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:: La stagione dei tradimenti, Philippe Georget (EO, 2017) a cura di Giulietta Iannone

26 luglio 2017
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Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore!

(Iago ad Otello, atto III, scena III, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici)

Dopo anni di libero amore, rivoluzioni sessuali varie, promiscuità più o meno serenamente accettata, sembra che il tradimento sia ancora un tema capace di reggere la trama di un crudo polar, un poliziesco alla francese per intenderci, un genere che forse solo i francesi sanno davvero scrivere con quel tocco di introspezione e di spleen, di vita quotidiana ripetitiva e rassicurante, di violenza informe, più che fisica, psicologica.
Il tradimento e la gelosia, due entità strettamente connesse e humus ideale per quel genere di letteratura a cui interessa più sondare l’animo umano (e per esteso il quadro sociale), che determinare dove siano davvero i colpevoli e gli innocenti. In un tradimento, in un adulterio per meglio dire, nello sgretolarsi di un amore, di una coppia nata per durare, per arrivare insieme alla vecchiaia, non c’è mai un colpevole solo. I ruoli sono ambigui, non c’è nessun vero innocente. Non a caso questo tema è stato utilizzato spesso nel noir, soprattutto quando diventa ossessione e sfocia nel delitto.
Nell’Antico Testamento questa colpa è tanto grave da prevedere la lapidazione della donna adultera. E’ la rottura di un patto, più che tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Non a caso il tema dell’infedeltà, anche morale, acquista spesso i toni dolorosi e emotivi dell’adulterio. Essere traditi dall’uomo o dalla donna che si ama ha qualcosa di irreversibile, non si torna indietro, anche se non è detto che superata l’offesa, l’orgoglio ferito, la paura di non distinguere più quando l’altro ci mente, ci inganna, ci raggira, la coppia non possa risultare rafforzata, il perdono reciproco dopo tutto è una grande prova di coraggio, di fiducia.
Di questi temi tratta La stagione dei tradimenti (Méfaits d’ hiver: Ou variations sur l’adultère et autre péchés véniels, 2015), di Philippe Georget, edito in Italia da EO e tradotto dal francese da Silvia Manfredo.
Stavo per perdermi l’incontro con questo autore, (in Italia ha già pubblicato sempre con EO D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone), giungo ai suoi libri al terzo della serie del tenente di polizia di Perpignan, Gilles Sebag. E l’inizio della lettura non è stato promettente, in un certo senso troppo lento, un uomo, un poliziotto da un sms scopre che sua moglie Claire lo tradisce. Lui che anche i colleghi riconoscono dotato di fiuto leggendario, lo scopre per caso. Si è ingegnata, Claire, ha escogitato tutto alla perfezione perché non lo scoprisse, e invece, senza meriti, la rivelazione e la vita di lui va in pezzi. Nello stesso tempo viene chiamato sul luogo di un delitto, una donna uccisa dal marito in una camera d’albergo. Una donna che aveva appena tradito il marito. Due adulteri, slegati, noiosi, comuni.
Quando la storia ha iniziato a interessarmi? Quando si scopre che i due fatti non sono slegati per niente, quando si scopre un legame, e soprattutto è interessante come l’autore fa scoprire tutto ciò al lettore, tra interrogatori e intuizioni facendoci entrare piano piano nella vita intima del protagonista di cui di colpo diventano importanti tormenti e disperazione. E lo fa lentamente, facendo scoprire passo passo le carte. Facendoci pensare che i due amanti siano gli stessi (magari con un nome diverso), in un gioco di sdoppiamenti e di specchi.
Poi no, non è così, la trama poliziesca si ricollega forse più a un giallo classico di Dame Agatha Christie, forse il suo libro più noir, Curtain: Poirot’s Last Case, (la citazione in esergo di Shakespeare è in parte citata da questo libro), e a un celebre film di Henri-Georges Clouzot, Le Corbeau. Dopo questo punto di svolta, la lettura ha cominciato a procedere spedita fino alla scoperta dell’identità di The Eye.
Gilles Sebag è un bel personaggio, magnificamente caratterizzato con luci e ombre, simpatico per certi versi, dignitoso nel suo ruolo di uomo tradito (lui direbbe cornuto, con quella sua valenza umiliante e derisoria), sebbene anneghi il dolore nell’alcool, nel fumo, tormenti la moglie con domande imbarazzanti, si tuffi nel lavoro, scoprendo con sgomento che rispecchia proprio cosa capita nella sua vita.
Divertenti sono le parti in cui tratta delle riviste femminili, o dei siti internet, che ti fa sembrare che la maggior parte delle donne francesi stiano consumando tradimenti e si ingegnino a scoprire i mille modi per tenerli nascosti ai propri partner. Insomma si sorride anche. Amaro ma si sorride.
I rapporti tra colleghi sono ben caratterizzati, ben descritto è il paesaggio, i luoghi, lo spirito dei posti. E la vita quotidiana, la routine di una coppia sposata, i figli, il sesso, le preferenze, i pranzi, le feste comandate, i segreti che si mantengono, nonostante la convivenza. Georget è molto attento alle dinamiche e sfumature psicologiche sia maschili, che femminili. E i riflessi che queste hanno sul contesto sociale.
Singolare e non banale è la descrizione dell’ambiente della polizia, le beghe burocratiche che un medico legale deve superare per farsi riconoscere l’onorario per una visita a un detenuto, la zona ristoro fatta di qualche sedia qualche tavolo e un distributore automatico, il posto dove i poliziotti vanno a mangiare piatti tipici rafforzando lo spirito di gruppo, tra commenti sulle indagini e squarci di vita familiare e personale. Tutto a favore di un realismo ottenuto anche grazie all’aiuto di amici poliziotti di Perpignan, di Tolosa e di altre località, fonte di molte confidenze.
E le telecamere puntate su ogni angolo della città, ore e ore di nastri visionati, che ti sembra di vederle le borse sotto gli occhi dei poliziotti. Insomma Philippe Georget merita una possibilità, magari scoprirete, come me, un altro autore da tenere d’occhio.

Philippe Georget è nato a Épinay-sur-Seine nel 1963. Dopo una laurea in Storia, si è dedicato al giornalismo, prima in radio e poi in televisione per France 3. Appassionato viaggiatore, nel 2001 ha fatto il giro del Mediterraneo in camper con la moglie e i tre figli, attraversando in dieci mesi Italia, Grecia, Giordania, Libia e altri paesi. Con D’estate i gatti si annoiano, suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2012 dalle nostre edizioni, ha vinto nel 2011 il Prix SNCF du Polar e il Prix du Premier Roman Policier de la ville de Lens.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Giordano Tedoldi

20 luglio 2017

aaGiordano, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Giordano Tedoldi?

Sono uno scrittore.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Roma. La mia infanzia non ha avuto nulla di speciale, almeno non da un punto di vista superficiale o aneddotico. Un giorno vorrei scriverne e allora forse scoprirò come sono andate le cose.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

In famiglia si era deciso che dovessi cominciare a leggere. Non so quanti anni avessi, ero comunque piccolo. Mio nonno materno mi diede il libro Cuore, cosa che fece infuriare mia madre, raramente la ricordo così indignata, neanche mi avessero dato un romanzo pornografico. Mia madre disse che non dovevo assolutamente leggere quelle idiozie. Andammo in una cartoleria e si ritenne opportuno cominciare dai Racconti di Poe, che mi conquistarono immediatamente.

Che lettore sei? Quali sono i tuoi romanzi o autori di riferimento?

Come si dice con un cliché, sono un lettore onnivoro. Non ho romanzi di riferimento in senso stretto, ma tanti libri e autori con cui sento delle affinità. Però non mi va di fare liste di nomi o titoli, sinceramente lo trovo stupido.

Sei uno scrittore difficile? Hai la percezione che gli altri pensino questo di te?

Sì, ho questo sospetto, anche se poi, e proprio adesso con un romanzo certo non di facile lettura come “Tabù”, vedo che molti lo leggono senza uscirne troppo affaticati. Magari un po’ storditi, ma quello è un bene.

Ami rilasciare interviste? Quale è la prima cosa che pensi quando te ne chiedono una?

A periodi, a volte mi va a volte no. La prima cosa che penso è che spero non siano domande cretine o astruse.

Parlami del tuo ultimo romanzo edito.

Come ho detto si intitola “Tabù”, ed è uscito per la collana Romanzi di Tunué, curata da Vanni Santoni. Ci tengo a sottolinearlo perché senza l’esistenza di questa collana, e l’entusiasmo del suo curatore, “Tabù” forse non sarebbe mai uscito. Quanto al parlare del libro, posso dire solo che è un libro in cui si tenta di alzare il livello del desiderio oltre i limiti diciamo così sopportabili dall’apparato percettivo umano. È come se uno alzasse sempre di più il volume di una musica, scoprendo progressivamente non solo l’evidente fastidio e dolore acustico, ma anche nuovi dettagli, nuove voci, nella trama sonora.

È stato difficile trovare un editore? Hai ricevuto molte risposte negative?

Sì è stato molto difficile e frustrante. A volte mi sono anche brevemente scoraggiato. Ma anche grazie a persone in cui ripongo assoluta fiducia, e che l’avevano letto e mi assicuravano che era un lavoro di valore, ho insistito. In generale comunque non sono il tipo che si sfiducia. Finito un lavoro, è raro che pensi davvero di aver sprecato tempo. Gli editori, in generale, ma non voglio esagerare questo aspetto, mi vedono ancora come un “fuorilegge”, per dirla con James Purdy.

Che accoglienza ha avuto da stampa, radio, televisione?

Dalla televisione finora nessuna, da stampa e radio entusiastica.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Questa è una domanda molto tecnica e che richiederebbe una risposta molto lunga.
Diciamo che però tra le due scuole, quella del personaggio “schiavo” di Nabokov, e quella invece del personaggio di cui, a un certo punto fatale, l’autore perde diciamo così il guinzaglio, enunciata da Henry James, io propendo quest’ultima.

Leggi poesie?

Continuamente. Adesso sono alle prese con i Canti di Maldoror e sto finendo la lettura del “Paradiso”.

Pensi che la bellezza salverà il mondo? Pensi che ci sia salvezza per il mondo?

Penso che la bellezza non salverà il mondo e che la questione se ci sia salvezza o no per il mondo è posta male: penso che il mondo sia quello che è e che non abbia bisogno di essere salvato.

Che legami hai con i tuoi lettori?

Prudenti.

Che legami hai con la critica? Leggi le recensioni ai tuoi libri? Pensi che la critica sia libera?

Leggo tutto. Nel bene e nel male, lascio che dicano, senza intervenire se non proprio tirato per i capelli.

Quale è il tuo metodo di scrittura? Fai molte stesure? Scrivi di getto? Scrivi tutti i giorni? Solo in alcune fasce della giornata?

Il metodo è abbastanza variabile, a seconda delle cose su cui sto lavorando. Per un romanzo come “Tabù” mi sono imposto di scrivere almeno mille parole al giorno, tutti i giorni. Questo per completare la prima stesura. Durante la prima stesura non amo molto rileggere o correggere o criticarmi. Al contrario. Sono molto indulgente. Stendo il braccio più che posso per prendere più che posso. Successivamente, c’è una pausa così, un po’ esitante, di riletture timide, piccole correzioni, prima della revisione finale, che può essere anche fatta di più revisioni (come è stato per “Tabù”). A questo punto c’è un’unica affezione che mi domina, oltre al lucido controllo di quello che ho scritto, ed è la spietatezza estrema verso me stesso e, conseguentemente, verso lo scritto. Tutta quell’indulgenza della prima stesura viene capovolta nel suo opposto. Dopodiché si può dire che il lavoro è finito.

Ha amici scrittori, li frequenti? (Se non vuoi fare nomi puoi anche dare una risposta generica).

Sì li ho e li frequento (non molto perché sono abbastanza solitario e del resto anche alcuni di loro) e molti di loro li stimo e ne leggo con curiosità le novità.

Ti piace il teatro? Sei mai stato tentato di scrivere opere teatrali?

Mi piace enormemente. Sì, sono stato tentato ma finora non mi ci sono mai dedicato seriamente.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale, o anche solo artistica, nell’attuale mondo letterario?

Si possono impiegare diverse strategie, ma avrei timore, impiegandole, di diventare un fanatico del controllo, e alla fine di soccombere a una diversità schiavitù. Diciamo che mi fido del mio istinto.

Ti piace la musica jazz?

Non riesco ad amarla profondamente, come la classica. L’unico che ascolto senza troppe perplessità è Coltrane. O cose leggere e credo non rigorosamente jazz come Getz/Gilberto.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso, grazie all’esperienza, non rifaresti più?

Sì così tanti che non mi va neanche di pensarci. Non mi piace guardare indietro alla mia vita, in genere. Cerco di evitare i resoconti.

Raccontaci un segreto, un dettaglio tecnico relativo alla scrittura che consiglieresti di utilizzare a uno scrittore esordiente.

Imparare a scrivere male. A non avere paura dell’errore, dell’irregolare, dell’abnorme. Se si legge a fondo la letteratura italiana – l’unica letteratura che “faccia testo” per uno scrittore italiano – si troveranno violazioni di ogni genere. Qualche tempo fa in radio mi è scappato un “più maggiore”, me ne sono crucciato ovviamente, pur dicendomi che può capitare. Poi sono andato per curiosità a vedere: in una novella del Bandello si dice “più maggiore”. Resta un errore, non sto invitando all’anarchia linguistica, ma inviterei gli scrittori ad avere più lo spirito di chi si avventura fuori dai confini e dalle norme, che di sigillarsene ermeticamente.

Scrivere ti rende felice? O ti fa arrabbiare, ti rattrista, ti entusiasma?

Scrivere è la mia vita, ma ho l’idea che la felicità, le varie emozioni siano qualcosa di ulteriore. In altre parole: si può dire felicità in tanti modi. Uno di questi è la felicità della scrittura. Ma ce ne sono molti altri.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Un romanzo non molto noto di Zola: “La cuccagna”, lo “Zarathustra” di Nietzsche, gli scritti musicali di Savinio, e come dicevo i “Canti di Maldoror” di Lautréamont, e Dante.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Per ora, seriamente, a nulla.

:: Forever, Jane – A 200 anni dalla morte di Jane Austen

18 luglio 2017

jacportrDopo tutto, devo dire che non c’è svago migliore della lettura. Si finisce per stancarsi di tutto, ma mai di un libro. Quando avrò la mia casa, sarò contenta solo se ci sarà una grande biblioteca.

Il 18 luglio 1817 moriva a Winchester, nell’ Inghilterra meridionale, Miss Jane Austen. Proprio oggi cade il bicentenario di questa ricorrenza e l’Inghilterra, e il mondo tutto si apprestano a dare il via alle celebrazioni. Anche noi di Liberi vogliamo ricordarla con un ciclo di recensioni legate ai suoi libri: Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger, Persuasione, Lady Susan.
Già ci siamo chiesti, riferendoci a Orgoglio e Pregiudizio quale è il segreto di questo libro? Cosa gli ha permesso di passare indenne nel tempo? Raccogliere appassionati consensi tra lettori e lettrici di ogni epoca e gruppo sociale? Forse resterà un mistero, che nessuno sarà in grado di scandagliare, ma probabilmente è quasi certo che tra 200 anni (quando ormai avremo abbandonato la terra per qualche altro pianeta, da come si stanno mettendo le cose) si starà ancora a discutere sulle opere di questa scrittrice dotata come nessun’altra di ragione e sentimento.
Jane nacque in un piccolo villaggio dello Hampshire il 16 dicembre del 1775. Dotata di scarsa avvenenza, figlia di un pastore anglicano progressista, attento all’educazione anche delle figlie femmine, Jane ebbe modo di dedicarsi alla scrittura, pubblicare i suoi libri, non sposarsi (non le permisero di sposare l’uomo che amava, ma almeno non l’obbligarono a un matrimonio di convenienza), e ottenere una certa indipendenza economica, senza in realtà che il suo nome circolasse tra i lettori comuni mentre era in vita.
La grandezza di Jane Austen e se vogliamo la sua capacità di analizzare molto più di un’ epoca attraverso i suoi personaggi, sta nell’atteggiamento, nel punto di vista chiaro e diretto con cui osserva il mondo. L’eroine dei suoi libri non sono donne straordinarie, non compiono gesti eclatanti, sono ragazze comuni (a volte anche ingenue e maldestre) che sognano candidamente di innamorarsi ed essere felici. E nonostante tutto la loro indipendenza di pensiero le rende incredibilmente moderne e emancipate, soprattutto l’Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, forse la più vicina alterego dell’autrice.
L’intelligenza, la cultura, l’umorismo di cui sono dotate, illumina personaggi che vivono vite familiari dove quasi nulla accade. Qualche festa, qualche viaggio (il luogo più eccitante è Londra), qualche camminata a cavallo sotto la pioggia, qualche morte, qualche passaggio di proprietà di tenute che le figlie femmine non possono ereditare, qualche pettegolezzo.
Nei suoi libri si parla apertamente di soldi, di rendite, di buoni partiti, (di contro di povertà, di ingiustizie finanziarie, di cacciatori di dote) con semplicità, con una pragmaticità e concretezza tutta britannica definibile come buon senso. Che non offusca i sentimenti, perlopiù sinceri, che legano i personaggi.
I suoi personaggi insomma non vivono sulle nuvole, ma nel mondo reale, un mondo spesso ingiusto, falso, determinato dall’apparenza, dalle convenzioni, e haimé dal denaro, non amichevole verso chi detta le sue scelte di vita seguendo il proprio cuore. Ma Jane nonostante tutto chiude le sue storie con l’immancabile lieto fine, l’ amore trionfa e il bene con lui (con annessa sopravvivenza economica).
Se non poté far sì che accadesse nella sua vita, lo fece sempre accadere nei suoi romanzi. Nei quali era l’unica artefice, la sola a decidere sorti ed evoluzione dei personaggi.
La bellezza e perfezione della sua scrittura si fonda con la bellezza dell’intelligenza, della perspicacia, della sensibilità capace di vedere sfumature che un occhio più superficiale non scorgerebbe. La profondità delle sue riflessioni, dei suoi giudizi, della sua anche feroce assenza di preconcetti, ci consegnano ritratti di ambienti, di persone, di oggetti, attraversati dalla luce della sua lucidità e della sua grazia.
Forse Virginia Woolf ha trovato le parole più efficaci, più bilanciate, per definire il suo genio, la sua spregiudicata seduzione di cui unica vittima sembra essere il lettore. Attraverso la sua lente ben pochi vizi o debolezze sfuggirono, in questo è spietata e forse fredda, come da qualcuno è stata accusata (che si risentiva quando l’accostavano a Shakespeare). Le venne imputata la scarsa esperienza delle cose del mondo, lei signorina che aveva poco viaggiato, sempre protetta dalle fitte maglie della sua famiglia. Ma anche Emily Dickinson, quasi uscita mai dalla sua stanza, non aveva bisogno di molto perché il suo animo sondasse le profondità delle cose, dei sentimenti, delle mutevolezze dell’essere come del cielo.
Apriamo dunque i festeggiamenti, e ricaviamoci il tempo per rileggere i suoi libri. E’ tempo ben speso.

:: Rondini d’ inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2017

Esce l’ ̶1̶1̶ ̶l̶u̶g̶l̶i̶o̶.

Dato il grande numero di prenotazioni Einaudi anticipa al 5 luglio.

Intervista all’autore sul libro qui.

Sipario per il commissario

Il Natale è appena trascorso e la città si prepara al Capodanno quando, sul palcoscenico di un teatro di varietà, il grande attore Michelangelo Gelmi esplode un colpo di pistola contro la giovane moglie, Fedora Marra. Non ci sarebbe nulla di strano, la cosa si ripete tutte le sere, ogni volta che i due recitano nella canzone sceneggiata: solo che dentro il caricatore, quel 28 dicembre, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. Gelmi giura la propria innocenza, ma in pochi gli credono. La carriera dell’uomo, già in là con gli anni, è in declino e dipende ormai dal sodalizio con Fedora, stella al culmine del suo splendore. Lei, però, cosí dice chi la conosceva, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Da come si sono svolti i fatti, il caso sembrerebbe già risolto, eppure Ricciardi è perplesso. Mentre il fedele Maione aiuta il dottor Modo in una questione privata, il commissario, la cui vita sentimentale pare arrivata a una svolta decisiva, riuscirà con pazienza a riannodare i fili della vicenda. Un mistero che la nebbia improvvisa calata sulla città rende ancora piú oscuro, e che riserverà un ultimo, drammatico colpo di coda.

Rondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, decimo romanzo della serie del commissario Ricciardi, edito da poche settimane da Einaudi, è un romanzo che attendevo da un po’. Fosse per me de Giovanni dovrebbe stare agli arresti domiciliari nel suo studio (diamogli qualche caffè di inverno e qualche bevanda fresca d’estate), sempre e solo a costruire storie di questo personaggio. E dei suoi figli, e dei suoi nipoti.
Naturalmente lo farei sposare con Enrica, lo farei guarire dal fatto, e magari emigrare in Argentina, per salvarlo dalla Seconda Guerra Mondiale, dal fascismo, dalla follia che attraverserà l’Europa. Lo metterei insomma al riparo dal male. Magari, sì la nostalgia di Napoli lo colpirebbe, magari alla sera, al suono di una canzone, nel sentire un suo conterraneo parlare napoletano dall’altro lato della strada, anche lì oltremare, nelle terre del Sud America.
Sì, mi rendo conto che queste scelte non spettano a me, non sono io l’autore, e probabilmente non le saprei scrivere storie come queste. Sì a volte i lettori esagerano, vorrebbero interferire con il processo creativo, addirittura decidere trame e numero dei romanzi di una serie. Non si può. Questo romanzo è il terzultimo della serie di Ricciardi. L’autore ha già in mente il suo finale, qualunque sia il migliore possibile per il suo personaggio, il suo mondo, la sua poetica. Forse poi Ricciardi mancherà anche a lui, ma anche la malinconia delle cose che finiscono ha una sua lirica, un suo senso.
Un ciclo narrativo sta finendo, e lo si percepisce da una maggiore malinconia che si respira nelle pagine. Rondini di inverno è una storia tragica, parla di un attore sul viale del tramonto; parla di un mutilato sopravvissuto alla Grande Guerra ferito nell’anima e nel corpo; parla di una prostituta massacrata in un letto di ospedale ad aspettare la fine; parla di follia, dolore, crudeltà, disperazione, vendetta, tradimento.
Giusto il talento narrativo di de Giovanni rende tutta questa materia in un certo senso sopportabile. Ma se analizziamo i fatti sono crudi, neri, tremendi. Ci riportano alle radici del noir filtrate dalla sensibilità di un autore che come dissi altrove avvicina l’arte presepiaria (nella costruzione di personaggi) al melodramma, al cuore di Napoli e della napoletanità. Per alcuni le sue storie sono troppo sentimentali per essere definite noir, (ricordo di aver sentito questa accusa anche rivolta a Chandler, contrapposto al più rude Hammett, o al più credibile Cain).
Sentimentalismo, melodramma, liricità, garbo, eleganza in effetti si coniugano poco col noir, ma è proprio l’uso di queste modalità narrative, queste tecniche di rappresentazione (tipiche del teatro partenopeo) ne costituiscono la cifra distintiva, l’originalità, come i tocchi mutuati dall’ horror (nelle visioni dei morti, nella macabra descrizione delle ferite di guerra), e in questa ibridicità si evince una precisa scelta artistica che fa dei suoi romanzi noir di sostanza ma non di forma, la sua forma è letteraria svincolata da generi, nella sua semplicità, nella sua immediatezza, nella facilità con cui accosta a sé lettori delle più disparate estrazioni politiche, culturali, sociali.
Gli anni ’30 sono uno scenario perfetto per questa rappresentazione scenica, (è molto teatrale ripeto la sua arte), rende credibile un corteggiamento fatto di sguardi, (da una finestra all’altra) educati sorrisi, timidezze, baciamani, pudori. Una storia d’amore come quella tra Ricciardi e Enrica è credibile nella misura in cui trascende le convenzioni, l’educazione, le consuetudini. Quando Enrica rifiuta la proposta di matrimonio di Manfred (ricordiamo un ufficiale tedesco con simpatie naziste) dice no a un futuro sicuro, a una solida posizione sociale ed economica, per l’ignoto.
Alla sua età si avvia ormai a diventare una zitella, socialmente reietta (la dittatura fascista socialmente obbligava a sposarsi e ad avere molti figli per dare alla patria soldati) e questo tipo di mentalità di allora è dipinta in modo riflesso dagli scrupoli di Ricciardi che non vuole rovinarle la vita. Perché naturalmente la ama.
L’enfatizzazione dei sentimenti, tipici del melodramma, non scade mai nella farsa, perché la compostezza formale lo impedisce in un equilibrio chiaroscurale elegante e cesellato come un merletto. A questo si contrappone la violenza, che esplode inumana nella guerra (riflessa e lontana, del primo conflitto mondiale, una guerra di trincea, corpi dilaniati, vigliaccheria e orrore), o nel pestaggio bestiale della prostituta (amica di Modo).
La parte investigativa è piuttosto classica, abbiamo un crimine condotto con le più frequenti regole del giallo all’inglese (una pallottola vera tra tante a salve), un uomo che uccide la moglie durante una rappresentazione scenica in teatro. Una moglie che molto probabilmente lo tradiva e meditava di lasciarlo. Movente perfetto per il delitto. Capire chi ha sostituito la pallottola sarà il tipico enigma da mistery, e un gioco di parole, un eco di parole lette e dette, illuminerà Ricciardi nella risoluzione del caso.
E poi un colpo di pistola, e si chiude il sipario. In attesa del prossimo penultimo romanzo. Poi ci sarà il gran finale. Poi il silenzio.

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con un racconto incentrato sulla figura del commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Il personaggio gli ispira un ciclo di romanzi, pubblicati da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, ora fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 è uscito il secondo romanzo della serie, Buio, nel 2014 il terzo, Gelo, nel 2015 il quarto, Cuccioli e nel 2016 il quinto, Pane). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato anche l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). In questo libro appare per la prima volta il personaggio di Bianca Borgati, contessa Palmieri di Roccaspina, sviluppato in Anime di vetro. Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana.
Per Einaudi è uscito nel 2016 Il metodo del coccodrillo. Tutti i suoi libri sono tradotti o in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore, Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi di Scrivere al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 – trentesima edizione

19 Maggio 2017
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L’immagine è disegnata da Gipi

Sarà un post in progress, aggiornerò pian piano con il contributo di tutti i collaboratori che ci racconteranno la loro esperienza.

Per una concomitanza felice di circostanze, ieri ho visitato la fiera, nella giornata inaugurale (la manifestazione si terrà dal 18 al 24 maggio). Ed è stato molto divertente, non ostante ci stia stata poco. Ma a suffcienza per farmi un’ idea delle cose. Tanta gente, tante scolaresche, tanti bambini e giovani, tante blogger (abbiamo fatto la fila per ricevere il pass in Sala Stampa).

Incremento della sicurezza. Quest’anno i controlli all’ingresso sono stati più capillari con metal detector e controllo visivo di cosa avevi in borsa, sacchi, zaini. L’allerta terrorismo insomma ha cambiato anche la fisionomia del Salone.

Comunque superate queste formalità si entra nel Salone vero e proprio. Tantissimi stand, circa 100 editori in più rispetto all’ anno socorso, secondo le stime. Una cosa che ho notato è l’assenza di panche per fare soste (penso sempre per motivi di sicurezza), tanto che quasi volevamo sederci nello stand delle crocerossine. Anche nei punti di ristoro, interni al Salone, si mangia in piedi, proprio per invitarti a consumare e allontanarti.

Alcuni volontari raccoglievano libri in ceste di ferro per i carcerati, mi è sembrata una bella iniziativa.

Passando gli stand che ho notato di più sono stati quelli de La nave di Teseo, Feltrinelli, Sellerio, Bollati Boringhieri (questo è il suo 60° anniversario). Da Newton Compton, la cui fila alla cassa era significativa (per lo meno quando sono passata io vendevano parecchio) ho comprato un libro e ritirato un gadget per blogger (utile oltre che carino). Già che c’ero ho preso qualche catalogo, ma bisognerebbe tornare. Non sono stata a nessun incontro specifico, più che altro ho vagato per i corridoi e gli stand.

Mancavano i grandi editori Mondadori, Rizzoli, gruppo Gems etc…, lo sapevo che non ci sarebbero stati, ma vederlo davvero fa piuttosto impressione. Riuscire a trovare l’uscita è stato avventuroso, sì c’erano alcuni cartelli, ma bisognava fare un percorso un po’ accidentato. (Se cercate l’uscita, trovate anche le toilette).

Per oggi è tutto, ci aggiorniamo alla prossima.

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Il mio bottino al Salone

Sabato 20 maggio, grazie a mio fratello che mi ha sostituito (a cui ho preso una maglietta carinissima e un libro di cucina africana, da uno dei ragazzi che vendono libri fuori dal Salone) sono potuta tornare anche sabato. Una folla incredibile, più gente certo di giovedì, ma è normale naturalmente. Non amo particolarmente la folla, la confusione, ma di certo è una buona cosa per il libro, la lettura e l’editoria, (più ancora che  la stucchevole diatriba Torino/Milano, che spero finisca presto).

Tanti bambini, concentrati negli stand dei libri per l’infanzia, tante file davanti alle sale dove si tenevano incontri (con molta gente fuori, in quelli già iniziati). Sono passata da Bompiani, ma anche qui la gente era tanta, era difficile fermarsi per leggere i risvolti dei libri bloccando la fila. C’è un Camus che comq mi pento di non aver preso. Sarà per la prossima volta. Non sono entrata da Feltrinelli, ma anche lì folla immensa. Da Exorma ho preso la maglietta (Ignoranza esci da questo corpo) che per miracolo va bene a mio fratello. Temevo la small fosse troppo piccola.

Avevo in programma di passare da alcuni amici (mi riprometto di tornare lunedì, sparando ci sia meno gente), poi ho finito per riuscire a passare solo da Il Galeone, che se vi capita cercatelo è un piccolo editore di Roma con pochi libri ma interessanti.

Come Cenerentola ho poi dovuto lasciare il ballo ancora sacramentando perché i nastrini a cui attaccare il pass erano finiti e cercando l’ uscita (ho di nuovo fatto un giro un po’ tortuoso) per puro caso e in maniera del tutto inaspettata ho incrociato il Direttore Nicola Lagioia, era esausto ho preferito lasciarlo in pace e ai suoi impegni, e così la mia giornata al Salone si può dire conclusa. Ci aggiorniamo, sperando che lunedì possa riuscire a fermarmi a qualche incontro.

Ah, stasera al Valentino e Borgo Medievale c’è la festa per Tolkien, da non perdere assolutamente, se siete a Torino.

Lunedì 22 maggio, e così siamo arrivati alla fine, di una bella esperienza, di quelle che racconteremo ancora fra molti anni (ehi, ti ricordi il Salone del 2017!).

La cosa strana è che c’era folla pure oggi. Tanta gente, per lo più ragazzi, con il loro sacchettino colmo di acqusiti librari. Bambini piuttosto ubbidienti in fila indiana con le loro sacche di tela con il logo della fiera. Volevo la maglietta (finirà che la collezionano) con il logo di Gipi, ma ho preferito acquistare un libro, un bel libro di Mabanckou.

All’ incontro a cui volevo partecipare sono arrivata tardi. Alcuni amici che volevo incontrare li ho persi per un soffio, altri erano già andati via ieri e non lo sapevo. Ho salutato la ragazza dello stand cinese, sembrava felice pure lei.

Mi hanno fermato in ordine Greenpeace, Medici senza Frontiere, e un ragazzo che vendeva (credo) un metodo per l’apprendimento veloce. (Se non vi ferma sappiate che c’è qualcosa che non va).

C’era lo stand Albin Michel, spero che l’anno prossimo ce ne siano di più di stand stranieri.

Sono andata via che c’era ancora confusione, volevo aspettare fino alle 20 ma non ho potuto. Che dire è stato bello, (segnalo però che l’ascensore all’inzio del ponte pedonale del Lingotto non funziona, e per chi soffre di vertigini è un po’ così). Un cartello scritto a mano dava l’appuntamento al Salone del 2018, chiudo questo post estendendo l’invito anche a tutti voi che mi leggete.

:: Un’ intervista con Rena Olsen

16 aprile 2017

nonCiao Rena. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Scrittrice, terapeuta, insegnante. Chi è Rena Olsen? Punti di forza e di debolezza.

Questa è una gran bella domanda. Vediamo … Sono nata in un freddo pomeriggio di gennaio, pochi giorni prima che una tempesta di neve gigante colpisse …
Ha! Stavo solo scherzando. Se dovessi scegliere una sola parola per riassumere me stessa, sarebbe eclettica. Mi piace provare un sacco di cose diverse, indossare un sacco di cappelli diversi. Provo quasi tutto almeno una volta (tranne quando si tratta di cibo … non sono molto avventurosa in questo caso). Canto in chiesa con la mia band, sono un terapeuta a tempo pieno, ho tenuto corsi universitari, e mi piace scrivere qualsiasi cosa, dai thriller alla fantascienza, sia per ragazzi che per adulti.
Quanto a come questo si traduca in punti di forza e di debolezza, penso che sia un punto di forza essere in grado di adattarsi a cose diverse. Sono molto flessibile e abbastanza facile da accontentare. Sono una persona semplice e sempre pronta ad aiutare. Punti deboli? Ho una scarsa capacità di attenzione, che dovrebbe essere ovvio da tutto ciò che ho detto finora. Procrastino. Vivo in uno stato di caos organizzato, che spinge molti miei amici più organizzati di me a ritenermi un po ‘folle. Diciamo solo che la mia creatività è debole in tutti gli ambiti della vita, il lavoro, le amicizie, le pulizie di casa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho vissuto in cinque diverse città in tre diversi stati prima di andare al college. Mio padre decise durante il mio anno di scuola materna a New York di andare in seminario per diventare pastore, così ci siamo spostati in Iowa, e poi ci siamo trasferiti diverse altre volte dopo pochi anni. Ho imparato molto su me stessa e sulle altre persone in questi spostamenti. Sono andata al college a Sioux Falls, Dakota del Sud, e ho conseguito la laurea triennale in Psicologia. Ho frequentato poi un master in matrimonio e terapia familiare. Ora sono un supervisore per un programma di assistenza che invia i terapeuti nelle scuole in tutta la città di Des Moines, nello Iowa, al fine di raggiungere i bambini che non potrebbero ottenere tali servizi altrimenti. Scrivo la sera e nei fine settimana.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Mi è sempre piaciuto scrivere. Ero solita sognare ad occhi aperti costantemente, creare storie nella mia testa circa le persone che conoscevo e le persone che creavo. Quando ero in terza elementare, ho scritto una storia su un dente antropomorfo che cade dalla bocca di una ragazza e inizia un’avventura nella scuola. Quella storia vinse quell’anno il concorso di scrittura dello stato dello Iowa. Ho vinto un paio di gare durante la scuola, ma non ho preso sul serio la scrittura fino a dopo la scuola di specializzazione. Nel 2009 ho tentato il National Novel Writing Month per la prima volta, e mi sono resa conto che avevo dentro di me quel qual cosa per creare un intero romanzo. (Questo primo romanzo devo dire era orribile, ma tra l’altro, il maggior numero di primi romanzi lo sono, ma ho imparato molto!)

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio romanzo di debutto, Non dirmi bugie (The Girl Before), era il quarto romanzo completo che ho scritto, e in un secondo tempo che ho mandato agli agenti sul serio. (Il primo che scrissi l’ ho inviato brevemente prima di capire quanto orribile fosse). Mi ci sono voluti due anni e un sacco di rifiuti poi ho firmato con il mio agente. Penso che chiunque si metta nel business dell’editoria abbia bisogno di accettare il fatto che il rifiuto è una parte del processo, su tutti i fronti. Trattare con il rifiuto è una vera prova della vostra determinazione. Per fortuna, il mio libro è stato venduto abbastanza rapidamente ad un editore, ma ciò non è frequente.

Il tuo romanzo d’esordio The Girl Before è ispirato ad una storia vera? Che tipo di ricerche sono state necessarie?

The Girl Before non è ispirato da una sola storia. I personaggi e le situazioni sono completamente inventati. Ma ho fatto un sacco di ricerche sulla tratta di esseri umani partecipando a molti seminari. Ho anche usato un sacco di mie conoscenza psicologiche e sulla natura umana per dare risposte realistiche nelle diverse situazioni. La mente umana è incredibile e cercherà sempre di proteggere se stessa.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Avevo imparato molte cose sul traffico di esseri umani in America, e su quello che accade in tutto il resto del mondo. Penso che quando si ha l’occasione di conoscere queste cose ci si sente impotenti, e allora mi sono chiesta che cosa si potrebbe fare di fronte a una realtà così tragica. Da parte mia sapevo che ne avrei potuto scrivere. Ho iniziato a chiedermi come sarebbe qualcuno cresciuto in quel mondo, se tutto quello era la sola realtà che aveva conosciuto. Fu allora che Clara ha cominciato a parlare con me, raccontandomi la sua storia. L’ho scritta come lei l’ ha detta a me. So che mi fa sembrare un po’ pazza, ma penso che concorderete con me che la maggior parte degli scrittori lo sono. 😉

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo romanzo?

Il libro è incentrato su Clara, che viene separata dal marito e dalle figlie durante un raid nel loro complesso abitativo. Viene presa in custodia e interrogata da degli agenti sugli affari del marito. Mentre in un primo momento si rifiuta, poi con riluttanza inizia a condividere la sua storia, e vediamo scene della sua vita prima, come è cresciuta, come è arrivata ad essere quello che è. Non ci sono capitoli, solo sezioni che alternano la linea temporale tra presente e passato.

Puoi dirci un po’ di più dei tuoi protagonisti?

Clara è il personaggio principale. Si presenta un po ‘ingenua, a volte, ma lei è incredibilmente forte e leale. Ha un grande cuore, e parte della sua difficoltà nel ricordare il suo passato consiste nel suo orrore per la consapevolezza che tutto ciò che sapeva essere reale e vero potrebbe essere una bugia. Glen è il marito di Clara. Sono cresciuti insieme. Clara è stata allevata dai genitori di Glen insieme a molte altre ragazze, e l’amore tra Glen e Clara era proibito. Glen è costantemente diviso tra l’amore per Clara e il suo desiderio di compiacere il padre e di essere all’altezza delle aspettative dei suoi genitori. Connor è l’agente che lavora con Clara per convincerla a raccontare la sua storia. Egli è in un primo momento il nemico, ma nonostante Clara lo percepisca in questo modo, ne fa notare la gentilezza. Connor si prende cura di Clara non solo come un testimone, ma anche come una persona che è stata vittima di una situazione terribile per la maggior parte della sua vita, anche se non se ne accorgeva.

Ti capita mai di usare le tue paure personali o esperienze nelle tue storie?

Non in questa storia, ma a volte uso una conversazione divertente o un aneddoto curioso che poi inserisco in un libro. Cerco tuttavia di stare lontana da questo per quanto è possibile, tanto più che si tratta di altre persone. E se metto troppe mie paure in un libro, mi preoccupa il fatto che mi sentirei troppo vulnerabile. Tuttavia, è impossibile non lasciare frammenti di se stessi nelle pagine quando si scrive un libro. E’ inevitabile.

Quale ruolo gioca Internet per la scrittura, la ricerca, e la commercializzazione dei tuoi libri?

Faccio la maggior parte delle mie ricerche su Internet, sia leggendo articoli o interviste o anche solo facendo domande sui social media per un aiuto su un argomento specifico da parte degli esperti. Non credo che la commercializzazione sarebbe andata altrettanto bene senza Internet. E ‘un modo fantastico per connettersi direttamente con i lettori. Compro la maggior parte dei miei libri sulla base delle raccomandazioni sui social media. Se qualcuno di cui mi fido ha letto e amato un libro, probabilmente lo leggo anche io, e la maggior parte delle mie vendite sono on-line.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi autori preferiti?

Questa è una domanda incredibilmente difficile. Leggo sempre e sono sempre alla ricerca di nuovi autori. Il mio obbiettivo di lettura è probabilmente vicino ai 200 libri attualmente. Ho bisogno di un anno di pausa da tutto ciò solo per leggere. I miei autori preferiti attuali sono Maggie Stiefvater, Nicola Yoon, Victoria Schwab, e Gillian Flynn. Ho letto un sacco di libri. Tale elenco è molto breve, ma potrebbe richiedere fino un’intera pagina con i grandi autori.

E quali sono i tuoi film preferiti, e le serie tv?

Un’altra domanda difficile! Come ho detto prima, sono molto eclettica. Amo Orgoglio e pregiudizio, Ever After, Cinderella, e While You Were Sleeping, ma amo anche Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Star Wars, Star Trek, e tutti i film di supereroi Marvel. Mi piacciono i film d’animazione Disney, nonché in particolare avendo sei nipoti li guardo con loro. Non guardo molta TV, quindi per quanto riguarda gli spettacoli televisivi guardo principalmente vecchie serie. Sono una grande fan delle maratone su Netflix. Mi piacciono Gilmore Girls o Psych e i crime come White Collar, Criminal Minds e Leverage. Sono sempre alla scoperta di nuovi preferiti.

Quale parte hai preferito durante la scrittura?

Con Non dirmi bugie quello che ho apprezzato di più è stato guardare il mio personaggio principale crescere e prendere coscienza della sua situazione. Fui sollevata quando arrivammo alla quota di rimborso del libro, perché la storia è abbastanza forte di tanto in tanto. Si tratta di un argomento difficile, ma importante.

Ci sono progetti di film tratti dal tuo libro?

Nulla fino ad ora, ma se conosci qualche grande regista, invitalo sulla mia strada!

Come i lettori possono mettersi in contatto con te?

Controllate il mio sito web all’indirizzo renaolsen.com. Sono anche su Twitter @originallyrena.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sono attualmente in fase di revisione del mio secondo romanzo, che è ancora senza titolo. Ha un titolo in realtà, ma proprio non mi piace, quindi sarà cambiato. E ‘quello che io chiamo una “favola inversa”, dove al felici e contenti inizia la storia, e le cose vanno in discesa da lì in poi. E ‘un altro thriller psicologico che ha a che fare con i culti e la religione e su quando qualcuno vi rinuncia per amore. Allegro, no? Grazie per avermi invitata!

:: Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy, 2017)

20 marzo 2017
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Alla periferia di Shenyang, città industriale della Cina nord orientale, la famiglia Zhang vive miseramente in mezzo a fabbriche abbandonate. Eppure, Wei e i suoi possiedono un tesoro: l’ultimo albero della lacca sopravvissuto in città. Il loro sogno: diventare proprietari della loro piccola casa, in modo da onorare una promessa fatta ai parenti, sepolti sotto il famoso albero. Questo sogno sta per realizzarsi quando un grande progetto di estrazione minaccia improvvisamente la famiglia di espulsione. Tra l’umile famiglia di Wei e i rappresentanti del capitalismo cinese si ingaggerà allora una dura lotta.

“Siamo gente semplice, Wei. Il mondo va avanti anche senza di noi e la Terra non ha bisogno delle nostre gambe per girare! Hai presente i banali fiorellini sulle bacinelle di plastica che usiamo ogni giorno?”

Libro molto particolare, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, (Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes, 2015) edito in Italia da Clichy, collana Gare du Nord, e tradotto dal francese da Tania Spagnoli. Dal ritmo lento, poetico, struggente, un’ampia riflessione tra il filosofico e il documentaristico (perlopiù di denuncia nei confronti del potere politico e economico) sulla natura, sulle spietate regole del progresso, sui legami familiari, sulla povertà e la ricchezza, sull’avidità e la corruzione, sul senso della vita.
Finalista al Premio Goncourt 2015, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, del francese Olivier Bleys, insomma è una parabola esistenziale dal sapore fiabesco, con una morale, un lieto fine, e una leggerezza tutta orientale simile, perlomeno in spirito, agli antichissimi racconti buddisti, densi di saggezza e malinconica fatalità.
E soprattutto è una lettura introspettiva e delicata, anche se non risparmia eventi tra il grottesco e il tragico, che ci riporta a un realismo non proprio magico, ma sicuramente profetico.
Tutto ruota intorno a un albero, un vecchissimo sommacco, albero della lacca, che rischia di essere abbattuto e a una povera famiglia cinese di operai, gli Zhang, che vive ai margini della modernizzazione, (dopo il licenziamento, il sussidio) in una umile casa in mezzo ai ruderi fatiscenti di una Cina (post) industriale.
Il sogno degli Zhang, (padre, madre, figlia e nonni materni) è diventare proprietari della loro casa, acquistandola dal ricchissimo, scaltro e disonesto signor Fan. Hanno risparmiato da una vita, raccogliendo gli yuan necessari in una scatola. Ma non sanno che la loro apparente tranquillità sarà presto turbata da uno sfratto, da una vera e propria espropriazione, che nei piani di chi pianifica e decide dovrebbe permettere a una ditta di estrarre dal terreno sottostante il terbio, un rarissimo metallo.
L’assedio sarà drammatico, ma Wei sotto la neve, al freddo, riscaldato solo da una zuppa fatta dalle amorevoli mani di sua moglie sarà pronto a difendere la sua proprietà (ma in realtà l’integrità della sua famiglia e le sue radici) più col coraggio e l’ostinazione, che grazie all’aiuto di una vecchia arma, forse non funzionante.        

Olivier Bleys, nato a maggio del 1970, scrittore francese, ha pubblicato fino ad oggi 27 libri tra romanzi, scritti, diari di viaggio, strisce illustrate, ecc. Premiato dall’Accademia francese per Pastel (Gallimard, 2010), il suo Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini è stato selezionato per il premio Goncourt. Nel 2014 è stato nominato cavaliere delle Arti e delle Lettere. Ha fondato un’associazione per promuovere il viaggio artistico e nel 2010 ha fatto partire un progetto su «Il giro del mondo a piedi, per tappe».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Clichy.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La casa dei Krull, Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2017
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Simenon non è solo Maigret. “La casa dei Krull” (Chez Krull, 1939), nuovamente tradotto da Simona Mambrini per Adelphi, appartiene infatti alla sua produzione svicolata dal celebre commissario con sede al numero 36 di Quai des Orfèvres. E’ un romans-dur, come si è soliti definire la sua produzione altra, non prettamente poliziesca, più letteraria, ma in fin dei conti omogenea e coerente con l’intera poetica simenoniana. Che non è altro che un puntuale e inesorabile scavo nella psicologia dei personaggi, nel cuore e nei bassifondi della psiche umana.
Atmosfere plumbee, pioggia, umidità, il tram che passa scampanellando ogni 3 minuti, la vita che scorre monotona lungo un canale, un modesto emporio-osteria frequentato da marinai e cavallanti, questo è lo scenario in cui si apprestano a recitare i personaggi di questo breve romanzo scritto alla fine degli anni 30, (poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale) in cui traspaiono tutti gli odi e l’ostilità che avrebbero poi quasi profeticamente portato al conflitto.
Al centro, protagonista una famiglia tedesca naturalizzata francese, e mai accettata dalla piccola comunità di provincia in cui si è trasferita. Poi l’arrivo di Hans, parente di Germania, rompe gli equilibri. Chi ha ucciso Sidonie? Povera ragazza del luogo tubercolotica e senza futuro? La comunità compatta accusa i Krull.
Il tema del diverso, dello straniero viene trattato da Simenon con grande attenzione psicologica, scavando nell’interiorità di personaggi opachi, quasi scoloriti. E’ la luce infatti che manca, in questo romanzo fatto di ombre, che scoloriscono tra crepuscoli e albe livide. Il grigiore, il non colore si insinua nelle cose di pessimo gusto dell’abitazione dei Krull, casa rifugio, muro eretto contro l’emarginazione di cui sono vittima, pur avendo fatto di tutto per adeguarsi, confondersi con il paesaggio umano circostante, che ha il privilegio di avere una sua dimensione autoctona, conforme, integrata. I Krull sono “tedeschi” “crucchi” spregiativamente diversi, strani, peggiori. I Krull sono un corpo estraneo da espellere, da cacciare.
Oltre ad essere una storia di atmosfere e ambienti La casa dei Krull è sicuramente una storia di personaggi, di presenze spettrali e tragiche. C’è Cornelius, il capofamiglia, artigiano intrecciatore di cesti, isolato nel suo laboratorio e nella sua lingua (non più tedesco, ma non ancora francese) figura che si erge a simulacro dolente e biblico, la madre che cerca in ogni modo di difendere il figlio, Anna e Liesbeth che partecipano al dramma in atto.
E Hans che osserva questo dramma familiare in interni quasi come occhio esterno, e di più contribuisce alla degenerazione verso la tragedia: seduce la cugina Liesbeth, (fatto che sarà fondamentale, se ben osserviamo, per il concatenarsi degli eventi) estorce soldi al futuro suocero del cugino Joseph, ricambia l’ospitalità con il suo cinismo e la sua indifferenza.
Che poi alla fine chi ha ucciso Sidonie diventi un dettaglio marginale, di scarsa importanza, accentua l’impegno di Simenon a non farne un poliziesco (sebbene ci sia un omicidio, e una blanda indagine poliziesca) con le sue classiche dinamiche di disvelamento del colpevole. Anche se un colpevole (del vero dramma del romanzo) c’è, e non è l’assassino di Sidonie. Questo sdoppiamento credo sia il coup de teatre magistrale dell’autore, in una vicenda comunque troppo deprimente e verista, per scivolare nei canoni rassicuranti di chi cerca sempre in una storia il lieto fine.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lettere agli editori, Louis Ferdinand Celine, (Quodlibet, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 febbraio 2017
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Louis Ferdinand Auguste Destouches, in arte Celine, dal nome della nonna, intellettuale poliedrico, medico degli ultimi, insopportabile, geniale, innovatore, tragicamente diretto e sincero, ignobile, anti tutto non solo antisemita, seppure questa è la principale macchia nera che grava sulla sua eredità letteraria,  è senza dubbio uno degli scrittori più importanti, controversi e difficili del Novecento. Il secolo breve di hobsbawmiana memoria, che vide esplodere l’odio di due Guerre Mondiali, i campi di concentramento, l’esplosioni delle atomiche, in un susseguirsi quasi ininterrotto di tragedie e di drammi. Leggere Lettere agli editori (tradotto e cura di Martina Cardelli, edito da Quodlibet) è un esperienza che consiglio nella misura in cui si voglia fare pace con il senso di colpa che quasi ci assale avvicinandoci a questo autore. Dopo Bagattelle, mi ero ripromessa che non avrei letto niente di Celine, e invece quasi per caso, senza riflettere troppo, ho avuto modo di leggere questo libro, scoprendo lati del suo carattere e del suo genio che mi erano stati preclusi dalla violenza delle invettive di quell’infernale pamphlet. Innanzitutto credo sia necessario, affrontando questo testo, dimenticarci il Celine che abbiamo iniziato a conoscere attraverso il filtro di tanti anni di critica, e abbandonare il preconcetto che i rapporti tra scrittori ed editori siano fiumi tranquilli, edulcorati da scambi in punta di penna di specchiata educazione. Consideriamo anche che l’editoria di allora ormai è scomparsa, è ben difficile che uno scrittore tratti con il boss di una casa editrice in prima persona, discutendo di anticipi, diritti, rendiconti. Ora, sicuramente questi dettagli tecnici e materiali vengono gestititi da professionisti appositi, agenti letterari, consulenti e chi più ne ha ne metta. L’editoria è cambiata, l’editoria ruspante di allora non esiste più, è morta o meglio dire si è evoluta, perdendo anche parti che si potrebbero definire spontanee e affascinanti. C’è anche da dire che anche allora di Celine c’era giusto lui, e averlo come autore nella propria scuderia, non deve essere stato affatto un gioco da ragazzi, privo di rischi. Diffidente, aggressivo, privo di doti concilianti, andava anche a umori, fin che si faceva alla lettera tutto quello che indicava come prioritario, ci si poteva fregiare della sua amicizia, se questo idillio si rompeva, insulti, epiteti, accuse, fiumi di sarcasmo, sempre stemperato dalla sua fervida fantasia e ironia e dalla sua decostruzione del linguaggio (che rendono tra l’altro queste lettere molto divertenti da leggere). Se vogliamo Celine era un villain a parole, usava il linguaggio (anche molto affilato e tratti rude) come un’ arma per lo più di difesa, ma fu lui a subire materialmente e moralmente povertà, esclusione, la minaccia della condanna a morte, l’esilio, una condanna detentiva. La sua carriera letteraria, per lui indispensabile in maniera disperata, il suo desiderio di essere pubblicato (e ben pubblicato), uscire in libreria, avere belle recensioni, vincere premi, ottenere quella sorta di visibilità e riconoscimento per il suo genio di cui era lucidamente e un po’ astutamente consapevole, sono per lui necessità vitali, che non si deprezzano nel mero desiderio di guadagnare denaro. Più che altro questa sua ostentata avidità o taccagneria, che sbandiera in ogni dove, cavillando per anticipi principeschi, esigendo ristampe, implorando quasi di essere pubblicato nelle Pleiade, insomma il lato venale del suo genio, più che altro una disperata necessità di non essere imbrogliato, vilipeso, umiliato. Esige il rispetto ed essere preso sul serio, quando queste due condizioni le vede tentennare, la rottura giunge inevitabile, come con il povero Paulhan, o anche con Monnier che tanto aveva fatto per lui, rischiando in prima persona. Soprattutto non accetta la pietà, o il dono (che anche alcuni amici scrittori o ammiratori vogliono fargli nei suoi periodi più difficili, ci provò pure Malaparte), lui si considera un operaio delle lettere ed esige di vivere con il suo salario dovuto. Forse la carogna Voilier è colei a cui dedica le pagine più sulfuree e avvelenate, ritenendola responsabile in primis della morte di Robert Denoel (morì assassinato), per il quale non ostante i dissidi, nutrì un’ autentica riconoscenza se non amicizia per averlo pubblicato per primo, (sfuggì a Gallimard per un soffio negli anni Trenta). Tra le pagine di questo epistolario emerge anche l’idea che Celine aveva della scrittura, il rigore con cui lavorava un testo perché fosse perfetto, privo di refusi, cadenzato da virgole efficaci, capace di ottenere il ritmo, che riteneva indispensabile. La «petite musique». Lottava come una tigre per impedire tagli, modifiche a i suoi testi. Voleva copertine sobrie, eleganti, serie. E la sua segretaria Marie Canavaggia (per la quale non dedica mai che parole splendenti, come la tenerezza che dedica a sua moglie Lucette), fu la sua più fida alleata, contro gli editori salumieri. Da leggere.

Céline (Louis Ferdinand Destouches, Courbevoie 1894 – Meudon 1961) è una delle figure più controverse della letteratura del Novecento. Nei suoi romanzi, a cominciare dal Viaggio al termine della notte (1932), ha trasposto i grandi drammi del suo secolo: le trincee, il colonialismo, l’alienazione della classe operaia e delle periferie urbane, i bombardamenti, la Germania del dopoguerra.
Céline è anche l’inventore di una prosa unica – tormentata, provocatoria, esilarante – che porta nella scrittura l’emotività e la vitalità del linguaggio parlato: se ne può trovare un’efficace spiegazione nei Colloqui con il professor Y (1955), sotto la forma di un’immaginaria intervista.
Le sue vicende personali, ma anche politiche, giudiziarie, editoriali sono il riflesso della complessità della sua epoca, cui Céline ha aderito fin nelle più intollerabili aberrazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Morte a credito(1936), Guignol’s Band (1944) e la cosiddetta «trilogia del Nord»: Da un castello all’altro (1957), Nord (1960) e Rigodon (1969).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa Quodlibet.

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:: La donna che visse due volte, Pierre Boileau, Thomas Narcejac (Garzanti, 1967) a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2017
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La donna che visse due volte (D’entre les morts, 1954) è un noir francese della coppia BoileauNarcejac, dal quale Alfred Hitchcock trasse il celeberrimo Vertigo (Usa, 1958), per molti di gran lunga superiore al romanzo.
Se sia stato scritto da BoileauNarcejac su misura per piacere a Hitchcock, come una forma di compensazione per non aver potuto quest’ultimo girare I diabolici, soffiato, si fa per dire, da Henri-Georges Clouzot, è una questione dibattuta, e fa parte delle tante leggende che girano a Hollywood, molte volte create ad arte dagli Studios, anche se questa si basa su diversi reali fondamenti. Se vogliamo La donna che visse due volte è il compendio delle tematiche che ossessionarono il maestro del brivido inglese, riunite in un sol testo relativamente breve.
Io mi soffermerò più sul testo nella traduzione vintage di Roberto Ortolani, prima edizione ottobre 1967, Garzanti per tutti, e per praticità darò ai personaggi i loro nomi francesi, anche se Ortolani in questa versione, molti li italianizza, pur tuttavia è impossibile, anche solo a livello inconscio, non essere in qualche misura influenzata dal film, che a mio avviso ha il pregio di dare una forma concreta (grazie all’immagine, alla musica, ai colori, al carisma degli attori) a un testo che di per sé si nutre di immaterialità, privo pure, se vogliamo, di un vero stringente senso logico.
Che sia una storia di personaggi è indubbio, di doppi, riflessi, dal forte sapore psicanalitico. La donna che visse due volte è insomma uno di quei testi sui quali si potrebbero scrivere saggi tanto è denso di rimandi, riflessioni filosofiche, etiche e morali. Orientarsi non è affatto facile, e forse dare una spiegazione a ogni passaggio toglierebbe il fascino, anche ambiguo e morboso, di un romanzo fatto di ossessioni, paure, disperazione.
La trama se vogliamo è lineare: il protagonista Roger Flavières viene avvicinato da un vecchio compagno di università, Paul Gévigne, che gli chiede di seguire la moglie Madeleine, che teme soffra di impulsi suicidi, credendosi la reincarnazione della sua bisnonna, Pauline Lagerlac, morta suicida. Flavières la salva una volta dalla Senna, se ne innamora, e a causa della sua paura dell’altezza, non riesce a salvarla anche dalla caduta da un campanile. Nella seconda parte del romanzo, sono passati alcuni anni, Flavières incontra una donna che assomiglia paurosamente a Madeleine. Sogno, incubo, coincidenze, soprannaturale, follia?
La donna che visse due volte può senz’altro essere visto come la cronaca di una ossessione amorosa, di un pericoloso tentativo di far aderire la realtà al mondo interiore e disturbato del protagonista.
Se vogliamo Paul Gévigne andava sul sicuro scegliendo Roger Flavières come testimone. Ex poliziotto abile nei pedinamenti e nelle indagini, riformato, non è andato in guerra (la storia prende l’avvio a Parigi all’inizio della Seconda Guerra Mondiale) per una forma di pleurite, avvocato scalcinato, appassionato di essoterismo, proprio la sua vertigine per le altezze, (che causò, o per lo meno è forte il senso di colpa, la morte di un collega e la sua uscita dal corpo di polizia), tutto contribuisce a renderlo perfetto per il ruolo che il diabolico Paul Gévigne vuole che reciti. Un altro meno traumatizzato, meno schiavo dei sensi di colpa, meno romantico, meno naif avrebbe fatto in fretta a scoprire l’intrigo, bastava una semplice telefonata, che Madeleine gli prega di non fare.
Insomma col senno di poi la storia si regge su presupposti fragili come tele di ragno, che tuttavia avvolgono come una spirale il lettore. La folle è Madeleine? Che si crede una morta e tenta più volte il suicidio. O il folle è Roger? che sarà costretto a chiedere aiuto a uno psichiatra perché lo guarisca dalle sue nevrosi. C’ è una componente soprannaturale nell’ intreccio? Che poi la verità sia squallidamente prosaica, e la riproposizione di un cliché classico, per di più abusato, nulla toglie alla drammaticità del finale, alla decostruzione e dissoluzione del personaggio principale, che è stato ingannato, crudelmente, come sono stati ingannati con lui i lettori.

Pierre Boileau (1906-1989) e Thomas Narcejac (1908-1998), entrambi vincitori del Prix du Roman d’Aventures, hanno cominciato a collaborare nel 1948. Frutto di questo sodalizio sono stati numerosi racconti e ben quaranta romanzi, da alcuni dei quali sono stati tratti film di successo come La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock o I diabolici di Henri-Georges Clouzot.

Source: acquisto personale.

Nota: i collezionisti certo non si faranno scappare l’edizione Garzanti del 1958, come numero 141 della “Serie Gialla“, o la prima ristampa del 1967 come la copia in mio possesso. Nel 1977 la stessa traduzione di Roberto Ortolani venne riproposta da Mondadori con “Giallo Cinema” n. 5, poi nel 2003 passò alla Sellerio “La Memoria” n. 580. Tutte edizioni ormai fuori commercio e reperibili nei marcatini dell’usato. Attualmente è disponibile in commercio dal settembre 2016, la nuova traduzione Adelphi, di Federica Di Lella (che la cura) e Giuseppe Girimonti Greco.

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:: Un’intervista con Eleonora Giorgi a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2017

Giorgi cop_5_aog.inddCiao Eleonora. Grazie per aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Attrice, scrittrice. Chi è Eleonora Giorgi? Punti di forza e di debolezza.

Sono diventata un’attrice per caso, a diciannove anni, e non immaginavo che quella sarebbe stata la mia professione per la vita, e che mi avrebbe resa tanto popolare. Questo è stato a lungo motivo di indeterminazione e anche di confusione… Fra le tante attività svolte nello spettacolo, oltre che interpretare dei film, ne ho scritti, diretti e prodotti due, ho condotto programmi Tv e radiofonici, ho inciso un disco e fatto delle tournée teatrali, ma è stata la scoperta della scrittura, il dare luogo ad un libro con tutta la relativa, necessaria esigenza di solitudine e concentrazione, a essere stata rivelatoria della mia vera natura, della mia indole riservata e introspettiva: mai quanto in quest’anno e mezzo dedicato alla stesura, infatti, mi sono sentita tanto compiuta e in armonia con me stessa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

E’ stato necessario scrivere un’autobiografia per raccontare le tante realtà della mia famiglia in parte straniera (mia madre è ungherese, mio padre mezzo inglese)… sarebbe davvero troppo lungo, qui!

Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?

Ho scoperto la lettura a dieci anni, anche per isolarmi dall’allegra confusione dei miei tanti fratelli (siamo cinque). Loro mi prendevano in giro e dicevano che ero lunatica e per questo mi avevano soprannominata Ofelia, in realtà la lettura mi permetteva di evadere dalla realtà e di trasferirmi nei sogni: vivevo immersa costantemente in un romanzo partorito dalla mia fantasia, ricco di riferimenti romantici. La prima lettura è stata il libro “Cuore” e una collana di libri per ragazzi vecchia di decenni ed ereditata dalla casa dei nonni, cui sono seguiti i tanti romanzi per ragazze, come “Piccole donne”. Nell’adolescenza era dilagato il ’68 e avevo scoperto, appassionandomene, la Beat generation. In seguito, e fino ad oggi, ho preso a leggere i tanti romanzi classici russi, inglesi, francesi, austro-ungarici, tedeschi, italiani e molti americani, da Scott Fitzgerald a Hemingway, ma seguo anche la narrativa contemporanea. Negli ultimi anni mi sono appassionata ai saggi storici e alle biografie, e ho scoperto Stefan Zweig, un autore austriaco dell’inizio del secolo scorso dalla produzione consistentissima: nell’ultimo anno ho letto quasi esclusivamente lui. Comunque il mio romanzo italiano preferito è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro dell’archeologo Rodolfo Lanciani, che diresse gli scavi di Roma all’incirca nel 1880: la visione della città antica che ci restituisce è fantasmagorica, eccitante!

Hai da pochissimo pubblicato la tua autobiografia, puoi parlarcene?

Avendo avuto una vita ricca di eventi e trascorsa sotto gli occhi di tutti, divulgata nel corso di decenni da giornali, tv e media, ho sentito il bisogno di raccontare il mio punto di vista delle cose, astenendomi dal formulare giudizi e dal trarne conclusioni, nel tentativo di offrire ai lettori e al pubblico un’occasione di giudizio più appropriata.

A differenza di altre star della musica, della televisione, dello sport che scrivono libri, e sono affiancati molto spesso da ghost writer, tu invece hai scritto il libro in prima persona. Che bilancio ne hai tratto della tua esperienza come scrittrice?

Credo di aver già risposto più sopra: sì, il libro l’ho scritto interamente io ed è stata un’esperienza fra le più belle della mia vita. Alla fine la stesura era molto più lunga del dovuto, e ho dovuto quindi operare delle scelte e rinunciare a interi capitoli… chissà, magari scriverò “Nei panni di un’altra 2”!

Ti piacerebbe continuare a scrivere, magari pubblicando un romanzo o una raccolta di racconti?

Sì, mi piacerebbe moltissimo… Ci penso molto e presto mi deciderò, ma non so ancora verso quale progetto: ne ho in mente un paio, e non ho ancora deciso…

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La magia di entrare come per un incantesimo nella vicenda che stai raccontando, e di viverla col cuore mentre la scrivi…

Sei stata la moglie di un grande editore, quindi conosci il mondo dell’editoria molto meglio e molto più da vicino di molti altri. Cosa pensi ne stia determinando la crisi, il costante calo dei lettori. Avresti dei consigli, delle strade o strategie da intraprendere?

Anche al tempo del mio matrimonio con Angelo Rizzoli il mercato dei libri arrancava, i dati allora raccontavano di un’Italia agli ultimi posti per quantità di lettori nelle classifiche europee. Nell’ultimo decennio la situazione si è aggravata, anche se sussistono best sellers e grandi successi, spesso trainati da grande visibilità televisiva e mediatica. A me sembra che siano i giovani a disertare la lettura dei libri, alle volte sostituita dagli ebook, altre purtroppo trascurata a favore di altri strumenti di informazione e formazione, cercati nel Web.

Cosa pensi dello sdoppiamento Fiera di Torino / Salone di Milano, a breve distanza uno dall’altro. Ci sarà secondo te un arricchimento per entrambi o un indebolimento?

Credo che la moltiplicazione dell’offerta, se di qualità, non possa che giovare al mercato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Gli incontri con i lettori per parlare del mio libro mi appassionano ma richiedono grande energia psicologica, dato l’argomento trattato. Alle volte hanno richiamato molti curiosi, attratti soprattutto dalla mia immagine di attrice: la conquista dei lettori è un lungo cammino di fiducia…

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Il mio rapporto coi lettori è lo stesso che intrattengo col mio pubblico: sono su Facebook, con una bacheca piccola e aperta a tutti: i miei amici possono postare lì tutto quello che vogliono comunicarmi! Fb e i social sono un’occasione straordinaria di contatto diretto col mondo!

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: hai nuovi progetti, un nuovo libro in cantiere?

A marzo uscirà nei cinema “Una famiglia a soqquadro” un film interessante, vivace e anche divertente, dal contenuto estremamente attuale, del regista Max Nardari, nel quale interpreto una donna della mia età davvero sorprendente. A inizio estate gireremo un altro film insieme, e nella prossima stagione tornerò a teatro con un testo americano e contemporaneo che mi ha innamorata. Nel frattempo mi applicherò nella scrittura!

:: Madame Claudel è in un mare di guai, Aurélie Valognes (Newton Compton, 2017) a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2017
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Libro delizioso, Madame Claudel è in un mare di guai, (Mémé dans les orties, 2015), della francese Aurélie Valognes. Edito in Italia da Newton Compton e tradotto da Federica Romanò. Si sa i francesi hanno un modo tutto loro di raccontare storie un po’ magiche, leggere, dalle tinte color pastello, in bilico tra la favola e il sogno. Avete presente le atmosfere delicate de Il favoloso mondo di Amelie? Quel non so che, tutto francese, appunto, che non scade però mai nella sdolcinatezza e nella zuccherosità. Madame Claudel è in un mare di guai racconta una storia chiusa nel microcosmo rarefatto di un condominio parigino, al numero 8 di Rue Bonaparte. Protagonista è un arzillo vecchietto, un po’ scorbutico e taciturno, Monsieur Ferdinand Brun, che proprio non ne vuole sapere di finire in una casa di riposo. La figlia Marion è lontana, vive a Singapore con il nipote di Ferdinand, la moglie l’ha abbandonato per il suo carattere ruvido e insopportabile, (scappando con un postino italiano), la solitudine è alleviata solo dalla compagnia di Daisy, un alano affettuoso e intelligente. Ma un giorno il dramma, il cane viene investito e ucciso, e da quel giorno è una lotta fitta, senza esclusione di colpi, contro i condomini, e soprattutto contro la terribile Madame Suarez, la portinaia, che lo odia dal primo momento che l’ha visto per il suo carattere indipendente e ostinato. Ma Monsieur Brun, inaspettatamente trova anche due improbabili alleate, Juliette, una dolce bambina di dieci anni, che ha dovuto crescere in fretta dopo la morta della madre, e Madame Beatrice Claudel, una novantenne arzilla quanto lui e fuori dagli schemi. Ricordate Poupette, la bisnonna di Vic ne Il tempo delle mele, beh un po’ la ricorda per la sua grinta e eccentricità. Una storia, dunque non priva di conflitti, ma tenera e delicata, che ci parla di amicizia, vecchiaia, finanche amore, e lo fa usando personaggi credibili e ben caratterizzati, che subito si guadagnano la simpatia del lettore. Una storia per un pubblico giovane, ma a dire il vero senza età, in cui il bene alla fine trionfa, (il lieto fine è assicurato) in un susseguirsi però di colpi di scena, che vedranno addirittura Monsieur Brun, soprannominato il “serial killer” accusato di omicidio. Ben scritto, divertente, intelligente, in parte spaccato di una condizione sociale reale, il mondo degli anziani (tra partite di bridge, e programmi alla tv), le problematiche dei figli combattuti tra la preoccupazione per la tutela dei loro vecchi genitori, e le legittime esigenze di indipendenza di quest’ ultimi, Madame Claudel è in un mare di guai è un libro che consiglio. Nasce come romanzo autopubblicato, il cui passaparola ha attirato l’interesse di un importante editore come Michel Lafon, diventando in breve un grande succeso editoriale francese. Ora sono curiosa di vedere quale sarà l’impatto in Italia. Esce il 9 febbraio in libreria, ho avuto modo di leggerlo in anteprima.

Aurélie Valognes, si è laureata alla École Supérieure de Commerce de Reims. È specializzata in comunicazione e marketing, e ha lavorato per diverse multinazionali spostandosi tra Svizzera, Francia, Belgio, Paesi Bassi. Attualmente risiede a Milano. Il suo esordio è stato un incredibile fenomeno del selfpublishing, in seguito uscito in Francia per i tipi di Michel Lafon. Negli Stati Uniti è stato pubblicato solo in versione digitale e ha venduto oltre 160.000 copie. In Francia è uscito il suo secondo romanzo dal titolo Nos adorables belles filles. Per saperne di più www.aurelie-valognes.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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