambino sulla riva di un fiume, scoprendo poi un nuovo mondo che gli aprirà una nuova vita ad un prezzo enorme, per se stesso e per gli altri con cui avrà a che fare.
Anche questa volta Antonio Lanzetta non delude, raccontando un oggi che affonda le radici delle sue colpe nel mondo di ieri, con vari piani narrativi che si intrecciano, indagini che si sovrappongono, ricerche della verità che fanno emergere realtà terribili, in una ricerca di giustizia che non sarà definitiva. Alicia Giménez Bartlett ha detto che il thriller oggi è il genere con cui si racconta meglio la società di oggi: vero, e Antonio Lanzetta lo dimostra in pieno, raccontando un Sud dove per una volta non si parla di mafia e camorra, metafora dell’Italia intera e dei troppi crimini, di sangue e anche magari politici, che si sono voluti tenere nascosti.
In attesa di una prossima indagine di Damiano non da solo che non dovrebbe mancare.

Antonio Lanzetta è nato a Salerno. Ha pubblicato con La Corte editore i due romanzi di fantascienza Warrior e Revolution, e poi ha scelto di cambiare genere, cimentandosi con il thriller con Il buio dentro, grazie al quale è stato invitato a eventi internazionali sul thriller, partecipa a trasmissioni in tema in Italia come opinionista ed è stato definito lo Stephen King italiano.
Ha anche scritto il romanzo Ulthemar La forgia della vita , vincitore del Premio Cittadella nel 2015, e il racconto thriller Nella pioggia, finalista al premio Gran Giallo di Cattolica. Presente sui social, tiene un rapporto costante con i suoi lettori e lettrici che lo seguono alle varie presentazioni e eventi come un amico.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Storia nera di un naso rosso di Alessandro Morbidelli (Todaro Editore 2017) a cura di Serena Bertogliatti

5 aprile 2018
Morbidelli_copertina

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La Milano letteraria – quella narrata, non quella che narra – sta, mi sembra, assumendo un ben preciso ruolo nelle rappresentazioni italiane degli ultimi anni. Cinica, arrivista, sentimentale di una malinconia solitaria tutta urbana, promette un anonimato duplice, dolceamaro, che accoglie tutti e nessuno. Sembra il luogo ideale per storie in cerca di un palcoscenico che sia anonimo abbastanza da risultare neutrale – anche se è poi proprio questo “anonimato” di sottofondo, tra cinici arrivismi e inossidabili speranze, a suggerire quale piega queste storie prenderanno.

Storia nera di un naso rosso (Todaro Editore, 2017) di Alessandro Morbidelli è tra queste.

Le storie, questa volta, girano attorno a un personaggio che porta il nome di “Angelo” e si troverà a vestire i panni di un Diavolo. O forse no. Forse Angelo non è altro che una molla necessaria a far scattare il meccanismo – i meccanismi – e questo romanzo parla in realtà di bambini – nati, morti, innocenti, crudeli, innocenti e crudeli, soprattutto innocenti e crudeli al contempo, versioni miniaturizzate degli Io narranti adulti di Storia nera di un naso rosso. E forse allora anche i bambini non sono che un mezzo per parlare d’altro. Sentimenti. Impulsi. Paura, speranza, invidia, senso di colpa. E, a libro chiuso, la vita appare un po’ come un gioco a carte in cui la fortuna ha un peso troppo preponderante rispetto al calcolo e al libero arbitrio. Sa di un determinismo illogico e spietato – ma, mentre gli ingranaggi macinano vite, rimane un lieve, remoto, barlume in cui riconosco lo sguardo di Morbidelli, la spietata serenità dello stile con cui l’ho conosciuto.

L’ho preso in giro insinuando avesse un’idiosincrasia nei confronti dell’alito cattivo: non ero ancora arrivata a metà libro e già tre volte questo dettaglio mi aveva reso un po’ (più) intollerabili alcuni dei personaggi. Ma sta qui il punto: nei dettagli. Che Morbidelli usa per connotare le scene, come filtri a queste sovrapposti che ne facciano vibrare i colori nella direzione dello stato d’animo dell’Io narrante. Un esempio, esemplare, di “Show, don’t tell”.

Ma, più che essere un trucchetto usato ad arte, è una caratteristica del suo stile, che fa sentire come se si stesse osservando il mondo – quello narrato ma anche quello reale, che riconosciamo con così poco scarto in quello narrato – con più profondità, cogliendo il fulcro, il significato, dei gesti più banali, dei tic più sdoganati e, per chiudere il cerchio, di come a volte si percepisca con disgusto l’odore personale di qualcuno quando non si sa più come convincersi a tollerare questa persona – o ciò che rappresenta.

E, a proposito di rappresentazioni, mi sono domandata più volte, da diverse angolazioni:

“Alcuni dei personaggi di questo romanzo sono più vicini a stereotipi che a persone in carne e ossa – o forse il romanzo è realistico nel senso che rappresenta anche quelle persone, realissime, che si sono auto-incastrate in maschere?”

Non lo so, e non è una domanda a cui la critica letteraria possa rispondere. Il mondo, forse, fra cent’anni, guardandoci con la necessaria distanza.

Intanto ho scaricato il dilemma su Morbidelli, chiedendogli se, secondo lui, un romanzo oggi ambientato a Milano, per essere realistico, debba essere amaro. “No, assolutamente.”, mi ha risposto. E, sapendo con quale candore sappia contrastare le fatalità che è così bravo a mettere in scena, un po’ mi sono sentita rassicurata. Forse, mi sono detta a romanzo ancora non concluso, arriverà la pacca sulla spalla, la voce che sussurra che nel cemento crescono fiori, che una forma di bellezza si fa scoprire solo dopo aver giocato a scacchi con l’orrore – ma no, non è successo, non con questo romanzo. Con Storia nera di un naso rosso trovare bellezza nell’umanità diventa una sfida. E questo va a favore di Morbidelli: bisogna essere molto abili con le mani per rendere ripugnanti i movimenti di una marionetta.

Il suo stile, laconico-pacato, è in questo romanzo più diluito, meno fitto, che nei racconti con cui l’ho conosciuto. Ciò agevola la scorrevolezza, rendendo più facile ricostruire il gioco d’incastri tra i personaggi (fin dove si può – poi rimangono buchi neri non colmabili da altro che dalle speculazioni di chi legge, tratto che aumenta la verosimiglianza del romanzo), di cause ed effetti – ma forse non mi sarebbe spiaciuto essere costretta, come a volte mi è successo con i suoi racconti, a soffermarmi per districare la trama dal contesto, il pensiero dall’azione, l’azione dal ricordo, il ricordo dalla speranza.

Tra le pillole che ho sottolineato durante la lettura, riporto:

– Oggi è oggi – gli dico, a due passi. – Ieri non esiste. Perché, se esistesse sarebbe la fine, vero?

E:

Dio, quando fallisce, è il respiro sofferente di un bambino.

Tra i pochi appunti presi, l’ipotesi che tutto il senso del romanzo sia riassunto in poche righe nella prima pagina:

Muovo le mani, affondo e sfioro. In un attimo la mia faccia bianca si anima di un’espressione intensa. Passo poi il rosso colante sulle labbra e sugli zigomi, mentre intorno agli occhi distribuisco il nero, denso come la pece. Mi giro appena e rido: un ghigno sproporzionato si rivela nella sua totale deformità di bocca e di trucco.
Quando faccio così, mi spavento sempre.
Figurarsi i bambini.
Dopo infilo la mano in tasca e cambia tutto.
In un attimo la porto al naso e, quando la tolgo, la pallina rossa che spicca sulla punta mi dà un’aria buffa e mi strappa un sorriso.

È come se tra i lati più neri di una persona e quelli più radiosi non vi fosse che un naso rosso.

E non si tratta, mi pare, tanto del modo in cui si viene visti dall’esterno – il fatto che Angelo divenga un Diavolo agli occhi degli altri personaggi è solo una conseguenza del suo cambiamento interiore, della sua “disfatta” nella guerra tra lui e il mondo – quanto del modo con cui a questo mondo si guarda. Il passo tra il sapervi riconoscere bellezza e il vederlo come il gioco di un muto Dio tritura-destini è breve quanto l’atto di mettersi e togliersi un naso rosso.

Perso quest’ultimo – e cosa esattamente rappresenti, questo naso rosso, questa capacità di scorgere bellezza anche nelle strade più grigie, sta a chi legge deciderlo – tutto diventa insensato orrore.

Alessandro Morbidelli, classe Settantotto, vive e lavora come libero professionista in una località collinare tra il mare e i monti delle Marche. Ha pubblicato il noir di ambientazione marchigiana Ogni cosa al posto giusto, ha curato antologie dedicate al mare ed è apparso su varie raccolte accanto a nomi quali Carlo Lucarelli, Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri. Scrive per il sito http://www.sdiario.com di Barbara Garlaschelli ed è membro della Carboneria Letteraria.

Source: libro del recensore.

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