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:: Un’intervista con Davide Mana, a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2016

515q52ysdflDavide, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Davide Mana?

Grazie per avermi invitato a questa intervista!
Davide Mana? Torinese trapiantato fra le colline dell’astigiano, geologo e paleointologo, ex ricercatore universitario. Attualmente autore di giochi, scrittore a cottimo e traduttore, per pagare le bollette (e poi perché è divertente). Blogger, sì, anche quello.

Scienziato, scrittore di romanzi e racconti, direttore di collana, traduttore, blogger, come concili tutte queste attività così impegnative?

Uso un calendario, di quelli che le banche danno in omaggio a Gennaio ai correntisti. Mi faccio una tabella di marcia, e cerco disperatamente di attenermi a quella, di solito senza riuscirci benissimo. Si tratta di usare il tempo al meglio. È il mio lavoro, paga i conti: una giornata buttata è una bolletta non pagata. È come se andassi in ufficio o in laboratorio, dalle nove alle cinque.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Da lettore, come tutti credo. Fin da ragazzino mi piaceva raccontare storie. Poi, all’epoca del liceo, mi trovai ad avere abbastanza tempo libero da poter non solo leggere molto, ma anche provare a scrivere. Ci sono poi voluti quindici anni per arrivare a pubblicare, ma quello è un altro discorso.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Tanti.
Fra i primi, certamente Ray Chandler, come modello di struttura e di linguaggio, e Len Deighton, sicuramente. Poi tanti autori di narrativa fantastica, da Michael Moorcock a Harlan Ellison. Con la consapevolezza che in gamba come Ellison, o come Gene Wolfe, o come C.J. Cherryh, io non lo sarò mai. Ma bisogna avere dei modelli, e degli idoli. Cercare di imparare dai migliori. Da coloro che si considerano i migliori.

Ci si può definire scrittore professionale quando si inizia a vivere della propria scrittura. Condividi questa affermazione?

In linea di massima sì. Ma io distinguerei tra professionista e professionale. È uno scrittore professionista chi viene pagato una tariffa professionale per scrivere. Il problema, casomai, è la tariffa professionale (non meno di sei centesimi a parola negli USA). Ma la regola è che il professionista non lavora gratis, se non per beneficenza. È professionale, invece, lo scrittore che, indipendentemente da quanto viene pagato, cerca di applicare un certo standard, una certa etica del lavoro, un certo livello di rispetto per i lettori e per ciò che si fa. Ed essere professionali è indispensabile per essere professionisti.

Scrivi sia in italiano, lingua madre, che direttamente in inglese, ormai sei praticamente bilingue. Che differenza hai notato tra il mercato editoriale italiano, e quello americano, dove prevalentemente sei attivo?

La prima colossale differenza, naturalmente, è data dal potenziale bacino di utenza. In lingua inglese i potenziali lettori sono centinaia di milioni, in teoria un paio di miliardi. In italiano sappiamo tutti qual è la situazione.
Inoltre il mercato di lingua inglese è più differenziato e stratificato, per cui esistono più spazi: riviste, case editrici piccole, medie e grandi. C’è un diverso rispetto dei lettori, e degli autori. È un mercato durissimo, con una concorrenza spietata ma sempre molto elegante, ma è anche un sistema di una estrema correttezza, nel quale il valore del testo viene prima di qualunque altra considerazione. E pagano, che non è una cosa del tutto spiacevole.

Ti autopubblichi, pubblichi con editore, vendi racconti a riviste, insomma hai sperimentato molte strade.

Sono quello che si definisce un autore ibrido. Ho iniziato tradizionalmente (pubblicando con Tynes-Cowan/Pagan Publishing e con McFarland in America, con CoopStudi e Noubs in Italia), poi sono passato al self-publishing, poi sono rientrato nell’editoria tradizionale con Acheron e GG Studio in Italia, e con Pro Se Press e Raven’s Head negli Stati Uniti, pur continuando a pubblicare in proprio altre cose.
L’idea è quella di collocare ciascun racconto o articolo nel posto migliore possibile, dove il pubblico più vasto possibile e più interessato possibile potrà trovarlo. Che a volte è un editore tradizionale, a volte non lo è.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione, sempre partendo da un lavoro curato (editing, copertina, ricerca delle fonti). Come ti muovi in questo campo, in Italia e all’estero?

In effetti l’autopubblicazione è certamente la scelta migliore per un autore popolare e rispettato come Block, che può contare su un pubblico consolidato di fan. Questo aiuta moltissimo in fase promozionale. Per un autore alle prime armi, esistono diverse scelte, tutte valide. La più logica consiste nell’affidarsi a terze parti, esattamente come si fa per editing e copertine. È un costo, ma si ripaga. Oppure si può intraprendere la strada ibrida, e usare pubblicazioni tradizionali per far circolare il proprio nome. È un processo molto lento perché l’editoria tradizionale ha tempi lunghissimi, ma anche questo può dare i suoi frutti. E poi c’è la cosiddetta “piattaforma”: gestire un blog, avere una mailing list, battere i social. Io non sono particolarmente bravo in questo, e non credo nella teoria del vendere l’autore per vendere i libri. Se il pubblico ha “comprato” l’autore come personaggio, non è detto che poi compri anche i libri. L’ho visto succedere.

Spazi dal fantastico, alla fantascienza, dall’ horror, alla saggistica. La versatilità pensi sia una dote fondamentale per uno scrittore?

Io penso di sì, ma altri la pensano diversamente, e probabilmente abbiamo ragione (o torto) entrambi. La versatilità è una buona ancora di salvezza quando ci si muove in un mercato molto aperto e variabile. Ma avere un genere e uno stile legati al proprio nome ha il suo peso, perché molti lettori non vogliono correre rischi, vogliono sapere cosa si possono aspettare.
Perciò io resto dell’idea che scrittore sia chi sa scrivere qualunque cosa. Resta poi da decidere se ne abbia voglia, o se gli convenga, oppure no.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Amo molto il noir, e più in generale quelli che oggi vengono definiti “Classic Movies”. I vecchi film in bianco e nero, le screwball comedies di Hawks e Lubitsch, i melodrammoni crudeli e allucinati di Joseph von Sternberg. Ma anche i vecchi film di cappa e spada, i film d’avventura. Il Tarzan di Weismuller, i western con John Wayne e James Stewart.
E i vecchi film incidono. Hanno una struttura, hanno degli elementi che si possono studiare, e adattare. Amo le atmosfere del noir e i dialoghi delle screwball comedies, l’esotismo dei vecchi film ispirati alle Mille e Una Notte. Mi piace l’eleganza di certe trame, la pulizia formale di certi registi, ma anche la loro capacità di improvvisazione.

Cosa leggevi da ragazzino, cosa hai continuato a leggere da adulto?

Leggevo principalmente polizieschi (ho cominciato con i Gialli per Ragazzi Mondadori, poi Christie, Carr, Sayers) e fantascienza. Ho cominciato a leggere fantasy tardi, e horror ancora più tardi. Ho sempre letto e continuo a leggere biografie, narrativa di viaggio, saggi storici e scientifici. Continuo a leggere narrativa di genere. Spionaggio, poliziesco. Col tempo gli interessi si sono moltiplicati anziché focalizzarsi, per cui ormai salto senza soluzione di continuità da una biografia a una space opera, per poi arrivare ad un testo di filosofia cinese passando per un saggio sull’epoca elisabettiana.
Mi piace leggere.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

Non mi sono mai posto la domanda. Ho letto moltissimi saggi critici, soprattutto sulla narrativa di genere, e mi sono stati utilissimi, anche in quei casi nei quali non condividevo le opinioni o le condivisioni dei critici. La critica è un aspetto indispensabile della letteratura e della narrativa. Ci permette di smontare i meccanismi e osservarne il funzionamento, ed è indispensabile per formare un gusto. Diciamo perciò che il rapporto è pacifico. Non scrivo per i critici o per adeguarmi a questa o quella teoria critica, questo no.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

Troppi per elencarli tutti.
Certamente, avendo pubblicato le mie prime cose in inglese a fine anni ‘90, è stato estremamente stupido da parte mia smettere di spingere in quella direzione e aspettare dieci anni per tornare a proporre il mio lavoro all’estero. Sono dieci anni che nessuno mi restituirà mai.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Così d’istinto direi “The Ministry of Thunder”, un fantasy storico ambientato negli anni ‘30 e pubblicato nel 2014 da Acheron Books. Si tratta di una storia e di personaggi ai quali sono molto legato. Così come sono molto legato e voglio molto bene ad Aculeo & Amunet, i protagonisti della mia serie di storie sword & sorcery pubblicate in inglese, un po’ da self, un po’ no. Ma il prossimo lavoro è sempre il migliore.

Cosa stai scrivendo al momento?

Scrivo ormai a tempo pieno, e ciò che mi spinge a impegnarmi a finire ciò che sto scrivendo ora (una storia di fantascienza per una antologia italiana, ma che sto scrivendo in inglese e poi tradurrò per la pubblicazione) è il desiderio di liberarmi per poter cominciare a lavorare sull’idea successiva (un manuale per un gioco di ruolo in inglese). Ho molte cose sul mio piatto, e di solito lavoro a due o tre cose diverse contemporaneamente, parcellizzando il tempo durante le mie giornate.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

E chi sono io per dare dei consigli?
Però dai, proviamoci: scrivete ogni giorno, conservate tutto ciò che scrivete, non inseguite il pubblico e i suoi gusti, o la moda del momento. Leggete molto, leggete tutto. Non scartate a priori delle idee perché vi sembrano dementi: sono probabilmente le migliori idee che abbiate a portata di mano. E non fidatevi di chi vi dà dei consigli.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Descrivici la sua giornata tipo.

Ci ho fatto un post sul mio blog, intitolato “La giornata tipo non esiste”, ma diciamo che in teoria mi sveglio fra le sette e le otto, scrivo fino alle undici, poi vado a fare la spesa, cucino pranzo, riprendo a scrivere attorno alle due per finire attorno alle sei. Ceno tra le sette e le otto. In serata leggo, guardo film, rispondo alla posta, guardo gli annunci degli editori, e magari, se ne ho voglia, lavoro a qualche progetto collaterale o a bassa priorità. Scrivo in media dalle 5000 alle 8000 parole al giorno, trattabili.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

In questo momento sto leggendo “The Adventures of Amir Hamza”, un ciclo epico persiano romanzato nell’ottocento e tradotto in inglese per la prima volta pochi anni addietro. E in parallelo, un manuale sulle pratiche contrattuali nell’editoria americana, scritto da Kristin Kathryn Rusch, e aspetto che il postino mi consegni l’autobiografia dell’illusionista inglese Derren Brown.

Questa estate è mancato improvvisamente Michael R. Hudson, forse ai lettori italiani il suo nome non dirà molto ma mi piacerebbe che ne tratteggiassi un ricordo.

Michael Hudson è stato per molti anni una figura di spicco del cosiddetto New Pulp americano, un genere che si rifà al periodo d’oro delle riviste di racconti, Weird Tales, Black Mask, Astounding, Amazing, Unknown, adattandone lo stile alle sensibilità moderne. Hudson aveva esordito in ambito artistico, lavorando ad alcuni progetti con gli eredi di Frank Frazetta. Poi aveva avviato l’imprint Sequential Pulp, un braccio della Dark Hors Comics che produceva volumi di lusso di opere volutamente retrò: adattamenti di lavori di Edgar Rice Burroughs, lo splendido volume dedicato ad Athena Voltaire, e così via. Infine aveva lanciato la Raven’s Head Press, che pubblicava narrativa sovrannaturale, fantastica ed avventurosa, e che aveva dato spazio a molti autori italiani. Michael era un vulcano di idee, e aveva sempre almeno tre progetti in corso. Era molto rispettato nell’ambiente della piccola editoria americana e per me oltre ad essere un editore e un editor, era anche e soprattutto un amico. La sua scomparsa è stata un colpo terribile, una cosa assolutamente inaspettata.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Come dicevo, ho un po’ di racconti in corso, tutti più o meno “piazzati” con questo o quell’editore. E sto editando due antologie, una horror e una di fantascienza, che saranno pubblicate una in Italia e una in Gran Bretagna. E sto traducendo un libro spettacolare per la Acheron Books. Ma più in generale, in questo momento, sto lavorando per raggiungere nuovi mercati nel mondo anglosassone. Per cercare di arrivare al maggior numero di lettori possibile.

:: Don Ciccio medico, una strada infestata di briganti, l’onore e un sacchetto d’oro, Giulietta Iannone

19 novembre 2016

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Don Ciccio Morrone, questo era il suo nome, era medico. Viveva a Crotone sul mare ed era originario di Isola di Capo Rizzuto. Proveniva da una famiglia illustre, tutti medici e farmacisti, e poteva vantare in goppa all’albero genealogico nientepopodimeno che un papa, e un papa di temperamento, quello del gran rifiuto di dantesca memoria.
Don Ciccio era un buon medico, di quelli che tengono la vocazione, ed essendo la sua fama emigrata dalla terra calabra fino alle pendici del Vesuvio, capitò che Franceschiello O’ Re lo volle tra i luminari e i cerusici di rango che si riunivano a consulto al suo fregiato e blasonato capezzale.
Don Ciccio, rustico di modi e non incline all’aria malsana di corte, si trovò tra l’incudine e il martello, ma che si può fare se O’ Re chiama, il suddito risponde.
Così, bardata la carrozza per un viaggio scomodo e polveroso, si incamminò scuro in volto per quella bella strada che da Crotone porta a Napoli. Durante il viaggio accidentato, allintrasatta,[1] in prossimità di un bosco, zio Ciccio incontrò un brigante con lo schioppo ‘mbraschatu[2] e che puzzava come un ‘zzimmaru[3]. A quel tempo erano frequenti i briganti sulle strade, mica come oggi, che sono tutti riuniti in parlamento.
Il brigante, di origini sanniche, povero contadino datosi al brigantaggio in seguito alla miseria del popolo meridionale al bivio della storia tra Borboni e Savoia, fece scendere Don Ciccio allicchettatu[4] con il suo giustacuore di velluto verde bottiglia dalla carrozza con il ghigno pauroso di un uomo disperato abituato ad andare per le spicce.
Oh dottò tengo prescia, o compare è ferito. Un pallettone degli birri gli ha fracassato un osso e ora butta sangue come una fontana. Lei è medico, lo curi”.
Don Ciccio non fece obbiezioni, si grattò la bbarva[5] cespugliosa e fissando lo schioppo spianato verso la di lui persona annuì.
Mi porti dal ferito” ordinò con burbera tristezza.
Fu portato nel covo dei briganti, nel cuore del bosco, e fu portato davanti al ferito pallido ed emaciato.
“Se muore, lo segue dottò” tuonò il buon uomo in ansia per il congiunto, che per la cronaca era anche suo fratello.
Don Ciccio domestico a trattare con principi, re e baroni, non fece una piega e medicò il meschino, era pur sempre una creatura di Dio, sebbene tra le pecorelle il suo manto fosse proprio nero assai.
Soddisfatti del lavoro i briganti si misero a consulto. Che farne ora del dottore? Abbisognava bastiunarlo[6] o dargli un premio?
Presero un sacchetto di monete d’oro e accompagnando don Ciccio alla carrozza glielo diedero con imbarazzata gratitudine.
Don Ciccio scrollò il capo.
Io non tocco quest’oro macchiato di sangue”.
A questo punto apro una parentesi per dire che ci sono voci contraddittorie tra i solerti narratori di questo aneddoto sulle parole precise di questo rifiuto. Ma in famiglia erano specialisti nei rifiuti, da Celestino V in poi, per cui è anche possibile che avesse detto:
Non voglio il vostro oro, sono medico e mio dovere è curare la gente. Non sono né un prete né un gendarme. Non è mio compito giudicare la gente”.
Sta di fatto che il brigante sgomento ripeté l’offerta.
Questo oro vi appartiene, non mi stiate a scontentà”.
A questo punto, e mi sembra strano perché don Ciccio era uomo di poche parole, e poi con un bandito armato certo non si perde tempo a fare conversazione, ma sembra che i due avessero iniziato a discorrere d’onore.
Non posso accettarlo, è una questione d’onore”.
Onore” disse il brigante e sputò per terra “ l’onore nu saccio coss ’è “, badate bene si stava infervorando quindi i toni della sua voce si fecero più acuti “con l’onore non ci sfamo i miei figli”.
L’onore, figlio mio” scusate il paternalismo ma a quei tempi si usava e forse don Ciccio era molto vecchio o il brigante molto giovane “è quella cosa senza la quale un uomo è caddhozzulu[7] “ disse don Ciccio e salì in carrozza.
Napoli lo aspettava e pericoli ben più gravi di quelli che correva tra quelle anime semplici.
Da quel giorno don Ciccio ebbe altre volte la ventura di passare in carrozza per quella malfamata strada infestata di briganti, vuoi che O Re avesse un’ infreddatura, un capogiro, o gli prudessero le uallere, ma comunque da quel giorno la sua vettura fu onorata ovunque di un salvacondotto e anzi i briganti gli facevano da scorta onde non incontrasse impigli o perigli.
Capitò che un brigante un po’ miope lo fermò un’ altra sola volta ma riconosciutolo, perché ormai la sua fama era enorme tra la Aspromonte e il Sannio, si tolse tanto di cappello e rise:
Facite passà è lo galantuomo”.

[1] All’improvviso
[2] Sporco
[3] caprone
[4] elegante
[5] barba
[6] bastonarlo
[7] cacca di capra

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.

:: Blogtour – 22/11/63, Stephen King– ultima tappa – Focus Sadie Dunhill a cura di Giulietta Iannone

14 novembre 2016

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Eccoci arrivati all’ ultima tappa del magico blogtour dedicato a 22/11/63 di Stephen King, edito da Sperling & Kupfer e tradotto da Wu Ming1 (pseudonimo di Roberto Bui).  Dopo tappe bellissime, dedicate a un libro senz’altro significativo del Re, la mia si occuperà di approfondire il personaggio di Sadie Dunhill, la bella bibliotecaria di cui il protagonista del romanzo si innamorerà, ricambiato. Sarà una storia d’amore destinata al lieto fine? Bene, continuate a leggere se volete scoprirlo. Prometto niente spoiler, almeno non troppi.

֎ La trama ֎

Jake Epping è un tranquillo professore di Lisbon Falls, Maine, e il suo posto preferito per fare quattro chiacchiere è la tavola calda di Al. Che ha un segreto: la dispensa nasconde un varco temporale, e conduce al 1958. Per Jake è una rivelazione sconvolgente, eppure l’incredulità non gli impedisce di farsi coinvolgere nella missione che ossessiona il suo amico da tempo.
Se mai hai voluto cambiare veramente le cose, Jake, questa è la tua occasione: ferma Oswald quel 22 novembre 1963. Salverai Kennedy. Salverai suo fratello Bob, e Martin Luther King; bloccherai le rivolte razziali. E forse eviterai anche la guerra in Vietnam. Basta che passi per la «buca del coniglio», sul retro della tavola calda. Non importa quante volte l’attraverserai: uscirai sempre sul piazzale di una fabbrica tessile di Lisbon Falls, ore 11.58 del 9 settembre 1958. E non importa quanto a lungo resti in quel passato: al ritorno, nel tuo presente saranno trascorsi due minuti.
Comincia così la nuova esistenza di Jake, nei panni di George Amberson, nel mondo di Elvis Presley, James Dean, del twist e del fumo di sigaretta che avvolge tutto. Un mondo nel quale Jake è destinato a conoscere l’amore e a sovvertire tutte le regole del tempo. Fino a cambiare il corso della storia.
22.11.63 è il romanzo da cui è tratta l’omonima serie TV con James Franco, prodotta da J.J. Abrams.

sadie

֎ Focus Sadie Dunhill ֎

Ecco a voi Sadie Dunhill, (qui nella foto interpretata dalla brava e bella Sarah Gadon), la protagonista femminile del romanzo, la donna di cui Jake Epping/George Amberson si innamorerà perdutamente. Sadie Dunhill è una tipica donna anni ’50, bibliotecaria della Denholm Consolidated High School nella piccola cittadina di Jodie, in Texas. Moglie separata di un tipaccio violento e incontrollato, con gravi problemi psichici, John Clayton, che la spinge a lasciare definitivamente Savannah, in Georgia, per appunto il Texas.
Pressappoco a metà romanzo Jake si trasferisce a Jody (popolazione 1280 abitanti). Qui inizierà a insegnare inglese nel liceo locale, facendo amicizia con Miss Mimi Corcoran, la precedente bibliotecaria.
La prima volta che sentiamo parlare di Sadie Dunhill è a casa di Jake. Siamo a neanche a metà giugno del 1961. Miss Mimi Corcoran è passata con la scusa di parlare del suo romanzo, Il posto degli omicidi, che le ha dato in lettura e intanto le spiega i suoi problemi di salute e che il 21 luglio avrebbe sposato Deke Simmons, il preside della scuola. Lo invita al ricevimento e annunciandogli il suo pensionamento parla della nuova bibliotecaria che la sostituirà:

“Malata o in salute, quanrant’anni sono abbastanza. E’ tempo che arrivino mani più giovani, occhi più giovani e una mente più giovane. Su mia raccomandazione, Deke ha assunto una donna giovane e ben qualificata, che viene dalla Georgia. Si chiama Sadie Clayton. Sarà al ricevimento, non conoscerà assolutamente nessuno e mi aspetto che tu sia gentile con lei”.

Miss Mimi sapendolo scapolo e sapendo che Sadie nel prossimo futuro desidera riassumere il cognome da nubile Dunhill, dopo aver espletato le formalità legali, insomma organizza per i due un appuntamento.

Se si parla di amore a prima vista, io sono d’accordo coi Beatles: credo accada di continuo. Ma per me e Sadie non fu così, anche se al primo incontro la strinsi forte, con tanto di mano destra sul seno sinistro. Per questo credo di essere d’accordo anche con Mickey e Sylvia quando cantano: “L’amore è strano”.

Il primo incontro:
siamo al ricevimento in giardino del matrimonio di Mimi.

“George? Vieni ti presento una persona”.
Mi girai. Mimi scendeva verso di me tenendo per mano una donna. La prima cosa che mi colpiì di Sadie (la prima cosa che colpiva chiunque, su questo ho pochi dubbi) fu la sua altezza. Portava scarpe senza tacchi, come quasi tutte le donne a quella festa, visto che sapevano di dover passare il pomeriggio e la sera gironzolando sull’erba, ma quella era una donna che probabilmente non portava tacchi dal giorno delle sue nozze, e forse persino in quell’occasione aveva scelto un abito che nascondesse l’ennesimo paio di scarpe basse, scelte per non sovrastare lo sposo davanti all’altare. di sicuro era sopra il metro e ottanta.

Non fu amore a prima vista, ma quel primo incontro fu uno di quelli che i ricordano, e possiamo dire che gli cadde letteralmente fra le braccia:

Sadie era bella in una maniera non artefatta, da genuina ragazza americana sono-come-tu-mi-vedi. Ed era anche qualcos’altro: quel giorno pensai che si trattasse solo della tipica goffaggine delle persone troppo alte. Più tardi scoprii che non era goffa per niente. Anzi il contrario.

Fisicamente sappiamo che è bella, bionda, con gli occhi azzurri, un bel sorriso, alta un metro e ottanta, facile agli incidenti. Non diventano subito amanti, ma amici, parlando di tutto dai libri ai Kennedy, al nascente movimento per i diritti civili, all’integrazione. La brutta esperienza con il marito non la incoraggia a intraprendere relazioni romantiche.
Comunque Sadie inizia ad essere attratta da Jake e bisogna aspettare il ballo del Sadie Hawkins Day, gestito dal Club Attività Sociali, perché Sadie e Jack ballino per la prima volta insieme, e per la prima volta si bacino.

Spensi il motore (della sua Sunliner, siamo nel vialetto di casa di Sadie) e la guardai. Adesso dirà: Grazie per avermi dato una mano!, oppure. “Grazie per la bella serata”, e finirà qui. Ma lei non disse niente del genere. Non disse proprio nulla. Mi guardò e basta. I capelli erano sciolti sulle spalle. Sotto la maglia, i primi bottoni della camicia Oxford da uomo erano aperti. Gli orecchini brillavano. Poi fummo insieme, prima toccandoci, poi stringendoci forte. Poi ci baciammo, ma fu più di questo.

E si può dire che nonostante la sua esperienza matrimoniale è con Jake che Sadie scopre il piacere dell’ amore. Come moltissime brave ragazze della classe media cresciute negli anni Quaranta e Cinquanta, Sadie non sapeva nulla di sesso. E questo è uno dei motivi per cui ci mise quattro anni a lasciare il marito e le sue perverse ossessioni.
La relazione tra Sadie e Jake sembra funzionare, anche se la donna inizia a farsi domande sul suo passato e sulle strane affermazioni che Jake fa ogni tanto (tipo canticchiare canzoni dei Rolling Stones), ma è la ricomparsa di Johnny Clayton a mettere tutto in forse non solo il loro futuro assieme, ma anche la stessa missione di Jake di salvare Kennedy e cambiare la storia. Ma la storia migliora se cambiata? E soprattutto ne vale la pena? Scoprirete tutto leggendo questo magnifico libro.

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֎ Tutte le tappe ֎

08/11 QUESTIONE DI LIBRI – Recensione
09/11 UN LETTORE E’ UN GRAN SOGNATORE – Autore
10/11 LA LETTRICE DISTRATTA – Ambientazione
11/11 LEGGENDO VIAGGIANDODifferenze libro/serie TV
12/11 VIAGGIATRICE PIGRA – Focus su Jake/George
13/11 RACHEL SANDMAN AUTHOR – Focus su Lee Oswald
14/11 LIBERI DI SCRIVERE – Focus su Sadie

֎ Il giveaway ֎

Per festeggiare il 5° anno dalla pubblicazione sarà possibile per voi lettori vincere una copia cartacea del libro. Basta cliccare il seguente link e troverete tutte le indicazioni:

a Rafflecopter giveaway

Source: acquisto personale.

:: Blogathon “Halloween Party”: Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe’en Party, 1969), Agatha Christie a cura di Giulietta Iannone

31 ottobre 2016

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Ebbene sì, siamo giunti al 31 ottobre anche quest’anno, questa notte sarà la magica notte di Halloween, festa profana della vigilia di Ognissanti, e per festeggiarla in modo degno il blog letterario “Scheggia tra le pagine” ha lanciato il Blogathon di Halloween. Tutti i blog partecipanti in questo giorno parleranno di un libro che ha per personaggi streghe, zucche, mostri, vampiri, insomma tutti gli eroi di questa notte. Per scoprire l’elenco dei blog partecipanti seguite questo link: (qui) scoprirete anche i titoli dei libri protagonisti.

Io ho scelto forse il più orrorifico giallo di Dame Agatha Christie Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe’en Party, 1969) ambientato proprio in questo periodo dell’anno. Non ho usato il termine orrorifico a caso, Hallowe’en Party è senz’altro uno dei romanzi più cruenti della Christie, e sebbene ci sia il personaggio buffo di Poirot, uno dei più inquietanti e crudeli, per certi versi. Il male (sotto le spoglie di un’ insana avidità) questa volta non risparmia neanche i ragazzi, che saranno (più d’uno) tra le vittime. Mai la Christie si era spinta a tanto, a tali estremi di spietatezza, da escogitare una successione di efferatezze degne di un racconto dell’orrore, che culminerà in un crescendo dai contorni violenti da tragedia euripidea.

poirTanti personaggi, tanti morti, sia nel presente narrativo che nel passato più o meno recente, tanti inganni, tante trappole per il lettore, che solo Poirot saprà disinnescare per giungere alla verità. Verità che porta ben poca redenzione, tra un padre che progetta l’assassinio della figlia, (Agamennone sacrificò sua figlia per avere il vento favorevole) una donna (molto probabilmente uxoricida) che scopre l’abiezione del suo amante (un uomo di non comune bellezza) e quanto poco la ami, e una ragazzina che scopre suo malgrado quanto dire bugie a volte si riveli mortale, quanto il ricatto o origliare incautamente alle porte.

Tutto ha inizio il pomeriggio prima della notte di Halloween (sebbene la vera origine della storia abbia radici ancor più lontane). Siamo a Woodleigh Common, uno di quei paesini inglesi pittoreschi e sonnolenti non lontani da Londra, fatti di villette eleganti, giardini curati, e gente cordiale e ospitale dove tutti si conoscono ed è difficile conservare segreti. Fervono i preparativi per la festa di Halloween in casa della bonaria e ricca vedova Rowena Arabella Drake, pilastro della comunità, che ha organizzato una festa per ragazzi (dai 10 ai 19 anni), con tutti gli elementi caratteristici dell’ occasione: le zucche, i palloncini colorati, le luminarie, i giochi, gli scherzi, tanto da prevedere al culmine pure l’arrivo di una strega, impersonata dalla Signora Goodbody (oltre ad avere i lineamenti adatti al ruolo, la voce chioccia e piuttosto sinistra, possedeva una certa prontezza nell’ improvvisare versetti e rime magiche).

L’atmosfera è festosa, le feste di Rowena Drake sono sempre riuscite, ma questa volta una tragedia sta per compiersi. La tredicenne Joyce Reynolds, una dei ragazzini invitati, racconta una strana storia, per attirare l’attenzione degli adulti, per farsi bella davanti a tutti gli ospiti. Racconta di aver assistito a un omicidio, o meglio di averlo capito solo molto tempo dopo che di ciò si trattasse. Nessuno le crede, naturalmente, è nota per essere una racconta frottole inveterata. Nessuno tranne l’assassino. Perché tra i tanti presenti c’è chi vede nella ragazzina una possibile testimone di un delitto davvero compiuto anni prima.

Per Joyce Reynolds non c’è scampo, viene affogata nella tinozza per il gioco della mela che galleggia (l’Apple bobbing è tipico gioco di società, giocato spesso in Inghilterra ad Halloween in cui si riempie d’acqua una tinozza e i bambini devono raccogliere solo coi denti delle mele messe dentro a galleggiare). Viene avvisata la polizia ma tutto potrebbe finire nel nulla se non ci fosse presente alla festa anche Ariadne Oliver, scrittrice di mystery, ospite della vedova Butler, in cerca di personaggi per i suoi romanzi e destino volle amica di Hercule Poirot. Ariadne Oliver è certa che il delitto sia nato proprio da quello che la ragazzina ha raccontato improvvidamente alla festa. Racconta tutto a Hercule Poirot, che non si tira indietro, si reca a Woodleigh Common e inizia a investigare, e la lista di omicidi recenti nella zona non è breve, ognuno dei quali potrebbe essere quello visto da Joyce Reynolds. Poirot non si arrende fino a scoprire che la storia e molto più complessa e torbida di quello che sembra. Che la morte di una ragazzina bugiarda è solo un tassello di un puzzle molto più diabolico.

Una storia per Halloween insomma, se avete modo recuperate anche l’episodio tv con David Suchet, alcuni particolari differiscono dal romanzo, ma per lo più è una ricostruzione fedele.

:: Le ragazze, Emma Cline (Einaudi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

28 ottobre 2016
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La storia.
La notte dell’ 8 agosto 1969 alcuni membri della setta di Charles Manson entrarono nella casa di Roman Polanski e Sharon Tate, al 10050 di Cielo Drive su a Los Angeles, e uccisero cinque persone, tra cui la moglie di Polanski all’ottavo mese di gravidanza. Niente riti satanici, niente di così stravagante, lo fecero semplicemente per vendetta (un contratto discografico sfumato) e per una svista (credevano che fosse ancora la casa del produttore Terry Melcher, oggetto del loro odio, che invece l’aveva affittata a Polanski). Privata della leggenda e dell’aura che forse per alcuni questa vicenda ancora possiede, resta una storia squallida e terribile, atrocemente infantile per certi versi e inutile.
Parte da questo episodio reale, e diciamo mitologico della fine degli anni Sessanta, trasfigurandolo, Emma Cline per le sue Ragazze. O meglio lo fa diventare un avvenimento periferico del suo romanzo, il culmine di un’ attesa, di un crescendo che ci aspettiamo deflagri da un momento all’altro. Ma Le ragazze (The Girls, 2016) parla d’altro, narra la storia di una ragazzina di quattordici anni, Evie Boyd e del suo traumatico rito di iniziazione alla vita. Un lungo flusso di coscienza, tra passato e presente, in cui la voce di Evie Boyd ci accompagna senza darci il tempo riflettere dove e se esista un confine netto tra bene e male, tra giusto e ingiusto e soprattutto vero e falso. Per farlo l’autrice si serve di uno stile letterario complesso e coraggioso, tutt’altro che semplice da imitare, la cui diversità e alterità è subito evidente anche a una semplice lettura superficiale.
E sicuramente lo stile, forse anche prima dei temi toccati, ha sorpreso e eccitato la fantasia di molti critici, scrittori o semplici lettori, (insolito data anche la così giovane età della scrittrice). Non avendo letto il testo originale, ma unicamente tradotto da Martina Testa, parlerò di un libro che probabilmente non esiste, ma è la traduzione che ho letto, e la traduzione che recensisco, come sempre capita in questi casi. Echi e rimandi forse si perdono o in alcuni casi si acquistano, chi può dirlo per ora. Tornando a noi, spenderò ancora alcune parole per lo stile, l’elemento che maggiormente ha colpito anche me. Uno stile barocco, immaginifico, festoso come una pioggia di glitter esploso da una scatola di preziosi, spiazzante come un elefante rosa. Con sovrabbondanza di tutto, di aggettivi, verbi, avverbi sottilmente concatenati, senza soluzione di continuità. Una scrittura impegnativa, anche pesante, che se ti distrai anche un attimo solo, ciao, sei perduto.
Ma così è quando si entra nell’anima e nei pensieri di qualcuno che impariamo a conoscere senza aver altro come punto di ferimento che il suo punto di vista, anche se è solo un personaggio letterario. La voce dell’autrice, (commenti, giudizi, osservazioni esterne al personaggio) si stempera e scompare, è Evie Boyd la voce solista, la nostra guida spirituale. Evie ci appare in due età della vita: matura badante ospite nella casa di amici e quattordicenne reduce dal divorzio dei suoi genitori e alla ricerca della propria identità e del ruolo nel mondo. Tra una Evie e l’altra il fatto criminoso, amplificato da media, televisione, internet, giornali. Ma soprattutto un amore assoluto, malato, destabilizzante per un’altra ragazza della corte di Russell, del mitico ranch (a metà tra una comune hippie e un circolo di pazzi). L’amore per Suzanne, la venerazione per Suzanne, è il punto focale del caleidoscopio. Un amore così totalizzante che fa sembrare il magnetismo del guru Russell quasi ridicolo. Ridicolo come il suo ostinato desiderio di diventare musicista (senza talento), la sua sconclusionata capacità di plagiare, sedurre, affascinare i suoi seguaci (o anche uno sconosciuto che incontra per caso a cui estorce soldi, auto, case in cui risiedere come ospite), il suo modo di vestire, di dipingersi le basette con il rimmel, di implorare attenzione, di pretendere sesso dalle sue adepte.
La sua corte dei miracoli, che cerca cibo nei cassonetti, o ruba, o fuma droga, o fa sesso promiscuo, nel mito del libero amore, lasciando i piccoli nati a razzolare nel fango, con la testa piena di pidocchi, senza veramente qualcuno che si occupi di loro. Ecco questo è il regno della libertà, la casa che Evie non ha mai avuto, l’ideale di comune che nella San Francisco del 69, dell’ultima estate degli anni ’60 aveva un senso. Ed è agghiacciante pensarlo, mettere questo ranch in parallelo alla famiglia disfunzionale di provenienza della ragazza. Il padre andato via di casa con la segretaria più giovane, la madre in cerca di un nuovo amore, infantile e new age più della figlia.
Emma Cline ricostruisce quegli anni, quel periodo, senza eccessivo romanticismo o nostalgia (come potrebbe, è nata nel 1989), i gilet di pelle, gli abiti sfrangiati e ricamati, i simboli di pace, i fiori stilizzati, o il cuore dipinto sul muro tutto ci porta in un altrove credibile e terribile, dove la decomposizione e la sporcizia, smitizzano ogni cosa, come se tutto quello che ci fosse di bello fosse solo un sogno fatto di acidi. Evie adulta guarda quel mondo senza rimpianti, quasi felice di essersi salvata, per caso, quasi contro la sua volontà. Fu Suzanne a farla scendere dall’auto mentre il gruppetto si dirigeva festoso alla villa per compiere il massacro.
Tra le riflessioni che Evie fa sulla vita, sull’amore, sul rapporto tra i sessi, tutto è contagiato e infettato da un spesso strato di scetticismo e tragico disincanto se non cinismo. Più ancora nella sua verde età che nel presente narrativo dove una certa maturità e rassegnazione ne ha appesantito i tratti. L’Evie adulta è ormai molto lontana, da il sé di allora e non solo per una dimensione temporale o fisica. Certo i tempi sono cambiati, i sogni di allora, le illusioni di quegli anni sono forse del tutto scomparse, combattere il sistema, pretendere la più assoluta libertà come un diritto, idealizzare ciò che l’orrore dovrebbe farti detestare, tutto si inserisce in una nuova dimensione, più strettamente connessa con il reale, o con la percezione che abbiamo di esso.
L’Evie adulta è quasi come l’albatro di Baudelaire che goffamente cammina sul ponte. Mentre l’Evie di allora, con tutto il suo bagaglio di tristezza e di disperazione, quella sì camminava alta sui sogni e sulle sconfitte.

Emma Cline è nata in California. Le ragazze è il suo primo romanzo (2016, Stile Libero Grande).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Il gioco del male, Angela Marsons (Newton Compton, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 ottobre 2016
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Prima di parlare della trama e dei personaggi di Il gioco del male (Evil Games, 2015), secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, di Angela Marsons, (tradotto dall’ inglese da Erica Farsetti e Angela Ricci), con estimatori entusiasti e vagamente insospettabili, come Antonio D’Orrico che dalle pagine della Lettura arriva a definire la Marsons diretta erede di Patricia Cornwell (di cui comunque continua a rimpiangere i tailleur), volevo spendere qualche parola sull’ambientazione, e su quanto incide sul mood di tutto il romanzo. La Black Country, area delle Midlands Occidentali, (che per intenderci va da Birmingham a Wolverhampton) merita qualche riflessione. Innanzitutto partiamo dal nome, erede e vestigia di un tempo in cui la zona era davvero la culla della Rivoluzione industriale, (c’erano concentrate così tante fabbriche, che l’aria aveva una consistenza quasi solida, per i vapori esalati dalle ciminiere, tra il nerofumo e la polvere di carbone). La ricchezza del periodo d’oro finì di colpo alla fine degli anni 70, quando iniziò l’era postindustriale,  e gli scontri vivacissimi (a base di scioperi e rappresaglie) tra Margaret Thatcher (fu leader del Partito conservatore britannico, dal 1975 al 1990) e i sindacati affatto entusiasti della riforma del diritto del lavoro da lei voluta (drammatici gli scontri tra la polizia a cavallo britannica e i minatori). Di queste lotte sociali, danni ambientali e povertà ormai diffusa, la Marsons fa trasparire le conseguenze.

La Black Country era la terza zona del paese con la concentrazione più alta di disoccupazione, non si era mai veramente ripresa dal declino dell’industria del carbone e dell’acciaio che aveva attraversato il suo momento di gloria nel periodo vittoriano. Le fonderie e le acciaierie erano state demolite per fare spazio a grandi complessi industriali e residenziali.

Conseguenze che si riflettono sugli umori della gente, gente dura, povera, abituata a vivere con gli assegni sociali, a entrare e uscire di galera, ad essere assistita da assistenti sociali e poliziotti sottopagati, sempre più oberati di lavoro tra violenze domestiche, violenze sui minori, e veri casi di omicidio. Disoccupazione, povertà, violenza, malattie mentali, sembrano lo scenario perfetto per un thriller e infatti da questo contesto sociale esce il personaggio della detective ispettore Kim Stone, anche lei entrata negli ingranaggi del sistema fin da piccola, separata dalla madre schizofrenica e data in custodia a una serie di famiglie affidatarie, che in fin dei conti non hanno fatto un cattivo lavoro crescendola così com’è. Se il passato e i traumi infantili sono un pesante bagaglio per le spalle della Stone, (anaffettiva, introversa, quasi asociale), non da meno lo sono per il suo esatto opposto la psichiatra Alex Thorne, ricca, bella, affermata, inserita nel contesto sociale come un membro autorevole e rispettato. Angela Marsons rende chiaro fin da subito che lo scontro tra le due sarà il filo conduttore del romanzo. E qui entrano in gioco le sfumature, le sottotracce, la capacità dell’autrice di giocare sull’ambiguità e l’oscurità che entrambi i personaggi si portano dentro. Uno scontro impari, venato di attrazione e di odio, tra un ligio tutore dell’ordine e una sociopatica (del tutto priva di coscienza e di sensi di colpa), di cui la Marsons declina tutte le fasi della sua sociopatologia. Non c’è redenzione per la psichiatra Alex Thorne, che fino all’ultimo userà la sua abilità per manipolare, ferire, distruggere tutte le persone che il suo capriccio le pone davanti. Due casi paralleli percorrono la trama. Il caso di un pedofilo, Leonard Dunn, che abusava delle sue figlie, senza che la moglie si fosse accorta di niente, e il caso di una ragazza, vittima di stupro, che accoltella a morte il suo stupratore. Due casi diversi, separati, che non porteranno a sovrapposizioni come molto spesso accade nei thriller, ma non privi entrambi di colpi di scena e effetti imprevedibili. Il libro inizia infatti con l’irruzione in casa di Leonard Dunn (da parte di Kim Stone della sua squadra) e il suo conseguente arresto. Ma soprattutto una seconda persona sembra essere stata presente agli abusi. Trovarla sarà compito della squadra (e dell’intuizione di Kim Stone). Il secondo caso è invece più corposo, e ricco di implicazioni. E non sarà il primo, ma tutta rientrerà nel piano di una mente manipolativa che vuole dimostrare che la mancanza di coscienza e sensi di colpa è una dimensione naturale dell’essere umano. La Marsons si è ben documentata da un punto di vista psichiatrico, tra sociopatologia, sindromi post-parto e schizofrenia, il tutto venato da una sottile diffidenza verso la reale possibilità di effettuare diagnosi e dispensare cure, quando anche coloro che sono preposti a farlo sono spesso vittime di traumi e debolezze psicologiche. Bello il personaggio di Dougie, l’ospite autistico di Hardwick House, che intuisce quanto Alex Thorne sia pericolosa, prima di tutti gli altri. Buona lettura.

Angela Marsons ha debuttato nel thriller con Urla nel silenzio arrivando a vendere un milione e mezzo di copie nel mondo. In Italia è arrivato ai primi posti delle classifiche. Urla nel silenzio è il primo, fortunato capitolo della serie che vede protagonista la detective Kim Stone, che prosegue con Il gioco del male. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: www.angelamarsons-books.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: La donna della cabina numero 10, Ruth Ware (Corbaccio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2016
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Inizia piuttosto in sordina il nuovo claustrofobico thriller di Ruth Ware, (al secondo romanzo dopo L’invito, sempre edito da Corbaccio) dal titolo abbastanza neutro e inoffensivo, La donna della cabina numero 10. Subito la Ware ci presenta una donna, giovane, bella, inglese, single (con un compagno a dire il vero, ma sempre lontano per lavoro), in carriera (è una giornalista di viaggi), vittima di un’ aggressione in casa. Un ladro viola il suo spazio vitale, ferendola leggermente al volto. Più che fisicamente, comunque è l’aggressione psicologica che la destabilizza. Tanto da rimanere così scossa da vagare per Londra sotto la pioggia, sentendosi più al sicuro lì che in casa, e spaccare addirittura una lampada in faccia al fidanzato, scambiandolo per un intruso. Credo che questo preambolo londinese serva all’autrice per avvisarci dello stato dei nervi della protagonista (scopriremo un poco più avanti che fa largo uso di farmaci contro l’ansia, oltre a bere davvero troppo) e ispirarci l’atmosfera di tensione e inquietudine, che poi ci seguirà per tutto il resto del romanzo, ambientato quasi interamente su una nave da crociera, nel bel mezzo del Mare del Nord.
Dicevo claustrofobico, perché in effetti lo spazio chiuso di una nave è sicuramente un luogo, (non luogo) ideale per scatenare l’ansia e l’angoscia che la Ware è così brava a ispirarci. Il mare è di per sé una forza oscura, un ambiente ostile, l’isolamento è completo (specie se internet non funziona), è impossibile scappare, ancora di più quando non si sa di chi fidarsi e un presunto assassino si aggira per corridoi, sontuose suite e sale mensa, invisibile e indisturbato, soprattutto perché solo Lo, la nostra protagonista, crede alla sua esistenza.
Ma andiamo con ordine. Laura (Lo) Blacklock da una decina d’anni giornalista da copia e in colla per Velocity, giornale di viaggi, finalmente sembra ottenere l’occasione che aspettava da una vita, andare al posto del suo capo in crociera su una modernissima nave di lusso, di proprietà di un importante tycoon educato a Eton, Lord Richard, (anche lui ospite della nave, insieme a sua moglie, Anne, lei davvero ricchissima e molto malata). Si sa il modo migliore per entrare in contatto con gente importante, che le potrà essere utile una volta tornata a Londra. La gente si conosce, si scambia numeri di telefono, mail, si possono ricevere anche proposte di lavoro dalla concorrenza. Altre colleghe ucciderebbero per essere al suo posto. Il fatto che abbia i nervi a pezzi, non dorma da giorni, rischi da un momento all’altro crisi di panico (oltre a non essere ben certa se il suo fidanzato l’ha lasciata o meno) non deve influenzare in nessun modo la sua certezza che quel viaggio le sia necessario, un’ occasione che potrebbe insomma non più ripetersi.
La nave, anche se quasi in miniatura, è di per sé una meraviglia, perlomeno i piani alti dove risiedono le suite e gli ambienti degli ospiti (altra questione gli alloggi del personale di bordo, ma anche ai tempi del Titanic era così). Gli ospiti sono viziati in ogni modo, con hostess e steward scandinavi a loro disposizione giorno e notte, per soddisfare ogni loro minimo desiderio, ogni capriccio. Comodità, lusso, tecnologia, cibi sopraffini, spa, massaggi shiatsu, fanghi termali, insomma immaginatevi tutto quello che i soldi possono comprare per un parterre di vip sfaccendati e eccentrici, ben lontano dalle possibilità della gente comune e normale. Il Paradiso, certo cercando di ignorare che basterebbe una falla nello scafo per essere invasi dall’acqua e annegare in quella grigia e immensa massa d’acqua.
Comunque Lo ha da tessere i suoi rapporti sociali, cercando di ignorare la presenza a bordo di un ex fidanzato, Ben, (che in un’altra vita l’ha lasciata), e tanti altri piccoli dettagli fuori fuoco che messi insieme non sono così innocui come sembrano a prima vista. Poi prima della cena di inaugurazione si accorge che ha perso il rimmel, (era nella borsa che il ladro di cui ho parlato prima, le aveva portato via), fatto banale di per sé, ma che invece mette in moto tutta la storia. Bussa alla porta della suite accanto, e chiede alla ragazza che ci abita se glielo presta. La ragazza un po’ sbrigativamente glielo regala e Lo torna ignara di tutto alla sua cena.
Naturalmente è lei la donna misteriosa della cabina 10 del titolo, la donna che poi nella notte Lo si immagina (sente il tonfo in acqua e vede una traccia di sangue che poi scompare) sia uccisa e buttata in acqua. E’ l’inizio dell’incubo. Come in Il mistero della donna scomparsa, romanzo del 36 di Ethel Lina White, (ero quasi convinta fosse di Agatha Christie) portato sullo schermo finanche da Alfred Hitchcock, o più recentemente nel film con Jody Foster Flightplan – Mistero in volo, la ragazza della cabina 10 sembra non essere mai esistita, svanita nel nulla, e tutti gli indizi che portano a lei sembrano scomparire, uno dopo l’altro, come il mascara, la foto che la ritrae o la frase minacciosa scritta sulla condensa di uno specchio che ordina a Lo di farsi gli affaracci suoi.
Lo lo farà? Ma soprattutto perché nessuno sembra aver visto la ragazza? E perché nessuno le crede a partire dal capo della sicurezza della nave, (anche se Lord Richard sembra prenderla molto sul serio)? Lascio a voi naturalmente scoprire cosa succederà dopo. Cuore della suspense con cui è intessuto il libro. A me questo libro ha fatto passare ore piacevoli, forse certo non sarà un capolavoro del genere (diranno i puristi), ma il suo lavoro di tenerti incollata alla pagina chiedendoti dove l’autrice vuole andare a parare, lo fa e bene. Lo stile della Ware è semplice e diretto oltre che scorrevole e perché no piacevole, funzionale insomma a un romanzo di suspense che non necessita di digressioni poetiche. Forse la protagonista non è Miss Simpatia, ma dopo tutto non è strettamente necessario in un thriller, anzi a volte è quel particolare in più che da spessore alla trama. Molto spesso i personaggi antipatici, non so se avete notato, sono i meglio caratterizzati. Cos’altro dire di questo romanzo? Leggetelo e mi raccomando non andate a leggere subito l’ultima pagina. Tanto anche se lo faceste non capireste molto. Traduzione di Valeria Galassi.

Ruth Ware è il «nome de plume» di una scrittrice inglese, nata nel 1977 e cresciuta a Lewes, nel Sussex. Dopo essersi laureata all’Università di Manchester si è trasferita a Parigi, e quindi a Londra, dove attualmente vive con il marito e i suoi due figli. Ha lavorato come cameriera, libraia, insegnante di inglese e infine nell’ufficio stampa della Vintage Publishing. Dopo una giovinezza trascorsa a leggere Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Josephine Tey, non è sorprendente che abbia deciso di fare la scrittrice di gialli. Oltre alla «Donna della cabina numero 10», Corbaccio ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, «L’invito», che è entrato nei bestseller del «Sunday Times» e del «New York Times», e diventerà un film con Reese Witherspoon. Ruth Ware vive a Londra con la famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Le notti sull’isola, Robert Louis Stevenson (Bordeaux Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2016
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Se Robert Louis Stevenson è maggiormente conosciuto per i suoi romanzi (L’isola del tesoro, su tutti, ma anche Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Il signore di Ballantrae, La freccia nera, tra i tanti altri) non da meno scrisse una pregevole quantità di racconti, che ben testimoniano il suo talento più profondo: quello di narratore di storie.
E non a caso proprio questo titolo onorifico (quasi sacro e regale) si conquistò nelle isole dei Mari del Sud, tra le popolazioni native, che sulla sua tomba lasciarono una brevissima epigrafe: Tusitala.
Narratore di storie, appunto.
Parola magica che evoca brezze gentili, collane di fiori, profumi esotici. Per lui, proveniente dalle fredde brume scozzesi.
Che sia stato considerato (e lo sia ancora) un autore per l’infanzia è una faccenda piuttosto curiosa, che andrebbe approfondita, se non altro per la dimensione limitativa che questo ha comportato.
Il fantastico, l’immaginario, l’utopia, sono ancora dimensioni precluse agli adulti? Forti, razionali, prosaici. Gli adulti non leggono romanzi per ragazzi, questo è il subdolo messaggio, o meglio (o peggio) il fantastico è un genere relegato all’infanzia (non una metafora, anche morale, del nostro vivere comune).
Su questo ci sarebbe naturalmente da discutere, e certo questo non è il luogo nè il tempo adatto, ma quanto dico serva a introdurre un concetto molto semplice: incasellare la letteratura in generi e schemi rigidi e inviolabili, non è la scelta più saggia. Si perde molta parte della bellezza in cui la creatività spazia.
Non che ci sia niente di male ad essere uno scrittore per l’infanzia, sia chiaro, ma Stevenson non fu solo questo e la raccolta Island Nights’ Entertainments, sembra tornare a ricordarcelo con una certa urgenza e precisione. La stessa che Stevenson usava per scegliere le parole da incastonare nei suoi testi.
Tra le tante edizioni, Le notti sull’isola, questo il titolo scelto per le edizioni Bordeaux, ci portano in quelle isole che ospitarono gli ultimi anni della sua vita, e ci raccontano quei luoghi, quella gente, come ci raccontano la sensualità, le bassezze, le leggende, i tabù, e soprattutto la figura che fece l’uomo bianco, portatore di civiltà e di progresso (almeno nelle sue ambiziose e temerarie intenzioni). Temi, converrete con me, non esattamente adatti a bambini e ragazzi.
L’amore per il mare, i viaggi e l’avventura portò Stevenson sull’isola di Samoa (morì in un piccolo villaggio montuoso nel distretto di Tuamasaga dove aveva fatto costruire la sua casa), e questo amore e rispetto (profondo rispetto per gli indigeni) traspare dalle pagine che andrete a leggere se vi avventurerete in questo sottile libro, nella mia edizione curato da Dario Pontuale, con prefazione di Ernesto Ferrero.
Island Nights’ Entertainments raccoglie tre racconti (non concepiti per apparire in un unico volume, e ve ne accorgerete subito per quale motivo): uno lungo, La spiaggia di Falesà, (tradotto da Agnese Rollo) e due brevi, Il diavolo nella bottiglia e L’isola delle voci, (entrambi tradotti da Massimo Biondi).
La raccolta pubblicata a Londra per la prima volta nel 1893, per Scribner & Cassell, con illustrazioni di Gordon Browne e William Hatherell, è dunque un saggio dell’impegno (civile) che animò Stevenson, (per lo meno il primo racconto, il più, ai suoi tempi, osteggiato).
Sebbene ci parli di tabù, spiriti, e addirittura magia (principalmente negli ultimi due) è il realismo (puramente strumentale, non abbracciò mai tale scuola letteraria, o per lo meno non ne ebbe il tempo) a primeggiare, prima psicologico, poi paesaggistico e comportamentale.
Il primo racconto ci parla di una guerra privata, combattuta senza armi, da due mercanti inglesi: Mr Wiltshire, (voce narrante) che sogna di aprire un pub una volta tornato in Inghilterra, e Mr Case, infido, spietato, bieco (e decisamente razzista) emblema dell’uomo bianco prevaricatore (e la critica sociale qui è talmente incisiva e velenosa che ben si spiegano le titubanze del suo editore).
Quando Mr Wilshire incidentalmente mette gli occhi su Uma, bella e dolce indigena, Mr Case escogita il suo piano diabolico: organizza un matrimonio, fasullo come se stesso, con tanto di contratto, (tutta colpa dei missionari sono loro che hanno introdotto queste barbare usanze, prima l’uomo bianco prendeva quante donne indigene voleva e le lasciava a piacimento).
Mr Wilshire si sente un po’ in colpa a ingannare così Uma, (della quale nel frattempo si è sinceramente innamorato) ma prima di far pace con la sua coscienza (e rimediare) si accorge che qualcosa non va. Nessuno entra nel suo emporio, tutti lo isolano, come se fosse tabù.
Lascio a voi scoprire come continua, un briciolo di suspense non guasta, (e Stevenson la sa costruire bene), quello che mi preme raccontare, al di là della trama, è la delicatezza della penna di Stevenson, la sua leggerezza nel descrivere un amore autentico e innocente, (specchio del suo stesso amore per quella gente e forse per sua moglie Fanny) e condannare le autorità coloniali e mercantilistiche, corollario di quell’imperialismo rapace, di cui si fa nemico.
Se in La spiaggia di Falesà si parla di tabù, Il diavolo nella bottiglia, ha un taglio più fantastico. E’ un racconto di quelli da raccontare accanto al fuoco, la notte, sotto un cielo nero, splendete di stelle. Si parla di una maledizione, di una specie di lampada di Aladino che avvera i desideri ma in cambio esige l’anima di chi è tanto sprovveduto dal comprare la bottiglia (del titolo). Qui il taglio è realistico solo psicologicamente, mentre la bottiglia è davvero dotata di poteri magici. Quindi prevale quel senso del fantastico che ben si addice alla tradizione orale delle isole. Protagonista è Keawe, un abitante dell’isola di Hawaii. Per 50 dollari comprerà la bottiglia, e poi nel tentativo di salvare l’anima, sua ed di sua moglie, vivrà la sua avventura.
L’ultimo racconto, L’isola delle voci, ci riporta alle Hawaii, e come il secondo è narrato in terza persona ed ha un tono più spiccatamente fantastico. Qui maghi e cannibali si fronteggiano e un giovane, Keola, lotta per la vita.
Borges citando André Gide, dice di Stevenson: “Se la vita l’ubriaca, lo fa con uno champagne leggerissimo”, e sembra che lo champagne scorra a fiumi in questi racconti, critici, poetici, evocativi, magici. Se vi chiedete perché Stevenson sia piaciuto tanto a Borges, bene leggendoli avrete modo di scoprirlo.

Robert Louis Stevenson, nato a Edimburgo nel 1850, figlio unico di un ingegnere edile specializzato nella costruzione di fari, ha cominciato a viaggiare fin da giovanissimo, trasformando in scrittura le proprie esperienze filtrate dalla sua “leggendaria” fantasia evocativa e avventurosa. Da questa abilità sono nati alcuni capolavori indiscussi della moderna narrativa occidentale, come i romanzi L’isola del tesoro, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Catriona. È morto nel 1894 nelle Samoa Occidentali, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita immerso nelle atmosfere pure e incorrotte di quelle isole.

Dario Pontuale, studioso di letteratura dell’Otto-Novecento (Serra, Montale, Buzzati, Svevo, Pessoa, Salgàri e Stevenson) collabora con diverse riviste di critica letteraria. Ha pubblicato tre romanzi: La biblioteca delle idee morte (2007, secondo al premio Soldati), L’irreversibilità dell’uovo sodo (2009, vincitore del premio della critica Le Muse) e Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno (2013, secondo al premio letterario nazionale Mondolibro). È coautore del documentario indipendente su Pier Paolo Pasolini P.P.P. Profezia di un intellettuale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

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:: La colpa degli altri, Gila Lustiger (Neri Pozza, 2016) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2016
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La colpa degli altri (Die Schuld der andern, 2015) di Gila Lustiger, edito in Italia da Neri Pozza e tradotto dal tedesco da Susanne Kolb e Alessandra Baracchi, è un sofisticato ed elegante thriller investigativo, sorretto da una scrittura raffinata e decisamente anomala in un romanzo che vede al centro un cold case della Francia Mitterandiana. Dire che mi è piaciuto è poco, credo sia una delle letture più interessanti che ho fatto negli ultimi mesi, forse il mio thriller preferito del 2016.
Il mio entusiasmo credo sia giustificato dal fatto che è piuttosto insolito far luce su argomenti che si è davvero tentato di oscurare con una patina di dimenticanza. Ancora oggi qualcuno si ricorda dello scandalo del colosso chimico-farmaceutico Rhône-Poulenc, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta? Anche facendo ricerche su Google non è così immediato risalire ai fatti, in una specie di gioco di scatole cinesi. Negli anni le aziende si sono fuse, hanno cambiato nome, si sono trasferite all’estero, insomma risalire alla fonte diventa sempre più complicato.
Gila Lustiger, tedesca ma da anni in Francia, ispirandosi a quel caso ha costruito un thriller dal meccanismo perfetto: giusta suspense, ottimo disegno dei personaggi, anche minori, con l’aggiunta di un’ attenta analisi sociale, che si addentra nelle pieghe più nascoste della Francia di oggi, tra banlieue degradate, e ricchi arroccati nei loro fortini di lusso e indifferenza.
Marc Rappaport, il giornalista protagonista dell’indagine investigativa struttura portante del romanzo, è un’ anima divisa. Appartiene per nascita all’elite dei soldi e del potere, ma per scelta si ostina a indagare tra gli strati più bassi e violenti della società, per scoprire la verità, una verità che sente sua, perché lo riguarda molto da vicino.
Si può leggere questo romanzo insomma perché si ama seguire una pista investigativa e trovare un colpevole, o lo si può leggere per capire qualcosa di più della nostra società e delle nostre responsabilità, perché la conquista della ricchezza e del benessere ha sempre un prezzo, del quale non sempre siamo consapevoli. Scaricare poi molto spesso le colpe su gli altri è un gioco che alla fine può rivelarsi pericoloso, tanto quanto capire che quegli altri siamo noi.
Gila Lustiger costruisce dunque la sua storia approfondendo quel nucleo nero che aggrega scandali finanziari, salute, politica, compromessi e complicità, e lo fa senza marginali sbavature, con il piglio anch’essa del giornalista investigativo, sebbene la storia sia di finzione, e Emilie Thevenin non sia mai esistita. O forse sì, con un altro nome, con altre connotazioni caratteriali e sociali, qualcuno che sia morto cercando di dimostrare verità scomode ci sarà senz’altro. E questo dubbio rende reale e attuale tutto il romanzo, fin qui così abilmente costruito.
Siamo a Parigi nell’estate afosa del 2011. Gilles Neuhart, un insospettabile, di quelli i cui vicini assicurerebbero la totale onestà cadendo dalle nuvole, un impiegato di banca modello dalla vita regolare (e anche monotona) come un orologio, viene arrestato per l’omicidio di una prostituta diciannovenne d’alto bordo avvenuto 27 anni prima. Le nuove tecniche di indagine, l’analisi del DNA che allora non si faceva, portano dritto a lui.
Giustizia è fatta dopo così tanto tempo. Un miracolo si potrebbe pensare, se non fosse che Marc Rappaport cercando di ricostruire la vita della vittima per un suo articolo inizia a sentire puzza di bruciato. Qualcosa non torna, troppi elementi sono fuori fuoco. E se Gilles Neuhart fosse innocente e l’avessero incastrato? Così dopo tanto tempo, certo sembra assurdo, ma se le cose fossero proprio andate così?
Per scoprirlo, mettendo a repentaglio la sua fragile vita sentimentale e la sua relazione con Deborah, una donna bellissima con cui non sa bene se sta facendo sul serio o no, Rappaport inizia un’ indagine serrata, più personale che voluta dal suo giornale (anzi per certi versi decisamente ostacolata) e tra interrogatori di vecchi poliziotti amareggiati, prostitute asiatiche senza futuro, giunge a Charfeuil, una piccola cittadina di provincia dove tutto sembra essere iniziato. Se ne è parlato poco di questo romanzo, peccato. Leggetelo, non ve ne pentirete.

Gila Lustiger è nata a Francoforte, nel 1963. Ha studiato letteratura tedesca e comparata a Gerusalemme. Dal 1987 vive e scrive a Parigi. Ha scritto diversi romanzi, tra cui So sind wir, finalista al prestigioso Deutscher Buchpreis del 2005.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio stampa Neri Pozza.

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:: Un’ intervista con Angela Marsons, autrice di Il gioco del male, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2016

indexCiao Angela. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per avermi invitato. Sono sempre felice di qualsiasi opportunità mi permetta di entrare in contatto con i fantastici lettori che ho in Italia, tutti mi sono stati davvero di supporto per i libri di Kim Stone. Io vivo nella Black Country nelle West Midlands con la mia compagna, il nostro vivace Labrador e un pappagallo che dice le parolacce – non ho la minima idea di come sia potuto succedere! Credo che la mia più grande forza sia la mia attenzione al dettaglio. Devo essere certa di aver studiato tutto nel miglior modo possibile, prima di andare avanti. In un certo senso questa può anche essere la mia più grande debolezza, poiché tendo a farmi assorbire dai dettagli piuttosto che andare avanti.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una piccola casa a schiera con due sorelle e un fratello. Mio padre era un autista di camion di lunga distanza e non c’era per la maggior parte della settimana. A scuola mi piaceva qualsiasi materia che comprendesse le parole. Nella mia comunità la gente non aspirava ad essere uno scrittore o un artista poiché questo è sempre stato ritenuto semplicemente irrealizzabile. A scuola mi sono concentrata sulle competenze di base dell’ ufficio come scrivere a macchina, le pratiche d’ ufficio, il commercio siccome queste competenze erano le sole che mi avrebbero aiutato a trovare un lavoro, quando avessi lasciato la scuola. E infatti finii per lavorare in un ufficio, quando lasciai la scuola e, successivamente mi occupai della gestione della sicurezza.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Avevo sempre amato il potere delle parole e leggevo qualsiasi cosa su cui potevo mettere le mani. Quando avevo circa dodici anni il mio insegnante di inglese mi chiese se poteva portare in classe alcuni libri sopra la mia età di lettura poiché pensava li avrei apprezzati. Erano libri centrati sulla complessità delle relazioni umane. Li ho divorati ed è stato allora che ho capito che volevo raccontare storie che potessero catturare le persone come quei libri avevano affascinato me.

Il tuo primo romanzo, Urla nel silenzio, è stato definito un miracolo del web, puoi raccontarci come è andata, come è stato essere un’ autrice esordiente così di successo?

Questa è una bellissima domanda. Avevo sottoposto il mio lavoro agli editori tradizionali per 25 anni, sempre affrontando rifiuti. Quando Bookouture mi fece firmare per quattro libri nessuno di noi sapeva come Urla nel silenzio sarebbe stato accolto. Ha conquistato subito il 1° posto su Amazon due giorni dopo la pubblicazione e ci ha colpito tutti. L’esperienza è stata completamente travolgente. Non avrei mai sognato tale risposta per Kim Stone e le sue storie. Questa stessa risposta ora sta avendo un eco anche in altri paesi siccome ora le sue storie continuano a viaggiare per il mondo. I messaggi che ricevo dai lettori italiani sono veramente bellissimi e ho apprezzato ognuno di loro.

Puoi raccontarci un po’ il tuo ultimo romanzo, Il gioco del male?

Ho sempre voluto scrivere una storia che rappresentasse con precisione un sociopatico. Ho letto alcuni libri e guardato programmi televisivi in cui vengono raffigurati come deboli e questo semplicemente non è vero. Un sociopatico non ha alcun legame emotivo con qualcuno o qualcosa e questo era quello che volevo ritrarre. Alex è un personaggio su cui avrei potuto scrivere di nuovo e di nuovo.

Il rapporto tra Kim e Alex è una sorta di duello. Cosa ti ha ispirato a creare questi due personaggi?

Sì, il loro rapporto è assolutamente una sorta di duello. Ho voluto mettere insieme due donne forti in modo diverso e vedere cosa sarebbe successo. Volevo scrivere una battaglia psicologica tra il bene e il male. Le scene tra Kim e Alex sono le mie scene preferite da scrivere.

Che tipo di ricerche sui disturbi mentali hai fatto?

Ho fatto una gran quantità di ricerche per Il gioco del male. Ho letto molto sulla condizione chiamata Sociopatia e sugli effetti che i sociopatici hanno sulle persone che gli vivono accanto come familiari, amici e colleghi. Ho passato molte ore a leggere racconti di prima mano di persone che erano venute a contatto con veri sociopatici e come questo avesse influenzato la loro vita.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Credo che in una certa misura lo faccio. In Urla nel silenzio e nel creare il personaggio di Kim ho voluto mostrare che le persone non devono essere sconfitte dal loro passato e che la forza la troveranno in un modo o nell’altro. Io credo fermamente che una disabilità non definisca una persona per cui ho scelto di ritrarre Lucy in Urla nel silenzio come una ragazza vivace, allegra nonostante i suoi problemi fisici. Ancora una volta, ho incluso Dougie in Il gioco del male per dimostrare che un’ intelligenza acuta può non essere del tutto evidente nelle persone con disabilità.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo, e da una grande violenza psicologica. E’ di questi giorni la notizia del suicidio di una ragazza italiana perseguitata per i suoi video erotici condivisi sul web. L’abuso emotivo è per te peggiore dell’abuso fisico?

Penso che qualsiasi tipo di abuso è ugualmente dannoso. Ritengo particolarmente pericoloso il bullismo – in qualsiasi sua forma. Una delle storie più tristi che io abbia mai letto è stata quella di una ragazza di 14 anni che si è suicidata in conseguenza del bullismo scolastico. Non c’era reale violenza, ma la fecero stare così male che non trovò alcuna soluzione che porre fine alla sua vita. Credo che l’unica possibilità che abbiamo di superare questi problemi sia quella di parlarne sempre più diffusamente.

Qual è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La mia parte preferita del processo di scrittura è quella che io chiamo ‘The Bite’. Dopo la ricerca su argomenti specifici e dopo aver steso le note dei personaggi mi siedo con nuovi quaderni e nuove matite pronta per iniziare il processo di scrittura. Ad un certo punto l’idea nella mia testa prende il volo e inizia a salire. Io chiamo questo momento ‘The Bite’ e quando succede il mondo potrebbe anche finire che non lo noterei nemmeno.

Come lettrice cosa preferisci del genere crime? E quali libri consiglieresti assolutamente di leggere?

Quello che personalmente amo nella letteratura crime è quando lo sviluppo del personaggio è parallelo allo sviluppo della trama. Voglio leggere di personaggi reali con difetti e caratteristiche uniche che li distinguano e rimangano nella mia mente per molto tempo dopo che ho finito di leggere i libri. I libri che sono rimasti con me sono la serie dei libri di Tony Hill di Val McDermid e i libri di Kathy Mallory di Carol O’Connell.

Infine, che cosa avrà in serbo per te il resto del 2016?

Ho appena finito di lavorare al 5° libro di Kim Stone per il mercato del Regno Unito che si intitolerà Blood Lines. Il mio contratto prevede che scriva 2 romanzi di Kim all’anno. Ora sto lavorando al 6° libro in scadenza alla fine dell’anno.

:: Un’ intervista con James Grady, autore de I sei giorni del Condor a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2016

j-grady-2006Caro Signor Grady, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non so dirle quanto siamo onorati di poterla ospitare, quindi lascerò perdere e andrò dritta al punto.
Lei ha preso parte al movimento contro la guerra in Vietnam; ha mai pensato a se stesso come a un modello, qualcuno in cui la generazione che è cresciuta all’ombra del Watergate si potesse riconoscere? O forse sente di essersi semplicemente trovato al posto giusto nel momento giusto?

Domanda interessante, ma difficile. Nella primavera del 1969, nel corso del mio secondo anno di college a Missoula, Montana, entrai a far parte del movimento. Non che si trattasse di un’organizzazione, era più un sentimento, un impegno condiviso: si andava alle manifestazioni, si raccoglievano firme ecc. Poi, nella primavera del 1970, ci fu la sparatoria alla Kent State [il 4 maggio, nel corso di una manifestazione contro l’invasione statunitense della Cambogia, la Guardia Nazionale sparò sulla folla uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove; n.d.t.]. Ancora a Missoula, presi parte alle proteste. Nelle vacanze tornai a Shelby, la mia città, un posto piccolo, molto più piccolo di Missoula; per pagarmi gli studi, d’estate lavoravo per il comune (riparazioni all’acquedotto, asfaltature, insomma, lavori manuali). Sapendo delle mie attività pacifiste, un membro del consiglio comunale e il direttore di un giornale locale, gente d’estrema destra, cercarono di farmi licenziare. Ma il mio capo, che pure non era d’accordo con le mie idee politiche, non volle cedere alle pressioni dei superiori. “Questa è l’America, e James può credere quello che cavolo gli pare”, disse. E fu così che il capo, un operaio ultraconservatore e che per di più non aveva studiato, divenne il mio eroe.
Poi, nell’inverno del 1971 ero a Washington. Lavoravo come stagista per un Senatore (non ero ancora laureato, ma ero entrato in un programma di tirocinio per gli studenti di giornalismo). Fu allora che mi venne in mente l’idea di Condor. A quei tempi, pareva che il paese fosse avvolto in una nebbia di misteri e pericoli – la guerra, la nascita  di uno stato di polizia, il passaggio dalla sperimentazione psichedelica all’eroina, la Mafia- in Montana come a Washington. Con Condor ho cercato di affrontare tutto questo. E il mio tempismo è stato perfetto. Le notizie sul Watergate e sul ruolo della CIA si stavano appena affacciando sui giornali quando il romanzo è arrivato all’editore, e, subito dopo, a Dino De Laurentiis. Penso che se il libro fosse uscito un anno prima, o magari un anno dopo, non avrebbe funzionato. Insomma, ho scritto il romanzo giusto al momento giusto. Ho avuto fortuna.

Oltre ad essere un romanziere, ha lavorato anche come giornalista e sceneggiatore. Quali di queste esperienze le ha dato di più?

Be’, per quanto ami i film, e ora anche i nuovi prodotti per la tv, comici o drammatici, dei quattro anni in cui ho lavorato come giornalista investigativo per l’editorialista Jack Anderson (all’epoca Anderson era syndicated columnist e i suoi pezzi venivano ripresi su 1000 giornali diversi) ho un ricordo stupendo; e poi le esperienze fatte in quel periodo hanno avuto un’enorme influenza sulla mia narrativa. Volevo scavare, un po’ come Leo Sisti, presente? Sempre alla ricerca della storia dietro i titoloni, attento ai passaggi di potere, puntare il dito su chi sfruttava i meno fortunati. Per questo avevo momentaneamente accantonato la mia carriera di romanziere (in parte danneggiandola): speravo di poter fare qualcosa di buono. Ancora oggi, nella mia vita di narratore, attingo alle cose che ho imparato allora, per strada, e dietro le porte chiuse, lì dove il pubblico non arriva.

Per lei, il successo è arrivato prestissimo: subito dopo aver pubblicato I sei giorni del Condor. Che può dirci dell’America di allora? Com’era essere un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione negli anni ’70? E che ne pensa di questa definizione? Era davvero come la immaginiamo, “un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione”?

Il mio successo con Condor, be’, in quel periodo l’America si è risvegliava dal conservatorismo dei ’50, rifiutavamo il dominio della generazione dei nostri genitori, che avevano fatto la Seconda Guerra Mondiale, e be’, il Vietnam. Era eccitante, un momento di apertura, in cui potevi inseguire i tuoi sogni e avevi qualche possibilità di realizzarli.
E io il più grande dei miei sogni personali (certo, non di quelli politici) l’avevo già realizzato: il mio romanzo d’esordio aveva avuto successo, e ne avevano tratto un film destinato a diventare un classico, avevo un meraviglioso secondo lavoro come reporter investigativo (un fatto di coscienza, non avevo bisogno di soldi). Ero davvero convinto che se avessi gestito come si deve la mia vita e il mio talento, e se non mi fossi fatto spaventare, avrei potuto fare la differenza. Forse sarei riuscito a scrivere della narrativa che davvero ripagasse in parte tutta la fortuna che avevo avuto.
Non mi rendevo conto che non tutti, neanche nella mia generazione, mettevano la stessa passione nella ricerca della giustizia e della verità. Non tutti volevano davvero cambiare le cose, ma d’altra parte quei pochi che lo volevano davvero sono riusciti a fare la differenza. Mai abbastanza, certo, ma d’altronde è sempre così: la lotta per la giustizia e l’onore non finisce mai. È questo che ci rende umani.
A livello più personale, ero deciso a non sprecare l’opportunità che avevo. Dovevo fare quello che dovevo fare: scrivere romanzi. Non potevo buttare all’aria la mia fortuna, per cui facevo una vita morigerata, sostentandomi con lo stipendio da reporter e mettendo da parte il resto per poter scrivere. Mi vestivo e vivevo da studente universitario, blue jeans e camicie economiche, giacche di pelle e scarpe da ginnastica. Spendevo solo per libri, i film e la musica (rock ‘n ‘roll). Per il resto ascoltavo la radio. Di solito mi alzavo alle 6.30 e andavo a dormire alle 11, ed evitavo i bagordi (non che fosse difficile, all’epoca, nella triste Washington). Certo, non potevo dirmi esattamente monogamo, come potrebbero testimoniare diverse ragazze con cui all’epoca ho avuto relazioni di lunga durata, ma non sono mai stato un festaiolo, né un artista del rimorchio. Lavoravo 40 o 50 ore a settimana, andavo a correre per tenermi in forma, e ci davo dentro per imparare a scrivere meglio. C’erano talmente tanti modi in cui potevo bruciarmi: avrei potuto cominciare a drogarmi pesante, sperperare tutto quello che avevo, diventare presuntuoso o lanciarmi in relazione sessuali dall’esito disastroso. Ma ero troppo ingenuo e timido per cadere preda di queste opportunità di autodistruzione.
Ero (sono) un idealista, ma un idealista nato da genitori piccolo borghesi e cresciuto in una cittadina proletaria, uno che ha seguito i detective della omicidi in azione nel corso delle guerre tra bande per il controllo dello spaccio, che ha parlato con criminali piccoli e grandi e conosciuto l’eroismo della gente comune.
Per me ormai liberale non significa più molto. Un po’ come conservatore. Diciamo che voglio la maggior libertà possibile – libertà dalla paura, dalla violenza e dall’ingiustizia- per tutti i cittadini del mondo. Certo, sono un idealista, ma senza la luce degli ideali come faremmo a muoverci in questi tempi bui?

Nel 1975, il suo romanzo è diventato un film di Sidney Pollack, I tre giorni del Condor, e lei è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura. Nel cast c’erano, tra gli altri, Max von Sydow, Robert Redford e Faye Dunaway. Può raccontarci qualche aneddoto sulla produzione del film? E c’è qualcosa che secondo lei dovremmo assolutamente sapere sulla sceneggiatura?

In effetti non l’ho scritta io, quella sceneggiatura: avevo 25 anni, all’epoca, e mai e poi mai mi avrebbero lasciato mettere le mani in un progetto multimilionario. Devo dire, però che Dino, Redford, Sydney Pollack, sono stati tutti gentilissimi con me. Potevo andare sul set quando volevo, e loro mi mostravano tutto mi spiegavano il funzionamento delle cose, ecc.
Ma una cosa curiosa, su quella sceneggiatura la so, almeno a grandi linee: hanno continuato a scrivere e riscrivere il testo man mano che le notizie sul Watergate e sugli scandali della CIA e della politica saltavano fuori. Era il 1973, o forse l’inizio del 1974, e Nixon lottava per tenersi il posto.
Per quanto riguarda la sceneggiatura in generale, quello che gran parte delle persone non considera mai, è che una sceneggiatura è un po’ come uno schema tecnico, o un progetto per un edificio alla cui costruzione partecipano molte persone, e in circostanze che cambiano di secondo in secondo. È raro che lo sceneggiatore veda riprodotta su pellicola la sua idea proprio com’era sulla carta, anche perché tradurre la teoria nella pratica non è sempre così facile: tanto per dire, che succede se al momento di girare piove sempre e si finisce il budget per le riprese in esterno?

Recentemente, oltre a rivedere il film, ho riletto i Sei giorni del Condor. Era un po’ che non lo facevo. Che dire? Il suo libro ha la bella capacità di non annoiarmi mai, ed è una cosa molto rara. Posso chiederle come le è venuta l’idea? E si aspettava di avere tutto questo successo?

Grazie! Quello del 1971 è stato un inverno freddo. Io lavoravo al Campidoglio, e ogni giorno, arrampicandomi su per Capitol Hill, passavo davanti a un edificio d’angolo con le pareti imbiancate. In quella zona c’erano solo villette o bassi condomini, questo, invece era un palazzo alto tre piani. C’era una targa sulla porta, eppure non avevo mai visto nessuno entrare o uscire. Così pensai: e se fosse una copertura della CIA? Forse bastò qualche passo, o forse ci volle qualche giorno, ma mi venne una seconda idea: e se fossi rientrato in ufficio dalla pausa pranzo e avessi trovato tutti morti?
Due belle domande. Cercando di immaginare una risposta, con tutto quello che stava succedendo in quel periodo. Sapevo solo che Condor doveva essere un uomo comune, non un supereroe alla James Bond. Così è nato il mio romanzo. Chissà, forse tutta l’arte nasce da questo genere di domande.
Non avevo idea che Condor avrebbe avuto successo! Non ero neanche sicuro di riuscire a trovare un editore. Ma la scrittura mi aveva sempre attratto, fin da quando avevo sei anni, e questa storia la dovevo proprio scrivere. Tra tutte quelle che mi erano venute in mente, questa di Condor era la prima abbastanza forte da diventare un romanzo.

A un certo punto, Maronick dice a Condor che farebbe meglio a continuare a leggere, perché la sua fortuna è finita, e quando succede un uomo non vale poi molto. Ogni volta che arrivo a questo punto… B’e, non posso fare a meno di pensare che è fantastico.
Comunque, come ha detto lei, Joe Turner/Ronald Malcolm è un uomo comune, un accademico diventato spia. Pensa che questo tipo di relazione sia rappresentativo del modo in cui i giovani si rapportavano con l’establishment, e cioè essendone oppressi ma ribellandosi allo stesso momento?

In America, questo modo particolare di ribellarsi al controllo e all’oppressione, di contestare l’autorità e l’establishment è emersa negli anni ’60, tra il movimento per i diritti Civili, le proteste contro il Vietnam, e la paura di chi vive sotto la guerra fredda, sapendo che, con l’atomica, il mondo avrebbe potuto autodistruggersi in quindici minuti. L’idea era sì, ribellarsi, ma per creare “qualcosa di meglio”, come direbbe Camus. Volevamo essere costruttivi, non semplicemente distruttivi. Questo atteggiamento mi piacerebbe tanto ritrovarlo tra i giovani d’oggi.

Sul finale del film, di fronte agli uffici del Times, c’è un senso di solitudine, un certo malessere che nel romanzo mi pare meno palpabile. A questo punto del libro, Condor ha scoperto certe cose su di sé, cose che non sospettava; è cresciuto e maturato, e si è scoperto più portato di quanto credesse per lo spionaggio. In quanto autore del romanzo e del film, lei è forse l’unica persona al mondo che possa rispondere a una domanda così diretta: film o romanzo, I tre giorni o i Sei giorni del Condor, quale dei due ha il finale migliore?

Accidenti, bella domanda. Penso che per rispondere sia necessario prendere in considerazione le differenze tra due lavori. E penso che entrambi i finali abbiano una risonanza importante all’interno sia del testo, che del contesto in cui sono apparsi.
E sarà pur vero che sono l’unico al mondo che possa rispondere alla domanda, ma davvero non so cosa dire: mi piacciono sia il libro che il film. Il finale del film lascia forse più speranze a livello generale, mentre il romanzo è più incentrato sulla dimensione personale.

Come si sente a parlare ancora del suo libro, dopo tutti questi anni?

Fortunato. Mi sento incredibilmente fortunato a sapere che il mio lavoro è ancora vitale, ancora vivo. Come le ho detto, ogni tanto ancora mi stupisco.

In qualche modo, I tre giorni del Condor si allontana dai Sei giorni del Condor; nel film trovo tracce di una disillusione politica che nel libro è meno evidente. Pensa che questa differenza sia dovuta al confronto con il regista? E posso chiederle se e come ha collaborato a rivedere la trama originale?

Il disincanto e la prospettiva più ampia che si trovano nel film sono opera di Redford, di Pollack e di Dino; volevano fare un film importante, il più onesto e profondo possibile riguardo a quello che stava succedendo ai tempi. Probabilmente erano influenzati dai grandi film francesi e italiani degli anni ’60. Sentivano di avere delle responsabilità nei confronti del pubblico, la nazione, il mondo. Ci sembrava, a tutti noi, di correre dei grossi rischi politici e sociali, proponendo intrattenimento di questo genere: e se Nixon non fosse caduto? E se la CIA avessero prevalso sulle forze della giustizia e della verità? Nel momento in cui scrivevano e giravano il film queste possibilità non sembravano affatto remote. Condor è uscito prima di Tutti gli uomini del Presidente. Ma come ho già detto, io non ho partecipato direttamente alla scrittura del film.

I sei giorni del Condor è il primo capitolo di una serie; può dirci qualcosa degli altri romanzi? Quanti sono? E come sono stati accolti dal pubblico?

All’epoca delle riprese, e cioè nel momento in cui il libro stava per essere pubblicato, ho pensato di scrivere una serie di romanzi con Condor come protagonista, cinque in tutto; nell’ultimo lui sarebbe morto o impazzito. Gli agenti, l’editore, tutti quanti, cavolo: tutti gli esperti mi hanno consigliato di fare così. A metà della scrittura del secondo romanzo, però, mi sono reso conto che non avrei potuto competere con il Condor nella versione di Redford, e allo stesso tempo, che se insistevo a proporre una serie di storie, un certo numero di romanzi di questo tipo, avrei finito per essere etichettato, e pubblicare altri generi di storie che volevo scrivere sarebbe stato più difficile. Ovviamente non è né giusto né logico, ma è così che vanno le cose. Insomma, ho finito il secondo romanzo (L’ombra del Condor), e poi ho lasciato perdere il personaggio fin dopo l’11 settembre. Allora ho scritto un romanzo breve con un Condor “moderno” per esprimere la mia rabbia, tristezza, e preoccupazione per quello che stava succedendo. In seguito, ho pubblicato altri tre o quattro racconti o romanzi brevi, questi però con il Condor “originale”. E poi Condor appare anche in un cameo nel mio romanzo Mad Dogs. In fine, l’anno scorso, ho pubblicato il primo vero e proprio sequel, Il ritorno del Condor, in cui il protagonista cerca di sopravvivere allo stato di massima allerta seguito all’11 settembre.
Tutte le storie e i romanzi sono stati ben accolti dal pubblico. Il commento che preferisco lo devo al Washington Post: nella loro recensione si legge che Il ritorno del Condor fa pensare a Orwell e a Bob Dylan.

In chiusura, una domanda sulla situazione attuale: che ne pensa degli Stati Uniti di oggi? Nel giro di pochi mesi potreste ritrovarvi con il primo presidente donna, oppure…

Per me la cosa più importante, più ancora del rischio che Trump diventi presidente, è tutto il seguito che ha avuto. Il consenso nei suoi confronti ha rivelato la presenza di certe forze pericolose. Trump si è servito dei suoi averi per far leva sull’ignoranza, la paura, le bugie, l’odio, e la forza dei personaggi televisivi. E Se perde, be’, questo non significa che la verità, la giustizia, la razionalità, l’umanità e lo stile di vita americano hanno trionfato. Signfica solo che abbiamo scampato la catastrofe, e che ci aspetta un enorme lavoro di reinvenzione politica e sociale. Più che ottimista direi che sono speranzoso. E sì, sarebbe bello avere un presidente donna. Sarebbe ora che le donne venissero trattate davvero come pari, e che avessero la possibilità di realizzarsi appieno.

Che altro posso dirle? Grazie per avermi risposto. Se mi avessero detto, solo un paio di anni fa, che avrei avuto l’occasione di intervistarla, non ci avrei mai creduto. Ma be’, probabilmente è anche questa la forza del blogging e della stampa libera.

[Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni]

Nota: recensione di I sei giorni del Condor, qui.

:: Un’ intervista con Valentino Bonacquisti, autore di La Street Art Romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale – Edizioni Il Galeone

26 luglio 2016

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Presentati ai nostri lettori. Chi è Valentino Bonacquisti?

Mi reputo un fotografo di strada fin da quando ero ragazzo, quando ricevuta in regalo da mio fratello una reflex Olympus mezzo formato, iniziai a fotografare i vecchi del paese. A parte una parentesi lunga 35 anni in cui sono stato costretto a fare il ferroviere, ancora oggi vado in giro, con la stessa passione di allora, a scattare fotografie cercando di cogliere l’intimità pubblica della gente.

Come è nata l’idea di scrivere La Street Art romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale? Rientra in un progetto più ampio?

Un’altra mia passione sono stati sempre i colori, stranamente per me che amo fare foto in bianco e nero, quelli messi insieme dagli artisti contemporanei, tra i quali io annovero anche i writers con i loro stupendi esercizi calligrafici. Quattro anni fa, decisi di dedicare molto del mio tempo disponibile a documentare e archiviare foto di pezzi di street art che apparivano sui muri di Roma. Iniziai prima con i quartieri “frikkettoni” poi, scoprii i muri liberi, poi un giorno di gennaio entrai al Forte Prenestino prima e alla Biblioteca Abusiva Metropolitana poi. Avvertii, in tutti e due i luoghi, una sensazione di leggerezza; decisi quindi di raccogliere in una pubblicazione tutte quelle opere così che anche chi non fosse mai entrato in uno di quei luoghi capisse quanto vi si facesse cultura. Nel frattempo ho allargato i miei orizzonti di ricerca e almeno per ora, il più intrigante è quello di entrare abusivamente all’interno di luoghi abbandonati, principalmente fabbriche, ma non disdegno ex ospedali, palazzi in costruzione mai terminati e cose simili per fotografare i pezzi che gli street artist vi vanno realizzare solo ed esclusivamente per il loro bisogno di entrare in contatto diretto con il proprio “io”.

Definiscici in breve cosa è la Street Art, e quali sono le sue valenze culturali, ideologiche e sociali.

Muro pulito, popolo muto. Ho sempre pensato che la street art abbia una grande valenza ideologica e che sia uno degli strumenti a disposizione della gente per esprimere le proprie idee, le proprie incazzature; ed al contempo utile a chi ne fruisce che è portato a riflettere.

La macchina fotografica come strumento per tramandare la memoria. Come ti poni di fronte a un murales, come interpreti il reale?

Io che ritengo di avere una memoria storica fuori dal comune (ricordo perfettamente una serie infinita di episodi della mia vita che risalgono anche a quando avevo tre anni) registro avidamente il mondo che mi circonda proprio allo scopo di lasciare traccia di questa mia memoria che sarà ovviamente destinata a svanire nel nulla.

La Street art è sicuramente una forma di arte popolare, un’ arte povera, ma molto vitale, molto polifonica che da risalto a ogni forma di marginalità. In che misura pensi possa trasmettere valori come la solidarietà, l’interculturalità, lo spirito di gruppo?

Chi accenna uno sguardo di sufficienza e passa oltre è uno che pensa solo a se stesso. Chi si ferma davanti ad un pezzo fatto su di un muro ne coglie i colori, la bellezza, il valore aggiunto che chi lo ha realizzato ci ha messo; si spoglia dello scudo e si sente quindi portato a dialogare.

Quale è il murales che ti ha più impressionato?

Sicuramente quello che io chiamo “Il Pensatore” realizzato da Hogre su di un muro in via degli Ausoni a S.Lorenzo. Sta lì da quattro anni e nessuno osa scalfirlo (addirittura chi ha messo un cartello pubblicitario si è accertato comunque di lasciar visibile il pezzo). Un Amleto del terzo millennio che si pone non domande esistenziali, bensì domande molto più concrete.

Ci sono donne tra gli artisti romani che si occupano di trasmettere questa attività?

Sì ce ne sono tantissime e molto intelligenti, sia fra le figurative sia fra quelle provenienti dal writing; devo dire che si tratta spesso di ragazze giovanissime ma con le idee ben chiare.

Stai lavorando a nuovi progetti simili, magari in altre città?

Di progetti ne ho tantissimi, quello più immediato e già passato alla fase realizzativa è la documentazione dei pezzi custoditi all’interno di edifici abbandonati dando ovviamente anche il dovuto risalto a quello che erano una volta quei luoghi che pullulavano di attività industriali, commerciali, umane. In parallelo porto avanti la mia continua ricerca di catturare, con il sensore dalla macchina fotografica, l’anima della gente che incontro per strada.

Nota: Per ordinare il libro la strada più sicura è inviare una mail all’editore http://www.edizionigaleone.it/ . Buona lettura.