Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Fine turno, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2017
Scop KING Fine turno 2.indd

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dopo Mr Mercedes e chi Perde paga, chiude la trilogia Fine turno, (End of Watch, 2016) edito in Italia sempre da Sperling e Kupfer e tradotto da Giovanni Arduino, con una dedica niente di meno che a Thomas Harris. Piuttosto impegnativa direte voi? Concordo e rilancio soffermandomi sulle ragioni che hanno spinto il Re a giocare coi generi e tentare qualcosa che inevitabilmente scontenterà alcuni e deluderà altri: unire l’ hardboiled classico all’ horror (certo molto sfumato, ma presente). Insomma non un gioco da ragazzi. Però c’ era da aspettarselo che Stephen King ci avrebbe provato, è da lui, rientra appieno nella sua “poetica”, nella sua costante evoluzione personale, prima che artistica. Fine turno chiude un cerchio, dà compimento a una storia che poteva avere due derive: una prettamente razionale, riportando tutto ciò di apparentemente soprannaturale a una spiegazione, certa e scientifica; l’altra di stampo nettamente contrario dando alla fantasia campo libero, lasciando il soprannaturale prevalere a costo di deludere chi in un hardboiled vuole i duri fatti della vita, narrati senza ornamenti superflui o trucchi. Dunque che fa King? Prende questi due opposti e ci gioca, lasciando aperta l’eventualità che la tecnologia raggiunga e ottenga cose che apparentemente la ragione ci dice siano impossibili. Il potere della mente è ancora inesplorato, il potenziale che davvero racchiude ancora un mistero, venato dalla consapevolezza che ne usiamo solo una parte, sia nel bene che nel male. Quindi un cattivo come Brady Hartsfield una certa inquietudine la crea per i fenomeni di telecinesi che scatena, la sorta di invasione nelle psichi altrui, la sua capacità manipolativa, ampliata (forse) da medicine sperimentali date a lui come cavia non sappiamo quanto inconsapevole. Ho visto di recente un film Limitless, a sua volta tratto da un romanzo, Territori oscuri, dello scrittore irlandese Alan Glynn, e sicuramente chi li conosce sa di cosa parlo, quando mi accosto alle suggestioni fantasiose di sostanze che alterano i normali processi celebrali ampliandoli o distruggendoli. E ammettiamolo la materia affascina e spaventa, più degli omicidi mascherati da suicidi di cui il romanzo abbonda. Per non parlare degli Zappit, console portatili, porte del male, veicolo di messaggi subliminali letali, sotto le innocue apparenze di giochini elettronici. E il fatto che molti giovani e adolescenti (ma anche adulti) siano schiavi di smartphone, telefonini, tablet e quant’altro, non è fantascienza e quasi King sembra metterci in guardia. A modo suo, con le sue tortuose spire. Nelle note finali ci piazza anche il numero da chiamare per la prevenzione del suicidio, male reale, causa di innumerevoli morti ogni anno, e non solo mero pretesto per trovare materiale per un libro di paura. Come la malattia di cui soffre il protagonista, un’altra piaga inguaribile della nostra società, sempre più evoluta, sempre più tecnologica. Cioè ragioni per cui questo libro ci faccia realmente paura ci sono e esulano dalla bravura di King nel creare quell’atmosfera, quel particolare stato d’animo nel lettore di cui è maestro. Il nostro eroe Bill Hodges, e la sua fida assistente e socia Holly Gibney, (interessante personaggio femminile affatto scontato), insomma lottano contro forze soverchianti, contro un nemico che a rigor di logica dovrebbe vincere, anzi stravincere e spazzarli via. Più il nemico è potente, e più il valore dei buoni spicca e brilla di luce propria, sembra dirci King, e infondo come possiamo dargli torto? Malinconico il finale, ma infondo non poteva essere diverso, senza volere prevedere risurrezioni da soap televisiva. Una porta chiusa a doppia mandata. Non il classico lieto fine, ma qualcosa che ci va molto vicino.

Stephen King, il maestro dell’horror è nato a Portland, nel Maine, nel settembre del 1947. Il padre, ex capitano della Marina Mercantile durante la Seconda Guerra Mondiale, scompare due anni dopo la nascita di Stephen, e la famiglia King, è costretta, per il lavoro della madre, a spostarsi tra Maine, Massachusetts, Wisconsin, Indiana, Illinois e Connecticut.
Oltre all’abbandono del padre, l’infanzia di King è segnata da un altro evento tragico: a soli quattro anni, assiste alla morte dell’amico, travolto da un treno mentre i due giocano sulle rotaie. Il piccolo Stephen torna a casa sconvolto ma senza ricordare nulla.
A partire dai primi anni delle elementari inizia a leggere da solo tutto ciò che gli capita tra le mani; è di questo periodo anche il suo primo racconto. Anni dopo trova nella soffitta della zia i libri del padre, amante dei racconti di Edgar Allan Poe, H.P. Lovercraft e Richard Matheson. Nel 1962 comincia a frequentare la Lisbon Falls High School e poco dopo viene contattato per lavorare al Lisbon Enterprise, settimanale di Lisbon.
Studia letteratura presso l’Università del Maine, dove tiene una rubrica sul giornale universitario. Per pagarsi gli studi, King lavora e vende alcuni suoi racconti. Nell’estate del 1969 conosce Tabitha Jane Spruce, giovane poetessa e laureanda in storia che diventerà sua moglie due anni più tardi. Conseguita la laurea, comincia ad insegnare lettere in una scuola superiore.
Il successo, e la prima vera pubblicazione, arriva con Carrie nel 1974, che supera il milione di copie vendute. Le notti di Salem (1975) e Shining (1977) riscuotono ancora più successo, con i rispettivi tre milioni e quattro milioni di copie vendute. Nel 1970 nasce la figlia Naomi Rachel e due anni dopo il figlio Joseph Hillstrom.
Due eventi tragici colpiscono lo scrittore negli anni a seguire: lo scrittore comincia ad avere seri problemi di dipendenza da alcol e droga, da cui uscirà solo dopo un processo di disintossicazione durato più di un anno. Nell’estate del 1999, inoltre, durante una passeggiata King viene travolto da un’auto subendo pesanti traumi. Sottoposto a numerosi interventi, ci vorranno mesi prima che King si riprenda totalmente.
Nell’arco della sua carriera, Stephen King ha venduto oltre 500 milioni di copie e dai suoi libri sono state tratte oltre 40 pellicole cinematografiche.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2017

laBentornata Charlotte sul blog Liberi di scrivere. E bentornata in Italia. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia infanzia è stata un’ infanzia bellissima, io e mia sorella siamo cresciute vicino a Francoforte e ho un ricordo di grandissima libertà. Dopo la maturità mi sono iscritta a Giurisprudenza e ho anche pubblicato il mio primo libro. Non avevo intenzione di diventare una scrittrice perché non pensavo che sarebbe stato possibile farne un’attività di cui poter vivere. E per questo ho scelto di fare Giurisprudenza una facoltà che comunque mi è piaciuta tantissimo. Poi le cose sono andate come lei sa.

Sei un autrice molto amata nel mio paese, con un grande seguito di lettori, specialmente lettrici. Pensi che il thriller psicologico sia un genere più congegnale a un pubblico femminile?

Anche in Germania la maggior parte dei lettori sono in verità delle lettrici, ma questo accade un po’ per tutti i generi di libri non con gli psico thriller in particolare. Forse però le donne in generale sono più propense ad affrontare questo genere letterario

L’ultima volta abbiamo avuto modo di parlare nel 2012, cosa è cambiato da allora nella tua vita e nella tua carriera?

Sono stata in Italia l’ultima volta nel marzo del 2012, quattro settimane prima era venuta a mancare mia sorella cosa di cui non ho parlato perché proprio non ce la facevo, ero ancora sotto shock. Nei due anni successivi mi sono sforzata di capire che cosa fosse successo, di rendermene veramente conto e in qualche misura di ritrovare la mia vita. Per questa ragione ho scritto un libro sulla vicenda di mia sorella che è stato pubblicato anche in Italia. Direi che in questi ultimi quattro anni ho fatto in modo di riprendere in mano le redini della mia vita.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo La scelta decisiva. Ce ne vuoi parlare?

Direi che il tema centrale di questo libro è proprio quello che esistono dei momenti nella vita di tutti in cui una persona molto rapidamente, senza possibilità di sfuggire, deve fare una scelta. Ad anni di distanza questa scelta si rivelerà decisiva per la vita di questa persona, cioè la sua vita sarebbe stata completamente diversa se in quel momento non avesse preso quella decisione ed è ciò che accade al mio personaggio Simon che nel giro di una manciata di secondi deve decidere se aiutare una ragazza che incontra per caso. La vita di questa ragazza è in grave pericolo e quella decisione muterà la loro vita completamente.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza è stato un’ immagine che avevo davanti agli occhi mentre camminavo lungo una spiaggia nel sud della Francia in una giornata di pioggia. Avevo in mente l’immagine di due persone totalmente sconosciute che si trovano entrambe in un momento critico della loro esistenza, e che per caso si incontrano. Questo incontro muterà le loro vite in maniera totale. Ciò che mi affascina è come basti un secondo nella vita per cambiare tutto. E poi ho costruito il resto della storia attorno a questa idea, a questa scintilla iniziale.

L’aspetto psicologico è importante nel romanzo. Come crei i tuoi personaggi, e come sviluppi le interazioni tra loro?

Prima di tutto passo all’ identificazione totale con i miei personaggi ma tento anche di conservare una certa distanza che è quella che mi consente di descriverli. E’ sempre una questione di equilibri. Io vivo molto intensamente con i miei personaggi e continuo a chiedermi se le azioni che attribuisco loro su ciò che stanno facendo siano coerenti con il loro carattere. Quando mi accorgo che non lo sono allora modifico le loro azioni.

Progetti di film dal tuo libro?

Sì, sono già stati venduti i diritti per fare un film da questo romanzo.

Fai molto lavoro di ricerca? Utilizzi internet prevalentemente o preferisci vie tradizionali come le biblioteche, gli archivi della polizia?

Per le mie ricerche utilizzo tutti gli strumenti e naturalmente lavoro anche moltissimo su Internet. Tuttavia è altrettanto importante avere contatti con persone che si occupano di determinate faccende. Ma è molto, molto importante anche trascorrere del tempo nei luoghi dove poi si svolgono le mie storie. Perché è importante che io mi impregni di un’ atmosfera a cui non posso accedere, naturalmente, tramite Internet.

Hai un agente letterario?

In Germania non ho un agente, in Italia però sì.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo molto volentieri letteratura americana e inglese: Mo Hayder, Karin Slaughter, Simon Beckett, per esempio, però anche gli scandinavi, ho una predilezione per Henning Mankell.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo un libro che non ha nulla a che vedere coi il thriller, si tratta di un libro sulle tecniche di rilassamento e yoga.

Ci descrivi una tua tipica giornata di lavoro dedicata alla scrittura? Ascolti musica mentre stai scrivendo? Hai vezzi particolari, una tazza portafortuna? O sei una persona prevalentemente razionale?

La mia giornata di lavoro è una giornata molto normale. Comincia alle otto del mattino quando mio marito e mia figlia escono di casa e vado avanti fino alle 4 del pomeriggio quando rientra mia figlia da scuola. Non ascolto mai musica. Se mi accorgo di non riuscire a proseguire nel lavoro allora prendo i cani e li porto a spasso un pochettino. Questo in genere mi fa ritrovare l’ispirazione. Sulla mia scrivania ho un sacco di fotografie di persone e anche di animali che sono o sono stati importanti per me.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Intanto io viaggio molto volentieri per lavoro, cosa che è anche necessaria per le mie ricerche. Una volta in particolare mi trovavo nello Yorkshire e stavo osservando una casa con tutto un parco intorno che mi sembrava un ottimo luogo dove ambientare il mio prossimo romanzo. Solo che la padrona di casa è uscita e mi ha detto subito, guardi stia attenta perché qui intorno è un periodo che ci sono tantissimi furti, quindi è pieno di polizia e se la vedono che prende appunti e che osserva una casa finisce diretta in commissariato.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Sì, ho appena cominciato, non riesco ancora a dire molto perché sono veramente in una fase troppo iniziale, ma posso dire che si svolge ancora in Inghilterra e che è una sorta di prosieguo de L’inganno.

[Traduzione dal tedesco a cura di Francesca Ilardi]

:: Il lettore di cadaveri, Antonio Garrido (Sperling & Kupfer, 2012) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2017
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

In questi ultimi tempi sto leggendo parecchi libri di ambientazione cinese, da Strange Tales from Chinese Studio di Pu Songling a vari saggi storici di Gernet, e come si suol dire una ciliegia tira l’altra, così mi son trovata tra le mani un romanzo del 2012, edito da Sperling e Kupfer, dal titolo Il lettore di cadaveri.
Il nome dell’autore non vi inganni, Antonio Garrido non è italiano, ma spagnolo, nato a Linares nel 1963 e docente all’ Università di Valencia, e ha scritto un romanzo davvero interessante, accurato nella ricostruzione storica, frutto di una certosina documentazione, e brillante nella forma.
Il lettore di cadaveri ha per protagonista principale un personaggio storico davvero esistito, Song Ci (1186–1249), un medico forense ante litteram di cui sappiamo davvero poco, oltre al fatto che scrisse un trattato Collected Cases of Injustice Rectified (Xi Yuan Ji Lu) fondamentale per le scienze forensi.
Il fatto che esistano pochi riferimenti sulla sua vita ha permesso a Garrido di usare la fantasia e spaziare nel tempo e nello spazio creando un personaggio singolare e ricco di fasciano.
Insomma Garrido ha riunito le suggestioni del romanzo storico e la suspense del thriller in modo eccellente e personale, dando vita a un romanzo che seppure in Spagna ha vinto parecchi riconoscimenti, da noi avrebbe meritato più diffusione, e infatti sono qui dopo anni a parlarne, sperando di porlo all’attenzione dei lettori interessati.
Siamo dunque in Cina, durante la dinastia Song Meridionale, intorno all’inizio del 1200, e il nostro protagonista Song Ci (il cognome per tradizione veniva anteposto al nome) è un giovane di belle speranze, allievo del giudice Feng, che per vicissitudini familiari si ritrova nel villaggio natale tiranneggiato dal fratello maggiore e costretto ai lavori più umili nelle campagne. Lui sogna di studiare, di frequentare l’Università della capitale Lin’an e solo dopo grandi sofferenze vi giunge fuggiasco e senza un soldo.
L’incontro con il maestro Ming dà una svolta al suo destino, ma solo quando sarà chiamato a corte per indagare su una serie di misteriosi delitti, la sua vita prenderà la giusta direzione.
La storia è composta da diverse indagini svolte da Song Ci in maniera scientifica possiamo dire, e l’autore, ispirato a reali indagini presenti nei testi scritti dal vero Song Ci, è attento che ogni particolare collimi e sia credibile, adeguandolo con la situazione sociale e tecnica del periodo.
Il tutto senza sembrare noioso o nozionistico, ma con il ritmo vivace del thriller capace di incollare il lettore alle pagine e anche qualche sfumatura di erotismo quando il nostro si innamorerà della sensuale Iris Azzurro. Insomma io mi sono divertita a leggerlo, spero farete altrettanto voi.

Antonio Garrido, nato a Linares nel 1963, insegna all’ Università di Valencia. Appassionato di storia, ha iniziato la carriera di scrittore con Il monastero dei libri proibiti, grande successo in Spagna. Il lettore di cadaveri è il suo secondo romanzo, bestseller in patria e tradotto in 12 Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Cetta dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota: attualmente fuori catalogo in cartaceo, ma disponibile in ebook.

:: Un’intervista con Piersandro Pallavicini a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2017

chimica-bellezza-hero1Benvenuto Piersandro su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Sono un professore universitario di chimica, uno scienziato, un ricercatore, e sono uno scrittore. Non sono due facce della stessa persona, nel senso che non le sento in opposizione o concorrenza. Sono due cose che mi piace fare e che, credo, so fa ragionevolmente bene. Se dovessi dire due o tre cose di me direi… vediamo… che detesto i luoghi comuni, che detesto il cattivo gusto, e che amo l’eleganza, la correttezza, la cortesia e l’umiltà, che è la dote dei grandissimi. L’ignoranza esibita come valore mi fa infuriare. La protervia pure. Se questo vale nella vita reale, vale anche nell’atteggiamento dello scrittore, nel taglio dei libri che leggo (e probabilmente, spero, anche che scrivo).

Hai appena pubblicato il tuo nuovo romanzo La chimica della bellezza, per Feltrinelli, ce ne vuoi parlare?

Finalemente, all’ottavo romanzo, ho scritto qualcosa incentrato essenzialmente sul mio lavoro, quello del chimico. È come se prima – nei romanzi che ho scritto e che avevano un diverso tema centrale – io abbia voluto dimostrare di essere uno scrittore, di poter scrivere di quel che mi pare, così che, finalmente, mi sono sentito autorizzato a parlare anche del mio lavoro. Cosa che fatta d’acchito, nel primo romanzo, nei primi romanzi di uno scrittore, mi è sempre sembrata un po’ troppo semplice, misera, come se si parlasse di quel che si fa tutti i giorni perché altro non sa raccontare. Nel romanzo c’è molto: storia della chimica vera, molta chimica moderna raccontata con taglio divulgativo, e poi storie di scienziati, per lo più immaginari. Diciamo che la trama piuttosto intensa e il molto umorismo servono come contrappeso per poter tenere il romanzo in equilibrio, facendo digerire al lettore anche il difficile (la chimica, la scienza, il senso della vita per uno scienziato) insieme al facile (l’intrigo, le gag, le risate).

Come sono nati i tuoi personaggi, ti sei ispirato a persone reali, o sono solo frutto della tua fantasia.

Come sempre nei miei romanzi sono per lo più di fantasia, anche se costruiti con tinte, tic, gesti, atteggiamenti visti nella vita reale, in persone vere. Ma mi sforzo sempre di non lasciare che nessun personaggio somigli troppo da vicino a una persona vera. Mi sembra scorretto, un po’ miserello, e anche pericoloso: e se la persona si riconosce e se la prende? Non voglio offendere nessuno, mai.

Come è nato il tuo amore per la chimica e per la letteratura? Sono entrambi figli dello stesso padre? Perché ritieni, anche per la tua attività di docente, molti giovani ritengano la chimica difficile?

La chimica è la mia passione fin da bambino. Avevo non uno, ma tre scatole del Piccolo Chimico, e chiedevo spesso ai miei di integrare reagenti e vetreria con quelli che gli chiedevo di acquistare nei negozi specializzati di Milano, vicino cui abitavamo. Se devo confessare, da bambino, a 6-8 anni, ciò che mi piaceva delle reazioni chimiche erano gli spettacolari cambiamenti di colore, e il senso, da collezionista, di poter ‘mettere in collezione’ le nuove bizzarre, coloratissime sostanze che preparavo con i miei esperimenti. La passione per la letteratura (con la L maiuscola) è nata molto più tardi, all’università, essenzialmente grazie alla lettura della pagina ‘Culture Club’ che Pier Vittorio Tondelli firmava sulla rivista musicale Rockstar, e dove consigliava i suoi scrittori preferiti. Prima, confesso, leggevo massicciamente sì, ma riviste di fumetti, di musica, libri di fantascienza (Urania), fumetti seriali, libri di spionaggio (Segretissimo), un po’ di horror classico (Poe, Lovecraft). Poi, appunto su Rockstar, ho scoperto Tondelli, ho letto i suoi libri e quelli di cui parlava, ho scoperto la Letteratura e ho, come dire… notato subito, e apprezzato molto, la differenza.

Per “TuttoLibri”, supplemento culturale de “La Stampa”, parli di libri. Uno scienziato al servizio della letteratura. Come ti poni, come imposti la recensione di un libro?

Intanto lo leggo, e di solito tutto. Il che sembra una battuta ma in realtà non è così scontato. Mi aiuta a leggere davvero tutto il libro il fatto che recensisco poco, al massimo un libro al mese, quindi ho abbastanza tempo per leggerlo e scriverne. Di solito cerco di proporre io, e di proporre libri che mi sono piaciuti. Trovo molto più sensato parlare di libri che mi sembrano belli, piuttosto che fare a pezzi libri che ho detestato. Mi piace distribuire piccoli pezzi di bellezza, condividere un piacere, anziché lamentarmi, magari con l’acido che mi corrode lo stomaco, di un libro che mi ha lasciato indifferente o addirittura disgustato. Poi mi do come regola quella di far capire con chiarezza cosa c’è dentro al libro (e qui esce l’animo razionale dello scienziato), e il perché per me è interessante, piacevole, da leggere. E, infine, cerco di fare tutto questo scrivendo un pezzo che, se possibile, sia di gradevole lettura per il lettore di TuttoLibri, cercando insomma, quando si può, di usare un tono brillante, di non fare una semplice relazioncina, ma di scrivere invece ‘il pezzo’.

Ti ringrazio della disponibilità come vedi ti avevo promesso non più di cinque domande, sono stata di parola.

Piersandro Pallavicini è nato a Vigevano nel 1962. È docente all’Università di Pavia, dove svolge ricerche nel campo della nanochimica inorganica. Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Madre nostra che sarai nei cieli (2002), Atomico dandy (2005), African inferno (2009), Romanzo per signora (2012) Una commedia italiana (2014; vincitore del Cortona Mix Prize 2014 e finalista al premio Città di Vigevano 2014), La chimica della bellezza (2016) e, nella collana digitale Zoom, London Angel (2012), Racconti per signora (2013) e Dalle parti di Arenzano (2014). Collabora con “TuttoLibri”, supplemento culturale de “La Stampa”. Lo trovate su Facebook (facebook.com/piersandro.pallavicini) e su Twitter (twitter.com/Piersandropalla).

:: Favole migranti, AA. VV. (Amazon, 2016)

26 dicembre 2016

favole-migranti_kdp

Il 22 dicembre 2016 è finalmente uscito “Favole Migranti”. Tutto è nato qui  e dalla risposta a questa semplice domanda: perchè non scrivere un ebook di favole e il ricavato darlo per migliorare le vite dei più piccoli, bambini e ragazzi, spesso non accompagnati, che in questi anni stanno attraversando il Mediterraneo per venire in Europa? Abbiamo aperto un gruppo su FB, siamo una cinquantina e tutti abbiamo collaborato secondo le nostre disponibilità. Abbiamo deciso di autopubblicarci su Amazon, e mettere l’ebook al costo di 2,99 Euro, per ogni singolo ebook venduto avremo un ricavo di 1,65 Euro. Tutto il ricavato sarà devoluto come donazione alle associazioni che si occupano di questi ragazzi.

Terremo conto di tutto e vi terremo informati, su quanto raccolto, e su quali saranno le associazioni.

I racconti sono: Il viaggio di Amir – Giulietta Iannone, Alle luci dell’alba – Giancarlo Vitagliano, Amir e l’albero incantato – Federica Guglietta, La piccola foglia – Piermario Ramello, Il gatto pop corn – Piermario Ramello, Una Cenerentola con gli scarponcini rossi – Fioly Bocca, Laila e il filo magico – Elisabetta Forte, La stellina salterina – Denise Colletta, Hope – Patrizia Fortunati.

Una menzione speciale merita Fede Ghira, anche lei ha scritto un racconto che per ora non è stato accluso, per motivi tecnici, alla raccolta, speriamo di poterlo fare in futuro.

Abbiamo comunque dei debiti di riconoscenza verso Luca Morandi e GDBee per la bella copertina, verso Mala Spina, per l’impaginazione dell’ebook, e verso Viviana Filippini e Federica Guglietta per le correzioni.

Se l’acquistate e notate refusi o altro, segnalateceli, che poi aggiorniamo le correzioni, grazie a tutti.

Supporter: Giulietta Iannone, Fede Ghira, Roberto Saporito, Maria Chiara Paone, Tor K. Morisse, Milvia Comastri, Giancarlo Vitagliano, Luigi Romolo Carrino, Matteo Strukul, Viviana Filippini, Andrea Storti, Stefano Cavallin, Alessandro Morbidelli, Daniela Distefano, Piermario Ramello,  Carlo Maria Pozzan, Fioly Bocca, Federica Guglietta, Lorenzo Mazzoni, Davide Mana, Enrico Astolfi, Patrizia Fortunati, Denise Colletta, Simone Giulitti, Elisabetta Forte, Laura Mondarini, Sofia Bucci, Cinzia Pelagagge, Cira Acunzo, Maria Rubino, Eleonora Pernarella, Cesare Gurrado Pastore, Silvia Mor Salusest, Enza Giglio, Francesca Bacaloni, Ibr Dramé, Alessia Carnevale, Simone Tribuzio, Luigi Palazzo, Frances Fahy, Francesca Iervese, Giulia Mirimich, Cocca Esposito, Enrico Tribuzio, Federica Tavaglione, Veronica Vittoria Esposito, Alessia Guglietta, Federica Pontieri, Marco Berto, Natascia Tripolino, Carmina Locci, Veronica Della Vecchia, e Alessandra Manfredi.

:: Un terribile Natale, Giulietta Iannone

25 dicembre 2016

il_570xn-215142919

Oggi è Natale, avrete ricevuto tanti regali, beh ho pensato di farvene uno anche io. Questo è un racconto natalizio, oggi è l’ultimo giorno utile, domani toglierò gli addobbi, anche dal blog. Nasce da un gioco sul blog di Giulio Mozzi, queste erano le regole: (qui), essendo stato scartato, penso di poterlo pubblicare sul mio blog. Che dirvi ancora, buona lettura!

Faceva piuttosto freddo. Non un freddo terribile, intendiamoci. Ma una maglia di lana in più mi avrebbe fatto comodo. Anche un berretto, già che c’ero. E perché no, un paio di guanti. Di quelli morbidi, imbottiti, di pelle ancora meglio. Che non si comprano al supermercato, ma in qualche boutique elegante, ricercata.
Ma dato che la guerra uno la affronta con le armi che ha, mi accontentavo del mio giaccone giallo, un po’ consunto ai gomiti, ma ancora erede di una certa classe, che non sfigurava se paragonata alla totale mancanza di gusto della gente che incontravo per strada.
Quella notte.
Non una notte qualsiasi, certo.
Ricordavo altre notti, come quella. Di un’altra vita. Di altri tempi. Avevo una famiglia una volta. Una moglie, due figli e un gatto rosso, piuttosto scontroso e selvatico.
In notti come quella ci raccoglievamo intorno a una grande tavola di mogano, e cenavamo tutti assieme, ridendo, litigando, giocando a dama, in attesa della mezzanotte.
Sollevai la testa e osservai le luminarie lampeggiare a intermittenza. Un lumino credo fosse prossimo a staccarsi da una complicata ghirlanda di cavi e cristalli. Qualcosa di artistico, senza dubbio. Ideato da qualche architetto delle luci alla moda. Chissà il comune quanto pagava per quello spreco di energia, così discutibile. Ma non erano fatti miei.
Tolsi un pacchetto di sigarette dalla tasca e trovai giusto una sigaretta, piuttosto malconcia, sul fondo. L’accesi e continuai la mia strada, cercando di ricordare l’ultima volta che ero stato felice.
Non era così difficile a dire il vero. Non avevo da scavare molto a lungo nei ricordi. Anche se la memoria non era più quella di un tempo.
Tendevo a dimenticare le cose, come i volti delle persone. Anche la voce a dire il vero. Sì dimenticare la voce era quello che mi dispiaceva di più. Ci sono voci davvero belle, sarà il timbro, l’intonazione, il modo di addolcire le consonanti più appuntite.
Al diavolo!
Buttai la sigaretta, senza spegnerla, e entrai in un bar.
Le luci erano basse, e quel senso di solitudine che si attacca alla pelle in notti come quella, mi avvolse come una coperta calda. Mi diressi al bancone e in equilibrio precario mi sedetti su uno di quei sgabelli all’americana, tanto di moda nei locali in del centro. Sono più che altro trappole, dannate trappole, ma almeno fanno selezione. Un ubriaco lì non riesce a stare seduto.
Per me lo fanno apposta, sono scaltri, e malvagi, i proprietari di locali come quello.
Una musica diffusa, raggiunse le mie orecchie, quasi come se fosse nata all’improvviso. E prima solo il silenzio mi avesse fatto compagnia.
Non era una musica natalizia, grazie a Dio.
Almeno quello.
Sono così kitsch e di pessimo gusto quelle canzoncine. Come fatte di plastica.
L’ho già detto che odio il Natale?
Forse no, ma sono certo che l’avete capito da soli.
E dopo tutto sono in buona compagnia. Siamo in molti a condividere questa fobia.
Ordinai un caffè corretto.
Il barista, bizzarramente vestito da pagliaccio, mi guardò scettico, ma fece il suo lavoro senza lamentarsi.
Mi conosceva, non ero proprio un habitué, ma ci andavo spesso, quando non volevo stare solo.
Sul fondo c’era una porticina, nascosta da un pannello di velluto nero che dava su un corridoio, piuttosto stretto. Infondo una scala. Non avevo mai visto dove conduceva.
Decisi di scoprirlo quella notte.
Pagai il mio caffè e raggiunsi la porta. L’aprii con attenzione e accesi una luce, piuttosto fioca, ma sufficiente a intravedere il corrimano della scala. Nessuno mi fermò. Non badavano a me.
Non quella notte.
Faceva di nuovo freddo, non c’era riscaldamento, ma non ci badai.
Salii due rampe di scale e osservai i muri umidi e macchiati.
Non sembrava un posto abitato.
Sui gradini c’era uno spesso strato di sporcizia che si attaccava alle suole di gomma delle mie scarpe.
Raggiunsi una porta.
Bussai, ma era aperta.
La scostai e vidi la luce di un camino. Ardeva allegro e invitante.
Era l’unica fonte di luce della stanza.
Ma non mi potevo lamentare. La vista era ancora buona.
Chissà dove ero? Chissà chi ci abitava?
In un angolo, scorsi un baule, chiuso, molto bello. Dal coperchio ondulato. Sembrava un baule dei pirati. Magari dentro c’era un tesoro.
Già un tesoro, custodito in una stanza vuota, senza un minimo di sicurezza.
Oltre il muro sentii delle voci.
Più che altro dei sussurri soffocati.
C’era qualcuno che discuteva di qualcosa di davvero misterioso.
Purtroppo non distinguevo le parole. Mi sedetti su uno sgabello basso e mi riscaldai alla fiamma del camino.
Una presenza mi fece sussultare. Mi girai e vidi una donna.
– Ti aspettavo- disse tranquilla.
Era piuttosto bella, alta e ben proporzionata. Aveva una bocca grande, senza trucco, e orecchini di corallo, di un’eleganza delicata. Come quei gioielli vittoriani che si trovano spesso su donne dai lunghi colli madreperlacei.
– Ci conosciamo?-
– Non mi riconosci?-
– No, affatto- dissi secco e mi alzai. Già mia aveva messo in difficoltà, stare anche seduto mi metteva in una posizione di eccessiva inferiorità.
– Gloria, sono Gloria-.
Quel nome mi diceva qualcosa, ma era troppo dire che mi fosse familiare.
– Ti trovo bene, come stanno Cinzia e i ragazzi?
– Non ci sono più. Da anni ormai-.
Parlare dei morti mi metteva sempre a disagio. Ancora di più in una stanza estranea, con una sconosciuta che a differenza di me sembrava conoscermi molto bene.
– Mi dispiace, mi dispiace davvero. Che ora tu sia solo-.
Dispiaceva anche a me. E parecchio.
Forse quella conversazione era durata abbastanza.
Ostentando disinvoltura, cercai di guadagnare la porta, ma lei me lo impedì.
– Vuoi già andare?- disse sorridente. Più lei sorrideva più io mi sentivo gelare dentro.
– E sì, si è fatto tardi. Ho alcuni amici che mi aspettano- bofonchiai e lei annuì smettendo di sorridere. Fu allora che sentii un grido, un grido fortissimo e solo dopo qualche secondo capii che proveniva da lei. Il suo volto si contorse in una maschera di cera fusa.
Cera che mi colò ai piedi.
Ecco tutto quello che rimaneva di quella presenza.
Corsi via, sbattendo contro la porta, i muri.
Corsi giù per le scale a precipizio.
Tornai nel bar e col cuore in gola cercai di rallentare il respiro.
Stavo impazzendo.
Era certo, sicuro come il fatto che mi chiamavo Ubaldo Bianchi.
Il barista mi fece un cenno di saluto e osservai meglio i suoi ricci verde acido di nylon, e il naso rosso da clown.
Secondo voi era normale che un barista si vestisse così, in un locale mediamente elegante. Non era il segno che ero impazzito davvero?
La paura di impazzire mi accompagnava da tutta la vita. Anche prima di andare in pensione.
Ecco, ora la pazzia mi aveva trovato.
Non potevo più scappare.
Ma uno scampolo di senso comune, se non buon senso, mi spinse ad indagare.
Raggiunsi il bancone e chiesi al barista chi abitasse al secondo piano di quel palazzo.
– E’ disabitato da anni- disse servendo dei clienti.
Un brivido mi corse lungo la schiena.
– E prima chi ci abitava?-
– Non ricordi, ne parlarono tutti giornali- disse e mi sorrise. I clown non dovrebbero sorridere.
– No, forse ero fuori città. Ho abitato a lungo a Novara-.
– Fu uccisa una donna, una ventina d’anni fa-.
Era grottesca quella discussione, era grottesco lui, era grottesca la mia paura.
– Si chiamava Gloria, vero?-
– Sì, Gloria Visconti. Fu sorpresa nella notte da un ladro. Si disse. Ma le indagini non portarono mai a niente. Il palazzo andò in rovina, resta solo questo bar, e l’affitto che paghiamo ogni mese agli eredi-.
No, non era un ladro. Ora ricordo. Ricordo quel nome. Dunque avevo visto un fantasma.
– Io so chi l’uccise-dissi piano e lui oscillando la testa rise.
– E perché non l’hai detto alla polizia?-
– Non mi avrebbero creduto-.
Uscii dal bar, e mi appuntai mentalmente quella strada. Non ci sarei più tornato.
Urtai una coppia sorridente, che si dirigeva elegante verso una cena. E mi incamminai.
Strani scherzi ti fanno la memoria e i sensi di colpa.
Si risvegliano di colpo una notte, e ti macerano il cervello.
Conoscevo chi aveva ucciso quella donna.
E se ve lo chiedeste, no, non sono io.
Sarò un bugiardo, ma non sono un assassino.
Era un mio amico quell’uomo.
E non era un ladro, ma l’amante di quella donna.
Si suicidò quasi subito, non prima di avermi messo il suo pesante fardello sulle mie ossute spalle.
E io avevo taciuto, tutti quegli anni.
Ero un complice, per lo meno dell’inganno.
Chissà perché proprio oggi, tutto era saltato.
Perché avevo avuto quell’allucinazione, quella visione?
Era la notte di Natale, già.
Forse il peggior Natale della mia vita.
Ma sapevo cosa fare.
Senza esitare, mi diressi, a passi svelti, verso il più vicino commissariato di polizia.

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.

:: Vento del sud, Elmar Grin (Marcos Y Marcos, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2016
ven

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non capita spesso di poter leggere un romanzo di un esponente della cosiddetta “intellighenzia sovietica”, tra censura, epurazioni e difficoltà varie che impedivano oggettivamente ai romanzi sovietici di uscire dai confini della Russia, ne sono giunti a noi molto pochi, e ancora meno sono sopravvissuti all’impietosa corsa del tempo, che tutto appiana e livella, rendendo obsolete e a volte scomode ideologie e concezioni del mondo.
Caso a parte sembra rappresentato da Vento del sud, (Veter s juga, 1946) del russo Elmar Grin, al secolo Aleksandr Vasiljevitš Jakimov, giunto in Italia già nel 1948, tradotto da Pietro Zveteremich, per l’editore Macchia.
A risollevarlo dall’oblio e dalla irreperibilità ci pensa l’editore Marcos Y Marcos, ripubblicandolo quest’anno, sempre nella bella traduzione dal russo di Pietro Zveteremich.
Il modo di scrivere del 1948 certo potrà suonare antiquato ad un lettore contemporaneo, ma sicuramente accresce il fascino di questo libro, soprattutto perché la poesia non passa mai di moda, e il registro poetico utilizzato in questo libro è senz’altro percepibile, una poesia minima, quotidiana, forse elementare, legata alla natura, ai moti dell’animo, alla crescita personale e alla presa di coscienza in questo caso di un contadino finlandese, onesto e operoso, prima schiavo e fedele al suo padrone, poi dopo un’ interiore lotta di classe, sempre povero, ma libero.
La componente ideologica è indubbia, (vinse il Premio Stalin 1947) tuttavia è evidente che l’autore, pur restando nei canoni dell’ortodossia sovietica, devia verso una concezione più spirituale di rinascita e affrancamento, che ne decreta in un certi versi la modernità e universalità, accostandosi alla grande tradizione russa ottocentesca, della rivincita dei vinti e degli oppressi.
Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi alla lenta cadenza del narrato, ad acquistare una certa attenzione per i fatti minimi che succedono della vita di Einari, voce narrante del romanzo, e di suo fratello Vilho. Certo la guerra farà da catalizzatore e punto di svolta, ma sono sempre gli episodi minimi, le sfumature, che Elmar Grin illumina con la sua prosa sobria e umile. Nessun stentoreo proclama, nessuna enfatica agiografia spiccia. Resta senz’altro un sapore vintage, anche ideologico, la Russia sovietica non è ancora passata attraverso il revisionismo e la demitizzazione di Stalin, tuttavia come documento di un’ epoca e di una mentalità non priva di derive utopistiche ed eccessivamente ottimistiche, cattura, e affascina. Potere oscuro della vera letteratura.

Elmar Grin è lo pseudonimo di Aleksandr Vasil’evič Jakimov, nato nel 1909 in una famiglia contadina nella campagna russa ai confini con la Finlandia. Poeta e autore di diversi romanzi, ha raggiunto la notorietà con Vento del Sud, vincitore del premio Stalin e tradotto in molte lingue.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I piccoli fuochi, Ben Pastor (Sellerio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2016
6647-3

Clicca sulla cover per l’acquisto

Francia occupata, autunno 1940.
Proseguono le indagini di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, prestato al Abwehr, servizio di controspionaggio militare del Terzo Reich. Personaggio complesso, creato dalla scrittrice italiana, naturalizzata americana, Ben Pastor, di cui in questa avventura conosceremo nuove sfumature e sfaccettature.
L’ordine non cronologico delle storie ci permette infatti di andare avanti e indietro nel tempo, sempre nel lasso temporale che vide l’Europa trasformarsi in un cumulo di macerie durante la Seconda Guerra Mondiale, e questa volta ci consente di approfondire la psicologia giovanile di Bora, ancora non temprata da anni e anni di guerra, sempre combattuta sul fronte interno, a indagare su singoli delitti, che quasi svaniscono sullo sfondo dei milioni di morti della guerra vera, quella di trincea, quella del deserto dell’Africa, o dello sconfinato e gelido fronte russo.
Ma le storie di Ben Pastor più che essere storie belliche di grandi battaglie militari sono storie di personaggi, di tormenti interiori, di battaglie etiche e morali per la maggior parte combattute nell’animo del protagonista, Martin Bora, di cui, anche grazie all’espediente interno della scrittura del diario, stiamo imparando a conoscere ogni piega, anche la più nascosta e poco marziale.
Dopo aver recensito Il cielo di stagno, Luna bugiarda, La strada per Itaca, e Kaputt Mundi, è la volta di I piccoli fuochi (The Little Fires, 2016) edito sempre da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Credo che i romanzi di Ben Pastor creino dipendenza, e soprattutto si fanno rileggere sempre con vivo interesse data la complessità che racchiudono, che non si esaurisce con la classica scoperta del colpevole.
Finita la lettura de I piccoli fuochi, già mi chiedo quale sarà il prossimo, quale periodo tratterà quasi con la lente di ingrandimento sempre sviluppando l’evolversi del personaggio, cosa non facile se consideriamo appunto che va avanti e indietro nel tempo, creando uno svolgimento in fieri, di stampo sperimentale. Un gioco che si presta a nuove revisioni e approfondimenti e se vogliamo adeguamenti per omogeneizzare le trame passate a quelle presenti.
Questo sforzo narrativo, sempre sul filo teso del funambolo, credo faccia dei Ben Pastor una degli autori più interessanti e originali del panorama contemporaneo, sia italiano, che straniero, considerata anche la sua peculiarità di essere a cavallo dei due mondi. Ciò che colpisce, in modo netto e vivido, è la grande verosimiglianza psicologica del protagonista, che forse solo chi ha vissuto con un militare può percepire pienamente in tutta la sua portata.
Niente è trattato con leggerezza o superficialità, e questa è senz’altro la parte che maggiormente apprezzo, che quasi relega a una dimensione incidentale la parte poliziesca della trama. Sì, certo ci sono delitti, ci sono indagini, più o meno ostacolate, ci sono i colpevoli, ma soprattutto ci sono i luoghi, le atmosfere, le ricostruzioni minuziose, e certosine, e lo studio dei caratteri, dei personaggi, che fanno dei suoi romanzi non mera letteratura gialla, alla maniera classica.
Non che sia facile leggere i suoi libri, ho perso il filo parecchie volte, un po’ perché la vita di tutti i giorni ci assorbe, e i suoi libri sarebbe meglio leggerli quando si ha tempo continuativo da dedicargli. Magari in queste vacanze di Natale, perché no. Ho forse divagato troppo scrivendo questa recensione, tralasciando la trama, ma cercherò di rimediare, senza dare troppe indicazioni su chi possa essere l’assassino o gli assassini.
Dunque Bora è a Parigi, sulla strada per il quartier generale dell’ Abwehr su boulevard Raspail, in arrivo dalla Germania. Ad accoglierlo, in modo quasi dimesso, la Francia occupata dell’ottobre del 1940. Molto diversa dalla Parigi gioiosa della sua giovinezza cosmopolita.
La missione che lo porta a Parigi è da lui definita di routine, di mera sorveglianza. Deve pedinare Ernst Junger, capitano dell’esercito e famoso scrittore dell’epoca, inviso al regime hitleriano. Missione che accetta quasi controvoglia, per l’autentica ammirazione che prova per Der Krieger, (Il Guerriero), begnamino tra gli eroi della Grande Guerra.
Ma per spirito di dovere, e stanca accettazione, è lì a Parigi, senza avere ben chiara l’idea di cosa consistano davvero i suoi compiti: mera sorveglianza, raccolta di indizi, tentativo di screditarlo e ucciderlo, per lo meno socialmente?
Il primo che incontra è il colonnello dell’Abwehr Hans Kinzel, sempre in abiti civili, che lo aspetta in una libreria, e al quale dovrà riferire per tutta l’indagine, alla quale si aggiunge una missione, questa puramente investigativa, sull’omicidio della moglie bretone del commodoro della Marina Militare Arno Hansen-Jacobi, il brutto incidente di Landernau.
Prima di lasciare Parigi per la Bretagna (dove anche Junger sembra essersi rifugiato) Bora incontra un misterioso polacco (terza indagine che dovrà seguire, anche se questa più sfumata), Zawadski, rigattiere proprietario di un negozio di Strumenti d’epoca, brocantage e spartiti che gli parlerà dei fatti di Katyń.
Tanti sono i piccoli fuochi che Bora incontrerà sul suo cammino, non ve li cito, vi lascio il piacere di scoprirli durante la lettura, posso invece dire che in questo romanzo la Pastor sperimenta anche nuove vie narrative, utilizzando sfumature horror, (L’uomo di Mont Velerien giaceva nella fossa, con barba e le unghie che crescevano ancora), una punta di sovrannaturale, con gli inspiegabili rumori notturni a Les Trepasses, tra leggende bretoni, e mitologia, e una più forte connotazione erotica, specie nelle scene che vedono Bora e la cantante Mome Chouette, (al secolo Nadine Lisieux, cantante di Cabaret e informatrice della Gestapo), protagonisti.
Che dire d’altro, dicevo che sono romanzi che creano dipendenza, e io infatti, con ancora l’eco dei mondi creati da questo romanzo, aspetto il prossimo. Buona lettura.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014) e Kaputt Mundi (2015).

Nota: In copertina Acquarello e gouache su carta di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). Collezione privata.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Jamaica Inn, Daphne du Maurier (BEAT, 2016) a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2016
images

Clicca sulla cover per l’acquisto

Era una giornata fredda e grigia sul finire di novembre. Il tempo era cambiato durante la notte e un vento mutevole aveva portato con sé un cielo plumbeo e una sottile acquerugiola. Benché fossero appena trascorse le due e mezzo, il pallore di una serata invernale sembrava essere già sceso sulle colline, ammantandole di foschia. Sarebbe stato buio prima delle quattro.

Sebbene universalmente conosciuta per Rebecca, la prima moglie, Mia cugina Rachele, La casa sull’Estuario, (fu autrice in realtà di più di una trentina di libri nella sua lunga e fortunata carriera), Daphne du Maurier scrisse anche, nel suo periodo giovanile, un romanzo forse minore, ma di sicuro interesse, intitolato La taverna della Giamaica, che la Beat ripubblica con il titolo originale Jamaica Inn, nella nuova traduzione di Marina Vaggi. E’ un libro del 1936, Daphne aveva quasi 30 anni, e si rifaceva significativamente al romanzo gotico inglese fatto di brughiere, mari in tempesta, nebbie e, sua variante, contrabbandieri. Ebbi modo di leggerlo da ragazzina, nell’edizione del 1963 di Mondadori, tradotta molto poeticamente da Alessandra Scalero, e me ne innamorai. Per cui ho colto l’occasione di poterlo rileggere in questa nuova edizione, sicuramente più moderna e aggiornata, e devo dire, passano gli anni, ma il libro è così bello che non perde il suo smalto. La storia è ambientata nella Cornovaglia ventosa e umida di inizio Ottocento, e narra le vicissitudini di Mary Yellan, giovane orfana che dopo la morte della madre si trova a dover cercare rifugio dalla zia Patience, che vive in un remoto angolo della Cornovaglia tra picchi e scogliere. Un luogo freddo e inospitale, un amore tormentato, un pericolo incombente, insomma c’è tutto per attirare il lettore nelle strette maglie di un libro in cui la suspense e l’inaspettato la fanno da padrone. Non a caso piacque a Hitchcock, il maestro del brivido, che ne fece una trasposizione nel 39 (forse infelice) ma che rafforzò il suo amore e il senso di affinità per questa scrittrice di cui portò sullo schermo Rebecca, la prima moglie e successivamente, molti anni dopo, gli Uccelli, usando come canovaccio un suo racconto. Forse a un pubblico smaliziato dei giorni nostri molte soluzioni possono apparire prevedibili e scontate, ma la bellezza di questo libro credo risieda nell’ atmosfera che sa creare, e nella costruzione di un bellissimo personaggio femminile come quello di Mary Yellan, giovane donna affatto sottomessa o debole, o indifesa. Un personaggio protofemminista se vogliamo, che cresce durante la storia, e perde un po’ di durezza, acquistando una più morbida femminilità e una maggiore comprensione umana su cosa sia il bene o il male. Un personaggio che regge sullo stesso piano il confronto con l’ambiguo e violento zio Joss Merlyn, e il giovane Jem, di cui si innamora. Romanzo di formazione, d’amore, d’avventura e di suspense, tutto ambientato in uno scenario selvaggio e maestoso, lugubre e denso di fascino. Io quasi sempre di un autore amo le opere minori, quelle sconosciute, o poco apprezzate, capaci di racchiudere piccoli tesori, magari con anni di distanza. Per cui non mi risulta difficile dare a questo libro la giusta collocazione che si merita, tra i libri che maggiormente hanno inciso nella mia crescita di lettore e essere umano. Sempre ci sarà un posto per questo libro, il cui fascino permane inalterato dopo tanti anni dalla prima lettura. Forse i miei 15 anni non ritorneranno più, ma questo romanzo me li ricorda molto vividamente.

Daphne du Maurier (Londra, 1907 – Par, 1989) è stata una scrittrice britannica di origini francesi. Sposata dal 1932 con il maggiore, e poi segretario di Stato, Sir Frederick Arthur Montagne Browning, ha vissuto tra Londra, la Cornovaglia e Alessandria d’Egitto, dove ha scritto Rebecca, la prima moglie, la sua opera più conosciuta, portata sul grande schermo da Alfred Hitchcock. Nel 1969 è stata insignita del titolo di Dame Commander in the Order of the British Empire (DBE). Tra le sue opere figurano anche: Mia cugina Rachele (1951) e Gli uccelli, riadattato per il cinema nel 1963 ancora da Alfred Hitchcock. Tra le sue biografie più importanti si segnala Daphne (Neri Pozza, 2016) di Tatiana de Rosnay.

Source:  libro inviato dall’editore, ringraziamo Cristina dell’ Ufficio Stampa BEAT.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: È solo una storia d’amore, Anna Premoli (Newton Compton, 2016)

2 dicembre 2016
e

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non leggo molti romanzi rosa.
Da ragazzina leggevo prevalentemente romanzi storici, e ora da adulta preferisco senz’altro il thriller e il noir. Comunque l’editore me l’ha inviato a sorpresa per cui ho deciso di leggerlo. Ci ho messo tempo, leggendo qualche pagina alla sera prima di dormire, ma sono arrivata alla fine.
La Premoli devo dire mi è simpatica, ho letto molte critiche ferocissime, specie quando ha vinto il Bancarella, e mi chiedevo in quale maniera fosse così pessima, o comunque molto peggio di tanti altri scrittori. Dalla mia modesta esperienza (è il suo primo e unico libro che leggo) ha un modo di scrivere molto rilassante, un certo schiacciare l’occhio alle lettrici in segno di intesa (sì, si rivolge a un pubblico prettamente femminile) e la storia di per sé è molto divertente. Almeno lo è per me che come vi ho detto non leggo di prevalenza romanzi rosa.
Non mi sogno di denigrare chi lo fa, ma insomma ho altri gusti almeno da lettore. Perché vi dirò leggendolo mi è venuta un’ insana voglia di scriverne uno.
Comunque sto divagando, torniamo al libro. Un uomo, un premio Pulitzer, fascinoso e tormentato, in crisi di ispirazione (che odia il rosa), si innamora proprio di un’ autrice di romanzi rosa. Il tutto scorre a capitoli alterni, dalla parte di lui, dalla parte di lei. Più una storia parallela tra Norman l’agente di entrambi gli scrittori e Alex, la sorella di lui (la Premoli ha promesso che seguirà questo filone in un prossimo libro, non specificando sui tempi).
Insomma la Premoli più che il rosa (comunque la storia d’amore c’è, anche se un romanzo rosa non è solo una storia d’amore) segue il filone dei romanzi umoristici anni ’50, non raggiungendo le vette di Anita Loos e il suo “Gli uomini preferiscono le bionde“, ma insomma se la cava egregiamente. I due protagonisti assieme funzionano, e tra tutte le scene quella del primo bacio mi ha divertito molto, affatto banale. Insomma se volete leggere un libro poco impegnativo, con classico lieto fine e qualche riflessione sulla letteratura femminile e l’emancipazione sessuale della donna, la lettura che fa per voi.

Anna Premoli, è nata nel 1980 in Croazia, vive a Milano dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan e, dal 2004, al Private Banking di una banca privata. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013. Per mesi ai primi posti nella classifica, con i diritti cinematografici opzionati dalla Colorado Film, ha vinto il Premio Bancarella ed è stato tradotto in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro, Finché amore non ci separi, Tutti i difetti che amo di te, Un giorno perfetto per innamorarsi, L’amore non è mai una cosa semplice e L’importanza di chiamarti amore.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il muggito di Sarajevo, Lorenzo Mazzoni (Edizioni Spartaco, 2016) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2016
ma

Clicca sulla cover per l’acquisto

Coloratissimo, come tutti i Balcani, pieno di musica, surreale, sulfurealmente divertente, anarchico, tragico è uscito il nuovo romanzo di Lorenzo Mazzoni, Il muggito di Sarajevo, per Edizioni Spartaco. Un romanzo che ci porta di peso nella Sarajevo della guerra e dell’assedio, il più lungo assedio nella storia bellica contemporanea, che si protrasse per 4 lunghissimi anni, dall’aprile del 1992 al febbraio del 1996. Una guerra sporca, terribile, come tutte le guerre, una guerra di cecchini combattuta nel cuore dell’Europa, che vide contrapposti da un lato il governo bosniaco, e dall’altra l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache. Televisori, radio, giornali ci portavano quotidianamente notizie da questa città martoriata, divenuta in breve simbolo delle nostre mille contraddizioni e di quanto sia precaria e transitoria l’illusione di pace e sicurezza che viviamo in Europa. Minacciata in continuazione da forze che non vediamo, non percepiamo. Ma ci sono, rosicano i nostri diritti, la nostra parvenza di libertà, il nostro benessere, forse anche ingiusto se pensiamo alle condizioni di tanti altri paesi del mondo. Lorenzo Mazzoni non fa un discorso essenzialmente politico nel suo romanzo, ma questa insicurezza si fa forte e chiara, pure grazie al tono surreale e onirico che utilizza, e un grande senso di speranza e ottimismo che straborda dalle pagine. Immaginatevi un film con Emir Kusturica alla regia e la colonna musicale affidata ai Gogol Bordello, che sto ascoltando in sottofondo proprio mentre scrivo queste righe. Violini, fisarmoniche, musica gispy, denti d’oro, droga e fiumi di vodka, insomma questo è lo scenario che ci vedo io, ed è giusto che ogni lettore si crei il suo immaginario personale. Dopo tutto leggere è una delle attività più creative (e sovversive) che esistano. Dunque vediamo, immaginatevi una mucca veggente, dei funghi allucinogeni, un serbo prigioniero a Sarajevo tenuto sotto custodia da un vecchio pazzo, panetti di oppio, due giornalisti italiani in cerca di uno scoop, Amira leader di una band Senza strumenti, che trova in Sarajevo il centro della sua creatività, nani, giganti, soldati ONU, prostitute (contro la loro volontà), Mozambik, un irlandese che fa da guida ai giornalisti e compra generi di prima necessità da rivendere a chi non potrebbe procurarseli, un cecchino fanatico delle canzoni di Barbra Streisand. E la guerra, le privazioni, la mancanza di cibo, la paura, l’odore di morte, le pile di cadaveri, le torture fatte ai prigionieri, insomma l’irrazionale e l’orrore, contrapposti, affiancati. Mazzoni sceglie uno stile narrativo sincopato, fatto di brevi capitoli, quasi una carrellata di racconti che si possono leggere anche slegati, sebbene un filo conduttore, una trama esistano. E tanta musica da Kurt Cobain ai Red Hot Chili Peppers, alla divina per eccellenza Barbra Streisand. Per chi ama Graham Greene la sua lezione non è andata perduta. Dunque che dire d’altro: muuu!

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974 e ha abitato a Parigi, Hurghada, Londra, Sana’a. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui Il requiem di Valle secca (Tracce, 2006),  Le bestie/Kinshasa Serenade (Momentum Edizioni, 2011), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013, Premio Liberi di scrivere Award). È il creatore dell’ispettore ferrarese Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Malatesta, indagini di uno sbirro anarchico, La Trilogia (2011, Premio Liberi di Scrivere Award), La Tremarella (2012, il cui ricavato è andato interamente alle vittime del terremoto in Emilia), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi sui giornali Il Manifesto, Il Reportage, East Journal, Il reporter e Torno Giovedì- Collabora con Il Fatto Quotidiano. Vive tra Milano e Istanbul.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Spartaco e l’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cinese in 21 giorni, Massimo De Donno, Luca Lorenzoni, Lucia Musso, Giacomo Navone, (Sperlig & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2016
cinese

Clicca sulla cover per l’acquisto

Questa recensione è una recensione molto particolare, non penso di averne mai fatte di simili, e penso avrò ben poche occasioni di ritrovarmi in futuro a sperimentare qualcosa di altrettanto singolare. Premetto solo due cose, ho già avuto modo di avere un primo approccio con la lingua cinese, frequentando qualche lezione di un corso base all’università, e seconda cosa sono fortemente motivata ad apprendere questa lingua. Due elementi che non credo siano di scarso valore, ma comunque andiamo con ordine. Questo libro promette di insegnare a parlare, (per lo meno a tenere alcune conversazioni basilari) in 21 giorni. Follia? Bene mi sono detta, proviamo, seguiamo le istruzioni e alla fine documentiamo sul blog se funziona davvero. Il cinese è una lingua difficile, per lo meno per un italiano, non ce lo nascondiamo, ma questo libro promette davvero qualcosa di pazzesco, quasi fatico a spiccicare parola di inglese, e sono anni che lo studio, lo leggo, lo traduco. Un’altra cosa da tenere presente, per evitare false speranze, è che questo libro considera essenzialmente il cinese parlato, per il cinese scritto temo di vogliano molto più di 21 giorni se non anni. Ma il cinese in 21 giorni insegna un metodo, che poi può essere applicato a qualsiasi cosa voi vogliate apprendere. Metodo, memoria, motivazione all’apprendimento, ecco queste tre caratteristiche penso siano le principali da tenere presente. Dunque inizio da domani con il primo capitolo, intorno al 21 dicembre aggiornerò questo post con le mie riflessioni.

Troverai ulteriori e preziose indicazioni, video e le soluzioni degli esercizi, sul sito internet: www.cinesein21giorni.it

Aggiornamento: ho sospeso l’esperimento, che comq riprenderò e vi avviserò per tempo. A una prima impressione il “metodo” sembra un po’ folle, ma le cose che avevo memorizzato con quel metodo me le ricordo dopo un mese, quindi direi che se non ci si fa spaventare qualche risultato lo si ottiene. Richiede cieca dedizione, e qui l’importanza delle motivazioni che vi spingono. In pratica penso che se tutto non funziona, è colpa più nostra che di questo stravagante libro. Xie xie a tutti per avermi seguito fin qui. Ci risentiamo presto, comq sono troppo curiosa.

Aggiornamento 2: Ni Hao! da stasera riprenderò lo studio di questo libro curiosa di vedere i risultati, va premesso che sto studiando cinese anche in modo tradizionale, anche se sono molto all’inizio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.