
Giulia Ciarapica ha bisogno di ben poche presentazioni: book blogger, promotrice culturale, parla di libri ai ragazzi nelle scuole, scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”, influencer come amano definirla i giornali, autrice di Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché una guida per fare questo mestiere al meglio. Ora esordisce nella narrativa con il suo primo romanzo Una volta è abbastanza, noi l’abbiamo intervistata:
Benvenuta Giulia, e grazie di avere accettato questa intervista. Smessi i panni della book blogger esordisci come autrice con il tuo romanzo Una volta è abbastanza, primo libro di una trilogia familiare che parte dal secondo dopoguerra e ritengo arriverà fino ai giorni nostri. Un romanzo notevole, maturo, poetico, mi ha fatto davvero una grande impressione, sono sincera. Ma prima di parlare del libro, parlaci di te, come ti senti dall’altra parte della barricata, a ricevere recensioni, invece che scriverle, a gestire anche il rapporto con i lettori?
Grazie innanzitutto a te per l’ospitalità, Giulietta. Beh, che dire, è una cosa stranissima vedermi dall’altra parte, soprattutto quando cerco di osservarmi in modo distaccato, e puntualmente non ci riesco. La mia vita ruota attorno ai libri, alle parole, alla scrittura, ma quando ho iniziato questo percorso – quello da book blogger, intendo – mai avrei immaginato di vedermi un giorno in veste di autrice. Sono felice quando qualcuno recensisce positivamente ciò che scrivo, ma mi sento anche un po’ in imbarazzo. Scrivere, a questi livelli, significa mettersi a nudo di fronte ad un pubblico che non ti conosce davvero, ma vede sempre e solo una parte di te, gioco forza. La cosa che mi viene più naturale, almeno per il momento, è gestire proprio il rapporto con i lettori, perché in realtà è una cosa che va avanti da un sacco di tempo. Sono più o meno gli stessi che mi leggono sul Foglio, sul Messaggero e sul blog, quindi sono abituata ad interloquire quasi quotidianamente con loro. Credo sia effettivamente la parte più bella.
Parliamo anche del tuo percorso formativo: cosa hai studiato? In cosa sei laureata? Come i tuoi studi ti hanno aiutato nella vita, e nel tuo lavoro di promotrice culturale? Consiglieresti ai giovani di intraprendere i tuoi studi?
Prima ho fatto il liceo classico a Civitanova Marche, poi mi sono laureata in Lettere moderne con una specializzazione in Filologia moderna all’Università degli Studi di Macerata. Da sempre sono stata orientata verso le lettere, in senso ampio, e tutti gli studi intrapresi mi hanno aiutato moltissimo per il mio lavoro: si può dire che sono la base, grazie a questo percorso di studi ho acquisito gran parte degli strumenti che utilizzo oggi per scrivere, leggere (in senso analitico) e anche per promuovere adeguatamente un libro. Perché oltre ad una buona capacità comunicativa – che immagino sia per lo più una qualità innata – bisogna avere anche una buona preparazione di base. Lo studio è sempre fondamentale.
Uno scrittore è innanzitutto anche un lettore, diffido degli scrittori che dicono di non leggere, si impara dai grandi maestri, c’è poco da fare, si metabolizza la loro scrittura e la si fa propria. I più fortunati poi, dotati di maggior talento, acquistano una propria voce, una propria unicità. Tu ti occupi anche di critica letteraria, quindi un testo lo analizzi in maggiore profondità che un comune lettore. Ovvero utilizzi un tipo di lettura non superficiale, unicamente per il piacere di leggere. Quello che voglio chiederti è non solo quali sono i tuoi maestri letterari ma in che misura hai coltivato la tua sensibilità narrativa confrontandoti con i loro mondi, con la loro espressività.
Grazie per questa bellissima domanda. I miei maestri sono senza alcun dubbio Alberto Moravia, Elsa Morante, Dino Buzzati, e poi Sandor Marai, Magda Szabò, Emile Zola, Balzac e Jane Austen. I fondamentali sono questi. Amo particolarmente Buzzati e Marai, in genere sono ispirata dalla letteratura italiana dell’Otto e Novecento (uno dei miei libri del cuore è “Fosca” di Iginio Ugo Tarchetti, assieme a “Malombra” di Fogazzaro, senza dimenticare “Il marchese di Roccaverdina” di Capuana) e dalla letteratura mitteleuropea. Sono molto devota alla letteratura europea, sebbene il mio libro preferito in assoluto (sì, ne ho uno, sono riuscita ad identificarlo) sia “Stoner” di John Williams. Questi scrittori hanno modellato non solo la mia idea di letteratura ma hanno anche, inevitabilmente, plasmato la mia sensibilità di lettrice e poi anche di autrice. Le atmosfere rarefatte della Mitteleuropa, l’ironia tagliente di Balzac, la cattiveria naturalista di Zola, le donne guizzanti, provocatrici e scaltre della Austen, tutto questo ha contributo alla mia crescita interiore. Quello che sono oggi lo devo anche a loro.
Per chi non avesse ancora letto il libro, facciamo un breve riassunto. Parlaci della trama di Una volta è abbastanza, edito da Rizzoli, frase che sembra l’abbia detto Mae West a proposito della vita, giusto?
Esatto. La frase da cui abbiamo tratto ispirazione per il titolo è “Si vive una volta sola, ma se lo fai bene una volta è abbastanza”. Non so se la condivido appieno, ma è comunque la frase che ho voluto mettere ad esergo del prologo perché l’ho trovata giusta, esatta, impeccabile per l’andamento della vita di tutti i miei personaggi.
Ci troviamo a Casette d’Ete, un paesino sperduto della provincia delle basse Marche, nel 1945. La guerra è appena finita, la miseria spadroneggia e anche a Casette si muore di fame. Annetta e Giuliana sono le due grandi protagoniste di questa storia, due sorelle che, simili e al contempo molto differenti, si troveranno ad avere a che fare con lo stesso uomo, Valentino. È una storia di famiglie, di amori, di tradimenti ma è anche e soprattutto una storia territoriale e d’impresa, in cui emerge forte e chiaro l’elemento del lavoro: le scarpe sono il destino di tutti gli abitanti di Casette d’Ete, così come lo saranno anche per Annetta, Giuliana e Valentino.
Ora parliamo dell’uso del dialetto. I dialoghi nel tuo romanzo sono sia in italiano che in dialetto marchigiano. Silone era contrario all’uso del dialetto nel romanzo, privilegiando la comprensibilità del testo. Come mai invece tu hai compiuto questa scelta di utilizzarlo così ampiamente? Per dare maggiore verosimiglianza? Per dare davvero voce a Giuliana, Valentino, Annetta, Alberto, Enrichetta e tutti gli altri personaggi?
Esattamente. Ho scelto di utilizzare il dialetto – che credo comunque sia abbastanza comprensibile anche per chi non è della zona, non mi sono spinta oltre un certo limite – perché volevo conferire tridimensionalità ai miei personaggi, oltre al fatto che sarebbero stati molto più artificiosi se avessero parlato un italiano impeccabile. Ce li vedi Annetta, Giuliana e Valentino, che a malapena avevano frequentato la terza elementare, a discutere, arrabbiarsi o gioire in un perfetto italiano? Io no!
Con questo romanzo hai voluto raccontare la storia della tua famiglia. Scoprire che Annetta, il mio personaggio preferito, è stata una donna vera, in carne e ossa, è stato molto emozionante. Giuliana era tua nonna, vero? L’hai conosciuta?
Giuliana e Valentino sono i miei grandi amori, nonni materni che ho avuto la fortuna e il privilegio di coccolare fino a qualche anno fa. Li ho vissuti a lungo e molto intensamente, e per questo sono grata alla vita. Purtroppo non ho conosciuto Annetta, che è anche il mio personaggio preferito, perché in lei mi rivedo moltissimo, anche se me ne sono resa conto solo alla fine. Ho provato – attraverso i racconti di mia nonna e di mia madre – a ricostruire il suo spirito battagliero, a dare nuova linfa alla sua esuberanza. Al termine del romanzo, rileggendolo, mi sono resa conto che Annetta “ero io”. Forse è anche per questo che è stato il personaggio che mi ha ossessionato letteralmente più di tutti. Avrei pagato oro per conoscerla.
La memoria, soprattutto familiare, ha dunque un ruolo importante, se non determinante, nel tuo libro. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore, nella tua esperienza?
Onestamente, il gesto di “riavvolgere il nastro” è per me più che consueto. Lo faccio nella vita di tutti i giorni, essendo una nostalgica naturale. Ancor prima che si affacciasse anche solo l’idea di scrivere il romanzo, avevo recuperato vecchie fotografie, passavo le giornate a farmi raccontare fatti di un passato che non ho vissuto ma che sento appartenermi in modo diretto. In fondo, io ci vivo nel passato.
Accostandoti a Natalia Ginzburg nella mia recensione so di aver compiuto una scelta come dire ardita, ma se penso che anche la tua editor è d’accordo vedendoci delle somiglianze, mi sento un po’ rassicurata. Insomma non è più solo una mia sensazione. Ami questa autrice? Cosa hai letto di suo?
A dire il vero della Ginzburg ho letto solo “Lessico famigliare”. Più che altro sono molto legata, come ti accennavo prima, a certa letteratura italiana novecentesca che mi ha inevitabilmente formato. Sono onorata e lusingata dell’accostamento, perché la Ginzburg è davvero un gigante! A questo punto però sono ancora più motivata a conoscerla e studiarla.
Otre alla storia della tua famiglia, anche il borgo di Casette d’Ete acquista una dimensione corale comunitaria in un’Italia che usciva dalle macerie e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Come è fondamentale l’energia che si respira, di riscatto, di affermazione personale e sviluppo tramite il lavoro, di creatività, di crescita sociale. Mentre leggevo pensavo al nostro oggi e alla crisi che stiamo vivendo, e proprio ieri ho sentito parlare in televisione di un convegno in cui gli economisti paragonano la situazione attuale italiana ad un’economia di guerra. E mi dicevo, anche noi avremmo bisogno di questo spirito, dello spirito e dell’entusiasmo che si respira nel tuo libro. Mentre scrivevi Una volta è abbastanza l’hai pensato anche tu?
Francamente? Sì. Ho pensato che prima ci fosse proprio un altro spirito, un’altra voglia di fare le cose, un altro entusiasmo. Avvertivamo, chiara e forte, l’esigenza di farcela, di reinventarci continuamente; c’era più creatività, più bisogno di distinguersi e di organizzare la propria vita, dunque quella dell’intera comunità, attorno a idee nuove. Prima eravamo più umani.
È un po’ prematuro ma hai avuto modo di fare conoscere il tuo libro all’estero? Ci sono traduzioni in vista?
Per il momento no, è uscito da pochissimo.
Quanto dovremmo aspettare per leggere il secondo capitolo della saga?
Sto scrivendo gli altri due capitoli, un po’ di pazienza e arriva tutto J
Credo sia tutto, le cose principali che mi premeva chiederti, che mi sono venute in mente durante la lettura, te le ho chieste. Ora innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità. Se ci sono presentazioni, in cui avvicinerai i lettori, e vuoi dirci le date sono certa che i lettori di Liberi saranno felici di conoscerle. Naturalmente se i lettori vogliono fare delle domande possono scriverle nei commenti.
Le date delle prossime presentazioni saranno: il 15 aprile a Roma, alla RED Feltrinelli di via Tomacelli, insieme alla mitica Romana Petri; il 6 maggio alla Feltrinelli di Padova e il 7 alla Feltrinelli di Verona, insieme alla deliziosa Anna Martellato. Dopodiché sarò sabato 18 maggio al festival Libri a 180 gradi, primo festival letterario con fiera dell’editoria che abbiamo organizzato a Sant’Elpidio a Mare (gioco in casa!). E per finire (per il momento) sarò il 26 giugno alla libreria Mondadori di Pesaro e il 28 giugno a Cerignola, provincia di Foggia!
Grazie ancora per avermi ospitata e buone letture a tutti!
Ieri sera, mentre un pianista giovane e di talento suonava Ravel nel salotto di una casa privata, pensavo che morire vuol dire abbandonare gli amici, la vita, la musica.


La perdita di un genitore non credo la si superi mai, nemmeno se avviene in età adulta, quando i legami di dipendenza, emotiva e materiale, sono più fluidi, quando a volte una certa lontananza, anche fisica, sembra aver reciso quell’invisibile cordone ombelicale che tiene indissolubilmente legati genitori e figli. Sì sa i figli prendono la loro strada, magari si trasferiscono all’estero per studio o lavoro, decadono spesso la coabitazione, la dipendenza economica, la necessità di continue rassicurazioni dell’infanzia.
È uscito per Edizioni Gruppo Abele Fata e strega. Conversazioni su televisione e società, un agile volumetto che contiene un’interessante intervista a Carlo Freccero, dal novembre 2018 nuovo Direttore di Rai2, fatta da Filippo Losito, autore e regista torinese.
Benvenuto Martino su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo percorso professionale.
Libro interessantissimo e ricco di aneddoti curiosi, spesso sconosciuti o perlomeno poco noti al grande pubblico, Storia dei servizi segreti – La verità su chi veramente governa il mondo di Mirko Molteni ha l’ambizione di racchiudere in 800 pagine l’intera storia dei servizi segreti dalle origini, in epoca remota, al giorno d’oggi. Un volume enciclopedico dunque, di facile consultazione, e agevole lettura, utile sia a studiosi della materia che a semplici lettori curiosi di saperne di più di un mondo per certi versi ancora misterioso e ambiguo. Luci e ombre delle operazioni di spionaggio più riuscite e di coloro che operarono spesso mettendo a frutto doti insolite, immaginazione ed eclettismo. Spie, agenti segreti, forze speciali, informatori, sabotatori, sono i protagonisti assoluti di questo saggio in cui la realtà supera di molto anche la più bizzarra fantasia. Non tutto andò liscio, spesso l’assurdo e la leggenda giocarono un ruolo fondamentale come nella storia sicuramente inventata del cosmonauta suicida del KGB che fa sorridere, ma fino a un certo punto. Testo divulgativo certo ma con un’ampia bibliografia e un ampio apparato di note a piè di pagina puntuali e precise che ne attestano il valore scientifico. Grande spazio viene dato alla Guerra Fredda tra America e Russia, che sembrava sopita alla caduta del Muro di Berlino, per riemergere invece con nuove facce sempre più tecnologiche nei nostri giorni. Cambiano gli strumenti, le armi, gli equipaggiamenti ma quello che continua a fare la differenza è il fattore umano, (consiglio il bellissimo libro di Graham Greene con questo titolo) perché l’intuito, la prontezza, la fantasia restano ancora quel quid che fa la differenza. Un mondo oscuro, spesso crudele, al di là delle leggi normali che regolano il vivere civile, in cui tra informazione e disinformazione si giocano partite fondamentali per gli equilibri geostrategici mondiali. In cui l’imprevedibile è spesso l’ago oscuro della bilancia. Dall’età del Bronzo a Gina Haspel, la prima donna al vertice del maggior servizio segreto occidentale, fino al caso Litvienenko, la strada è stata lunga, tortuosa, ricca di insidie, doppiogiochisti e colpi di scena, senza dimenticare che alcune spie ci hanno creduto sul serio in quello che facevano, fino a sacrificare la vita, sempre dietro le quinte della storia, spesso restati numeri di cui mai conosceremo l’identità, né i meriti. Altre invece diventate leggendarie, perchè anche la propaganda e il folcrore fanno parte del gioco. Un mondo in cui i sentimenti non hanno giocato un ruolo marginale, in cui lealtà, coraggio, abnegazione hanno fatto sempre parte del pacchetto, sebbene il numero delle vittime di questo gioco non sarà mai possibile calcolarlo. Che alcuni si siano mossi solo per denaro, ricatti o puro gusto per l’avventura è certo, pur tuttavia come chiosa l’autore nel commiato finale:
Oggi 8 marzo “Giornata internazionale della donna” vi parlo di un libro edito con le Edizioni San Paolo: Bakhita – Il fascino di una donna libera, del giornalista di “Avvenire” Roberto Italo Zanini. Chi era Bakhita, la “Fortunata” soprannome che le diedero in Africa i suoi rapitori? Bakhita nacque in Sudan, nella regione del Darfur, intorno al 1869. A 7 anni fu rapita da mercanti di schiavi e iniziò per lei un calvario fatto di vessazioni, umiliazioni e vere e proprie torture. Passò di padrone in padrone finché venne comprata dal console italiano in Sudan Callisto Legnani, che comprava schiavi per liberarli, e si può dire che da questo momento in poi assistiamo alla sua rinascita. Arrivò in Italia, sbarcando nel porto di Genova, punto di partenza di tanti italiani in viaggio per le Americhe in quegli anni e venne “donata” alla moglie di Augusto Michieli che ne fece la bambinaia di sua figlia. Poi grazie a Illuminato Checchini che la accolse nella sua famiglia come una figlia incontra Cristo, sarà suo infatti il primo crocifisso che riceve. Da questo momento in poi la strada per la santità la porta a diventare una consacrata della Congregazione delle Figlie della Carità. Morì a Schio l’8 febbraio del 1947. Papa Giovanni Paolo II la proclama santa il 1 ottobre del 2000, modello per tutti i credenti che vedono in lei un esempio da seguire nel cammino della vita. Come da un chicco di grano nasce un campo, così da una ragazzina africana analfabeta è nata una delle sante più venerate dalla cristianità. Una migrante se vogliamo, perché in fondo lo fu, lasciò l’Africa per l’Italia in cerca di un futuro migliore e sul suo cammino non incontrò solo persone malvagie ma anche persone che l’aiutarono a essere ciò che divenne. La sua vita avventurosa, e per certi versi tragica, rispecchia il vissuto di tanti giovani africani che possiamo incontrare oggi nelle nostre strade, lei seguendo l’esempio di Cristo ha fatto del perdono la sua via verso la liberazione, perché in tutto e per tutto Giuseppina Bakhita divenne una donna libera. Roberto Italo Zanini utilizza come titolo di un capitolo questa frase: La libertà è sentirsi amata, e credo racchiuda il segreto della vita straordinaria di questa santa. Tra capitoli dedicati alla vita di Giuseppina Bakhita l’autore alterna altri dedicati a coloro che grazie a lei hanno spezzato le catene spirituali e morali, altrettanto odiose di quelle fisiche, che li tenevano legati alle loro vecchie vite per conquistare anch’essi la propria libertà. È un libro molto bello, apprezzabile da credenti e non credenti perché ci descrive una figura di donna che è stata più forte delle tremende prove che ha affrontato, e che ha raggiunto una vera e completa liberazione al di là di stereotipi o luoghi comuni. Facile non deve essere stato davvero per una giovane africana di pelle scura ambientarsi nel Veneto di fine Ottocento, in paesi dove non avevano mai visto un africano, ma la sua costanza e il suo carattere dolce ma determinato le hanno consentito di diventare la santa di cui oggi conosciamo la vita grazie alle memorie che dettò alle sue consorelle. E grazie all’autore che ha tracciato la sua figura in questo libro facendone una lettura agevole e interessante. Buona lettura e buona Festa a tutti i lettori di Liberi!
























